Giuseppe A. Samonà Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-a-samona/ un blog di approfondimento culturale Mon, 25 May 2026 08:52:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuseppe A. Samonà Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-a-samona/ 32 32 Come e perché continuare l’“Elogio della vita ordinaria” di Filippo La Porta https://minimaetmoralia.it/libri/come-e-perche-continuare-lelogio-della-vita-ordinaria-di-filippo-la-porta/ https://minimaetmoralia.it/libri/come-e-perche-continuare-lelogio-della-vita-ordinaria-di-filippo-la-porta/#respond Mon, 25 May 2026 08:52:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57501 di Giuseppe A. Samonà Ci sono libri che giudichiamo importanti, e libri che giudichiamo importanti per noi, per il momento in cui arrivano, per come ci permettono di riflettere sul nostro itinerario individuale, nel contempo privato e parte di un itinerario collettivo. Spesso – ma non sempre – le due importanze coincidono, comunque quando la […]

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di Giuseppe A. Samonà

Ci sono libri che giudichiamo importanti, e libri che giudichiamo importanti per noi, per il momento in cui arrivano, per come ci permettono di riflettere sul nostro itinerario individuale, nel contempo privato e parte di un itinerario collettivo. Spesso – ma non sempre – le due importanze coincidono, comunque quando la seconda si verifica insorge un’urgenza, è come se il libro ci assomigliasse, rispondesse a un bisogno nascosto, a volte persino ci sembra che avremmo potuto scriverlo noi, magari attraverso un itinerario diverso, e insomma, dobbiamo almeno parlarne. Non per farne una recensione in senso stretto, ma come per prolungarlo a modo nostro.

È quel che mi è successo con questo Elogio della vita ordinaria di Filippo La Porta (Il Saggiatore, 2025, 207 p.), il quale, come recita la quarta di copertina, “è un elogio di chi resta, serenamente, ai margini”…: l’uomo comune, l’uomo della strada, come l’emblematico vagabondo di Chaplin, dotato di un suo radicale senso della giustizia, da non confondere con l’uomo medio, l’uomo massa-gregario, alla Eichmann, che obbedisce acriticamente agli ordini, facendosi veicolo delle peggiori nefandezze che la storia abbia prodotto – e nella stessa prospettiva, direi, si iscrive l’opportuna distinzione fra buon senso e senso comune, quest’ultimo intendibile anche come “dissenso comune”, perché capace di cogliere l’evidenza della realtà attraverso la cortina di fake news e stereotipi che l’avvolgono, quelli di cui appunto si pasce invece il buon senso. O meglio, è un elogio di chi resta serenamente ai margini inquadrato nella prospettiva di chi inquietamente è, aspira ad essere, in gradazioni e con modi diversi, al centro dell’attenzione: l’autore del libro – che per altro ha ben presente questa contraddizione – come chiunque in generale scriva, anch’io che sto scrivendo queste righe.

Non è un caso: gli intellettuali, gli scrittori, guardano alla marginalità con una sorta di nostalgia, con un senso di familiarità, perché, nonostante la loro tormentata ambizione – più o meno grande, più o meno soddisfatta o disattesa, o “curata” – il décalage, più o meno grande, più o meno sofferto, è un tratto distintivo del loro modo di vivere nel loro tempo. In altri termini, se è vero che può sembrare contraddittorio che a riflettere sul senso di una vita anonima, ritirata, a volte persino afasica, sia proprio chi, a colpi di parole, non di rado in modo futilmente frenetico, aspira a una certa notorietà, è anche vero che chi scrive, in maggior o minore misura, ha sempre una qualche esperienza della marginalità: non quella luminosa di cui il libro fa l’elogio, ma un’altra, più sofferta, eppure spesso, nell’itinerario della propria vita, sentita come irrinunciabile, e persino, segretamente, appagante. Ecco allora che il libro, al di là di come ufficialmente si presenta – per dirla con una formula: il riscatto della non-cultura da parte della cultura – può apparire anche come uno strumento di trasformazione e riappropriazione di un modo più armonioso di coabitare con se stessi, o se vogliamo – soprattutto a uso degli scrittori – come un antidoto per la propria frenesia di vivere, di emergere. Lo confesso, e lo dico in senso positivo (l’antidoto, appunto), anche se con prudenza (vedi qui sotto, a proposito del “messaggio”…), qua e là mi è sembrato di leggere questo libro come una versione post-moderna del mito rousseauiano del buon selvaggio.

