Immagine: Scala Lavazza di Cino Zucchi, fotografata da Davide Barbieri

di Giuliana Zeppegno

Schiuse le labbra e vi stese il colore fino ai bordi, con un pennellino. Poi le serrò una sull’altra perché il celeste si distribuisse, come baciando la sua stessa bocca. Sorrise, compiaciuta del risultato. Ritoccò un dettaglio tra la palpebra e il sopracciglio, posizionò un ciuffo sull’occhio sinistro, sorrise di nuovo e fu pronta.

Sul tavolo, lo schermo del cellulare palpitava debolmente. Le notifiche esplodevano come minuscole stelle filanti per poi risprofondare nel buio. A un certo punto tutto fu invaso dal volto di lui. Lei sbuffò. Cancellò il volto con un polpastrello e la chiamata si estinse in un metallico dooong.

Cinque minuti a disposizione. Sette al massimo. La luce già accesa nel riflettore che aveva piazzato di fronte a sé. I tre flaconi allineati sul tavolo nell’ordine in cui avrebbe dovuto parlarne. Prese fiato. Un enorme ciaaaao dalla vostra Futura! Vi sono mancata almeno un po’? Voi a me sì, tanto. Profluvio di cuori.

Mentre svelava alle fan i dettagli del suo ultimo fine settimana e sorrideva in quel modo spontaneo che sapeva essere irresistibile, teneva d’occhio il suo viso nel monitor. La pelle liscissima, senza alcun filtro, come assicurava la scritta in basso. Il neo sul mento a darle quell’aria un po’ birichina.

Sembri disegnata, le aveva detto un giorno Ivan. Ed era vero. Ma ogni atomo del suo corpo si dibatteva, incessantemente, perché dal disegno affiorasse un senso. Futura. La bellezza è solo un aspetto della personalità. Guardatemi, è me che vedete. Il naso affilato, leggermente adunco. Gli occhi cerulei puntati sul vuoto a fissare occhi estranei, a migliaia, che le rimandavano lo stesso bagliore. Futura, che nome azzeccato. Che bella idea aveva avuto. Un nome eterno, che non sarebbe invecchiato mai.

La diretta era stata impeccabile, senza una sbavatura. La riguardò immediatamente. Quando il video finì, lo rimise da capo e lo guardò ancora. Il languore che sentiva da quella mattina la faceva splendere in video di una luce segreta. O era solo una sua impressione? Non era per Ivan, quel turbamento. Ivan che la chiamava dalla sera prima e non si sarebbe arreso fino a ottenere una spiegazione. Era irrequieta per il suo appuntamento.

Non vedeva l’ora che fosse già sera, e allo stesso tempo era tentata di rinunciare. Ma perché vergognarsi, in fondo? E di fronte a chi? rifletteva sfogliando riviste, rispondendo a messaggi, svolgendo meccanicamente i gesti di sempre. L’eccitazione l’accompagnò sottopelle, estenuante, per tutto il resto del pomeriggio.

Non era la prima volta che lo faceva. Dopo le prime resistenze, anni addietro, anche lei aveva voluto provare, come tanti. Poi aveva ceduto a un capriccio che era presto diventato abitudine. La prova era stata con un ingegnere aerospaziale. Ancora più biondo di lei, e dagli occhi più freddi. Col tempo però aveva optato per corpi esotici, e personalità più spiazzanti. Si era incontrata, per qualche mese, con una nuotatrice di origini slave. Parlava alla perfezione la sua lingua, ricordava, ma con un accento da far impazzire, nell’esatta quantità stabilita. Poi c’era stato il ragazzo nero, Hadi, o Hafiz, statuario, impacciato, il cui romanticismo però aveva presto finito per innervosirla. Quanti ne aveva avuti? Quante? Si ricordavano di lei? Esistevano ancora, da qualche parte?

All’inizio era stato un po’ deludente. Senza l’odore della bocca, del respiro, il suo desiderio non si risvegliava. Il problema del calore era stato risolto, ma gli odori non convincevano, così definiti, senza gradazioni. Per questo in mezzo c’era stato Ivan. Un corpo sudato nella bolgia del Trinity, drogato fino al midollo, alle sei del mattino. Ballava come un pazzo, con gli occhi chiusi, sul punto di cadere a ogni movimento. All’inizio non l’aveva neanche messa a fuoco, e le era quasi rovinato addosso. Ma la mattina dopo. Ah, la mattina dopo. Futura chiuse gli occhi e deglutì.

La mattina addormentato tra le sue lenzuola bianche, al sole. Il sorriso intravisto tra i capelli, l’abbandono della schiena. Nei giorni successivi si era sentita al centro vuoto di un incendio. Con la pelle sempre accesa, e sempre allerta. Ivan sterminato come un continente. Un mondo sconosciuto in cui penetrare cauti, armati fino ai denti. Ivan furibondo. In lacrime. In silenzio. I silenzi disarmonici a occhi bassi. Le frasi mozze, indecifrabili. Tutti i tentennamenti.

