Il Saggiatore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-saggiatore/ un blog di approfondimento culturale Sun, 27 Apr 2025 22:13:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Il Saggiatore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-saggiatore/ 32 32 Fuori dal seminato – un estratto da “Altavia” di Sergio Peter https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/#respond Sat, 03 May 2025 08:04:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55055 [è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore] ~ Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in […]

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[è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore]

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Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in confessionale, eravamo sollevati, ma ribaltati dentro dalle nuove conclusioni. Mentre intorno a noi, nel campus, nelle aule dedicate a san Bonaventura, Giovanni xxiii, Pio xii, Benedetto xv, migliaia di corsisti completavano curricula a suon di trentaelode proporzionali alle rette pagate annualmente, nel bugigattolo a forma triangolare dell’ala più nascosta del dipartimento di filosofia, stava accadendo qualcosa. Perché Caviezel, solo lui lì dentro, ci insegnava a pensare, a farla davvero, la filosofia, e non solo appuntare nozioni e asserzioni, senza creare intrichi. Ci mostrava come si generano i concetti, e un periodo, una qualsiasi proposizione – se vera – nasconda radici, bulbi, da cui estrarre semi di vivacità fortissima; ci apriva le pagine più belle e le attraversava, rabdomanticamente.
Insisteva tanto sulla lettura a intensità, un modo d’incontrare il testo seguendo gli «impulsi elettrici» in esso contenuti. Continuava a ribadire che tutto sta nel rinvenire le singolarità del paesaggio. Trattava i testi stessi come fossero pianure, dossi, orridi, catene montuose. «L’arte della contemplazione di Watts è una cascata» aveva detto. Ce lo aveva portato e avevamo provato subito a sfogliarlo, senza capirci molto.
Conoscevamo Guido già dal triennio. Gli avevano assegnato un corso di approfondimento su Walter Benjamin e ci aveva colpito la maniera di porsi agli studenti. Spesso, se si accorgeva che gli astanti non lo stavano ascoltando, si incolleriva, diventava rosso e iniziava a gridare. A un passo dalla bestemmia, per diversi secondi pronunciava frasi senza senso, per vedere se eravamo attenti. «Esistono serpenti a ovest delle isole Massa?»
In un primo tempo, incuteva timore nella classe, ma lo faceva soltanto per operare una sorta di scrematura nell’uditorio. Voleva solo gli alunni più folli, così sconsiderati da consegnarglisi in mano. Dopodiché, fatta la dovuta selezione e scacciati i codardi, cambiava tono, sogghignando, gli piaceva aprire una pagina a caso del libro in questione e chiedere a uno dei seminaristi cosa ne pensasse. Non so dire se fossimo succubi, come a volte il Bosceta sosteneva. Ma se quella di Caviezel era davvero manipolazione nei nostri confronti, faceva parte dei livelli più elevati di quell’arte così simile alla necromanzia.
Sapeva delle nostre più intime debolezze: che Filo faticava a tenere le calzature, e gliele faceva togliere, che il Bosceta aveva bisogno di frequenti pause fumo, e gliele concedeva. A me offriva il caffè senza che glielo chiedessi ormai, sapendo bene che lo bevevo amaro e senza latte. Lo faceva volentieri, visto che l’unica volta che mi ero presentato al corso senza averlo preso, si era accorto di quanto ne fossi assuefatto.
Sulle ragazze, suscitava un certo fascino, forse per i baffi, più probabilmente grazie agli occhi azzurri. Durante il quarto d’ora accademico, anziché aspettare alla cattedra imbronciato il momento buono per iniziare – come faceva la gran parte dei suoi colleghi – tirava fuori un piattino sbreccato. Lo usava come bruciaincenso, perché con un accendino ne scaldava la base e scioglieva alcune granaglie che portava con sé, sempre al profumo di nardo.
Col passare del tempo, prendemmo confidenza, rompendo, per la prima volta, la barriera studente-insegnante, il senso d’inferiorità instillato dagli apparati nei propri membri. Fu difficilissimo, perché all’inizio fece di tutto per respingerci e tenerci distanti, specie fuori dalle aule: non appena tra di noi sembrava essersi creato un certo feeling, egli si ritraeva. Quando traspariva troppo la stima che provavamo nei suoi confronti, trasformandosi in idolatria, ci ammoniva, rimandava le lezioni per settimane, invitandoci a pentirci, a riguardarci.
Ma nei mesi, nonostante la nostra timidezza, e per la moria di iscritti al corso avanzato, imparò per necessità a riconoscere i nostri volti, a venirci incontro con stile scialbo, e iniziammo a vederci anche fuori, al bar a berci una birretta, in mensa a condividere il pranzo, in libreria. In questo, fu la bonarietà di Filo ad avere un ruolo decisivo, la sua insistenza. Aveva scoperto che il prof. dopo il seminario andava sempre a prendersi un panino o una piadina al bar e aveva iniziato a pararglisi davanti in quegli orari scolandosi acque toniche e ginger. Non si poteva non notarlo, Guido Caviezel: girava con uno zainetto dell’Invicta tutto liso e, a meno che non ci fossero dieci gradi sotto zero, indossava delle t-shirt, certe magliette pubblicitarie scolorite inguardabili: Teletu, Italia90, Heineken

 

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Per una storia sociale del tatuaggio https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-storia-sociale-del-tatuaggio/ https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-storia-sociale-del-tatuaggio/#respond Mon, 27 Nov 2023 10:29:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53051 di Giuseppe Nibali  «Il tatuaggio è un’arte senza storia. Nessuno, per quel che ne sappiamo, ha fatto dello studio del suo sviluppo, dalle origini volgari alle forme consumate che ci invitano ad ammirare, il proprio mestiere di vita». Così recita un articolo datato 1881, del Saturday Review, giornale fondato nel 1855 a Londra. Nel frattempo […]

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di Giuseppe Nibali 

«Il tatuaggio è un’arte senza storia. Nessuno, per quel che ne sappiamo, ha fatto dello studio del suo sviluppo, dalle origini volgari alle forme consumate che ci invitano ad ammirare, il proprio mestiere di vita». Così recita un articolo datato 1881, del Saturday Review, giornale fondato nel 1855 a Londra. Nel frattempo quel giornale ha chiuso i battenti e da allora a oggi più di qualcuno ha provato, fuori da ogni pregiudizio, a fare della storia del tatuaggio il proprio mestiere.

Ci ha pensato, per esempio, Matt Lodder a immaginare questo viaggio nella storia del tatuaggio, proposta in Corpi dipinti, edito da Il Saggiatore nella bella traduzione di Ludovica Marani. Lodder, che è docente di storia dei tatuaggi all’Università dell’Essex e studioso tra i più interessanti della pittura corporea, nel testo propone ventuno tappe nella storia del tatuaggio che sono anche ventuno tappe all’interno della storia umana. Si va da un minuzioso lavoro sui colori, sul bianco e nero, sulle piccole iniziali che appaiono tra le caviglie delle mummie fino alle schiene e ai corpi di combattenti e marinai delle epoche storiche moderne. Gli esseri umani hanno sempre sentito l’esigenza di imprimere sui loro corpi segni e simboli e queste tracce sono anche utili strumenti per una analisi più approfondita dell’antropologia specchiata attraverso una disciplina che troppo spesso è stata vista come ancillare rispetto alle altre arti.

