James Wood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/james-wood/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 Dec 2023 09:17:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg James Wood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/james-wood/ 32 32 Sette libri per settembre https://minimaetmoralia.it/libri/sette-libri-per-settembre/ https://minimaetmoralia.it/libri/sette-libri-per-settembre/#respond Thu, 23 Sep 2021 12:46:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49269 Photo by Jason Wong on Unsplash Ora che per andare, o per sentirsi, ecco, di nuovo in vacanza, bisognerà aspettare Natale, ora che piano piano stiamo rimettendo a fuoco la nostra quotidianità, con tutto quello che comporta, anche il nostro essere virologi, allenatori di calcio, esperti di politica estera, professori, studenti, editor, esteti, se c’è […]

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Ora che per andare, o per sentirsi, ecco, di nuovo in vacanza, bisognerà aspettare Natale, ora che piano piano stiamo rimettendo a fuoco la nostra quotidianità, con tutto quello che comporta, anche il nostro essere virologi, allenatori di calcio, esperti di politica estera, professori, studenti, editor, esteti, se c’è una cosa che non cambia, in tutto questo divenire di maschere degno della migliore commedia dell’arte, è la lista di libri da leggere (a settembre inoltrato? Quando ricomincia la scuola? Per l’anniversario dell’11 settembre? Per prepararsi alla terza dose? Non appena tua figlia dorme? Per passare meno tempo sui social? Quando ci capita?) che ogni tanto minima&moralia mi concede di fare, che per me, ormai, è un po’ come un’abitudine, un’abitudine liberatoria, sì, che mi permette di respirare, di prendermi una pausa dal mondo che c’è fuori da questa pagina, e di sentirmi finalmente in pace con me stesso.

James Wood, Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori (traduzione di Massimo Parizzi e Luca Briasco), Minimum Fax

Un critico, un recensore, uno che scrive sul New Yorker, per intenderci, ma prima di tutto un lettore. Il libro di Wood, un saggio narrativo o un romanzo con un’impronta saggistica, spazia da Omero ad Alejandro Zambra, e lo fa togliendosi di dosso il “fetore scolastico”, per usare un’espressione di Joyce. Legge sempre e da sempre con lo stesso approccio (“prima che questo romanzo esistesse, non c’era nulla”) e questo gli consente di ingannare il tempo e di ritrovare ogni volta lo stupore delle prime letture, la magia della scoperta. Lo stile indiretto libero, i dialoghi, il realismo, l’amore per i dettagli, per alcune immagini che diventano memorabili e che messe insieme si leggono come una grande storia, questo libro – in cui, per usare un’espressione dello stesso Wood – si percepisce una profonda “fame di finzione”, andrebbe letto insieme a un altro libro (un capolavoro, anche quello), di David Shields, intitolato Fame di realtà.

Christian Raimo, La vita che verrà, Minimum Fax

Una decina d’anni fa, in un pomeriggio come tanti altri, sono andato in una piccola libreria di San Lorenzo a scrivere. Vivevo ancora con i miei, ero nella bolla dell’università, quella in cui a volte studi e altre volte fai gli esami, ma soprattutto esci, tutte le sere, e ti senti bene, perché la realtà sembra ancora lontana. Be’, quel pomeriggio, in quella piccola libreria, ho incontrato Christian Raimo, stava scrivendo anche lui. O meglio, lui stava facendo la revisione delle bozze del suo nuovo libro, io invece stavo scrivendo i miei primi racconti, o almeno era quello che credevo di fare. Dopo un po’ mi sono fatto coraggio, quel coraggio che serve quando riconosci qualcuno ma quel qualcuno non potrà mai riconoscere te, gli ho detto che stavo scrivendo, lui è stato gentile, mi ha fatto sedere vicino a lui, mi ha chiesto se potesse leggere qualcosa di mio, e allora io, con una sorta di timidezza che non sapevo mi appartenesse, fino a quel momento, gli ho passato il mio Mac con il file del racconto che stavo scrivendo aperto. Non vi dirò come finisce questa storia, non vi dirò se è vera o se me la sono appena inventata per evitare di raccontarvi le storie di questa sua – per dirla manganellianamente e non – “antologia privata” (e anche pubblica, direi). Che dentro ci sia un aspirante scrittore che finisce in un’antologia o Italo Calvino che cerca di fare un attentato per uccidere Pasolini, non importa. Non vorrei rovinarvi la sorpresa, ecco. Raimo è uno scrittore brillante, intelligente, come può esserlo Foster Wallace, la sua intelligenza, però, non è così esibita, non domina le pagine, ma si mette al servizio della storia, e riesce a rendere questo libro poetico, politico, magico, umano.

Alejandro Zambra, Poeta cileno (traduzione di Maria Nicola), Sellerio

È il libro che aspettavo di più, insieme a Crossroads di Jonathan Franzen. Ne ho parlato un po’ ovunque, ho perfino scomodato lo stesso Zambra intervistandolo su zoom. Quattrocento pagine che fanno di questo libro un romanzo d’amore, un romanzo familiare, un romanzo sulla paternità (illegittima o meno), sulla poesia cilena, sulla poesia, sulla storia del Cile, sulla giovinezza, sul tempo, che in fondo è solo uno strumento come un altro per misurare noi stessi, le nostre vite che entrano in contatto con quelle degli altri.

Davide Toffolo, Remo Remotti, L’ultimo vecchio sulla terra, Rizzoli Lizard

Io, come Toffolo, ricordo Remo Remotti soprattutto per la sua interpretazione in Sogni d’oro di Nanni Moretti, quando interpretava Sigmund Freud. Ma lo ricordo anche in Bianca, che fa il vicino di casa di Nanni, che frequenta delle ragazze più giovani, le invita a casa ogni sera, e c’è una scena in cui Nanni lo chiama perché si sente solo, ma poi lo manda via perché gli mette tristezza. Tutto questo non c’entra, però, perché Toffolo (che a sua volta mi ricorda la mia vita di prima, anzi, “il mondo prima”, quando ancora andavo all’università) qui raccoglie l’eredità di un “maestro”, riprende le sue storie (di donne, di uomini che diventano pazzi, di convenzioni, di libertà) e le disegna, le fa rinascere, come solo un grande artista sa fare. Meraviglioso.

