Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica» in forma ridotta, su «Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge» di Jaroslav Hašek (Sugaman).

In una scena di Il dittatore dello stato libero di Bananas, l’improvvisatissimo milite interpretato da Woody Allen ascolta annichilito il discorso di insediamento pronunciato dal guerrigliero che ha appena conquistato il potere. Il nuovo corso di Bananas si fonderà essenzialmente su tre presupposti: la lingua del nuovo stato sarà lo svedese, tutti i cittadini saranno tenuti a cambiare la biancheria ogni trenta minuti, ogni ragazzo sotto i sedici anni avrà sedici anni.

Il potere, in sostanza, è una piccola allucinazione che può però generare conseguenze abnormi.

In Storia del Partito del progresso moderato nei limiti della legge (traduzione e cura di Sergio Corduas, quarto titolo di Sugaman, il progetto di editoria elettronica di Alessandro Bonino e Paolo Nori, 2,50 euro il prezzo), Jaroslav Hašek – presa la decisione di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del parlamento austroungarico – dà forma a un comizio groggy, ebbro e zigzagante, funzionale allo studio e alla disarticolazione delle retoriche politiche allora, e non solo allora, dominanti (siamo nel 1911 ma si tratta di strutture retoriche zombie: un certo discorso propagandistico era e continua a essere il feticcio insuperabile di parecchi dead men talking).

La prima manifestazione del potere mitico su cui l’autore di Il buon soldato Švejk si concentra è l’esclamazione coatta. “Popolo ceco! Cechi! Concittadini!” tuona il candidato Hašek nutrendo l’emotività di chi desidera un’identità comune e la superstizione di un’appartenenza forte. L’esclamazione però non è che il varco di ingresso a quella tonalità fanatica su cui l’intero impianto comiziale ostinatamente si avvita (la seriosità, del resto, è la scimmia imitatrice della serietà). Il candidato Hašek – la voce sempre febbrile e rampicante – si pone in continuità diretta con Colombo, l’esploratore di nuovi mondi: l’America che scopre è la sostanza irrimediabilmente tragicomica di ogni discorso politico che venga ascoltato davvero e fino in fondo.

È chiaro che un candidato accorto deve saper adeguare il linguaggio alle diverse circostanze. Per rivolgersi al “semplice popolo contadino” gli è utile individuare il tema giusto, per esempio potrebbe ragionare di “Alcune nuove opinioni sulla distruzione dei topi campagnoli”. È inoltre importante che i partiti, soprattutto nella loro fase embrionale, puntino sempre sull’olio di canfora considerato che la propaganda genera sul corpo del candidato lividi e contusioni e che un unguento lenitivo si fa allora indispensabile. Nel caso ingrato di uno sputo negli occhi, invece, “non asciugate con la mano, la manica o il fazzoletto perché potreste provocare un’infezione della cornea. Qui è d’aiuto l’acqua tiepida”. Il candidato Hašekchiarisce anche come procedere nel caso in cui durante un comizio popolare si dovesse subire l’estirpazione di un orecchio (“raccoglietelo, non insistete a finire il vostro discorso e correte subito dal dottore”) nonché dell’intera testa (“lasciatela pure a terra perché in politica non serve”).

Storia del Partito è un manualetto anarchico, un antidoto per immunizzarsi contro le retoriche del potere, uno strumento acutamente ironico attraverso cui sentire come a volte il politico sia il luogo nel quale la bêtise umana risplende in tutto il suo fulgore (nonostante avesse garantito a ogni elettore “un acquario da tasca tascabile”, alle elezioni il candidato Hašek ottenne trentotto voti: alla stregua di quegli eroici elettori, alla letteratura che si confronta col politico tocca in sorte di essere “come uno che si sieda con le sole mutande su di un riccio”).

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Autore

giorgio@zerounoscritture.it

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).

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