Jaroslav Hašek Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jaroslav-hasek/ un blog di approfondimento culturale Fri, 21 Feb 2014 11:07:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jaroslav Hašek Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jaroslav-hasek/ 32 32 Padri e figli secondo Ota Pavel https://minimaetmoralia.it/libri/la-morte-dei-caprioli-belli-ota-pavel/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-morte-dei-caprioli-belli-ota-pavel/#comments Fri, 21 Feb 2014 11:06:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18699 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Fernand Léger)

In un suo frammento Franz Kafka immagina un padre che al cospetto dei figli cerca di tagliare con un coltello una forma di pane, solo che la lama non riesce neppure a scalfire la crosta; mentre l’uomo si ostina e i figli lo guardano sempre più imbarazzati, si impone una specie di disperazione tragicomica. Nella sua incapacità – nel fare dell’inadeguatezza a compiti ordinari una regola – il personaggio immaginato da Kafka risalta come l’emblema di che cosa può voler dire essere padre nella contemporaneità.

Un’incarnazione splendidamente commovente di questa paternità – maldestra, inadatta, magnifica – è raccontata in La morte dei caprioli belli (Keller editore, traduzione di Barbara Zane). L’autore, Ota Pavel, praghese come Kafka, nasce nel 1930 e muore nel 1973. I testi che compongono il libro – racconti che si connettono a formare un vero e proprio romanzo – sono descrizioni di un piccolo mondo accampato tra la città e la campagna e attraversato da figure dominate dalla medesima sostanza narrativa (stralunata e inventiva, argutamente ingenua) che sembra originare dal Buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Fernand Léger)

In un suo frammento Franz Kafka immagina un padre che al cospetto dei figli cerca di tagliare con un coltello una forma di pane, solo che la lama non riesce neppure a scalfire la crosta; mentre l’uomo si ostina e i figli lo guardano sempre più imbarazzati, si impone una specie di disperazione tragicomica. Nella sua incapacità – nel fare dell’inadeguatezza a compiti ordinari una regola – il personaggio immaginato da Kafka risalta come l’emblema di che cosa può voler dire essere padre nella contemporaneità.

Un’incarnazione splendidamente commovente di questa paternità – maldestra, inadatta, magnifica – è raccontata in La morte dei caprioli belli (Keller editore, traduzione di Barbara Zane). L’autore, Ota Pavel, praghese come Kafka, nasce nel 1930 e muore nel 1973. I testi che compongono il libro – racconti che si connettono a formare un vero e proprio romanzo – sono descrizioni di un piccolo mondo accampato tra la città e la campagna e attraversato da figure dominate dalla medesima sostanza narrativa (stralunata e inventiva, argutamente ingenua) che sembra originare dal Buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek.

Questa complessione psicofisica da idiot savant è la gloria e la miseria di Leo, il padre del narratore. Ambizioso, sempre alle prese con nuovi progetti commerciali (sarà piazzista di frigoriferi e aspirapolvere per la svedese Electrolux, allevatore di carpe e di conigli, venditore di uno strabiliante acchiappamosche), Leo arranca nello spazio e nel tempo – tra i prodromi, la tragedia e poi la conclusione della seconda guerra mondiale – rivelandosi in tutta la sua vulnerabilità. Perché il nuovo mirabile acchiappamosche non funziona come dovrebbe, perché gli elettrodomestici sono indocili, i conigli sono belli e saggi ma non riescono a vincere premi e le carpe che dovrebbero popolare il laghetto generando il patrimonio familiare sono in realtà una sola carpa, buona per una cena e nulla più (ma ciò che conta – il vero bene, il patrimonio immateriale – è l’attesa ai bordi del laghetto mentre lo specchio d’acqua viene drenato, è il desiderio di vedere una moltitudine di pesci affiorare dal prosciugamento, è quell’illusione di una vita migliore che l’ostinazione del padre rende possibile).

La morte dei caprioli belli è un libro al netto di qualsiasi enfasi. C’è la guerra, c’è la persecuzione nazista, ci sono le deportazioni, ma Pavel usa la Storia come un fondale al contempo incombente e rarefatto: a imporsi sono le microvicende di un uomo normale al quale è toccato in sorte di essere padre. Al quale, ancora, è toccato il privilegio di venire osservato e raccontato da uno sguardo che scioglie le ragioni ancestrali del conflitto padre-figlio in comprensione e tenerezza. Che riconosce le inettitudini del padre, la sua vanità (bellissimo l’inverosimile corteggiamento di Irma, l’inarrivabile moglie del suo capo); un’inaffidabilità così tetragona da rendere la sfiducia nei suoi confronti – cauta, paziente, premurosa – una forma d’amore.

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Manuale anarchico per svelare il linguaggio del potere https://minimaetmoralia.it/libri/manuale-anarchico-per-svelare-il-linguaggio-del-potere/ https://minimaetmoralia.it/libri/manuale-anarchico-per-svelare-il-linguaggio-del-potere/#comments Fri, 06 Jul 2012 09:16:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8576 Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica» in forma ridotta, su «Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge» di Jaroslav Hašek (Sugaman).