In realtà però questi margini, e la vita che vi si svolge, non appartengono a un gruppo omogeneo, a un un tipo unico, e il libro di La Porta ne annusa, ne sonda diversi aspetti, diverse figure, le quali possiedono diversi gradi di consapevolezza e generosità, dall’anonimo umano che semplicemente “coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire”, ai santi laici che salvando una vita – o più vite – “salvano l’umanità intera”, come insegna il Talmud: e noteremo al passaggio che non a caso nel libro attraversiamo più volte l’universo ebraico, formicolante di attività e studi sotterranei, fini a se stessi, i quali, in questa loro luminosa, antieroica gratuità del gesto, costituiscono un possibile antidoto alle tenebre che rischiano di inghiottire il mondo. Così, a tratti mi è sembrato di leggere più che un libro un contenitore di tanti possibili libri, quasi un’enciclopedia, molte delle cui voci o itinerari potrebbero tranquillamente sbocciare in un libro a se stante.

Tuttavia, ed è quel che è interessante e insieme prezioso in questa prospettiva (e forse dovrei aggiungere: per me…), è che a ben guardare un siffatto eterogeneo elogio della vita ordinaria – già di per sé come si è visto proficuamente contraddittorio, o se vogliamo sfalsato – finisce per diventare doppiamente sfalsato perché essenzialmente sceglie per lo più di muoversi non nella vita vera, ma nella finzione letteraria. Gli esempi attorno ai quali si costruisce la riflessione, a parte alcuni casi isolati – magari pescati dentro la biografia dell’autore, come il suocero, il cui felice ritratto chiude praticamente il libro – non provengono da un’anonima umanità, bensì da alcuni ben noti scrittori, o più esattamente, appunto, da alcune delle loro creature.

Sotto la lente del riflettore, infatti, non ci sono certo Gončarov, o ancora Jane Austen, Joyce, Pontiggia e i molti altri scrittori e scrittrici che il libro chiama in causa, ognuno di essi a suo modo straordinario, ma le loro ordinarie creature dell’immaginazione (in realtà anch’esse straordinarie, indimenticabili, nel loro individuante antieroismo): Oblomov, Lady Bertram, Leopold Bloom etc. – mentre, portati dalle parole di alcuni poeti (Orazio, Wordsworth etc.) ci muta intorno la sostanza delle cose, un dettaglio insignificante potendoci rivelare il senso dell’universo, della vita.Insomma, la maggior parte dei personaggi che popolano questo libro – non tutti, in verità, e le rare eccezioni sono notevoli – escono fuori dal mondo della letteratura, non dal nostro, anche se il loro messaggio è talmente forte da confondere i due mondi, tanto che sempre di più, mentre avanziamo nel libro, ci è difficile distinguere quale dei due sia il vero, quale il fittizio.

Dicevo all’inizio dei libri “importanti” per noi. Potrei riformulare questa riflessione in un modo più impertinente, personale: uno dei modi per verificare, quasi come un termometro, la validità o meno di un libro, la sua forza (per noi, appunto), non è tanto per quello che racconta, ma per come quello che racconta ci dà l’idea che è un racconto che anche noi abbiamo fatto, avremmo potuto fare, in quel modo, con quei personaggi, o magari con altri – perché comunque ci aspettiamo di incontrarli e anche se non li incontriamo è come se ci fossero, visto che esistono nel nostro libro virtuale. Ecco: leggendo la quarta di copertina (chi non comincia da lì?) ho pensato subito a due scrittori, intorno ai quali vedevo ruotare il libro.

Il secondo l’ho incontrato, anche se non subito (il che mi ha stupito). È il talmudico Borges della poesia Los justos, i giusti, una serie di fulminanti quadri sapienziali di persone ordinarie, anonime (la prima è giustamente il giardiniere volteriano…), che non si sono dati la missione di salvare il mondo e che anch’essi tuttavia, proprio per questo, inconsapevolmente lo stanno salvando. O forse dovrei dire semplicemente: Borges tout court, nel senso che questa poesia rappresenta un distillato dell’intera sapienza artistica dello scrittore argentino, che affiora qua e là come artista-pensatore chiave del libro più di quanto non sia esplicitamente citato.

Il primo invece, il che mi ha stupito ancora di più (l’ho aspettato sino all’ultima pagina), non c’è, eppure il libro sembra girargli intorno: si tratta del meno conosciuto, ma nondimeno grande, autore franco-egiziano Albert Cossery. Da un lato infatti tutti i suoi personaggi, seguendo uno dei fili principali della narrazione di La Porta, non fanno altro che smontare il successo, la competizione, la stessa attività, rivelandone il carattere illusorio, nocivo; dall’altro, soprattutto, è lo stesso scrittore, con la sua propria vita, a esemplificare la superiorità morale del non-fare. Basta considerare, in tal senso, la sua breve notizia biografica, che ha il sapore di un aforisma zen: nasce al Cairo nel 1913; nel 1945 si trasferisce a Parigi, stabilendosi dopo un breve giorovagare all’Hotel La Louisiane, che abita ininterrottamente sino alla sua morte, nel 2008; tutti i suoi romanzi e racconti sono ambientati in Egitto, tutti sono scritti in francese.

