John Niven Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-niven/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Apr 2026 19:42:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Niven Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-niven/ 32 32 Uno scrittore scozzese aveva previsto l’ICE https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uno-scrittore-scozzese-aveva-previsto-lice/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uno-scrittore-scozzese-aveva-previsto-lice/#respond Thu, 02 Apr 2026 10:42:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57124 di Federico Trubiano Da fuori arrivarono ulteriori grida: alcuni agenti stavano circondando un pick-up e con il fucile spianato stavano costringendo una famiglia a scenderne. Anzi, un paio di famiglie, sembrava: due donne messicane, diversi bambini piccoli, tutti in lacrime. Anche il tizio che era sparito dalla porta sul retro riapparve all’improvviso, ammanettato e spintonato […]

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di Federico Trubiano

Da fuori arrivarono ulteriori grida: alcuni agenti stavano circondando un pick-up e con il fucile spianato stavano costringendo una famiglia a scenderne. Anzi, un paio di famiglie, sembrava: due donne messicane, diversi bambini piccoli, tutti in lacrime. Anche il tizio che era sparito dalla porta sul retro riapparve all’improvviso, ammanettato e spintonato lungo un fianco dell’edificio da altri due agenti dell’immigrazione che ovviamente aveva trovato lì fuori ad aspettarlo. Continuava a gridare qualcosa alla sua famiglia – «¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato! ¡No te preocupes! ¡Papá regresará en un rato!» – mentre lo spingevano verso il furgone.


La descrizione che avete appena letto sembra essere estratta da un resoconto di azione dell’ICE in Minnesota. Viviamo in un’epoca in cui non sono necessarie trascrizioni e immaginazione per documentare i turpi comportamenti che stanno assumendo queste cosiddette forze dell’ordine. Bastano le immagini: crude, terrificanti, tremendamente reali.
Il testo di cui sopra, però, non è tratto dalla nostra attualità, bensì da un romanzo, pubblicato ormai quasi sei anni fa. L’autore è John Niven, affilato scrittore scozzese che nel luglio 2020 pubblica “La lista degli stronzi”, un romanzo che definire distopico cozzerebbe con la drammatica realtà dei fatti che effettivamente si stanno consumando negli Stati Uniti. Il libro immagina un 2026 con Ivanka Trump alla presidenza, succeduta al padre dopo due trionfali mandati. Niven traccia un futuro in cui la figura di Trump viene raccontata agiograficamente dai media, assoggettati completamente agli ideali ultraconservatori del leader; in cui il culto della personalità nei confronti di Trump è ormai dilagante: la mappa elettorale del Paese sembrava una pozza di sangue sotto il vetrino di un microscopio, una massa rossa screziata appena da un virus blu.


La storia ha come protagonista Frank Brill, ex direttore di un giornale, malato terminale di cancro e con una lista di traumi e sofferenze che potrebbe far impallidire anche Meredith Grey. Il rancore politico di Frank si fonde con l’odio personale e lo porterà a decidere di completare, appunto, la Lista: cinque nomi, cinque persone da uccidere per vendicare il dramma della propria esistenza.
L’aspetto più degno di nota, però, è la costruzione immaginifica degli Stati Uniti di quello che per Niven era il futuro e per noi è il presente: una sovrapposizione tra speculative fiction e realtà che scatena, in chi legge oggi, un senso di stordimento tipico di chi si guarda intorno e osserva un mondo irriconoscibile, lontano dagli standard etici che abbiamo considerato per lungo tempo come inalienabili.
Analizzare le somiglianze tra la fantasia di Niven e gli Stati Uniti contemporanei può aiutarci a leggere la deriva preoccupante che la politica americana ha preso dopo la seconda elezione di Donald Trump. Nel romanzo entriamo nel futuro distopico immaginato dall’autore attraverso la narrazione stessa delle situazioni che fronteggia il protagonista. Lo sguardo disgustato di Frank ci permette di assistere in prima persona a scene apparentemente inspiegabili. Il collegamento più diretto con l’attualità è il reparto Immigrazione, mobilitato direttamente dal presidente.


Tutto a un tratto arrivò un suono di gomme che inchiodavano e tutti quelli in fila alla cassa si girarono verso destra e videro due furgoncini neri appena entrati alla stazione di benzina. Si erano a malapena fermati che alcuni uomini erano già saltati giú e si erano messi a correre verso l’autogrill, tutti con il giubbotto antiproiettile e il casco, i mitra e i manganelli.


