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Ci eravamo spogliati di alcune convinzioni, anche solide, che avevamo sulla poesia nordamericana, dopo aver letto il primo volume di Nuova poesia americana curato da c e Damiano Abeni (uscito per Black Coffe in chiusura di 2019); avevamo visto attraverso i sei poeti presentati un cambiamento sostanziale in quella letteratura, l’impeto, il tumulto non erano più indirizzati verso i diritti civili, la società, la politica, ma verso i desideri, le paure, la ricerca di sé stessi attraverso la comunicazione con gli altri.
Soprattutto, eravamo rimasti conquistati dalla varietà di scrittura, di gestione del verso, del modo di occupare (e di lasciare libero) lo spazio sulla pagina. Del resto è prevedibile che da una nazione così vasta e complessa arrivino modi poetici diversi e, per forza di cosa, somiglianti a qualcosa che abbiamo letto e – allo stesso tempo – decisamente distanti. Le sorprese continuano e, in un certi senso, sono ancora maggiori, con i nuovi sei poeti raccolti in Nuova poesia americana Vol II – ancora a cura di Freeman e Abeni, edito da Black Coffe da pochi giorni.
Nell’introduzione a questa nuova antologia, Freeman apre parlando di solitudine. Scrive che non esiste un territorio capace di farti sentire solo come quello degli Stati Uniti d’America. È un territorio vasto, pieno di confini, da contea a contea, da stato a stato; quei confini però si smarriscono a perdita d’occhio, come se non esistessero più. Ci si confonde. L’americano è solo pure in mezzo a tanta gente, nelle metropoli come nei piccoli posti sperduti tra laghi e montagne. Viene in mente (e ci si commuove un po’) David Foster Wallace, quando in Infinite Jest (Einaudi, trad. Nesi, Villoresi, Giua) scrive: «Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore.»; sono due immagini accostate che invocano calore e solitudine allo stesso modo.
L’io è il protagonista della poetica di tutti i tempi, ma questi confini smisurati, questa dispersione dell’umano in mezzo agli altri e al niente, lo scompongono e lo trasformano di volta in volta in tu, in noi. Era Mark Strand che aveva a cuore la casualità dell’io, quando si domandava perché fosse lui e non un pesce rosso in una vasca di un ristorante di Campobasso. I poeti qui raccolti fanno sì che quell’io diventi per somiglianza, per vicinanza, per amore l’io del lettore. Ed ecco fatto. Leggendoli – grazie alle splendide (nuovamente) traduzioni di Abeni – si ha l’impressione di ricevere in dono dei piccoli reading personali; ognuno di questi autori è in una stanza, di volta in volta, con ciascuno di noi, quei testi ci parlano direttamente – succede la stessa cosa se ascoltate una canzone di Tenco o di Tom Waits, vi pare che siano scritte per voi – ogni verso è nato per noi. Siamo soli a quanto pare, tutti, e la differenza tra chi scrive e chi legge si annulla, come in un abbraccio. Insomma, l’isolamento esiste, l’io poetico pure, ma la poesia avvicina le disperazioni di ciascuno, sutura le ferite l’una con l’altra, e qui Freeman spiega bene: «Se l’isolamento è il prodotto più diabolico della società americana, la poesia è il suo formidabile antidoto».
Andiamo a conoscere questi poeti, differenti (oltreché per il modo di scrivere) per zona di nascita, di origine e di età. La poeta che apre il libro è Kim Addonizio, nata a Washington D. C., ma residente a San Francisco, è una sorta di figlia o sorella letteraria di Gregory Corso. Sono testi, i suoi, colmi di rabbia, che raccontano della cultura americana tra i Settanta e gli Ottanta, che si muovono con il corpo e dal corpo nascono. Sono versi pieni di vita e di morte, di amore e vertiginosa perdita. Addonizio è considerata una regina della rima e scrive versi così:
Per te mi spoglio fino alla guaina dei nervi. / Tolgo i gioielli e li appoggio al comodino. / Sgancio le costole, stendo i polmoni su una sedia. / Mi sciolgo come un farmaco nell’acqua, nel vino. / Sgoccio senza macchiare, me ne vado senza smuovere l’aria. / Lo faccio per amore. Per amore io scompaio.
