Italia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italia/ un blog di approfondimento culturale Mon, 19 Aug 2019 08:17:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Italia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italia/ 32 32 Perché “Conversazione nella Catedral” è una bussola anche per il XXI secolo https://minimaetmoralia.it/altro/perche-conversazione-nella-catedral-bussola-anche-xxi-secolo/ Mon, 19 Aug 2019 08:17:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40915 Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo. di Nicola Lagioia In che momento si era fottuta l’Italia? Nel 2019 compie cinquant’anni uno dei romanzi più importanti e attuali del secondo Novecento, Conversazione nella Catedral di Mario Vargas Llosa. Pubblicato per la prima volta in due volumi da Seix Barral, per imponenza, respiro, capacità […]

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Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

In che momento si era fottuta l’Italia?

Nel 2019 compie cinquant’anni uno dei romanzi più importanti e attuali del secondo Novecento, Conversazione nella Catedral di Mario Vargas Llosa. Pubblicato per la prima volta in due volumi da Seix Barral, per imponenza, respiro, capacità di addentrarsi nella psicologia dei singoli e nello spirito di un intero popolo, è uno di quei libri che segnano un’epoca. Insieme a opere come La casa verde e La guerra alla fine del mondo ha fatto meritare a Vargas Llosa il Nobel.

Dall’America Latina all’Europa. Conversazione fu concepito in gran parte a Londra, dove il trentenne scrittore peruviano aveva trovato rifugio insegnando all’università. L’attacco del romanzo è celebre. Santiago Zavala, detto Zavalita, un giornalista di buona famiglia che ha rinnegato le sue origini borghesi, si aggira per le strade di Lima. Edifici scoloriti. Automobili in rovina. Scheletri di pubblicità luminosa che ondeggiano nel pomeriggio grigio. “In che momento si era fottuto il Perù?”, si chiede a un certo punto Zavalita. Le settecento pagine successive sono un tentativo di rispondere alla domanda.

Il Perù in cui si apre la storia è uscito dalla dittatura di Odria, ma è un paese ancora fragile, intossicato dai veleni del passato, privo di direzione per il futuro. Zavalita fa la spola tra il giornale e casa sua, scrive editoriali tappandosi il naso, ogni tanto rende visita a colleghi che preferiscono la compagnia dei diavoli azzurri (le allucinazioni del delirium tremens) al triste spettacolo della realtà. È chiaro che stiamo procedendo a pelo d’acqua. Per inoltrarci negli abissi c’è bisogno di un imprevisto.

Una sera, tornando a casa, Zavalita trova sua moglie in lacrime. Batuque, il piccolo cane della coppia, è scomparso. “Te lo riporterò”, assicura lui. Così Santiago corre verso calle Larco, monta su un taxi collettivo, si fa portare al Puente del Ejército, dove edifici sempre più squallidi si alterano a muri color cacca (“il colore di Lima”, pensa Zavalita, “il colore del Perù”). Al canile municipale Zavalita ritrova il suo Batuque. A consegnarglielo è un zambo che si occupa della soppressione delle bestie. “Non può essere lui”, pensa Zavalita guardandolo, “tutti i negri si somigliano”. Invece si tratta proprio di Ambrosio, l’ex autista di suo padre. I due non si vedono da anni. “Ti sei dimenticato di me?”, dice Zavalita. “La vedo e non ci credo, signorino”, risponde Ambrosio, “certo che la riconosco”.

Quella che sembra una riconciliazione è in realtà una resa dei conti. Ambrosio e Santiago vanno a bere a La Catedral, una bettola il cui ingresso ricorda la porta di una chiesa, ed è qui che ha luogo la conversazione che dà titolo al romanzo. Uno di fronte all’altro, Zavalita e Ambrosio iniziano a scavare nel passato. Sono tanti i nodi irrisolti, a cominciare dal rapporto di amore-odio che lega Zavalita alla propria famiglia e in particolare a suo padre don Fermìn, che negli anni di Odria aveva sostenuto il regime. In un moltiplicarsi di voci e piani temporali che gioca superbamente col magistero di Faulkner, la conversazione tra Zavalita e Ambrosio è l’autobiografia di una nazione perduta, un viaggio nel paese delle ombre, l’impossibile autopsia in vita del Perù.

Il colpo di stato ha distrutto le speranze del paese, ma le cose non sono mai così nette: il modo in cui Vargas Llosa mette a nudo sostenitori e oppositori del regime, odristi e apristi, padri e figli in un crescendo di contraddizioni reciproche, fa di Conversazione un capolavoro. Emblematico il rapporto tra Zavalita e don Fermìn: come succede nella grande letteratura non riusciamo a detestare in pieno chi sta dalla parte sbagliata della Storia (don Fermìn, sodale di Odria, è un uomo di grande complessità umana), così come le ragioni di chi opera per il bene non sono a prova di bomba (Zavalita è un principe spodestato in cui nobiltà d’animo e fragilità si confondono). Tutti partecipano alla grande Conversazione, nessuna voce può dirsi fuori dal coro, fino a un drammatico colpo di scena, sapientemente occultato per tre quarti della narrazione, capace di far crollare il castello di carte in cui il lettore si addentra sospinto dalla bravura mostruosa di Vargas Llosa.

Quando Conversazione uscì, l’Europa era una destinazione ideale per gli scrittori latino-americani: faro della democrazia e della ragione, contrapposta alla visceralità, alle follie, al populismo dell’America Latina. Cinquant’anni dopo è Vargas Llosa a parlare di “sudamericanizzazione” dell’Europa. La politica fondata sull’irresponsabilità, la cultura ridotta a spettacolo, lo spirito critico annegato in un mare di slogan, con l’Italia tra i malati più gravi. In che momento si era fottuta l’Italia?, potremmo dire con Zavalita. In che momento rischia di fottersi l’Europa? La Storia non si ripete, ma il meccanismo degenerativo resta identico: in Europa non c’è ovviamente un regime come quello di Odria, ma se guardiamo all’imbarbarimento del discorso pubblico, alla nomalizzazione di certi abusi di potere, all’arroganza di chi comanda, all’opportunismo di chi si astiene, all’autoreferenzialità di chi si oppone, alla perdita di competitività, alla feroce ostilità verso ogni spinta di rinnovamento, allora molti conti tornano e Conversazione diventa una bussola anche per il XXI secolo. Il presente appare più che mai confuso, ma guardare a certi grandi romanzi puà aiutarci a capire che cosa sta davvero succedendo.

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La guerra civile degli italiani on line che la politica sfrutta senza pietà https://minimaetmoralia.it/altro/la-guerra-civile-degli-italiani-line-la-politica-sfrutta-senza-pieta/ Mon, 09 Jul 2018 06:35:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37728 Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo di Nicola Lagioia Una guerra civile incruenta per tutto ciò che non riguarda i nervi, il tempo perso e l’avvelenamento del clima emotivo sta incendiando l’Italia. È la rissa che i sostenitori delle opposte fazioni politiche ingaggiano ogni giorno sui social network. Non mi riferisco a […]

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Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Una guerra civile incruenta per tutto ciò che non riguarda i nervi, il tempo perso e l’avvelenamento del clima emotivo sta incendiando l’Italia. È la rissa che i sostenitori delle opposte fazioni politiche ingaggiano ogni giorno sui social network. Non mi riferisco a chi siede in parlamento o ai professionisti dell’informazione. Sono i comuni cittadini, questa volta, a darsele di santa ragione. Vale tutto: insulti, linciaggi, accuse, colpi bassi, emoticon scagliati come pietre, inviti al suicidio rituale. Lo spettacolo è desolante, non solo per il linguaggio utilizzato. Più che altro è triste vedere gli italiani lasciarsi sfruttare così dalla politica.

Tra i modi con cui il potere vampirizza i cittadini c’è la capacità di scaricargli addosso dei compiti che sarebbe suo dovere assolvere, o anche solo delle incombenze ingrate. Ad esempio, il lato più becero dello scontro politico. La Seconda Repubblica è stata celebre anche per le risse nel corso delle quali in televisione (o in parlamento) esplodevano insulti impossibili ai tempi della Democrazia Cristiana. Non era esaltante vedere un onorevole comportarsi come un ultras, ma quella era diventata la parte meno nobile di una professione in cui l’aggressione scomposta pagava più di un normale ragionamento. Oggi il lavoro sporco è affidato ai cittadini, i quali lo eseguono a titolo gratuito, con una diligenza che rasenta l’entusiasmo.

Da una parte il consenso politico – a causa delle regole che il dibattito pubblico si è dato e da cui ora fatica a svincolarsi – ha bisogno di un nemico contro cui scagliare senza pace insulti e accuse farneticanti. Dall’altra, non è detto che ai membri di un partito convenga usare sempre apertamente quei metodi. In certe fasi, lasciano che a farlo siano gli elettori sui social.

Se un deputato dichiara di non essere razzista ma i suoi post scatenano centinaia di messaggi xenofobi e migliaia di aggressioni telematiche in difesa della razza, un problema dovrebbe porselo. A meno che appaltare la violenza fuori dal parlamento (perché ci rientri in forma di consenso) sia il vero fine di quei post. Ma come si spinge la gente a diventare violenta al posto nostro? Come possono due pugili che si sfidano per il titolo portare il pubblico del palazzetto a riempirsi di botte intascando la borsa per interposti picchiatori? Risposta: convincendoli che non si stanno scontrando tra pari. Il trucco consiste nel fare in modo che dei comuni cittadini attacchino altri comuni cittadini come un tempo sognavano di fare con i politici che odiavano. In questo scambio rituale si nasconde la trappola tesa dal potere alle sue vittime, che sono anche i suoi tifosi.

Assistiamo così al paradosso folle per cui su Facebook un onesto elettore della Lega che paga le tasse e fatica ad arrivare a fine mese può attaccare sui migranti un onesto elettore del PD che paga le tasse e fatica ad arrivare a fine mese come se si trovasse di fronte George Soros in persona; e al tempo stesso quell’elettore del PD può aggredire qull’elettore della Lega come se una parte dei cinquanta milioni di euro di rimborsi elettorali svaniti nel nulla se li fosse intascati il suo interlocutore telematico.

Per la democrazia contemplare un avversario non è una possibilità ma la conditio sine qua non. Peccato che il peggior potere non abbia bisogno oggi di avversari cui riconoscere dignità, bensì di gladiatori-elettori da far scannare in nome di un nemico che ogni disgraziato armato di elmo e di spadone vede incarnato nel suo omologo.

Più ci si tratta da nemici tra comuni cittadini, tuttavia, meno si sarà disposti a sottoporre a verifica le proprie convinzioni. E chi, se non i fanatici, cessano di sottoporre a verifica le proprie idee? Con l’aggravante che se la persona in nome della quale non sei più disposto a cambiare idea è un leader politico, ti trasformi nel suo servo senza rendertene conto. Uno scontro brutale tra servi di diversi padroni: è lo spettacolo cui assistiamo, e da cui rischiamo di farci contagiare.

Ma trasformarsi in hater non paga mai. L’istigazione alla violenza conviene ai politici che la fomentano, mentre l’odio della gente comune danneggia chi lo pratica. L’hater sui social lo riconosci di solito per l’incredibile sproporzione tra numero di messaggi prodotti (a volte centinaia di migliaia) e i follower (pochissimi). Peccato che i messaggi pieni di odio non siano convertibili in bitcoin, non servano a trovare lavoro, non creino integrazione sociale, non migliorino il futuro dei propri figli. Cosa succederà quando, dopo aver scagliato un altro milione di tweet violenti, quell’esercito di gladiatori si ritroverà con gli stessi problemi di prima, e, guardando verso l’alto, riconoscerà, circonfuso di luce, il leader di cui ha determinato il successo combattendo al suo posto nel fango?

Hater, ultras, gladiatore, servo telematico: è lui la vittima del nuovo sistema di potere, e – per quanto complicato da affrontare – il nostro vero prossimo.

 

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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/#comments Wed, 02 Apr 2014 22:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19773 [Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

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[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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La Sterminata domenica di Claudio Giunta: il meeting di Comunione e Liberazione https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/ https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/#comments Sun, 08 Dec 2013 14:46:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16936 È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione […]

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È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione di scrittori italiani in Messico, il linguaggio degli Elio e le Storie Tese (per citarne solo alcune) diventano altrettante cartine di tornasole per capire cosa siamo, cosa stiamo diventando. 

Riproduciamo qui le prime pagine del saggio sul meeting di Comunione e Liberazione.

«Anything Goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini»

di Claudio Giunta

Da quanti anni non entravo in un posto in cui tutti credono in Dio?

Più di un quarto di secolo fa ho smesso di andare a catechismo, dall’atroce suor Romana e dall’adorabile don Stefano, e ho anche smesso di andare in chiesa, dove mia madre mi scortava con simulata convinzione una o due domeniche al mese. Nessuna crisi improvvisa. Qualcuno ricorda, se non proprio il giorno, il periodo della sua vita in cui ha smesso di credere in Dio, la folgorazione al contrario. Io non ricordo di averci mai creduto. Andavo dove mi dicevano di andare, facevo quello che facevano tutti i miei compagni di scuola, non davo nessuna importanza alla cosa. E come me quasi tutti gli altri. Più che non credere, non ci ponevamo seriamente il problema: c’era la breve tortura del catechismo, il venerdì pomeriggio, c’era la chiesa, la domenica mattina, ma l’uno e l’altra erano pieni di atei che non trovavano nessuna contraddizione tra il loro ateismo e la dottrina, o la messa. Così è probabile che il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini sia stato, dopotutto, il primo e unico luogo da me visitato in cui tutti, nessuno escluso, credevano in Dio.

Questa unanimità – specie se uno non è tra gli unanimi – si avverte.

Il meeting di CL dura una settimana, l’ultima di agosto, ma se dipendesse dalla dedizione di chi lo organizza potrebbe durarne cinquantadue. In albergo faccio colazione insieme a due dei cuochi del ristorante trentino, uno dei cinque o sei ristoranti regionali (CL Trentino, CL Sardegna, eccetera) che si possono trovare al meeting. Lavorano dalle otto del mattino a mezzanotte, gratis, e lavorare significa svegliarsi alle sei e mezza, essere al palasport alle otto in punto, aiutare a scaricare le casse di carne verdura frutta che sono arrivate direttamente dal Trentino – «solo prodotti freschi, solo prodotti nostri» – e cominciare a cucinare, e cucinare tutto il giorno per centinaia di persone, e smettere soltanto dopo cena, a stand-ristorante chiuso, perché i cuochi devono anche aiutare a rimettere tutto a posto. Cioè, non devono, tecnicamente, nessuno qui deve fare qualcosa, tecnicamente: ma lo fanno. Sara, la conoscente di conoscenti che mi ha fatto avere il pass per il meeting, e che è responsabile della sala VIP dello stesso ristorante (sì, c’è una sala VIP), lavora anche lei dalla mattina alla sera gratis, e in più si paga le spese di soggiorno a Rimini. E direi che questa è la regola per quasi tutti: i volontari sono volontari veri, come una volta alla festa dell’Unità, un vortice di volontari che approvvigionano, cucinano, apparecchiano, sparecchiano, puliscono, servono in tavola una scelta di sei menù, tutti abbordabilissimi, 12-22 euro, tutti perfettamente spiegati, con foto, nel pieghevole che si riceve all’entrata. Forse soltanto i nomi dei piatti sono un po’ leziosi, forse stonano un po’ in tanta ascesi Lo stinco di maialino da latte con la salsiccia arrostita, o La polenta di Storo e lo strudel di pasta fillo alle verdure, o Le casarecce al ragù di selvaggina con scaglie di Trentingrana, o – giuro – Le sottilissime di trota al fil di fumo dolce.

