Giuliana Zeppegno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuliana-zeppegno/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Feb 2025 08:50:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuliana Zeppegno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuliana-zeppegno/ 32 32 Tourists go home https://minimaetmoralia.it/racconti/tourists-go-home/ https://minimaetmoralia.it/racconti/tourists-go-home/#respond Wed, 19 Feb 2025 08:50:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54835 testo e foto di Giuliana Zeppegno Sfumò le vongole col vino bianco e se ne versò mezzo bicchiere. Mentre cucinava, scuoteva la testa al ritmo della musica che gli auricolari le rovesciavano dentro le orecchie. Prezzemolo tagliato fine. Uno spicchio d’aglio. Let’s go dancing, ohohoh. La sua coinquilina era uscita in cerca di ghiaccio. Senza […]

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testo e foto di Giuliana Zeppegno

Sfumò le vongole col vino bianco e se ne versò mezzo bicchiere. Mentre cucinava, scuoteva la testa al ritmo della musica che gli auricolari le rovesciavano dentro le orecchie. Prezzemolo tagliato fine. Uno spicchio d’aglio. Let’s go dancing, ohohoh. La sua coinquilina era uscita in cerca di ghiaccio. Senza gintonic, quella cena d’addio sarebbe stata inaffrontabile. In questa casa sono stata così felice, pensò. Così stramaledettamente felice. E sentire la felicità come una cosa solida, una sostanza attaccata alle pareti che restava lì mentre lei andava via, a cercare di ricostruirsi un guscio altrove, strato dopo strato, abitudine per abitudine, le stringeva la gola fino a farle quasi male.

Piangere? Oh no. Piangere mai. Il giorno dopo avrebbero iniziato il trasloco. L’amica sarebbe andata a stare da un cugino per un po’, e lei si sarebbe trasferita in quel quartiere anonimo, più periferico, senza Airbnb ad ammorbarle le giornate, senza cassette con i codici, rumori fuori orario e facce stralunate che cambiavano da un giorno all’altro. Un quartiere un po’ più sgangherato ma normale, finalmente. Un posto che il mercato immobiliare avrebbe ignorato per alcuni anni ancora, o per sempre, chi lo sa, forse non seguiva un’espansione regolare quella cosa che chiamavano gentrificazione. Forse cresceva un po’ a casaccio come la gramigna. Come un parassita.

La sua coinquilina usciva sempre senza chiavi. Quando il citofono suonò, lei era già brilla, con una rabbia addosso piena di malinconia. Aveva voglia di litigare con qualcuno. Di spaccare un soprammobile. Di ridere dall’alto del balcone, a crepapelle, fino a farsi venire il mal di pancia.

Scolò la pasta, premette il tasto con le mani unte, lasciò la porta socchiusa e si mise a far saltare gli spaghetti. È quasi pronto, siediti! gridò all’amica che era entrata sbattendo la porta. Il gin è già sul tavolo, procedi pure! le urlò ancora mentre preparava i piatti.

Ma quando fece il suo ingresso nel soggiorno, con i piatti fumanti e una macchia di sugo sulla maglia, Francesca non c’era. Ehi, dove ti sei cacciata? Chiese. Non hai trovato il ghiaccio? Sospinse la porta della sua camera da letto.

Fra, va tutto bene? Sussurrò avvicinandosi al corpo raggomitolato dell’amica, sul lato del letto di fronte alla finestra. Le si sedette accanto, in penombra, poggiandole la mano su una spalla. Fra, che succede?

Il corpo si girò di scatto, con una specie di grugnito. Lei lo guardò alla luce, balzò in piedi e cacciò un urlo.

***

Si svuotò la vescica con goduria estrema, tirò l’acqua, e poi rimase a contemplarsi nello specchio. Niente male, pensò. Davvero niente male. Rideva alla sua faccia sonnacchiosa, un po’ gonfia per il ruhm, ai suoi occhi celesti da poeta malandrino. Si sorrise e lo specchio disse: Basta. Vai a casa, Niels, è il momento.

Se l’era già detto altre tre volte, quel giorno, ma tutte le volte era tornato dagli amici, intorno al tavolino, a domandarsi Come fanno a essere così queste persone, sarà il bel tempo, la vicinanza del Mediterraneo, il basilico, la musica melodica, who knows. Michelangelo, la luce così chiara, un’umanità più calda, viva, soggetta a una tempesta emotiva permanente che in un attimo può trasformarsi in collera, o in amore. Pensava: Voglio restare qui per sempre, con queste persone che ho conosciuto appena quattro giorni fa. Mi comprerò un cappello bianco. Mi iscriverò a un corso avanzato d’italiano e mi farò chiamare… Nino.

Sentiva addosso lo sguardo della giovane seduta di fronte a lui, uno sguardo carico di desiderio, gli sembrò, e sulla spalla sinistra la mano del ragazzo che gli stava raccontando del suo viaggio in Danimarca, l’estate di due anni prima. Copenhagen is shit, biascicava lui, sentendo che avrebbe voluto esprimere il concetto in modo più sottile e articolato, e avrebbe avuto un mucchio di cose da dire sulla sua gente e sulla sua città, ma al momento non riusciva a dirne neanche una. A un certo punto sospirò, lasciò sul tavolo una banconota da cinquanta euro, non riuscendo a non pensare che equivaleva a una giornata del suo lavoro di redattore, mandò un saluto generalizzato e barcollando si avviò verso l’Airbnb.

Provò a percorrere il tragitto senza googlemaps. Quelle stradine ormai gli erano diventate familiari, e ne respirò l’incanto stupendosi a ogni graffito, a ogni lampione, a ogni vaso di terracotta poggiato sull’acciottolato. Il sole declinava dietro i tetti di Trastevere e lui per un istante si sentì l’unico uomo sulla faccia della Terra. Come dev’essere essere nati in un posto come questo? si chiese. Essere a tal punto abituati alla bellezza da diventare incapaci di vederla, di sentirla. Trovare normali questa luce, questa lingua canterina che ti coccola e ti scioglie il cuore. Terribile dev’essere, quest’anestesia dei sensi e della mente. Lamentarsi di qualcosa che è invidiato in ogni angolo del mondo. Era ubriaco fradicio, e capì di essersi perso.

Quando finalmente arrivò al portone, non si reggeva in piedi. Armeggiò a lungo con le chiavi ma alla fine rinunciò e suonò il citofono a caso. Al terzo piano, spinse la porta ed entrò, chiedendosi confusamente come avesse fatto a dimenticarla aperta. Andò dritto nella stanza, si tuffò sul letto e si addormentò all’istante. Erano passate ore, o forse pochi secondi, quando il contatto sulla spalla lo svegliò di soprassalto. Era uno scorpione che gli saliva addosso, ma questo solo in sogno. Nella realtà, c’era una persona seduta accanto a lui. Cacciò un urlo.

***

Chi sei? gridò quando lo shock le permise di parlare. Vattene o chiamo la polizia! Vattene da casa mia! Chi cazzo sei? Che cos’hai fatto a Francesca? Mentre ripeteva queste cose con voce stridula, scuotendo in aria la ciabatta che aveva raccolto da terra, l’odore dell’alcol arrivò alle sue narici e lei cominciò a inquadrare la situazione. In modo vago, dapprima, poi sempre più inequivocabile. Hai sbagliato porta? Chi cazzo sei? Parla, hai sbagliato porta?

L’uomo era penoso nella sua confusione. Si guardò intorno con occhi spaventati, sollevando le mani all’altezza della faccia quasi a proteggersi dalle sue urla. Si guardò intorno a lungo, senza capire, come emergendo da profondità abissali.

Hai sbagliato porta? Parla!

Lui alla fine bofonchiò: Non è il terzo piano, questo?

Non è il terzo piano no! Sei ubriaco e mi hai spaventata a morte!

Scusa, I’m sorry, molta scusa, ripeteva quello con le mani in segno di difesa, l’espressione mortificata e un accento ridicolo del nord Europa. Ti chiedo molta scusa. Sono Niels, piacere.

Piacere un cazzo! Tu adesso te ne vai da casa mia. Lo spinse fuori. Quando lo vide alla luce del soggiorno, finalmente in piedi e con gli occhi aperti, notò che era un ragazzo, avrà avuto 27 anni, trenta al massimo. Sembrava un gigante, con quelle spalle grandi che la camicia bianca stropicciata conteneva appena e le manone che cercava di infilare nelle tasche troppo strette dei jeans. Sembrava timido, anche, ma forse era la sbronza a dargli un aspetto più indifeso, più infantile. I capelli mal tagliati e un  non so che di scombinato nei lineamenti lo rendevano un po’ anomalo: attraente, avrebbe detto la sua coinquilina, che aveva una predilezione per quei nordici sbiaditi totalmente privi di personalità.

Voglio tanto che mi perdoni, balbettò l’intruso pronunciando la gl in modo raccapricciante.

Perdonato! Va bene così? Adesso vai, fa’ il favore.

Il ragazzo la guardava con un sorriso disarmante. Non accennava a muoversi, indugiando per via dell’alcol, o per un assurdo tentativo di sedurla.

Che peccato che si raffredda, disse indicando la pasta nei piatti. È in ritardo?

Lei sgranò gli occhi.

Ma come ti permetti? esplose. La mia amica sta per arrivare. Ma guarda questo! Venite qui e pensate di poter dire tutto quello che vi passa per la testa!

Lui la guardò senza capire. Venite…? chiese. Chi, venite?

Voi! Venite, voi! Quelli che ci cacciano da questo quartiere!

La rabbia che era andata montando tutto il giorno adesso le bruciava sotto pelle. Sentiva il corpo teso, elettrico, sul punto di infiammarsi.

Si riempì il bicchiere di vino ed estrasse di tasca il cellulare. C’era un messaggio della sua amica. Diceva: Non sai chi ho incontrato! Nicola. Mi ha offerto una birra gli ho detto di sì sennò quando mi ricapita per favore non mi odiare torno presto…

Buttò il telefono sul divano e vuotò il bicchiere d’un fiato. Incredibile, pensò. Più che incredibile, impossibile! Disoccupata per l’ennesima volta, il mio ex che mi martella, organizzo una cena d’addio a questa casa che non vorrei mai lasciare, Fra mi abbandona per uno stronzo e io qui da sola di sabato sera con un turista biondo ubriaco.

Siediti! Gli ordinò. Ceniamo!

Nel dirlo, gli riempì il bicchiere di vino fino all’orlo, si sedette e attaccò il suo piatto di spaghetti.

Lui non se lo fece ripetere due volte e prese posto a tavola con un sorriso di felicità assoluta.