Considerati uno dietro l’altro, Borges e Cossery, stanno a significare che la contraddizione di cui dicevo prima e sulla quale con trasparente consapevolezza si sofferma La Porta – elogiare la sobrietà, l’anonimato, mostrandosi; o anche, valorizzare il non-agire agendo, sia pur attraverso la parola – non è assoluta, ma può trovare dei compromessi fecondi. Borges in questo senso è il campione della sobrietà al potere – quasi nessuno è capace ricordare, negli ultimi cinquant’anni, dieci o venti nomi di vincitori del Nobel: tutti ricorderanno che l’appartato scrittore argentino, per molti anni dato come vincente, non lo vinse mai. Quanto a Cossery, che ha passato la maggior parte del suo tempo attivo a bighellonare nei caffè del quartiere Saint-Germain, c’è precisamente un’unica “attività” che si è concesso, a cui anzi, pur non “attivandosi”, si è consacrato: la scrittura…. In quasi settant’anni di attività letteraria, ha scritto una raccolta di racconti e sette romanzi, uno ogni dieci anni: il ritmo è indolente dunque, ma è ritmo – implacabile, regolare, necessario, come il respiro. È come se avesse voluto mantenere un equilibrio tra fare e non fare, in modo da lavorare non lavorando.

D’altronde lo ha affermato esplicitamente ogni volta che ha avuto occasione di esprimersi in tal senso: la scrittura non deve esistere a detrimento della vita, ma esserne parte. In altri termini, il grande scrittore dei fannulloni era lui stesso un fannullone! Ed ecco che dietro il dandy appare il monaco, l’asceta, o se vogliamo il filosofo, nel senso caro a Pierre Hadot. Non solo infatti non c’è frattura, in Cossery, fra vita, scrittura e oggetto di questa scrittura, ma soprattutto la chiave di questa armoniosa continuità sembra una riformulazione moderna dell’antica ostilità dei Greci per la banausia, il lavoro, nel senso del lavoro manuale, o più in generale il mestiere, a cui si oppone la libertà di pensare il mondo. In questa prospettiva, lo scrivere scandisce, alimenta, l’offrirsi di una vita libera dalla schiavitù del lavoro (quello manuale, certo, ma anche ogni attività salariata, o che abbia come fine il profitto), e in quanto gratuita attività dello spirito obbedisce alle leggi dell’ozio più che a quelle del lavoro, e anzi non può propriamente essere considerato tale: non far nulla è un lavoro interiore. L’opera scritta pertanto non è più in contraddizione con il non-fare, ma ne chiude il cerchio, diventando il luogo dello spirito che spiega la vita libera, e di più: lo strumento che ne permette la piena realizzazione – lo si può dire con una frase, ricorrendo alla sua risposta oramai mitica a chi gli chiedeva perché scrivesse: perché qualcuno che mi ha appena letto decida di non andare a lavorare l’indomani.

Insomma, a mo’ di esempio di quei “prolungamenti”di cui dicevo all’inizio, le righe che ho appena scritto potrebbero tranquillamente collocarsi nel libro di La Porta, e Cossery accanto a scrittori e pensatori diversamente apologizzantidell’ozio o della marginalità come Stevenson, Melville, Gončarov, Pansaers, Thoreau, Lafargue, Malevič, Russell, Hadot, che giustamente vi compaiono tutti. (Tutti? O forse di nuovo solo alcuni di questi? Ecco, sto di nuovo confondendo il libro che ha scritto La Porta e quello che avrei potuto scrivere, o continuare, io…) Anzi, ancora di più, perché nel caso di Cossery sono in gioco non solo dei personaggi della finzione letteraria, ma anche la vita di colui che li ha creati. E più ancora, perché a differenza di molti degli autori citati, non vuole redigere nessun manifesto, suggerire nessun messaggio.

Al margine di questo, una breve divagazione, che forse non lo è. Alcuni scrittori, penso appunto a Cossery, e poi a Sábato, Lampedusa, Brontë (dico per associazione i primi che mi vengono in mente, quelli che più amo), distillano puliscono e ripuliscono poche pagine nel corso di una vita (Emily Brönte, in particolare, ha scritto un solo straordinario romanzo); altri, penso a Balzac, Dumas, Dickens (… di nuovo, quelli che amo di più), inondano il mondo di parole scritte, ne producono molte, con facilità, ogni giorno: gli uni non sono meglio degli altri, anche se i primi, pur adorando io i secondi, me li sento più vicini, forse per somiglianza “quantitativa”, per lentezza. Ecco, fra questi scrittori lenti, oziosi, e i personaggi che popolano l’Elogio di La Porta, c’è un legame necessario? Forse sì, nel senso del compromesso, dell’equilibro tra fare e non-fare.