Vi ricorda qualcosa? L’intervento diretto ha un preciso scopo: espellere, tramite l’uso coercitivo della forza bruta, i migranti clandestini dal territorio americano. Nella parte finale del romanzo, Niven descrive attraverso gli occhi sbigottiti di Frank la violenza con cui gli agenti esercitano la propria funzione:

Frank vide un uomo dalla pelle bruna che litigava con gli agenti mentre quelli strappavano un suo amico alla moglie e ai figli. Uno degli agenti spinse il tizio verso la macchina. Il tizio rispose con uno spintone. Venne trascinato per terra in un polverone mentre i quattro agenti gli saltavano addosso con i manganelli. […] Non ci volle molto prima che il tizio smettesse di muoversi, di sussultare, e venisse trascinato – esanime? morto? – dentro il furgone.


Il caso della morte di Geraldo Lunas Campos dello scorso 3 gennaio sembra ricalcare fedelmente la descrizione del romanzo. Il 22 gennaio l’agenzia di stampa Associated Press riporta la storia del migrante cubano, di fatto sconfessando la tesi del suicidio portata avanti dagli organi federali: l’autopsia, infatti, stabilisce l’asfissia come causa della morte, avvenuta per effetto della compressione fisica da parte degli agenti sul collo e sul torso, accertata anche dalla presenza di emorragie petecchiali – piccole macchie di sangue dovute a capillari scoppiati, associate a intenso sforzo o trauma – sulle palpebre e sulla pelle del collo. Un testimone racconta la scena, descrivendo come almeno cinque agenti avessero attorniato Lunas Campos, dopo averlo ammanettato e sbattuto a terra, e di come uno di loro gli avesse messo un braccio attorno al collo fino a fargli perdere conoscenza.

Il caso di Lunas Campos è solo uno degli esempi dell’utilizzo spropositato della violenza da parte degli agenti dell’ICE. Più recentemente abbiamo assistito alla diffusione di un video di un arresto in cui due agenti federali trascinavano e sbattevano la testa di un detenuto – il 35enne Isai Santos Caceras – contro il muro di un edificio antistante.

Nonostante sia stata l’amministrazione Bush nel lontano 2003 ad istituire l’ICE all’interno del dipartimento di Sicurezza nazionale, il 2025 – con questo inizio di 2026 che segue lo stesso copione – è stato l’anno in cui l’ICE ha modificato la sua natura. Se prima aveva uno scopo preventivo, perseguendo le infiltrazioni di migranti pericolosi per la sicurezza nazionale, oggi assistiamo a una vera e propria opera di rastrellamento dei migranti clandestini. L’importanza politica dell’agenzia si può leggere fondamentalmente attraverso due declinazioni: il dispiego di fondi e gli incentivi ai nuovi agenti. A livello economico, infatti, il bilancio annuale di 9-10 miliardi di dollari canonici è stato implementato da uno stanziamento pluriennale di 75 miliardi nell’ambito della One Beautiful Bill – la discussa legge di bilancio entrata in vigore lo scorso luglio con uno scarto minimo alla Camera e casus belli della lite tra Trump e Elon Musk – che ha reso già quest’anno, nonostante i fondi siano stanziati fino al 2029, l’ICE l’agenzia più finanziata della storia degli Stati Uniti.
A settembre 2025, il governo americano faceva sapere tramite una nota sul proprio portale di aver ricevuto 150mila candidature per entrare nell’agenzia, una chiara conseguenza della campagna di reclutamento avviata appena un mese dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. L’ICE, infatti, ha diffuso sui propri canali social una serie di contenuti dal forte simbolismo patriottico, oltre a fornire incentivi economici non indifferenti e la cancellazione dei debiti studenteschi. Come se non bastasse, l’agenzia ha accorciato i tempi di addestramento dei nuovi agenti – da tredici a otto settimane – e ha alzato l’asticella dell’età massima per fare richiesta.

In altre parole, l’amministrazione Trump ha riempito di risorse economiche un’agenzia che ha fatto leva sul sentimento patriottico dei suoi sottoposti, spediti direttamente a perlustrare le strade e operare retate, senza l’adeguata preparazione. Le conseguenze sono drammatiche.

– Signore? Signore? – Frank si girò. Aveva davanti un poliziotto, uno della coppia che era lí fin dall’inizio. – Mi dispiace ma deve consegnarmi il suo telefono -. Gli stava già porgendo un sacchettino per le prove.