Otzi, l’uomo dei ghiacci, è una delle prime figure che appaiono nel testo. È la mummia più antica d’Europa ed è anche il più antico essere umano tatuato scoperto fino a ora. Ha sessantuno tatuaggi, soprattutto tacche, croci, linee ottenuti passando pigmenti di fuliggine sopra piccole ferite. Otzi è la prova inequivocabile della presenza dei tatuaggi in Europa all’inizio dell’età del bronzo, ma anche uno degli anelli della grande catena che è la diffusione del tatuaggio nel mondo antico. L’uomo di Gebelein, per esempio, visse intorno al 3.330 a.C. all’epoca della civiltà egiziana predinastica. I suoi tatuaggi sono sorprendenti. Figure, non semplici segni, figure rituali come la capra berbera presente in tutta l’arte coeva, dai manici dei coltelli fino alle selci decorative.

Nella plurale Grecia invece, da decorazione ornamentale delle fanciulle trace il tatuaggio diventa stigma, macchia di disgrazia ad Atene, parola o figura da apporre sulla fronte di schiavi e criminali. Bellissimi e molto moderni sono i tatuaggi (lo è soprattutto la disposizione) che appaiono sul corpo della Lady pazyryk, una nobile la cui mummia congelata è conservata all’istituto archeologico di Berlino. La donna è morta nel gennaio del 277 a. C., sui monti Altai, nella Siberia meridionale. Sulle sue braccia appaiono cavalli, grifoni, uccelli selvatici, animali ungulati, felini e pesci. Animali reali o immaginari che rivelano un complesso sistema di credenze e indicano anche, sotto il profilo sociologico, la grande varietà del bestiario cultuale.

Nell’età moderna si sviluppa in Europa una tradizione diversa e di tatuaggi si riempiono le braccia di servi e prigionieri, per poter agilmente individuare i fuggiaschi, mentre in estremo oriente la pittura del corpo assume un carattere nazionalistico. Così il patriota Yue Fei, deciso a difendere la dinastia Song dalla ribellione in corso nel dodicesimo secolo, prima di partire per il fronte decide di farsi tatuare sulla schiena la scritta «jin zhong bao guo: Servire la nazione con la massima lealtà» incidendo la pelle e facendosi spalmare dalla madre fuliggine azzurra sulle ferite fresche. Un calvario da dedicare alla nazione.

Lodder va avanti, restituendoci, secolo dopo secolo, un puntale raccordo sulla società. Si va dal Nord America fino all’Artico, passando per la Polinesia, l’excursus copre la Londra vittoriana, dove il tatuaggio torna segno di disonestà, stigma truffaldino, sono gli anni di John Mitchel e, soprattutto, del nostro Cesare Lombroso: «Si tratta di un’usanza del tutto selvaggia, che solo di rado è rintracciabile tra chi non fa più parte delle nostre classi oneste, e che non prevale se non fra i criminali, presso cui ha avuto una diffusione davvero strana, quasi professionale»1.

Degna di interesse è anche la storia di Aimee Crocker, detta la “regina della Boemia”, eccentrica newyorkese della Belle Epoque, Aimee aveva le braccia interamente tatuate da uno dei maestri del tempo, il giapponese Hori Toyo. Il lavoro si conclude con Dennis Rodman, fenomeno di costume per i nati negli anni ’80 e ’90, per la volontà da parte dell’atleta di rappresentare, tramite i suoi tatuaggi e le altre mutazioni corporee, la propria anima cangiante e colorata: «Qualsiasi cosa ne pensassero i suoi critici più conservatori, i tatuaggi di Rodman sono arrivati a definirlo nell’immaginario pubblico»2.

Il testo di Lodder è un prontuario, uno sguardo consapevole sul mondo dei tatuaggi e sulla storia di un’arte che si evolve insieme alle donne e agli uomini che la indossano. Ne viene fuori una operazione necessaria, un testo che tutti gli appassionati dovrebbero leggere.

1 Cesare Lombroso, «The savage origin of Tattooing» in Popular Science Monthly, aprile 1869, vol. XLVIII, p. 83.

2 Matt Lodder, Corpi dipinti, Milano, Il Saggiatore, 2023, p. 316.

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«Parliamone come se esistesse»: “Scrivere la realtà” di Brian Dillon https://minimaetmoralia.it/letteratura/parliamone-come-se-esistesse-scrivere-la-realta-di-brian-dillon/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parliamone-come-se-esistesse-scrivere-la-realta-di-brian-dillon/#respond Thu, 09 Feb 2023 08:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51834 Scrivere la realtà non è quindi un libro che offre risposte definitive, ma si inserisce perfettamente nel taglio che il saggio opera sulla realtà, in quella fessura di difficile conoscenza abitata soprattutto da fantasmi e soggetti astratti.

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«Parliamone come se esistesse» ha scritto Roland Barthes in Il piacere del testo e questa formula apodittica e un po’ misteriosa, non priva di un possibile e volontario travisamento dell’oggetto di cui poi si parla e pienamente rispondente all’elegante sfuggevolezza della prosa barthesiana, risuona come impossibile, e quindi perfetta, caratterizzazione di un genere, il saggio, le cui forme non hanno alcuna possibilità di essere definite una volta per tutte. Accarezzando le forme di questo azzardo letterario e provando a valutarne le ricadute sulla sua opera e sulla sua vita, Brian Dillon in Scrivere la realtà. L’arte del saggio perfetto (pubblicato da Il Saggiatore con la traduzione di Andrea Sirotti) costruisce uno spazio dove il saggio viene sezionato ed esplorato e vengono interrogate le sue possibilità di descrivere l’uomo e il mondo.

Essayism, questo il titolo dell’edizione inglese, arricchito in quella americana dall’esplicativo sottotitolo On form, feeling and nonfiction, è un libro dove Dillon mette alla prova la forma saggistica tirandone i confini e le prerogative, immergendo una riflessione estremamente letteraria, e che fa riferimento, tra gli altri, a Roland Barthes, Susan Sontag, Maurice Blanchot, Joan Didion o Cyril Connolly, tra le pieghe della propria esistenza, confrontandosi con il suo modo di leggere questi libri e con gli eventi che hanno costellato la sua vita, dalla fine della sua lunga storia amorosa alla depressione («Ho sempre saputo che un giorno mi sarebbe stata diagnosticata la depressione, proprio come a mia madre. Ho pensato che nella mia famiglia funzionasse così»).

«Ero e rimango del tutto incapace di elaborare sulla pagina un argomento ragionato e coerente, tanto meno di descrivere me stesso» scrive a un certo punto Dillon e in questa confessione non c’è alcun desiderio di giustificare un libro dove sono altri libri a provare a fornire questa descrizione, ma piuttosto la misura di una caratteristica della letteratura contemporanea che, per almeno buona parte del Novecento, può procedere solo per frammenti, confessioni a mezza bocca e utilizzare maschere letterarie per coprire un’assenza di senso. Allora Scrivere la realtà funziona come straordinaria bussola per riconoscere da un lato le forme storiche e oblique della saggistica (i primi capitoli ripercorrono per brevi cenni proprio la storia del saggismo) e, dall’altra, di vedere come questa forma possa essere ancora in grado di raccontare il rapporto eccezionale tra vita e parola in una società dove qualsiasi desiderio di completezza è destinato a essere frustrato. Il libro infatti assume un forma quasi concentrica: dai capitoli iniziali dove l’attenzione si posa sull’oggetto di questo libro (sulle origini del saggio, sul deviazionismo che ne abita ogni prospettiva, sulla sua mancanza di completezza e sull’attrazione per la forma che, come un demone, abita chi ne fa uso), Dillon passa pian piano a enucleare come queste scritture incidano sulla sua visione del mondo e sulla sua scrittura, ingrandendo sempre di più il suo punto di vista.

