In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corsoA questo indirizzo le puntate precedenti.

A cura di Leonardo Alloro e Valentina Cicinelli

Nel romanzo Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli, 2025), Matteo Nucci ricostruisce l’esistenza del filosofo greco tra le strade di un’Atene in crisi e i porti del Mediterraneo. Il libro segue l’evoluzione intellettuale ed emotiva di un protagonista profondamente umano: un animo tormentato dall’ossessione per la verità e dai fallimenti politici, costantemente in bilico tra la tensione verso l’ideale e la durezza della realtà.

Sappiamo che il suo interesse per Platone ha radici che vanno molto indietro nel tempo. In alcune interviste, e anche nei ringraziamenti all’interno del libro, ha dichiarato di aver iniziato a pensare a questo romanzo circa 30 anni fa. Perché scrivere oggi un romanzo su Platone?

Perché oggi? Perché finalmente sentivo di avere la capacità di scriverlo. Ne rimandavo da tempo l’inizio, consapevole che sarebbe risultato un lavoro mostruoso, e infatti così è stato; a tratti mi sono persino pentito di aver avuto quest’idea. Ma, come insegna il detto greco: sono difficili le cose belle. Per me questa è una cosa bella, a prescindere dal giudizio che avranno gli altri sul libro. Sono riuscito a fare quello che volevo. D’altra parte non potevo affinare troppo gli strumenti perché, come dice Hemingway parlando di scrittura, se si affinano gli strumenti, non si scrive più niente. Ho trovato, quindi, il momento giusto e mi sono deciso.

Platone è un autore universale, che non vale né oggi, né ieri e né domani: Platone vale sempre. La sua è una riflessione che non ha necessità di essere attualizzata: è eterna, poiché supera il tempo in cui è stata prodotta ed è universale, perché indaga l’essere umano e l’anima, temi che perdurano in ogni epoca.

Poi direi che il libro è arrivato in questo periodo con un certo tempismo, anche se non potevo saperlo quando ho iniziato a scriverlo. L’unità del pensiero di Platone è un’unità profondamente politica: è un filosofo che vuole creare giustizia, perché è convinto che solo in un mondo giusto, o nel suo caso in una città giusta, si possa trovare la felicità. È qualcosa su cui vale la pena ragionare in questi tempi di soprusi mostruosi. Stanotte[1] hanno assaltato la Global Sumud Flotilla in acque internazionali, tra Italia, Grecia e Creta. Un atto gravissimo. Di fronte alle ingiustizie Platone ci ricorda che non si può restare in silenzio: bisogna prendere la parola e lavorare per sanarle. Sono contento di aver pubblicato il libro in questo periodo storico.

Perché presentarlo al pubblico come “una storia d’amore”?

Platone viene spesso evocato, in modo improprio, attraverso l’espressione “amore platonico”, che in realtà non ha nulla a che vedere con lui: è una costruzione rinascimentale, legata alla tradizione di Marsilio Ficino. Per Platone l’amore, se c’è, si vive, si fa. Perciò ho cercato anche di raccontarne le storie d’amore, poiché l’idea era ritrarre un Platone in carne e ossa, immerso pienamente nella sua vita.

C’è poi un’altra ragione: una parte centrale della filosofia di Platone è proprio la teoria dell’Eros. Aristotele parlando di Omero sostiene che, diversamente dagli altri narratori che hanno raccontato le vicende di Troia lungo un arco di dieci anni, è stato il migliore perché ha saputo concentrarle in cinquantun giorni. Io invece non ho voluto delimitare uno spazio temporale preciso perché ho raccontato Platone dalla gestazione al post mortem. Ho scelto però di circoscrivere il tema che considero il vero cuore della sua riflessione: l’Eros.

Come romanziere, che tipo di lavoro ha fatto per drammatizzare episodi storici cruciali, come l’umiliante fallimento di Platone sul palco del tribunale nel tentativo di difendere Socrate?

Alla fine del libro c’è una piccola sezione in cui spiego da dove ciascun capitolo prende aneddoti e testimonianze. Quello del fallimento di Platone in tribunale è un aneddoto a cui non molti danno credito. In nessuna biografia c’è scritto: “Platone cercò di prendere la parola ma non ci riuscì”. Eppure, a mio avviso, si tratta di un’ipotesi plausibile anche alla luce della riflessione – presente ne La Repubblica – sull’esperienza di un giovane politico che viene sommerso dai fischi. Ma non importa, perché questo è un romanzo, non una biografia romanzata né tantomeno un romanzo storico. È la mia ricostruzione della vita e del pensiero di Platone attraverso gli aneddoti che scelgo e a cui do credito. Certo, c’è un lavoro di grande cura, ma non è un lavoro da storico in senso stretto, altrimenti avrei scritto un saggio, entrando nel campo delle biografie accademiche, che restano sempre aperte a congetture e ipotesi interpretative.

