Glenn Gould Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/glenn-gould/ un blog di approfondimento culturale Sat, 17 Sep 2016 01:04:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Glenn Gould Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/glenn-gould/ 32 32 Amore, dolore e scrittura secondo Susan Sontag https://minimaetmoralia.it/letteratura/amore-dolore-e-scrittura-secondo-susan-sontag/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/amore-dolore-e-scrittura-secondo-susan-sontag/#respond Sat, 17 Sep 2016 07:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31996 Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

«Tutto ciò che mi accade mi induce a riflettere. Riflettere è una delle cose che faccio. Se fossi stata l’unica superstite di un incidente aereo, probabilmente mi sarei interessata di storia dell’aviazione».

È il 1978 e Susan Sontag descrive in questi termini un impulso che nel suo caso non si limita a un’attitudine intellettuale, essendo prima di tutto una maniera di stare al mondo. Per la scrittrice newyorchese il 1978 è l’anno successivo a due libri fondamentali – Io, eccetera e Sulla fotografia – ed è anche il momento in cui elabora l’esperienza del cancro in un saggio, Malattia come metafora, che è «uno dei pochi testi che ho scritto con piacere e con una certa rapidità, proprio perché era strettamente connesso a ciò che accadeva ogni giorno nella mia vita».

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

«Tutto ciò che mi accade mi induce a riflettere. Riflettere è una delle cose che faccio. Se fossi stata l’unica superstite di un incidente aereo, probabilmente mi sarei interessata di storia dell’aviazione».

È il 1978 e Susan Sontag descrive in questi termini un impulso che nel suo caso non si limita a un’attitudine intellettuale, essendo prima di tutto una maniera di stare al mondo. Per la scrittrice newyorchese il 1978 è l’anno successivo a due libri fondamentali – Io, eccetera e Sulla fotografia – ed è anche il momento in cui elabora l’esperienza del cancro in un saggio, Malattia come metafora, che è «uno dei pochi testi che ho scritto con piacere e con una certa rapidità, proprio perché era strettamente connesso a ciò che accadeva ogni giorno nella mia vita».

A raccogliere le sue parole, in due diverse sessioni di dialogo tra Parigi e New York, è Jonathan Cott, un ex studente della Columbia (l’università dove Sontag insegnava) divenuto nel frattempo un giornalista specializzato in interviste (tra gli altri con John Lennon, Glenn Gould, Leonard Bernstein).

Pubblicata in origine, ma solo parzialmente, su «Rolling Stone», la loro conversazione appare adesso per intero in Odio sentirmi una vittima (il Saggiatore, traduzione di Paolo Dilonardo). A risaltare è da un lato la connessione intima tra quelli che, forse, più che temi andrebbero considerate ossessioni, e dall’altro il fuoco costante sulle contraddizioni, intese non come limite ma come chance di conoscenza («Ci sono impulsi contraddittori dappertutto, e bisogna rivolgere la propria attenzione alle contraddizioni per cercare di scioglierle e chiarirle»).

Se il trait d’union dei ragionamenti di Sontag è, come chiarisce il titolo, il suo rifiuto della subalternità, e dunque la rivendicazione della responsabilità come diritto («Io voglio sentirmi responsabile quanto più è possibile»), ascoltandola parlare – la sensazione, leggendo, è questa – colpiscono quei passaggi in cui a trapelare è il quotidiano, dall’ascolto della musica («Il rock and roll mi ha letteralmente cambiato la vita») al tempo trascorso in compagnia dei libri («La lettura per me è divertimento, distrazione, consolazione; è il mio piccolo suicidio»); vale a dire – e forse il cuore del percorso di Susan Sontag è proprio questo – tutti quei momenti in cui ci si rende conto di come «pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero».

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Un mash-up letterario: Fantasmagonia in una Fiaba d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/antonio-moresco-e-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/antonio-moresco-e-michele-mari/#respond Wed, 05 Mar 2014 09:41:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19111 Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

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(Immagine: Virginia Zanetti, Infinito-Due ma non Due. Fonte.)

Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

La storia del recente piccolo libro di Antonio Moresco, Fiaba d’amore (Mondadori) è quella di una bellissima ragazza che s’innamora di un barbone, il “vecchio pazzo”. Già con i libri precedenti di Moresco veniva da chiedersi quanto i suoi personaggi siano considerabili dei fantasmi, ma la sua è una letteratura di quelle che rende difficile, se non fuori luogo, distinguere un fantasma da una presenza che va ben al di là di quella categoria, perché è già la distinzione fra mondo e oltremondo a saltare. Del resto, è lo stesso Moresco, nelle sue interviste, a scoraggiare l’utilizzo dell’etichetta di fantasma per personaggi che preferisce pensare più semplicemente – e realisticamente – in termini di “personaggi letterari”.

Se si vuole cercare di vederci un po’ più chiaro, una possibile cartina al tornasole c’è. La offre un racconto di Michele Mari, Fantasmagonia, che dà il titolo alla raccolta omonima (Einaudi, 2012) e dove l’autore elenca diciannove caratteristiche che una persona deve presentare per diventare poi un fantasma.