Ci spostiamo alle Hawaii luogo di nascita di Garrett Hongo. Hongo monta i versi attraverso la forza delle immagini, raccontando la propria infanzia presenta un visione nuova della storia di una terra conosciuta più come luogo fantasioso che reale. Le sue poesie spaziano dallo scorrere del tempo al contrasto con il passato attraverso le vicende di suo nonno. Sanno muoversi tra i colori vividi del Pacifico e il ghiaccio di Chicago e fermarsi a commuoversi sulla tomba di Gramsci a Roma. Versi come questi:
A Chicago nevica piano / e un uomo ha appena fatto il bucato della settimana. […] / Stasera leggo del grande coraggio / di Cartesio nel dubitare tutto / tranne la propria esistenza miracolosa / e mi sento così distinto / dall’uomo ferito che giaceva sul cemento / che ne provo vergogna. // Lasciamo che il cielo notturno lo ricopra nello spirare. / Lasciamo che la fanciulla tessitrice attraversi il ponte del paradiso / e gli stringa le mani.
Il terzo poeta è Lawrence Joseph, uomo che ha l’anima colma di blues, la sua poesia si concretizza nella perdita di contatto che viene dagli spazi, che sono una piazza, una fabbrica, una stanza. E poi dalla perdita di contatto con l’altro che non ti vede perché sei nero sei arabo sei distante. Alcuni versi di Joseph fanno pensare a quel senso di vuoto che si prova entrando in una vecchia fabbrica dismessa, scorgendo un’auto ferma nel parcheggio di un supermarket, con qualcuno seduto al volante, che piange e il nostro dolore esplode perché non ne conosceremo mai il motivo. Jospeh scrive versi così:
«[…] Non voglio pensare / che il proiettile mi ha perforato la spalla, / che i denti marci del tossico / hanno sorriso, i capelli gialli gli si sono gelati. […] Non sono io che urlo contro nessuno a Cadillac Square: è Dio / che ruggisce dentro di me, con la paura / di essere solo.
Dalla Detroit di Lawrence scivoliamo nella California di Kay Ryan. I suoi versi sono scarni, sospesi su un altro confine quello tra mente e corpo, oppure quell’altro, tra illusione e verità. Non siamo unici, secondo Ryan, un po’ ce la raccontiamo, l’indole scettica tipica dell’Ovest (come scrive Freeman) non la abbandona, anzi la supporta rendendola capace di scrivere cose potentissime stando anche nello spazio di due versi. La versatilità e l’originalità che accompagna le sue poesie inchioda e avvolge chi legge, come quando scrive:
La mente deve / riadattarsi / ovunque va / e sarebbe / comodissimo / imporre le sue / vecchie stanze – basterebbe / picchettarle / come una tenda / interiore. Oh, ma / i nuovi fori / non stanno dove / prima c’erano / le finestre.
La quinta poeta è relativamente giovane, si chiama Aracelis Girmay. Nei suoi testi l’io si trasforma immediatamente e, con limpidezza, in un noi, grazie a versi rivolti a persone care, amate. Sono versi potenti che aprono a pertinenze non più terrene, ma universali. Si pensa al divino ma anche alla possibilità concreta di mani che si sfiorano e che si tengono strette a lungo. Lo vediamo leggendo, per esempio:
Ero viva quando sono nati i miei due figli // Era maggio, poi era giugno // Nevicava nelle nostre teste ed ero sorpresa che di tutti gli animali / fosse la neve a venire.
L’ultimo poeta è Kevin Young, la prima poesia inclusa nell’antologia, comincia con un Cara indirizzato alla Stella Polare, ovvero all’infinito, a Dio, a nessuno, a una persona amata. Sono versi sgomenti, di ricerca, di voglia di sperare. Ha ragione Freeman, la sua è una solitudine meravigliosamente americana, che fa venire voglia di perdersi, di ballare, di innamorarsi. Young mette l’individuo nella storia americana e poi lo disperde come pulviscolo, che ciascuno si ricomponga come crede e dove si può. Young scrive cose così:
Sapendo la vostra adesso / spero di dirvi cosa / è significato sentire le vostre / parole è stato un fiume / che ghiaccia lentamente è stata / pioggia che cade nell’acqua / notte che segue / la pioggia nell’acqua un padre / coccodrillo che si sveglia presto / per mangiare i propri figli […].