Ho scelto di rielaborare quella scena e le altre all’interno del romanzo attraverso la sensibilità di un amico di Platone: una scelta narrativa che si è rivelata la chiave di volta dell’intero lavoro. Chi è quest’uomo, questo Straniero che racconta la vita di Platone? Non sono propenso alla suspense, non mi piace, però preferirei non approfondire di più, perché credo che questa dimensione la debba vivere il lettore a modo suo. Quel che conta è che lo Straniero dia la possibilità di avere una visione parziale, personale, soggettiva, assolutamente relativa di Platone. Non potevo raccontarlo in prima persona perché sarebbe stato un suicidio mettersi nei panni di Platone, né tantomeno potevo raccontarlo con lo sguardo del narratore onnisciente, come se fosse possibile sapere tutto. Ho scelto invece un amico di Platone, innamorato di lui, in una delle molte declinazioni dell’Eros che attraversano il libro, un innamoramento che è amicizia, non desiderio sensuale per Platone. Lo Straniero lo vede a modo suo: certe cose non le capisce, altre cose non le condivide, proprio come succede fra persone che si guardano, si conoscono, si amano, si odiano.

Platone riflette sulla scrittura – contrapposta alla memoria e alla verità – dotata di una qualità in qualche modo corruttrice laddove nella creazione letteraria la finzione supera la realtà (ci sono tanti esempi nel testo, uno su tutti il Socrate che Platone ritrae nell’Apologia non corrisponde al Socrate reale). Anche la sua scrittura è menzognera nell’accezione che ne dà Platone? In che modo?

Ma non lo dice solo Platone: lo dice Omero, lo dicono tutti i grandi narratori. Io non so se ci riesco – questo non lo posso giudicare – però è quello che tento di fare. La scrittura è di per sé menzognera, perché per dire la verità è necessario mentire. Platone la chiama la «nobile menzogna». Paradossalmente, se ci si limita a replicare il vero in modo realistico, si finisce per non essere creduti. Invece, per far brillare la verità, bisogna cambiare ciò che si racconta, il modo in cui lo si narra, i toni in cui vengono presentati i fatti. C’è spesso questa riflessione in Platone, come anche in Omero all’inizio, in Esiodo e in Cervantes: è in tutti i grandi narratori.

Anche questa conversazione che stiamo registrando, se la trascrivessimo così com’è, suonerebbe falsa, nessuno ci crederebbe. Trascritto tale e quale, il parlato non regge. Le interviste sbobinate appaiono sempre false. Invece, per farla sembrare vera, la si deve trasformare. Una parola qui, una là, un modo di dire altrove. Per restituire la verità bisogna alterarla.

Oltre alla fondazione del suo pensiero teoretico, lei ci consegna un Platone in perenne conflitto, schiavo a Egina e fallimentare nei suoi tentativi di governare l’indole dei tiranni siracusani. Quale verità umana spera che il lettore trattenga da questa sua continua lotta contro il fallimento?

Il modo in cui ci rapportiamo al fallimento è un aspetto che mi interessa molto. Viviamo un tempo in cui sembra che non sia più concessa la possibilità di cadere. Ma è un’enorme stupidaggine che si ripercuote soprattutto sui più giovani che non escono più di casa per paura di fallire. Secondo me è questa la sconfitta più grande: non rischiare più nulla, non provare più niente. Il fallimento non è perdere, perché tutti spesso cadiamo, o non riusciamo a ottenere quello che vogliamo. La vita è così. La cosa interessante però è continuare a provarci, cambiare il modo in cui si agisce: si perde, si tenta in un altro modo, si prova di nuovo, si usano strumenti diversi o si cambiano gli obiettivi. Tutti noi, come anche i grandi scrittori e i grandi filosofi, tentiamo sempre di trovare una nuova strada quando la precedente è stata fallimentare.

Platone, in questo senso, è un esempio significativo: è un uomo che perde tante volte, che spesso viene sconfitto. Raramente viene raccontato. Eppure non smette mai di provarci, fino all’ultimo giorno di vita quando è ancora impegnato a rivedere e riscrivere l’inizio della sua opera politica più importante.