Quindi, sempre con Cossery, e con il suo rifiuto di farsi modello, di formulare un messaggio, possiamo fare una seconda osservazione, che ci conduce rapidamente a quello che, nella mia lettura, è il cuore pulsante del libro. Ogni attività, e in particolare ogni attivismo, che dell’attività è, diciamo, la manifestazione più politica, engagée,implica sempre dei rischi, rischi fatali quasi sempre, dal punto di vista della letteratura, quando si pone al centro dell’opera appunto il  “messaggio”, il quale sempre rimanda a un “tipo umano” del quale, per riprendere una folgorante formula di Primo Levi citata da La Porta, è bene diffidare: “il profeta, il vate, il veggente”… Il messaggio, in questa prospettiva, vuole educare, guidare il pubblico, essenzialmente confermandolo nelle proprie convinzioni, rassicurarlo, magari offrendogli una soluzione facile ai molti complessi problemi suoi o del mondo, invece di confonderlo, di urticarlo (come avrebbe detto Tabucchi), che è una delle funzioni dell’arte. Perché la letteratura, come l’arte in generale (e mi verrebbe da aggiungere, la scienza, la conoscenza), ci aiuta a moltiplicare i dubbi, non le certezze, ci rende più fragili, e quindi (nel migliore senso del termine) più umani. Ecco dunque che questa distanza critica, anzi, da scrittore che dialoga con altre scritture, fa sì che questo Elogio si sottragga al rischio di diventare esso stesso un manifesto, una sorta di messaggio del non-messaggio, un manuale di buona vita, sia pur in modo raffinato inevitabilmente un po’ new age. E invece appunto no: proprio perché, nell’itinerario di La Porta, è sempre alta l’allerta contro la pericolosa retorica del messaggio.  

Da qui, di nuovo per me (ma aggiungerei: per tutti quelli che hanno imparato a guardare il mondo negli eroici anni Sessanta e Settanta), nasce e si sviluppa la riflessione più nascosta, più urgente, forse uno dei libri a parte intera di cui dicevo, ancora da scrivere – in ogni caso un filo sotterraneo presente in quasi ogni pagina di questo Elogio. Forse addirittura uno dei suoi moventi, anche se mai esplicitamente affermato. In due parole: l’attività, l’attivismo, il messaggio, rimandano alla luminosa utopia del cambiare questa sporca società che appunto ci ha formato nella nostra giovinezza. Niente di più bello, si dirà, di quegli anni eroici in cui ci si faceva carico di tutte le ingiustizie del mondo. Eppure, in quell’entusiasmo rivoluzionario, si annidava la perniciosa idea – sembra insinuare La Porta – dell’educare l’umanità, del forgiare un uomo nuovo, migliore di quello attuale, portatori com’eravamo di una superiore moralità.

Ma questo desiderio di costringere gli altri, che si tratti del vicino, del proprio compagno o compagna, dell’amico, a cambiare piuttosto che “lasciarli vivere” non è, come dice Oz, alla radice del fanatismo? Negli anni abbiamo imparato a nostre spese che il far coincidere la politica e la ricerca della felicità, dell’assoluto, è stato uno splendido, ma anche funesto, errore della nostra giovinezza. La politica deve servire alla costruzione di condizioni societali meno ingiuste, la giustizia assoluta, la felicità, non le competono, e anzi, metterle al centro del suo programma, la storia ce lo dimostra, diventa inevitabilmente pericoloso, e sostanzialmente ingiusto, se non terrificante. Eppure limitarsi a dire, come in un certo senso è giusto, che l’altro da sé, e noi stessi con lui, va innanzitutto accettato per come è, rischia anche, da sempre, di trasformarsi nel ritornello della peggiore destra, quella che vorrebbe che ci accomodassimo della realtà, cioè oggi delle forme più disumane del capitalismo, perché in fondo sarebbe il migliore dei mondi possibili.

Insomma, c’è un nuovo equilibro da costruire –suggerisce la parte più occulta del libro di La Porta, o quella che mi parla di più, che vorrei appunto continuare io – nella costruzione di una sinistra libertaria, tra il rifiuto del fanatismo, con tutto quel che comporta, e la necessità consustanziale di lottare contro tutte le forme di ingiustizia, ma in modo amoroso, accogliente, curioso, e soprattutto consapevolmente disposto ad accettare come una ricchezza la complessa, contraddittoria imperfezione attraverso la quale l’umanità, appunto, si rivela umana. E se dovessi, di nuovo, cominciare a riflettere con gli scrittori, aprirei la lista con Albert Camus.   

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Prati e dintorni. Come ho attraversato la scrittura di Andrea Inglese https://minimaetmoralia.it/libri/prati-e-dintorni-come-ho-attraversato-la-scrittura-di-andrea-inglese/ https://minimaetmoralia.it/libri/prati-e-dintorni-come-ho-attraversato-la-scrittura-di-andrea-inglese/#respond Tue, 03 Feb 2026 08:36:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56841 di Giuseppe A. Samonà Un anno fa, viaggiando con un amico archeologo attraverso la Dordogne, mi sono profondamente commosso di fronte ad alcuni cavallini scolpiti in bassorilievo nella grotta di Combarelles, almeno venti volte più antichi delle prime sculture greche che conosciamo, e poi ammirando, in altre grotte attraverso l’inesauribile Francia meridionale, altre sculture e […]

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di Giuseppe A. Samonà

Un anno fa, viaggiando con un amico archeologo attraverso la Dordogne, mi sono profondamente commosso di fronte ad alcuni cavallini scolpiti in bassorilievo nella grotta di Combarelles, almeno venti volte più antichi delle prime sculture greche che conosciamo, e poi ammirando, in altre grotte attraverso l’inesauribile Francia meridionale, altre sculture e dipinti ancora più antichi, due-tre-quattrocento secoli prima… cifre da capogiro, per un periodo quattro cinque volte più lungo della storia che ci appartiene, e da quella separato da un altro impressionante numero di secoli. E sempre, uscendo da quegli anfratti nascosti, mi chiedevo: ma al di là delle sculture, delle pitture, come e cosa raccontavano quelle donne e quegli uomini, quegli artisti, a noi lontani e vicini? Perché quella preistorica “umanità delle caverne”, che uno stereotipo ormai superato ma sempre resistente ci ha per lungo tempo presentato come rozza e brutale, si rivela attraverso i suoi artisti di un insondabile livello di raffinatezza, e verosimilmente dotata di un’organizzazione sociale più armoniosa e stabile, più longeva di quelle apparse nella nostra “storia”, e i cui meccanismi probabilmente ci resteranno per sempre ignoti.

E poi anche ho pensato, di fronte a quelle straordinarie opere d’arte, non meno emozionanti di un Raffaello o un Picasso, che forse il racconto attraverso l’immagine è nato prima del racconto in parole, che pure fonda il nostro essere umani, o anche, sono nati insieme, ma è l’immagine che ha dettato regole e situazioni: come se chi mettesse in fila parole gratuitamente, non per la concreta necessità quotidiana, ma per quella impalpabile del raccontare, avesse come primo punto di riferimento e codice tale o tale scultura, o dipinto. (Questa, lo ammetto, è una mia pura fantasia, anche filtrata attraverso l’esperienza che ho con la scrittura: perché da sempre mi sembra che io abbia cominciato a scrivere per non sapere, o saperlo fare in modo non abbastanza soddisfacente, disegnare, dipingere.)   

Ecco, quel viaggio, con le immagini e la doppia riflessione che ho appena evocato, mi è tornato in mente ed ha accompagnato la mia lettura del breve ma denso Prati. Extended Version (Tic, Roma, 2025) di Andrea Inglese.  Non nel senso di un’elaborazione teorica, ma di un qualcosa di molto immediato, materiale, come un parassita che si fosse insediato in un angolo del mio cervello. Leggevo un “prato” e mi si affacciava questa o quella grotta. Nel libro di Inglese ci sarebbe un’atmosfera preistorica?

Poi non ci ho pensato più, ma qualcosa di quella lettura, un mese dopo averla terminata, mi rimane in testa, come un brusio, e poi una frase, un’immagine, di nuovo un parassita. E per evacuarlo, per capire – mi è piaciuto questo libretto? sì? no? come? – provo a scriverci qualcosa, e di nuovo mi torna in mente quel viaggio, ma adesso voglio volontariamente incrociarli, il viaggio e il libretto, e poi i suoi dintorni, per rifletterci su.

Inglese è uno scrittore poliedrico, tendenzialmente binario. Da un lato ha una poderosa attività di saggista, sulla letteratura, il cinema, la politica, ma sempre con una spasmodica attenzione alla critica sociale: penso innanzitutto alla sua produzione sul blog Nazione indiana, ma non solo. Dall’altro ha la sua attività diciamo “originale”, nel senso del suo DNA fondativo, di poeta, nella quale tuttavia si meticciano volentieri versi e prosa, magari qua e là inframmezzati da materiale iconografico, una sorta di inclassificabile prosimetria, che potremmo definire, genericamente, di ricerca, sperimentale: come per esempio nel recente Il rumore è il messaggio, 2023. Fra le due attività, un paio di romanzi (uno, Parigi è un desiderio, 2016, mi ha catturato, a cominciare dalla splendida Jean Seberg in copertina, probabilmente per via di questa “nostra” comune Parigi, più fantastica che reale, attraversata con uno sguardo in equilibrio fra il romantico e il furfantesco), e alcuni racconti, a metà strada fra il sarcastico, l’ironico, e la prosa d’arte (Stralunati, 2021), alcuni dei quali in particolare portati da una certa grazia.

