(foto di Roberto Autuori)
Con “La valigia dell’autore” proviamo a creare un racconto e una mappatura della scrittura per il teatro in italia. Drammaturghe e drammaturghi italiani di questo primo quarto di XXI secolo si raccontano, riflettendo attorno al metodo, agli incontri essenziali, all’immaginario che hanno plasmato sul palcoscenico (G.G.).
Puntata n°31 – Sedici domande a Eleonora Danco, attrice, autrice e regista, tra le voci più radicali e della scena contemporanea italiana. La sua ricerca attraversa teatro, performance e cinema, intrecciando scrittura visionaria, autobiografia, linguaggio urbano e indagine antropologica. Dopo gli esordi teatrali negli anni Novanta, si afferma con lavori come Nessuno ci guarda, Me vojo sarvà e Intrattenimento violento, spettacoli costruiti su una lingua frammentata, emotiva e fortemente musicale, in equilibrio tra comicità feroce e disperazione esistenziale. Nel 2015 realizza il film N-Capace, ritratto poetico e allucinato delle periferie romane e delle loro solitudini che ottiene due menzioni speciali al Festival di Torino; mentre nel 2o24 esce la sua seconda opera cinematografica, n-Ego. La sua cifra, personale e riconoscibile, ne ha fatto un’autrice di culto a cavallo tra più linguaggi, sempre in fuga dalle gabbie stilistiche di ogni genere che attraversa. Il volume Tempi morti (Giulio Perrone editore, 2022) raccoglie diversi suoi testi teatrali dal 2005, anno del debutto, fino al 2017.
Dove nasce la prima scintilla della tua scrittura teatrale, l’idea di partenza e l’incipit: in sala o sulla scrivania?
Come l’Alfieri, che si faceva legare alla sedia (mi scuso per il paragone), io mi costringo a non alzarmi dalla scrivania. Lavoro sul testo come un’architettura. Non scrivo sulle improvvisazioni, mai usato come metodo, ne da sola, ne con gli attori.
La mia lotta è con il foglio bianco. Poi c’è il ritmo, la struttura, le immagini che man mano si trasformano, sempre scrivendo. Anche se in apparenza spontaneo, il mio linguaggio è frutto di un incastro, di ritmi e situazioni su cui lavoro sempre a tavolino.
Come funziona la parte di scrittura in solitaria? Dove scrivi? Quante ore al giorno? Hai una routine?
Per anni ho praticato una solitudine ossessiva nel lavoro di scrittura, che riequilibravo con una vita frenetica in mezzo a mille situazioni. Devo sempre avere un progetto, una meta da superare, altrimenti fatico a stare nella realtà, come diceva Fellini, ho bisogno di quella irresponsabilità che mi dà il lavoro, avere delle scadenze. Quando scrivo, se non ho una routine sono finita, ognuno ha un suo metodo, senza disciplina è difficile ottenere un risultato.
Scrivo nel mio studio da sola, se sono fuori città mi ritaglio spazi dove stare sola.
Come funziona la revisione dei tuoi testi? Sono influenzati dal lavoro in sala? Riscrivi scene che vengono provate?
La revisione passa da letture informali che faccio con amici a cui chiedo di ascoltare; se il ritmo rallenta, percepisco subito la distrazione nell’altro. Il segreto è di non affezionarsi mai a quello che scrivi. Devi essere pronto a rinunciare, anche se ti è costato tanto. Lavoro sui ritmi in modo ossessivo. In prova mi capita di tagliare delle scene, raramente di riscriverle.
Carta o computer? Che differenza c’è per te? Il mezzo influenza la scrittura?
Con la carta andrei in confusione. Non sono abituata. Il computer conserva tutto, io che sono disordinata e scrivo mille versioni. Per comprendere se funziona, però, devo stamparlo e leggerlo con i fogli in mano, solo cosi riesco a vederlo.
Hai dei rituali per la tua scrittura? Scaramanzie?
Avevo delle scaramanzie anni fa. C’erano delle persone che se mi telefonavano, mi portavano fortuna; dopo scrivevo come per magia. Nei momenti difficili speravo mi telefonassero.
Qual è il testo teatrale che nella tua carriera ha rappresentato il momento di svolta? E perché?