Questo testo di Young si intitola Lingua ed è lingua nuova che arriva mentre leggiamo in poltrona, in vaporetto, in bus. La bellezza della traduzione ci trasporta un mondo in un altro attraverso la possibilità della lingua spiegata, del linguaggio che migra. Nel nord America avviene qualcosa di molto vivace e interessante, e passa dentro la poesia. Con il secondo volume di Nuovi poeti americani continuiamo a misurarci con il tempo, il corpo, la perdita, la solitudine, l’amore, il dolore, la vita e la morte e rinnoviamo il nostro approccio, la nostra ricerca, che è quella del lettore, la più attenta, la più curiosa.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
Altre info qui:
https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

Benissimo l’entusiasmo del recensore per l’iniziativa, benissimo le lodi allo spirito pionieristico che caratterizza certi piccoli editori ma, ecco, sarebbe anche il caso di dire che pure questo secondo volume di Nuovi poeti americani, come già il primo, presenta i testi soltanto in traduzione: manca del tutto l’originale a fronte. C’è il “marchio d’eccellenza”, la garanzia del traduttore di prestigio: Damiano Abeni – siamo d’accordo; ciò non diminuisce, tuttavia, l’irritazione – più che legittima – di chi vorrebbe/potrebbe/saprebbe trarre godimento dalla lettura dei testi nel loro (necessario, sacrosanto) linguaggio di partenza.
In altre parole: se un difetto esiste – e qui esiste eccome: grosso e persino grossolano -, non si sorvoli su di esso con tanta sperticata graziosità ma, per favore, e soprattutto per onestà informativa, lo si noti. Potrebbe essere, come si suole dire, una critica costruttiva – per i prossimi appuntamenti. (Grazie)
Gentile Egdardo, parto dal finale: quello che per lei è un difetto “grosso e persino grossolano” per me non lo è. Intanto, già quando si trattò del primo volume chiesi a Black Coffe il perché della scelta di non mettere il testo a fronte, mi fu risposto che si era preferito mandare in stampa un volume (e poi un secondo) in un formato compatto e agevole, non ho motivo di dubitare dell’onestà di questa risposta. I due libri, in effetti, sono belli e comodi da portarsi appresso, il secondo volume mi pare abbia 220 pagine. Nel tempo, leggendo parecchia poesia in traduzione (e non soltanto il lingua inglese) ho imparato a fare a meno del testo a fronte, un po’ perché mi distrae dalla lettura e poi perché non conosco il francese, il tedesco, lo spagnolo, il cinese, il russo, l’ungherese e così via, e ho imparato a fidarmi del traduttore, lei ha ragione: Abeni è una garanzia, ma anche Freeman lo è, anche Black Coffe lo è. Secondo me è importante che vengano proposti autori che non si conoscono, mai tradotti, si fornisce una mappatura; e sono questi i punti di forza dei due volumi, da lì il mio giudizio favorevole, che confermo. Chi sa l’inglese può facilmente procurarsi i testi di questi e di altri poeti e leggerli in lingua originale, ho amici che alcuni di questi poeti li hanno già letti comprando i libri nelle edizioni americane. La ringrazio per l’attenzione. Saluti.
Gentile Giuseppe, mi perdoni se insisto nello “scornarmi” con lei – s’intende, è ovvio, amichevolmente. Parto dal mezzo: ciò che per lei ha finito con l’essere una distrazione, il testo a fronte, è la poesia stessa; e poco importa, mi perdoni di nuovo, se lei o io e altri non conosciamo una, due o tutte le lingue che lei menziona. Quando si apre un libro con testo a fronte, per chi non conoscesse affatto la lingua di partenza ci sarà la traduzione, per chi la conoscesse già (bene, benino o male) ci sarà comunque il piacere (o il dispiacere) del raffronto tra originale e traduzione, con l’inevitabile bilancio dei guadagni e delle perdite (e la bilancia lei lo sa, anche nella migliore delle rese, pende sempre a favore delle seconde). La possibilità di un raffronto non dovrebbe, credo, mancare; addirittura, il traduttore stesso dovrebbe auspicarne l’esistenza – tranne quando a ostare a essa non vi siano ragioni editoriali insormontabili – penso specificamente alla prosa, ai romanzi o, per fare un esempio badiale, all’Odissea di Kazantzakis, recentemente tradotta da Nicola Crocetti, il cui originale per chiare ragioni di voluminosità non sarebbe potuto stare accanto, dentro un unico volume, alla sua traduzione – ma si tratta, appunto, di un libro di quasi 1000 pagine.
