di Giuseppe A. Samonà

Ci sono libri che giudichiamo importanti, e libri che giudichiamo importanti per noi, per il momento in cui arrivano, per come ci permettono di riflettere sul nostro itinerario individuale, nel contempo privato e parte di un itinerario collettivo. Spesso – ma non sempre – le due importanze coincidono, comunque quando la seconda si verifica insorge un’urgenza, è come se il libro ci assomigliasse, rispondesse a un bisogno nascosto, a volte persino ci sembra che avremmo potuto scriverlo noi, magari attraverso un itinerario diverso, e insomma, dobbiamo almeno parlarne. Non per farne una recensione in senso stretto, ma come per prolungarlo a modo nostro.

È quel che mi è successo con questo Elogio della vita ordinaria di Filippo La Porta (Il Saggiatore, 2025, 207 p.), il quale, come recita la quarta di copertina, “è un elogio di chi resta, serenamente, ai margini”…: l’uomo comune, l’uomo della strada, come l’emblematico vagabondo di Chaplin, dotato di un suo radicale senso della giustizia, da non confondere con l’uomo medio, l’uomo massa-gregario, alla Eichmann, che obbedisce acriticamente agli ordini, facendosi veicolo delle peggiori nefandezze che la storia abbia prodotto – e nella stessa prospettiva, direi, si iscrive l’opportuna distinzione fra buon senso e senso comune, quest’ultimo intendibile anche come “dissenso comune”, perché capace di cogliere l’evidenza della realtà attraverso la cortina di fake news e stereotipi che l’avvolgono, quelli di cui appunto si pasce invece il buon senso. O meglio, è un elogio di chi resta serenamente ai margini inquadrato nella prospettiva di chi inquietamente è, aspira ad essere, in gradazioni e con modi diversi, al centro dell’attenzione: l’autore del libro – che per altro ha ben presente questa contraddizione – come chiunque in generale scriva, anch’io che sto scrivendo queste righe.

Non è un caso: gli intellettuali, gli scrittori, guardano alla marginalità con una sorta di nostalgia, con un senso di familiarità, perché, nonostante la loro tormentata ambizione – più o meno grande, più o meno soddisfatta o disattesa, o “curata” – il décalage, più o meno grande, più o meno sofferto, è un tratto distintivo del loro modo di vivere nel loro tempo. In altri termini, se è vero che può sembrare contraddittorio che a riflettere sul senso di una vita anonima, ritirata, a volte persino afasica, sia proprio chi, a colpi di parole, non di rado in modo futilmente frenetico, aspira a una certa notorietà, è anche vero che chi scrive, in maggior o minore misura, ha sempre una qualche esperienza della marginalità: non quella luminosa di cui il libro fa l’elogio, ma un’altra, più sofferta, eppure spesso, nell’itinerario della propria vita, sentita come irrinunciabile, e persino, segretamente, appagante. Ecco allora che il libro, al di là di come ufficialmente si presenta – per dirla con una formula: il riscatto della non-cultura da parte della cultura – può apparire anche come uno strumento di trasformazione e riappropriazione di un modo più armonioso di coabitare con se stessi, o se vogliamo – soprattutto a uso degli scrittori – come un antidoto per la propria frenesia di vivere, di emergere. Lo confesso, e lo dico in senso positivo (l’antidoto, appunto), anche se con prudenza (vedi qui sotto, a proposito del “messaggio”…), qua e là mi è sembrato di leggere questo libro come una versione post-moderna del mito rousseauiano del buon selvaggio.

In realtà però questi margini, e la vita che vi si svolge, non appartengono a un gruppo omogeneo, a un un tipo unico, e il libro di La Porta ne annusa, ne sonda diversi aspetti, diverse figure, le quali possiedono diversi gradi di consapevolezza e generosità, dall’anonimo umano che semplicemente “coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire”, ai santi laici che salvando una vita – o più vite – “salvano l’umanità intera”, come insegna il Talmud: e noteremo al passaggio che non a caso nel libro attraversiamo più volte l’universo ebraico, formicolante di attività e studi sotterranei, fini a se stessi, i quali, in questa loro luminosa, antieroica gratuità del gesto, costituiscono un possibile antidoto alle tenebre che rischiano di inghiottire il mondo. Così, a tratti mi è sembrato di leggere più che un libro un contenitore di tanti possibili libri, quasi un’enciclopedia, molte delle cui voci o itinerari potrebbero tranquillamente sbocciare in un libro a se stante.