Il genere è fluido?, Nutrimenti

Uscito in una collana, The Big Idea, nata per raccontare i temi più importanti di oggi attraverso un approccio visivo forte (parole chiave, schemi, testi scritti in grande, con diversi font, costellati di immagini), è un libro rivolto principalmente a quelli come me: maschi, bianchi, etero. Un libro che ruota intorno alla questione del genere, che forse non è quello che crediamo che sia, dall’antica Grecia, in cui donne e uomini rappresentavano un solo sesso, ai giorni nostri, in cui spesso c’è ancora chi pensa che il cervello dell’uomo sia più sviluppato di quello della donna, che sia soprattutto lei a doversi occupare dei figli (quando è la natura stessa a dimostrarci che è una cosa priva di senso), che il dibattito sulla questione di genere debba affidarsi ancora ed esclusivamente alla biologia. Da far leggere in tutte le scuole, sì, ma anche fuori.

the 88 fools con Nedo Ludi, Guida tascabile per maniaci del calcio, Edizioni Clichy

Sono un po’ di parte, in questo caso, perché parlo di una casa editrice che stimo profondamente, con cui ho la fortuna di collaborare, perché ho partecipato anch’io al filone magico delle loro guide, perché si parla di calcio. “La giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te”, dice David Trueba, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, sostiene Mourinho. Queste sono solo alcune delle massime, scolpite nella memoria collettiva, con cui si chiude un libro in cui ci sono le vite dei calciatori, la storia delle squadre di club, i campionati, le coppe, i mondiali, per mettere a fuoco una passione che occupa le vite di molte persone, per provare a fermarla sulla pagina, per restituirle la luce che merita.

Pietro Minto, Come annoiarsi meglio, Blackie edizioni

In linea con i libri di Kenneth Goldsmith, Sherry Turkle, Jon Ronson, quello di Minto è un libro utile, piacevole, che si traveste da saggio e alla fine si rivela un piccolo grande romanzo di formazione. A crescere, però, non è uno dei personaggi, non proprio, almeno, ma è il lettore, accompagnato dalla voce dell’autore. Tornare a perdere tempo, silenziare i gruppi di whatsapp, non aver paura di essersi persi qualcosa, di essere connessi con gli altri dalla mattina alla sera, di aver fatto sempre la scelta sbagliata, perché in un mondo di persone che “percepiscono il tempo solo quando succede qualcosa”, è meglio far parte di quelle poche altre che lo percepiscono anche quando non succede nulla, che sanno che la noia fa parte della nostra vita, bisogna solo imparare a conviverci.

 

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Al massimo diventeremo dei senzatetto molto istruiti. Di New York, i libri e altre ostinazioni romantiche https://minimaetmoralia.it/interviste/di-new-york-i-libri-e-altre-ostinazioni-romantiche/ https://minimaetmoralia.it/interviste/di-new-york-i-libri-e-altre-ostinazioni-romantiche/#comments Sun, 03 Apr 2016 06:27:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30436 È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D'Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l'autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D'Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

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È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D’Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l’autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D’Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

Quando mi ha parlato di un eventuale libro in cui raccogliere queste interviste e questi incontri, però, la stima professionale e il divertimento sono stati scavalcati da un’oggettiva preoccupazione. Che senso aveva pubblicare un ennesimo libro su cosa fanno gli scrittori a New York? Pur restringendo il campo dell’indagine agli anni della crisi finanziaria e dell’inesorabile erosione del mestiere dovuta all’informazione digitale, un reportage del genere non andava ad alimentare una serie di miti, cliché e nostalgie che ormai ci lasciano sempre più inerti e stanchi?

Io un altro libro sui favolosi anni Settanta e la malinconia dei porti e gli incendi del Bronx e la brutta fine fatta dal CBGB’s e i circoli dei poeti che hanno chiuso non volevo leggerlo. Bene, il libro di Giulio non parla di questo, ma è il tentativo – oserei dire romantico – di raccontare e di capire perché ancora oggi non solo qualcuno si sposta in quella città con l’idea di fare lo scrittore (in netta controtendenza con quelli che si stanno trasferendo non dico a Los Angeles ma anche solo a Philadelphia), ma perché qualcuno si ostina a fare lo scrittore e basta, in qualsiasi luogo si trovi.

Qualche mese fa, Giulio e lo scrittore e amico Fabio Deotto hanno deciso di trascorrere l’inverno a Brooklyn a lavorare ai loro libri, bere e fare altre cose divertenti in cui sospetto che la mia presenza – se solo li avessi effettivamente raggiunti – li avrebbe probabilmente imbarazzati. L’idea era che prima o poi sarei partita anche io e ce ne saremmo andati in giro a lamentarci dei mali dell’industria prima di noleggiare una macchina per andare a trovare Nickolas Butler in Wisconsin, visitare la casa di Faulkner o scendere in Texas per parlare male del SXSW (tutte ipotesi ventilate attraverso un servizio di messaggistica istantanea e poi puntualmente rinegoziate o dimenticate). Non so quanto dei mesi vissuti in questo modo avrebbero aiutato le mie storie; spero che abbia fatto bene alle loro.

Prima di partire, però, ho dovuto risolvere un dilemma di cui parla Giulio nel suo libro in una maniera che è già americana, molto pragmatica e molto diretta, di affrontare il problema. E cioè: tra uno stipendio mediocre ma assicurato e la fedeltà alla propria vita letteraria libera dai vincoli del quotidiano, cosa può e deve scegliere uno scrittore che non vende?

Per farla breve, prima di partire ho trovato un lavoro in ufficio, suscitando stima in alcuni colleghi scrittori che condividono un mestiere che appunto non è per noi, ma più spesso attirando commenti inorriditi e moti di autentico ribrezzo. Leggendo il libro di Giulio e i casi che prende in esame, ho pensato molto ai diversi contesti in cui io e lui ci siamo ritrovati a scrivere.

Non so chi ha fatto meglio il proprio lavoro, e non credo ci sia una regola: la fedeltà alla parola scritta può essere un’ossessione, ma non è sempre un dovere. Come dice Anna Stein, New York fa malissimo agli autori e non dovrebbero andarci; ma anche discuterne troppo fa malissimo ed è per tale ragione che leggere questo libro è stata un’esperienza gratificante: perché non parla d’altro che di scrittura, eppure lo fa con un equilibrio e una trasparenza che non solo insegna qualcosa senza la presunzione di farlo, ma condivide anche il proposito della letteratura che preferisco: quella che oltre a intrattenere consola.

In uno dei miei passaggi preferiti del libro, l’autore scrive: «Ho incontrato decine di persone meravigliose. Scrittori che sono stati talentuosi abbastanza a lungo da completare un romanzo o una raccolta di racconti, ma che poi si sono trovati alle prese con il dovere e hanno scoperto di non essere abbastanza allenati per continuare a correre in salita. La maggior parte delle donne e degli uomini che compaiono tra le pagine di questo libro, in effetti, vivono in quell’intercapedine tra l’inesistenza e la notorietà». Nonostante tutti gli incontri prestigiosi che ha fatto, resto convinta che Giulio abbia scritto questo libro soprattutto per loro.