In una scena di Il dittatore dello stato libero di Bananas, l’improvvisatissimo milite interpretato da Woody Allen ascolta annichilito il discorso di insediamento pronunciato dal guerrigliero che ha appena conquistato il potere. Il nuovo corso di Bananas si fonderà essenzialmente su tre presupposti: la lingua del nuovo stato sarà lo svedese, tutti i cittadini saranno tenuti a cambiare la biancheria ogni trenta minuti, ogni ragazzo sotto i sedici anni avrà sedici anni.

Il potere, in sostanza, è una piccola allucinazione che può però generare conseguenze abnormi.

In Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge (traduzione e cura di Sergio Corduas, quarto titolo di Sugaman, il progetto di editoria elettronica di Alessandro Bonino e Paolo Nori, 2,50 euro il prezzo), Jaroslav Hašek – presa la decisione di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del parlamento austroungarico – dà forma a un comizio groggy, ebbro e zigzagante, funzionale allo studio e alla disarticolazione delle retoriche politiche allora, e non solo allora, dominanti (siamo nel 1911 ma si tratta di strutture retoriche zombie: un certo discorso propagandistico era e continua a essere il feticcio insuperabile di parecchi dead men talking).

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica» in forma ridotta, su «Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge» di Jaroslav Hašek (Sugaman).

In una scena di Il dittatore dello stato libero di Bananas, l’improvvisatissimo milite interpretato da Woody Allen ascolta annichilito il discorso di insediamento pronunciato dal guerrigliero che ha appena conquistato il potere. Il nuovo corso di Bananas si fonderà essenzialmente su tre presupposti: la lingua del nuovo stato sarà lo svedese, tutti i cittadini saranno tenuti a cambiare la biancheria ogni trenta minuti, ogni ragazzo sotto i sedici anni avrà sedici anni.

Il potere, in sostanza, è una piccola allucinazione che può però generare conseguenze abnormi.

In Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge (traduzione e cura di Sergio Corduas, quarto titolo di Sugaman, il progetto di editoria elettronica di Alessandro Bonino e Paolo Nori, 2,50 euro il prezzo), Jaroslav Hašek – presa la decisione di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del parlamento austroungarico – dà forma a un comizio groggy, ebbro e zigzagante, funzionale allo studio e alla disarticolazione delle retoriche politiche allora, e non solo allora, dominanti (siamo nel 1911 ma si tratta di strutture retoriche zombie: un certo discorso propagandistico era e continua a essere il feticcio insuperabile di parecchi dead men talking).

La prima manifestazione del potere mitico su cui l’autore di Il buon soldato Švejk si concentra è l’esclamazione coatta. “Popolo ceco! Cechi! Concittadini!” tuona il candidato Hašek nutrendo l’emotività di chi desidera un’identità comune e la superstizione di un’appartenenza forte. L’esclamazione però non è che il varco di ingresso a quella tonalità fanatica su cui l’intero impianto comiziale ostinatamente si avvita (la seriosità, del resto, è la scimmia imitatrice della serietà). Il candidato Hašek – la voce sempre febbrile e rampicante – si pone in continuità diretta con Colombo, l’esploratore di nuovi mondi: l’America che scopre è la sostanza irrimediabilmente tragicomica di ogni discorso politico che venga ascoltato davvero e fino in fondo.

È chiaro che un candidato accorto deve saper adeguare il linguaggio alle diverse circostanze. Per rivolgersi al “semplice popolo contadino” gli è utile individuare il tema giusto, per esempio potrebbe ragionare di “Alcune nuove opinioni sulla distruzione dei topi campagnoli”. È inoltre importante che i partiti, soprattutto nella loro fase embrionale, puntino sempre sull’olio di canfora considerato che la propaganda genera sul corpo del candidato lividi e contusioni e che un unguento lenitivo si fa allora indispensabile. Nel caso ingrato di uno sputo negli occhi, invece, “non asciugate con la mano, la manica o il fazzoletto perché potreste provocare un’infezione della cornea. Qui è d’aiuto l’acqua tiepida”. Il candidato Hašekchiarisce anche come procedere nel caso in cui durante un comizio popolare si dovesse subire l’estirpazione di un orecchio (“raccoglietelo, non insistete a finire il vostro discorso e correte subito dal dottore”) nonché dell’intera testa (“lasciatela pure a terra perché in politica non serve”).

Storia del Partito è un manualetto anarchico, un antidoto per immunizzarsi contro le retoriche del potere, uno strumento acutamente ironico attraverso cui sentire come a volte il politico sia il luogo nel quale la bêtise umana risplende in tutto il suo fulgore (nonostante avesse garantito a ogni elettore “un acquario da tasca tascabile”, alle elezioni il candidato Hašek ottenne trentotto voti: alla stregua di quegli eroici elettori, alla letteratura che si confronta col politico tocca in sorte di essere “come uno che si sieda con le sole mutande su di un riccio”).

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