Tuttavia, ed è quel che è interessante e insieme prezioso in questa prospettiva (e forse dovrei aggiungere: per me…), è che a ben guardare un siffatto eterogeneo elogio della vita ordinaria – già di per sé come si è visto proficuamente contraddittorio, o se vogliamo sfalsato – finisce per diventare doppiamente sfalsato perché essenzialmente sceglie per lo più di muoversi non nella vita vera, ma nella finzione letteraria. Gli esempi attorno ai quali si costruisce la riflessione, a parte alcuni casi isolati – magari pescati dentro la biografia dell’autore, come il suocero, il cui felice ritratto chiude praticamente il libro – non provengono da un’anonima umanità, bensì da alcuni ben noti scrittori, o più esattamente, appunto, da alcune delle loro creature.

Sotto la lente del riflettore, infatti, non ci sono certo Gončarov, o ancora Jane Austen, Joyce, Pontiggia e i molti altri scrittori e scrittrici che il libro chiama in causa, ognuno di essi a suo modo straordinario, ma le loro ordinarie creature dell’immaginazione (in realtà anch’esse straordinarie, indimenticabili, nel loro individuante antieroismo): Oblomov, Lady Bertram, Leopold Bloom etc. – mentre, portati dalle parole di alcuni poeti (Orazio, Wordsworth etc.) ci muta intorno la sostanza delle cose, un dettaglio insignificante potendoci rivelare il senso dell’universo, della vita.Insomma, la maggior parte dei personaggi che popolano questo libro – non tutti, in verità, e le rare eccezioni sono notevoli – escono fuori dal mondo della letteratura, non dal nostro, anche se il loro messaggio è talmente forte da confondere i due mondi, tanto che sempre di più, mentre avanziamo nel libro, ci è difficile distinguere quale dei due sia il vero, quale il fittizio.

Dicevo all’inizio dei libri “importanti” per noi. Potrei riformulare questa riflessione in un modo più impertinente, personale: uno dei modi per verificare, quasi come un termometro, la validità o meno di un libro, la sua forza (per noi, appunto), non è tanto per quello che racconta, ma per come quello che racconta ci dà l’idea che è un racconto che anche noi abbiamo fatto, avremmo potuto fare, in quel modo, con quei personaggi, o magari con altri – perché comunque ci aspettiamo di incontrarli e anche se non li incontriamo è come se ci fossero, visto che esistono nel nostro libro virtuale. Ecco: leggendo la quarta di copertina (chi non comincia da lì?) ho pensato subito a due scrittori, intorno ai quali vedevo ruotare il libro.

Il secondo l’ho incontrato, anche se non subito (il che mi ha stupito). È il talmudico Borges della poesia Los justos, i giusti, una serie di fulminanti quadri sapienziali di persone ordinarie, anonime (la prima è giustamente il giardiniere volteriano…), che non si sono dati la missione di salvare il mondo e che anch’essi tuttavia, proprio per questo, inconsapevolmente lo stanno salvando. O forse dovrei dire semplicemente: Borges tout court, nel senso che questa poesia rappresenta un distillato dell’intera sapienza artistica dello scrittore argentino, che affiora qua e là come artista-pensatore chiave del libro più di quanto non sia esplicitamente citato.

Il primo invece, il che mi ha stupito ancora di più (l’ho aspettato sino all’ultima pagina), non c’è, eppure il libro sembra girargli intorno: si tratta del meno conosciuto, ma nondimeno grande, autore franco-egiziano Albert Cossery. Da un lato infatti tutti i suoi personaggi, seguendo uno dei fili principali della narrazione di La Porta, non fanno altro che smontare il successo, la competizione, la stessa attività, rivelandone il carattere illusorio, nocivo; dall’altro, soprattutto, è lo stesso scrittore, con la sua propria vita, a esemplificare la superiorità morale del non-fare. Basta considerare, in tal senso, la sua breve notizia biografica, che ha il sapore di un aforisma zen: nasce al Cairo nel 1913; nel 1945 si trasferisce a Parigi, stabilendosi dopo un breve giorovagare all’Hotel La Louisiane, che abita ininterrottamente sino alla sua morte, nel 2008; tutti i suoi romanzi e racconti sono ambientati in Egitto, tutti sono scritti in francese.