Tutta l’opera è attraversata dalla tensione tra etica e potere: Platone cerca disperatamente di educare Dionisio per un governo illuminato, ma le cose non vanno come da lui sperate. Ritiene che l’intellettuale e la letteratura contemporanea siano ancora in grado di insinuarsi davvero nel dibattito politico e modificarlo?

Credo sia possibile. Dipende dagli intellettuali, dagli scrittori, da chi prende la parola, dai modi che sceglie per farlo, dalle ragioni che ha, dalle sue capacità. Ognuno agisce secondo le proprie possibilità in base alle diverse situazioni, è difficile fare un discorso generale. Però penso che sì, abbiamo una grande responsabilità.

Lo scrittore oggi è chiamato ad autorappresentarsi, a intervenire in contesti molto vari. In passato era diverso: si poteva distinguere tra lo scrittore con un ruolo pubblico e quello che se ne stava chiuso in casa a scrivere. Oggi la seconda opzione non è più praticabile, bisogna uscire e parlare del proprio libro. Che sia giusto o sbagliato non voglio giudicarlo. Ma di fatto ci sono tante occasioni in cui lo scrittore si rivolge a un pubblico che lo ascolta e ha la possibilità di intervenire, di provare a cambiare le cose.

Non ci sono solo i social: ci sono i luoghi come i festival, gli incontri e le scuole. Cosa c’è di più importante di andare nelle scuole? Per me, in questi due anni e mezzo di orrore, la cosa più bella è stata incontrare le ragazze e i ragazzi e vedere nei loro occhi una forma di incredulità: non accettano che si possa avallare un genocidio, la pulizia etnica, la distruzione, il bombardamento degli ospedali, l’uccisione dei medici, dei paramedici e dei giornalisti. Non lo sopportano, non si rassegnano. Il governo interviene con norme, delibere; il ministro Valditara si impegna, per esempio, a garantire la presenza di una “controparte”, come se per parlare di Gaza fosse necessario includere anche il punto di vista del soldato israeliano. Ma questo tipo di impostazione, di fatto, non regge fino in fondo, perché i ragazzi reagiscono con consapevolezza e con rabbia. È bellissimo andare lì a parlare e, alla fine degli incontri, sentirsi ringraziare, perché per la prima volta qualcuno ha parlato loro in maniera chiara. Credo che questo, oggi, sia necessario.

Maneggiare l’intera parabola esistenziale e intellettuale di Platone impone scelte strutturali e editoriali di grande responsabilità. Come è stato il lavoro con il suo editor, e quale approccio avete adottato nella gestione e nello scavo di una mole narrativa così complessa? Per salvaguardare la tenuta epica e la fluidità della storia, ci sono stati frammenti teoretici oppure qualche particolare biografico che avete scelto di non includere?

Ho consegnato un testo già molto asciugato. Sono stato affiancato da due editor bravissimi che mi hanno dato una serie di consigli, ma non di natura strutturale, perché l’architettura del libro era già definita e non era possibile modificarla. Il romanzo è diviso in tre parti, di cui ognuna è composta di sette capitoli, e ogni capitolo a sua volta è composto di sette capitoletti. Il sette ricorrere con insistenza, tutto è costruito su una logica di numeri dispari, che hanno un significato preciso, così come il riferimento al numero di Apollo che è anche il numero del giorno della nascita di Platone. Gli editor potevano suggerire dei cambiamenti, ma non era possibile levare nemmeno un capitolo. Abbiamo lavorato insieme soprattutto in termini di sottrazione, però la maggior parte del lavoro è stata mia, e mi ha richiesto moltissimo tempo.

Sono tornato a lungo sul testo. Il lavoro più impegnativo è stato fatto verso la fine, quando ho iniziato a rivedere tutto il libro attraverso le sinossi di ogni singolo capitolo e capitoletto, scritte su dei quadernoni molto voluminosi. In quella fase mi sono accorto che alcune cose non tornavano: per esempio, avevo raccontato due volte il primo viaggio di Platone a Sparta. Mi ero completamente dimenticato di aver già scritto di quell’episodio e l’avevo riscritto inserendolo, sul piano temporale, molti anni dopo, ma sempre come se fosse la prima volta. È divertente vedere come funzionano la memoria e l’inconscio, perché Platone a Sparta in entrambi i casi faceva le stesse cose. Una versione era migliore, funzionava meglio, l’altra l’ho eliminata. È un lavoro, quindi, che in primis ho fatto da solo, e poi in una seconda fase con i due editor, entrambi davvero molto bravi. In generale però non mi piace lavorare fianco a fianco con un’altra persona durante la creazione, preferisco farlo da solo.

[1] L’intervista è stata registrata il 30 aprile 2026.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati