di Giulia Bocchio
Siamo a Parigi, è il 1936 circa, è un’estate afosa, c’è nell’aria un’inquietudine storica che non promette nulla di buono, ma non è ancora il peggio. C’è un giovane uomo che vaga per Montmartre, ha alcune tele sottobraccio, sono pesanti rispetto alla sua gracile corporatura. Sembra indaffarato, agitato, confuso. Le scarpe che indossa hanno trasceso il significato di logoro, anche la camicia, buchi e maniche arrotolate, stride rispetto a ciò che sta trasportando: ha con sé quadri di De Pisis, perfino un De Chirico; li conosce tutti gli artisti che orbitano nel quartiere più creativo e difficile della capitale. Li conosce, perché quell’uomo ha fondato una galleria d’arte molto frequentata a Montparnasse: la Jeune Europe. Ma è già fallita, ha chiuso i battenti assai presto, perché ha scritto Mussolini, una pungente biografia satirica sul Duce, rendendolo dunque un inviso, e tutti gli editori della Ville Lumière adesso non ne vogliono sapere di pubblicare i suoi scritti.
Quell’uomo, che sta raccogliendo quadri che oggi animano le aste e i musei di tutto il mondo, è un geniale scrittore: Antonio Aniante. Il suo nome probabilmente non dirà niente a nessuno.
È uno squattrinato italiano che ha scritto pièce teatrali d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti lo celebra perché vede in lui qualcuno che il futurismo ce l’ha non solo nel sangue ma nell’inchiostro della penna, Anton Giulio Bragaglia, che ha letto alcuni suoi testi, lo considera una mente più che brillante.
Lo è certamente, ma è perseguitato da debiti, tormenti e insuccessi.
Come sempre, per sopravvivere, si è inventato uno stratagemma che ha tutta l’aria di una truffa: ha bisogno di soldi, la donna che ama, una raffinatissima pittrice, sta morendo.
Anche la disperazione richiede creatività.
Ma facciamo un passo indietro. Antonio Aniante, pseudonimo di Antonio Rapisarda, nasce nel 1900, come chiamato ad inaugurare un secolo, ma ha lasciato la rovente e languida Sicilia per cercare fortuna e ispirazione altrove: gli piace la poesia, si laurea in filosofia a Firenze, copiando qua e là pezzi di tesi dal suo maestro, un intellettuale illustre, Piero Martinetti; a vent’anni poi si trasferisce a Parigi, vive nelle soffitte umide di Montmartre e Montparnasse, comincia a conoscere il mondo, le avanguardie, le donne, ma anche la fame, il freddo e la salute di certo non è dalla sua, da bambino ha contratto la poliomielite, che gli ha lasciato non pochi strascichi. Deve stare attento a ogni passo.
Parigi lo ubriaca e gli infonde la verve giusta per una pièce teatrale in stile futurista che, ne è certo, gli porterà finalmente la gloria in patria. Si tratta di ‘Quinziano’ e torna apposta a Catania per mettere in scena lo spettacolo più intenso di tutti. Non sa ancora che sarà un disastro, i santi non si toccano nel suo paese e soprattutto non si erotizzano, non puoi leccare le ferite ai seni di una martire e guai a strizzar l’occhio al fascino dei cattivi. Finirà con un vero e proprio linciaggio la sua pièce. A Roma, comunque, il suo nome circola. ‘È originale questo Aniante, ma è caotico, il suo realismo magico non lo capisce nessuno… Meglio non investire su di lui, è da lasciar perdere…”.
E così, più indebitato di prima, Aniante ritorna a Parigi, continua a scrivere – romanzi tragici e commedie teatrali – ma senza un vero riscontro. Da qui l’idea di fondare la Jeune Europe, per tentare di vivere se non di arte, almeno nell’arte, si tratta di una galleria per artisti esordienti infatti, per gli amici che incontra nei caffè. Per i primi tempi è un successo, ha talento in questo campo, le cose vanno bene, è uno dei primi a intuire la grandezza di Giorgio De Chirico, a cogliere l’originalità di Leonor Fini, è inoltre amico di Picasso, di Pirandello (conterraneo che gli presta non poco denaro), di Filippo de Pisis. I suoi vernissage sono sempre un po’ improvvisati, ma lì c’è il vero cuore pulsante di Parigi. Lì ci sono i classici, quando nessuno li avrebbe mai giudicati tali.
A fare davvero la differenza, però, è la donna che insieme a lui dirige la galleria: Hale Asaf.
È giovane, affascinante, con una sensibilità fuori dal comune e alle spalle un passato travagliato.
È la donna che ama. In lei ha visto il fulgore del talento e la necessità di donarle uno spazio per esprimersi, senza limiti, né dogmi, per tracciare una nuova pagina di storia dell’arte.
Lui ci aveva visto bene, ma gli orizzonti spesso non rivelano cieli sempre cristallini. Ed è qui che il futuro precipita. Hale, era nata nel 1905, a Istanbul e aveva viaggiato molto, da Parigi a Roma, parlava cinque lingue e aveva studiato nelle migliori scuole grazie alla sua alta estrazione sociale, suo padre, da sempre legato al sultano, era stato anche Presidente della Corte di Cassazione di Istanbul. Con la disgregazione dell’impero turco, tuttavia, la famiglia cadde presto in disgrazia e Hale perse praticamente tutto. Tranne l’energia creativa: i suoi dipinti, i suoi paesaggi e i suoi autoritratti, riconducibili al cubismo, raccontavano di lei una tensione nuova, un capitolo inedito per l’arte figurativa del suo paese, prima pittrice ad aver ottenuto riconoscimenti in tutta Europa.
Già nel 1929, a Bursa, fu l’unica donna artista ad avere un ruolo attivo nella fondazione del “Müstakil Ressamlar ve Heykeltraşlar Birliği” – un’associazione indipendente di pittori e scultori. Eppure la sua indipendenza e la sua intraprendenza non vennero premiate da una realtà patriarcale e ancora troppo chiusa nei confronti delle donne, e così, nel 1931 tornò a Parigi, depressa e fortemente debilitata, tanto da dover subire una difficile operazione chirurgica.
È da convalescente che incontra Antonio Aniante, all’epoca lo scrittore viveva proprio in una vecchia casa di legno, in una zona verde che oggi non esiste più, di fronte all’Ospedale Paris Saint-Joseph, in via Vanves. La incontra lì, tra una fasciatura e l’altra e vede i suoi dipinti, si accorge che Hale ha bisogno di un’opportunità, di una rivalsa: ed ecco la Jeune Europe, che dirigeranno insieme. Sembra una premessa perfetta ma i due si trovano ben presto a condividere arte e disperazione, abbandonato l’alloggio in via Vanves, si trasferiscono in un appartamento dotato di una sola piccola finestra, a Montparnasse, ma non ci sono più i soldi nemmeno per i pennelli, gli editori rifiutano le bozze di lui che intanto ha scritto un romanzo dedicato a Marco Polo, in stile futurista, e la creatività di lei è minata da continui problemi di salute e ricadute. Litigano, si disperano, si rinfacciano ogni amplesso carnale. Ogni tradimento. Ogni cura.
Intanto, a Montmartre, sono tanti gli amici che apprezzano Hale e il suo lavoro alla galleria, tanto che sono loro ad anticipare i franchi necessari per colori e tele. Hanno un debito anche nei confronti di Aniante, che è stato il primo a credere in loro, a esporli. Fra questi figurano Picasso, Saporetti, Mario Tozzi, Moses Levy… li ha scoperti lui, mentre Aniante stesso falliva.
Ma l’abbiamo detto, mentre la verve dello scrittore siciliano toccava nervi scoperti in termini politici, anche la Jeune Europe fallì con lui.
Hale Asaf, la più promettente pittrice della sua generazione, si ritrova a sua volta con nulla in tasca.
Ed ecco amplificarsi i rancori. E il dolore. Lei lo detesta, è a causa sua se tutto va sempre a puttane, lui che non riesce a sfondare come scrittore, lui che si è giocato anche la galleria d’arte.
Ma alle furibonde liti si accompagna sempre la pace, e per un breve periodo anche le loro economie sembrarono migliorare, eppure il sogno dura poco: il terrore vero giunge una notte come tante, quando Hale ha un preoccupante sbocco di sangue.
Lei lo rassicura immediatamente, le è già successo durante un lungo e faticoso viaggio in nave mentre era di ritorno dall’Albania. Aniante ormai è mosso da una sola convinzione, Hale è malata di tubercolosi, serve un’aria più salubre, occorre lasciare Parigi per l’Engadina. E subito.
Ma come trovare il denaro per il soggiorno? Loro, che si erano ridotti a mangiare solo arance e poco pane raffermo?
Ed eccoci dunque in quell’estate afosa del ’36, insieme a quell’uomo indaffarato, disperato, con tutti quei quadri sottobraccio pronto a mettere in scena un numero degno di una delle sue pièce teatrali tanto amate da Marinetti: nello stesso periodo un industriale italiano di sua conoscenza gli aveva chiesto, in nome della sua esperienza di critico e di gallerista, di raggruppare per lui tele di artisti noti a Parigi, per comprargliele in blocco, con o senza cornice. Aniante, che aveva urgentemente bisogno di denaro, accettò, era una bella coincidenza, ma ovviamente, caduto in disgrazia com’era non aveva più con sé tele abbastanza rinomate per il suo acquirente e la Jeune Europe era ormai spoglia. Si inventò una mostra da organizzare a Milano e invitò tutti i suo amici artisti a donargli una tela per il vernissage italiano, questi, sulla fiducia, acconsentirono. Sembrava fatta, ma all’acquirente venne in mente di non rivendere quei quadri bensì di esporli a Parigi. Aniante cadde nel panico, tutti avrebbero scoperto il complicato espediente e mosso da un orgoglio in frantumi si premurò di stampare degli opuscoli elogiativi per ogni artista che gli aveva gratuitamente donato un’opera. Indebitandosi ulteriormente. Nessuno di questi pittori inveì contro di lui, poiché tutti conoscevano la situazione drammatica della sua compagna e la profonda miseria nella quale i due tentavano di sopravvivere.
I mesi passano, uno dopo l’altro, ma i soldi per mandare Hale in montagna non arriveranno mai.
Aureola di Luna, così la chiama teneramente lui, è ormai troppo debole per dipingere e il ventre le si è gonfiato in maniera impressionante, scartata l’ipotesi di una gravidanza, i due si recano da un medico celebre a Parigi, il Dottor Lardennois, uno che sperimenta, aperto a una medicina più moderna.
Prescrive una radiografia, che evidenzia subito nell’organismo di lei numerose macchie, nonché focolai di un qualche male; è in questa circostanza che Aniante scopre che la giovane Hale aveva subìto sin da bambina almeno otto operazione chirurgiche per rimuovere dei tumori benigni e che la tubercolosi che lui credeva di curare era un male di origine diversa e ben più grave. Hale Asaf, che conosceva la natura della sua precaria condizione, non aveva mai voluto rivelare la verità ad Aniante, non aveva mai trovato il coraggio di confessargli la sua condanna. Seguì una dolorosa operazione. La pittrice aveva nel frattempo riunito e incartato le proprie opere, insieme alle poche cose che possedeva, lasciando un tenero e commovente biglietto su quei pacchi, Antonio non toccare, come chi si appresta a partire per un lungo viaggio.
Superata la prima operazione il medico comunicò ai due artisti che era necessario e urgente un altro intervento, questa volta all’utero e così Hale Asaf fu nuovamente ricoverata presso l’Ospedale Leannec. Si risveglia, ma la notte stessa si sente male, rigetta il pasto che le era stato servito e la situazione precipita insieme all’inesorabilità del destino di lei.
Sta morendo e lo sa, e saluta con un filo di voce l’uomo che più l’amava, il suo scrittore italiano, e con un ultimo bacio, con la poca coscienza che era riuscita a conservare, gli fa promettere di sopravvivere all’arte, almeno lui.
È il 31 maggio 1938, a soli trentatré anni, Hale Asaf si spegne. Con lei spira anche il soffio vitale di quella nicchia d’arte turca che tanto aveva illuminato il cosmopolita quartiere di Montparnasse in quegli anni Trenta così complessi e fragili.
Non ci sono i soldi nemmeno per il funerale, che pagheranno gli stessi artisti parigini che avevano lavorato con lei e che avevano donato ad Aniante alcuni loro pezzi, utili a saldare un modesto carro, per condurla sino al cimitero di Thiais, dove ancora oggi Hale riposa.
È in nome di lei che lui riprende a scrivere e a viaggiare, seguiranno per lo scrittore siciliano anni intensi, vissuti a Nizza, nel Sud della Francia, vicino all’amico Picasso e a Edith Piaf, spesso ospite presso casa sua. Sono gli anni del riscatto artistico e personale, esce il suo romanzo più celebre La rosa di zolfo, divenuto poi uno spettacolo teatrale con protagonista Domenico Modugno.
Sino alla scomparsa, avvenuta poi nella cittadina di Latte, a Ventimiglia, nel 1983.
Testimone di una Parigi leggendaria, Aniante raccoglierà nelle sue autobiografie Memorie di Francia, Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi, Nato sul Mongibello e Segreti di Cagliostro tutta la sua travagliata avventura di artista, di scrittore e di critico d’arte.
Pagine uniche le sue, che travalicano ogni cronaca e che offrono uno straordinario spaccato della Ville Lumìere del tempo, delle sue contraddizioni, e uno scorcio di quell’Europa, ormai sull’orlo della catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
C’è ancora lui, oggi dimenticato, dietro i più grandi nomi del Novecento. E c’è ancora Hale a fare scuola nell’ambito dell’arte figurativa turca.
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Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire. L’esaltazione estetica del brutto (Marsilio 2016).

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

In tutte le biografie lette su Aniante non si parla mai del fatto che poche volte parlava della sua terra d’origine, come le pochissime volte del suo ritorno, come se la sua fuga dalla terra natia non fosse mai finita.