A partire dal capitolo Dispersione, straordinario esercizio di micro-critica che analizza il valore delle particelle atmosferiche che abitano i saggi e i romanzi di Virginia Woolf, Dillon si imbarca in una riflessione introspettiva che si concentra su come la sua primaria attività di scrittura si condensi in testi brevi («ho preso a pensare che questa propensione verso le forme brevi debba essere anche l’espressione di quell’ansia, non solo la sua cura»), su un coraggioso capovolgimento del rapporto tra scrittura e depressione («e se l’affinità rovinosa e salvifica tra depressione e saggio fosse ciò che ti ha portato in primo luogo in questa situazione?»), su come lo stile sia un ricerca che non scivola solo nell’estetismo ma diventi scrittura stessa (molte belle le pagine dedicate a un saggista sui generis Cyril Connolly, il Palinuro autore dell’importante La tomba inquieta, «nostro contemporaneo di saggismo»), sul valore della frammentarietà e degli aforismi nella loro possibilità di toccare il dettaglio o su come La camera chiara di Roland Barthes sia un esempio perfetto, proprio perché non parla propriamente della fotografia, di saggio e su come la ricerca del semiologo francese sulla madre risuoni nel suo profondo.

Parlando del Tentativo di esaurire un luogo parigino di Georges Perec, altro autore fondamentale per comprendere la dispersione che la forma saggistica agita, Dillon riflette su come in questo libro l’autore si debba scontrare con l’impossibilità di affrontare tutto ciò che l’occhio osserva, di come pian piano una cosa prenda il sopravvento su un’altra e scrive che questo piccolo libro rivela un curioso effetto del saggio: questo «si allontana invariabilmente dagli oggetti a portata di mano per entrare nei domini della speculazione e persino della fantasia, perché questa è la libertà che tale attenzione permette». La libertà di cui parla Dillon in riferimento al saggio può essere certamente una delle spiegazioni per l’attrazione verso questo tipo di scrittura e per comprendere come la molla della curiosità (un esempio su tutti, e molto lontano nel tempo, il medico Thomas Browne, autore di eruditi e straordinari cataloghi) innervi le sue forme più estreme, rivelando per esempio l’insospettabile interesse per un elenco o per la collezione di immagini, un lavoro incompiuto che chiede poi al lettore di mettere insieme i pezzi.

Lo storico dell’arte Roberto Longhi, nel suo saggio Prospettive per una critica d’arte, scrive che la critica è una «storia di evasioni» e così può essere considerato il saggio che trova la sua forma proprio nell’informe, nella possibilità perduta di aderire all’oggetto di cui parla, che può essere tanto la morte di una falena quanto «ciò che un altro autore ha imparato di sé il giorno in cui perse i sensi», «che effetto faceva volare in alto sulla capitale quando il volo era ancora una novità» o il resoconto di ciò che è «passato nella testa dell’autore negli istanti precedenti un incidente con la carrozza postale» per citare alcuni esempi portati da Dillon. La natura impraticabile del saggio e, contemporaneamente, l’attrazione verso le sue forme, suggeriscono un percorso senza fine, un cominciamento continuo alla ricerca della concretizzazione di quell’estremo suggerimento di Cioran: «Non bisogna costringersi a un’opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all’orecchio di un ubriaco o un morente».

Scrivere la realtà non è quindi un libro che offre risposte definitive, perché queste probabilmente non ci sono, ma si inserisce perfettamente nel taglio che il saggio opera sulla realtà, in quella fessura di difficile conoscenza abitata soprattutto da fantasmi e soggetti astratti, un libro che, come ogni autentica ricerca e, ancor di più come ricerca critica, non mira a concretizzare e ritrovare l’oggetto che cerca, ma mette in bella mostra, piuttosto, la sua inaccessibilità.

 

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“Lo scrittore deve scrivere ogni sera la storia della sua giornata”: le “Lettere” di Italo Svevo https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/#respond Mon, 10 Jan 2022 08:10:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49815 Viene pubblicata da Il Saggiatore una nuova edizione completa delle "Lettere" di Italo Svevo, strumento indispensabile per provare a rispondere alla domanda: "Chi è Italo Svevo?"

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Nel 1928 Italo Svevo suggerì a Giulio Cèsari, in una strana forma in terza persona, alcune righe per la stesura di un profilo biografico, un modo ulteriore per conoscere le sembianze e appianare le crepe della sua natura di artista e della sua stessa identità, lui ebreo triestino di origini italiane e austriache (forse ungheresi), all’anagrafe Aron detto Hector Schmitz, poi Ettore e, infine, ma non del tutto considerati i vari pseudonimi con cui si firmerà, Italo Svevo: «Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana a quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste […] di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina». Che Trieste sia stato un «crogiolo» fa parte ormai del pensiero comune (Bobi Bazlen non era per esempio d’accordo, sottolineando che, a differenza di ciò che accade in un crogiolo dove gli elementi più disparati si fondono, a Trieste la fusione non è mai avvenuta) e resta indubbia l’importanza degli «accostamenti» e degli «incontri» (sono sempre parole di Bazlen che tra l’altro fu tra i principali mediatori, assieme a Joyce e Montale, del successo di Svevo) che la città offrì a Svevo e che lo trasformarono, sin da Una vita, nello scrittore che oggi tutti conosciamo (o, meglio, che dovremmo conoscere).

Per comprendere questo valore, oltre all’opera di Svevo che possiamo leggere con i migliori paratesti possibili (quelli di Lavagetto e dei suoi allievi), arrivano adesso in libreria le lettere dello scrittore triestino (pubblicate da Il Saggiatore con la cura attenta e precisa di Simone Ticciati) che partono dal 1885 per arrivare ai giorni che precedono la sua morte. Come suggerisce Federico Bertoni, altro importante curatore e interprete delle opere sveviane, nel suo accurato e appassionato saggio introduttivo, in queste lettere ritroviamo i due personaggi che costituiscono l’uomo (e d’altronde lo stesso Svevo aveva scritto che «un letterato sa sempre di essere composto di due persone»), da una parte il borghese Ettore Schmitz, dall’altra lo scrittore Italo Svevo. Questo appare evidente già solo scorrendo l’indice dove si potrà notare come le lettere fino all’inizio degli anni Venti siano indirizzate quasi tutte alla moglie Livia Veneziani e alla famiglia, lettere che non soddisferanno chi cerca di scoprire le ispirazioni e la poetica di Svevo in quanto «sono estremamente avare di indicazioni su letture, serate a teatro, riflessioni sulla letteratura o giudizi su altri scrittori». Sono lettere che però hanno il pregio di mostrare il lato famigliare dell’esistenza di Svevo e, in particolare, il rapporto con la moglie, portando il lettore a conoscere le varie sfumature che assume la relazione, aspetti che però pian piano vengono mangiati dalle tematiche del viaggio e del lavoro, lettere che aiutano quindi anche a correggere alcuni luoghi comuni rispetto alla girandola lavorativa che precede l’ingresso di Svevo nell’industria dei suoceri. Sono d’altronde le lettere che corrispondono al cosiddetto periodo del «silenzio» sveviano (seppure in realtà Svevo in quegli anni continui a scrivere molti e differenti testi; Maurizio Serra, nel suo saggio Antivita di Italo Svevo, ha invece definito lo Svevo di quegli anni come «il fuggitivo»), cioè gli anni che vanno dalla pubblicazione di Senilità (1898) a quella di La coscienza di Zeno (1923), cioè dalla seconda delusione editoriale all’esplosione del successo.