Sono lì lì per scandalizzarmi ma poi mi rendo conto che sarebbe ingiusto voler sentire in questa retorica da Gambero Rosso qualcosa di non veramente cristiano. Che cos’è che non andrebbe – questo grand-guignol di salsicce e stinchi di maialini da latte? O questo matrimonio tra fede e godimento celebrato con le parole del godimento, gli articoli davanti ai nomi delle pietanze, «un servizio attento e cordiale, l’esclusiva cucina dello chef Lorenzo Chillon, una nuova sala lounge con originali proposte di aperitivi ed uno speciale menù dedicato ai più piccoli» (pubblicità del caffè Pedrocchi, che «riapre le sue porte al Meeting di Rimini»)? In un posto dove in una settimana passa e mangia mezzo milione di persone l’unico modo per fare le cose è farle bene, e le parole quelle sono. Pacificato, opto per il Menù della Certezza, comprendente sformatino di zucchine su misticanza all’aceto balsamico, garganelli con pesto saporito di rucola e pomodorino cherry disidratato al sole, tenerezza di vitello con caponatina agrodolce, panna cotta al pepe lungo con coulis alla pesca, acqua, caffè, tutto per la miseria di quindici euro e cinquanta.

Uno può dire che tutta questa dedizione, tutto questo idealismo al servizio della causa ha un secondo fine, anche se non si vede. «Sì», mi dice un amico cinico mentre io gli descrivo le meraviglie di questa organizzazione su base volontaria, «ma tutti questi qui poi trovano lavoro con la Compagnia delle Opere, nel parastato, nei comuni, nelle province, nelle regioni amministrate da gente di CL. E comunque le aziende, i ristoranti, si fanno un mucchio di pubblicità». E probabilmente è così, sicuramente è così in un mucchio di casi. Ma quelli che ho incontrato io, soprattutto i giovani, mi sembravano davvero disinteressati. Che poi ci sia un interesse anche nel disinteresse, un calcolo insomma, magari non portato a coscienza, anche in questo sacrificio, beh, sì, senz’altro: non c’è atto che non sia impuro. Ma non succede lo stesso in qualsiasi altro gruppo umano organizzato, specie se politico o para-politico? Bourdieu ci ha scritto sopra una biblioteca. Ma anche tenendo conto di tutte le obiezioni, di tutti i distinguo, l’impressione è forte: una gioiosa macchina da guerra, come il PDS del 1994 secondo Occhetto, quello polverizzato da Berlusconi. Per tutto il tempo mi sono rigirato in testa un verso di Fortini, «Ho detto grande il mondo, invincibili gli uomini». Solo che Fortini parlava della Cina di Mao.

E in effetti in tutto quello che mi vedo attorno tra il 25 e il 28 agosto del 2008 c’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra, salvo che qui decisamente non siamo a sinistra. «Avete le forze e i numeri per fare una rivoluzione», dico scherzando a un conoscente di conoscenti di CL che incontro nello stand della mostra su Leopardi. «L’abbiamo già fatta», mi risponde serafico, ed è una bella risposta, che io non ho cuore di sciupare con una richiesta di spiegazione: la rivoluzione cristiana, duemila anni fa? La rivoluzione cristiana di don Giussani? Il certamente rivoluzionario governo Berlusconi? Tutte e tre, probabilmente.

 

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Generazione perduta? https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/ https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/#comments Sun, 23 Sep 2012 06:02:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9572 Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

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Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

Nessun lettore della Bibbia dimentica lo sgomento di Davide davanti a Natan quando rivela: “Tu sei quell’uomo”. Definire “perduta” qualcosa che non soltanto è davanti ai tuoi occhi, ma è destinata a sopravviverti, è un assurdo tentativo di negarne l’esistenza ignoto solo a chi ha bisogno di esperirlo. A nessuno piace rispecchiarsi nelle proprie colpe. In questo caso il bisogno nasce dal fatto che alcuni milioni di italiani sono – agli occhi di chi li ha preceduti – la prova del proprio fallimento.

Ridurre l’Altro a ciò che rivela di noi stessi è tuttavia un ulteriore segno di egoismo, da cui vorrei salvare non solo Monti ma un’intera mentalità. Si potrà cominciare col dire che l’Italia sarebbe crollata molte volte su se stessa se un paio di generazioni non se ne fossero preso carico negli ultimi dieci anni.

Cosa ne sarebbe stato della scuola, dell’università, del mondo della cultura e della comunicazione, della sanità se tanti ventenni, trentenni e ora anche quarantenni, a volte più qualificati dei loro padri, non avessero lottato tra le fiamme impedendone il crollo, in condizioni di pericolo che i padri stessi negavano per l’insensata vergogna di non sperimentarle, col paradosso che questi ultimi svolgevano contemporaneamente il ruolo del piromane e di chi tiene sotto chiave gli estintori?

Ecco allora che la nostra generazione un ruolo storico fondamentale l’ha fino ad ora svolto. Come si fa a definirla perduta? Attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.

Il figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali che, divenuto ministro, conia il termine “bamboccioni”. Il direttore generale della Luiss che consiglia al proprio figlio di abbandonare l’Italia delle vecchie oligarchie senza porsi il problema di farne parte e poi, non contento, scrive un libro in cui invoca a beneficio di se stesso un quarto d’ora supplementare di protagonismo per riparare al danno fatto.  Il barone universitario comunista che non si pone il problema di far lavorare gratis gli assistenti… In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, e non solo un ipertrofico senso di responsabilità ci ha sconsigliato di assassinare i padri, ma anche la gelosia identitaria: assomigliare alla generazione dei Freda e dei Morucci non ci piaceva.

E tuttavia siamo anche infantili, servili, isterici, invidiosi, frustrati, in attesa del primo compratore, costantemente tentati dal “si salvi chi può” dell’8 settembre infinito in cui viviamo. Come potrebbe essere altrimenti? In Linea d’ombra, capolavoro di Joseph Conrad e adeguamento modernista al rito di passaggio, a un giovane ufficiale viene affidato per la prima volta il comando di una nave. Guadagnare il mare aperto, combattendo con le febbri tropicali e poi con la bonaccia, è la missione che il giovane deve portare a termine per ritrovarsi adulto alla fine del romanzo.

Domanda: cosa accadrebbe se al posto di Conrad ci fosse un demiurgo malvagio il quale, da una parte non offrisse al giovane ufficiale il comando della nave, e dall’altra gli rimproverasse di non essere abbastanza adulto? È esattamente l’impasse in cui ci troviamo. E il rischio che corriamo è quello di crederci migliori del demiurgo per il fatto di subire l’ingiustizia.

Gli sfruttati, gli emarginati, i calpestati e gli incompresi devono essere davvero tali (cioè migliori) nella coscienza del mondo futuro, mai ai propri stessi occhi. È questo il pericolo da evitare. Crederci migliori è esattamente la trappola caduti nella quale ci sentiremmo legittimati a fare di quell’infantilismo, servilismo, invidia e opportunismo latenti le armi con cui mandare avanti il secondo tempo della nostra vita. Allora sì, saremmo perduti.

L’uscita guidata da questo labirinto non esiste. Chiamando ancora in causa la letteratura, basti per ora lucidare come lampade due potenti enigmi: al protagonista di Linea d’ombra viene offerto il timone della nave dopo che il vecchio comandante è morto pazzo; Conrad scrisse il romanzo nel 1917, dedicandolo al figlio Boris perso tra i fumi del primo conflitto mondiale, nel ventre di balena in cui altre forze (Altre?) lo avevano depositato.

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Italia, amore: solitudini https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/#comments Wed, 15 Feb 2012 09:45:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6581 «Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone». Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.

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«Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone».  Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.
L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli,solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.
Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.
Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire allasolitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.
La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.
La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

CR>> Nelle ultime settimane ho letto/riletto tre libri incredibili: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, Gli anelli di Saturno di W. Sebald, L’onda del porto di Emanuele Trevi. Sono tre reportage che raccontano qualcosa che dovrebbe essere un viaggio tra i luoghi inconsueti (dieci giorni in crociera ai Caraibi, un pellegrinaggio nell’Inghilterra del Sud, un vagabondare nella Thailandia post-tsunami) e che si rivela invece un’erranza labirintica e inesausta nella propria testa. Gli scrittori sono così: persone sole che oscillano tra il desiderio di eremitaggio e la voglia di parlare a chiunque, di dissolversi nelle proprie stesse parole in una infinita conversazione con il lettore. Se Paul Celan considerava i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, se Emily Dickinson poteva scrivere versi come Forse sarei più sola senza la mia solitudine, nella famosa intervista rilasciata a David Lipsky, Wallace raccontava più volte di come venisse angosciato dalla sensazione di essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno. Frase che è, credo, una buona definizione della vocazione alla letteratura e, insieme, della depressione vista dalla parte di chi la vive.
È cambiato qualcosa oggi, all’epoca della comunicazione globale rispetto a questa percezione di solitudine che ha attraversato l’umanità, dai lirici greci al Qoelet agli scritti di Giovanni Della Croce sulla “notte oscura” a Beckett? Forse sì. Forse questa solitudine non è più una rivelazione, forse siamo tutti più consapevoli di una cosa: dell’abisso che esiste tra quello che in teoria possiamo comunicare a qualcun altro e quello che di fatto riusciamo a comunicare. Per questo magari, se vi andate a leggere il rapporto Osmed anche quest’anno, vedete come è aumentato anche quest’anno il consumo di psicofarmaci in Italia. Per questo, recentemente, di fronte a delle morti così consapevoli come il suicidio assistito di Lucio Magri o quella raccontata per filo e per segno da Christopher Hitchens si è scritto così tanto: ci si può confrontare con la solitudine che ci porta la morte e riuscire a non impazzire? E per questo le persone che passano dieci ore al giorno su facebook o twitter, ci sembrano normali e mostruose al tempo stesso: gli riconosciamo un nostro stesso bisogno, ma gli vorremmo dire che stanno sbagliando strategia, dando onore a un simulacro di condivisione, non a un’autentica empatia.
Ma quale, poi, di fatto, è un’autentica empatia? Qual è quella volta che ci siamo sentiti veramente accomunati a qualcuno? Nella Morte di Vladimir Jankelevitch o nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig o anche nella Morte di Ivan Ilic di Leo Tolstoj si parla di come la vita umana abbia una specie di regolarità: crescendo si passa da osservare come turisti quello che ci sta intorno a sentire che questo ci riguarda, fino ad arrivare a ammettere che tutto questo ci tocca nel profondo. Se ripercorreremo come miliardi di persone questo cammino, vuol dire che in un certo senso ci saremmo salvati, interpretando ancora una volta la parte che ci è toccata: quella degli esseri umani, soli e incredibilmente pieni di desideri.

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Intervista a Fabrizio Gifuni https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-fabrizio-gifuni/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-fabrizio-gifuni/#respond Tue, 14 Feb 2012 08:24:02 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6571 Pubblichiamo un’intervista di Ilaria Mancia a Fabrizio Gifuni uscita per il «Mucchio Selvaggio», che risale al tempo in cui Gifuni debuttò con lo spettacolo su Pasolini: «’Na specie de cadavere lunghissimo», contenuto, insieme a «L’ingegner Gadda va alla guerra» nel cofanetto «Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione» (minimum fax, 2012).

Di Ilaria Mancia

Incontrare Fabrizio Gifuni per una chiacchierata è trovarsi davanti uno dei volti più noti del giovane cinema italiano. Ma non solo. Quella che era partita come un’intervista, si è presto trasformata in un denso e coinvolgente racconto sul suo progetto teatrale dedicato a Pasolini.

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Pubblichiamo un’intervista di Ilaria Mancia a Fabrizio Gifuni uscita per il «Mucchio Selvaggio», che risale al tempo in cui Gifuni debuttò con lo spettacolo su Pasolini: «’Na specie de cadavere lunghissimo», contenuto, insieme a «L’ingegner Gadda va alla guerra» nel cofanetto «Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione» (minimum fax, 2012).

di Ilaria Mancia

Incontrare Fabrizio Gifuni per una chiacchierata è trovarsi davanti uno dei volti più noti del giovane cinema italiano. Ma non solo. Quella che era partita come un’intervista, si è presto trasformata in un denso e coinvolgente racconto sul suo progetto teatrale dedicato a Pasolini.
Lo spettacolo ‘Na specie de cadavere lunghissimo, prodotto dal Teatro delle Briciole e dalla Fondazione Culturale Edison di Parma, lo vede ideatore e protagonista, sotto la sapiente regia di Giuseppe Bertolucci, di quello che rappresenta un ritorno al teatro, un’esigenza esaudita in uno spettacolo emozionante e catartico, un monologo dove prosa e poesia si mescolano. Le parole del Pasolini luterano  e corsaro, i suoi versi friulani, gli endecasillabi del poeta milanese Somalvico sono il materiale linguistico di questo violento viaggio nell’opera di Pasolini, nei suoi lucidi e contemporanei gridi di allarme, nelle sue parole dense e veggenti, nelle complesse sfaccettature  della sua opera così indissolubilmente e drammaticamente legata alla sua vita e alla sua morte.

Da dove nasce la tua esigenza di tornare al teatro?
È un’esigenza che nasce dalla casuale assenza dai luoghi del teatro per cinque anni. Ho iniziato facendo solo teatro e non pensando assolutamente al cinema. Poi è arrivato il cinema, con incontri importanti e progetti coinvolgenti, ed il tempo è passato. Per essere precisi sono passati cinque anni, gli stessi che avevo già dedicato al teatro. In quel primo periodo due sono state le esperienze teatrali fondamentali e stabili: quella con Massimo Castri nell’Elettra e nella Trilogia della Villeggiatura e quella con una compagnia formata da attori italiani e greci, diretta dal regista greco Teo Terzopoulos, con cui ho lavorato nell’Antigone, per due stagioni in Grecia e in una lunga tourné in Asia. Quest’ultima rimane una delle esperienze centrali di quel periodo, legata, in qualche modo, ad alcuni temi di questo mio nuovo spettacolo. Infatti, uno dei motivi per cui ho scelto di fare questo lavoro è sicuramente l’amore per la tragedia greca.
Dopo i cinque anni di cinema ho sentito un grande richiamo nostalgico e la voglia di tornare al teatro con uno spettacolo che mi rappresentasse interamente, in cui mettere a frutto il lavoro complessivo di questi primi dieci anni.
Nel momento in cui ho iniziato a pensare a cosa potevo fare alcuni tasselli si sono da subito rivelati e messi insieme. Avevo voglia di fare uno spettacolo che raccontasse la trasformazione del nostro paese, quello che eravamo diventati e come si era evoluta, insieme a noi, la realtà italiana. Avevo, inoltre, la sensazione che soprattutto il cinema avesse smesso da parecchio tempo di mostrare la realtà del nostro paese, come se quello specchio privilegiato, che aveva funzionato per lungo tempo, si fosse progressivamente appannato. Solo negli ultimi anni con La meglio Gioventù di Giordana, Buon giorno notte di Bellocchio e The Dreamers di Bertolucci si è manifestato un tentativo di colmare un vuoto durato per 20/30 anni. Sentivo l’esigenza di riprendere questo discorso e Pasolini, che è sempre stato per me lettura privilegiata, è stato da subito il riferimento essenziale. D’altra parte avevo voglia di lavorare su un testo di Giorgio Somalvico, un autore che conoscevo personalmente da anni e con cui era nato un raporto di amicizia, di collaborazione e di scambio.
Somalvico è un autore completamente inedito e mai rappresentato che, pur avendo una produzione poetica e narrativa vastissima, non si è mai posto il problema della pubblicazione. Un forte desiderio di portare in scena uno dei suoi materiali mi ha spinto a scegliere quello che preferivo (ndr ‘Il pecora’  poemetto in endecasillabi), una sorta di galoppata liberamente ispirata alla figura dell’assassino, o di uno degli assassini di Pasolini. Di lì è iniziata la ricerca del come far convivere gli scritti di Pasolini con i versi di Somalvico da cui è lentamente nato un ampio ipertesto, molto più vasto del testo definitivo poi portato in scena.
Ho quindi fatto leggere, per amicizia, il materiale elaborato a Giuseppe Bertolucci che ne è rimasto colpito in modo entusiasta. Quando si è trattato di decidere se affrontare una regia autonoma o no ho chiesto a Giuseppe di affiancarmi nel progetto. Ho scartato quasi subito l’ipotesi di autodirigermi; l’elaborazione del testo era stata così lunga che consideravo molto pericoloso chiudermi in una situazione di totale solitudine. Inoltre il lavoro stava prendendo una forma duale; uno dei temi dello spettacolo è la contrapposizione fra padri e figli, vittima e carnefice, natura e opera d’arte, Dottor Jeckyll e Mister Hide. Trovavo, quindi, fondamentale poter avere un incontro-scontro con qualcuno con cui rapportarmi. Giuseppe è stata la scelta diretta e felice che ho fatto.
Il suo contributo è stato fondamentale nella stesura definitiva del testo e necessario per la definizione di una conclusione. Da solo avrei rischiato di andare avanti per altri dieci anni in un’infinita elaborazione mentre lui è arrivato e mi ha detto: “Basta! Decidiamo dei tempi, delle date e andiamo in scena, se no tu non lo farai mai questo spettacolo”. Gli devo, oltretutto, anche questo!