(Nella seguente conversazione l’autore fa molte citazioni. È fatto così).

La prima volta che abbiamo parlato di questo libro avevo il terrore che si configurasse come un’indagine sociologica o di mercato che avrebbero potuto rifilare negli esami di Teoria e Pratiche dell’Industria Editoriale, poi ho immaginato che diventasse una raccolta di interviste sul modello Paris Review, finché non ricordo distintamente che durante una passeggiata a Milano ti ho chiesto perché non diventavi anche tu una parte del viaggio che in fondo stavi raccontando. Penso tu ci sia riuscito, mantenendo un certo riserbo e autocontrollo che mi risulta caro di questi tempi.

Grazie, il bello è che ha passato proprio tutte quelle fasi, ma le prime due in ordine inverso: avevo un sacco di interviste che volevo diventassero qualcosa e ne avevo in mente altrettante da fare. Poi a qualcuno è venuto in mente di aprire un “osservatorio sullo stato dell’editoria americana” e a qualcun altro, per fortuna, è parsa una cattiva idea.

Però l’intervista ora la faccio io a te: la tua parziale ritrosia è perché credi davvero che il tuo mestiere sia scrivere le storie degli altri, o è perché non sei in grado di dare una risposta a una domanda che comunque ti riguarda? E cioè: come sopravvivremo a questa fase di transizione? So cosa ne pensano Emily Gould e Lorin Stein di declino e reinvenzione e specializzazione dell’industria, ma vorrei capire se tutte queste conversazioni ti sono servite a formulare una tesi credibile, se non stabile.

In parte è così: credo che il mio mestiere consista veramente nell’osservare cosa succede alle vite degli altri. Ho scelto gli scrittori americani, ma avrei potuto diventare un osservatore politico, un critico culinario, un bushman esperto in grandi felini. Non cambia molto. Ci ho provato, in un paio di occasioni, a fare della letteratura, ma poi ho scoperto che mi riesce meglio scrivere di quella degli altri. Dipende dal fatto che mi faccio sorprendere da quasi tutti gli impulsi creativi e che a mia volta nutro un impulso all’emulazione. Come scriveva John Leonard: «Ho deciso di sfruttare le capacità di chi è più bravo di me per campare, mentre loro hanno il coraggio di fare la fame».

Riguardo alla mia idea: ne ho una, che mi sono formato nel corso delle interviste, ma non attraverso le interviste. Piuttosto scrivendo, prendendo coscienza del fatto che non stavo più vendendo un articolo a un giornale o a una rivista, ma che stavo mettendo assieme un libro che prima o poi sarebbe andato ad alimentare lo stesso sistema che stavo cercando di indagare. Repressa la vertigine del paradosso, è iniziata l’autocoscienza. La verità è che nemmeno io lo so come andranno le cose. Ho cominciato pensando che il futuro fosse nerissimo e che avremmo dovuto piantarla di scrivere e pubblicare libri, ma piano piano mi sono reso conto che ha ragione Marco Roth quando dice che il mercato esisterà finché ci sarà un lettore disposto a leggere.

Questo è sia un messaggio di speranza che si legge come si scrive, sia un presagio: l’editoria americana, quella che io mi fregio di chiamare “industria” per far accapponare la pelle agli intellettuali, è cocciutamente sopravvissuta alla crisi. Ha deciso che sarebbe andata avanti malgrado il calo dei lettori, Amazon, il disinteresse generale, la mancanza di fondi. Con una presa di posizione tanto scellerata, è dura dire come andrà a finire. Ma è anche ammirevole, romantico, qualcosa per cui valga la pena continuare a sperare. Come quell’ufficiale serbo che con Sarajevo assediata e il suo quartier generale sventrato si fa portare un pianoforte e si mette a suonare dalla terrazza che è diventato il suo salotto per «Tirare su di morale chi è rimasto vivo».

Non riesco bene a parlare della New York che descrivi, un po’ per conflitti irrisolti, e un po’ perché somiglia sempre di più a Fantasia per me, un mondo e un ecosistema che teniamo in vita a furia di raccontare storie che non sono più corroborate da date empirici o da modelli di vita sostenibili. Non a caso tutte le figure legate a quella scena sono morte o sono emigrate altrove. Potremmo parlare a lungo di Atticus Lish qui, o delle tue puntate nella Middle America di Vonnegut, Franzen e Butler che restano tra le mie preferite nel reportage, ma non lo faremo. O potremmo parlare del Texas di Tierce e Fountain (cosa che mi andrebbe, prima o poi).

New York non esiste più, benché non esista altro. Cito Paolo Cognetti: «La letteratura americana è tornata al suo stato selvatico».

Leggo delle tue incursioni nella società letteraria newyorchese con una fascinazione antica, quasi classica, simile a quella suscitata appunto degli incontri della Pivano o di Tom Wolfe. In questo senso– al di là del glamour e degli aneddoti su certe figure che hai incontrato e che mi riportano appunto a un certo giornalismo culturale degli anni Settanta– uno degli episodi che preferisco è quando incontri Yelena Akhtiorskaya e bevete una birra in uno dei pochi posti disponibili a Brighton Beach e lei ti parla del suo lavoro part-time in ospedale (“È il lavoro più noioso del mondo”), dei debiti contratti per iscriversi a un MFA e della relativa utilità dello stesso, con una concisione che ho trovato significativa e che penso dica qualcosa su di me, su di te, adesso. A differenza delle cronache di Ames o Lypsite, che son divertenti, le sue parole hanno una funzione che non è di solo intrattenimento.

Mi fa piacere che tu abbia colto proprio questa distanza: tra Yelena e Jonathan Ames o Sam, e aggiungerei quella ancora più abissale tra Philip Roth e Tomm (il mio amico meno che esordiente). È vero: quella New York, quel mondo lì non esiste più, ma è importante ricordarsi che è esistito per avere un termine di paragone. Immagino che tu ti riferisca alla New York delle opportunità, dei manoscritti nei cassetti e delle notti insonni. Ora la città è un’altra cosa, una facciata cortese per un’industria (di nuovo!) ben cosciente della propria influenza che dorme sugli allori di un passato avventuroso e molto molto ricco.

Io sono un curioso e un osservatore e non molto di più: non ho paura di rimanere deluso dalle persone che ammiro perché se c’è qualcosa che mi piace più della letteratura è la realtà dei fatti e per coglierla bisogna mettersi tra i fatti e la letteratura. È quello che mi ha fatto scrivere questo libro, in realtà: volevo qualcosa che mi raccontasse come stanno le cose e volevo che non fosse più filtrato da nessuno.