– Cosa? – disse Frank.

– Clausola 14, sottosezione Irb del Super Patriot Act del 2022: «È illegale interferire in qualsiasi modo con le autorità nell’espletamento delle loro funzioni, effettuando sia registrazioni video che audio».

Nel mondo reale, fortunatamente, la possibilità di filmare le azioni degli agenti e diffondere le immagini tramite i social media sono le principali armi a disposizione dell’opposizione, ciò che ha permesso la diffusione repentina dell’indignazione che ha portato allo scatenarsi di proteste. Il caso più eclatante, in questo senso, è l’omicidio di Renee Nicole Good dello scorso 7 gennaio.

Renee Nicole Good era una scrittrice che stava partecipando a un’operazione di monitoraggio organizzata dai cittadini per controllare l’operato dell’ICE, assieme alla moglie Becca Good, presente al momento dell’omicidio e che nel video qui riportato riconosciamo come la donna con gli occhiali da sole che filma l’uscita dalla camionetta degli agenti. Le due donne erano attive come volontarie in una rete di “pattuglie di quartiere” composta da centinaia di attivisti locali per tracciare e registrare le operazioni dell’ICE a Minneapolis. E dalle dichiarazioni di Michelle Gross, presidente dell’associazione Community united against police brutality, emerge che era proprio ciò che stavano facendo al momento dello sparo dell’agente Jonathan Ross.

Naturalmente neanche una prova schiacciante come un video realizzato direttamente dal killer basta a smontare la strenua resistenza alla verità da parte delle istituzioni americane. È sufficiente leggere il commento del vicepresidente JD Vance al video pubblicato sui propri canali social: «A molti di voi è stato detto che questo agente delle forze dell’ordine non è stato investito da un’auto, non è stato molestato e ha ucciso una donna innocente. La realtà è che la sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa». Oltre al tentativo del vicepresidente di ribaltare la narrazione, definendo Good come vittima della sua ideologia di sinistra.

Il problema della manipolazione narrativa da parte delle istituzioni politiche non è certo una novità nel panorama politico. Lo stesso Niven ci fornisce nel romanzo una sintesi drammatica, uno spaccato della nostra attualità.


Due poliziotti stavano già percorrendo la coda per confiscare i telefoni e recitare il Super Patriot Act, che ormai Frank conosceva a memoria. Ovviamente non sarebbero riusciti a requisire tutti i cellulari e il filmato dell’aggressione sarebbe spuntato nei soliti posti, a sostegno delle solite teorie opposte. Sulla Cnn sarebbe stata presentata come aggressione gratuita ai danni di un innocente, indice dei poteri quasi del tutto illimitati dell’Immigrazione.
Sulla Fox come la difesa della nostra libertà da parte di un manipolo di soldati coraggiosi che rispondeva alla provocazione di un immigrato clandestino, molto probabilmente un membro della temutissima MS-13. Sui siti orientati a sinistra come prova provata di uno Stato di polizia. Su quelli orientati a destra come prova di uno Stato di vigilanza. La sinistra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la destra avrebbe creduto quello che avrebbe creduto e la gente che stava in mezzo, la gente sballottata di qua e di là, avrebbe alzato le mani e detto: «Come faccio a capirci qualcosa?»

Nel romanzo, un ruolo estremamente rilevante è ricoperto dalla diffusione capillare delle armi da fuoco. Il protagonista Frank ha subito un lutto terribile: la morte della moglie e del figlio in una sparatoria occorsa nella scuola elementare frequentata dal bambino dove insegnava la donna. La commistione tra pubblico e privato, tra rancore personale e odio
politico trova un antagonista nella National Rifle Association (NRA), la cui mission lobbistica nella diffusione delle armi da fuoco diventa concausa scatenante della furia omicida dello stesso Frank.

Il paradosso tra realtà e finzione, in questo caso, è ancora riconducibile agli eventi di cronaca legati alle azioni violente delle forze dell’ordine, nello specifico del caso recentissimo dell’omicidio di Alex Pretti da parte di due agenti della polizia di frontiera. Si tratta del secondo caso in poche settimane in cui la vittima è un cittadino americano e la linea difensiva del governo è la legittima difesa: nel caso di Good la sparatoria era stata giustificata con il tentativo da parte dell’attivista di investire gli agenti con la propria automobile; nel caso di Pretti, invece, l’infermiere 37enne era presuntamente reo di aver minacciato gli agenti con una pistola. Anche in questo caso, i video smentiscono la versione.