Considerati uno dietro l’altro, Borges e Cossery, stanno a significare che la contraddizione di cui dicevo prima e sulla quale con trasparente consapevolezza si sofferma La Porta – elogiare la sobrietà, l’anonimato, mostrandosi; o anche, valorizzare il non-agire agendo, sia pur attraverso la parola – non è assoluta, ma può trovare dei compromessi fecondi. Borges in questo senso è il campione della sobrietà al potere – quasi nessuno è capace ricordare, negli ultimi cinquant’anni, dieci o venti nomi di vincitori del Nobel: tutti ricorderanno che l’appartato scrittore argentino, per molti anni dato come vincente, non lo vinse mai. Quanto a Cossery, che ha passato la maggior parte del suo tempo attivo a bighellonare nei caffè del quartiere Saint-Germain, c’è precisamente un’unica “attività” che si è concesso, a cui anzi, pur non “attivandosi”, si è consacrato: la scrittura…. In quasi settant’anni di attività letteraria, ha scritto una raccolta di racconti e sette romanzi, uno ogni dieci anni: il ritmo è indolente dunque, ma è ritmo – implacabile, regolare, necessario, come il respiro. È come se avesse voluto mantenere un equilibrio tra fare e non fare, in modo da lavorare non lavorando.

D’altronde lo ha affermato esplicitamente ogni volta che ha avuto occasione di esprimersi in tal senso: la scrittura non deve esistere a detrimento della vita, ma esserne parte. In altri termini, il grande scrittore dei fannulloni era lui stesso un fannullone! Ed ecco che dietro il dandy appare il monaco, l’asceta, o se vogliamo il filosofo, nel senso caro a Pierre Hadot. Non solo infatti non c’è frattura, in Cossery, fra vita, scrittura e oggetto di questa scrittura, ma soprattutto la chiave di questa armoniosa continuità sembra una riformulazione moderna dell’antica ostilità dei Greci per la banausia, il lavoro, nel senso del lavoro manuale, o più in generale il mestiere, a cui si oppone la libertà di pensare il mondo. In questa prospettiva, lo scrivere scandisce, alimenta, l’offrirsi di una vita libera dalla schiavitù del lavoro (quello manuale, certo, ma anche ogni attività salariata, o che abbia come fine il profitto), e in quanto gratuita attività dello spirito obbedisce alle leggi dell’ozio più che a quelle del lavoro, e anzi non può propriamente essere considerato tale: non far nulla è un lavoro interiore. L’opera scritta pertanto non è più in contraddizione con il non-fare, ma ne chiude il cerchio, diventando il luogo dello spirito che spiega la vita libera, e di più: lo strumento che ne permette la piena realizzazione – lo si può dire con una frase, ricorrendo alla sua risposta oramai mitica a chi gli chiedeva perché scrivesse: perché qualcuno che mi ha appena letto decida di non andare a lavorare l’indomani.

Insomma, a mo’ di esempio di quei “prolungamenti”di cui dicevo all’inizio, le righe che ho appena scritto potrebbero tranquillamente collocarsi nel libro di La Porta, e Cossery accanto a scrittori e pensatori diversamente apologizzantidell’ozio o della marginalità come Stevenson, Melville, Gončarov, Pansaers, Thoreau, Lafargue, Malevič, Russell, Hadot, che giustamente vi compaiono tutti. (Tutti? O forse di nuovo solo alcuni di questi? Ecco, sto di nuovo confondendo il libro che ha scritto La Porta e quello che avrei potuto scrivere, o continuare, io…) Anzi, ancora di più, perché nel caso di Cossery sono in gioco non solo dei personaggi della finzione letteraria, ma anche la vita di colui che li ha creati. E più ancora, perché a differenza di molti degli autori citati, non vuole redigere nessun manifesto, suggerire nessun messaggio.

Al margine di questo, una breve divagazione, che forse non lo è. Alcuni scrittori, penso appunto a Cossery, e poi a Sábato, Lampedusa, Brontë (dico per associazione i primi che mi vengono in mente, quelli che più amo), distillano puliscono e ripuliscono poche pagine nel corso di una vita (Emily Brönte, in particolare, ha scritto un solo straordinario romanzo); altri, penso a Balzac, Dumas, Dickens (… di nuovo, quelli che amo di più), inondano il mondo di parole scritte, ne producono molte, con facilità, ogni giorno: gli uni non sono meglio degli altri, anche se i primi, pur adorando io i secondi, me li sento più vicini, forse per somiglianza “quantitativa”, per lentezza. Ecco, fra questi scrittori lenti, oziosi, e i personaggi che popolano l’Elogio di La Porta, c’è un legame necessario? Forse sì, nel senso del compromesso, dell’equilibro tra fare e non-fare.