Per tornare a qualche paragrafo fa: mi rendevo conto che mi stavo immischiando con lo stesso sistema che avevo paura potesse renderci tutti dei senzatetto molto istruiti, ma andavo avanti, solo per il gusto di vedere coi miei occhi — non ho la pretesa di capire, anche. Mi stanco e passo oltre, poi mi ritrovo quelle storie di nuovo tra i piedi. La verità è che quelle storie fanno parte della realtà di oggi perché fungono da memoria melodrammatica e punto focale sul quale concentrare la malinconia. Aiutano a capire meglio come vanno le cose.

Se scendi a Red Hook, vedi ancora gli edifici dei magazzini di smistamento, riconosci i ganci e i binari i bancali e i tralicci e i moli. Solo che non sono più magazzini ma sono bar e ristoranti e atelier e uffici e loft di lusso. Ricordarti del porto serve a farti incazzare ancora di più o tirare un sospiro di sollievo perché nessuno sta cercando di derubarti con un ferro acuminato.

Eppure ammetti apertamente che molto te lo hanno insegnato gli scrittori nell’intercapedine tra notorietà e sopravvivenza. La generazione di scrittori al secondo romanzo: dovrebbe essere un momento esistenziale che riguarda F. Scott Fitzgerald come Ben Lerner, eppure è un momento molto più tragico per il secondo che per il primo. E parliamo di un caso felice, con Lerner: figurati gli altri.

È quello che ho provato a fare: so come vivono McCarthy, King e anche Roth. Quello che non so è con che faccia tosta, dopo aver esordito in questo panorama, uno scrittore decide di scrivere ancora.

Ho letto le bozze che mi hai spedito prima di incontrare chi sappiamo, non so ancora se nella versione in commercio se ne parla. Quando me lo hai raccontato ho pensato a come sarebbe stato per me incontrare DeLillo, ma il fatto è che non saprei proprio cosa dirgli, mentre posso parlare ininterrottamente di lui per giorni. Sono una specie di groupie al contrario credo; la distanza dal soggetto è proporzionale all’ammirazione che suscita. Invece tu hai un atteggiamento radicalmente diverso: vorrei che me ne parlassi e che fossi anche severo con te stesso, se serve. Cosa ti spinge a questa ricerca di intimità con gli autori che stimi? Non è uno sforzo solo conoscitivo o positivista, è anche fragile e ingenuo, e penso sia bello che tu sia riuscito a preservare questo tono.

Possiamo parlarne: non ne scriverò mai e nel libro non c’è. Ti risparmio l’aneddoto sul come e il perché (o me lo risparmio io, visto che mi sono già seccato la gola a forza di raccontarlo e potrebbe essere la cosa più interessante che dirò alle presentazioni), ma sì, a un certo punto sono stato a casa di Mr. Roth. Lui in calzini e io in stivali. La prima volta che ci siamo visti mi sono serviti un paio di bicchieri di vino, anche perché eravamo in una situazione sociale non volevo davvero fare la parte del groupie che non mi si addice nemmeno fisicamente.

Poi a casa sua — un indirizzo sotto il quale sono passato centinaia di volte — mi sono presentato con del caffè, che non beve, non ho tolto le scarpe e forse avrei dovuto, sono stato per tre quarti d’ora pronto ad andarmene ma lui mi ha chiesto di restare. Non sapevo cosa chiedergli, avevo i pensieri incastrati nelle orbite tutti assieme, come i tasti delle macchine da scrivere quando si inceppavano, e allora gli ho chiesto degli Yankees, se aveva visto qualche partita la stagione scorsa. Mi ha risposto che non andava più allo stadio perché, «Ora hanno inventato il televisore», e poi ha fatto la cosa che mi ha definitivamente messo a mio agio: ha cominciato a farmi domande.

Lui faceva una domanda e io iniziavo a rispondere, mi fermavo a metà e ne facevo una a lui (mi sentivo in colpa a rispondergli senza fargli domande) e lui mi rimproverava perché io non gli stavo rispondendo. Siamo andati avanti così per tre ore, quasi e mi è andata bene: pare che ci siano giorni in cui è molto scorbutico. Non posso aggiungere molto, perché ho promesso di non scriverne davvero. E non lo posso fare. Ma ne parlo — ah, se ne parlo! Ora devo fargli spedire Le benevole di Jonathan Littell e vediamo cosa ne uscirà.

Il fatto che io voglia conoscere, parlare, condividere, deriva dalla stessa curiosità infantile di cui ti scrivevo un po’ sopra. Ho costruito il mio immaginario su dei nomi e delle voci e delle fotografie, a molte delle quali non potrò mai dare una forma tangibile, ma le altre (Roth, De Lillo, McCarthy…) sono ancora lì e io ho i mezzi e l’età per andare a cercarli, fuori dai panel e dalle conferenze stampa. È come chiudere la mia esperienza, andare alla fonte di qualcosa che ho bevuto per anni con soddisfazione ma senza poter esprimere la mia gratitudine a chi lo ha prodotto. Mi serve per capire.

Parlare di donne con Mr. Roth mi serve per chiudere un interrogativo nato con Portnoy, così come sarebbe bello cavalcare con Cormac McCarthy. Avrei voluto poter incontrare Updike per tirargli fuori tutta la timidezza che condividiamo, Oriana Fallaci per sentirla mentire, Mitchell per provare tutte le tuna salad di Manhattan. Attaccare a quella letteratura un’esperienza. È un impulso adolescenziale, hai ragione tu, infantile. Ma vedere succedere le cose che ho letto, vedere la letteratura quando non è ancora (o non è più nel caso di Roth) letteratura è commovente.

Pur affrontando il tema della critica in questo percorso ondulato e armonico tra scrittori, editori, agenti, librari e critici appunto, mi pare che tocchi solo tangenzialmente una questione che sento come molto rilevante: ovvero l’incidenza della crisi sullo stile, sul modello, sulla scrittura in se e non solo sulla veicolazione della stessa. Anche se James Wood dice di non aver individuato un trend se non dei casi isolati dai tempi del realismo isterico, penso che seppure in maniere molto diverse, due autori come Knausgaard e Lerner stiano offrendo delle risposte che affrontano nel testo il problema dell’irrilevanza della letteratura. Le reazioni stilistiche principali sembrano essere da un lato il dilagare di una scrittura “piana” da ultimo Franzen o da maledetto – chiamiamolo feuiletton reloaded – e dall’altro invece una messa in scena di se che può essere frammentata come in Lerner o para-novecentesca come in Ksnausgaard ma che in realtà mi pare molto libera appunto perché consapevole della propria crescente irrilevanza storica. Tra tutti gli scrittori che hai incontrato, non ce n’era proprio nessuno con l’occhio lucido della pazzia, con l’euforia dettata dal declino in cui proprio perché senza mezzi e senza scopo ci si può finalmente divertire?