Nell’ambito delle violenza perpetrate dall’ICE, la NRA si era schierata inizialmente con l’amministrazione Trump, incolpando i democratici del clima incandescente in cui versa la città di Minneapolis. L’omicidio di Pretti, però, ha imposto all’organizzazione una retromarcia dalla portata storica epocale: essendo Pretti armato, al momento della sparatoria, la NRA ha cambiato linea comunicativa, optando per la vicinanza alla vittima. Un cambio di paradigma che ci aiuta a comprendere la distanza che si sta facendo sempre più profonda tra la cittadinanza e il governo: se anche in casi di sparatorie nelle scuole – come Niven analizza con cinismo nel romanzo – la NRA aveva strenuamente difeso il diritto dei cittadini a difendersi e ad avere con sé delle armi, le azioni dei due poliziotti della polizia di frontiera
mettono in luce una delle contraddizioni del governo: come può essere salvaguardato il diritto alla difesa personale se avere con sé una pistola durante un’azione di protesta – con peraltro un regolare permesso – può portare a un omicidio da parte di un agente federale?

La lista degli stronzi non andava letto quando è stato pubblicato come una palla di vetro per comprendere il futuro. E oggi non può essere letto come una cronaca accurata del presente che stiamo vivendo. La penna di Niven, però, anticipa drammaticamente alcuni eventi che si stanno mostrando sotto i nostri attoniti occhi in questa nuova accezione ultraconservatrice della politica americana.
Mentre il mondo rivolge lo sguardo al Medio Oriente, Trump non ha (ancora) raso al suolo la Corea del Nord con le bombe atomiche o non ha costruito campi di detenzione per migranti clandestini, come immagina Niven nel romanzo. Eppure, se alcune di queste profetiche visioni dell’autore scozzese si sono concretamente realizzate e fanno parte della nostra attualità, viene da porsi una questione che esprime tutta la frustrazione nel vedere la figura politica più influente del mondo spostare le regole etiche sempre un po’ più in là. Una domanda semplice, ma apparentemente senza risposta: qual è il limite?

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Consigli di lettura per settembre https://minimaetmoralia.it/libri/letture-settembre-biferali/ https://minimaetmoralia.it/libri/letture-settembre-biferali/#comments Fri, 11 Sep 2020 11:58:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44055 di Giorgio Biferali

Sono terminate da non molto le nostre “piccole vacanze”, e mentre si discute un po’ di tutto, dal razzismo atavico ai nuovi canoni di bellezza, da Nolan che fa film noliani al fantamercato calcistico, fino, addirittura, all’imminente riapertura delle scuole, tra test sierologici e banchi monoposto, ho l’impressione che questo mese di settembre, nonostante tutto, possa rappresentare il momento ideale per tornare a guardarsi un po’ intorno e rimettere a fuoco tutto quello che ci circonda.

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di Giorgio Biferali

Photo by Aaron Burden on Unsplash

Sono terminate da non molto le nostre “piccole vacanze”, e mentre si discute un po’ di tutto, dal razzismo atavico ai nuovi canoni di bellezza, da Nolan che fa film noliani al fantamercato calcistico, fino, addirittura, all’imminente riapertura delle scuole, tra test sierologici e banchi monoposto, ho l’impressione che questo mese di settembre, nonostante tutto, possa rappresentare il momento ideale per tornare a guardarsi un po’ intorno e rimettere a fuoco tutto quello che ci circonda. Per rimettere a fuoco la realtà e riprenderci il tempo che abbiamo perduto, oltre a programmare i nostri prossimi viaggi e a immaginare il nostro posto in un mondo che sta cambiando rapidamente e profondamente, secondo me, i libri, o meglio una lista di libri, potrebbe farci ritrovare un po’ di equilibrio, farci sentire un po’ meno smarriti.

John Niven, La lista degli stronzi (traduzione di Marco Rossari, Einaudi)

“Oggi, negli Stati Uniti, c’erano solo due modi per convincere un medico a passare da casa tu: essere ricco o essere morto”. Basterebbe questa frase per convincere chiunque abbia un po’ di buon senso a leggere questo romanzo. L’idea è semplice, siamo nel 2026, Ivanka Trump è il primo presidente donna degli Stati Uniti, e Frank Brill, malato di cancro e prossimo a morire, decide di investire tutti i risparmi, tutto il tempo che gli rimane, per uccidere i cinque “stronzi” che figurano nella sua lista, tra cui c’è anche Donald Trump. La scrittura è rapida, luminosa, brillante, ci si mette poco ad affezionarsi a un personaggio umano, “troppo umano”, come Frank, che non essendo un serial killer, anzi, non essendo proprio un killer, nel momento di uccidere si fa prendere da crisi di ogni tipo. È un futuro che somiglia tanto al nostro presente, e questo, per fortuna, scongiura qualsiasi rischio di leggere un romanzo distopico.

Javier Cercas, Terra Alta (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda)

Nella vita, bisognerebbe leggere almeno un romanzo di Javier Cercas. Anzi no, bisognerebbe leggerli tutti. Per come sono scritti, che hai l’impressione di trovarti davanti a uno di quelli che Pontiggia chiamava “contemporanei del futuro”, perché ti aiutano a ritrovare il tuo lato migliore, quello più vulnerabile, sincero, umano, perché anche quando capisci che l’autore sta giocando con la scrittura, con il romanzo, con te che stai leggendo, niente di tutto questo è fine a se stesso, anzi, ha un che di miracoloso. Qui ci troviamo nella comunità autonoma della Terra Alta, in Spagna, nella provincia di Tarragona, con un detective, Melchor, costretto a fare i conti con diversi casi irrisolti, primo fra tutti il suo passato, che non vuole lasciarlo in pace. Un personaggio strano, Melchor, che ha imparato ad amare i classici quand’era in carcere (soprattutto I Miserabili, che lo aiuta nelle scelte importanti), che quando c’è il silenzio intorno a lui non riesce a dormire, che non beve alcol, ma solo Coca-Cola. Indimenticabile.

Règis Jauffret, Papà (traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy)

“Mi direte che la vita è solo un pacchetto di anni che ti sbattono in faccia quando nasci per permetterti di avere il tempo di abituarti a morire”. Jauffret, dopo Microfictions, attraverso poche immagini, e aggrappandosi a quello che è rimasto dei suoi ricordi, recupera la figura paterna alla luce della propria identità, di un ruolo difficilissimo, quello di padre, che adesso ricopre anche lui. Amore e rabbia, amarezza e umanità, realtà e fiction, non più “micro”, anche perché, come confessa il padre-figlio Regis, “si può datare in circa diecimila anni”. “Come se tu non sapessi che scrivere di se stessi è una forma di incontinenza”. Un altro capolavoro.

Michele Masneri, Steve Jobs non abita più qui (Adelphi)

Fa pensare ad Arbasino, sì, ma anche a Tom Wolfe, a tutti quegli autori tipo Capote e Thompson che scopri in un pomeriggio qualunque all’università quando annunciano che di lì a poco ti parleranno del genere “reportage”. Si trovano nomi noti e meno noti, e Masneri dà del tu a tutti, li accoglie con leggerezza nella giostra del suo linguaggio, e tutto quello che succede, per come lo racconta, meriterebbe la prima pagina del Times. I neologismi, le parole composte, le lingue che si confondono, l’ironia pungente ma anche ingenua, felice, buona. Un viaggio indimenticabile, una guida della California che neanche la versione più radical hipster della lonelyplanet può offrirti. Si percepisce lo stato d’animo del racconto, quel sentimento capace di lasciarti in sospeso, a metà tra il fascino per tutto quello che stai guardando e la giusta distanza che serve per poterlo raccontare. Ogni tanto, durante la lettura, pensavo mamma mia quanto è bravo Masneri. E mi tornava in mente quella frase: “è così noioso essere bravi, si rischia di diventare abili”.

Chris Ware, Rusty Brown (traduzione di Francesco Pacifico, Coconino)

Sembra di vedere uno di quei film che non dimenticherai mai, già lo sai mentre lo guardi, lo capisci fin dalle prime scene. RustyBrown è il personaggio che apre queste piccole grandi storie, è il centro dell’universo, per davvero, è l’universo che gira intorno ai suoi disagi, alle sue insicurezze, alla sua vulnerabilità, non il contrario. Gli adulti sono tristi, il più delle volte, i ragazzi hanno paura degli altri ragazzi, e anche di diventare tristi come gli adulti. Meglio la paura della tristezza. Siamo tutti RustyBrown, o almeno io sì, lo sono stato, lo sono ancora, un supereroe che sente tutto, anche quando parlando a bassa voce, anche se dicono cose brutte. È l’unico modo per esserci, e per salvarsi.