Quindi, sempre con Cossery, e con il suo rifiuto di farsi modello, di formulare un messaggio, possiamo fare una seconda osservazione, che ci conduce rapidamente a quello che, nella mia lettura, è il cuore pulsante del libro. Ogni attività, e in particolare ogni attivismo, che dell’attività è, diciamo, la manifestazione più politica, engagée,implica sempre dei rischi, rischi fatali quasi sempre, dal punto di vista della letteratura, quando si pone al centro dell’opera appunto il  “messaggio”, il quale sempre rimanda a un “tipo umano” del quale, per riprendere una folgorante formula di Primo Levi citata da La Porta, è bene diffidare: “il profeta, il vate, il veggente”… Il messaggio, in questa prospettiva, vuole educare, guidare il pubblico, essenzialmente confermandolo nelle proprie convinzioni, rassicurarlo, magari offrendogli una soluzione facile ai molti complessi problemi suoi o del mondo, invece di confonderlo, di urticarlo (come avrebbe detto Tabucchi), che è una delle funzioni dell’arte. Perché la letteratura, come l’arte in generale (e mi verrebbe da aggiungere, la scienza, la conoscenza), ci aiuta a moltiplicare i dubbi, non le certezze, ci rende più fragili, e quindi (nel migliore senso del termine) più umani. Ecco dunque che questa distanza critica, anzi, da scrittore che dialoga con altre scritture, fa sì che questo Elogio si sottragga al rischio di diventare esso stesso un manifesto, una sorta di messaggio del non-messaggio, un manuale di buona vita, sia pur in modo raffinato inevitabilmente un po’ new age. E invece appunto no: proprio perché, nell’itinerario di La Porta, è sempre alta l’allerta contro la pericolosa retorica del messaggio.  

Da qui, di nuovo per me (ma aggiungerei: per tutti quelli che hanno imparato a guardare il mondo negli eroici anni Sessanta e Settanta), nasce e si sviluppa la riflessione più nascosta, più urgente, forse uno dei libri a parte intera di cui dicevo, ancora da scrivere – in ogni caso un filo sotterraneo presente in quasi ogni pagina di questo Elogio. Forse addirittura uno dei suoi moventi, anche se mai esplicitamente affermato. In due parole: l’attività, l’attivismo, il messaggio, rimandano alla luminosa utopia del cambiare questa sporca società che appunto ci ha formato nella nostra giovinezza. Niente di più bello, si dirà, di quegli anni eroici in cui ci si faceva carico di tutte le ingiustizie del mondo. Eppure, in quell’entusiasmo rivoluzionario, si annidava la perniciosa idea – sembra insinuare La Porta – dell’educare l’umanità, del forgiare un uomo nuovo, migliore di quello attuale, portatori com’eravamo di una superiore moralità.

Ma questo desiderio di costringere gli altri, che si tratti del vicino, del proprio compagno o compagna, dell’amico, a cambiare piuttosto che “lasciarli vivere” non è, come dice Oz, alla radice del fanatismo? Negli anni abbiamo imparato a nostre spese che il far coincidere la politica e la ricerca della felicità, dell’assoluto, è stato uno splendido, ma anche funesto, errore della nostra giovinezza. La politica deve servire alla costruzione di condizioni societali meno ingiuste, la giustizia assoluta, la felicità, non le competono, e anzi, metterle al centro del suo programma, la storia ce lo dimostra, diventa inevitabilmente pericoloso, e sostanzialmente ingiusto, se non terrificante. Eppure limitarsi a dire, come in un certo senso è giusto, che l’altro da sé, e noi stessi con lui, va innanzitutto accettato per come è, rischia anche, da sempre, di trasformarsi nel ritornello della peggiore destra, quella che vorrebbe che ci accomodassimo della realtà, cioè oggi delle forme più disumane del capitalismo, perché in fondo sarebbe il migliore dei mondi possibili.

Insomma, c’è un nuovo equilibro da costruire –suggerisce la parte più occulta del libro di La Porta, o quella che mi parla di più, che vorrei appunto continuare io – nella costruzione di una sinistra libertaria, tra il rifiuto del fanatismo, con tutto quel che comporta, e la necessità consustanziale di lottare contro tutte le forme di ingiustizia, ma in modo amoroso, accogliente, curioso, e soprattutto consapevolmente disposto ad accettare come una ricchezza la complessa, contraddittoria imperfezione attraverso la quale l’umanità, appunto, si rivela umana. E se dovessi, di nuovo, cominciare a riflettere con gli scrittori, aprirei la lista con Albert Camus.   

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