John Freeman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-freeman/ un blog di approfondimento culturale Fri, 21 Jan 2022 10:42:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Freeman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-freeman/ 32 32 Back in the USA: il terzo volume della Nuova poesia americana https://minimaetmoralia.it/altro/back-in-the-usa-il-terzo-volume-della-nuova-poesia-americana/ https://minimaetmoralia.it/altro/back-in-the-usa-il-terzo-volume-della-nuova-poesia-americana/#comments Fri, 21 Jan 2022 10:04:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49868 Sta diventando una piacevole abitudine quella di attendere l’uscita del nuovo libro di Nuova Poesia Americana, che Black Coffee ci regala verso la fine di ogni anno, ormai da tre anni. Anche quest’inverno, qualche giorno prima del Natale è arrivato, proprio come arrivano i regali, il terzo volume, curato come sempre da John Freeman e […]

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Sta diventando una piacevole abitudine quella di attendere l’uscita del nuovo libro di Nuova Poesia Americana, che Black Coffee ci regala verso la fine di ogni anno, ormai da tre anni. Anche quest’inverno, qualche giorno prima del Natale è arrivato, proprio come arrivano i regali, il terzo volume, curato come sempre da John Freeman e tradotto con la consueta grazia e attenzione da Damiano Abeni. Di nuovo sei poete e poeti, sei storie, sei maniere di scrivere, di pensare, di raccontare, di fare musica con le parole. Versi che arrivano da diversi angoli di quello sterminato paese che sono gli Stati Uniti d’America. Parole che vengono scaraventate tra le pagine dalla Louisiana, dall’Illinois, dal Messico (via Usa), da New York (via Londra, via Parigi), dalla Carolina del Sud e dalla Giamaica. Parole scritte per essere recitate ad alta voce e, allo stesso tempo, per essere lette, questo è uno dei segreti, dei fili che lega autrici e autori qui raccolti. Anche per il terzo volume, Freeman ha scelto chi non è mai stato tradotto da noi, e che è, però, molto distante dall’essere sconosciuto. – sono tutti più che premiati. Questo aspetto ci ricorda che esiste molta poesia che non conosciamo, che neppure immaginiamo, e il discorso vale per tutto il pianeta. Se esistono voragini di conoscenza tra i poeti del nord America, residenti in uno dei paesi da cui più si traduce, pensiamo a cosa non è mai arrivato dall’India, dall’Africa, dall’estremo Oriente, e che mai arriverà. Accontentiamoci, cominciamo da qui.

Nell’introduzione al primo volume, Freeman raccontava di sorta di maturità raggiunta dal lettore americano, che non aveva più bisogno di sapere cosa stesse accadendo nel campo dei diritti civili, nel mondo del lavoro (o lo sa e gliene importa, o lo sa e fa finta di niente). Il lettore di poesia aveva (e ha) bisogno di sentirsi dire «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio». Aprendo il secondo volume, il curatore raccontava il sentimento della solitudine, di quanto fosse impossibile non provarla nello sterminato territorio del nord America. Sul desiderio del bacio – sulla capacità di immaginarlo, di scambiarlo – e sulla solitudine – su come sfuggirle, assecondarla, raccontarla, viverla – si costruivano le mappe di quei due volumi, ed eccoci al terzo, una nuova geografia poetica che viene a trovarci.

Questo nuovo libro parla di letture ad alta voce, di poesia trasmessa come musica da una radio, portata in giro, di locale in locale, di stato in stato, di microfono in microfono. Freeman fa un po’ di crono-storia, ricordando come in un dato momento uno o più reading abbiano segnato una svolta epocale per la cultura e non solo. Tutto esplose nel 1955 con un reading di Allen Ginsberg, che raccolse il testimone dai poeti degli anni ’40 – il reading di quella sera fu presentato da Kenneth Rexroth. Dopo la Beat Generation si passò al Black Arts Movement degli anni Settanta, fino ad arrivare ai giorni di Adrienne Rich e al successivo periodo d’oro delle slam session; insomma, spiega Freeman che la poesia è sempre stata tesa al rinnovo e quel nuovo è stato urlato con gioia. Una poesia aperta al dialogo e al confronto. Il venerdì sera si usciva per andare ai reading, poi siamo entrati in questo periodo buio, non ancora finito, e allora la poesia ha voglia di ritornare nei locali, ha voglia di sussurri e di metriche rovesciate in un microfono, nel frattempo alcune di queste modalità le troviamo tra le pagine. Parole aperte e lanciate da una città all’altra, in attesa del luogo.

La prima poesia del libro apre la serie di Jericho Brown e ci fa capire subito quale materia abbiamo tra le mani: «Un uomo baratta il figlio con dei cavalli. / È la versione che preferisco. Mi piace / il senso di sicurezza, la colpa di nessuno, / e che ci guadagnano tutti. Dio si prende / il ragazzo. Il ragazzo diventa / immortale […]». Un incipit straordinario, ma anche una chiara indicazione della poetica di Brown, autore di testi che molto hanno a che fare con Dio, con il rapporto tra l’uomo e Dio – pieno di falsità, ricatti, fallimenti, paure – e tra padre e figlio. Su questa ultima relazione Brown ha scritto una delle sue poesie più belle, un canto di perdono del figlio al padre. I versi di questo poeta – nato in Louisiana – riguardano la preghiera, la litania, producono un bel suono se letti ad alta voce. Sono preghiere terrene, che non fuggono la redenzione ma la cercano con le nostre armi, con le cose che facciamo e che non facciamo, sospesi tra gli schiaffi ricevuti dai nostri genitori e i corpi (e i cuori) di chi abbiamo incontrato nel tempo e che ci ha salvati.

Il corpo e Dio entrano in qualche modo anche nella poesia di Patricia Smith, – originaria di Chicago, considerata una delle regine del Poetry Slam -; vi entrano come voci di richiamo, come destini che ci lasciano. In una poesia particolarmente riuscita, una figlia dice del padre che è stato ucciso. C’è il corpo che va via, e ci sono tutti i conti che si fanno a un funerale, e il salasso non sta nel prezzo della cerimonia, ma nella resa di una ragazza al cospetto dell’inutilità della fede – della preghiera – di sua madre. «Ma adesso è il suo corpo in coda per il marmo, / la sua benedetta temperatura con cui giocherelli, e la sacra / direttiva di Dio cambia di conseguenza […]»; un pezzo di bravura enorme in questi due versi e mezzo, c’è tutto: il corpo, il dolore, la perdita, e la delusione verso Dio. Smith è di rara efficacia, e non dimentica il quotidiano, così duro, così difficile da evitare (e da affrontare), quando chiude una poesia così: «mi sono svegliata stamattina / mi sono svegliata stamattina / la prima bugia che così tanti di noi dicono».

Sandra Cisneros ha la doppia cittadinanza – messicana e statunitense – e in quei passaporti vanno cercate le origini della sua poetica. Cisneros scrive di desideri, di fuga, di povertà, di nessuna possibilità di farcela – eccetto quella di andarsene, lasciarsi la famiglia alle spalle, buttare via un destino segnato, e ce la fa. Penando, soffrendo e scrivendo. Una sua poesia straordinaria, si intitola Prefazione a un certo punto recita così: «Il mio primo reato – ho cominciato con la poesia. / Per questo handicap, s’è bruciato il riso / Madre mi ammoniva che non sarei mai stata moglie. //Moglie? Una donna come me / le cui opzioni erano solo mattarello o fabbrica? / Un vizio assurdo, questa vita perversa / da scrittrice-sgualdrina […]». Bellezza e potenza, ironia e dolore, visione limpida sullo stato delle cose. Questa è la poesia di Cisneros, che più avanti scrive: «Volevo fare la scrittrice. / Volevo essere felice». E ci è riuscita, facendo la sua parte, rimanendo sé stessa, in ogni altrove in cui è stata.

Marilyn Hacker è di New York, ha vissuto a Londra e ora sta a Parigi, del libro è la mia preferita. Ha una visione del tempo e del mondo incredibili, pare riesca a condensare tutta la realtà possibile in due versi, e al terzo regalare uno sguardo sul futuro. Ciò che siamo è nelle nostre giornate, ciò che non siamo pure. In mezzo sta quello che tentiamo, a volte riusciamo per buona sorte, a volte la sorte è uno sfacelo. Hacker da sempre si batte per una società giusta, continua a fallire perché non ce la si fa, ma non si arrende, né nel privato né quando scrive ed è capace di scrivere cose come questa – che hanno nella metrica tutta la nostra miseria, il nostro dolore, il nostro avere a che fare con noi. Il nostro non perdonarci -: «Torni a casa dalla riunione, dall’ospedale, fai il caffè e guardi lo specchio / e ancora una volta ti chiedi cosa hai fatto per aver provocato i tempi bui». Già, cosa hai fatto?

Nikky Finney è poeta di domande all’apparenza semplici. Questioni che hanno a che fare col quotidiano e lo spazio, su come ricavarne abbastanza da farci stare dentro un po’ di felicità, d’amore. Freeman scrive che «dall’etica dell’amore è riuscita a ricavare un’estetica», e in effetti è così. Finney parte dalla memoria, dalle case, dalle scuole e osserva lo stile di vita americano, i sogni a perdere, gli slanci generosi. Scrive delle donne ma scrive per tutti e a tutti, scrive di quello che tutti dovremmo aspettarci, qualcosa di simile alla gioia. Non sperare soltanto ma aiutare la speranza a germogliare, a compiersi. Finney, dalla sua South Carolina scrive cose così: «Dopotutto, era solo la povera New Orleans, / vecchia città bastarda, di gente che non sa scrivere. Non-nuotatori / con accenti da fisarmonica. Tra coloro / che resteranno in vita chi se ne curerà?». Chi? Forse solo i poeti che guardano dove non guarda nessuno.

Ishion Hutchinson è il più giovane del volume ma non meno sorprendente degli altri. Le sue poesie hanno un respiro ampio, si muovono nel mondo e verso il mondo, lo chiamano per nome, lo coinvolgono. Usa un linguaggio chiaro, che sembra piano e poi all’improvviso svolta, taglia, imbrocca una strada laterale e ti mostra un panorama che non era indicato nella mappa. Scrive cose come questa: «non una parola, tranne: Non preoccupatevi, ripartendo in auto, / come se avessero lasciato promesse migliori per il futuro». Hutchinson è nato in Giamaica, come tutti qualche volta abbiamo desiderato.

Queste poete e poeti scrivono come tutti qualche volta abbiamo sperato.

 

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Quello che accade nella nuova poesia americana https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-accade-nella-nuova-poesia-americana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-accade-nella-nuova-poesia-americana/#comments Wed, 16 Dec 2020 09:24:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47384 Photo by Nick Fewings on Unsplash

Ci eravamo spogliati di alcune convinzioni, anche solide, che avevamo sulla poesia nordamericana, dopo aver letto il primo volume di Nuova poesia americana curato da c e Damiano Abeni (uscito per Black Coffe in chiusura di 2019); avevamo visto attraverso i sei poeti presentati un cambiamento sostanziale in quella letteratura, l’impeto, il tumulto non erano più indirizzati verso i diritti civili, la società, la politica, ma verso i desideri, le paure, la ricerca di sé stessi attraverso la comunicazione con gli altri.