Poco fa hai accennato al ‘dualismo’ , un dualismo che risulta in atto anche a livello linguistico e scenico…
Certo. Il tema del dualismo domina tutto il lavoro ed assume anche una sostanza linguistica. Si parte dall’italiano, dalla lingua della ragione degli Scritti Corsari, delle Lettere Luterane e di alcune interviste di Pasolini, fra cui quella fondamentale a Furio Colombo rilasciata sei ore prima di morire. Si attraversa una seconda fase di spaesamento linguistico in cui l’italiano viene contaminato dalla lingua delle origini e dalla poesia, dal friulano e dal romanesco reinventato in Ragazzi di Vita e altri romanzi. L’impasto linguistico approda, alla fine, alla metrica del poeta Somalvico che da milanese reinventa un romanesco poetico ed energico (come il friulano Pasolini reinventa una lingua di borgata).
Bertolucci mi ha molto aiutato, oltre che a finalizzare lo spettacolo, a dare unità al grande ipertesto che avevo creato dove la struttura duale era troppo scoperta e meccanica. Con lui sono riuscito a riassumere i due aspetti in un solo corpo linguistico e poi, in scena, in un solo corpo d’attore.
Man mano che procedevo nel confronto con i testi mi è sembrato imprescindibile il rapporto con il tema della morte. La morte come segno espressivo. Da un certo momento in poi Pasolini inizia a fare un discorso sulla morte e sulla propria morte talmente forte, evidente e lucido da rendere impensabile qualsiasi confronto con questi materiali che escluda questo tema, quest’evidenza. La vita, l’opera e la morte di questo autore appaiono come una serie di elementi compresenti, profondamente intrecciati.
Lo spettacolo ha quindi assunto una forma aristotelica in una sorta d’ideale scansione in tre parti. Apre un lungo prologo socratico di una voce e di un corpo che, in mezzo al pubblico, fra i corpi degli spettatori, inizia il suo monologo.
La scelta di rompere la frontalità sulla scena è stata fondamentale in questo lavoro sia per evitare che, soprattutto l’inizio, si trasformasse in un’insopportabile lezioncina didattica sia per sottolineare la centralità nel discorso di Pasolini della vicinanza fisica dei corpi. Egli ha vissuto tutta la vita in una prossimità fisica con il suo interlocutore che si è poi tramutata in scontro mortale, nel suo ultimo giorno di vita. La sua elaborazione teorica ed ideologica nasceva dalla sua esperienza fisica, questa era la sua peculiarità e ciò che lo distanziava dagli altri intellettuali. Egli stesso dice – So bene com’è la vita di un intellettuale, lo so perché è anche la mia vita ma io, come Dottor Jekyll, ne  ho anche un’altra. Si da il caso che la differenza fra me e voi sta nel fatto che io ogni notte scendo all’inferno e vedo cose che voi non conoscete. Tutto quello che io produco, tutta la mia vita di intellettuale, regista, scrittore e poeta, è  la diretta conseguenza della mia esperienza, da cui non posso prescindere.
Da qui si sviluppa il suo grande discorso sulla trasformazione antropologica del paese e su come egli la viva, a differenza degli altri, come una morte. Gli effetti devastanti della civiltà dei consumi si traducono in un’impossibilità di rapportarsi a dei corpi e a delle persone.
Parte così il secondo stadio dello spettacolo in cui si scende sempre più nel privato ed in cui, nella straordinaria Lettera Luterana mai pubblicata sui Giovani Infelici, Pasolini dice – Io che per tanti anni ho amato e riposto tutta la mia fiducia nella gioventù, in questo momento ho preso ad odiarla visceralmente perché rappresenta tutto ciò che c’è di più orrendo nella realtà che mi circonda. Se presuppongo una punizione per questi giovani, non posso che ammettere che la responsabilità di tutto questo è mia. (Qui il tema della tragedia greca Le colpe dei padri ricadono sui figli) La colpa è mia in quanto padre ideale e parte di una generazione che si è resa responsabile prima del fascismo, poi di un regime clerico-fascista ed infine della rovina delle rovine che è la civiltà dei consumi.–
Conclude quindi in maniera lucidamente folgorante dicendo: – Io non voglio più dire nulla su questi giovani. A chi mi obbietta che con i figli bisogna sempre parlare per poter capire, io rispondo che non c’è più nulla da capire e l’unica cosa da fare è comportarsi come Edipo, incontrare il proprio figlio su un campo di terra, aggredirlo e rimanere morti per sua mano.-
Credo sia difficile, quindi, prescindere da tutto ciò e pensare al momento della morte di Pasolini come ad una fatalità. Personalmente non ho mai creduto alla tesi del complotto ed oltretutto mi chiedo come si faccia a parlare di complotto quando lo stesso Pasolini, sei ore prima di morire, sbeffeggia Furio Colombo dicendogli – Ti piacerebbe vero se qualcuno facesse un piano per farmi fuori?! così tutti parlereste di  un bel complotto. Ma come fate a non rendervi conto che voi è come se steste guardando un incidente ferroviario con in mano l’orario di dieci anni fa. Le cose sono cambiate, gli strumenti che dovreste usare sono altri e non i vecchi parametri con cui continuate a ragionare.-
Non ho mai voluto che lo spettacolo diventasse uno spettacolo a tesi, una sorta di teorema, tanto per usare un’espressione pasoliniana, un teorema perfetto in cui si arriva ad una conclusione. Non che io non abbia maturato un convincimento emotivo su questa storia, ma credo che la vita, l’opera e la morte di Pasolini vadano affrontate come un mistero, nel senso più alto e sacro del termine.Tutto quello che egli ha costruito poeticamente e semanticamente è sempre andato nella direzione del mistero, dell’agnizione, del tentativo di far cadere il velo, con tutta la carica di profonda sacralità che investe il miserevole tentativo dell’uomo di avvicinarsi a qualcosa d’irraggiungibile e sconosciuto.
Ci tenevo molto che lo spettacolo, pur avendo una scansione lineare, non arrivasse ad un punto ma cercasse di mantenere in campo tutti gli elementi, sottolineando la complessità della materia che si maneggia quando ci si avvicina a Pasolini. Egli è l’esempio vivente di ciò che sfugge a qualsiasi catalogazione politica, poetica ed artistica.

Tu in mezzo al pubblico e le parole di Pasolini. Quale atteggiamento attoriale ed interpretativo hai assunto di fronte a questa densa materia di cui ti sei reso portatore?
Da un lato non abbiamo mai voluto rappresentare Pasolini da un punto di vista mimetico, escludendo questa ipotesi totalmente. Dall’altro, uno dei motivi che mi hanno spinto verso questo lavoro era quello di cercare delle parole da prendere in prestito, da cui sentirmi completamente rappresentato e di cui condividere pressoché tutto. Nel grande discorso socratico della prima parte non c’è nessun tentativo di simulazione, sono io che porto quel pensiero e quelle parole in scena, in mezzo al pubblico con una nudità (che poi diventa anche nudità scenica) che è nudità della parola. Queste parole, talmente significative e forti, non hanno bisogno di nulla, devono solo essere messe in campo.
In questo la regia di Bertolucci è stata perfettamente aderente al testo. Ha capito subito che la prima parte doveva restare totalmente nuda e libera da qualsiasi teatralità, mentre, man mano che ci si avvicinava alla zona privata, più intima e misteriosa, e alla fine al testo teatrale di Somalvico, ci poteva essere una progressiva e parsimoniosa aggiunta di elementi che ci facessero lentamente entrare in una zona più teatrale.
L’anello di congiunzione che abbiamo scelto, fra il discorso civile e politico ed il pezzo di Somalvico, è un testo unico di Pasolini, la Lettera ai Giovani Infelici, il cui punto di partenza è l’interrogarsi su il tema del coro della tragedia greca ‘le colpe dei padri ricadono sui figli’. Questo passaggio ci fa entrare immediatamente in una zona di riflessione che ha in se un forte nucleo di religiosità, di sacralità e che ci permette poi di accedere e dare vita all’ultima, drammatica parte dello spettacolo.
Forte emozione mi ha dato, inoltre, il prendere contatto con quella sorta di paradosso che afferma che ‘non è l’opera d’arte che imita la natura ma è la natura che imita l’opera d’arte’, qui fortemente presente nel progressivo dar vita ad un personaggio che da archetipo (il riccetto di Ragazzi di vita che poi prende corpo nella figura di Ninetto), figura dell’innocenza e della purezza, si trasforma nel suo doppio criminale, nella figura di Pelosi. Pirandellianamente sfuggono al controllo dell’autore dei personaggi da lui creati. Quello che colpisce è che in Pasolini tutto ciò sembra lucidamente calcolato, non c’è un Frankenstein prodotto da uno scienziato impazzito ma una cosciente costruzione di qualcosa che da materiale poetico diventa vita. È presente un continuo sdoppiamento fra natura ed opera d’arte (ecco di nuovo il tema del doppio) dove non si riesce mai a distinguere chi precede cosa, se l’esperienza ha preceduto la creazione o viceversa, e quanto i due aspetti siano intrecciati e confusi.
Stupisce la quantità di segni espressivi presenti nell’opera di Pasolini intimamente legati alla sua morte.

Di qui ti cali nel mondo del verso e nei panni dell’assassino, attui una vestizione e cambi totalmente registro espressivo e linguistico. Nonostante ciò non si crea alcuna frattura in questo passaggio, sembra quasi che lo stesso personaggio generi in sé una trasformazione.
Per questo ho cercato di ispirarmi all’immagine della discesa agli inferi di cui Pasolini parla così tanto. Da una zona luminosa sia dal punto di vista espressivo che linguistico, dove la lingua è la lingua lineare della ragione, si discende in una zona sempre più oscura e difficile da controllare, facendo si che tutto ciò si generi e sviluppi dalle parole iniziali. Così come Pasolini diceva – Nessuno può pensare di leggere ed utilizzare quello che io ho scritto e creato staccandolo dalla mia realtà e vita – allo stesso modo io non volevo che l’ultima parte dello spettacolo, il testo di Somalvico (unico corpus estraneo ai testi di Pasolini), arrivasse come un’improvvisa frattura o come una sorta di ‘numero teatrale’. L’elaborazione lenta del testo era dovuta all’attenzione che ho impiegato affinché i versi del poeta milanese nascessero dalle parole di Pasolini, ne fossero diretta emanazione e non qualcosa di estraneo.
Da un punto di vista attoriale mi interessava sperimentare, all’interno di uno stesso lavoro, delle modalità espressive diverse che comportassero un totale cambio di concentrazione. La difficoltà dello spettacolo risiede proprio nel fatto che progressivamente cambia il punto di concentrazione o di abbandono; quello che devi ricercare quando sei in scena è l’abbandono, che è possibile solo se si è costruita una griglia solida che sorregge e da sicurezza. Questa possibilità di abbandono è ciò che mi entusiasma di più di questo spettacolo; date le parole del testo, ogni sera può cambiare e succedere qualsiasi cosa.

Da quello che mi hai raccontato risalta l’urgenza di questo lavoro che sento fortemente politica.
Cerco di intendere ogni giorno questo lavoro come una possibilità d’indagine sulla società, sull’essere umano ed, in ultimo, su me stesso.
Il discorso politico è insito e necessario in quello che faccio. Non credo esistano film o spettacoli politici e film o spettacoli non politici; tutto è politico nel momento in cui istaura un rapporto cosciente o incosciente con la polis, con la collettività.
L’urgenza politica è molto forte in questo lavoro; è il cercare di capire cosa siamo diventati e cosa è diventato il nostro paese, avere il coraggio di guardarsi allo specchio e di provare un sano sentimento di orrore rispetto a quello che vediamo.
L’unico punto di distacco dal discorso di Pasolini è che questi arriva ad un punto di non ritorno mentre l’intenzione dello spettacolo è, ovviamente, di dare una spinta propulsiva che sia il più vitale possibile.
Credo sia uno spettacolo necessario, soprattutto in un  momento come quello che stiamo vivendo. Il pubblico vive una forte esperienza di sconcerto nel pensare che questi testi sono stati scritti trenta anni fa mentre sembrano scritti domani. L’avvento del nuovo fascismo, l’uso dei mezzi di comunicazione, la televisione come strumento principe per distruggere la coscienza di una popolazione, la perdita del sacro, un potere che non sa più che farsene della Chiesa e non può che dileggiare il Vangelo ed una critica lucidissima, e quanto mai necessaria, al mondo progressista di sinistra, a cui Pasolini non ha mai smesso di appartenere pur martellandolo dall’interno e che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di persone come lui con cui confrontarsi.
Le parole del poeta di Casarsa si staccano con tanta evidenza dal comune chiacchiericcio intellettuale e politico da risultare necessarie, oggi, in scena.

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Le rovine spettrali dell’Italia https://minimaetmoralia.it/interventi/le-rovine-spettrali-dellitalia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/le-rovine-spettrali-dellitalia/#comments Fri, 27 Jan 2012 10:07:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6312 Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Hidden in Snow» di Trent Reznor e Atticus Ross, dalla colonna sonora di «The Girl With the Dragon Tattoo».
Qui dove abito io, anche quest’anno, come ogni inverno, in una delle piazze principali della cittadina hanno montato la giostra per i bambini. È una di quelle della ‘vecchia scuola’, con carrozze settecentesche, cavalli e auto da corsa. Tutto molto anni Ottanta, solo con qualche opportuno aggiustamento relativo ai colori ed agli accessori.

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Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Hidden in Snow» di Trent Reznor e Atticus Ross, dalla colonna sonora di «The Girl With the Dragon Tattoo».