Venivo da Ragazze al Muro, il mio primo testo in slang romano. Fu un successo, mi prese un colpo: e ora? Dopo un paio d’anni burrascosi e rocamboleschi, nella mia vita personale ho scritto il secondo testo, Nessuno ci guarda, in italiano, un personaggio che fa a pezzi sé stesso. Il primo testo era su una ragazza matta alla fermata dell’autobus senza coscienza di sé, il secondo su una ribelle che fa a pezzi la sua coscienza. È stato un passaggio significativo. Nel 2017 Il Teatro di Roma mi aveva commissionato un monologo, pensavo di non esserne più in grado, avendone scritti tanti; invece è uscito fuori dEVERSIVO. Mi ha colpita per l’intensità che sono a riuscita a tirare fuori, facendomi fare un giro di boa nella mia scrittura teatrale.
A quale dei tuoi testi sei più affezionata? E perché?
Nessuno ci guarda è un testo che posso riportare in scena sempre, il pubblico ha le stesse reazioni dal primo debutto, avvenuto ventisei anni fa, e questo è bellissimo. Ho toccato dei temi universali in maniera molto personale, riuscendo a far immedesimare gli altri. Lo struggimento dell’essere adulti, la fisicità, i conflitti con i genitori, le regole di adeguamento nell’educazione, con un ritmo e una scrittura a flash, senza spazio temporale tra il ricordo e la realtà. Questo crea un cortocircuito in cui il pubblico negli anni si ritrova e si commuove. Ho da poco concluso le repliche della mia «Antologia» al teatro Vascello di Roma, tre spettacoli scritti in anni diversi, tra cui Nessuno ci guarda: i giovani, che non mi conoscevano, erano entusiasti. Sono stata orgogliosa che la mia scrittura arrivasse anche a distanza di anni. Questo mi dà molti stimoli nel continuare. È il risultato migliore che un artista possa aspettarsi.
Quale dei tuoi lavori è stato il più difficile? E perché?
Benvenute stelle, che ho scritto e messo in scena durante una lunga pausa delle riprese del film N-EGO, che ho girato in tre step diversi, è stata una follia. Ma è uno spettacolo duro, divertente e potente, che spero di riportare in scena presto.
La tua scrittura e il tuo metodo sono cambiati nel tempo? Come?
Prima potevo scrivere per intere nottate, arrivavo a screpolarmi i gomiti al tavolo, a infiammare i tendini delle ginocchia per scrivere con le gambe accavallate. Ora riesco a modulare in altro modo, ma ho sempre bisogno di annullarmi, di arrivare con l’acqua alla gola alla consegna. Il ritmo è il fulcro del mio linguaggio.
Cos’è per te oggi la drammaturgia? Di cosa deve occuparsi? Cosa la distingue dalla letteratura e dalla scrittura per il cinema?
Il mio modo di affrontare la drammaturgia è molto personale, per me la scrittura per il teatro è un’astrazione con il tempo, utilizzo la parola per creare immagini e atmosfere. C’è il corpo, c’è quella magia unica del teatro in cui ogni sera si crea un’evento irripetibile, una nascita e una morte. Nel mio modo di fare cinema ho cercato di riportare il mio linguaggio senza piegarmi alla narrazione cinematografica convenzionale, che non mi appartiene, utilizzando il mezzo cinematografico per creare degli sbilanciamenti con la realtà. Quello che rifuggo sono gli spettacoli che arrivano quasi a essere pedagogici: per me la drammaturgia non deve indirizzare politicamente le persone, ma deve essere un’espressione che racconta la società con più attenzione alla psicologia umana.
Quali sono i testi teatrali di “maestri” che ti hanno influenzato o che hai amato di più?
Shekspeare, Cechov, Pinter.
Quali sono gli spettacoli importanti della tua vita di spettatrice?
Peter Brook mi ha folgorata.
Cosa non deve mai fare un’autrice/autore teatrale?
Io parlo per me non voglio dare lezioni a nessuno, non mi piace nella scrittura cavalcare temi politici e ideologici del momento.
Cosa non può mancare in un testo teatrale che consideri ben fatto?
Lo humor, il rigore, la vitalità, il coraggio e parola chiave: il ritmo.
Si può davvero insegnare a scrivere un testo teatrale? Fino a che punto?
Ma sì, certo, tutto s’insegna come in tutte le discipline, è importante avere qualcuno che ti può trasmettere la sua esperienza, ma la drammaturgia non è solo tecnica, bisogna scontrarsi con la vita, con le altre persone. Forse dal dolore e dalla felicità, che non bisogna avere paura di provare, si trovano le note e gli accordi determinanti per il drammaturgo.
Se vuoi aggiungi, una tua riflessione.
“E sempre da là ricominci lavandoti chinato quei cazzo di denti”.
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