***

Mentre la ragazza masticava con lo sguardo puntato dentro il piatto, Niels poté osservarla indisturbato. Era decisa, incazzatissima, adorabile. Anche nella bruma che annebbiava la sua mente ne notò la pelle liscia, tempestata di piccole lentiggini, e le ciglia tanto lunghe da farle ombra sulle guance. I capelli bruni erano annodati in una treccia portentosa, e ciuffi ribelli le spiovevano sul volto.

Sono buonissimi, disse rischiando di strozzarsi con una matassa gigantesca che non sapeva come addentare. Sei una brava cuoca!

Erano tre mesi che non cucinavo, lo fulminò lei senza smettere di masticare. Ancora vino? Da’ qua il bicchiere. Cincin.

Con chi ce l’aveva? Perché era così arrabbiata? Aveva sempre avuto un debole per le ragazze energiche. Aveva un debole per le italiane in generale − un luogo comune, lo sapeva, − ma le italiane con carattere gli facevano perdere la testa. Non dire niente, Niels, non rovinare tutto, si ripromise. Poco dopo tuttavia si sentì dire: Lasciamo un po’ per la tua amica?

Ne lasciamo, urlò lei in tutta risposta. Si dice Ne lasciamo!

È vero. Parlo come un bambino piccolino. Mi scusa.

Fu a quel punto che successe, finalmente. La ragazza scoppiò a ridere, così violentemente che lui pensò che si sentisse male. Poi capì che era il suo modo, era italiana anche nel riso, e si mise a ridere anche lui. Un danese piccolino, ripeté, e lei rise ancora più forte.

Dio santo, ma da dove sei uscito? commentò la ragazza asciugandosi le lacrime. Io non li sopporto quelli come te. Non li ho mai potuti sopportare. Senza offesa, eh.

Vedendo che non reagiva lo incalzò: Lo capisci, quello che ti dico?

Sì. Non capisco “quelli come te”.

Guarda che lo so che fai il finto tonto, disse lei con l’espressione a metà strada tra l’ostile e l’incuriosito. Non sono scema. Quelli come te sono quelli come te.

Niels non colse “Finto tonto” ma capì il significato generale, e pensò che non poteva darle torto. Anche lui i turisti, sotto sotto, li aveva sempre disprezzati. La fissò. Era magnifica e tremenda come una divinità romana. In un attimo di abbacinante lucidità, o forse al culmine della sua sbornia, desiderò essere visto da quella sconosciuta. Desiderò che lei vedesse il disperato, l’orfano, il ribelle. Che vedesse l’infinito smarrimento, l’insoddisfazione, la curiosità famelica che l’avevano portato fino a lì. Che vedesse la precarietà, il suo sempre inappagato bisogno di calore. Fu un istante. Quando aprì la bocca per parlare, disse solo: Il mio nome Niels. Il tuo?

Non c’era incontro possibile. Per questo si stupì, alzando lo sguardo, quando vide lei in piedi accanto alla sua sedia, mentre si asciugava le labbra con un tovagliolo e con lo sguardo malizioso gli diceva, chinandosi: Sono Emilia, piacere.

***

Non se l’aspettava che lo baciasse. Non se l’aspettava proprio. Restò impalato tre o quattro secondi, mentre lei cercava di farsi largo con la lingua. Nonostante l’alcol, il sapore della bocca non era cattivo. Credevi che mi avresti rimorchiata? pensava Emilia piena di livore. Arrivate e vi prendete tutto, giusto? Avete pagato! La vostra stanza, il vostro appartamento, il vostro cocktail. Oggi sono io a prendermi qualcosa. Sono io a usarti, e a buttarti via. Dai, apri la bocca. Alzati, su, fammi sentire questo corpo. Questa camicia di cotone fino, questo profumo di lavanda. Starai pensando di aver vinto, e invece ad aver vinto sono io.

Emilia lo spogliò sbrigativamente, muovendolo come un fantoccio. Lo baciava con violenza, ansimando. Senza ritegno lo palpava dappertutto, sentendosi sempre più forte, e sempre più eccitata.

Quando lo buttò sul letto e gli si fece sopra sollevandosi la gonna, lui cercò di toglierle i vestititi invano. Annaspò nell’aria, gemeva come un cane, ma lei respinse bruscamente le sue mani. Non gli permise di toccarla, né di muoversi, né tantomeno di guardare. Con una mano gli coprì gli occhi e con l’altra si mise dentro quel suo membro enorme, per poi iniziare a muoversi come un’ossessa.

Si dimenava avanti e indietro, avanti e indietro, come se lui non fosse stato lì. Sentiva quell’oggetto fra le gambe, rigido e caldo e sul punto di scoppiare, e lo scuoteva come un dildo, come una cosa inerte. Entrò in trance strusciandosi velocemente per un tempo indefinito, e quando smise di sentire si abbandonò allo spasmo e al formicolio alle gambe, urlò e si rovesciò di lato, sfilandosi da lui.

Lui continuava eretto, frastornato. Tese una mano per riprenderla, cercò di sollevarsi per baciarla, ma lei si era già alzata e lo guardava con freddezza. Adesso vattene, disse.

Lui scoppiò a ridere, pensava a uno scherzo. Come here, le ripeteva. Ma lei si mise a urlare: Ti ho detto di andartene!! Poi tornò in soggiorno e lì aspettò che si rivestisse.

***

Sulla porta, Niels allungò una mano verso il mento di Emilia. La ragazza si ritrasse. Aveva il viso arrossato per l’orgasmo e negli occhi un’espressione di sdegnosa compostezza. La treccia appariva ormai completamente sfatta e un leggero velo di sudore le brillava sulla fronte. La trovò straordinaria. Tentennando chiese: Ci vediamo ancora? Lei abbassò lo sguardo e a lui sembrò che sorridesse. Invece di rispondere, però, lei lo sospinse dolcemente fuori.

Niels sollevò le mani in segno di resa, e si ritrovò di fronte alla porta chiusa. Quando alzò gli occhi, lesse la scritta “quarto piano”.

Scese le scale lentamente, sentendo che gli girava tutto. Nel suo appartamento, si fumò una sigaretta affacciato alla finestra. Le tegole splendevano alla luce della luna e pensò che Roma non gli era mai sembrata così bella, così intima, e segreta. Un posto intriso di autenticità in cui potevano accadere anche cose come quella. Pensò a quella ragazza misteriosa, che di certo aveva le sue ragioni per fare quel che aveva fatto − un fidanzato geloso, un pentimento, la paura di perdere il controllo… − e si sentì un privilegiato per aver avuto accesso a un’esperienza come quella. Crazy Italy, si disse ridacchiando tra sé e sé. Poi si distese sopra le lenzuola e provò a recuperare la sua eccitazione. Non ci riuscì. Scivolò nel sonno poco a poco e in viso gli rimase quel sorriso estatico, infantile, di appagamento pressoché totale.

 

 

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La bambola https://minimaetmoralia.it/racconti/la-bambola/ https://minimaetmoralia.it/racconti/la-bambola/#respond Thu, 25 Jan 2024 09:45:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53335 Immagine: Scala Lavazza di Cino Zucchi, fotografata da Davide Barbieri di Giuliana Zeppegno Schiuse le labbra e vi stese il colore fino ai bordi, con un pennellino. Poi le serrò una sull’altra perché il celeste si distribuisse, come baciando la sua stessa bocca. Sorrise, compiaciuta del risultato. Ritoccò un dettaglio tra la palpebra e il […]

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Immagine: Scala Lavazza di Cino Zucchi, fotografata da Davide Barbieri

di Giuliana Zeppegno

Schiuse le labbra e vi stese il colore fino ai bordi, con un pennellino. Poi le serrò una sull’altra perché il celeste si distribuisse, come baciando la sua stessa bocca. Sorrise, compiaciuta del risultato. Ritoccò un dettaglio tra la palpebra e il sopracciglio, posizionò un ciuffo sull’occhio sinistro, sorrise di nuovo e fu pronta.

Sul tavolo, lo schermo del cellulare palpitava debolmente. Le notifiche esplodevano come minuscole stelle filanti per poi risprofondare nel buio. A un certo punto tutto fu invaso dal volto di lui. Lei sbuffò. Cancellò il volto con un polpastrello e la chiamata si estinse in un metallico dooong.

Cinque minuti a disposizione. Sette al massimo. La luce già accesa nel riflettore che aveva piazzato di fronte a sé. I tre flaconi allineati sul tavolo nell’ordine in cui avrebbe dovuto parlarne. Prese fiato. Un enorme ciaaaao dalla vostra Futura! Vi sono mancata almeno un po’? Voi a me sì, tanto. Profluvio di cuori.

Mentre svelava alle fan i dettagli del suo ultimo fine settimana e sorrideva in quel modo spontaneo che sapeva essere irresistibile, teneva d’occhio il suo viso nel monitor. La pelle liscissima, senza alcun filtro, come assicurava la scritta in basso. Il neo sul mento a darle quell’aria un po’ birichina.

Sembri disegnata, le aveva detto un giorno Ivan. Ed era vero. Ma ogni atomo del suo corpo si dibatteva, incessantemente, perché dal disegno affiorasse un senso. Futura. La bellezza è solo un aspetto della personalità. Guardatemi, è me che vedete. Il naso affilato, leggermente adunco. Gli occhi cerulei puntati sul vuoto a fissare occhi estranei, a migliaia, che le rimandavano lo stesso bagliore. Futura, che nome azzeccato. Che bella idea aveva avuto. Un nome eterno, che non sarebbe invecchiato mai.

La diretta era stata impeccabile, senza una sbavatura. La riguardò immediatamente. Quando il video finì, lo rimise da capo e lo guardò ancora. Il languore che sentiva da quella mattina la faceva splendere in video di una luce segreta. O era solo una sua impressione? Non era per Ivan, quel turbamento. Ivan che la chiamava dalla sera prima e non si sarebbe arreso fino a ottenere una spiegazione. Era irrequieta per il suo appuntamento.

Non vedeva l’ora che fosse già sera, e allo stesso tempo era tentata di rinunciare. Ma perché vergognarsi, in fondo? E di fronte a chi? rifletteva sfogliando riviste, rispondendo a messaggi, svolgendo meccanicamente i gesti di sempre. L’eccitazione l’accompagnò sottopelle, estenuante, per tutto il resto del pomeriggio.

Non era la prima volta che lo faceva. Dopo le prime resistenze, anni addietro, anche lei aveva voluto provare, come tanti. Poi aveva ceduto a un capriccio che era presto diventato abitudine. La prova era stata con un ingegnere aerospaziale. Ancora più biondo di lei, e dagli occhi più freddi. Col tempo però aveva optato per corpi esotici, e personalità più spiazzanti. Si era incontrata, per qualche mese, con una nuotatrice di origini slave. Parlava alla perfezione la sua lingua, ricordava, ma con un accento da far impazzire, nell’esatta quantità stabilita. Poi c’era stato il ragazzo nero, Hadi, o Hafiz, statuario, impacciato, il cui romanticismo però aveva presto finito per innervosirla. Quanti ne aveva avuti? Quante? Si ricordavano di lei? Esistevano ancora, da qualche parte?