Ecco, si può provare a leggere Fiaba d’amore di Antonio Moresco con gli occhi di Fantasmagonia di Michele Mari, punto per punto e senza altre parole che quelle degli autori, e vedere di capire meglio se il vecchio pazzo diventa un fantasma o se è il caso di lasciar perdere quella categoria.

La posta in gioco è più alta di quel che sembra. Non un ludico accostamento – o mash-up, dicevamo – fra due racconti e due autori, ma un piccolo strumento in più per mettere alla prova quella verità di cui certa letteratura cerca meravigliosamente di persuaderci: che un mondo infestato è un mondo più rassicurante.

Ora il mash-up. Le parole di Michele Mari in corsivo e quelle di Antonio Moresco in tondo. Play.

1, o del male

È necessario che egli sia moralmente già morto prima di morire.

Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto l’aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.

2, o del luogo

È dunque fondamentale che il recluso trascorra gli ultimi tempi di vita recluso in ambito certo.

Stava in un posto che non interessava a nessuno e che nessuno gli contendeva, una piccola rientranza dove quando pioveva gli cadeva l’acqua sul volto, e quando nevicava veniva ricoperto da un velo bianco.

3, o dell’immutabilità

Questo grande odiatore del mondo sarà conseguentemente schiavo di se stesso id est della propria casa.

Non si alzava mai dal suo giaciglio di cartone e di stracci.

4, o della casa come tana

Specchio della mente del suo proprietario, la casa ne sarà anche il corpo.

Il vecchio stava sempre coricato sul suo cartone, non solo di notte, anche di giorno.

5, o dell’umidità

La casa abitata da chi la abiterà come fantasma deve essere umida.

Di mattina si sveglia sul cartone bagnato ricoperto dell’umidità della notte.

6, o della penombra

Offeso dal mondo, il candidato percepirà oltraggio in ogni fonte troppo viva di luce.

Era una luce diversa da quella che c’era nella città dei morti, perché là la luce non si vedeva ma ci si vedeva mentre qui la luce si vedeva ma non ci si vedeva.

7, o del sussurro

Messosi da sé in condizione di non dovere interloquire con chichesia, il solitario si lascia sovente sorprendere nell’atto di parlare con se stesso.

Il vecchio non parlava con nessuno e non parlava neppure tra sé, come fanno molti straccioni. Parlava solo, di tanto in tanto, con quel colombo che si fermava vicino al suo giaciglio di cartoni e di stracci.

8, o dell’errore popolare

In realtà persona e fantasma non possono essere distinti nemmeno linguisticamente, non essendo alla fine se non una sola cosa.

Era proprio come nella città dei vivi. Solo che nella città dei morti non sai mai che sei morto, come in quella dei vivi non sai mai che sei vivo.

9, o della continuità

Tolto il destino della materia corporea, non si dà in effetto un significativo cambiamento fra lo stato del vivo e quello del fantasma.

Il vecchio preferiva dormire in strada anche lì, perché, come non aveva trovato posto fra i vivi nella città dei vivi, così non lo aveva trovato nella città dei morti.

10, o dell’aritmomania

“I fantasmi non esistono”, dicono i genitori ai bambini per tranquillizzarli: impeccabil sentenza: non esistono perché essi SONO.

“Io ho indovinato chi sei… ti ho riconosciuto…”

11, o della paura

La paura delle proprie angosce diventa facilmente paura di se stesso.

“Com’è possibile?” si domandava continuamente, con la testa sul marciapiede duro e fradicio.”

12, o del rimpianto

Incline a una morbosa autocommiserazione, il predestinato ama indugiare sui pensieri di morte.

“Avevo fatto bene a lasciare questo brutto mondo.”

13, o della vendetta

Il fantasma ricorderà solo di essere stato un odiatore: fedele a questo impegno continuerà a odiare.

“Ma, se non bisogna credere alle parole, se la parole non sono niente, non valgono niente, allora perché le persone parlano, parlano…?”

14, o del trasalimento

Già in vita il fantasma si era educato a un’esistenza di trasalimenti.

Si guarda attorno e per un po’ non ricorda neppure chi è, non riconosce le strade e il mondo che poco a poco affiorano davanti ai suoi occhi cisposi.

15, o della noia

Prigioniero di sinuose catene obbligate di pensieri e di gesti, e prima e dopo il trapasso il fantasma è tetramente annoiato.

La vita dello straccione è immobile e senza speranza.

16, o dell’acronia

Già da vivo il segnato tenderà a contaminare le fasi della propria vita ricordandole come coeve.

“Io ti prometto un tempo che non passerà” gli sussurrò un giorno lei.

17, o della commozione

Incapace di sciogliere il ghiaccio dei propri blocchi esistenziali, il futuro fantasma è pressoché escluso da un autentico commercio umano.

Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno.

18, o della massima aspirazione

A cosa tende, una volta fantasma, il fantasma? A por fine alla propria sofferenza.

“‘Voglio morire!’ avevo detto agli dei.”