Qui dove abito io, anche quest’anno, come ogni inverno, in una delle piazze principali della cittadina hanno montato la giostra per i bambini. È una di quelle della ‘vecchia scuola’, con carrozze settecentesche, cavalli e auto da corsa. Tutto molto anni Ottanta, solo con qualche opportuno aggiustamento relativo ai colori ed agli accessori.

A qualsiasi ora del giorno e della sera io passi per quella piazza, la giostra è sempre vuota. Deserta. Per riparare i bambini inesistenti dal freddo – nella speranza, forse, di farli finalmente comparire, o apparire nuovamente – è stata montata una protezione in plexiglas, che corre lungo tutto il perimetro. Così, la giostra risulta ancora più spettrale: le carrozze e le auto vanno in tondo, solitarie e un po’ inquietanti. Non ci sono schiamazzi né strilli. Solo questi affari inanimati che girano, girano, girano.

Non è il freddo il motivo per cui la giostra è vuota. I bambini sono ormai tutti tappati in casa. Non verrebbe mai in mente, né a loro né ai rispettivi genitori, di mettersi a girare in tondo su questi cosi. Dal loro punto di vista sono stupidi, vagamente puzzolenti e inaffidabili. Insicuri. Hanno un’aria povera, miserabile (anche se non si può dire). Per il divertimento sano e gradevole, ci sono piattaforme digitali e giochini interattivi. C’è uno spazio intensamente sorvegliato e predisposto dai grandi, dal loro sguardo, nel sicuro e confortevole salotto di casa (anche se questo salotto sta diventando sempre più piccolo, sempre più piccolo: ma non si può dire, sta male).

Nuova, questa giostra è già una rovina. Certo, una rovina contemporanea. Un recentissimo reperto archeologico. Non c’è più alcuna connessione tra il giostraio e la sensibilità infantile diffusa. Sul plexiglas c’è scritto: EVERY CHILD’S DREAM / IL SOGNO DI OGNI BAMBINO. Niente di più lontano dal vero. Voglio dire, nessuno sta qui a rimpiangere pasolinianamente l’età dell’oro perduta dell’infanzia, e dei suoi sani giochi materiali. Come dice Jack Beauregard/Henry Fonda ne Il mio nome è Nessuno (1973), “i bei tempi andati non ci sono mai stati”; e come scriveva Henry James, citato da Lucio Fulci alla fine di Quella villa accanto al cimitero (1981): “nessuno saprà mai se i bambini sono mostri, o se i mostri sono bambini”. Semplicemente, si può giocare alla Wii e andare sulle giostre; si può essere mini-esseri umani iperconnessi e, contemporaneamente, piccoli disgraziati che esplorano con gioia irresponsabile le mille insidie del mondo fisico – rigorosamente fuori dal controllo degli adulti.

Ma la giostra non è l’unica rovina spettrale. Questo Paese ne ha già una grande varietà. La nave capovolta al largo dell’isola, per esempio. In molti cominciano a chiedersi se e quando e come verrà portata via: per come si stanno mettendo le cose, rimarrà lì ancora a lungo. Esattamente così com’è.

C’è la città al centro della Penisola che tutti o quasi sembrano aver dimenticato, il dominio della distopia realizzata. Un passo oltre la città-fantasma. Tutto è come era quasi tre anni fa. Paradossalmente, in questo posto invivibile, gli affitti sono schizzati alle stelle (!), e nel centro disabitato, distrutto, fioriscono i locali. È l’unica città d’Italia, infatti, dove si può sparare al massimo il volume della musica per le strade: vi regna un’atmosfera surreale, a metà tra 1997: fuga da New York e la Detroit di Robocop. Tu cammini, prendi una birra o un cocktail, chiacchieri, e improvvisamente ai lati del corso si aprono squarci neri di distruzione e devastazione.

A meno di grossi e quasi miracolosi rivolgimenti futuri, queste rovine e le altre rovine di rovine che si apprestano (Pompei, Venezia, Genova, ecc.) rimarranno intoccate, e costituiranno il panorama dell’Italia prossima ventura. Non è escluso che a qualche cervellone venga in mente persino di sfruttarle turisticamente – come, peraltro, in alcuni casi drammatici sta già avvenendo.

Aggiungeteci qualche paese-luogo del delitto, con tanto di Casa del Crimine Efferato (le guide televisive ad hoc non ci mancano, e sono peraltro tra le più efficienti del pianeta) ed ecco pronto per il XXI secolo l’Incredibile Luna Park dei Disastri & degli Orrori, che coincide con un’intera nazione. Venghino, siori, venghino!

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Si può dire. Un breve appunto sul metodo La Russa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/si-puo-dire-un-breve-appunto-sul-metodo-la-russa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/si-puo-dire-un-breve-appunto-sul-metodo-la-russa/#comments Wed, 23 Nov 2011 10:56:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5732 Durante la puntata di In Onda del 20 novembre 2011 Ignazio La Russa commenta un monologo di Ascanio Celestini.
Come spesso accade quando La Russa interviene il suo commento si configura come ulteriore performance, un’esibizione che all’apparenza confligge con quella di Celestini mentre forse, ed è quello su cui vorrei riflettere, si colloca altrove, in una zona extradialettica che per le sue caratteristiche non può prevedere confronto e conflitto.

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di Giorgio Vasta

Durante la puntata di In Onda del 20 novembre 2011 Ignazio La Russa commenta un monologo di Ascanio Celestini.

Come spesso accade quando La Russa interviene il suo commento si configura come ulteriore performance, un’esibizione che all’apparenza confligge con quella di Celestini mentre forse, ed è quello su cui vorrei riflettere, si colloca altrove, in una zona extradialettica che per le sue caratteristiche non può prevedere confronto e conflitto.
Preciso subito un punto.
Non mi interessa verificare in questa sede la qualità artistica del monologo di Ascanio Celestini; non è centrale capire se il suo pezzo sia bello o brillante o divertente; non è il suo statuto estetico a interessarmi, e dunque non mi interessa porre le due performance in paragone in questi termini: mi interessa invece riflettere sui presupposti etici delle due performance, o forse più esattamente sulla loro disponibilità a un’interlocuzione reale.
Attraverso questa riflessione desidero in particolare ragionare sul metodo al quale mi sembra che La Russa frequentemente ricorra in assetti che dovrebbero essere dialettici.
Il tutto a partire da una sensazione che vorrei qui collaudare. La sensazione che attraverso questo metodo La Russa stia definendo non tanto qualcosa di occasionale e contingente bensì un emblema che non è possibile contenere all’interno della sua, di La Russa, specifica individualità: è come se questa attitudine fosse un connotato che da un’esistenza singola e specifica avesse raggiunto in questi anni dimensioni antropologiche, persino epocali.
Il metodo al quale mi riferisco non discende da uno studio. Se così fosse, essendo la pratica dello studio strutturalmente incerta e solo parzialmente controllabile, la sua performance potrebbe anche fallire mentre constatiamo che non fallisce mai. Nel dire che non fallisce mai sto riconoscendo quello che sembra essere l’obiettivo intrinseco della pratica dialettica di La Russa, vale a dire l’annichilimento non tanto del suo avversario quanto della pratica dialettica stessa, lo smantellamento delle premesse su cui un’interlocuzione dovrebbe fondarsi, la smaterializzazione dell’ecosistema all’interno del quale immaginiamo possa accadere un confronto.
In questo senso gli interventi pubblici di La Russa sono di un’efficacia impressionante. La Russa non prevale sul suo interlocutore ma sul senso dell’atto linguistico che in linea teorica l’ex ministro della difesa e quello che di volta in volta è il suo antagonista starebbero condividendo. Se come in una storia di cappa e spada il loro fosse un duello combattuto sopra un ponte, La Russa non si preoccuperebbe più di tanto del contendente ma si concentrerebbe sulla polverizzazione di travi e piloni. In questo modo, divorando l’endoscheletro che tiene in piedi la relazione La Russa riesce a far percepire – e va detto che questa è la risorsa abissale di un grande narratore – il vuoto costitutivo e l’insensatezza che presidiano ogni confronto fondato sulle parole.
È come se all’interno del corpo di La Russa, all’interno di questa sua incoercibile esuberanza, fosse conficcata un’antenna. Questa antenna intercetta tutto ciò che intorno a lui, perlopiù ricorrendo a quel ferrovecchio dello studio, tenta di costruire forme, manufatti narrativi o in generale cognitivi attraverso i quali dare struttura alle cose con l’ambizione di pervenire in questo modo a un senso.
Quando l’antenna intercetta qualcosa che potremmo chiamare discorso, in La Russa scatta una specie di riflesso talmente immediato e prepotente da apparire di ordine genetico più che culturale. In quel momento, nell’onda di piena di questa sua disposizione naturale, La Russa disgrega ogni morfologia annientando tutto ciò che potrebbe contribuire a costruire e condividere significati.
E sia chiaro: non sto pensando che i significati in questione siano giusti in sé, non sto dicendo che ogni interlocutore di La Russa abbia ragione e che La Russa abbia obbligatoriamente torto. Sto dicendo che passa una differenza profonda tra il proporre una forma – vale a dire un discorso che nell’ambizione di produrre senso (un senso di volta in volta opinabilissimo) corre il rischio del confronto dialettico – e il controproporre a questa forma l’annichilimento del confronto medesimo, la sua ridicolizzazione.
L’apologo di Tony Mafioso e Tony Corrotto, frammento di una serie su cui Celestini lavora da tempo, mi lascia perplesso perché mi sembra produca una lettura delle cose che per quanto funzionale alla tradizione dell’apologo muove da una costruzione elementare delle figure conducendo a una percezione esageratamente stilizzata che tradisce una specie di affanno dell’immaginazione, un imbarazzo che viene risolto ricorrendo appunto a un impianto marionettistico.
Ugualmente riconosco uno scarto cruciale tra il tentativo di lettura del mondo di Celestini e il cratere in cui si sprofonda nel momento in cui La Russa fa coincidere l’attore romano con “Tony Coglione”. Si tratta di uno scarto che, lo ripeto, non è di ordine estetico ma di ordine etico (ed euristico, aggiungerei, ed epistemologico).
Se Celestini tenta – dal mio punto di vista sbrigativamente e forse, senza volerlo, facendo suo un codice riduttivo che appartiene più che altro a ciò che Celestini dovrebbe sentire come culturalmente antipodico (del resto è anche attraverso Berlusconi che siamo oggi approdati a una grammatica espressiva angusta basata su una logica binaria e oppositiva, vale a dire a un pensiero del mondo che conosce soltanto contrapposizioni frontali tra blocchi monoliticamente e antropologicamente opposti); se Celestini tenta, dicevo, di costruire comunque una forma, questo per me è un presupposto di civiltà al quale attenersi. Perché nel contrasto tra le diverse formalizzazioni, e dunque tra i diversi significati che a quelle formalizzazioni si affidano per essere veicolati, consiste un principio culturale e civile praticabile.
Se La Russa – secondo una coazione a ripetere sempre lo stesso schema che in questi anni ha al contempo appreso e insegnato – non fa altro che sottrarre senso al tentativo di formalizzare, se si pone spontaneamente al di fuori di uno spazio dialettico preoccupandosi soltanto di far implodere in se stesso un intero strumentario delegittimandolo, allora penso che questo comportamento corrisponda a un disinnescare il linguaggio, dunque a rinunciare allo strumento fondamentale tramite cui, soprattutto adesso, agire il conflitto.
La Russa chiude il suo commento domandandosi retoricamente se si può dire (mafioso a Berlusconi e coglione a Celestini).
Si può dire, ripete più di una volta, compiaciuto di essersi appropriato di una libertà che sembrerebbe spettargli a partire dalla constatazione che essendo dotato di un apparato fonatorio è nelle condizioni di dire, e non in virtù del fatto che il meccanismo della fonazione dovrebbe essere il veicolo di un sistema organizzato e possibilmente anche complesso di forme e significati. È un po’ come se nel godere sardonico di quel Si può dire La Russa stesse confondendo il fine – dire come tentativo di generare un senso in connessione o in conflitto con altri discorsi – con il mezzo – dire come possibilità determinata dall’esistenza di glottide palato denti e alveoli (in realtà nella ripetizione – Si può dire, si può dire – è come se La Russa si stesse progressivamente annettendo territori, o meglio è come se stesse progressivamente dissolvendo territori: per un attimo sembra addirittura che l’istinto ceda il posto a un’inedita consapevolezza e che La Russa scorga le potenzialità traumatiche del suo metodo: Si può dire è la formula magica dello sterminio).
Il problema – speriamo non irrisolvibile – è che non basta poter dire. A essere decisivo – per La Russa, per chiunque – è come dire. Attraverso quale forma.
Immaginando che l’invenzione di una forma sia il dispositivo al quale ci affidiamo per entrare in una dimensione che vogliamo sia, anche attraverso le caratteristiche del dispositivo medesimo, una dimensione politica.
Per il prepolitico continuano a essere sufficienti le battute.

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Italia amore: insolvenza https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/#comments Thu, 17 Nov 2011 10:09:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5694 di Christian Raimo e Marco Mancassola
La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli.

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di Christian Raimo e Marco Mancassola

La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli. Sembra piuttosto che sulle giovani generazioni graverà l’incalcolabile peso di un’accumulazione di debito contratto da chi ha pensato di vivere in una bolla che non era solo finanziaria, ma metafisica: un’idea immaginifica della realtà. Lo vogliamo dire in un modo più chiaro? Se il prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, il moloch della finanza creativa l’ha surclassato. Il mercato mondiale delle obbligazioni vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi: una biblioteca di Babele di valore possibile. Enti che non esistono, metropoli progettate nel deserto. Quando la bolla scoppia – e le bolle inesorabilmente scoppiano, nonostante la pervicacia ottimistica che fa dire ai Greenspan e ai Tremonti: “Questa volta, ve lo giuriamo, è diverso” – la situazione diventa immediatamente disastrosa. L’America degli anni 30, ma anche – per restare vicino a noi – il Messico degli anni 80, la Russia post-sovietica, l’Argentina di qualche anno fa, la Grecia del 2008. E chissà, l’Italia del 2012. Il crack è una specie di detonatore di realtà: ci fa immediatamente ricordare ciò che siamo. A meno che, anche questo capita spesso, ci affanniamo a pensare di mettere ancora pezze a quella bolla, pur di salvarne i lacerti. E giù salvataggi di banche, manovre di emergenza, dichiarazioni di ottimismo, marketing dell’illusione.

Quando per esempio qualche anno fa la crisi dei mutui ha investito l’Islanda, si è scoperta una piccola nazione con un PIL annuo di 9 miliardi e mezzo di euro indebitata con gli investitori inglesi e olandesi per 50 miliardi. Ma – diversamente da ogni abitudine precedente – i cittadini islandesi con un referendum hanno detto no al piano di restituzione del debito già approntato per loro dalle banche europee: hanno deciso insieme di non pagare, creando un precedente forse rischioso ma affascinante. E se facessimo tutti così?

Quest’idea, la rivendicazione di un diritto all’insolvenza (in un mondo in cui certi padri non solo non rimettono i debiti, ma ne creano di giganteschi) si sta facendo strada anche da noi, non a nome di qualche facinoroso drop-out ma anche da parte di qualche economista come Andrea Fumagalli, che ne ha scritto in tanti luoghi facilmente reperibili in rete. Forse alcune volte, se certi padri non sono stati capaci di insegnare il valore del fallimento, è meglio ammettere noi di aver sbagliato; forse è meglio dichiarare default, invece di pensare di salvare l’insalvabile e foraggiare quelle banche che hanno creato questa montagna di valore inesistente. Se ora anche molti economisti ipotizzano che sarebbe un bene un default controllato di una Grecia o un’Irlanda, qualcun altro come Andrea Fumagalli dice semplicemente che potremmo pensare di non far pagare questa crisi a chi non l’ha creata. Sperando questa volta che siano i figli, consapevoli di un principio di realtà a cui non erano stati educati, a insegnare qualcosa ai padri.