All’inizio era stato un po’ deludente. Senza l’odore della bocca, del respiro, il suo desiderio non si risvegliava. Il problema del calore era stato risolto, ma gli odori non convincevano, così definiti, senza gradazioni. Per questo in mezzo c’era stato Ivan. Un corpo sudato nella bolgia del Trinity, drogato fino al midollo, alle sei del mattino. Ballava come un pazzo, con gli occhi chiusi, sul punto di cadere a ogni movimento. All’inizio non l’aveva neanche messa a fuoco, e le era quasi rovinato addosso. Ma la mattina dopo. Ah, la mattina dopo. Futura chiuse gli occhi e deglutì.

La mattina addormentato tra le sue lenzuola bianche, al sole. Il sorriso intravisto tra i capelli, l’abbandono della schiena. Nei giorni successivi si era sentita al centro vuoto di un incendio. Con la pelle sempre accesa, e sempre allerta. Ivan sterminato come un continente. Un mondo sconosciuto in cui penetrare cauti, armati fino ai denti. Ivan furibondo. In lacrime. In silenzio. I silenzi disarmonici a occhi bassi. Le frasi mozze, indecifrabili. Tutti i tentennamenti.

Mesi dopo, non ne poteva più. Non ne poteva più e ci ricascava sempre. Fra alti e bassi, propositi traditi, ogni incontro una contraddizione nuova. Ma adesso basta, si era detta. Avrebbe estirpato da sé stessa anche il ricordo della sua pelle. L’eco della voce che all’inizio credeva di sentire pure in sogno. Poteva benissimo star senza. Aveva le sue amiche, i suoi amici, i familiari all’altro capo del telefono, e soprattutto aveva sé stessa. Futura era il nome che si era scelta. Futura ma già libera, e sempre più padrona. Quanto tempo le ci era voluto per rendersene conto? Era lei l’opera d’arte. L’unica e sola. Il punto in cui il cerchio del piacere aveva inizio e si chiudeva, all’infinito.

L’aveva già fatto decine di altre volte, non c’era alcuna ragione per sentirsi inquieta. Era un incontro come tutti gli altri, salvo quel piccolo particolare. Un semplice dettaglio, sussurrò, e represse un risolino, come se qualcuno fosse stato lì a guardarla. La stanza intanto era rimasta in ombra: il giorno affondava dietro ai grattacieli, spegnendosi lontano, poco a poco. Accese la luce e pensò che da fuori, adesso, doveva apparire nitida, dietro la vetrata, come in una grande casa delle bambole. In fondo si prova tutto, no? E perché non questo, allora? Scuoteva la testa senza rendersene conto dirigendosi verso la vasca, già piena d’acqua bollente fino all’orlo.

Si fece bella, più bella di sempre.

Lasciò i capelli sciolti sulle spalle, a onde ampie. Il rossetto le sembrò volgare e se lo tolse meticolosamente. Ripassò il trucco del volto accentuando l’ombretto azzurro e si spruzzò il profumo costoso che le aveva regalato lui. Il tubino nero la fasciava stretta, spingendole in alto i seni piccoli e duri, tra i quali si insinuava la mezzaluna d’argento, ricordo di Istanbul. Il rumore dei tacchi alti dava al momento il tocco di irrealtà di cui c’era bisogno.

Andò in cucina, stappò la bottiglia di vino rosso e se ne versò un bicchiere. Lo bevve tutto d’un fiato. Poi respirò due volte, e se ne versò un altro. Lo bevve in terrazza, fissando le luci delle macchine diciotto piani più in basso, senza vederle. Si accese una sigaretta. Bevve un terzo bicchiere, rabbrividendo. Infine tornò in casa, poggiò il bicchiere, e con il cuore che le esplodeva si avviò verso lo stanzino.

La scatola oblunga ricordava una bara. Sollevò il coperchio con delicatezza e cercò il bottone senza scostare la carta velina. Poi si ritrasse, richiuse la porta senza far rumore e andò a sedersi sul divano, dando le spalle allo sgabuzzino.

Rimase contratta, con le gambe accavallate in una specie di spasmo, per qualche minuto. Respirò contando i secondi, finché percepì la presenza dietro di lei. Quando si voltò, lo stupore le illuminò il viso.

Ciao, benvenuta.

Era perfetta.

Quella sorrise, a suo agio, magnifica. E sorridendo le si avvicinò.

Ti va qualcosa da bere? disse Futura. Devi scusarmi ma ho già aperto il vino. Ero così agitata…

Perché agitata? Non ne hai motivo.

La voce dell’altra suonava serena. Eppure a Futura sembrò di avvertirvi un leggero tremore, identico a quello che alterava la sua.

Versò due bicchieri di vino, e con un gesto fece partire Crying Puppet, la sua canzone preferita.

Ti piace questa?

Certo.

Luccichio ironico negli occhi chiari.

Sedettero l’una di fronte all’altra.

Adesso che il vino faceva il suo corso e la musica scioglieva i muscoli, Futura poteva guardarla.

Sei perfetta, disse.

La perfezione non esiste, è solo un aspetto della personalità.

La vide sorridere imbarazzata dalla sua stessa solennità, e trovò il suo sorriso irresistibile.

Scusa… ho iniziato proprio malissimo, disse l’altra. La verità è che sono un po’ agitata anch’io.

Allora lei disse, sforzandosi di guardarla negli occhi: È normale, immagino. È molto strano trovarsi qui, senza neanche esserci presentate.

Risero complici.

La giovane donna di fronte a lei indossava jeans chiari, sgualciti, aderenti sui fianchi, e una camicia bianca che lasciava trasparire i capezzoli. A Futura era venuto da cercarglieli subito, mentre parlavano, e si era sentita infiammare il volto per la vergogna. Portava i capelli raccolti in una coda alta, e ciuffi spiovevano sopra il suo volto. Non aveva trucco, né altri adorni, eccetto due grossi orecchini d’argento a forma di cerchio che scintillavano a ogni movimento. Era esattamente come l’aveva voluta. Pulita, cristallina.

Scrutò il naso adunco, affilato. Il neo sul mento che credeva più chiaro. Percorse le ciglia, gli zigomi, il collo, sentendo un calore indicibile crescerle dentro e spandersi in lei in ogni direzione.

Il vino era delizioso. L’appartamento brillava alto sopra la città.

La simmetria di quel viso al contrario, identico a quello che le rimandava lo specchio eppure diverso, impossibile, la lasciava stordita.

Non sta bene fissare gli estranei, disse l’altra.

Risero ancora, il ghiaccio era rotto.

Non avevano molto da dirsi. Ma sentire la voce, la sua stessa voce, e notarne ogni singola sfumatura, e scoprirla più viva, e più vera, di quanto avesse mai osato pensare, la faceva traboccare di gioia.

Chiese all’altra che lavoro facesse e come passasse il suo tempo libero. Dai, giochiamo, suggerì, mentre le faceva posto accanto a sé sul divano e riempiva nuovamente i bicchieri.

Sono stata indecisa per molto tempo… non sapevo che cosa volessi diventare. Sapevo di voler fare qualcosa di grande, di non voler essere una persona qualunque. Così ho cominciato con un mio canale, all’inizio minuscolo, sai, supplicavo gli amici di farmi pubblicità, e poco a poco sono diventata quello che sono. Ancora non riesco a crederci.

Futura annuiva come imbambolata.

Esatto, disse. È proprio così che mi sento anch’io. … benedetta.

Ma anche orgogliosa, no? In fondo chi ci ha aiutate? Nessuno.

Futura faceva segno di sì, ammaliata. Poi diceva qualche parola  perché la sua ospite continuasse a parlare. Si estasiava del modo in cui muoveva le mani, quel modo che le era costato tanto esercizio. Sarebbe rimasta a guardarla per ore. Ogni timore di non piacersi svanì sulle note di Christina Davis. Nessuno specchio, mai, l’aveva preparata a qualcosa del genere.

Parlarono a lungo, con le olive e il vino, poi una seconda bottiglia  e una lunghissima sigaretta che si passarono di bocca in bocca, sedute vicine sul divano immenso.

E non ti senti mai sola? volle chiederle a un certo punto.

No. Perché? rispose l’altra.

Ma era brilla, proprio come lei, e le si accostò sussurrando: E poi ci sei tu, qui con me. Non sarò mai più sola.

Detto questo, le morse un orecchio. Poi glielo prese tra le labbra tonde e morbide. Il suo fiato non sapeva di vino, ma di noci pestate e qualcosa di dolce. Futura ebbe un fremito. Chiuse gli occhi, girò il viso verso di lei, e come cadendo si abbandonò a sé stessa.

La pelle era calda, liscissima, il corpo un rifugio, e un mistero. Lo svestì lentamente, senza parlare, e per un istante si vide riflessa nello specchio grande. L’immagine di sé avvinghiata a sé stessa la lasciò frastornata. Il desiderio le toglieva il respiro.

L’altra la prese per una mano, senza smettere di baciarla, e la portò nella stanza da letto.

Emetteva spasimi lievi, ogni tanto, uguali a quelli che emetteva lei stessa. Le sfilava il tubino, le prendeva i seni con entrambe le mani e gemeva: Sei bellissima. O era lei a dirlo? O era lei?

L’altra con le labbra le percorse il torace, il crinale appuntito delle anche sporgenti, la polpa tenera, leggermente incavata, del ventre. Non aveva neanche bisogno di chiudere gli occhi. La più oscena delle sue fantasie era lì, su di lei, ansimante fra le sue ginocchia. Gli occhi cerulei rilucevano nella penombra. Poi si insinuò piano, come un’onda lenta, tra le sue cosce e più giù, più giù, fino in fondo. La stanza ondeggiava capovolta, fatta barca. Lei gocciolava come miele in molti punti del suo corpo. Intere zone sparivano per ore, per poi ricomparire, sussultare, spalancarsi. Aggrappata al lenzuolo, Futura inarcava la schiena al ritmo della lingua, e inarcata precipitava in basso, sempre più giù, più giù e più veloce, dimentica di sé, di lei, e di tutto il resto.

Quando alla fine venne, con un urlo, aprì gli occhi per vederla.

Sotto di lei, giaceva l’altra a bocca aperta. L’orgasmo ancora non del tutto estinto. I capelli sciolti sul cuscino. Una mezzaluna d’argento nell’incavo del collo. Gli occhi chiusi con il trucco sfatto, azzurro, che le colava sulle guance fino al mento.