19, o del riconoscimento

Chi versa in uno stato prefantasmatico, per quanto imperfetto e discontinuo questo possa essere, ha in certi momenti la facoltà di riconoscere una casa-fantasma.

“Fermiamoci qui. La fiaba è finita. Lasciamoli dormire abbracciati. Non c’è nient’altro. Hanno attraversa la vita e la morte per potersi incontrare. Sono stanchi. Hanno sofferto molto. Se lo sono meritato. Non c’è nient’altro da raccontare. Nella vita non c’è nient’altro. Non c’è nient’altro.”

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The goldlandbergs by Emanuel Gat https://minimaetmoralia.it/poesia/the-goldlandbergs-by-emanuel-gat/ https://minimaetmoralia.it/poesia/the-goldlandbergs-by-emanuel-gat/#respond Thu, 26 Sep 2013 22:55:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15606 L’altroieri è iniziato a Roma uno dei più importanti appuntamenti che esistono ancora in questa città culturalmente desertificata, il Romaeuropafestival: un festival di teatro e arti varie. Proveremo a fare delle specie di recensioni in versi degli spettacoli. Questa è la prima, sul balletto “Goldlandbergs” del coreografo israeliano Emanuel Gat. di Christian Raimo Ho avuto […]

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L’altroieri è iniziato a Roma uno dei più importanti appuntamenti che esistono ancora in questa città culturalmente desertificata, il Romaeuropafestival: un festival di teatro e arti varie. Proveremo a fare delle specie di recensioni in versi degli spettacoli. Questa è la prima, sul balletto “Goldlandbergs” del coreografo israeliano Emanuel Gat.

di Christian Raimo

Ho avuto vari figli immaginari,
nel tempo. Oggi che vado in giro
reclutando i disastri, me li trovo
incastrati tra le crespe del traffico:
nel punto morto del rientro verso casa
distesi a terra in un’ansa al Muro Torto,
o che twittano sotto il sole del meriggio
di questioni morali legate a doppio filo
alle famiglie Barilla o al burro nel culo:
hanno preso proprio tutto dal padre,
persino l’allegria fuori luogo.

Se ne vogliono andare da Roma,
dicono, è un coro, come un film
di chiusura, Grandi Bellezze, Raccordi
& Rosari. Via. Anche se non hanno
un mestiere: “Qui le strade chiudono, babbo,
è un cantiere continuo che non edifica
nemmeno un cratere che assomigli
a un averno”. “Se è così, se voi tutti,
volete andare all’inferno, puoi pregare
la Vodafone di pittare di rosso non le stazioni
ma le fosse comuni: fra trent’anni
di oblio ci scuoteranno le ossa, anche mie”.

(Quando tutto scompare, dismetto l’aria
talare e faccio finta di fare il coetaneo:
mi ritrovo con un mezzo biglietto e un omaggio
di fronte a un luogo qualsiasi, un teatro
di posa dove un tempo, l’hai sentito dire
da tutti, c’era un mondo migliore: un qualcosa.)

Nel ’77 Glenn Gould realizzò, per la radio
di stato, tre documentari sulla solitudine,
nel terzo dei quali, Quiet in the land,
parlava di frati e di eredi dei presbiteriani:
i Mennoniti sul fiume. Li fece sfogare
e poi fuse il resto, mescolando le voci,
le discussioni sociali agli spirituals.
Bluffando. Impose la musica alle funzioni
ecclesiastiche, e poi con la morte,
sigillando l’arbitrio. Vinse. Chiaramente
e su tutto.

Trent’anni dopo, è finito del tutto l’effetto.
Mentre assisto al balletto di Gat,
d’improvviso capisco
a cosa servono i crampi. La stanchezza rivela
lo scopo di ogni artista finale (morto o vivente):
uccidere il pubblico, fare a pezzi, azzannare
chi fissa lo sguardo; come capita
a Lot, o a quei tizi del Mali convinti
che le foto gli rubassero l’anima.

(Basta un leggero ritardo per non muoversi più;
io l’ho imparato aspettando.
La solita storia di Euridice e di Orfeo.)

Come un dio, il direttore dei corpi ora dice:
“Si tratta di tre parti differenti (parto o parte?
la grammatica non aiuta, mi fa da tornasole):
luci musica e suoni, indipendenti.
“Dovete immaginare una città più grande
di ogni città, enormi finestre dove fare entrare
la luce naturale e grandi venti”. Lo so, c’è gente
sempre a cui il vento non piace. “Ma i corpi
sono fatti di elementi, non solamente
i punti astratti in mezzo al cosmo”.
“Vedi, io sono platonico, come tutti i miei amici;
faccio uno sforzo a chiamare corpi
questi muscoli che danzano,
così come a non pensare che il palco
sia una partitura, e queste teste virgole
lunghe come ciglia animate:
una calligrafia perfetta e estenuata
che alla fine riesci a amare
solo se diventa un’alea controllata”.

(Questa, questa forse è la via di salvezza. Ciò che ci rende
umani – unici – è occultare la nostra bellezza inaspettata.)

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