No. È triste, ma è così. La letteratura americana è una spianata uniforme di voci molto ben educate e non c’è (o io non vedo) molta possibilità di uscire dal coro. Prima citavi Atticus Lish, lui ha lo sguardo del pazzo ma forse per altri motivi, e ha una scrittura che ti fa dire: «Ah! Finalmente». Lerner ha osato perché vive dell’idea di non essere un romanziere, o pensava di non poterlo essere e quindi ha dato sfogo a una parte di sé che non credeva esistere. Knausgaard addirittura si è fatto trascinare dalla disperazione e ha aperto un rubinetto di pensieri intricati. Però non c’è più spazio per i bohemien, per i salti nel vuoto, per i colpi di testa.

Un romanzo scritto su carta per rotative in tre mesi rischia di restare quello che è: la Torah apocrifa di un pazzoide. Questo non dipende tanto dagli scrittori, quanto da chi li forma e chi li pubblica. Dipende dal rigore che il sistema ha stabilito dei canoni e li fa rispettare, non per cattiveria o per miopia, ma perché “funziona”. Il non aver nulla da perdere, rende paradossalmente tutti molto oculati. Voglio fare lo scrittore, studio per fare lo scrittore, prendo un master in scrittura, trovo un bravo agente che mi trova un bravo editore e scrivo il romanzo giusto. Così non rischio di essere preso per un genio ma nemmeno di vivere sotto un ponte.

E poi, gli scrittori, tutto questo polso non ce l’hanno mica. Non vanno mica a vedere come vanno le cose per fare una valutazione oggettiva del mercato e di cosa potrebbe funzionare (eccetto forse quel simpaticone di Franzen). Lasciano che siano i professionisti a fare per loro. Non devono nemmeno più venire a New York per essere notati. Basta un’email nella casella giusta. Lish, Lerner, sono persone che hanno più vocazione al talento, forse, e meno vocazione all’ordine. Parlavo di queste cose di recente con Cat Lacey, che ha scritto un libro chiamato Nessuno scompare davvero, e che ha scoperto di stare scrivendo fiction mentre riordinava diverse cartelle di appunti che dovevano essere un reportage. Mi ha detto: «Se avessi potuto avrei stampato tutto e lo avrei mandato all’editore e gli avrei chiesto di fare lui il libro, che io avevo già scritto e di mettermi all’editing non avevo voglia». Ecco, questo è uno dei picchi di pazzia creativa a cui possiamo fare affidamento. Non molto di più. Hunter Thompson mandava gli appunti presi sui tovaglioli dei bar dal Kentucky Derby, e lui lo sguardo folle ce l’aveva. Peccato.

Il fatto è che parliamo di americani alla fine, e la letteratura è soprattutto intrattenimento. È bello come il tuo libro riesce a far entrare il lettore in questa specificità: un Marco Roth che dopo un testo di esordio come The Scientists: A Family Romance si butta sul young adult con divertimento e coscienza in Italia non esiste. C’è quasi sempre un’esplicita vergogna nei confronti dei colleghi e della critica, e un’incapacità di sbarazzarsene anche adesso che la festa è finita. E niente, dev’essere proprio una vocazione al martirio cattolica.

Paul Auster: «La poesia è bella, ma nessuno è disposto a affrontare una tempesta per venirla a sentire». Meno che meno a pagare l’ingresso.

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Le letture di James Franco, adesso https://minimaetmoralia.it/cinema/le-letture-di-james-franco-adesso/ Tue, 05 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29583 Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

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james

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Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Che James Franco sia una delle persone a cui rivolgersi per un valido consiglio su cosa leggere l’ho scoperto traducendolo. Nel 2012 ho tradotto per minimum fax il suo romanzo d’esordio, In stato di ebbrezza, e nel 2015 per Bompiani Il manifesto degli attori anonimi. Durante le traduzioni gli scrivevo chiedendogli cosa leggere, libri non necessariamente collegati ai suoi, ma che in qualche modo era stati utili alla sua scrittura. Perfezionismo da traduttori, o solo un modo per capire meglio la scrittura. Nelle sue liste di titoli c’erano soprattutto William Faulkner e Cormac McCarthy, molta poesia (da John Berryman a Frank Bidart e Louise Glück), romanzi sperimentali (tra tutti Casa di foglie di Mark Z. Danielewski), qualche saggio (Fame di realtà di David Shields, che James Franco ha diretto nel bel documentario I Think You’re Totally Wrong: A Quarrel). Alcuni li avevo letti, altri li ho scoperti così.

– ciao james, sono da strand. che libro compro?

– elena ferrante.

Che sia un attore americano a consigliare di leggere l’italiana Elena Ferrante non stupisce nessuno. Da quando nel 2012 L’amica geniale è uscito in America non c’è giornale o rivista americana che non ne abbia scritto (bene). Adesso che tutti e quattro volumi sono fuori in inglese, la serie completa è in bella vista in scaffali e vetrine di tutte le librerie. Da Strand è sul tavolo all’ingresso dove tengono il “Best of the Best”. La libreria McNally Jackson, a Soho, ha fabbricato uno scaffale apposito con una cornicetta che con una grafica stile Febbre del sabato sera dice: Ferrante Fever. A confermare che di “fever” si tratti sono i numeri: cinquecentomila copie vendute in Italia dei quattro volumi della serie, quattrocentomila in America. Se chiedi in giro scopri che in questo momento la sta leggendo mezzo cast di Dawson Creek (nello specifico Busy Philipps, Michelle Williams, Jennifer Morrison).

La conversazione con James Franco inizia proprio da qui, da Elena Ferrante, per poi spostarsi verso altri autori e altri libri. Mentre mi scrive è a Toronto, nei giorni successivi si sposterà a Dallas, in buona compagnia di Stephen King e J.J. Abrams con cui sta girando (nei panni del protagonista Jake Epping) la prima stagione della serie tv tratta dal romanzo di King 22/11/’63.

Hai letto solo L’amica geniale o anche gli altri tre?

Adesso sono al secondo volume, La storia del nuovo cognome. E fino a qui mi piacciono moltissimo. Ho anche letto I giorni dell’abbandono, quello sulla donna che viene lasciata dal marito.

Com’è che hai scoperto Elena Ferrante?

Ho visto che la leggevano tutti. Una delle mie amiche più care stava leggendo la serie e mi ha detto che non voleva finire per quanto la amava. Poi ho visto che James Wood ha scritto sul New Yorker un’ottima recensione dei suoi libri e lì mi sono convinto definitivamente. Anni fa ho seguito un workshop con lui alla Columbia e i suoi gusti mi piacciono parecchio.

Allora dammi cinque motivi per leggerla.