 

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Una storia del Novecento. “La luce che pioveva” di Giuliana Zeppegno https://minimaetmoralia.it/libri/una-storia-del-novecento-la-luce-che-pioveva-di-giuliana-zeppegno/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-storia-del-novecento-la-luce-che-pioveva-di-giuliana-zeppegno/#respond Mon, 21 Feb 2022 09:42:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50030 “È un giorno dell’inverno di quest’anno, / un giorno, un giorno della nostra vita”. Sono i versi finali di una poesia di Mario Luzi a ispirare Giorgio Orelli nella scrittura di Un giorno della vita. Un’opera fondata su continui ingrandimenti su piccoli accadimenti, il trionfo del singolo giorno ritenuto custode e portatore di un’intera esistenza. […]

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“È un giorno dell’inverno di quest’anno, / un giorno, un giorno della nostra vita”. Sono i versi finali di una poesia di Mario Luzi a ispirare Giorgio Orelli nella scrittura di Un giorno della vita. Un’opera fondata su continui ingrandimenti su piccoli accadimenti, il trionfo del singolo giorno ritenuto custode e portatore di un’intera esistenza. Quel “surreale senza surrealismo”, come lo avrebbe definito Gianfranco Contini, riesce a condensare nello spazio di poche pagine la sperimentazione di drammi e euforie con una capacità rara di adottare un’aerea leggerezza paragonata da Pietro De Marchi ai quadri di Chagall.

Con La luce che pioveva, L’orma, Giulia Zeppegno mostra di annoverarsi tra le nuove voci contemporanee che intendono accogliere l’eredità letteraria orelliana con una scrittura che elogia l’ordinario, tra andirivieni temporali, sovrapposizioni oniriche sul tempo della narrazione e accenti lirici improvvisi che illuminano il dramma, si affacciano sull’inesorabile. Una prosa che si muove con l’intento di riaccordarsi agli innumerevoli passati che si dimenano nella mente inquieta di chi scrive: nasce dall’urgenza di trattare una storia vicina e in parte propria, rimaneggiandola per dimenticare, reinventare, mantenere ricordi che sono brandelli di una storia del Novecento profondamente privata e al contempo collettiva. Il discrimine fondamentale è la scelta di non voler dare forma a una biografia ma comporre il racconto della percezione di un vissuto, per questo inesorabilmente frammentario. Sono istantanee i ricordi scomposti di una madre messi insieme da chi continua incessantemente a rivolgersi a lei per strutturare un’opera in seconda persona nell’intento di riannodare i fili, insinuarsi tra i grovigli della vicenda personale di una donna nata negli anni Cinquanta per scorgerne la collocazione in relazione al periodo storico, ai cambiamenti sociali, alla personale visione di sé.

Il filtro sentimentale assegna una connotazione esclusiva a accadimenti ordinari. Così, la scena del ritardo nel ritorno a casa dal lavoro a causa della nebbia può trasformarsi nella nitida descrizione della drammatica consapevolezza della solitudine dell’essere madre e moglie, dell’impotenza di fronte a una malattia che annichilisce, della silenziosa accettazione che trasfigura le relazioni famigliari, motiva rinunce e annienta le illusioni. La prosa di Zeppegno assegna una forma fisica al male di vivere, agli stati d’animo e alle contraddizioni, con un tenero e lucido omaggio a una donna riluttante a parlare di sé, ironica, sagace e poco indulgente nei confronti di sé stessa, ma capace di andare ostinatamente in direzione contraria rispetto a quanto impartitole nell’infanzia. Un’educazione severa, inserita in un contesto rurale piemontese dominato dall’assioma lavoro-silenzio-legge, dall’impronta cattolica che prende la forma del vincolo e condiziona le dinamiche famigliari,  annega ogni libera manifestazione di espressione dietro la parvenza della rispettabilità e dell’onore da preservare che impediscono ogni manifestazione emotiva – “in casa non c’era tempo per lo stupore”. Con un padre vanitoso e austero – “Era gentile, dici, quando non era padrone più di niente” – una madre che scriveva il suo nome senza staccare mai la penna dal foglio e pareva non essere stata mai ragazza, e fratelli e sorelle con cui condividere un quotidiano mai commentato, la vita scorre e i cambiamenti sociali e politici paiono qualcosa di indistinto e lontano, estraneo. Percezioni che riemergono evocando una madre che “dei partigiani nelle campagne, delle fucilazioni e delle retate fasciste, non ricordava nulla o diceva di non ricordare, come se la Storia fosse passata su di lei senza sfiorarla. Ma se stai con la schiena curva e la testa bassa tutto il giorno, mi dici, è difficile rendersi conto di quel che accade intorno”.

Un contesto chiuso e moralista dominato dal giudizio, che legittima un parroco a negare la comunione alla ragazza sorpresa il giorno prima a scambiare effusioni in piazza, e che trova altre figure disposte a perseguire un perverso controllo sulla rettitudine: memorabili le pagine dedicate alla violenza e alla ferocia con cui una suora inveisce contro una bambina che aveva la colpa di indossare un vestito di velluto rosso che teneva scoperte le ginocchia.

Quando ripensavi a quelle cose, stringevi i pugni e dicevi a Dio, muovendo appena le labbra: Voglio essere buona, voglio essere buona. Dimmi come si fa. Dio rispondeva così a bassa voce che tu non riuscivi a sentirlo.