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Ci eravamo spogliati di alcune convinzioni, anche solide, che avevamo sulla poesia nordamericana, dopo aver letto il primo volume di Nuova poesia americana curato da c e Damiano Abeni (uscito per Black Coffe in chiusura di 2019); avevamo visto attraverso i sei poeti presentati un cambiamento sostanziale in quella letteratura, l’impeto, il tumulto non erano più indirizzati verso i diritti civili, la società, la politica, ma verso i desideri, le paure, la ricerca di sé stessi attraverso la comunicazione con gli altri.

Soprattutto, eravamo rimasti conquistati dalla varietà di scrittura, di gestione del verso, del modo di occupare (e di lasciare libero) lo spazio sulla pagina. Del resto è prevedibile che da una nazione così vasta e complessa arrivino modi poetici diversi e, per forza di cosa, somiglianti a qualcosa che abbiamo letto e – allo stesso tempo – decisamente distanti. Le sorprese continuano e, in un certi senso, sono ancora maggiori, con i nuovi sei poeti raccolti in Nuova poesia americana Vol II – ancora a cura di Freeman e Abeni, edito da Black Coffe da pochi giorni.

Nell’introduzione a questa nuova antologia, Freeman apre parlando di solitudine. Scrive che non esiste un territorio capace di farti sentire solo come quello degli Stati Uniti d’America. È un territorio vasto, pieno di confini, da contea a contea, da stato a stato; quei confini però si smarriscono a perdita d’occhio, come se non esistessero più. Ci si confonde.  L’americano è solo pure in mezzo a tanta gente, nelle metropoli come nei piccoli posti sperduti tra laghi e montagne. Viene in mente (e ci si commuove un po’) David Foster Wallace, quando in Infinite Jest (Einaudi, trad. Nesi, Villoresi, Giua) scrive: «Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore.»; sono due immagini accostate che invocano calore e solitudine allo stesso modo.

L’io è il protagonista della poetica di tutti i tempi, ma questi confini smisurati, questa dispersione dell’umano in mezzo agli altri e al niente, lo scompongono e lo trasformano di volta in volta in tu, in noi. Era Mark Strand che aveva a cuore la casualità dell’io, quando si domandava perché fosse lui e non un pesce rosso in una vasca di un ristorante di Campobasso. I poeti qui raccolti fanno sì che quell’io diventi per somiglianza, per vicinanza, per amore l’io del lettore. Ed ecco fatto. Leggendoli – grazie alle splendide (nuovamente) traduzioni di Abeni – si ha l’impressione di ricevere in dono dei piccoli reading personali; ognuno di questi autori è in una stanza, di volta in volta, con ciascuno di noi, quei testi ci parlano direttamente – succede la stessa cosa se ascoltate una canzone di Tenco o di Tom Waits, vi pare che siano scritte per voi – ogni verso è nato per noi. Siamo soli a quanto pare, tutti, e la differenza tra chi scrive e chi legge si annulla, come in un abbraccio. Insomma, l’isolamento esiste, l’io poetico pure, ma la poesia avvicina le disperazioni di ciascuno, sutura le ferite l’una con l’altra, e qui Freeman spiega bene: «Se l’isolamento è il prodotto più diabolico della società americana, la poesia è il suo formidabile antidoto».

Andiamo a conoscere questi poeti, differenti (oltreché per il modo di scrivere) per zona di nascita, di origine e di età. La poeta che apre il libro è Kim Addonizio, nata a Washington D. C., ma residente a San Francisco, è una sorta di figlia o sorella letteraria di Gregory Corso. Sono testi, i suoi, colmi di rabbia, che raccontano della cultura americana tra i Settanta e gli Ottanta, che si muovono con il corpo e dal corpo nascono. Sono versi pieni di vita e di morte, di amore e vertiginosa perdita. Addonizio è considerata una regina della rima e scrive versi così:

Per te mi spoglio fino alla guaina dei nervi. / Tolgo i gioielli e li appoggio al comodino. / Sgancio le costole, stendo i polmoni su una sedia. / Mi sciolgo come un farmaco nell’acqua, nel vino. / Sgoccio senza macchiare, me ne vado senza smuovere l’aria. / Lo faccio per amore. Per amore io scompaio.

Ci spostiamo alle Hawaii luogo di nascita di Garrett Hongo. Hongo monta i versi attraverso la forza delle immagini, raccontando la propria infanzia presenta un visione nuova della storia di una terra conosciuta più come luogo fantasioso che reale. Le sue poesie spaziano dallo scorrere del tempo al contrasto con il passato attraverso le vicende di suo nonno. Sanno muoversi tra i colori vividi del Pacifico e il ghiaccio di Chicago e fermarsi a commuoversi sulla tomba di Gramsci a Roma. Versi come questi:

A Chicago nevica piano / e un uomo ha appena fatto il bucato della settimana. […] / Stasera leggo del grande coraggio /  di Cartesio nel dubitare tutto / tranne la propria esistenza miracolosa / e mi sento così distinto / dall’uomo ferito che giaceva sul cemento / che ne provo vergogna. // Lasciamo che il cielo notturno lo ricopra nello spirare. / Lasciamo che la fanciulla tessitrice attraversi il ponte del paradiso / e gli stringa le mani.

