L’altroieri è iniziato a Roma uno dei più importanti appuntamenti che esistono ancora in questa città culturalmente desertificata, il Romaeuropafestival: un festival di teatro e arti varie. Proveremo a fare delle specie di recensioni in versi degli spettacoli. Questa è la prima, sul balletto “Goldlandbergs” del coreografo israeliano Emanuel Gat.
di Christian Raimo
Ho avuto vari figli immaginari,
nel tempo. Oggi che vado in giro
reclutando i disastri, me li trovo
incastrati tra le crespe del traffico:
nel punto morto del rientro verso casa
distesi a terra in un’ansa al Muro Torto,
o che twittano sotto il sole del meriggio
di questioni morali legate a doppio filo
alle famiglie Barilla o al burro nel culo:
hanno preso proprio tutto dal padre,
persino l’allegria fuori luogo.
Se ne vogliono andare da Roma,
dicono, è un coro, come un film
di chiusura, Grandi Bellezze, Raccordi
& Rosari. Via. Anche se non hanno
un mestiere: “Qui le strade chiudono, babbo,
è un cantiere continuo che non edifica
nemmeno un cratere che assomigli
a un averno”. “Se è così, se voi tutti,
volete andare all’inferno, puoi pregare
la Vodafone di pittare di rosso non le stazioni
ma le fosse comuni: fra trent’anni
di oblio ci scuoteranno le ossa, anche mie”.
(Quando tutto scompare, dismetto l’aria
talare e faccio finta di fare il coetaneo:
mi ritrovo con un mezzo biglietto e un omaggio
di fronte a un luogo qualsiasi, un teatro
di posa dove un tempo, l’hai sentito dire
da tutti, c’era un mondo migliore: un qualcosa.)
Nel ’77 Glenn Gould realizzò, per la radio
di stato, tre documentari sulla solitudine,
nel terzo dei quali, Quiet in the land,
parlava di frati e di eredi dei presbiteriani:
i Mennoniti sul fiume. Li fece sfogare
e poi fuse il resto, mescolando le voci,
le discussioni sociali agli spirituals.
Bluffando. Impose la musica alle funzioni
ecclesiastiche, e poi con la morte,
sigillando l’arbitrio. Vinse. Chiaramente
e su tutto.
Trent’anni dopo, è finito del tutto l’effetto.
Mentre assisto al balletto di Gat,
d’improvviso capisco
a cosa servono i crampi. La stanchezza rivela
lo scopo di ogni artista finale (morto o vivente):
uccidere il pubblico, fare a pezzi, azzannare
chi fissa lo sguardo; come capita
a Lot, o a quei tizi del Mali convinti
che le foto gli rubassero l’anima.
(Basta un leggero ritardo per non muoversi più;
io l’ho imparato aspettando.
La solita storia di Euridice e di Orfeo.)
Come un dio, il direttore dei corpi ora dice:
“Si tratta di tre parti differenti (parto o parte?
la grammatica non aiuta, mi fa da tornasole):
luci musica e suoni, indipendenti.
“Dovete immaginare una città più grande
di ogni città, enormi finestre dove fare entrare
la luce naturale e grandi venti”. Lo so, c’è gente
sempre a cui il vento non piace. “Ma i corpi
sono fatti di elementi, non solamente
i punti astratti in mezzo al cosmo”.
“Vedi, io sono platonico, come tutti i miei amici;
faccio uno sforzo a chiamare corpi
questi muscoli che danzano,
così come a non pensare che il palco
sia una partitura, e queste teste virgole
lunghe come ciglia animate:
una calligrafia perfetta e estenuata
che alla fine riesci a amare
solo se diventa un’alea controllata”.
(Questa, questa forse è la via di salvezza. Ciò che ci rende
umani – unici – è occultare la nostra bellezza inaspettata.)
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