L’allestimento del contesto rurale tra il finire degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si lega a immagini che immortalano avvenimenti sublimi e funesti, percepiti come assoluti e dalle conseguenze non arginabili: la fatica del lavoro, l’idea di bellezza perseguita nella generale indigenza, il rapporto col piacere inteso come qualcosa di cui non si aveva diritto, da somministrare a piccole dosi come la cioccolata comprata dal padre o come i cicles segretamente masticati per viverne la meravigliosa esplosione in bocca senza farsi scoprire.

Una vita giusta era una vita in cui si stava sostanzialmente male: era il sudore, le zanzare negli occhi sotto il sole, i piedi con i geloni negli zoccoli d’inverno.

L’immersione nelle intermittenze emotive di una donna attraverso l’evocazione dei ricordi porta chi legge a concepire ogni pagina come dominata da interrogativi sul rapporto con la memoria, sulla distorsione generata dalla confessione, sull’ambiguità insita in una vecchia foto capace di immortalare un ricordo e al contempo generarlo. Si scorge, così, la poesia di una processione per la festa del patrono del paese tra petali di rose, dalie, begonie sparsi per terra, con gli uomini con le mani dietro la schiena e le donne col capo coperto e i fagotti di figli addosso, l’euforia per l’attesa dei balli, il senso di peccato per la partecipazione in segreto. Capitoli brevi che come passi incerti ricalcano le fugaci esuberanze per i primi innamoramenti, tra baci che sapevano di “buono e di vergogna”, l’ebbrezza della vita adulta, le sfide del matrimonio, la maternità come scoperta, e l’incubo di una presenza malevola e costante che incombe e esaspera i problemi, rende dramma un disagio oscuro.

Pagine che esplorano anzitutto la graduale affermazione di una donna capace anche di fronte ai grandi sacrifici di identificare nell’ironia un rifugio, un mezzo per non rendere inesorabile ogni incognita e preservare, così, la propria idea di libertà, prima sconosciuta poi gradualmente difesa e perseguita nel rivendicare il diritto a rigenerarsi in montagna o alla sola vista del bosco, e nel prendere atto dell’impossibilità di una reale salvezza dell’altro. Le descrizioni riservate all’osservazione dell’inabissamento inesorabile di un uomo nella sua malattia tracciano una lenta trasfigurazione nello smarrimento: “Come quando ci si sporge da un burrone con la paura folle di cadere, e quel che preme dentro in realtà è la tentazione di buttarsi di sotto”.

Attraverso pagine incandescenti su traumi infantili, visioni assolute sulla vita e la morte, percezione di generale incomprensione altrui, alienazione nel vivere i rapporti di sangue con figure verso cui si prova nostalgia solo parlandone al passato e tentativi vani di percepirsi adulti, prende forma un’opera retta su visioni sul reale. Il tempo si dilata e si restringe bruscamente, rivela in tale andamento sincopato una particolare forma espressiva retta sull’alternanza di registri e aperture poetiche inattese. Ancor prima che per il rilievo dei temi e delle storie esplorate tra le pieghe della Storia, la bellezza del romanzo è riconoscibile anzitutto nella sua architettura, nei toni evanescenti assegnati a vicende minime rese leggendarie, nelle immagini ordinarie che misurano la naturalezza e l’imprevedibilità del vivere, nella rivendicazione di una natura anarchica, lontana dalla biografia e dal romanzo d’invenzione. È il ritratto di una donna che non aveva mai avuto tempo per guardarsi vivere, e al contempo di un’epoca, reso attraverso un fitto inventario popolato da figure sospese, non del tutto corrose dal tempo, in attesa di essere osservate da chi legge e affollare il vuoto.

La prosa di Zeppegno rende gli oggetti e le scene di un quotidiano lontano nel passato portatori di significato. Che si tratti di presagi oscuri preludio al dramma o di segnali che indicano una rinascita nella libertà, ogni immagine aderisce solo in parte alla realtà, grazie al filtro agrodolce della memoria. Il valore de La luce che pioveva risiede nell’impalcatura narrativa, nella ricostruzione di una storia tra immersioni nel vissuto altrui e distacchi necessari all’osservazione. Quella frammentarietà resa nelle incursioni visionarie traccia la natura ingannevole del ricordo, a partire dalla narrazione dell’impossibilità di una reale riappropriazione di luoghi che ancor prima che spazio sono tempo.

Un racconto interiore che traccia assenze, esalta mancanze, concepite come fautrici del cambiamento attraverso il fallimento. La luce che pioveva è un esercizio del ritorno che rivela la necessità umana di riappacificarsi coi propri tormenti, con le paure di vivere e la percezione di inadeguatezza tra strappi d’ansia e moti interiori. Un’opera che, a partire da tensioni insolute, pause, e vuoti, scompagina schemi e misure formali tra percorsi liberi assegnati alla parola esatta, onesta. Le similitudini, le ripetizioni, le immagini che lambiscono il baratro, assegnano nuove sfumature a un paesaggio contadino, scorgono nel ricorso naturale una necessità di confronto con gli elementi. L’attenzione estrema per la raffigurazione emotiva trova una forma nella dimensione linguistica nutrita di incursioni dialettali che trattengono il ricordo, lo cristallizzano assegnandogli un valore supremo e annullano ogni confine tra incubo e veglia, tra storia e vicenda personale, per indicare una via possibile per scorgere ancora la meraviglia.

Che vertigine sentire che portiamo dentro, in qualche modo misterioso, sentimenti altrui, luoghi mai visti, lingue dimenticate. Che vertigine, e allo stesso tempo che consolazione sapere di far parte di questa lunga storia.

 

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