Il terzo poeta è Lawrence Joseph, uomo che ha l’anima colma di blues, la sua poesia si concretizza nella perdita di contatto che viene dagli spazi, che sono una piazza, una fabbrica, una stanza. E poi dalla perdita di contatto con l’altro che non ti vede perché sei nero sei arabo sei distante. Alcuni versi di Joseph fanno pensare a quel senso di vuoto che si prova entrando in una vecchia fabbrica dismessa, scorgendo un’auto ferma nel parcheggio di un supermarket, con qualcuno seduto al volante, che piange e il nostro dolore esplode perché non ne conosceremo mai il motivo. Jospeh scrive versi così:

«[…] Non voglio pensare / che il proiettile mi ha perforato la spalla, / che i denti marci del tossico / hanno sorriso, i capelli gialli gli si sono gelati. […] Non sono io che urlo contro nessuno a Cadillac Square: è Dio / che ruggisce dentro di me, con la paura / di essere solo.

Dalla Detroit di Lawrence scivoliamo nella California di Kay Ryan. I suoi versi sono scarni, sospesi su un altro confine quello tra mente e corpo, oppure quell’altro, tra illusione e verità. Non siamo unici, secondo Ryan, un po’ ce la raccontiamo, l’indole scettica tipica dell’Ovest (come scrive Freeman) non la abbandona, anzi la supporta rendendola capace di scrivere cose potentissime stando anche nello spazio di due versi. La versatilità e l’originalità che accompagna le sue poesie inchioda e avvolge chi legge, come quando scrive:

La mente deve / riadattarsi / ovunque va / e sarebbe / comodissimo / imporre le sue / vecchie stanze – basterebbe / picchettarle / come una tenda / interiore. Oh, ma / i nuovi fori / non stanno dove / prima c’erano / le finestre.

La quinta poeta è relativamente giovane, si chiama Aracelis Girmay. Nei suoi testi l’io si trasforma immediatamente e, con limpidezza, in un noi, grazie a versi rivolti a persone care, amate. Sono versi potenti che aprono a pertinenze non più terrene, ma universali. Si pensa al divino ma anche alla possibilità concreta di mani che si sfiorano e che si tengono strette a lungo. Lo vediamo leggendo, per esempio:

Ero viva quando sono nati i miei due figli // Era maggio, poi era giugno // Nevicava nelle nostre teste ed ero sorpresa che di tutti gli animali / fosse la neve a venire.

L’ultimo poeta è Kevin Young, la prima poesia inclusa nell’antologia, comincia con un Cara indirizzato alla Stella Polare, ovvero all’infinito, a Dio, a nessuno, a una persona amata. Sono versi sgomenti, di ricerca, di voglia di sperare. Ha ragione Freeman, la sua è una solitudine meravigliosamente americana, che fa venire voglia di perdersi, di ballare, di innamorarsi. Young mette l’individuo nella storia americana e poi lo disperde come pulviscolo, che ciascuno si ricomponga come crede e dove si può. Young scrive cose così:

Sapendo la vostra adesso / spero di dirvi cosa / è significato sentire  le vostre  / parole è stato un fiume / che ghiaccia lentamente è stata / pioggia che cade nell’acqua / notte che segue / la pioggia nell’acqua un padre / coccodrillo che si sveglia presto / per mangiare i propri figli […].

Questo testo di Young si intitola Lingua ed è lingua nuova che arriva mentre leggiamo in poltrona, in vaporetto, in bus. La bellezza della traduzione ci trasporta un mondo in un altro attraverso la possibilità della lingua spiegata, del linguaggio che migra. Nel nord America avviene qualcosa di molto vivace e interessante, e passa dentro la poesia. Con il secondo volume di Nuovi poeti americani continuiamo a misurarci con il tempo, il corpo, la perdita, la solitudine, l’amore, il dolore, la vita e la morte e rinnoviamo il nostro approccio, la nostra ricerca, che è quella del lettore, la più attenta, la più curiosa.

 

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California, il nuovo numero della rivista di John Freeman https://minimaetmoralia.it/letteratura/california-numero-della-rivista-john-freeman/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/california-numero-della-rivista-john-freeman/#respond Thu, 28 May 2020 06:44:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43453 "[...] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati [...]"

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion.

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“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion. La California, la trasposizione reale di tutti i posti dove non siamo stati. La California del sole sempre, degli immigrati, del confine col Messico, della baracche fatiscenti, dell’Oceano, di chi parte e chi resta, la California di chi l’attraversa, delle sequoie e degli incendi. La California frontiera dei cambiamenti. È una terra complessa, nucleo centrale dei mutamenti climatici, dei flussi migratori, delle questioni sociali e politiche. Da questa complessità è partito John Freeman per costruire il nuovo numero della rivista Freeman’s California (ed. Black Coffee, 2020) che al suo interno ospita molti autori geniali, narratori e poeti, che si sono misurati  – con reportage, racconti lunghi o brevi, poesie stupefacenti – all’interno di questo mondo pieno di sfumature, frammenti  di tempo e spazio, di attraversamenti di persone e delle loro storie. Da William T. Vollman a Rachel Kushner, da Natalie Diaz a Geoff Dyer da Javier Zamora a Frank Bidart, da Jennifer Egan a Elaine Castillo, solo per fare alcuni nomi di un numero di rivista che è un vero gioiello letterario, un libro sui nostri tempi.

Il racconto di Natalie Diaz, una poeta che mi piace molto – scoperta recentemente, sempre grazie a John Freeman, nel volume che ha curato insieme a Damiano Abeni: Nuova poesia americana, Vol. 1, Black Coffee 2019 – si intitola Corpi a prova di gioco ed è stupendo. Diaz mette insieme due cose: il gioco del basket a livello agonistico e il nomadismo, le migrazioni, l’essere nativi e messicani e queer. Diaz usa il corpo e – descrivendo i movimenti che si ripetono sul campo da basket – racconta come si attacca e si conquista lo spazio anche sul territorio, come ci si sposta da un territorio all’altro,  si valica una frontiera. Il corpo avanza sempre verso il futuro. Per sopravvivere ogni tanto bisogna far saltare uno schema, fintare, improvvisare, saltare un recinto, affidarsi a qualcuno, andare a canestro.