Mesi dopo, non ne poteva più. Non ne poteva più e ci ricascava sempre. Fra alti e bassi, propositi traditi, ogni incontro una contraddizione nuova. Ma adesso basta, si era detta. Avrebbe estirpato da sé stessa anche il ricordo della sua pelle. L’eco della voce che all’inizio credeva di sentire pure in sogno. Poteva benissimo star senza. Aveva le sue amiche, i suoi amici, i familiari all’altro capo del telefono, e soprattutto aveva sé stessa. Futura era il nome che si era scelta. Futura ma già libera, e sempre più padrona. Quanto tempo le ci era voluto per rendersene conto? Era lei l’opera d’arte. L’unica e sola. Il punto in cui il cerchio del piacere aveva inizio e si chiudeva, all’infinito.

L’aveva già fatto decine di altre volte, non c’era alcuna ragione per sentirsi inquieta. Era un incontro come tutti gli altri, salvo quel piccolo particolare. Un semplice dettaglio, sussurrò, e represse un risolino, come se qualcuno fosse stato lì a guardarla. La stanza intanto era rimasta in ombra: il giorno affondava dietro ai grattacieli, spegnendosi lontano, poco a poco. Accese la luce e pensò che da fuori, adesso, doveva apparire nitida, dietro la vetrata, come in una grande casa delle bambole. In fondo si prova tutto, no? E perché non questo, allora? Scuoteva la testa senza rendersene conto dirigendosi verso la vasca, già piena d’acqua bollente fino all’orlo.

Si fece bella, più bella di sempre.

Lasciò i capelli sciolti sulle spalle, a onde ampie. Il rossetto le sembrò volgare e se lo tolse meticolosamente. Ripassò il trucco del volto accentuando l’ombretto azzurro e si spruzzò il profumo costoso che le aveva regalato lui. Il tubino nero la fasciava stretta, spingendole in alto i seni piccoli e duri, tra i quali si insinuava la mezzaluna d’argento, ricordo di Istanbul. Il rumore dei tacchi alti dava al momento il tocco di irrealtà di cui c’era bisogno.

Andò in cucina, stappò la bottiglia di vino rosso e se ne versò un bicchiere. Lo bevve tutto d’un fiato. Poi respirò due volte, e se ne versò un altro. Lo bevve in terrazza, fissando le luci delle macchine diciotto piani più in basso, senza vederle. Si accese una sigaretta. Bevve un terzo bicchiere, rabbrividendo. Infine tornò in casa, poggiò il bicchiere, e con il cuore che le esplodeva si avviò verso lo stanzino.

La scatola oblunga ricordava una bara. Sollevò il coperchio con delicatezza e cercò il bottone senza scostare la carta velina. Poi si ritrasse, richiuse la porta senza far rumore e andò a sedersi sul divano, dando le spalle allo sgabuzzino.

Rimase contratta, con le gambe accavallate in una specie di spasmo, per qualche minuto. Respirò contando i secondi, finché percepì la presenza dietro di lei. Quando si voltò, lo stupore le illuminò il viso.

Ciao, benvenuta.

Era perfetta.

Quella sorrise, a suo agio, magnifica. E sorridendo le si avvicinò.

Ti va qualcosa da bere? disse Futura. Devi scusarmi ma ho già aperto il vino. Ero così agitata…

Perché agitata? Non ne hai motivo.

La voce dell’altra suonava serena. Eppure a Futura sembrò di avvertirvi un leggero tremore, identico a quello che alterava la sua.

Versò due bicchieri di vino, e con un gesto fece partire Crying Puppet, la sua canzone preferita.

Ti piace questa?

Certo.

Luccichio ironico negli occhi chiari.

Sedettero l’una di fronte all’altra.

Adesso che il vino faceva il suo corso e la musica scioglieva i muscoli, Futura poteva guardarla.

Sei perfetta, disse.

La perfezione non esiste, è solo un aspetto della personalità.

La vide sorridere imbarazzata dalla sua stessa solennità, e trovò il suo sorriso irresistibile.

Scusa… ho iniziato proprio malissimo, disse l’altra. La verità è che sono un po’ agitata anch’io.

Allora lei disse, sforzandosi di guardarla negli occhi: È normale, immagino. È molto strano trovarsi qui, senza neanche esserci presentate.

Risero complici.

La giovane donna di fronte a lei indossava jeans chiari, sgualciti, aderenti sui fianchi, e una camicia bianca che lasciava trasparire i capezzoli. A Futura era venuto da cercarglieli subito, mentre parlavano, e si era sentita infiammare il volto per la vergogna. Portava i capelli raccolti in una coda alta, e ciuffi spiovevano sopra il suo volto. Non aveva trucco, né altri adorni, eccetto due grossi orecchini d’argento a forma di cerchio che scintillavano a ogni movimento. Era esattamente come l’aveva voluta. Pulita, cristallina.