Adrian Tomine, La solitudine del fumettista errante (Rizzoli Lizard, traduzione di Vincenzo Filosa)

Sembra facile raccontare la propria vita, ma non è così, altrimenti saremmo tutti scrittori. Adrian Tomine racconta Adrian Tomine, il fumettista errante, che viaggia da un paese all’altro per portare in giro i suoi libri, tra illusioni, malintesi, premi mancati. Lampi di una carriera in cui non si sa bene dove andare, né cosa cercare, in cui quello che troviamo, alla fine, non è poi così male come sembrava. È il mondo che ci ha deluso o siamo noi a essere perennemente insoddisfatti? Questa è la vera domanda. La cosa bella, una delle cose belle, ecco, è che Tomine non risponde, forse perché non conosce la risposta, forse perché non ha più voglia di cercarla. E fa bene, ha scritto un libro meraviglioso.

Jia Tolentino, Trick Mirror (traduzione di Simona Siri, NR edizioni)

Nella stesso filone di autori come Sherry Turkle e JonRonson, che è quello della non-fiction sensibile e brillante, Jia Tolentino (nata il 20 novembre 1988, di un giorno più giovane di me), giornalista del New Yorker, scrive un libro generazionale, epocale, in cui si mette a nudo (racconta anche di quando partecipò a un realitiy show) e parla dell’essere donna, del femminismo, del rapporto con gli altri, dei social network, dell’egomania ai tempi di internet, e lo fa ferocemente, spontaneamente, anche rischiando di sbagliare, a volte, o di essere troppo approssimativa. E come dice lei, “dovremmo vergognarci quando non riusciamo a esprimere solidarietà senza metterci al primo posto”.

Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo (traduzione di Daniela Idra, add editore)

“Le cose buone richiedono tempo, si sa”. Non conoscevo Thomas Girst, curatore di mostre, professore, manager culturale di BMW, e adesso anche scrittore. Ha scritto un libro importante, che già dal titolo, una frase fatta che di solito si usa per rimandare qualche impegno o per autoconvincerci che abbiamo ancora un po’ di tempo per portare a termine qualcosa, lascia intuire il protagonista delle sue storie. In un momento storico in cui andiamo sempre di corsa, in cui sembra che cose come i tempi morti e la noia non esistano più, Girst ci racconta delle vite particolari, dal postino Cheval all’opera di John Cage che verrà suonata fino al 2640, che oggi potrebbero sembrarci impensabili, ma che ci fanno riflettere sul modo in cui si insinua il tempo nelle nostre vite, e ci fanno riprendere un po’ di respiro, e ritrovare noi stessi.

Byung-Chul Han, La società della stanchezza (traduzione di Federica Buongiorno, nottetempo)

Non così lontano da Girst, almeno concettualmente, e rifacedosi a Foucault, Nietzsche, Kafka, Handke, Melville, Byung-Chul Han ridefinisce il concetto di stanchezza, che non rappresenta affatto un elemento negativo delle nostre vite, ma che invece diventa il sentimento, il varco spazio-temporale dentro cui possiamo riprenderci la nostra vita. Non è la vita contemplativa a renderci passivi, ma, paradossalmente, quella attiva, che ha un ritmo troppo frenetico, e rischia di trascinarci in un vortice di azioni meccaniche che non dovremmo fare. È una “stanchezza dagli occhi limpidi”, attraverso cui possiamo reimparare a guardare le cose, ritrovando lo stupore di un bambino che gioca.

Marc Augé, Piccole felicità malgrado tutto… (traduzione di Cristina Guarnieri, Castelvecchi)

Questo libro piccolo piccolo, che non richiede troppo tempo e si può leggere anche quando si è stanchi, fa pensare a quel libro cult di Kurt Vonnegut uscito qualche tempo fa per minimum fax: Quando siete felici, fateci caso. Il grande teorico dei non-luoghi, anche se apparentemente meno ottimista di Vonnegut, attraversa il linguaggio, i luoghi comuni, le pubblicità, i malintesi, le illusioni, i desideri del genere umano, per trovare la felicità. Anzi, le felicità, al plurale, per dimostrare a tutti la loro esistenza. E lo fa con grazia, rivelandoci lentamente che è negli incontri, nei rapporti umani, nel continuo confronto con gli altri. Alla fine, invecchiare non basta per smettere di sentirsi felici.

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