Ovviamente ci sono passaggi da un genere all’altro: nel romanzo su citato, ad esempio, al di là della sua apparente “classicità”, Inglese a tratti mescola i suoi diversi talenti, come sciogliendoli l’uno nell’altro; così in Ollivud, 2018, breve trattato sull’immagine, sul cinema appunto, e la sua maniera di raccontare, dove di nuovo le diverse scritture procedono insieme, ma più nel senso della giustapposizione che dello scioglimento, con il principale obiettivo, direi, di smontare alcuni facili stereotipi del genere. E tuttavia i due filoni principali, saggistica e poesia, nel senso largo di cui dicevo prima, esistono, e le rispettive scritture sono diversissime. La prima è piana, rigorosa, sobria, di una precisione chirurgica, quasi si svolgesse interamente, o dovesse portare ogni cosa, in superficie: tutto è chiaro. L’altra è bizzarra, ondivaga, nascosta, quasi mai al primo grado: raramente si capisce sino in fondo, o almeno si resta con questa impressione (avrò capito?), a volte è del tutto incomprensibile – eppure ci intriga, un’immagine, un pensiero, un verso ci accalappiano, come lettori, spettatori, e continuiamo ad andare avanti, perché vogliamo capire meglio, non si è mai sicuri di come andrà a finire. Guai per altro a cercar sostegno, come si farebbe con un film, in qualche critica o recensione: queste, inserendosi nella nicchia della prosa-poesia sperimentale (termine il quale, me ne rendo conto, è stucchevolmente generico, perché ogni letteratura degna di questo nome sperimenta…), sono spesso ancora più aggrovigliate, letteralmente astruse, dei testi che dovrebbero illuminare, risuonano con essi più che esserne, in senso propedeutico, una “spiegazione”, gli uni e le altre rispondendosi dentro tale nicchia, con un linguaggio a circuito chiuso. 

Che ponte può esserci fra due scritture così diverse? Eppure, se con pazienza si oltrepassano le difficoltà di una prosa-poesia così diversamente poetica, cioè non poetica né narrativa in senso classico, e per di più ibrida fra i due generi, il legame finisce per emergere. Non tanto perché qua e là alcuni dei temi politici cari all’Inglese saggista militante (l’ecologia, il capitalismo disumanizzante, la Palestina, Gaza…) si affacciano esplicitamente, quanto soprattutto perché, al di là dei contenuti, la politica inizia a maturare a partire dallo stile in sé, nel modo di torcere il senso della parola, la sua sonorità, la sintassi, la linearità della frase o l’esemplarità del significato, di sfottere sbatacchiare se non fare a pezzi alcuni generi costituiti, dalla saggistica (proprio quella in cui Inglese eccelle, e in modo tutt’altro che sperimentale) alla narrativa, alla stessa poesia, in quanto categorie diventate oramai merce orientata e preparata secondo le esigenze del mercato: è dentro e contro le parole, insomma, che Inglese conduce la sua personale battaglia, militante appunto, contro il Potere, questo Potere.

Non è proprio intorno alla parola, quella scritta in particolare, che da sempre si gioca la battaglia fra chi domina e chi è dominato? Da Omero a Lévi-Strauss passando per Platone, Rousseau e Sciascia, esiste una prospettiva di diffidenza, una sorta di visione negativa, un anatema (per usare l’espressione di Derrida) nei confronti della scrittura che attraversa tutta la cultura Occidentale – nel senso, dal nostro punto di vista, che essa (per riassumere la famosa dimostrazione di Lévi-Strauss in Tristes Tropiques) sarebbe lo strumento che permette la violenza sociale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, serve a facilitare l’asservimento (vedi uso della burocrazia, diversi livelli e sistemi di schedatura, controllo etc.)… Ecco, è come se Inglese, conscio di questa posta in palio, avesse deciso di dare battaglia alla scrittura, luogo privilegiato del Potere, servendosi proprio della scrittura… Encomiabile? Senz’altro! Appassionante? Non sempre, o almeno, complicato, soprattutto per chi come me è innanzitutto un lettore otto-novecentesco, però il gioco vale la candela, anche se in certi passaggi più che divertimento si prova disagio, persino irritazione: ma la letteratura, come diceva Tabucchi, deve innanzitutto divertire o irritare? Semmai, a me – che, ripeto, non sono un frequentatore rigoroso di questo tipo di letteratura – viene da dire che la scrittura eversiva (com’è, di fatto, questo tipo di letteratura sperimentale), o meglio, la scrittura eversiva come genere, finisce a volte inevitabilmente per infilarsi in un vicolo cieco, restando prigioniera di se stessa, dei suoi tic, dei suoi stereotipi o vezzi (ogni genere finisce per averne), e rischia le asfissie proprie a qualunque poetica che si inscriva dentro una visione del mondo troppo definita, convinta, che poi, per lo scrittore, ciò significa concretamente il rischio sempre in agguato di trasformarsi in un giustiziere, o in un moralista. Certo, questo rischio (che comunque è un rischio che si deve correre) esiste anche nella saggistica: ma Inglese, pur ancorato a convinzioni militanti, è attraversato da una curiosità che lo spinge anche ad esplorare, ad ascoltare le voci che vengono da altre esperienze, il che lo protegge dalla sclerosi del dogma. È credo la sua qualità più grande.    