Scrutò il naso adunco, affilato. Il neo sul mento che credeva più chiaro. Percorse le ciglia, gli zigomi, il collo, sentendo un calore indicibile crescerle dentro e spandersi in lei in ogni direzione.

Il vino era delizioso. L’appartamento brillava alto sopra la città.

La simmetria di quel viso al contrario, identico a quello che le rimandava lo specchio eppure diverso, impossibile, la lasciava stordita.

Non sta bene fissare gli estranei, disse l’altra.

Risero ancora, il ghiaccio era rotto.

Non avevano molto da dirsi. Ma sentire la voce, la sua stessa voce, e notarne ogni singola sfumatura, e scoprirla più viva, e più vera, di quanto avesse mai osato pensare, la faceva traboccare di gioia.

Chiese all’altra che lavoro facesse e come passasse il suo tempo libero. Dai, giochiamo, suggerì, mentre le faceva posto accanto a sé sul divano e riempiva nuovamente i bicchieri.

Sono stata indecisa per molto tempo… non sapevo che cosa volessi diventare. Sapevo di voler fare qualcosa di grande, di non voler essere una persona qualunque. Così ho cominciato con un mio canale, all’inizio minuscolo, sai, supplicavo gli amici di farmi pubblicità, e poco a poco sono diventata quello che sono. Ancora non riesco a crederci.

Futura annuiva come imbambolata.

Esatto, disse. È proprio così che mi sento anch’io. … benedetta.

Ma anche orgogliosa, no? In fondo chi ci ha aiutate? Nessuno.

Futura faceva segno di sì, ammaliata. Poi diceva qualche parola  perché la sua ospite continuasse a parlare. Si estasiava del modo in cui muoveva le mani, quel modo che le era costato tanto esercizio. Sarebbe rimasta a guardarla per ore. Ogni timore di non piacersi svanì sulle note di Christina Davis. Nessuno specchio, mai, l’aveva preparata a qualcosa del genere.

Parlarono a lungo, con le olive e il vino, poi una seconda bottiglia  e una lunghissima sigaretta che si passarono di bocca in bocca, sedute vicine sul divano immenso.

E non ti senti mai sola? volle chiederle a un certo punto.

No. Perché? rispose l’altra.

Ma era brilla, proprio come lei, e le si accostò sussurrando: E poi ci sei tu, qui con me. Non sarò mai più sola.

Detto questo, le morse un orecchio. Poi glielo prese tra le labbra tonde e morbide. Il suo fiato non sapeva di vino, ma di noci pestate e qualcosa di dolce. Futura ebbe un fremito. Chiuse gli occhi, girò il viso verso di lei, e come cadendo si abbandonò a sé stessa.

La pelle era calda, liscissima, il corpo un rifugio, e un mistero. Lo svestì lentamente, senza parlare, e per un istante si vide riflessa nello specchio grande. L’immagine di sé avvinghiata a sé stessa la lasciò frastornata. Il desiderio le toglieva il respiro.

L’altra la prese per una mano, senza smettere di baciarla, e la portò nella stanza da letto.

Emetteva spasimi lievi, ogni tanto, uguali a quelli che emetteva lei stessa. Le sfilava il tubino, le prendeva i seni con entrambe le mani e gemeva: Sei bellissima. O era lei a dirlo? O era lei?

L’altra con le labbra le percorse il torace, il crinale appuntito delle anche sporgenti, la polpa tenera, leggermente incavata, del ventre. Non aveva neanche bisogno di chiudere gli occhi. La più oscena delle sue fantasie era lì, su di lei, ansimante fra le sue ginocchia. Gli occhi cerulei rilucevano nella penombra. Poi si insinuò piano, come un’onda lenta, tra le sue cosce e più giù, più giù, fino in fondo. La stanza ondeggiava capovolta, fatta barca. Lei gocciolava come miele in molti punti del suo corpo. Intere zone sparivano per ore, per poi ricomparire, sussultare, spalancarsi. Aggrappata al lenzuolo, Futura inarcava la schiena al ritmo della lingua, e inarcata precipitava in basso, sempre più giù, più giù e più veloce, dimentica di sé, di lei, e di tutto il resto.

Quando alla fine venne, con un urlo, aprì gli occhi per vederla.

Sotto di lei, giaceva l’altra a bocca aperta. L’orgasmo ancora non del tutto estinto. I capelli sciolti sul cuscino. Una mezzaluna d’argento nell’incavo del collo. Gli occhi chiusi con il trucco sfatto, azzurro, che le colava sulle guance fino al mento.

 

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