1. La centralità che dà alla giovinezza all’interno della storia. 2. E quella che dà alle vite delle donne. 3. L’abbondanza di dettagli. 4. La ricca vita interiore dei personaggi. 5. Un cast di personaggi interessanti e ben descritti.

Ok. Ci vedi qualche legame con il cinema italiano contemporaneo?

Più che a quello contemporaneo mi sembra sia vicina al vecchio cinema italiano. Al neorealismo del primo Pasolini, a Fellini, Antonioni, De Sica. Facevano tutti film sulla vita della gente comune in piccole cittadine italiane, e sui microdrammi vissuti dalla classe operaia.

Altri scrittori italiani che hai letto e che ami? Anche non contemporanei.

Luigi Pirandello, Italo Calvino, Umberto Eco, Primo Levi.

E di autori contemporanei non italiani? Chi ti piace?

Tom Franklin. Scrive degli stati americani del Sud con durezza ma ha anche una sensibilità che scrittori come Cormac McCarthy non hanno. Tra gli scrittori contemporanei dell’America del Sud McCarthy è il maestro assoluto, ma non tutti reggono la violenza implacabile delle sue storie.

Cos’è che secondo te rende contemporaneo un libro? Al di là dell’appartenenza anagrafica dell’autore. Trovare una buona storia che sia anche contemporanea, o si tratta più di essere contemporanei nel raccontarla?

Dipende, ci sono libri validi in entrambe le categorie. Hell at the Breech di Tom Franklin funziona per la ricchezza dei personaggi e delle descrizioni, anche se la storia procede in modo lineare. Casa di foglie di Mark Danielewski funziona perché rompe ogni convenzione stilistica.

Tu da scrittore, cerchi buone storie da raccontare, o un nuovo modo per raccontarle?

Entrambe le cose, dipende dal libro. In stato di ebbrezza è un libro convenzionale costruito mettendo insieme racconti alla Salinger o alla Carver che sono legati tra loro. Il manifesto degli attori anonimi è più un collage di stili e approcci, è un libro più sperimentale.

Adesso stai lavorando con J.J. Abrams e Stephen King, due esempi perfetti dell’una e dell’altra categoria. Abrams ha scritto un libro, S. La nave di Teseo, che è sperimentale e contemporaneo soprattutto nella forma, nel modo in cui è confezionato e si presenta il libro. King è uno dei migliori narratori viventi, che si tratti di storie di finzione o, come in 22/11/’63, di romanzi storici.

 D’accordo con te, e come vedi sono tutti e due contemporanei e bravissimi. Sanno entrambi come attingere all’immaginario collettivo. Molte delle loro opere, Lost e It per esempio, ci portano in strani posti, ma sono anche storie abitate da personaggi forti a cui ci sentiamo collegati. L’elemento soprannaturale rimane comunque connesso ad emozioni comprensibili.

Ta-Nehisi Coates lo hai letto? Ecco, trovo che lui tra i contemporanei sia uno dei migliori a raccontare il presente, lo stato delle cose.

Sì. Ho letto un po’ di articoli che ha scritto, e ho letto anche Between the World and Me. Chiaramente m’interessa moltissimo l’argomento principale dei suoi scritti, l’essere nero in America. E m’interessano le posizioni nette che prende sulle questioni riguardanti la razza. Ma mi piace anche il modo in cui scrive. Mi piace il suo restare a metà tra scrittura accademica e scrittura personale. Mi piace il modo in cui mescola la ricerca alla vita privata. Between the World and Me parla di grandi questioni, ma le inserisce in una cornice specifica che è una lezione al figlio adolescente. E in questo rende tutto incredibilmente personale.

Quanto l’appartenenza geografica è importante per uno scrittore? L’appartenenza dello stesso scrittore, il luogo dov’è nato e dove vive, ma anche la geografia delle storie, i luoghi in cui accadono.

Anche qui non ci sono regole, ma in linea di massima la geografia serve a dare radici a una storia. I luoghi sono importanti per costruire una storia, per darle le fondamenta. Hanno la stessa importanza dei personaggi.

Cosa leggo adesso?

Hell at the Breach di Tom Franklin. E sempre di Tom Franklin Alabama Blues e Smonk.

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La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan https://minimaetmoralia.it/interventi/la-differenza-tra-il-giornalismo-culturale-e-la-letteratura-a-proposito-dellosannato-americani-di-john-jeremiah-sullivan/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-differenza-tra-il-giornalismo-culturale-e-la-letteratura-a-proposito-dellosannato-americani-di-john-jeremiah-sullivan/#comments Sun, 02 Mar 2014 07:46:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19016 Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l'unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l'età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l'unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Il libro in causa è Americani di John Jeremiah Sullivan. L’ha pubblicato Sellerio e l’ha tradotto, davvero bene, Francesco Pacifico. È una raccolta di dodici pezzi di non-fiction tra cui – per dare un’idea – un reportage a un festival di rock cristiano, una specie di diario del coma del fratello di Sullivan, una riflessione tra il biografico e il sociologico su Michael Jackson, il racconto sul posto delle giornate dopo l’uragano Katrina. Quando l’ho comprato in libreria, avevo dalla mia una serie di pregiudizi largamente positivi. Pulphead (il titolo originale) è stato recensito bene ovunque. Sul Guardian, sull’Indipendent, sulla New York Times Book Review, il corrosivo James Wood sul New Yorker gli ha dedicato un saggio superarticolato e benevolissimo, e anche in Italia ne ho sentito parlare solo bene, sia a voce che in recensioni molto argomentate e totalmente encomiastiche, da cui si ricava che Sullivan sembra non solo aver scritto un bel libro, ma aver creato un modello, uno stile-stella polare per il new-journalism degli anni ’10. Il nuovo Tom Wolfe, il nuovo Hunter S. Thompson, il nuovo David Foster Wallace.

Parto con le premesse innegabili. Sullivan è un bravo giornalista. È un giornalista assolutamente al di sopra della media dei giornalisti che scrivono di fenomeni culturali: ha un lessico decisamente ampio, una serie di stilemi narrativi di provenienza molto varia che mescola con scaltrezza, fiction e non-fiction (ci sono i post-moderni, i minimalisti, i new-journalist, c’è Jonathan Franzen e Joan Didion, gli ebrei newyorchesi e i midwestern, Philip Roth e William Faulkner, Gary Steingarth e Cormac McCarthy…), una buona capacità di tenere insieme il pezzo per quanto l’argomento possa essere pretestuoso o le digressioni lo divorino dall’interno.

Dopo le debite premesse, arrivo in un lampo a delle conclusioni affrettate che devo dunque appena dopo corroborare e esplicitare. Sullivan non è uno scrittore di letteratura.
Non lo è per una serie di motivi che provo ad elencare.