Gli incendi tornano due volte, nel breve racconto iniziale di Jaime Cortez, efficacissimo, e nel reportage di Vollman, che dalle colline di Sacramento scrive dell’incendio Carr, il disastro chimico è fra noi. Vollman è come sempre, geniale, giornalista e narratore e visionario.

Tutti gli autori hanno avvertito, avvertono o proiettano in avanti una grande inquietudine; queste pagine sembrano mosse dal vento, non sanno stare ferme.

Uno così non l’avevo mai visto: il fiore / dalle molte corolle arancione. Papà mi aveva portato in auto allo Yosemite / il secondo mese che eravamo in questa nazione. / Lui non ne sapeva il nome. Io non ne sapevo il nome, / solo che mi piacevano tanto le corolle & che / mi ricordavano l’ibisco / oltre la finestra senza vetro che avevo lasciato mesi fa. / Non avevo ancora cominciato la scuola. C’erano molte cose che non sapevo, l’inglese / la più importante. Non avevo amici. / Giorni interi passati nell’appartamento / a confrontare divano con l’immagine, con il divano / nel salotto dei miei. Sui giornali, / prima, molto prima, prima che arrivassi in giugno: titoli / che non sapevo leggere. Non potevo capire. I genitori / condividevano una paura che non avevo mai conosciuto. Anche se / ho visto armi venendo fin quassù. Anche se / c’è stata una guerra; ancora non sapevo la strada per andare a scuola. / I nomi delle strade che mi avrebbero fatto vedere i fiori.

Questa bellissima poesia è di Javier Zamora, anche qui inquietudine, paura, che potenza e quanta tenerezza nelle poche parole: “Anche se c’è stata una guerra; ancora non sapevo la strada per andare a scuola.” . Oppure prendiamo la meravigliosa sensazione di tempo sospeso nei versi di Maggie Millner, che abbiamo inserito in apertura di recensione. Oppure la forza della poesia di Frank Bidart, un altro poeta che amo molto e che ho avuto la fortuna di conoscere e ascoltare a Roma, qualche anno fa.

“Quando avevo quattro anni e mezzo, mia madre mi lasciò in Messico con i miei fratelli più grandi per venire in California a ricongiungersi con mio padre, che se n’era andato due anni prima. Quando annunciò la sua partenza la prima cosa che le chiesi fu: «Quando tornerai?». «Tra non molto» rispose. Ma «tra non molto» divenne «mai», perché appena passò il confine per me non fu più la stessa madre. La bambina dentro di me sta ancora aspettando che la mamma torni a casa.”

È lo straordinario incipit di La California di mia madre di Reyna Grande, forse il mio racconto preferito nella rivista. Una storia dolente, fatta di mancanza e nostalgia, di sogni e di rinunce. Una madre che sopravvive con poco – che è comunque più del niente del Messico – e i figli che vorrebbero tirarla fuori dalle macerie dove credono che lei stia, e ci sta in effetti, ma poi a un certo punto c’è una macchina da presa e Reyna che riprende sua madre che su quelle macerie balla.

Poi la bravissima Elaine Castillo che non avevo mai letto, naturalmente Geoff Dyer che nel suo racconto piazza dentro anche Larkin. Un viaggio sentimentale e di convenienza tra il Giappone e la California, nel periodo post seconda guerra mondiale,  descritto con grande maestria – in forma epistolare – da Karen Tey Yamashita. E via via tutti gli altri, verrebbe voglia di dire due parole su ogni racconto, ma lasciamo spazio al lettore.

Una rivista davvero straordinaria. La letteratura americana è sempre in grande fermento, in particolare, in questi anni, in California, e John Freeman ce la porta in casa. Grazie a lui e ai numerosi traduttori di questo numero impariamo, ci agitiamo, ci sgomentiamo, ci divertiamo. Calfornia ci invita – lo fa con ognuno di questi scrittori bravissimi – a guardare verso il futuro, ci saranno sequoie e fiori colorati, miseria e disastri. Ma dobbiamo guardare, non abbiamo altra scelta.

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California tra letteratura e coronavirus: intervista a John Freeman https://minimaetmoralia.it/libri/california-letteratura-e-coronavirus-intervista-a-john-freeman/ https://minimaetmoralia.it/libri/california-letteratura-e-coronavirus-intervista-a-john-freeman/#respond Wed, 25 Mar 2020 07:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42779 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Photo by davide ragusa on Unsplash

«In California il futuro è arrivato in anticipo», scrive William Vollmann. Dalle migrazioni al cambiamento climatico lo Stato nordamericano incarna tutte le principali sfide del nostro tempo. Ora inevitabilmente il nuovo fronte si chiama coronavirus.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ordinato ai circa quaranta milioni di abitanti di stare a casa per contrastare la rapida diffusione dell'epidemia. È utile ricordare come la sola California costituisca la quinta economia del mondo.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Photo by davide ragusa on Unsplash

«In California il futuro è arrivato in anticipo», scrive William Vollmann. Dalle migrazioni al cambiamento climatico lo Stato nordamericano incarna tutte le principali sfide del nostro tempo. Ora inevitabilmente il nuovo fronte si chiama coronavirus.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ordinato ai circa quaranta milioni di abitanti di stare a casa per contrastare la rapida diffusione dell’epidemia. È utile ricordare come la sola California costituisca la quinta economia del mondo.

Che cosa rappresenta e come evolve lo Stato che ha plasmato il sogno americano? A queste domande risponde l’interessante rivista Freeman’s California (Black Coffee, 231 pagine, 14 euro), che intorno al poeta e critico John Freeman, già direttore di Granta, tesse un mosaico con alcune delle voci più importanti del panorama letterario americano. Vollmann, Tommy Orange, Rachel Kushner, Elaine Castillo, Jennifer Egan, Geoff Dyer insieme ad altri autori restituiscono la bellezza e complessità californiana tramite racconti, saggi, articoli e poesie.

Freeman, qual è stata la reazione negli Stati Uniti alla dichiarazione dell’emergenza nazionale legata al coronavirus?

«Rabbia, frustrazione e qualche cenno di sollievo. Per varie settimane l’amministrazione Trump, come d’altra parte è avvenuto in altri paesi, ha cercato di circoscrivere e minimizzare la questione, perché non ci avrebbe dovuto colpire o eventualmente solo gli anziani. Si è creato anche uno scontro tra i governatori, per esempio di Washington o New York, e il governo federale. Il ritardo con cui è arrivata la dichiarazione di emergenza ha destato molta irritazione. Ci sono poche possibilità di testare la positività al virus. Io stesso sto curando in isolamento la sintomatologia, ma è difficile poter accedere ai test. L’unica indicazione chiara è di non andare incautamente negli ospedali».

In che modo si sta attrezzando l’editoria nordamericana per fronteggiare la crisi?

«La maggioranza delle persone ormai lavorano da casa. Le librerie tentano di mantenere il servizio spedendo o consegnando porta a porta i libri, ma credo che si arrivi presto all’interruzione di qualsiasi attività. E sarà un colpo durissimo. Gli editori si stanno concentrando sul tentativo di immaginare come tenere aperti i propri magazzini e gli stampatori vivono la medesima situazione. È impossibile determinare la durata dell’isolamento sociale e della quarantena, e dunque quanto profonda sarà la crisi del settore editoriale».

Quali pensa possano essere i riflessi della pandemia sulle istituzioni democratiche e in particolare sulle elezioni americane?

«Non mi sorprenderebbe se i Repubblicani chiedessero uno slittamento del voto, seppure la possibilità non rientri tra le prerogative presidenziali. Penso ci vorrà del tempo per comprendere l’evoluzione della situazione e valutare le scelte per rendere più semplice il voto, evitando di assumere i rischi della condizione che viviamo. Paghiamo le tasse online, perché non potremmo votare così? Potrebbe essere la volta che ciò accade».

Si ipotizza una connessione tra l’inquinamento atmosferico e la velocità di diffusione del virus. Che cosa significa il cambiamento climatico per la California?

«Ormai si tratta di lottare per mantenere la stessa viabilità di alcune città. La stagione degli incendi minaccia ogni giorno dell’anno Los Angeles e San Francisco. Non è più solo un’opzione eventuale trovare fonti energetiche rinnovabili per contrastare l’inquinamento, adottare un diverso stile di vita, nuove telecomunicazioni e investire in business sostenibili. Tutto ciò è ineluttabile affinché la California sopravviva».

Il caldo feroce e gli incendi sembrano aver già ridefinito la percezione della quotidianità e del senso di normalità. Qual è il segno più profondo che lasciano?

«L’angoscia e il dolore per le persone che hanno perso le proprie case e le persone amate. Ha creato un clima di paura costante, perché non puoi mai credere veramente che lo Stato sia al sicuro. È la stessa sensazione che produce il nuovo virus. Ciò conferisce al tempo e agli aspetti spettacolari della vita californiana un senso di irrealtà che è lievemente decadente e strano».

Ci aiuta a descrivere il divario tra ciò che rappresenta nell’immaginario e ciò che è la California?

«Per molto tempo è stata considerata l’ultima spiaggia dei sogni più audaci. È per questo che la mia famiglia ci è tornata nel 1984. Al di là del sogno però in California ci sono anche le case con persone vere. La distanza tra l’immaginario e la realtà è una lacerazione con la quale i californiani si scontrano quotidianamente. Si scontrano con il sogno di una vita che già esiste. La realtà supera di gran lunga gli stereotipi. Il 50% della popolazione parla fluentemente lo spagnolo. La forte crescita demografica è multietnica, e la letteratura riflette questa evoluzione. Il mescolamento delle culture in California è vivido, eccitante e inatteso».

Qual è il rapporto tra immigrazione e letteratura?

«In California vive la metà degli immigrati della nazione. Ciò significa che la nostra cultura è immersa nei suoni e nelle storie che provengono da altrove. La letteratura in California è stata costruita con un senso profondo di freschezza e desiderio. Essere uno Stato di migranti comporta che ci siano molte storie da raccontare: dal viaggio dalla terra d’origine alla nuova vita, alla lingua in cui reinventarsi. Nei primi cent’anni della storia californiana queste non erano visibili. Dagli anni Settanta c’è stata un’esplosione della letteratura di autori migranti, che sono le novità più rilevanti dell’attuale panorama letterario nordamericano dagli ispanici agli scrittori di origine asiatica. Penso al giovane poeta Javier Zamora che da bambino all’età di otto anni ha attraversato le strade d’America. È magnifico immaginare come insieme alle nuove comunità siano cresciuti importanti narratori».

Tommy Orange è fra gli autori più interessanti presenti nella rivista. Il suo sguardo decolonizzato di nativo americano come ribalta la logica dell’assimilazione?

«Prima del contatto con gli europei, esistevano decine di popoli indigeni nei territori della California che parlavano oltre cento lingue. E tante di esse sono ancora parlate, molte popolazioni vivono lì e non nelle riserve. Questo è stato il punto di forza dell’esordio letterario di Orange, There, There, che ritrae l’esistenza dei nativi nelle città e nei grossi agglomerati urbani. Ovviamente c’è sempre il rischio della cancellazione o della omologazione culturale. Nel racconto di Orange il protagonista si confronta con questa idea nella maniera più dura e diretta: contempla il suicidio».

In queste ore c’è chi ha avvicinato l’attuale pandemia all’AIDS. Il testo di Alameddine ci ricorda i suoi effetti tragici. Ha modificato la nostra concezione della morte?

«Penso sussistano alcune similitudini, perché ha reso in ognuno di noi imminente il pericolo della morte. Lo avvertiamo o conosciamo qualcuno che è in pericolo. C’è però una differenza sostanziale. Per molti anni, almeno in America, l’AIDS non è stata affrontata in modo serio innanzitutto dalle istituzioni. Nonostante l’emergenza sociale, non esisteva alcun test per determinare la positività. La ricerca e il suo finanziamento sono stati ostacolati. Ora la reazione soprattutto medica è stata immediata. Alla trasmissione, in parte sessuale, dell’HIV si accompagnava nell’intimo la vergogna che ha ucciso: solo in America ne sono morte 658.000 persone. Alameddine si è preso cura fino all’agonia di amici aggrediti brutalmente dalla malattia. Ha potuto sedere al loro capezzale, perché il contagio non è trasmissibile con contatti casuali. L’impossibilità di essere vicini ai propri cari nel momento del bisogno è la cosa più straziante del coronavirus, e le vittime scompaiono nell’ombra».

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Un viaggio nella nuova poesia americana https://minimaetmoralia.it/poesia/un-viaggio-nella-nuova-poesia-americana/ https://minimaetmoralia.it/poesia/un-viaggio-nella-nuova-poesia-americana/#comments Fri, 31 Jan 2020 06:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42262 Nella bella e attenta introduzione a Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), tra le altre cose, John Freeman scrive che gli americani, i lettori di poesia e non solo quelli, non hanno più bisogno che gli venga spiegata cosa sia l’America, cosa accada sul piano dei diritti civili, nel mondo del lavoro e così via. Gli americani a questo punto la loro storia la conoscono, sanno ciò che avviene e se non lo sanno lo ignorano apposta.

Hanno letto i poeti del Novecento, dai più piccoli ai maggiori come Ashbery o Rich, ora hanno bisogno di sentirsi dire – e torno a Freeman – «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio», con quanta intensità si può arrivare a guadagnarlo, con quanta immaginazione si può arrivare a metterselo alle spalle, aggiungo. Il piano, perciò, si inclina e si sposta dallo storico all’intimo, dalla folla in piazza al corpo, al mistico, alla camera da letto, alla mancanza, all’amicizia, alla perdita, da un salotto a un funerale, agli abbracci e alla preghiere.

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Nella bella e attenta introduzione a Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), tra le altre cose, John Freeman scrive che gli americani, i lettori di poesia e non solo quelli, non hanno più bisogno che gli venga spiegata cosa sia l’America, cosa accada sul piano dei diritti civili, nel mondo del lavoro e così via. Gli americani a questo punto la loro storia la conoscono, sanno ciò che avviene e se non lo sanno lo ignorano apposta.

Hanno letto i poeti del Novecento, dai più piccoli ai maggiori come Ashbery o Rich, ora hanno bisogno di sentirsi dire – e torno a Freeman – «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio», con quanta intensità si può arrivare a guadagnarlo, con quanta immaginazione si può arrivare a metterselo alle spalle, aggiungo. Il piano, perciò, si inclina e si sposta dallo storico all’intimo, dalla folla in piazza al corpo, al mistico, alla camera da letto, alla mancanza, all’amicizia, alla perdita, da un salotto a un funerale, agli abbracci e alla preghiere. I sei poeti scelti per questo primo volume sembrano rispondere a questo desiderio nell’unico modo possibile inventandone di nuovi. Eppure, i poeti qui raccolti, se sono parecchio distanti dalla poesia di Adrienne Rich, lo sono molto meno da quella degli ultimi libri di Mark Strand e di gran parte dell’opera di John Asbery (di cui abbiamo parlato); sono vicini al sentire di Louise Glück e sono legati in qualche maniera al modo sperimentale e innovativo di Ben Lerner.

Freeman e Abeni (che ha tradotto come sempre in maniera superba) hanno messo insieme un’antologia armonica e molto significativa, che dice bene quale sia il passo che tiene oggi la poesia americana, vediamo chi sono questi autori, alcuni giovani, altri meno, nessuno di loro mai tradotto in italiano.

Tracy K. Smith, Terrance Hayes, Robert I. Hass, Natalie Diaz, Layli Long Soldier, Robin Coste Lewis. Sono nati a distanza di anni l’uno dall’altro, hanno origini molto diverse; diversi sono gli stati di provenienza, diverse sono le etnie di origine. Tutti hanno vinto dei premi importanti, alcuni di loro sono poeti laureati degli Stati Uniti. Tutti hanno alla radice un elemento comune che è quello della sperimentazione linguistica, delle possibilità molteplici dei suoni originati dalle parole, quando si susseguono, quando si mischiano. I loro testi sono molto aperti e lasciano spazio al lettore per raggiungere più significati, o per non trovarne affatto. Si sta, dopo aver letto le poete e i poeti di questo volume, come in una terra di mezzo, un posto dove spira un vento leggero e che ogni tanto mette freddo e subito dopo diventa molto caldo. Sono poeti dell’impeto, dell’irruenza, del limite spostato più in là. Sono poeti delle possibilità.

[…]
e spostavo le bambole di stanza in stanza
mentre tu aggiungevi legna fina al fuoco.

È vero che la morte si oppone ai verbi al presente.
Ma il ricordo in una cosa fa meglio della morte. Ignora il futuro.
Sedemmo in quella stanza finché la legna non si consumò.

Non abbiamo mai lasciato quella stanza.
La legna non si è mai consumata.

Sono i versi finale di una poesia di Tracy K. Smith e sono straordinari. Quando li ho letti ho capito che l’operazione di Black Coffe era riuscita. Smith apre il libro ed è quella che a me piace di più. Ha una grande sensibilità, sa giocare su più livelli, sa levare e sa portarti in una stanza, quella, che è un posto dove sei già stato. Il posto del ricordo, della perdita, un posto in cui per molto tempo hai tentato di tornare, un posto che può raggiungere soltanto la poesia. Smith è anche autrice di un memoir Ordinary Light ( finalista al National Book Award del  2015 per la saggistica) che mi piacerebbe molto leggere e che spero venga tradotto presto.

Fatemi ricominciare.

Voglio essere santo. Sotto la pioggia
mi accosto all’auto di mio padre
con la figlia piccola della mia ragazza.
Era incinta quando ci siamo conosciuti.
Ma facevamo l’amore. Facevamo
l’amore sotto stelle & perline
mentre il bebè scalciava tra di noi.[…]

Terrance Hayes è un altro poeta di cui mi piacerebbe attraversare l’intera opera. Questi versi aprono una poesia molto bella. All’apparenza, Hayes sembra più tradizionale di Smith, ricorda di più i poeti che abbiamo imparato ad amare venti o trent’anni fa, ha qualcosa di Strand e una grande capacità esplorativa e associativa, viaggia per immagini, le affianca, le sovrappone, così da raccontarci in pochi versi la sua storia, quella del padre, della donna che ama, della figlia della donna che ama, di ciò che è stato prima, di quello che verrà. Ci parla d’amore, di come tutto si allontana quando si fa l’amore, ce lo dice tra le altre cose usando una e commerciale, perché il tempo è adesso, perché in quel simbolo si vede meglio l’intreccio di due corpi insieme.

[…] Oppure l’altro concetto per cui,

dato che a questo mondo non esiste alcuna cosa
a cui il rovo della mora corrisponda,
una parola sia l’elegia dedicata a ciò che significa.[…]

Robert L. Hass gioca con l’uso luttuoso e ripetitivo che si fa delle parole, dice quello che non si può dire, dice come si dovrebbe provare a dire. Ti allontana un poco dal fulcro del discorso, come se tergiversasse ma non lo fai mai, ti prepara, ti fa compiere piccoli girotondi intorno al pozzo dentro il quale vuole farti guardare. Il lettore può scegliere quanto sporgersi, quanto sostare, decidere se saltarci dentro. Perché più avanti ci sarà una storia d’amore e pensieri che vanno dalle spalle di una donna, al sapore del sale, all’infanzia, fino ad arrivare a un’infinita tenerezza.

Lasciate che chiami la mia ansia desiderio, allora.

Lasciate che la chiami giardino.

Questi due versi di Natalie Diaz stanno al centro di una poesia bellissima e dicono molto della sua poetica. Corpo, desiderio, perdita, assenza, voglia di fiorire, voglia di far fiorire le proprie paure. Diaz, forse, più degli altri spiega, con il suo attraversamento delle parole, ciò che intende John Freeman in apertura, ovvero che c’è bisogno di desiderare, di abbandonarsi, di combattere con la lingua, di dichiarare guerra alla solitudine, alla stagione del lutto, ai muri che ci vengono incontro. Lasciate che la mia ansia diventi desiderio vuol dire lasciate che tutta me stessa diventi desiderio.

Qui la sentenza verrà rispettata.

Comporrò con la massima cura ogni sentenza, attenendomi a
ciò che le regole della scrittura dettano.

Ad esempio, ogni sentenza comincerà con la maiuscola. […]

Vi potrà forse interessare che io non consideri questo un “pezzo
creativo. […]

Layli Long Soldier è originaria delle grandi pianure, appartiene agli Oglala, una delle sette tribù dei nativi americani. Nelle sue poesie c’è una determinazione che arriva da molto lontano, cattiveria e ironia stanno insieme. Si dice ciò che si deve dire, si arriva al punto nel miglior modo possibile, eppure si sa che il punto non sarà mai raggiunto, oppure è già avvenuto, sta in quadro astratto che nessuno capirà. C’è il sangue dei nativi nei suoi testi ma non c’è rancore, ci sono conoscenza e amore e grande impatto emotivo. Leggi e vorresti essere un nativo, un Dakota almeno per un po’.

[…] Devo tornare

a quella cosa nera e bagnata
morta sulla strada. Devo voltarmi.
Devo ficcarci dentro la faccia.[…]

Robin Coste Lewis è di Los Angeles ed è stata la prima poeta a vincere il National Book Award con il suo libro d’esordio, dal 1974. I suoi versi sono potentissimi, parlano di cammino da fare e di riscatto, di strada da fare all’indietro perché ogni corpo viene dal passato, dai corpi che l’hanno preceduto. Corpi che hanno subito e amato. Le storie devono passare da lì, il corpo trasporta tutte le donne, ogni corpo è tenuto insieme dalle cicatrici ma anche dai baci.

John Freeman e Damiano Abeni ci regalano sei poeti diversi tra di loro ma legati da una serie di fili cui accennavo nella prima parte dell’articolo. L’America della poesia è questa, è viva, è sterminata come il territorio dove nasce, è molte altre cose che nel tempo andremo a scoprire, a cominciare dai poeti del secondo volume che vedrà la luce entro il 2020. Gli americani, dicevamo, non hanno più bisogno che gli venga spiegata l’America, eppure questi baci, questi poeti non fanno altro che spiegarla nel modo che il nostro tempo richiede, un modo che ha più bisogno di abbracci che di altro.

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