Marco Mancassola Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all’università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all’invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.

Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un’idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l’intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?

Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent’anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un’epoca che non saprà mai pagare il suo debito.

Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?

Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all’insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can’t pay, won’t pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell’aria da un po’.

In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com’è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com’è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.

Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.

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Finali di partita https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/finali-di-partita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/finali-di-partita/#comments Thu, 10 Nov 2011 06:06:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5623 di Aldo Busi

Anch’io non credo che Berlusconi uscirà di scena tanto presto. Preferisce fare danni a destra e a manca fino all’ultimo respiro istituzionale. Gli hanno tolto di mano il suo giocattolone preferito, l’Italia, e la sua vendetta, tanto furiosa quanto più spaziata, sarà quella del bambino che, scopertosi non adorato come esigeva, preferisce distruggere il balocco fino a renderlo inservibile anziché restituirlo con qualche residua possibilità di essere restaurato, sicché resterà il problema di toglierglielo dalle mani e di chi ne è capace, i mercati esteri da soli non basteranno, altrimenti sarebbero già bastati e avanzati.

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di Aldo Busi

Anch’io non credo che Berlusconi uscirà di scena tanto presto. Preferisce fare danni a destra e a manca fino all’ultimo respiro istituzionale. Gli hanno tolto di mano il suo giocattolone preferito, l’Italia, e la sua vendetta, tanto furiosa quanto più spaziata, sarà quella del bambino che, scopertosi non adorato come esigeva, preferisce distruggere il balocco fino a renderlo inservibile anziché restituirlo con qualche residua possibilità di essere restaurato, sicché resterà il problema di toglierglielo dalle mani e di chi ne è capace, i mercati esteri da soli non basteranno, altrimenti sarebbero già bastati e avanzati. Già il suo linguaggio, è stato osservato con grande acume nella posta di ieri su Dagospia, tradisce la concezione privatistica, malata e mafiosa del potere avuto per voto democratico e poi pervertito dalle leggi ad personam a doppi e dopati fini personalistici in cui era compiacente manovrato manovratore: “traditori” – affibbiato a quei parlamentari che, da miracolati per vocazione a saggi con piedi e ali per terra all’ultimo momento, si sono ritirati dalla maggioranza a cui devono tutto – ricorda cosche, faide, clan, affiliazioni, picciotti e capibastone, patti segreti, sequestri di persona, ricompense fuori merito e fuori mansione di facciata. Ricorda, infine, un senso dell’onore dis-onorevole per eccellenza, tutto meno che una gestione civile e solo delegata del potere che in una democrazia è sempre transitorio e funzionale agli interessi del Paese e del popolo, non ai propri e a quelli dei propri lacché.

Poiché la vera pressione dissuadente che ha per ora almeno destabilizzato Berlusconi è venuta da fuori, non da dentro, poiché questo mezzo sospiro di sollievo è merito dell’Europa e degli Stati Uniti, non dell’opposizione e nemmeno degli industriali e dei lavoratori e degli intellettuali e dei media italiani e della Chiesa romana e apostolica (che, da Hitler a Pinochet a Berlusconi, è collaborazionista per sua natura totalitaristica), ancora una volta non è successo niente di rilevante nella coscienza del mancato coraggio civile degli italiani, già pronti per seppellirsi sotto la loro vigliaccheria in agguato, perché con dei concittadini così, se non è zuppa, è pan bagnato, che poi è l’unica stabilità storicizzata su cui poter contare, un po’ di sacrosanti forconi come in Inghilterra, in Francia, in Russia, mai.

Sia chiaro: la mia umana simpatia va più a Berlusconi che a chi l’ha sostenuto, perché lui non aveva scelta che essere se stesso, dichiarativamente e senza mai infingimenti, così sé, così bidimensionale e senza profondità e altra prospettiva che quella della propria piatta fisiologia che io ho spesso pensato che sarebbe lui il primo a non notare alcuna differenza con il giorno prima se il giorno dopo si svegliasse morto, si sveglierebbe morto e inizierebbe la sua giornata come al solito. Quanti lo hanno sostenuto no, una scelta restava loro fuori dalla geneticità coattiva che contraddistingue Berlusconi e lo muove e lo predestinava a essere sé e nessun altro che lo volesse o no – e lui lo voleva. Se gli eterni Bambini e le Bambine di Silvio Gesù avessero osato prendersela questa scelta, Berlusconi non avrebbe fatto scialo dell’Italia per ben due decenni e del prossimo a venire solo a causa del tasso d’interesse ormai greco toccato dai buoni del tesoro italiano, e non mi sto riferendo ai soli politici della maggioranza e della minorata minoranza clerical-fascista-familista quanto i suoi oppositori apparenti, ma a chi l’ha votato e a chi ha votato il partito più magna a ufo  e nullafacente e cialtronesco e costituzionalmente ignorante a memoria d’uomo, la Lega Nord. Sì, anziché si torcesse un solo capello a Berlusconi, preferirei che si allestissero ghigliottine da passeggio in tutte le città e i borghi del Brutto Paese per decapitare l’inutile testa ai milioni di traditori della patria e della democrazia e dell’Europa molto più mafiosi dei mafiosi, che almeno nel fare il lavoro sporco per conto dei perbenisti, degli ipocriti, dei furbi, degli snob, degli accidiosi, dei drogati, dei puttanieri, degli armaioli, dei pedofili, dei frodatori fiscali ci mettono la faccia, e la feccia esibita di faccia gode di una tragica grandezza che lo sporco scopato sotto il tappeto non avrà mai.

Poiché anche le ghigliottine da passeggio hanno i loro costi e venti milioni di cadaveri sarebbero ecologicamente compromettenti e neppure abbastanza, perché sarebbero minimo trenta e allora bisognerebbe chiamare un rinforzo di boia dall’estero, limitiamo il senso di giusta giustizia non giustizialista ai rappresentanti deputati e senatori che ci hanno ciurlato nel manico e che non sono passibili mai di rispondere di responsabilità almeno civile per danni causati per manifesta malafede istituzionale e, non solo la fanno sempre franca, ma a spese anche mie se la spassano un mondo fino all’ultimo dei loro rosei giorni: visto che qui il più sano ha la rogna – e questa è politica, l’anti-politica non fa per me -, la prima legge che il prossimo governo emanerà per essere credibile al fine di un cambiamento reale in meglio sarà per abolire ogni riconoscimento pensionistico a tutti i parlamentari che si sono seduti su uno scranno delle due Camere dall’avvento di Berlusconi a questa parte ed esigere la restituzione del 50% di tutti i beni, mobili e immobili, accumulati dai medesimi in questo periodo. Tutti, nessuno escluso.

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Intervista dal futuro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/intervista-dal-futuro/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/intervista-dal-futuro/#comments Tue, 08 Nov 2011 17:32:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5610 “Vedo i grandi uomini allontanarsi sempre più”, disse Carlo Splendore con gli occhi rivolti alla finestra del suo studio. Oltre le imposte si scatenava un temporale estivo. Le mura spesse della villa dentro le quali sembrava che la vegetazione avesse operato continue iniezioni di clorofilla con la caritatevole intenzione di accelerarne il crollo ci separavano da questa pioggia fitta e violentissima, totalmente imprevista dai notiziari dei giorni precedenti, capace di zittire i grilli e le rane abituate a ritrovarsi dopo il calar del sole intorno a una piscina che aveva ospitato magnati dell’acciaio e ministri della cultura, e adesso prometteva libere immersioni al costo di dermatiti fulminanti.

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di Nicola Lagioia

“Vedo i grandi uomini allontanarsi sempre più”, disse Carlo Splendore con gli occhi rivolti alla finestra del suo studio. Oltre le imposte si scatenava un temporale estivo. Le mura spesse della villa dentro le quali sembrava che la vegetazione avesse operato continue iniezioni di clorofilla con la caritatevole intenzione di accelerarne il crollo ci separavano da questa pioggia fitta e violentissima, totalmente imprevista dai notiziari dei giorni precedenti, capace di zittire i grilli e le rane abituate a ritrovarsi dopo il calar del sole intorno a una piscina che aveva ospitato magnati dell’acciaio e ministri della cultura, e adesso prometteva libere immersioni al costo di dermatiti fulminanti. Erano le ultime ore che passavo insieme a lui, precisamente l’ora in cui gli ipersensibili di mezzo mondo si svegliano di soprassalto verificando l’impotenza dei sonniferi davanti alla fragilità dei propri nervi. Credo che l’atmosfera gli suggerisse un egocentrico sentimento di intimità, il particolare delirio di chi è convinto che un forte contrasto tra la natura e i modi con cui cerchiamo di darle un volto rispettabile – il vento fuori stagione che piegava gli alberi fino quasi a spezzarli, la ferma solitudine del suo studio pieno di libri e vecchie lampade e di tappeti massacrati dall’usura – sia stato predisposto dalle potenze celesti al solo scopo di favorirci nella nostra predisposizione ai miracoli, che poi nel caso di Splendore era qualcosa di relativamente semplice, tipo imbrigliare un temporale talmente furibondo da scuotere la corda che separa i vivi e i morti per convocare tra le pareti della stanza le stelle fisse del nostro patrimonio collettivo, da Giulio Cesare a Karl Marx ai pazzi sanguinari del primo Novecento.

La sgonfia e sanguinolenta trasparenza dei polmoni doveva dargli poco fiato. Ma una parola dopo l’altra, senza sosta, lui continuava a parlare e io lo guardavo pensando a quanto fosse ingiusto che un essere così ostinato e vivo nel contestare il senso della misura avesse i giorni contati. Era letteralmente ossessionato da questa idea della grandezza. I grandi uomini, i cui profili non si stancava di indicarmi contro la superficie della carta da parati, disse, non esistevano da un pezzo ed era ragionevole sospettare che non sarebbero mai più venuti al mondo. Ecco George Washington tra i cadaveri di Valley Forge, ecco Raffaello, ecco Teresa d’Avila, ecco Napoleone, disse girando intorno a quello che doveva essere il fantasma del corso: questi uomini sfidano la Storia, hanno personalità, ci mettono del loro e d’accordo, continuò, sfruttano il proprio concentrato di nevrosi (qui agitò le mani disegnando la figura di una donna distesa nel vuoto, ormai lo conoscevo bene ed ero certo che evocasse il Bernini alle prese con la grande mistica spagnola) ma il controcanto è chiaramente umano. Guarda Napoleone in Italia con un esercito improvvisato: ambizione, giovinezza, sprezzo del ridicolo. Guardalo mentre stringe tra le mani le lettere di Joséphine: è accecato dalla gelosia. Pensa a cosa è stato il testa a testa con Wellington: uno scontro tra individui, perdio, non tra doposcuola del pensiero. E poi la solitudine di Sant’Elena e la terribile circostanza che mai, nemmeno da tenente colonnello, disse, nemmeno da bambino, riuscì a vedere Roma. Umano, umano, meravigliosamente umano…

A questo punto si lasciò cadere sul divano assecondando con perfetto calcolo la sua vena teatrale: un lampo aveva trasformato le siepi giù in giardino nel negativo di un urlo pietrificato, così aspettò che il cielo si esprimesse col suo codazzo di baritoni e riprese il discorso. “Gli anni quaranta del XX secolo”, disse. Da quel momento in poi c’erano solo mezzi uomini. La cosa era diventata palpabile soltanto tempo dopo ma era lì che si era verificato il guasto. La vittoria delle forze alleate, pochissimi sarebbero stati disposti ad ammetterlo. Secondo il suo parere eravamo melodrammatici nel modo deteriore, un sottoprodotto dell’emotività mosso da un nucleo di cinismo in buona fede, il peggio che si possa immaginare: soltanto a fare battere il nostro cuore secondo una logica diversa avremmo potuto stanare, tra le macerie di Dresda e di Hiroshima, un crollo molto più vertiginoso. Un crollo a cui in verità, disse, avevamo lavorato infaticabilmente per qualche millennio. Ma alla fine ce l’avevamo fatta. Il punto di equilibrio si era rotto e la prospettiva si era definitivamente ribaltata: non erano più gli uomini a fare la Storia, ma il contrario.

Incominciò a tossire stringendo con le mani i cuscini del divano, scuoteva la testa con i ciuffi bianchi dei capelli che gli frustavano il petto e io temetti la crisi respiratoria. Vedevo già la corsa in ambulanza, i boschi di pini che venivano squarciati dal profilo diagonale di una città sotto la pioggia, lo scintillio del plexiglas di notte, io che gli tenevo la mano e lui che orgogliosamente me la strappava via, le ultime parole da consegnare alla stampa. Ma ci fu un altro lampo, che questa volta sembrò esplodere nel centro esatto dello studio e concentrare il suo residuo elettrico sul vetro incorniciato a pochi centimetri dal camino cancellando per un attimo la foto di Charlie Chaplin in sala trucco, e quando la stanza ripiombò nel suo fioco bagliore era come se ci fosse stata una sostituzione: non più un povero malato piegato dalla tosse ma un vecchio principe destituito, solido e sprezzante e fuori posto come una quercia nel mar glaciale artico. Disse che avevamo fatto della Storia un congegno perfetto, una sorta di pilota automatico, per cui non c’era spazio ormai per gli individui che sfidavano il corso degli eventi, era la Storia che da un certo punto in poi si preoccupava di selezionare i capaci, i talentuosi, persino gli incidenti di percorso necessari a rendere sempre più fulgido un disegno su cui nessuno poteva millantare il benché minimo diritto d’autore. Quando il cinismo che ci tiene in vita si sgonfierà insieme al nostro melodramma da due soldi verremo abbandonati a un vuoto interiore fatto di puro spirito, un pneuma trasparente senza arte né parte, fra molto tempo, cercò di rassicurarmi, i nipoti dei nostri nipoti sarebbero già stati semplice fertilizzante o il contenuto di un piccolo vaso in porcellana bianca, allora la smetteremo di fingere empatia con i cadaveri di Auschwitz e inizieremo a leggere il secondo conflitto mondiale al pari di un sisma inevitabile, la rottura di un cardine piegato da tre millenni di civiltà, il ribaltamento definitivo.

Ogni volta che si lanciava in questi discorsi non sapevo se nascondere un sorriso o farmi accaponare la pelle, e del resto erano proprio certe prese di posizione ad averlo gettato nel più totale isolamento. Ma io ero stremato dal sonno, lui era galvanizzato dalla carica dei carcinomi, fuori volavano buste di plastica e sedie da giardino, un’atmosfera di dormiveglia senza controllo sembrava capace di mostrare la verità contenuta in qualunque tipo di discorso. Così rincarò la dose dicendo che nel momento in cui la Storia spinge il proprio meccanismo ai limiti della perfezione, l’unico modo di emergere dal flusso degli eventi per guadagnare una statura è farsi saltare completamente i nervi, torcere l’umano fino a sfigurarlo, diventare dei mostri. E infatti, aggiunse, quali nomi si sono veramente incuneati nella nostra immaginazione dopo che l’Europa e il mondo intero si sono risvegliati dal disastro? Non Churchill, non Roosvelt, non De Gaulle (quelli erano ottimi comprimari, disse, al massimo degli strumenti del destino). Non loro, ribadì, ma le due uniche personalità capaci di sostenere l’archetipo del mostro. Gulag e campi di sterminio, chilometri di filo spinato sommerso dalla neve, il miserabile, l’orrido, il vero disastro antropomorfo. E quanto più la Storia si fosse avvicinata a un disegno divino tanto più sarebbe stato necessario raggiungere i gradini più bassi della patologia mentale per rimanere nella memoria della gente. Pensa a Miloseviĉ, disse portando stancamente i capelli all’indietro, ormai non lo ricorda più nessuno. Eppure si è dato da fare: ha autorizzato lo stupro etnico, ha rinverdito teoria e pratica del campo di concentramento. Mezzo secolo prima il suo caso psichiatrico poteva dargli ancora una speranza. Negli anni Novanta del XX secolo già non bastava più.