1. Non ci dona nessun mistero. Nonostante dichiari di portarci di volta in volta in un mondo che per lui stesso è una scoperta, l’impressione che abbiamo alla fine di ogni essay è di non aver conosciuto nessun altrove, ma solo di aver esaurito ogni volta l’esperienza, come l’aver completato il quadro di un videogioco sparatutto, come aver visitato un paese seguendo tutti i consigli della Lonely Planet, come vedersi un film perché c’è scritto “per una bella serata in compagnia”.
Questo è particolarmente irritante quando per esempio Sullivan racconta di sé. Il secondo pezzo di Americani, “Piedi di fumo” è la breve cronaca del coma accaduto al fratello Worth, che “la mattina del 21 aprile 1995 avvicinò la bocca a un microfono in un garage di Lexington, Kentucky, e rimase fulminato”. Undici pagine di questa sorta di diario con appunti di quei giorni dolorosi sintetizzano ad uso del lettore l’esperienza di avere un fratello tra la vita e la morte: la leggerezza ironica gli fa dire che sembrava “strafatto” nel primo periodo di risveglio dal coma e “un ubriacone” nei suoi primi tentativi di tenersi in piedi per i corridoi dell’ospedale, l’arguzia nel trovare metafore lo porta a ridurre il ricordo del tempo di attesa a questa immagine: “Il periodo di attesa mi torna alla mente come un collage di pessimo cibo, cauti incoraggiamenti delle infermiere, e la presenza inquietante di mio fratello supino nel letto, un oracolo che avrebbe potuto rispondere a tutte le nostre domande ma si rifiutava di parlare. Rotavamo circolarmente dentro e fuori la stanza come turisti in un museo”. Un oracolo e dei turisti: è il massimo che il cuore di Sullivan riesce a ricavare di fronte a un fratello che non si sa se vivrà? Quanta assenza di empatia si rivela in queste pagine, tanto da farmi disaffezionare a un personaggio per cui d’acchito proverei solo commozione, un bambino che sta al forse-capezzale del suo fratellone? E – notazione di carattere etico – verso la fine del pezzo, dopo aver rivelato al lettore le parole che Worth ha pronunciato risvegliandosi da un incubo ancora nel letto d’ospedale, Sullivan dichiara: “Non ne abbiamo più parlato. È difficile parlare con mio fratello dell’incidente. […] Alle riunioni di famiglia, l’argomento dell’incidente salta fuori naturalmente, ma lui ci guarda con una specie di sospetto. È la storia di un’altra persona, una storia che lui crede che stiamo impapocchiando giusto un po’”. Ora, mi domando: questa storia dell’incidente è ancora così confusa per il diretto interessato, e tu ne scrivi come se niente fosse? Worth è davvero un semplice oggetto su cui scrivere uno short essay per GQ?

2. Nel saggio che apre la raccolta, i difetti di Sullivan, compresa questa ambiguità etica e quest’assenza di empatia sono presenti tutti insieme, nonostante l’intento di “Su questo rock” sia precisamente l’opposto: un’immersione senza filtri in un festival di rock cristiano per esplorarne la dimensione comunitaria, quella sociale e anche quella religiosa.
Sullivan usa tutti i (buoni e soprattutto cattivi) trucchi stilistici per fare questo reportage:
– all’inizio è un tamburellare di frasi apodittiche e elusive a voler dar forma a una captatio benevolentiae così spaccona da risultare simpatica solo a un lettore intimidito: “Non dovrei vantarmi, ma avevo un piano perfetto”, “Una storia niente male per le future generazioni”, “E tra i seguaci di Cristo ce ne sono parecchi di spostati. A lui piacevano così”…
– mancanza di raccolta di dati: in questo lungo excursus sul rock cristiano Sullivan basa i suoi giudizi sociali su impressioni proprie e altrui, senza mai verificarle o confrontarle con degli studi sul campo, senza mai andare a chiedere all’organizzazione dei comunicati ufficiali;
– il tono che Sullivan adotta è quello di un intellettuale nella landa dei buzzurri: nonostante il saggio voglia rovesciare questa asimmetria e farci sembrare alla fine come dalla distanza abissale si arrivi a una specie di strana condivisione, sono le piccole notazioni a margine che rendono così inconsciamente spocchioso: non abbiamo mai la sensazione che le persone che incontra gli interessino veramente o che finito di scrivere questo saggio se le porterà nel cuore in un modo o nell’altro, ma – al contrario – è come se messa la parola fine avesse completato il proprio compito sul tema.
– anche in “Su questo rock” sposta l’obiettivo di 180°: l’occasione della madeleine gli viene quando sul palco salgono i Petra, un gruppo che Sullivan aveva ascoltato da giovane e è il pretesto per una parentesi confessionale sui tre anni di “periodo cristiano” che Sullivan ha attraversato. Ecco, tre anni, un’esperienza probabilmente importante per quantità se non per qualità, ridotti a cinque pagine all’interno di un reportage sul rock cristiano, pagine in cui si leggono battute del tipo “Salvavamo anime come pazzi, accumulando tesori in cielo”. Ma anche qui, il punto è probabilmente la prospettiva etica, ossia l’onestà dell’autore: perché non ci ha detto in partenza che dai diciassette ai vent’anni ascoltava rock cristiano? È credibile che se ne sia ricordato soltanto quando ha visto esibirsi i Petra?
– quello che rende la scrittura di Sullivan ancora meno libera d’interpretazione, perennemente intrisa di autocommenti da parte dell’autore, è la scarsità di dettagli sensoriali: passiamo giorni e giorni in questo immenso festival rock e gli odori, i colori, i suoni sono ricordati rarissimamente, così come le percezioni corporee: Sullivan sembra voler così bene al proprio cervello di dimenticarsi di avere un corpo;
– la mancanza di capacità empatica sembra quasi una patologia per Sullivan, nel momento in cui alla fine di “Su questo rock” gli capita di veder morire un uomo proprio in faccia: “Era alto, sui sessanta, i pantaloni corti e camicia button-down a maniche corte. E be’… morì. Un infarto gigante. Ero lì, mi cadde ai piedi”.
Io non so se vi sia mai capitato di assistere a una scena del genere in vita vostra, ma la reazione emotiva che Sullivan tira fuori da tutto questo è: “Tornai al camper e, come dicono le signore dalle mie parti, caddi a pezzi. Mi misi a piangere e poi per qualche motivo mi fermai. Mi sentivo insensatamente sensibile e solo. Che testa di cazzo ero stato a pensare che il viaggio sarebbe stato una passeggiata. C’erano troppi fantasmi. Tutti sembravano strani e tanto familiari. E in più credo stessi morendo di fame. La carne di rana era stata superba ma scarsa”. Stop. Fine dell’elaborazione.