Quanto alla lettura più o meno appassionante… « succede prima o poi di avvicinarsi al prato » – e tutto può allora cambiare. Così comincia appunto Prati, il libretto che si è incrociato con il mio viaggio preistorico e che, in qualche modo, ha cambiato, o quantomeno arricchito il mio approccio alla scrittura per così dire eversiva di Andrea Inglese.

Si tratta di un piccolo volume di poco più di cento pagine e poco meno di venti prose (diciannove, se ho fatto bene il conto), di lunghezza varia, ma tutte brevi o brevissime: i “prati” appunto. Alla prima, il lettore potrebbe pensare – io l’ho pensato, almeno, come inconsciamente mettendomi nei panni del lettore comune, che quell’inizio predispone a uno sviluppo tipo romanzo introspettivo, o lirico, o magari in chiave thriller dall’atmosfera cupa e misteriosa – “ma Inglese, ci sta prendendo per il culo?” Rapidamente però ci si risponde: no; o meglio: sì, ma in modo salutare: c’è un procedere attraverso il surreale, persino l’assurdo, che tuttavia si rivela necessario, acuto, come solo sa esserlo la letteratura, spesso sul filo di un’accattivante ironia, che qua e là mi ha fatto pensare a Manganelli (in particolare, proprio all’inizio, mi è tornata in mente l’indimenticabile « un giorno, verosimilmente estivo, in un’ora ovviamente crepuscolare un romano trionfatore e villoso sgozzò l’ultimo dei sanniti…»). Solo che Inglese vuole cambiare il mondo, e per farlo deve innanzitutto smontare questo, che non gli conviene, a martellate, dove il suo martello sono le parole, appunto, anche infiltrandoci dentro alcune delle sue ossessioni militanti. Anche Manganelli, a dire il vero, combatte questo mondo, ma non in senso militante, la sua battaglia, anche se radicale, è essenzialmente linguistica, con la scrittura inventa-mondi, strumento di scardinamento continuo…. Solo che adesso, in Prati, l’infiltramento delle ossessioni militanti è più delicato, volentieri sotterraneo, nascosto, e soprattutto più orientato – o forse sono io che per la prima volta ho veramente afferrato il senso della poetica di Andrea Inglese? – verso il futuro, con l’idea che la scrittura deve poter indicare, inventare un mondo “migliore”. Del resto, sperimentale o meno che sia, non è questo, direttamente o indirettamente, la ragion d’essere della construenda letteratura: essere presente in questo mondo – in questo mondo di oggi, appunto, con le sue tragedie, i suoi orrori, i suoi massacri, le sue ingiustizie: Gaza, l’Ucraina, il Darfur, i Tutsi, gli Uiguri, i Rohingyas, la fame etc. – per sempre convocare, come dice Patrick Chamoiseau, un vaste désir-imaginant du monde, un mondo vasto appunto, relazionale, mobile, da realizzare…

Dal sotterraneo alla luce, dunque: forse è anche in questo movimento che, in libera associazione, ho ripensato alle grotte. Ma c’è qualcosa di più forte, e di più concreto. Nel cuore di ogni “prato”, proprio come in ogni grotta, sta incastonata un’immagine. Sono immagini a volte irrisorie, o inverosimili o psichedeliche o oniriche, tanto che a un certo punto – ma forse questa è un’ossessione mia – mi è venuto in mente David Lynch, il suo gusto per i colori, e la confusione, lo scambio continuo fra realtà e sogno. Ma ecco, non è che c’è un’immagine, e la scrittura le gira intorno. È come se l’immagine fosse una ferita da cui la scrittura si sprigiona, esplodendo fuori e avvolgendola, o a volte disintegrandola, anzi, è come se la scrittura si organizzasse secondo il linguaggio dell’immagine una volta che questa è stata disintegrata, assorbita. Un’immagine apparentemente elementare, minima – eppure spesso incredibilmente densa di dettagli che però per vederli ci si deve avvicinare parecchio… – come le pitture o le sculture nelle grotte, appunto, che dentro un frammento sono capaci di portare un mondo, o meglio, sono in sé, nella loro unicità – ogni pittura, come ogni prato, è una “situazione” – il mondo. Così, dai margini del prato o della grotta – ricordo che nelle grotte non si viveva, ci si viveva accampati subito al di fuori, contrariamente a un vecchio cliché duro a morire – ci avventuriamo, lettori o archeologi, all’interno, alla ricerca di una immagine, una pittura, che d’improvviso illumini tutto il resto. Insomma, mentre leggevo Prati mi sentivo nel contempo lettore e archeologo, mi sembrava di scavare, e di scoprire, nella sua elementarità, al di fuori di come e se mi piacesse, il valore archetipico, immaginifico, frammentario, della letteratura. Del resto, i diciannove prati hanno un ordine crescente, com’è normale che sia, ma misteriosamente a salti: dal tre (il primo) al duecentoquaranta (l’ultimo) – misteriosamente, almeno di nuovo di non pensare all’archeologia, alla paleontologia, che numera tutti gli strati, gli scavi, i dipinti nelle grotte, ma solo alcuni, alcune si aprono al pubblico, vuoi perché lo meritano, vuoi per proteggere quelli più fragili, o più preziosi, dall’ingordigia della folla. Insomma, i “prati” fuori lista, esistono, ma…: sono le pagine scartate, accartocciate, quelle ancora da sviluppare o, chissà, troppo sviluppate, troppo audaci, e che devono essere rinforzate, sostenute, prima di poter essere deprivatizzate. C’è ancora da fare un lavoro di scavo, paziente, faticoso, prima che (gli) altri prati possano venire alla luce.

Dice: ma adesso sei tu che ci prendi per il culo, non si capisce più un cacchio. Per spiegarmi meglio parlerò allora di due esempi concreti.  In uno “vediamo” attraverso un paesaggio notturno, lunare, il peggior prato del mondo: erba agonizzante nel petrolio, ruggine, rumore, delle sirene, dei cingolati, tanfo di morti, di stracci putridi, pochi vivi, chissà bambini, che con le mani gelate dal freddo, incrostate, giocano a biglie nei solchi, forse squarci aperti dall’esplosione – una scena di guerra? una battaglia? un attentato? In ogni caso la scrittura lo dipinge, e in mezzo c’è quel cane nero – o no? – lo vediamo, letteralmente lo vediamo, forse il custode di questo prato, il peggiore dei prati…, una sorta di rabbiosa natura morta. Dell’altro esempio-immagine invece non posso che parlare… non parlandone, ma solo sobriamente enunciandone il tema: il sesso. E se non posso parlarne è perché, estratto dal suo prato, anzi i prati – il sesso che ne occupa in senso pieno uno, ne attraversa poi diversi altri – qualunque sua esemplificazione suonerebbe come oscena, quasi pornografica, mentre al contrario c’è qualcosa di estrememante contenuto, sobrio, chirurgico, nel modo in cui Inglese ne parla, gli parla, fra desiderio animale e fantasma, fra amore e violenza, sopruso, maschio soprattutto, non per esaltarlo, ovvio, né per giustificarlo, o per usarlo, la pornografia appunto, ma neanche per distribuire lezioncine: letteralmente, Inglese fotografa, lasciando che le cose, gli errori, persino gli orrori, le dolcezze, le speranze, gli slanci, i desideri parlino, si raccontino da soli (mentre mi vengono in mente le cose, gli oggetti, le descrizioni di Ponge, che immagino appartenere anche lui al retroterra culturale di Andrea Inglese). Del resto, le fotografie, di prati appunto, soavi, ispidi, docili, coltivati, selvaggi, che inframmezzano le pagine del libro, hanno un profumo, ricordano inequivocabilmente il pelo pubico. E chi è dentro il libro, chi legge, prova a volte disagio, com’è giusto che sia, ma un disagio molto diverso da quello di cui parlavo all’inizio: Prati giustamente è agli antipodi del rischio moralisteggiante di cui dicevo prima – ed è per me inclassificabile, inassimilabile alle categorie che ho provato ad abbozzare. In questo senso è fra le opere di Inglese quella che mi è più piaciuta, con cui più mi sono sentito in sintonia.       

p.s. Non mi sembra di aver letto in nessuna pagina – ma forse mi è sfuggito, anche la lettura più attenta si perde per la strada delle parole – il nome “Gaza”. È ovvio, si dirà, arriva dopo, subito dopo: Prati. Extended Version, che mette insieme alcuni testi già editi con altri più recenti, raccoglie prose composte fra il 2007 e il 2023, subito prima dunque che laggiù scoppiasse l’inferno.E tuttavia c’è: il prato infatti può essere illimitato, perdendosi all’orizzonte, o viceversa delimitato, recintato, per la mano di chi lo traccia o lo inventa, nel contempo all’aria aperta e chiuso, prigioniero, terreno ideale insomma per accogliere e moltiplicare la violenza della storia, la nostra piccola, individuale, o quella con la grande S. E quindi, forse, come profeticamente anticipandola (direbbe Andrea I. oggi?), Prati parla anche, sempre e comunque della martoriata, della sequestrata Gaza, che nella prospettiva dell’Inglese “militante” è oggi l’epicentro emblematico della violenza prevaricatrice.

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