Carlo Splendore incominciò a sorridere accarezzandosi il mento con la mano destra. Piegò la schiena in avanti, come se ridurre la distanza tra i nostri sguardi avesse potuto creare qualche disordine nel mio sistema circolatorio. Era il sorriso di sfida che avevo visto sulle rassegne stampa e sui file video che avevo consultato dagli archivi del giornale mesi prima, una smorfia che aveva dovuto irritare personaggi decisamente meno trascurabili di me, il modo tutto suo per sganciarsi dai discorsi sui massimi sistemi ed entrare più nel personale, nel vivo, il territorio del rancore e della provocazione continua, un ring chiuso dalle Alpi e dalle ondate di vento bollente che soffiano da sud verso Pantelleria. Cartelloni pubblicitari, grandi aeroporti, musica pop. Il fiume luminoso che ha sostituito il mondo, ribadì, taglia fuori chiunque sia dotato di un talento incapace di alimentare la serie di lampadine natalizie che rappresenta l’unica protesi visiva riconosciuta e accettata. Si tratta di un problema di dimensioni planetarie e tuttavia l’Italia, qui strinse gli occhi e sollevò la parte superiore delle labbra in modo che il suo ghigno scoprisse bene il tartaro sugli incisivi, il nostro paese, disse, un concentratto di arretratezza e di sfrenata papponaggine in abiti da sartoria, un paese ormai totalmente finito, tagliò corto, ha avuto in questo processo il ruolo assurdo di chi taglia il traguardo pur rimanendo a molti metri dalla linea di partenza. Eravamo arretrati anche agli inizi del Novecento, ricordò piuttosto retoricamente, eppure anche lì abbiamo giocato di anticipo regalando al mondo il fascismo e le avanguardie. Credo dipenda dal fatto che la nostra tradizione è troppo satura di intelligenza, così man mano che perdiamo posizioni nel delirio burocratico dei ministeri e nelle truffe delle grandi imprese, nel variopinto sudamerica dei quotidiani nazionali, c’è sempre poi un rigurgito di Leonardo di San Tommaso di Giuseppe Verdi pronto a darci per reazione uno sbalzo in avanti donandoci un grottesco potere di veggenza, qualcosa di perverso e totalmente innaturale, disse con una certa soddisfazione, è come attraversare l’oceano a calci in culo mentre gli altri si muovono normalmente in aereo, per cui senza mezzi né credito né alcuna autorità ci ritroviamo a un certo punto faccia a faccia col futuro, un tempo verbale che leggiamo chiaramente senza avere la capacità di abitarlo del tutto mentre i popoli avanzati, quelli benedetti da Standard e Poor’s e da una rete autostradale praticabile, i popoli  che nel futuro stanno insomma entrando senza troppe scosse e in maniera leggittima, non riescono a mettere ancora bene a fuoco. La forbice si allarga sempre di più. C’è da scommettere, disse ridendo e schiaffeggiandosi più volte le ginocchia, che saremo anche i primi ad avere confidenza con la fine del mondo, si manifesterà come una barzelletta sconcia che non resisteremo alla tentazione di raccontare a qualche americano o cinese o russo perché ne facciano qualcosa di più serio. E a proposito della faccenda dei mezzi uomini, disse schiarendosi la gola, è proprio nel periodo che ti interessa, gli anni che vanno dal 1996 al 2018, calcò le date corrispondenti alla sua prima e alla sua ultima apparizione pubblica ricordandomi il motivo per cui mi trovavo lì con lui, anche in quel periodo l’Italia e gli italiani, che all’epoca si erano ritagliati un ruolo secondario ma non del tutto improduttivo nella comunità internazionale (tenere alto il buonumore dei paesi alleati), anche in quel periodo eravamo riusciti a precorrere in qualche modo i tempi grazie a un grande apparato d’infamia costruito in modo artigianale ma assolutamente implacabile nella sua capacità di distruggere come un errore di ortografia le individualità nate per sottrarsi al gigantesco canto gregoriano che annullava finalmente le distanze tra Trento a Lampedusa e che nel giro di pochi lustri, in modo infinitamente più sofisticato, sarebbe risuonato in tutto il mondo. E se permetti, aggiunse mentre la pioggia si faceva ancora più insistente portando i vetri della finestra a vibrare come un diapason, se permetti di questo orribile processo digestivo io sono, ancora per poco, la prova vivente.

A quel punto dovetti abbandonarlo. Il mio tempo era scaduto. Erano le due di notte e non avevo ancora preparato i bagagli. Ma soprattutto Lara, sua moglie, che occupava l’altra parte della villa, aveva ancora qualcosa da dirmi. Non so cos’altro fosse possibile aggiungere a tutto quello che avevo sentito nei giorni precedenti. Ma Lara mi aveva pregato di passare da lei quando avessi finito con lui e dal momento che, a differenza di Carlo Splendore, era tenuta in piedi da un titanismo decisamente più essenziale, conclusi che dietro ogni sua richiesta ci fosse sempre un valido motivo.

Mi richiusi alle spalle la porta dello studio e imboccai le scale, scendendo verso il piano di sotto.

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La risata che ci seppellirà https://minimaetmoralia.it/societa/la-risata-che-ci-seppellira/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-risata-che-ci-seppellira/#respond Wed, 02 Nov 2011 10:23:36 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5581 Quando in agosto l’Unione Europea ha imposto all’Italia di rivedere a tempo di record la propria manovra economica (imposizione che l’Italia ha accettato a tempo di record), da più parti si sono levate proteste contro l’esproprio di sovranità a opera di un organismo internazionale saldamente ancorato ai principi neoliberali. In quelle proteste c’era molto di condivisibile: è vero, gli stati stanno perdendo la sovranità esercitata su mandato dei cittadini.

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di Stefano Jorio

Quando in agosto l’Unione Europea ha imposto all’Italia di rivedere a tempo di record la propria manovra economica (imposizione che l’Italia ha accettato a tempo di record), da più parti si sono levate proteste contro l’esproprio di sovranità a opera di un organismo internazionale saldamente ancorato ai principi neoliberali. In quelle proteste c’era molto di condivisibile: è vero, gli stati stanno perdendo la sovranità esercitata su mandato dei cittadini. Ed è vero che a livello globale assistiamo a un percorso preoccupantemente inverso: non sono i paesi africani che si vanno affrancando dai dictat politici imposti loro da Banca Mondiale e Fondo Finanziario Internazionale per accedere ai prestiti, sono invece gli stati europei a venire asserviti con richieste sine qua non lesive della loro sovranità.
Quando in settembre le agenzie di rating hanno degradato gli indici di credibilità italiana sui mercati finanziari, una seconda alzata di scudi ha protestato contro l’ingerenza di aziende intese al profitto (e intese al profitto nell’atto stesso di dare i voti in pagella) nella vita delle democrazie e dei loro governi. Anche in questa seconda protesta c’era molto di condivisibile: quello che si prospetta è uno scenario purtroppo sempre meno fantascientifico, nel quale un impero finanziario privato internazionale sarà presto capace di pilotare a proprio vantaggio le decisioni politiche e le scelte individuali. Un progetto “eversivo”, si sarebbe detto una volta, nel quale si prevede (e in parte si è già attuato) che cittadini e cittadine resteranno tali solo nominalmente, mentre nei fatti saranno sudditi.

L’indignazione è stata invece espressa da più parti nei confronti della “risatina” con la quale alcuni giorni fa Merkel e Sarkozy, durante una conferenza stampa a Bruxelles, hanno risposto a una domanda circa le rassicurazioni date da Berlusconi ai partner europei. “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner,” ha dichiarato Berlusconi. Frattini ha commentato (“adirato”, secondo il Corriere della Sera) che Sarkozy ha “un’aspirazione forte di un componente francese del board della Bce e avrebbe forse desiderato Bini-Smaghi rimosso d’autorità. Sa che questo non è possibile e quindi cercare gesti ed espressioni ridicolizzanti del nostro paese non è opportuno [sic].” Casini ha detto che “nessuno è autorizzato a ridicolizzare l’Italia.” Anche queste proteste, per quanto goffe e rodomontesche, sono condivisibili: se non altro perché gesti così poco controllati da parte dei principali leader della UE aprono scenari antieuropei che nessuno si augura, loro per primi.
Però nell’indignazione c’è sempre un’ipocrisia latente: quella di chi finge di non sapere da sempre come stanno le cose. L’indignazione è in questo caso l’ultima spiaggia, tutta verbale, tutta teatrale, tutta cialtronesca, di chi per il resto non ha mai mosso un dito. L’ultima spiaggia di chi vuole chiamarsi fuori dal disastro con un mezzo tanto cheap quanto l’abuso di retorica, sola vera punta di eccellenza del made in Italy. Basterebbe un’analisi del linguaggio della politica per capire quanto siamo borboni nell’era dell’Europa unita, e quanto abusivamente ne facciamo parte: per il rotto della cuffia, culturalmente oltre che economicamente. Tanto da presumere che l’indignazione di Casini susciterà una nuova e più franca risata.
Ora, nonostante la perdita del ritegno da parte di due leader politici che per mestiere e per metodo dovrebbero fare della diplomazia lo strumento principe delle relazioni internazionali apra uno scenario certamente inquietante, si può immaginare che in Italia le persone continueranno a fare la vita di sempre: incontrarsi nei bar, bere e mangiare, ridere, andare al cinema e allo stadio, insultare il governo ladro. Alcuni faranno manifestazioni, altri se ne fregheranno. E nel complesso avranno ragione a fare la vita sempre: perché è così che hanno sempre vissuto e percepito il proprio paese. Quello che agli occhi del Nord Europa è uno stato di emergenza divenuto comune e dunque non rinviabile (prima era soltanto italiano, era uno “stato abituale di emergenza”, e ce lo lasciavano volentieri con un’alzata di spalle), agli occhi degli italiani e delle italiane è lo sfascio economico e morale di sempre, quello che sovrasta tutti ma al quale (con la rete della famiglia, degli amici, delle raccomandazioni, della mano che lava l’altra) in un modo o nell’altro si è sempre riusciti a sopravvivere. Si è riusciti a restare a galla.
Qual è l’emergenza italiana eterna ma non più rinviabile? Non è Berlusconi. Il tanto deprecato Berlusconi (tetro fantasma in patria, buffone “tipicamente italiano” all’estero, dove gli espatriati vengono crescentemente trattati con paternalistica condiscendenza – ancora una perdita del ritegno) ha soltanto portato a perfezione aziendale quanto con diversa filosofia, lumacona e nascosta, la Dc aveva sempre fatto funzionare come baraccone osceno del potere. L’abituale stato di emergenza italiano è quello di un’evasione fiscale e di una corruzione che divorano le risorse del paese e di fronte alle quali la politica fa finta di niente, come non esistessero. Corruzione non significa solo che i lavori pubblici costano milioni di euro di più, significa anche che valgono meno e vanno rifatti dopo venti anziché settanta anni (il solo paese europeo con livelli di corruzione superiori a quelli italiani era la Grecia). L’abituale stato di emergenza è quello della mafia, percepita dalla politica e dai media alla stregua di un vecchio nonno rompicoglioni che però è lì da sempre, per cui si aspetta che muoia. Ma da solo non muore, inutile dirlo. L’abituale stato di emergenza è quello di una ingiustizia sociale spaventosa per la quale in Italia ci sono i redditi più bassi e gli affitti più alti d’Europa, uno stato sociale inesistente, una classe dirigente borbonica, pre-rivoluzione francese, una gestione del potere che con reciproco vantaggio di tutti deroga dalle regole per creare aree immense di clientelismo: cosa che riduce i cittadini a sudditi, perché toglie loro i diritti e i sottopone – con il loro stesso consenso – all’arbitrio. E su questo – al contrario di quanto mostra di credere Berlusconi – alcuni paesi sono in grado di dare lezioni all’Italia.
Un sistema come quello italiano si regge finché è un sistema chiuso: uno smottamento oggi, un piccolo crollo domani, le pietre si assestano le une sulle altre in un equilibrio che sarà precario ma regge: non è più un edificio, ma non è ancora raso al suolo. Gli impiegati in sovrannumero delle amministrazioni pubbliche lavorano poco e rubano lo stipendio, ma (come in Africa) mantengono i sempre più numerosi parenti disoccupati. I giovani ricercatori lavorano gratis, ma sperano di “vincere” prima o poi un dottorato di ricerca grazie a un concorso pubblico truccato dai loro professori (quegli stessi che poi scrivono editoriali di denuncia del disastro italiano). I trasportatori corrotti del ministero degli esteri presentano all’amministrazione preventivi falsi, più bassi del loro, preparati dai trasportatori in teoria loro concorrenti: il mutuo soccorso si sostituisce alla competizione e il ministero paga cifre molto più alte, però è la somma che il ministero stesso ha risparmiato sfruttando i dipendenti bravi che fanno regolarmente ore di straordinari non pagate. E a loro volta i dipendenti sfruttati si risarciscono di tanto in tanto perché si sentono in diritto di portare a casa materiale di cancelleria dell’ufficio e perché riescono a negoziare meglio le ferie con il capoufficio (di solito le ferie vengono gentilmente concesse, come fossero un favore e non un diritto contrattuale).
Quando però questo sistema chiuso cozza con altri sistemi economicamente più forti e socialmente meglio organizzati (oltre che meglio disciplinati), non regge al confronto. E non regge per questioni di decoro ancor prima che per questioni politiche: perché la Ue non sta cercando di imporre all’Italia regole estranee, sta osservando che l’Italia devia sistematicamente dalle proprie. Perché Merkel e Sarkozy non ridono del paventato “baratro” che si sta aprendo di fronte all’Italia (loro per primi non ci trovano niente da ridere), ridono di chi ha la casa in fiamme e continua a fare finta di niente: con una pratica che dall’indifferenza simbolicamente criminale dei vertici politici si traduce nell’indifferenza concretamente criminale della “base” (si vedano i sindaci del Nord Italia che per tutelare il made in Italy meditano di vietare la vendita del kebab nei centri cittadini. Purtroppo il made in Italy non ha nessun bisogno degli altri, si danneggia benissimo da solo).
La sola risposta non ridicola sarebbe quella che Berlusconi, Frattini e Casini non sono in grado di dare, perché si trova al di fuori non solo del loro orizzonte culturale e politico, ma anche delle loro risorse personali: sarebbe un programma di riforme proposte da un leader politico credibile, nel quale la popolazione abbia fiducia. La democrazia si fonda su un patto: nessuno, senza fidarsi, smetterà il travaglio usato della corruzione piccola e grande, dell’evasione fiscale su scala familiare o aziendale. Solo che la fiducia è persa da tempo. In meno di settanta anni la democrazia è riuscita a farsi riconoscere come una fregatura inaffidabile. E ci vorranno decenni a ricostituirla, ammesso che per allora sarà ancora lì. A fronte della catastrofe italiana delle finanze, dell’economia, della politica e del patto sociale non è la risata di Sarkozy a stupire, è il fatto che ci si limiti a quella. Si ride se a fare finta di niente è uno sconosciuto cui sta bruciando la casa dall’altra parte del mondo. Se invece sta bruciando la casa di un dirimpettaio ci si spaventa e ci si incazza. E si irrompe in casa sua per spegnere l’incendio.

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La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini https://minimaetmoralia.it/fumetto/la-delegazione-arrivo-a-massa-senza-troppi-casini/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/la-delegazione-arrivo-a-massa-senza-troppi-casini/#comments Fri, 28 Oct 2011 11:04:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5559 di Duccio Battistrada Lo dico subito. Io Pazienza non l’ho mai conosciuto. Sfiorato sempre, visto mai. Ci sono dei posti di Roma dove passo e dico: ecco, qui è quella volta che non l’ho incontrato. Perché non ho voluto incontrarlo. Come la biblioteca in Via della Gatta. Non andai all’inaugurazione della mostra, ci andai dopo […]

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di Duccio Battistrada

Lo dico subito. Io Pazienza non l’ho mai conosciuto. Sfiorato sempre, visto mai. Ci sono dei posti di Roma dove passo e dico: ecco, qui è quella volta che non l’ho incontrato. Perché non ho voluto incontrarlo. Come la biblioteca in Via della Gatta. Non andai all’inaugurazione della mostra, ci andai dopo e ancora bestemmio gesucristo di non essere stato uno dalla corsa facile e dal piglio disinvolto, per fregare – un attimo ci voleva, un attimo! – da quelle salette uno degli originali di Francesco Stella, una storia a colori su Frigidaire, colorata da lui, non dalla moglie o da chissà chi per far sembrare nuove storie concepite in un bianco e nero gelido e perfetto. La tavola con Betty Curtiss, due esse, figlio del popolo. Con i capelli disegnati uno a uno, mentre si accende una sigaretta. Da prendere Benjamin, W. per la collottola e sbatterglici la faccia contro a ripetizione come qualcuno fa coi gatti che cacano in salotto: allora, neanche qua c’è l’aura secondo te, eh? EH?

Mai voluto incontrarlo: perché. C’era chi si riconosceva nelle sue storie. Per me il discorso è diverso. Quelli come me, piccoloborghesi senza possibilità di redenzione,  borghesi che per paura di essere troppo borghesi si chiudono in una borghesissima paralisi (sembra un meccanismo elementare, ma c’è chi non si è mai ripreso), sfogliavano ogni sua pagina con gli stessi occhi sognanti, la stessa sospirosa trepidazione delle servette degli anni Cinquanta quando leggevano i fotoromanzi (chiamati all’epoca fumetti), spinti da un’identica pulsione: avere accesso a un mondo che a loro era, e sarà sempre, precluso, perché di fronte a un ago svengono, di fronte a una ragazza scappano e di fronte alla vita è meglio non guardarli, ci si vergognerebbe troppo per loro. Quindi incontrarlo non aveva nessun senso. Cosa avrebbe potuto fare una tremula domestica di fronte a un Gregory Peck incontrato per caso se non svenirgli davanti? Ecco. Ma già da subito ti trovi ad avere una posizione da difendere se non ti vuoi sputtanare, mi si diceva che disegnavo bene, ma perché non cerchi di conoscerlo, tiene anche dei corsi. E così dovevo fare finta di rincorrerlo. Ma appena uscivo trafelato da casa il passo rallentava, cominciavo a osservare le vetrine, guardavo l’autobus allontanarsi dalla fermata dov’ero in attesa, sapevo che non dovevo arrivare. Iniziavo a elaborare una labile scusa se qualcuno avesse chiesto notizie, be’, quel corso? E così la città ha per me l’aspetto principale di sottofondo logistico di una rete di incontri mancati con l’Autore, alla quale fa da parzialissimo contraltare, anche se su scala più ampia, una serie di incontri con le Opere, inseguendo quello che la vita è stata e riducendo l’esistere a un continuo rimpianto, facendo finta che sia ancora possibile usarle per accendere una luce dentro se stessi.

Dietro piazza Navona c’è uno dei pochi palazzi di Roma con la facciata affrescata. Figure monocrome su uno sfondo nero, non so se per lo smog o perché era già così in origine. Lì c’era una libreria dalle larghe e spesse porte di legno, dove Apaz insegnava. Mi presentai apposta all’ultimo giorno, per sentirmi rispondere che i corsi erano al completo. E leggendo Pompeo tanti anni dopo, quando parla dei suoi allievi, non me ne sono mai pentito. Tanto per far vedere, andai a una delle tante scuole di fumetto che c’erano all’epoca, vicino piazza San Giovanni, lo stesso portone del Mago Zufus. Versai un acconto. Mi ritelefonarono dopo qualche giorno: vietti a riprendere i soldi, non siete abbastanza per fare il corso. Chiusero poco dopo. Il Mago Zufus credo sia ancora lì. Forse non a livello conscio, ma era palese l’inaffrontabilità dell’incognita x di un’equazione parisiana così concepita: se addirittura dietro ai sillabari c’è l’odore del sangue, quando il punto di partenza è l’odore del sangue dietro ci deve essere qualcosa che non si può sostenere. Quel misto di Rembrandt e Abatantuono, Troisi e Caravaggio, era inavvicinabile. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, come dice Pavese. Chi ama brucia, come dicono i Pavesini. In un tempo in cui non solo si mandavano lettere imbustate e francobollate alle riviste ma addirittura, seppure con aria di superiorità, qualcuno leggeva queste lettere, un lettore di Linus nato nel mio stesso anno scriveva della sua vita, del fatto che ora faceva un lavoro (chiaramente: insoddisfacente, anche se con soldi e tutto), aveva gente che dipendeva da lui eccecc. Ma riparlava di quando era piccolo. Del 77. E diceva: “Cominciavamo a sognare la vita e il nostro sogno era già morto”.

La prima volta che vidi i suoi disegni fu su Alter. Con arrancanti rapidograph provai a copiare a china qualche figura, devo avere ancora Gigi che dice a Pentothal nel pezzo nel deserto, il più à la Moebius, strascicando il passo e facendo una nuvoletta con la punta del piede: “tienilo, vado a prendere la pistola”. Pochi mesi dopo, a carnevale, a una festa delle medie dalle parti di piazza Pio XI di un compagno di classe già fascista con fratello maggiore fascistissimo collezionatore di elmetti e gagliardetti e proiettili e medaglie, andai dodicenne col jeans strappato, scarpe da tennis di tela, camicia bianca e gilè, in testa un foulard di mia madre. Bianco a pallettoni rossi. Vestito da indiano metropolitano. Sembrava davvero il corso naturale delle cose. A volte faccio finta che tutta la merda del dopo non sia mai arrivata, ma non è semplice.

Rileggendolo cerco di capire quali righe e quali citazioni con il passare degli anni avranno bisogno della nota. Per esempio: nel Partigiano un personaggio fugge paulistando, cioè fa: oiaiaiaiooie!, un verso ben preciso della pubblicità del caffè Paulista (Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via), già fuori portata per un venti-trentenne che non sia appassionato di vecchi caroselli. Meno considerabile come criptica ma credo in serio pericolo di oblio, non so, non ho più il polso dei ragazzini: “bene, disse Uccio, non mangerò più per giorni sette – nove ore dopo lo raccoglievano che ancora respirava”: primo incontro con la decontesualizzazione o ricontestualizzazione, questo è il Guccini della Locomotiva, conosciuto all’epoca dal 91,7 per cento di chi aveva dai 12 anni in su anche se solo il 28,3 era in grado di mettere bene in fila le strofe al momento di cantarla – perché, sì, si cantava, col sopracciglio corrugato, hai voglia a scherzare sul fatto che era una palla. Un cambio clamoroso di segno invece cita il dimenticatissimo Minus, il fumetto più orrendo del mondo, e lo cita perché con Jori, che lo disegnava, la sua Betta – chi non ne era innamorato, specialmente dopo aver visto il suo ritratto – lo tradì. Ma questo ancora non si sapeva.

Andai a comprare il primo numero di Frigidaire dal solito giornalaio sulla Gregorio VII. L’avevano rimandato indietro al distributore una volta visto l’inserto che riportava una serie di foto di “morti in pratiche autoerotiche”. La biondina figlia del giornalaio da quel giorno non mi sorrise più come prima.

A vicolo della Penitenza, vicino Regina Coeli, c’era la sede di Frigidaire. Decido di abbonarmi, mi pare 10.000 lire o 16, promettevano anche l’originale di un autore (mai arrivato). Sfrutto una mattina che usciamo prima da scuola, è proprio là davanti, mentre mi avvicino spara il cannone del Gianicolo, apro la porta a vetri  col cuore che batte ma c’è solo un riccetto, gli dò i soldi, mi scrive su un piccolo bloc notes a quadretti la ricevuta. Passano i mesi. Non arriva niente. Vado là incazzato, quanto può esserlo un mortale con gli dei dell’Olimpo, ma incazzato. C’è Sparagna. Gli dico così e così, “ma a chi li hai dati i soldi”, gli faccio vedere il foglio con la firma, “aaahhh sì beh scusa sai, fai così, ridammi i dati, non ti preoccupare, tu sei…?”. Da allora Frigidaire arriva. Mi arriva già letto: in casa mia non c’è il portiere e non sia mai che per mettere nella microscopica cassetta della posta la Sacra Rivista la pieghino in quattro, o peggio se la freghino direttamente dato che la cassetta dà sulla strada. Così lo faccio arrivare a casa di Paolo, dove il portiere c’è. Paolo me lo porta in classe senza il cellophane e con i suoi commenti del cazzo, pure giusti magari, ma fatti solo per far pesare l’anticipo. Oh, cazzo, sono IO che mi sono abbonato. Magari ci si è pure fatto qualche pippa. Il riccetto poi non l’ho perso. Oggi me lo ritrovo piazzato bene in alto in una miliardarissima rivista di gastronomia paracula, e imparo che dalle diecimila solate ai sedicenni si può arrivare lontano. Ma è tardi.

Ognuno ha il suo legame speciale con Andrea Fa Senza, questi i miei: in una tavola di Pentothal appare la data dell’8 aprile, giorno del mio compleanno. Un’altra cosa me la tengo per la fine. Ma soprattutto: la mia residenza è in via Zanardi (ancora, anche se ormai non ci abito più), dove mi trasferii l’estate che Frigidaire aveva in copertina la ragazza sullo squalo e che uscì Aficionados (“possederlo denuncia il vostro statos”).

A casa ho uno Zanardi su sfondo nero. Ottenuto grazie alla mia testa di ricci alla Battisti che oggi non si potrebbe ricostruire neanche al computer e al faccino dolce che riuscivo a fare. Lo vendevano a una mostra al Palazzo delle Esposizioni ma era rimasto solo quello appeso all’ingresso, tutto dipendeva dalla ragazza vicino al tavolo dei biglietti, una mora di almeno vent’anni, un’enormità per me che ancora dovevo dare il mio primo romantico bacio (sarei stato acchiappato ALMENO un anno dopo, a tradimento su un davanzale del liceo, da una di quelle del quarto che appena arrivate erano già molto più scafate di me all’ultimo anno – ero, credo, l’ultimo a mancare alla sua collezione). Invitai l’elegante responsabile vestita di nero a pochi passi di un discretissimo a parte con parole di grande dolcezza e toni quasi di seduzione, finché urlò da lontano alle ragazze della biglietteria: “che dite, glie lo diamo il manifesto a questo bel ricciolino? Massì, diamoglielo, è così carino…”, guance rosse per la presa per il culo ma era fatta.

C’era anche, paginone appeso al muro, un’intervista a Rinascita che non ho visto citata mai più da nessuna parte. Niente di così nuovo rispetto a quello che si sa, ma articolava bene il fatto di disegnare con la pancia, con le viscere. Fuori, sulla destra, partiva la scala a fianco della quale Keith Haring durante una sua mostra cominciò a dipingere sul muro del Palazzo delle Esposizioni. Come a Pazienza non servivano le matite, Haring non aveva bisogno di tracce da seguire: aveva tutto in testa, e qualsiasi fosse lo spazio da riempire lo faceva con precisione al primo colpo. Ma Roma non apprezzò: qualcuno chiamò i vigili a fermare tutto. E più tardi la parte di muro già dipinta fu cancellata.

Via della Maddalena è la strada che decine di migliaia di romani percorrono e hanno percorso quando dal Pantheon dicono: “Gelato?” e si avviano verso Giolitti. In quella direzione, sulla sinistra, c’era un enorme negozio Fiorucci. Anni Ottanta allo stato puro. E’ lì che presentò il suo libro della Glamour Book Assenza Perenza. Come al solito passai qualche giorno dopo ad annusare l’aria in un tripudio di rosa shocking. Comprando il libro, autografato a matita, rimasi un po’ male per la scarsa congruità della firma, probabilmente scarabocchiata in fretta insieme ad altre cento e poco simile alle mille che si conoscevano.

Anni e anni di attesa per il manifesto della Città delle donne, distribuito in poche copie all’entrata dei cinema dove proiettavano il film. La sera della prima la grafica con la quale lavoravo ne aveva presi due, di quei manifesti. Uno ce l’aveva alla testa del letto. L’altro, chissà… finché la sostituii per una settimana quando aveva da fare non so cosa, e il lunedì tornò con l’agognato rotolino e un gran sorriso. Convinzioni estetiche: la mia passione per le donne dai capelli scuri e ricci, anzi, un po’ ondulati, viene da qui.

Poi un 70×100 fatto per Legambiente, rimediato dopo un concerto al Villaggio Globale taaanti anni fa. Uno in genere fa follie per amore, per una donna, per una causa nobile: si trasforma, trascende il suo essere, si trova a compiere azioni delle quali non si credeva capace. Io è in occasioni come queste che riesco a diventare un altro. Sono uno buono, sempre fatto la tessera sull’autobus, rarissime canne, quasi sempre avvisato se mi davano del resto in più. Ma al diniego dell’obiettore allo stand di Legambiente – no, il poster non è in vendita, mi dispiace – tutte le mie percezioni si acuiscono: questa situazione va risolta. Riesco a leggergli da una piega della bocca che a lui non frega più di tanto. Penso poi al mio, di servizio civile, e a quelle poche lire che prendevo, alcune delle quali alla voce “effetti letterecci”, lo stato che ti risarciva delle lenzuola che non gli consumavi in caserma. E poco dopo, studiata una frase corta e discreta da buttare là, torno alla carica e in un momento di distrazione degli altri dello stand gli faccio cascare là che lo pago. Se trova il modo di, ventimila per lui. Mi guarda fisso per un po’, scuote la testa come a dire “che mi fai fare”, poi: “Passa tra poco”. Ci accordiamo. Altra attesa fino all’appuntamento delle due, quando è rimasto solo con un amico, in una delle tante zone buie che per fortuna non mancano, “vai via subito però!”. Nell’oscurità guadagno l’uscita a saltelloni abbrancato al picoglass, cercando di non scivolare nel fango.