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Su David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/festival-arca-puccini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/festival-arca-puccini/#comments Fri, 25 Oct 2013 13:30:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16058 Fino al primo novembre a Pistoia c'è la sesta edizione del festival Arca Puccini. Quest'anno il programma è incentrato su David Foster Wallace: pubblichiamo una riflessione di Giovanni Sarteschi, uno degli organizzatori del festival. (Fonte immagine)

di Giovanni Sarteschi

David Foster Wallace non avrebbe mai accettato di essere definito uno scrittore politico. Eppure nella sua opera – poco importa che parli di grammatica, logica, sport, letteratura, musica, matematica, tv, filosofia, cinema, pornografia – vibra indomita una domanda di senso che rifugge dai castelli dottrinari, come pure da ogni soggettivismo sia psicologico che metafisico, e si incarna nella storia; che è prima di tutto storia, per frammenti, dell'America e dell'Occidente a cavallo fra vecchio e nuovo secolo. E la letteratura sembra tornare, con lui, per dirla con Todorov, «pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo».

C'è, in Wallace, una cifra poetica netta e quasi un programma letterario: bucare il recinto della solitudine nel quale l'uomo contemporaneo è andato a cacciarsi con le sue stesse mani; farlo con una varietà impressionante di modi, tecniche e forme, ma sempre alla ricerca di un rapporto umano dell'individuo con l'ambiente che lo circonda e prima di tutto con gli altri; un rapporto demistificato, capace nientemeno che di «redimere».

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Fino al primo novembre a Pistoia c’è la sesta edizione del festival Arca Puccini. Quest’anno il programma è incentrato su David Foster Wallace: pubblichiamo una riflessione di Giovanni Sarteschi, uno degli organizzatori del festival. (Fonte immagine)

di Giovanni Sarteschi

David Foster Wallace non avrebbe mai accettato di essere definito uno scrittore politico. Eppure nella sua opera – poco importa che parli di grammatica, logica, sport, letteratura, musica, matematica, tv, filosofia, cinema, pornografia – vibra indomita una domanda di senso che rifugge dai castelli dottrinari, come pure da ogni soggettivismo sia psicologico che metafisico, e si incarna nella storia; che è prima di tutto storia, per frammenti, dell’America e dell’Occidente a cavallo fra vecchio e nuovo secolo. E la letteratura sembra tornare, con lui, per dirla con Todorov, «pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo».

C’è, in Wallace, una cifra poetica netta e quasi un programma letterario: bucare il recinto della solitudine nel quale l’uomo contemporaneo è andato a cacciarsi con le sue stesse mani; farlo con una varietà impressionante di modi, tecniche e forme, ma sempre alla ricerca di un rapporto umano dell’individuo con l’ambiente che lo circonda e prima di tutto con gli altri; un rapporto demistificato, capace nientemeno che di «redimere».

C’è, in questo scrittore prodigioso, debordante, maniacale, un attrito costante con la realtà che solleva ad ogni passo scintille di umanità. Una realtà sociale che si fa condizione spirituale di vita: quella «cosa» – il linguaggio, il grande altro, l’ideologia dominante, comunque si voglia definire – in cui siamo immersi fin dalla nascita e che ci struttura e ci orienta diventando lo sfondo naturale delle nostre esistenze fino a rendersi invisibile sebbene pervasiva: come l’aria che respiriamo, come l’acqua in cui nuotano i pesci.

«La gente – rispose lo scrittore americano in una celebre intervista a Larry McCaffery – si trova da tempo sotto una specie di anestesia metafisica, quindi bisogna mostrare quello che c’è sotto. È un processo esacerbante: si fanno aprire gli occhi alle persone sul fatto che stanno inconsapevolmente assumendo un pharmakonnarcotico fin dall’età in cui hanno cominciato a dire “mamma”».

«Siamo tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio – dirà poi nel famoso discorso del Kenyon College – soli al centro del creato». Difficile non scorgere nelle sue parole una contestazione frontale del modello sociale imperante, una critica ab imis del sistema. Forse persino del capitalismo al suo stadio attuale di sviluppo, almeno negli Sati Uniti, l’unica realtà che Wallace conoscesse davvero: non più opprimente dispositivo di potere di un gruppo sociale su un altro, ma ormai di ognuno su se stesso.

«Esteticamente radicale e metafisicamente conservatore» (James Wood), la sua ricerca poetica prende direzioni diverse, reinventando le forme come i grandi sanno fare, ma risulta sempre alimentata da una identica convinzione morale, caparbia, talvolta ossessiva: tutti i beni che finiamo per venerare dinanzi all’altare della libertà individuale – il denaro, l’aspetto fisico, l’intelligenza, il successo, la notorietà, il potere – vengono immessi nei nostri circuiti cerebrali fin da bambini, in forme sottili e in apparenza indolori, ma sta di fatto che si impadroniscono di noi finché un bel giorno non ci mangiano vivi. Perché «la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche» è che invece l’unico «genere di libertà che conta davvero richiede attenzione, disciplina, impegno e la capacità di tenere sul serio agli altri in una miriadi di piccoli modi poco sexy, ogni santo giorno».

E allora: quali sono i sentieri della felicità nell’epoca in cui l’economia di mercato si è fatta società di mercato? E il desiderio non si è forse degradato in godimento compulsivo, dentro quel paradigma agonistico che a conti fatti è incapace di generare legami e senso di comunità, e moltiplica piuttosto solitudini e frustrazioni su larga scala, anestetizzate dal consumo stesso e dall’industria dell’intrattenimento? E la libertà senza limite, la furia iconoclasta contro ogni forma di autorità genera libertà o ci sbatte nel continuum della dipendenza? Si può introdurre una riflessione critica sugli esiti per certi aspetti paradossali dei movimenti libertari nati negli anni sessanta senza apparire reazionari? Si può denunciare l’impostura dell’ironia nell’arte dell’intrattenimento e nel marketing senza risultare seriosi? Si può ragionare così senza apparire bacchettoni?

A cinque anni dalla scomparsa dell’autore di Infinite Jest, la sua opera continua ad interrogare e far discutere ben al di là del perimetro ristretto della comunità letteraria. Arca Puccini intende seguire il filo di questa riflessione ad ampio raggio incoraggiata da un’estetica esigente, quella di Wallace, che non smette di sfidare le nostre abitudini. Perché scrivere significa parlare dei temi veramente importanti per la comprensione del mondo e perché «le verità spiacevoli – come afferma Todorov – hanno più opportunità di essere ascoltate in un testo di letteratura che in un’opera filosofica o scientifica».

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