di Alessandro Mantovani

Accanto ai gioielli della riviera, che d’estate si trasformano in sobborghi di Lombardia e Piemonte, la Liguria è fornita di un entroterra vastissimo fatto di paesini striminziti e abitati per lo più da anziani. Chi può fugge da questi territori impoveriti e in decadenza, incassati in inaccessibili vallate d’Appennino, che conservano però la memoria lontana di una tradizione popolare che attraversa folkore e Storia.

Proprio questa geografia di assenze lateralmente ligustica struttura Le anime elementari (Interno Poesia 2020), la raccolta di esordio di Simone Biundo.

Il libro, diviso in tre sezioni, spicca per la brevità dei componimenti – collocati spesso ben oltre il territorio dell’apparizione – e per l’abbondanza di modelli riscontrati. Il tenore decisamente lirico del testo infatti si declina in un autobiografismo sintetico che si rifà chiaramente all’illustre tradizione della lirica ligure. Se da un lato ritroviamo quindi una poesia che si dà come fugacità ermetica, in odor di montalianeoccasioni”, la connotazione di una realtà per così dire “in bianco e nero” (ritornello cromatico del testo: «anche le folaghe hanno una chiazza bianca sul nero del becco»; «il bianco e il nero non sono due colori | ma forme che dilungano il rumore delle acque»; «tra i pascoli | bianchi, in un mondo di ciechi») ricorda echi tra Sbarbaro e Rebora; senza contare poi che il riferimento all’entroterra ligure non può che richiamare il modello caproniano di Ballo a Fontanigorda, comune d’Appennino ligure per l’appunto, oggi, di soli 255 abitanti.

In questa realtà dunque assolutamente anti-urbana, silenziosa, svuotata e lenta, il soggetto srotola il suo percorso autobiografico che conduce ad un’acquisizione inaspettata, la scoperta, l’interiorizzazione e la restituzione in poesia della transitorietà che domina le coordinate del reale. Tale concetto si manifesta primariamente nei luoghi stessi che – come abbiamo detto – sono presentati come vere e proprie concrezioni dello scorrere del tempo. Così Castelnuovo Scrivia, Croce di Creto, Framura, Favale di Màlvaro, Noceto di Vobbia e altri compongono il grado zero di una mappa costruita su spazi minimi che illustrano con la loro presenza gli effetti del tempo, i quali si estendono poi come proiezioni agli altri luoghi attraversati dal soggetto: che siano i vicoli del centro di Genova (Via San Bernardo, Piazza Colombo, Via Galata, Vico delle Vele), luoghi naturali e remoti (come il Monte Marsicano o la Valle Gesso) o il sud campano e pugliese, gli spazi si presentano irrimediabilmente colonizzati dal vuoto di cui sono latori, riconsegnando una dimensione metamorfica che educa il soggetto ai meccanismi della realtà.

È qui dunque che si inseriscono nella poesia di Biundo i motivi mutuati dalla tradizione lirica sulla fugacità dei realia e sull’impossibilità di appartenenza e permanenza. Il mondo, che si presenti nell’afrore meridiano (momento della giornata che tradisce nuovamente il modello montaliano: «Sono le 12 e 45»; «Sotto il sole zenitale delle 12» «E che vuoi fare, all’una, non mangiare?»), o nel bianco di una «terra ricoperta di neve, di nebbia, di nubi | e di freddo», o ancora nel buio di cripte o cimiteri, rende edotti su come la presenza sia un dato precario, costantemente minacciato dal fluire metamorfico delle cose e, in definitiva, dalla morte, intesa come sopravvento dell’ordine naturale sulla volontà umana («Ora il fico abita le finestre | dal tetto si sporge la rosa canina | e i rovi riempiono di more le strade || Quel giorno che lo abbiamo | conosciuto abbiamo scoperto la durata.»).

La durata e quindi l’aspetto momentaneo ed effimero di ciò che è dato si situa nel testo alla base di un percorso esplorativo portato avanti in compagnia di una figura femminile, che funge da alterità positiva per il soggetto alternando le funzioni di polo attrattivo ed interlocutore armonizzante tra egli e i contesti incontrati. È attorno al rapporto che i due intercorrono con i luoghi e tra loro stessi (che dà adito a spiragli poetici riferiti a modelli diversi da quelli italiani, ricordando in particolar modo alcuni autori della poesia americana tra cui i testi di Willam Carlos Williams), che si concentra l’osservazione e la comprensione delle momentanee mutazioni che compongono il mosaico del mondo.

Sono molteplici dunque le declinazioni e le modalità di tale processo, che vanno dalla mera trasfigurazione («Stanotte sei diventata una cerva | hai lasciato la tenda sotto la luna | e sei salita sul monte»), alla meditazione sulla morte («Pure tu sarai un teschio, mi hai detto | e mi fa così tanto arrabbiare | spero almeno ti rimangano i denti | ricordano tutte le cose buone | che abbiamo mangiato assieme») alla precarietà della comunicazione digitale del nostro tempo («sul profilo della squadra | ne farà una storia | che fra 24 ore | non vedrà più nessuno. || Spariranno | alla fine del giorno | con le acque del lago») o dei rapporti umani («comunque, quando la viene a trovare | e lei scherza e sorride e gli prepara da mangiare | non può non pensare | che ogni suo momento | precipitosamente | s’avvicina | all’ultimo | e che l’ultimo | potrà essere il prossimo»). La lezione della realtà quindi è identica a come essa si propone attraverso gli spazi: un vuoto illusorio dove «non c’è mai stato niente | solo credere di avergli appartenuto», in cui i conti non tornano ed è facile smarrire e smarrirsi («si slegavano a festa le campane | per annunciare l’assenza»).

La poesia di Biundo dunque, condotta attraverso una versificazione singhiozzata con versi spesso composti da un solo termine o da un sintagma, pur non avendo – come tutti gli esordi – la capacità di affrancarsi nettamente dai propri modelli e pur richiamandosi a tematiche tradizionali della poesia italiana, è tuttavia in grado di raggiungere risultati rimarcabili nel restituirci un modello lirico attraversato da linfe nuove e da quadri di estrema delicatezza.

 

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