E infatti nelle lettere che seguono il 1923 troviamo uno Svevo diverso, risorto, «come Lazzaro» chiosa Bertoni, protagonista di una vita nuova e diversa. Si fanno infatti più rare le lettere famigliari e la vita privata quasi scompare dalle corrispondenze: le lettere adesso sono invece indirizzate a nuovi interlocutori, gli scrittori e i critici che hanno aiutato Svevo a raggiungere il successo che, adesso, meritatamente si gode. In questa parte finalmente si parla di libri (suoi e degli autori da lui ammirati), delle recensioni, delle nuove edizioni e dei progetti futuri, si parla dell’Ulisse di Joyce e della Recherche di Proust, in un flusso nuovo che sembra corrispondere a un’inedita tranquillità letteraria che garantisce a Svevo di poter parlare di tutto e con tutti (a Joyce comunica di aver preso l’Ulisse e che si farà aiutare nella comprensione dal fratello, a Sylvia Beach invece che firmerà con piacere una petizione per fermare la pubblicazione statunitense dell’Ulisse senza l’autorizzazione dell’autore, «il danno arrecato a Joyce è come se fosse fatto a me», ma dell’Ulisse scriverà anche, nel 1927, che è «un mistero» e che «la lettura del libro è durata così tanto che quando sono arrivato alla fine avevo dimenticato l’inizio»). Bertoni riassume bene questa dicotomia epistolare, sottolineando come questa sembri replicare «testualmente la scissione di fondo tra Ettore Schmitz e Italo Svevo», protagonisti di un libro differente: «prima il lungo, e spesso monotono, talvolta ossessivo duetto epistolare con Livia che scandisce la vita del buon borghese, marito, padre di famiglia e uomo d’affari; poi, negli ultimi anni, la partitura polifonica di un vero e proprio carteggio intellettuale in cui registriamo, dall’interno, le reazione dello tesso protagonista a uno dei più stupefacenti casi letterari del Novecento».

Ma cosa riceve in più rispetto agli scritti di Svevo il lettore di queste lettere? È una domanda lecita, visto anche la natura particolare di questo epistolario, e a cui si può rispondere prendendo in considerazione due piani diversi. Innanzitutto c’è la possibilità di affrontare utilizzando strumenti ulteriori la sua opera, si può scartare dalla spesso troppo offuscata definizione di scrittore/bancario/dirigente e della vulgata dello scrittore non consapevole di se stesso (per quanto già gli studi di Lavagetto indirizzino verso una lettura di questo tipo) attraverso un percorso che unisce la vita e l’opera. Questo binomio è poi l’altro piano del discorso interessante e che rende entusiasmante seguire la vita di Svevo attraverso queste lettere, perché si troveranno interessanti chiavi interpretative sommerse in questo Zibaldone, così lo definisce Bertoni. Quando Svevo, nel 1903, scrive alla moglie per esempio «quando mi faccio la barba mi guardo in specchio con grande ammirazione. – Bravo, caro Ettore, bravo! Adesso dovresti cambiare di nuovo mestiere per vedere quanti altri piccoli talenti sono in te», chi sta parlando? È il borghese? È lo scrittore che mette in scena se stesso come personaggio? È la porosità della letteratura che si impossessa della vita stessa? Non si tratta di una questione facilmente eludibile, soprattutto se consideriamo come il materiale di queste lettere, filtrato dal romanzesco o reimmaginato, si trasformi in materiale per La coscienza di Zeno.

Non è secondario ricordare che il romanzo capolavoro di Svevo narra di un anziano bugiardo che scrive allo psicoanalista la sua storia, con l’intento di ingannarlo. Il suo racconto è così ricco di aneddoti che lo stesso narratore/scrittore Zeno/Svevo finisce per non vederne più i confini e individuare quelli che dividono il vero dal falso; le sue menzogne sono nascoste, mimetizzate nel testo, eppure affiorano quelle lacune e quelle smagliature che hanno il compito di rendere identificabili atti mancati e lapsus, mezzi attraverso i quali la menzogna viene tradita e a affiorano i funzionamenti reali dell’inconscio. Concentrandosi sul complicato rapporto tra scrivere la propria storia e l’affermazione rilasciata dal protagonista che dichiara che «con ogni nostra parola toscana noi mentiamo», si arriva a un punto di non ritorno, riassumibile nella frase che dice Zeno: con tutte le parole non vere, si può creare un «mondo nuovo». Queste lettere ci lasciano nel dubbio e ci permettono di immergerci con rinnovata curiosità nel mondo sveviano e di stare con piacere, ancora una volta, ai giochi illusori che la letteratura, «ridicola e dannosa cosa» costruisce. Come nella lettera che nel 1927 Svevo scrive a Cyril Ducker dove si ritrova, ancora, quella stessa e ineludibile ambiguità: «lo scrittore deve scrivere – annota in una lettera del 1927 – ogni sera la storia della sua giornata. È l’unico modo per ottenere una grande sincerità, la qualità più importante, credo».

 

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Alcuni consigli di lettura https://minimaetmoralia.it/letteratura/alcuni-consigli-di-lettura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/alcuni-consigli-di-lettura/#respond Mon, 04 Jan 2021 08:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47501 Sono mesi strani, e continuano ad esserlo con pochi segni di cambiamento, e la lettura, quando possibile, può costituirsi come buono e momentaneo rifugio. Questi alcuni titoli, tutti molto diversi, che mi hanno tenuto compagnia.

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Sono mesi strani, e continuano ad esserlo con pochi segni di cambiamento, e la lettura, quando possibile, può costituirsi come buono e momentaneo rifugio. Questi sono alcuni dei titoli, tutti molto diversi, che mi hanno tenuto compagnia da marzo a oggi.

– Georges Simenon, Europa 33 (Adelphi)

Nella traduzione di Federica e Lorenza di Lella, Adelphi ha pubblicato come ultimo titolo del 2020 Europa 33 di Georges Simenon, chiuso da una nota di Matteo Codignola. Come si sa Adelphi pubblica tutta l’opera di Simenon, ma questo corposo volume, assieme a quello dello scorso anno Mediterraneo in barca, non racconta né i casi di Maigret né appartiene al novero dei “romans durs” dello scrittore belga: si tratta invece di reportage, scritti giornalistici, e se Mediterraneo in barca era la cronaca di un viaggio dello scrittore per il gran Mare nostrum, questo nuovo volume raccoglie scritti di Simenon afferenti al 1933, un anno tragico per la storia dell’umanità con la nomina a cancelliere tedesco di Adolf Hitler, il fascismo che già aveva un abbondante decennio di vita e un’aria di rivalsa dopo la tragedia della Prima guerra mondiale che era già molto pesante. Simenon in questo clima politico si muove attraversando tutta l’Europa per conto di Gaston Gallimard e della sua rivista “Voilà” armato anche di macchina fotografica e ciò che non sfugge al suo occhio già impratichito allo sguardo del celebre Maigret (Pietro il Lettone, primo romanzo con Maigret è uscito due anni prima) è proprio ciò che cova nei vari stati che visita, muovendosi tra i paesi baltici, la Russia di Stalin o la Germania di Hitler (dal funerale di un hitleriano Simenon sembra capire tutto ciò che succederà di lì a poco). Pagine che testimoniano quanto grande può essere un reportage, ma che sono anche conferma, da un altro punto di vista, della scrittura di uno dei maggiori interpreti del Novecento tout-court.

– Gruppo di Nun, Demonologia rivoluzionaria (Nero Edizioni)

«La Demonologia Rivoluzionaria è nata e si è sviluppata attorno a una riflessione sul ruolo della kabbalah all’interno delle tradizioni esoteriche occidentali», si aprono con questa frase i Principi di demonologia rivoluzionaria, prima parte del libro che raccoglie contributi di Laura Tripaldi, Claudio Kulesko, Enrico Monacelli, Valerio Mattioli e Bronge Age Collapse e non è difficile immaginare le asperità che questo libro prova ad attraversare nelle sue altre parti (Appunti sull’inserruzione gotica e Nigredo, l’ultima sezione che raccoglie scritti di theory-fiction tra cui si segnalano i bellissimi Mater dolorosa di Laura Tripaldi e Solarizzazione di Valerio Mattioli). I punti di riferimento, di scontro e di analisi sono Nick Land e il lavoro della CCRU, c’è il Gershom Scholem studioso della kabbalah, ci sono Geroges Bataille, Pierre Klossowski e Lovecraft, un altro autore tradotto in Italia sempre dalla collana Not, Eugene Thacker e, ovviamente, Mark Fisher, c’è la magia nera della mano sinistra e il black metal. Tutto questo materiale, e un altro importante merito di questo libro è commentare e annotare una bibliografia di autori centrali per comprendere il nostro tempo («nel nostro cammino abbiamo incontrato inaspettati alleati, le cui voci, più o meno umane, ci hanno guidati lungo il nostro percorso»), va a costituirsi come manifesto della «Italian Weird Theory» e le complessità che vi sono espresse sono luoghi di analisi che non possono che esplicarsi in profonde revisioni di un sistema di pensiero filosofico spesso viziato dall’accademismo, mescolando magia, alchimia e apocalissi in un rigoroso sistema di analisi.

– Pedro Cieza de Leòn, Scoperta e conquista del Perù (Quodlibet)

Pedro Cieza de Leòn è nato in Estremadura intorno al 1518 e morto, ancora giovane nel 1554 a Siviglia per una malattia epidemica. All’interno della sua esistenza, un evento rivestì una posizione centrale, il periodo trascorso nel Nuovo Mondo, in Perù: il valore di questo periodo è dovuto al fatto che Pedro Cieza de Leòn ha scritto un’opera faticosa, monumentale e incompiuta, Crònica del Perù, cominciata intorno al 1541, prima nelle vesti di soldato di ventura poi nella sua posizione di cronista de Indias, e corretta e aggiustata fino alla morte. Laura Forti traduce adesso una parte di questa grande opera, la terza, dedicata alla «vicenda epica e tragica» della scoperta e conquista del Perù a opera di Francisco Pizarro (colui che illuse e uccise l’imperatore inca Atahullupa), di Francisco Pizarro e Diego de Almagro. Possiamo leggere questo testo straordinario in tanti modi, come un romanzo picaresco (e non a caso si trova nella collana Compagnia Extra diretta da Ermanno Cavazzoni, dove si trova un libro fratello, la Germania di Tacito curata da Giuseppe Dino Baldi), come testimonianza di uno scontro violento tra mondi diversi, come tentativo di provare a comprendere l’estraneo, sempre tenendo in mente il «problema dell’altro» come espresso da Todorov: resterà in ogni caso un racconto straordinario.

– Ezio Puglia, Il lato oscuro delle cose. Archeologia del fantastico e dei suoi oggetti (Mucchi editore)

L’importanza degli oggetti nell’analisi dei testi letterari è da tempo luogo centrale per gli studi di critica letteraria, basti pensare ai preziosi e ancora importanti studi di Francesco Orlando (Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti). Il valore degli spazi e degli oggetti assume poi un ruolo decisivo nella letteratura fantastica, intendendo con questo termine un gruppo di opere eterogenee e un ampio lasso di tempo, e questo libro di Ezio Puglia è uno studio molto importante sull’argomento che mette in comunicazione il fantastico e il ruolo degli oggetti in questo tipo di scrittura. Facendo riferimento a un’ampia rete di autori (da Poe a Hawthorne, da Maupassant a Hofmann, da Pirandello ad Alberto Savinio) e a un’impostazione teorica che costeggia gli studi sugli spettri e sull’aura che acquistano gli oggetti in determinate situazioni perturbanti, Puglia costruisce una convincente e complessiva architettura ermeneutica per analizzare questo tipo di scrittura tra Ottocento e Novecento, liberando anche la visione della letteratura fantastica da alcune interpretazioni a volte troppo semplicistiche, rintracciando in oggetti dalla natura e provenienza diverse un ruolo centrale per il lavoro critico.

– Erica Lagalisse, Anarcoccultismo. Dissertazione sulle cospirazioni dei re e dei popoli (D Editore)

Con grande tempestività D editore ha tradotto (opera di Enrico Monacelli) uno studio discusso e molto interessante di Erica Lagalisse, antropologa e ricercatrice, che analizza come le teorie politiche affondino le loro radici anche nell’occultismo, muovendosi con disinvoltura dalla caccia alle streghe ai maghi fino ai massoni. A emergere a conclusione dello studio di Lagalisse è come siano spesso gli spazi oscuri, criptici e psichedelici della realtà a fornire alcuni strumenti di lotta alle disuguaglianze e alla morse strette del potere. Il campo tracciato da questo libro è irto di pericoli, uno su tutti le possibili teorie complottistiche che tanto spazio hanno nei ragionamenti contemporanei: Lagalisse non corre il rischio di perdercisi, pur essendo cosciente che le arti occulte che sono disseminate tra queste pagine possono ispirare anche le «macchinazioni psicologiche della moderna promozione pubblicitaria e dei social media» oltre che «fantasie neofasciste, apocalissi dialettiche e la fede anarchica per l’emergere di un ordine sociale egualitario». Forse allora il monito più importante di Anarcoccultismo è non ignorare il potere di questi simboli, riconoscerne la natura e i rischi e, soprattutto, i simulacri che popolano la nostra società.

– Fëdor Dostoevskij, Lettere (Il Saggiatore)

Bisogna sempre considerare come tesori molto preziosi pagine di autori sacri della storia della letteratura ancora inedite, qualsiasi tipo di testo esse siano. Ecco un altro motivo per leggere con attenzione, calma e grande cura le lettere di Fëdor Dostoevskij che con la cura di Alice Farina, che è anche traduttrice insieme a Giulia De Florio ed Elena Freda Piredda, sono pubblicate da Il Saggiatore in un’edizione sontuosa che fa il paio con la grandezza del suo autore. Nelle oltre mille pagine di questo libro si può entrare, come spesso accade con gli epistolari, nel laboratorio creativo dello scrittore, conoscere gli stati d’animo e i sentimenti più profondi nei momenti della scrittura e gioire per la scoperta di alcune corrispondenze tra i contenuti delle lettere e ricordi di scene o immagini dei suoi romanzi. Ma anche la vita stessa di Dostoevskij, turbolenta e senza molti momenti di quiete, sembra in queste pagine diventare romanzo, basti pensare alle vicende legate all’arresto, alla condanna a morte e alla grazia. Il lettore di Dostoevskij potrà allora avere consapevolezza, leggendo queste lettere, di come la vita si faccia romanzo e il romanzo si faccia vita, in un legame inscindibile, più o meno cosciente, tra opera e vita.

– Ioan Petru Culianu, I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno (Jaca Book)

Descrivere un libro come questo in poche parole è non solo un’operazione che non può rendere merito alla profondità di questo studio, ma rischia anche di semplificare la complessa architettura del pensiero dello storico delle religioni rumeno Ioan Petru Culianu, morto ancora giovane assassinato nei bagni dell’Università di Chicago nel maggio del 1991. Oltre al suo grande capolavoro Eros e magia nel Rinascimento, impressionante per come riesce a mettere in collegamento concetti appartenenti al Rinascimento con la nostra contemporaneità, non sono molti i testi disponibili in lingua italiana, e tra questi spicca I miti dei dualismi occidentali, un libro che è prova di come Culianu si muovesse all’interno della storia delle religioni, cioè utilizzando un approccio multidisciplinare che spaziava dalla filosofia alla matematica alla geometria ai processi cognitivi. Qui Culianu si concentra sui miti di un gruppo di correnti religiose, i «dualismi d’Occidente» appunto e cioè, tra gli altri, i sistemi gnostici, il manicheismo, i Catari, analizzando come questi elementi di costante preoccupazione per il cristianesimo possano essere analizzati in una rete di relazione di successione e derivazione, in un dialogo continuo che arriva fino alle modalità attraverso le quali oggi abitiamo e valutiamo il mondo.

– Barbara W. Tuchman, Uno specchio lontano. Un secolo di avventure e di calamità. Il Trecento (Neri Pozza)

Nei tempi strani che stiamo vivendo, in particolare nel periodo primaverile, erano continui i paralleli con le condizioni dei secoli passati, dalla peste del Seicento (con un Manzoni citato molto spesso a sproposito) a quella, altrettanto devastante, del Trecento. Il corposo libro di Barbara Tuchman, tradotto per Neri Pozza da Giovanna Paroni, è un racconto imperdibile del secolo che ha visto certo l’epidemia di peste, ma anche, tra le altre cose, lo scontro interno alla Chiesa che portò a due papati e la guerra dei cent’anni che devastò Francia e Inghilterra e fu foriera di successive e importanti modifiche politiche ed economiche per gli assetti europei. Una frase abusata dice che conoscere la storia permette di non fare errori nel presente, ma se anche non dovesse servire a scongiurare errori, di sicuro Uno specchio lontano è una narrazione ariosa e rigorosa di un secolo che è trascorso perpetuamente sull’orlo dell’abisso ma con vette assolute, si pensi a Petrarca per esempio, che ancora oggi mantengono il loro valore.

– Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (Carocci)

L’aspetto narrativo dell’Apocalisse è al centro del libro di Luca Arcari, dove l’autore si concentra sui racconti e sulle visioni apocalittiche, quella di Giovanni, ma anche molti testi di rivelazione giudaici e protocristiani (collocabili tra il IV secolo prima di Cristo e il II secolo dopo Cristo): questi testi vengono letti come «punti di congiuntura in cui esperienze psicotrope, interpretate come di contatto diretto con il divino, diventano strumenti comunicativi rimodulati da specialisti della cultura nelle vesti di vere e proprie narrazioni visionarie». Ecco allora che il racconto dell’Apocalisse viene interpretato alla luce di un problema fondamentale per qualsiasi interrogazione sui testi apocalittici, di ieri e di oggi, ovvero sulla possibilità di considerare questi testi come specchi, ovviamente, ma non sempre, deformati, della vita vissuta. Arcari privilegia l’elemento visionario di queste narrazioni considerando l’apocalisse come «un qualsiasi resoconto di tipo rivelativo che abbia un impianto descrittivo compiuto e definito, e che sia interamente volto a mostrare aspetti, elementi e figure propri dell’oltremondo», provando a legare l’esperienza psicotropa, intesa da Arcari come innesco di reazioni biochimiche interiori, a queste eccezionali visioni. Non manca infatti nello studio di Arcari un’analisi degli aspetti puramente narrativi delle apocalissi in quanto la sua accurata e profonda esegesi dei testi si basa su un dato di fatto importante e innovativo: utilizzando gli strumenti della Cognitive Science Religion e un’integrazione tra gli studi cognitivi, quelli di neurobiologia e psicologia e quelli di antropologia, sociologia e storia culturale, Arcari mostra come le esperienze religiose non abbiano sempre un intrinseco carattere specifico rispetto a quelle non religiose, narrazioni pure, riflessi dell’esistenza, e quindi descrizioni che immaginano il momento della fine dei tempi, «specchi ancorché opachi di azioni riconducibili alla dimensione della vita vissuta».

– Manuela Antonucci, Murene (Italo Svevo)

La collana “Incursioni” dell’editore Italo Svevo, si è in poco tempo consolidata come luogo di interessanti proposte di qualità, oltre che caratterizzata dal riconoscibile progetto grafico di Maurizio Ceccato, da Scavare di Giovanni Bitetto a Le isole di Norman di Veronica Galletta. L’ultimo libro della collana è l’esordio di Manuela Antonucci che dentro la cornice narrativa e storica dell’occupazione dell’Arneo e il misterioso ritrovamento di un anello, si muove tra gli anni Cinquanta e i Sessanta concentrandosi sulle terre del Sud Italia e su cosa significhi vivere ed essere parte di uno spazio geografico con i suoi riti, le sue ferite e la sua sacralità, nelle storie, uniche e per questo universali, di personaggi che vivono in simbiosi con quello spazio, prendendo da questo tutto, senza mediazioni. Restano di questo romanzo la forza di una lingua stirata e stropicciata dall’autrice per aderire non solo alla vicenda ma anche allo stato d’animo dei personaggi e la scelta di un andamento narrativo frammentario e complesso che resta in piedi senza mai tentennare, sperimentando con successo la forza e la resistenza degli strumenti narrativi.

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“Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/ https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/#respond Tue, 03 Nov 2020 13:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44480 Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova nella forma del romanzo a bivi la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant'anni

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Uno degli esercizi più divertenti, ma spesso esasperanti, che si può fare giocando con le scelte grandi o piccole della nostra vita è quello del “what if”, il “cosa sarebbe successo se”, per immaginare quelle che sarebbero potute essere strade diverse per la nostra esistenza. Questo tipo di ragionamento ha assunto anche una forma narrativa ben precisa, quella del del libro-game, che ha un passato di autori e scuole letterarie illustri (l’OuLiPo per esempio con il racconto di Raymond Queneau Un racconto a mondo vostro), ma anche un vero e proprio mercato vivo con testi soprattutto degli anni Ottanta (come testimoniano popolati gruppi di compravendita su Facebook). Si tratta di una forma di narrazione in cui l’autore sottopone al lettore delle scelte su come proseguire la storia, un romanzo a bivi dove il bandolo della narrazione è padroneggiato dal lettore (per quanto in realtà sia l’autore a disegnare le varie strade e quindi a limitare nell’universo del possibile le scelte da prendere). È chiaro come quindi alla base di questa narrazione ci sia un’ontologica incertezza in quanto neanche a chi crea il libro e la storia è concesso di guidarla e più sono le scelte e i bivi tra cui si trova a scegliere il lettore e più sono le possibilità di ramificazione della vicenda.

Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova in questa forma particolare la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni (chi «ha avuto la sventura di essere giovane negli ultimi vent’anni») e si trova in una condizione di precariato ben difficile da superare. Il libro riesce a muoversi con grande naturalezza tra la tragedia esistenziale e l’ironia del tono, come già le citazioni in esergo a ogni sezione del libro fanno presagire, tra Jack London e Friederich Hegel (rispettivamente «Dovevo impararlo un po’ più tardi purtroppo, che l’ebrezza intellettuale procura anch’essa un amaro futuro» e «L’uomo non è altro che la serie della sua azioni») ed Elsa Fornero («Non bisogna mai essere troppo choosy») per la parte di romanzo dedicata al lavoro, Dennis Robertson, Alfred Jarry e Frabrizio Corona per la parte sull’amore e Philip K. Dick, Mario Soldati e Mark Zuckerberg per quella più generale sulla vita.

Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, edito da Il Saggiatore, si muove appunto attorno a questi tre macroaspetti dell’esistenza. La prima parte è dedicata alle scelte universitarie: «hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. Il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale». A questo punto si apre per il lettore la prima scelta del libro, tra l’iscrizione a filosofia a quella a medicina, anche accogliendo le insistenti pressioni famigliari, ed è strano, leggendo queste pagine e ritornando sul proprio percorso, accorgersi di come una scelta così rapida sia decisiva per molto del proseguimento della vita. Da lì si parte o per una carriera accademica vista come un miraggio e conquistabile solo a costo di inchini, sopportazioni e lontananza dall’Italia oppure la storia si chiude subito con l’accettazione di anni di studio di medicina per recuperare dopo la laurea il tempo perduto. Il fatto che la vicenda dell’“intellettuale” sia quella che dura di più e offre più strade rispecchia da un lato l’esperienza dell’autore, ma dall’altro è anche il modo per parlare del «bracciantato culturale», dell’importanza del «retaggio culturale» e della disponibilità economica che seleziona in maniera netta le scelte per il futuro. Perché ciò che il libro di Mazza Galanti fa, ed è forse l’aspetto più importante di questo lavoro, è indagare non solo una delle possibili strade che si aprono o si sono aperte a un’intera generazione, ma è un tentativo di esplorarle tutte giocando con la letteratura, studiando così le forme del lavoro culturale, ma anche dell’instabilità degli affetti e la difficoltà di mantenerli quando tutto intorno sembra crollare un pezzo alla volta e in maniera inesorabile.

Nella parte dedicata alla “vita”, quella che chiude il libro, la storia assume il carattere di un vero e proprio breve romanzo di formazione, che nasce sui banchi di scuola tra disobbedienza e rispetto per le rette pagate dai genitori e che può arrivare, tra le altre cose, al seminario o alla scelta rurale. Ma in questa parte del libro sono custodite le pagine più drammatiche della narrazione di Mazza Galanti, quelle dedicate agli eventi di Genova del 2001, che assumono anche nella finzione narrativa (ma si tratta davvero di questo? Domanda che risuona continuamente durante la lettura) i contorni di uno spartiacque decisivo. In “Genova”, il primo dei tre capitoli dedicati a questi eventi, dopo l’esperienza di una città che «sembra indossare una maschera antigas», arriva ancora il momento di una scelta all’apparenza neutra, «chiedere asilo alla scuola Diaz, centro di coordinamento del Social Forum con funzione di dormitorio. Oppure uscire definitivamente dalla città, ripartire con l’ultimo treno per Milano, lasciarsi alle spalle questi giorni da incubo». Le due scelte, come è facile intuire, si aprono a due modi assolutamente diversi di proseguire la vita: da una parte il quadrato nero che occupa la scelta “Diaz” e che non ha nessuna nuova scelta da fare, con la fine della storia e del libro, dall’altra la “Fine degli ideali” quel lento e inesorabile sentimento di estraneità dalla società e dall’impegno per essa che sancisce comunque una conclusione amara.

Le scelte sono simboliche, così come i vari momenti di questo libro, ma l’impressione finale è che la scelta del romanzo a bivi sia stata lo strumento migliore per raccontare il disorientamento di un’intera generazione, la discrepanza tra il mondo e le aspettative dei genitori e quello dei figli e quel latente sentimento di trovare un altrove, «di uscire dal mondo», che finisce talvolta per essere l’unico temporaneo rifugio sicuro.

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La sfida di L.O.V.E. non al denaro non all’amore né al cielo https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/giossi-love-denaro-amore-cielo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/giossi-love-denaro-amore-cielo/#respond Fri, 11 Sep 2020 15:06:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44060 In un tempo non sappiamo dire quanto evoluto e realmente conscio della propria complessità in cui si predilige rivolgersi, intendiamo culturalmente, di volta in volta a pubblici più o meno definiti, Giancarlo Liviano D’Arcangelo decide di prendere la strada più erta, quella che lo vede chiamare a raccolta i lettori. Difficile dire chi siano per […]

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In un tempo non sappiamo dire quanto evoluto e realmente conscio della propria complessità in cui si predilige rivolgersi, intendiamo culturalmente, di volta in volta a pubblici più o meno definiti, Giancarlo Liviano D’Arcangelo decide di prendere la strada più erta, quella che lo vede chiamare a raccolta i lettori.

Difficile dire chi siano per davvero oggi i lettori di libri, e in verità è ugualmente difficile definire quali siano i lettori di cinema, di radio o peggio ancora di quella cosa informe che è diventata la TV che da qualunque forma di trasmissione audiovisiva ha succhiato nel tempo energia e diversità, infettando e infettandosi.

Ancora più arduo è il tentativo di capire chi siano i lettori di letteratura italiana contemporanea spesso anonimi naufraghi di un tempo in dismissione. Certo è che la scelta di D’Arcangelo va nella direzione di una ricerca e di un’ostinazione umanistica pura.

Probabilmente D’Arcangelo va verso una sconfitta, ma di sicuro questa sua ultima impresa (è il vero e proprio caso di definirla tale) valeva la pena che venisse compiuta e a fronte di equivoci varrebbe la pena che venisse compiuta anche dai lettori, chiunque essi siano, dovunque essi si rifugino, aprendo e godendo di un libro che oggi è raro anche solo che venga pubblicato (merito a Il Saggiatore) e ancor più raro che venga pensato e scritto.

Di cosa parla dunque L.O.V.E. nelle sue oltre ottocento pagine? Lo chiarisce subito la copertina, parla di libertà, odio, vendetta ed eternità. In sostanza racconta le vicissitudini di una famiglia italiana un tempo ricca e potente, e oggi – come da tradizione – decaduta. Una famiglia che tuttavia contiene proprio nel movimento stesso della sua decadenza l’essere, la sostanza primigenia della sua curiosità, della sua potremmo dire malata genialità.

Attenzione però perché la decadenza non riguarda la perdita di denaro e non c’entra nulla con la perdita di centralità sociale. Oggi la decadenza è un movimento appunto, uno stare nel tempo rilucendo del proprio passato. Una forma di godimento assurda e assoluta attraverso la quale il protagonista ed io narrante di L.O.V.E., Giordano Giordano perpetua la propria esistenza impastandola di verità e di memoria, ossia di ottusità e masochismo.