Tante le mostre in giro per l’Italia. Al Forte Prenestino un altro furto mancato: inaspettatissima, la copertina di Cannibale Golf, il teppista in attesa con la mazza, in una delle prime stanze in quella fuga di incredibili locali sotterranei. A Siena, ai Magazzini del Sale (anzi, Magazzeni, bah) dopo un viaggio in treno interminabile, ascoltando la prima delle C90 ska e altro degli anni ‘80 che mi ero appena fatto per mettermi nel mood giusto, iniziava con Beat Crazy di Joe Jackson. Sul vagone, senza scompartimenti, tre ragazze francesi, sedute accanto a me. sull’altro lato. Mentre parlavano disegnai la più carina, capelli chiari di seta con la coda di cavallo. Prima di scendere le diedi il disegno con la scritta “bon voyage”, lo accettò con un bellissimo sorriso ringraziando addirittura, non come un’altra a Parigi che non si era neanche degnata di mandarmi affanculo. Nelle due ore di attesa a Chiusi s’impose l’acquisto di una serie di cartoline della città sul tipo di quelle che ora sono raccolte e catalogate in costosi volumi intitolati “Ugly postcards”, dove l’apoteosi di squallore dei luoghi raggiunge una tale intensità da travalicare qualsiasi categoria estetica. A Siena vidi per la prima volta il falco nella pioggia e le sagome di Zanardi Colasanti e Petrilli fatte per Energie che solo pochi anni prima avevo visto nelle vetrine di via del Corso.

A Palazzo Re Enzo di Bologna con un amico, ci volevano chiudere fuori proprio appena arrivati davanti all’ingresso dopo una fila lunghissima, più di tanta gente non poteva entrare, ho dovuto tirare fuori il romanesco che non uso mai: dai semo venuti io da Roma lui da Bbbari… : e faccio un gesto come a passare la parola a Giuseppe, che comprovi con accenti adeguati la sua pugliesità. Ma non serve, è bastata la minaccia: ci fanno passare. Gli acquarelli del padre. Qualche disegno di quelli seminati per il mondo, mandato via fax o fotocopiato da chi aveva aderito all’invito di spedire gli inediti in suo possesso. I resti di un’enorme figura a cavallo salvata dalla discarica dopo la chiusura della manifestazione per la quale era stata fatta.

Nella Fortezza Vanvitelliana di Ancona: buste per negozi, della maglietta in vendita c’è solo una taglia che mi va stretta, lo so che me la metterò e mi darà fastidio alle ascelle e mi farà ingrossare le ghiandole e mi farà venire il dubbio di avere chissà quale bel male, la compro lo stesso.

Ma è stato alla Triennale di Milano che ho cominciato a realizzare una cosa: molti disegni, tutti i disegni colorati a pennarello, stavano scomparendo. Il colore svaniva e perdeva forza, addirittura qualche nero stemperava nel marrone o nel blu a seconda del tipo di pennarello. Quanti anni ancora?

Sarebbero da ritrovare le versioni integrali delle interviste su Teleroma 56, allora la televisione dei radicali, fatte da Carlo Romeo, che diceva che voleva chiamare la figlia Alfa. Quella in uno studio buio subito dopo la morte di Tamburini insieme a Scozzari, a un certo punto lui quasi piangendo di rabbia dopo una osservazione caustica di uno Scozzari per niente commosso,  rivolgendosi all’intervistatore: “no, Filippo è una viperha, in realtà…” e dice non so cos’altro. Quella dove si riconosce Villa Pamphili. L’altra dove lui disegna in diretta. Lunghissime. Romeo, da dati presi su Internet, è entrato alla Rai. Val d’Aosta, poi Servizi Sociali. Ma nessun recapito.

Bisognerebbe anche rintracciare, forse è più facile, il “losco mercante d’arte a nome D’Emilio” che servì da modello, inspiegabilmente nessuno lo ha mai fotografato, vorrei andarlo a conoscere per vedere Zanardi da vecchio.

Si leggeva anche altro: Metal Hurlant, edizione francese prima che arrivassero Totem e l’edizione italiana, comprato soprattutto in quel negozio nella piazza dei filetti di baccalà con il tedesco silenzioso dalla coda di cavallo lunga e bionda. A volte lasciava sfogliare, a volte veniva a rimproverarti perché gli sgualcivi le pagine e poi non vendeva più. Si sarebbe rivisto anni dopo, il viso affilato scomposto nel bianco e nero dei puntini tipografici in un trafiletto di cronaca romana, arrestato insieme a un amico per violenza carnale.

In fondo al lungomare di San Benedetto del Tronto, nel verde di una bella pineta, c’è una piccola costruzione dipinta di azzurro pastello: è la Palazzina Azzurra. Di fronte alla palazzina versi di Campana sono diventati una scultura di metallo, lettere coloratissime una sopra all’altra: “Lavorare lavorare lavorare preferisco il rumore del mare”, l’ha fatta Nespolo cambiando l’infinito. Stavolta poche le cose esposte; alcuni bei quadri. In una minuscola saletta proiezioni un video, con “Letters from home” di Pat Metheny in sottofondo, lo fa vedere mentre disegna alla Mostra d’Oltremare a Napoli.

Assistiamo in cinque o sei, una coppia da una parte, una signora piccolina che a un certo punto con voce dolce dice a nessuno, nel vuoto: “Mi ricordo, la sera poi andammo al ristorante e dipinse un sacco di piatti…”. Gli altri indifferenti, io capisco e ho un formicolìo alle orecchie, si staranno facendo rosse. LA MAMMA. E’ uscito da lì. Aspetto che si alzi lei e rispettoso la abbordo, le dico che ovunque lui sia in mostra io ci sono, mi ripaga accompagnandomi lentamente davanti ai quadri, sempre sorridente, chiacchierando, “mentre disegnava nella sua stanza lo sentivo ridere…”. Davanti a un autoritratto, indica con un sorriso e uno sguardo complice la scritta: “La mia miniera”. Arriva lungo e esitante il padre, lei mi presenta sorridendo ancora: “è un amico di Andrea”.

Diciamocelo chiaramente: Astarte, l’ultima cosa, non si capiva che roba fosse, disegni a volte alla Magnus, che senso hanno? E poi su Comic Art, rivista discutibile per noi rompipalle che vogliamo sempre e solo chissà quale purezza… non si fece in tempo a rifletterci sopra.

A via del Mascherino c’è una galleria d’arte. Il gallerista è molto amico di Pablo Echaurren, vende le sue cose a prezzi che dice di favore. Ha esposto diverse volte Roberto Lerici, a.k.a. Professor Bad Trip. Interpellato sul gallerista a una fiera del fumetto, il Professor Bad Trip non ha avuto parole gentili: iniquità e sottrazione di denaro i suoi principali argomenti. Ma il gallerista ha degli amici, a un’inaugurazione mi dice “ci saranno certi che conoscevano Pazienza, cioè, più amici della moglie però”. Arrivano, inchiodo al muro il più interessante, il più vecchio, una sessantina d’anni. Amico della famiglia della moglie, mi racconta: 1) il Matrimonio di Paz, un accenno, arrivarono completamente fatti tutti e due – come fatti, avevano fumato?, vorrei chiedere ma intanto il discorso si è spostato su: 2) la Morte di Paz. Rientra nella sua casa poco fuori Montepulciano facendo urli di gioia e lanciando banconote in aria: ha venduto una tavola per un pacco di soldi. Bisogna festeggiare!, dice, e poi: Scendo un attimo in paese. Rientra. Poco dopo la moglie lo sente andare in bagno. Passa del tempo. La moglie bussa alla porta del bagno. Continua a bussare.

Morì il 16 giugno, ricordo mio padre che lo aveva sentito al telegiornale e quando rientrai a casa disse hai visto è morto quel disegnatore che piace a te, quello dei fumetti, ma chi, chi, chiedo con il sorriso benevolo verso generazioni che non possono capire le cose di noiggiòvani, questo? no, quello? no, e al nome più incredibile: “eh, sì”. Salii in camera e sentii suonare un sassofono, strumento che già gli anni Ottanta mi avevano fatto odiare. Si esercitava pazientemente infilando scale su scale nell’ovatta dell’aria vicino all’Aniene.

Ognuno nella vita ha delle piccole certezze alle quali aggrapparsi nei momenti difficili. Una delle mie riguarda un disegno di Pazienza dove c’è una cosa della quale, voglio esserne certo altrimenti la mia vita perderebbe di senso, mi sono accorto io e io soltanto. Un’ombreggiatura. Quello che sembra un’ombreggiatura, una delle sue, quei perfetti segni serpentini che si incastonano l’uno nell’altro con equidistanze matematiche. Beh, NON è un’ombreggiatura. E’ una SCRITTA. C’è scritto, con lettere distorte e vorticanti: “La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini”. Più o meno dice così, è tanto che non la vado a riguardare. Forse c’è un aggettivo anche: infortunata. Se lo avete già scoperto, buon per voi, perché io non vi dirò mai dov’è. E una volta che uno lo sa poi fa ah sì, ma si vede benissimo. Sissì.



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Italia, amore https://minimaetmoralia.it/societa/italia-amore/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-amore/#comments Tue, 26 Jul 2011 06:56:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4830 Gli ultimi interventi di Christian Raimo e Marco Mancassola nella rubrica Italia, amore, tutti i mesi su Rolling Stone. CR >> Crono che divora i suoi figli, Medea che li uccide per vendicarsi del padre, il conte Ugolino, Pollicino, Hansel e Gretel… il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I […]

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Gli ultimi interventi di Christian Raimo e Marco Mancassola nella rubrica Italia, amore, tutti i mesi su Rolling Stone.

CR >> Crono che divora i suoi figli, Medea che li uccide per vendicarsi del padre, il conte Ugolino, Pollicino, Hansel e Gretel… il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I nostri genitori ci faranno a pezzi, ci regaleranno a un orco, ci abbandoneranno nel bosco. Chi sembra proteggerci in realtà ci farà violenza. La mia memoria di lettore è piena di scena del genere. Come quella all’inizio del più bel racconto degli ultimi vent’anni, Piccoli animali senza espressione di David Foster Wallace: due bambini vengono fatti scendere dalla macchina in mezzo a una strada deserta del Midwest, di fronte a loro c’è una mucca che li scruta, finché scende la notte.

Ma, a rifletterci un secondo, anche all’interno di questo scenario terribile di paure ancestrali, vive un elemento di solidità: l’adulto è ancora sempre per il bambino la Legge. Quello forte. Un dio che divora i figli come Crono appunto ma sempre un dio. Una legge che può diventare anche incomprensibile come un ordine, o minacciosa come una violenza improvvisa, ma che ha il suo fondamento in una gerarchia che mai sapremmo mettere in discussione. Del resto, non ci piace essere anche essere coccolati dai nostri genitori proprio perché sappiamo che invece potrebbero essere violenti, severi o indaffarati, e invece si dimostrano dolci e comprensivi?

Quest’ordine simbolico ci preserva, da piccoli, da un vuoto di senso. È probabilmente questo il motivo per cui non esistono bambini che si suicidano (secondo le statistiche mondiali, i primi suicidi si possono datare a undici, dodici anni). E per questo c’è la scena iniziale di un film di due anni fa, Daybreakers, un thriller fantapolitico del 2009 dei fratelli Spierig che ancora oggi mi riporta un senso di angoscia: una bambina vampiro che non trova più il sangue per nutrirsi, esce di casa e si lascia bruciare alla luce del sole. 

Ma. La storia dei due padri di Teramo e Perugia che si distraggono e lasciano i figli in una macchina parcheggiata sotto il sole ci devasta emotivamente per vari motivi. Da una parte mette in questione un tale ordine. Ci rivela che gli adulti sono più deboli di quello che pensavamo. Ansiosi, distratti, in crisi. Ma una crisi diversa da tutte quelle che abbiamo affrontato fin adesso. In un mondo, come quello in cui viviamo, dove le attenzioni per i bambini sono ipermoltiplicate, dove sappiamo benissimo quanta importanza hanno i nostri figli quasi sempre unici, capita un momento di distrazione, ed ecco, ci dimentichiamo nostro figlio sul retro della macchina, a cuocere sotto il sole.

E dall’altra però ci pone una domanda che non è psicosociale, ma di teodicea. Ed è: perché ci può capitare di compiere un male così terribile che mai la nostra volontà consentirebbe? Chissà. Se esiste, se è possibile un male così grande, alle volte viene da immaginare, allora dovrà esserci un Dio capace di consolarci anche di questo.

MM >> Come tante persone (ancora) senza figli, penso spesso al figlio o alla figlia o ai figli che avrò, che potrei avere. Verrà il figlio e avrà i tuoi occhi. Guardo i bambini dei miei amici, li guardo scavare nella terra in giardino o disegnare case su fogli volanti o giocare a pallone nel campetto lungo il fiume mentre noi, i padri e gli amici dei padri, sorseggiamo una birra tenendoli d’occhio. Una volta un amico mi disse, con un sorriso sereno, di aver compreso qualcosa della morte soltanto dopo aver avuto un figlio: una manina rugosa che ti stringe il dito e ti fa capire che non sei infinito, perché tu morirai e lui eredita il mondo. È una tua continuazione e insieme qualcuno di perfettamente altro. Per questo lo ami ed è una forma paradossale di amore, così paradossale da risultare assoluta.

C’è anche chi non vuole saperne, di bambini. Ci sono motivi per non avere figli tanti quanti ce ne sono per averne. Perché sei povero. Perché sei gay e la questione sembra troppo complicata, perché sei un mistico, perché secondo certi racconti alla notizia della nascita del figlio il Buddha disse, in modo significativo: “Ecco, è nato un vincolo”. Nel romanzo Libertà di Jonathan Franzen, una delle libertà cui allude il titolo è proprio quella di non riprodursi. Un personaggio, la deliziosa Lalitha, americana con famiglia originaria dell’India, si consacra all’attivismo contro la sovrappopolazione del pianeta e dichiara: “Sono il tipo di ragazza che non vuole bambini.”

A volte, mi chiedo perché sogno tanto la paternità. Quale sia il motivo intimo, in un presente come questo. Un tempo facevamo figli perché eravamo meravigliati dal mondo e volevamo che qualcun altro lo vedesse e si meravigliasse con noi, dopo di noi… Adesso, non sarà che facciamo figli perché siamo disgustati dal mondo e vogliamo che qualcun altro lo veda e condivida il nostro disgusto?

Poi, perso in queste ipotesi, finisco per dirmi che non importa. Chi se ne frega. Guardo i figli degli amici correre sull’erba col moccio al naso o sprofondare in un divano davanti a un videogame. Qualunque sia il motivo per cui sono nati, sono qui – reali quanto me, qualunque cosa significhi ormai essere reali. Respirano. Assorbono amore e contraddizioni. Assorbono il bollore di un mondo sempre più caldo e sempre più inquieto e restano a guardarci, sgranando gli occhi, come fatti di una strana materia infiammabile. Bambino bruciato si intitolava un superbo romanzo di Stig Dagerman, ormai difficile da trovare, basato sull’idea che ogni figlio è destinato a bruciare, metaforicamente, nel fuoco del mondo che nulla risparmia.

Ci sono anche bambini, nelle cronache, che bruciano fuor di metafora. I bimbi rom che bruciano vivi ciclicamente nelle baracche. I piccoli che vengono dimenticati in macchina dal padre e muoiono per un colpo di caldo. Tutti da piccoli abbiamo provato il terrore di essere dimenticati da qualche parte: da bambino al luna park non volevo salire sulle giostre, nel timore che nel frattempo mia madre andasse via. Vorrei promettere a mio figlio che nulla di questo potrà accadere. Non ti dimenticherò. E tu non brucerai, mai, anche se il pianeta intero si scalda, come una macchina sotto il sole, come una piccola stanza infuocata. Il clima che arde e i deserti che avanzano. Ma per te ci sarà sempre un rifugio fresco, vorrei essere in grado di promettere.

Sali pure su questa giostra. Qualunque cosa accada, resterò ad aspettarti.

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