Riguardo al formato, «compatto e agevole»
– come le fu risposto dall’editore, non ne dubito: sarà questione di “pockettabilità” delle dimensioni, o in altre parole sarà questione di “tasche”.
Un’ultima osservazione riguardo al suo discorso: se per lei la mancanza di testo a fronte in un libro di poesia in traduzione (lei che ne legge tanta) non è un difetto, e dunque lei non ne ha una percezione negativa ma – oso leggere fra le sue parole – neutra (se così posso dire), perché lei, in queste sue recensioni, ha omesso tale informazione?
Voglio pensare che lei, in qualità di recensore (non certamente alle prime armi), sappia bene che la recensione è sì una valutazione critica personale, soggettiva, conseguente al gusto di chi la scrive, ma anche, in parte (sia pur minima?), una raccolta di informazioni oggettive. Io penso, ma forse sbaglio, che parlando di un libro di poesia in traduzione si dovrebbe esprimere un parere appunto sulla traduzione – qui il criterio è soggettivo ma varia, consentirà con me, in base alla competenza che si ha della lingua originale; ma anche segnalare – in questo caso, invece, il criterio è puramente informativo, ma non di scarsa importanza – la presenza o meno del testo a fronte. Cosa che, evidentemente, non è scontata.
Pertanto vorrei domandarle: ritiene che il lettore – la maggioranza dei lettori – della sua recensione condivida con lei questa percezione? Che, cioè, si possa fare serenamente a meno del distraente testo a fronte? Di più: che si possa imparare, come lei, parole sue, ha fatto – fortunato lei, a farne a meno? Se è cosa che si possa imparare, allora, forse c’è speranza per tutti gli asinelli come me.
Perché vede, a me pare che oggigiorno quasi tutte le pubblicazioni di poesia straniera tradotta riportino il testo a fronte – anche gli editori minori operano questa scelta, persino – e forse a maggior ragione – quando la lingua di partenza sia russa, araba, cinese, ungherese e via dicendo – e fatico a trovare libri – ripeto, di poesia straniera tradotta – in cui esso non sia presente. Se allora la scelta dell’editore Black Coffee è in controtendenza – buona o cattiva che sia la scelta, opportune o meno le ragioni che l’hanno originata, asteniamoci dunque dal giudicarla -, non crede che meriterebbe d’essere segnalata?
Ma lei dice: chi vuol leggere l’originale inglese, si compri l’edizione americana. Io, invece, direi: anche secondo me è importante che vengano proposti autori che non si conoscono, importantissimo, ed è degno di lode l’editore che lo fa; con una sostanziale differenza però rispetto a quello che sostiene lei, ponendo cioè una condizione – che la mappatura non rinunci a fornire l’oggetto della mappazione. Così magari, a quel punto, chi avrà la voglia e le conoscenze per approfondire approfondirà le letture procurandosi i libri nelle edizioni americane.
La ringrazio anch’io per l’attenzione, cordiali saluti.
@ Edgardo Gleno
Concordo con lei. Oggi pubblicare un libro di poesia senza testo a fronte costituisce un’eccezione (che va quindi segnalata) – tanto più che in poesia la traduzione, per quanto lodevole e ben fatta e sicuramente necessaria, è sempre un ripiego.
Oltretutto l’operazione sa di presunzione e di scarso riguardo nei confronti del lettore.
(A meno che sotto non ci sia, non dichiarata e forse inconscia, l’idea che la poesia contemporanea, sostanzialmente a forma libera, sia traducibile più o meno senza residui come la prosa. E’ possibile.)
le poesie non solo vanno a capo, stringendosi come un panno in orizzontale; finiscono pure presto, stringendosi in verticale.
a occhio, arrischio: mettendo l’originale non a fronte, bensì in nota, il pocket non avrebbe superato le 260 pp.
Correggo una svista: Gentile Gianni, non Giuseppe. Le chiedo scusa.