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La famiglia si scioglie così nel suo ultimo erede, vera e propria emanazione di vizi e contraddizioni. Un agente dunque che tra antichi allori e odierne indecisioni rivela la mostruosità del danno, di quel danneggiamento letale che è il denaro di famiglia, la ricchezza accumulata, l’orgoglio dei morti.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo gioca con i fantasmi dell’imprenditoria italiana, quelli da imitare, ma che nessuno ha mai più imitato (Olivetti è da sempre il primo nome della lista) per mancanza di coraggio o per eccesso di nichilismo, ma soprattutto gioca – ed è un gioco serio – con gli stilemi un po’ ridicoli e consunti della cultura italiana contemporanea. D’Arcangelo critica questo stile culturale a tratti fasullo e a tratti perduto tra le sue ombre, così incapace di produrre pensiero e figuriamoci poi della pratica.

Un viaggio dentro quello che resta, ma soprattutto dentro quello che pare essere scomparso tra i vizi uggiosi che hanno sostituito ogni forma di libero (e felice) eros. Una lingua quella di D’Arcangelo sempre in bilico o forse si potrebbe dire in equivoca riflessione, tra asciuttezza e densità, tra evocazione ed elaborazione, tra casualità e progettualità.

L.O.V.E. è un romanzo epico che supera l’incompiutezza dell’ultimo Novecento italiano che dopo aver inseguito la forma romanzo come un sacro Graal è scivolato rovinosamente perdendo ogni forma e misura. Certo quell’ultimo scorcio di secolo fu comunque in grado di rivelare e di non perdere la grazia e lo stile che vedranno invece la loro caduta in una sorta di scomposta assenza negli anni duemila, là dove tutto è accaduto, ma nulla è stato raccontato e tanto meno decifrato.

L.O.V.E. offre così al lettore il senso di una sfida, la necessaria differenza tra godere e partecipare, tra leggere e guardare.

La sconfitta è quasi sicura, le incertezze anche quelle sono tutte li da vedere tra le fitte pagine, così come i limiti e i difetti che coinvolgono i lettori mettendoli di fronte ad un tempo mostruoso e dolorante, ma non certo privo quando si abbia voglia e desiderio, di stupefacenti incantamenti.

Immagine: interno villino Spierer, Roma (arch. Carlo Pincherle)

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I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/#comments Fri, 06 Apr 2018 08:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36821 I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che […]

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I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia.

Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata.

Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia.

I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto.

I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore).

Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale.

L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più.

Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia.

Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro.

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Altare della patria https://minimaetmoralia.it/libri/altare-della-patria/ https://minimaetmoralia.it/libri/altare-della-patria/#respond Fri, 18 Nov 2011 08:36:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5698 Ci sono esperienze di lettura talmente inattese e disorientanti da mettere in crisi tutto ciò che normalmente viene dato per acquisito. È come se il sistema logico della lettura a cui leggendo ci affidiamo – le ascisse e le ordinate delle frasi, i punti cardinali della narrazione – venisse messo così tanto in torsione da costringerci a trascorrere dal déjà vu al jamais vu.

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di Giorgio Vasta

Ci sono esperienze di lettura talmente inattese e disorientanti da mettere in crisi tutto ciò che normalmente viene dato per acquisito. È come se il sistema logico della lettura a cui leggendo ci affidiamo – le ascisse e le ordinate delle frasi, i punti cardinali della narrazione – venisse messo così tanto in torsione da costringerci a trascorrere dal déjà vu al jamais vu.
Con Altare della Patria ci troviamo davanti a un fenomeno letterario direttamente connesso alla dimensione editoriale da cui proviene. Il libro di Ferruccio Parazzoli è infatti il primo titolo di narrativa italiana edito da il Saggiatore: ripresa e sviluppo di un romanzo pubblicato nel 2008 da Mondadori (il titolo era Adesso viene la notte), Altare della Patria si configura come una scrittura in progress all’interno di un progetto che pensa ai libri come opere in divenire mobile e in reciproco colloquio (tra i primi titoli la riedizione di Last Love Parade di Marco Mancassola e l’esordio di Gabriele Ferraresi, L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione); a coordinare l’iniziativa uno scrittore come Giuseppe Genna, che in particolare con le diverse edizioni di Assalto a un tempo devastato e vile ha fatto della pratica del palinsesto (alla lettera: scrivere, cancellare, riscrivere) un vero e proprio modus operandi nonché un’indocile dichiarazione di poetica.
Attraverso una lingua asciutta e mite (inquietante in misura della sua stessa mitezza) Parazzoli sceglie di concentrarsi su una delle due capsule insondabili e inesauribili dell’Italia contemporanea: la prigione di via Montalcini 8 bis, a Roma, ovvero quello spazio precluso in cui Aldo Moro venne tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni dalle Brigate Rosse, la voragine in cui un tempo italiano collassa e si conclude e un altro tempo ha inizio (l’altra capsula, tre anni dopo il 1978, sarà il pozzo artesiano di Vermicino nel quale precipita Alfredo Rampi, un altro nucleo perturbante che continua a domandare messinscena).
Parazzoli sa, sente, che al centro della ricostruzione storica di ciò che accadde va collocata una visione; non un ulteriore tentativo filologico, dunque, ma il movimento radicale e molteplice di chi decide – e Parazzoli lo fa accelerando in modo vertiginoso situazioni e figure – che ad avere senso (a generarne) è il sedimento, la materia di decantazione, la filigrana semi-invisibile che accumulandosi si trasforma nell’endoscheletro del tempo.
Nella prima parte del libro – qualcosa di simile al primo movimento di una sinfonia letteraria – il luogo in cui si svolge l’azione è soprattutto la Basilica di San Pietro: è il 1978, Aldo Moro è stato sequestrato dalle Br e Paolo VI, amico personale del presidente della Democrazia Cristiana, riceve le visite di un diavolo proteiforme (a volte clochard, a volte prelato in clergy) che lo sfida provando a coinvolgerlo in un confronto dialettico. L’oggetto del contendere non è semplicemente la vita di Moro ma la conoscenza del bene e del male. Anzi, considerato che Parazzoli sceglie di conferire loro proporzioni assolute e di scolpirle in una dimensione archetipica, del Bene e del Male.
Nel secondo movimento il fuoco si concentra su Aldo Moro. Una notte il diavolo lo porta sopra piazza Venezia per osservare dalla sommità dell’Altare della Patria la cupola di San Pietro illuminata. È un controcampo, uno sguardo che risponde a quello che nella prima parte Paolo VI rivolgeva, metaforico e incerto, verso il prigioniero delle Brigate Rosse. Mentre guarda l’altro “uomo giusto” Moro ascolta il racconto di un’ombra accovacciata sulla scalinata del Vittoriano, la voce limpidamente buia di Giulio Andreotti che descrive quello che sarà il futuro italiano: “Morti ammazzati, si intende. E poi, cambiamenti di rotta, un beccheggio di tutto il Paese da far venire il vomito, noi così attenti, noi così prudenti, così politici…”
In questo lungo gioco di sguardi (di campi e controcampi, di canti e controcanti) che attraversa lo spazio nazionale si concentra il fantasma concreto ed evanescente di un paese claustrofilico, la grande microscopica capsula temporale da cui non riusciamo a venire fuori.

Questa recensione è uscita su «Repubblica»

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