Kate Moss Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kate-moss/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Nov 2016 12:54:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Kate Moss Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/kate-moss/ 32 32 L’umanismo postmoderno di Peter Lindbergh a Rotterdam https://minimaetmoralia.it/arte/lumanismo-postmoderno-peter-lindbergh-rotterdam/ https://minimaetmoralia.it/arte/lumanismo-postmoderno-peter-lindbergh-rotterdam/#comments Thu, 03 Nov 2016 13:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32669 Questo articolo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. Immagine: Peter Lindbergh, “Debbie Lee Carrington and Helena Christensen”, El Mirage, California, Vogue Italia. Courtesy Peter Lindbergh, Paris-Gagosian Gallery.

Peter Lindbergh, uno dei più famosi fotografi di moda degli ultimi trent’anni, ha appena inaugurato una grande retrospettiva negli spazi della Kunsthal di Rotterdam a cura di Thierry-Maxime Loriot, significativamente intitolata A Different Vision on Fashion Photography (Una diversa visione della fotografia di moda), visitabile fino al 12 febbraio.

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Questo articolo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. Immagine: Peter Lindbergh, “Debbie Lee Carrington and Helena Christensen”, El Mirage, California, Vogue Italia. Courtesy Peter Lindbergh, Paris-Gagosian Gallery.

Peter Lindbergh, uno dei più famosi fotografi di moda degli ultimi trent’anni, ha appena inaugurato una grande retrospettiva negli spazi della Kunsthal di Rotterdam a cura di Thierry-Maxime Loriot, significativamente intitolata A Different Vision on Fashion Photography (Una diversa visione della fotografia di moda), visitabile fino al 12 febbraio.

La mostra permette di spaziare nella lunga attività dell’autore (dal 1978 al presente), attraverso 220 fotografie che documentano i passaggi più notevoli che segnano l’invenzione di un nuovo sguardo: dalle top model fotografate per strada a New York in pose naturali e spontanee nell’estate del 1989 o nel 1991 come una gang di motocicliste alla famosissima e controversa foto delle “camicie bianche” scattata per Vogue nel 1992, dai riferimenti al cinema espressionista tedesco ai servizi fotografici che sperimentavano narrazioni fantascientifiche, assemblando l’universo della moda e il cinema anni Cinquanta, Lindbergh ha messo a punto un approccio che si può definire “umanistico” alla fotografia di moda, ridefinendo uno stile e un intero linguaggio.

Questo approccio ha esercitato una notevole influenza sull’immaginario collettivo, in particolare tra anni Ottanta e Novanta, distinguendosi sempre il tentativo di distanziarsi rispetto a ogni stereotipo (“Questa dovrebbe essere oggi la responsabilità dei fotografi: liberare le donne, e ognuno, dal terrore della giovinezza e della perferzione”). E offrendo un’interpretazione innovativa della bellezza femminile (tra le tantissime top model da lui ritratte e delle quali ha di fatto lanciato la carriera: Cindy Crawford, Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Kate Moss, Claudia Schiffer, Lara Stone) che segue fedelmente questa massima: “se elimini ogni artificio, puoi vedere la persona reale”.

In un mondo dominato dal glamour, dallo spettacolo e dalla superficie patinata, il fotografo di origini polacche nei suoi lavori apparsi oltre che su Vogue su riviste come Interview, Harper’sBazaar e Marie Claire ha introdotto così l’importanza delle storie: storie vere e storie finzionali, in cui l’elemento umano è sempre centrale. Come ha affermato la modella e attrice Milla Jovovich durante la conferenza stampa di presentazione: “accanto alla ‘verità’, per me nel lavoro di Peter è sempre stata importante la storia immaginaria che si sta svolgendo, o il reportage della vita di qualcun altro che viene scattato. Ho avuto così la possibilità di esprimere qualcosa, e di abitare un altro mondo.”

Questo aspetto narrativo e cinematico viene indagato in maniera approfondita e esaustiva nelle otto sezioni che danno conto di un percorso coerente e in costante evoluzione, con lavori eseguiti su commissione e altre serie più personali. Per esempio la recente The Unknown, in cui personaggi famosi del mondo della moda e del cinema sono calati in situazioni misteriose e apocalittiche (invasioni aliene, esplosioni nucleari, catastrofi imprecisate) con un’attenzione al fuori-campo vicina alle opere di Cindy Sherman.

In un’epoca caratterizzata da un diluvio visivo e informativo senza precedenti, da un sovraccarico di immagini prodotte e riprodotte sui social network in una connessione costante, è importante osservare fotografie come queste, realizzate con cura e senza trucchi di sorta, perché permettono di recuperare una dimensione in cui l’attenzione e l’attesa giuste rivelano l’autenticità nascosta sotto strati e livelli di finzione.

Questa ricerca – a prima vista così strettamente connessa al mainstream e al più caduco dei territori culturali – conserva in realtà una grande lezione riguardo al modo in cui viene veicolata in quest’epoca la rappresentazione dell’identità. “Un fotografo di moda – ha dichiaratoPeter Lindbergh nel maggio di quest’anno alla rivista Art Forum – dovrebbe contribuire a definire l’immagine contemporanea della donna o dell’uomo, e riflettere una determinata realtà sociale. Quanto è surreale invece il fatto che l’agenda commerciale oggi imponga di ritoccare tutti i segni riconducibili alla vita e all’esperienza, di ritoccare cioè la stessa verità personale del volto ritratto?”

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Lo spirito punk dei Primal Scream https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-spirito-punk-dei-primal-scream/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lo-spirito-punk-dei-primal-scream/#respond Sat, 28 May 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31106 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. Per chi volesse approfittarne, i Primal Scream saranno in Italia per tre date a luglio (fonte immagine).

di Chiara Colli

Nel 2016 Londra celebra “40 anni di cultura sovversiva” con “Punk. London”, festival lungo dodici mesi in cui, a unire le forze, ci sono realtà istituzionali ma pure (ex) angry kids della controcultura, come il circuito di negozi indipendenti Rough Trade e lo storico locale 100 Club.

Sempre nel 2016, può capitare che Joe Corré – figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, nonché co-proprietario del facoltoso marchio di lingerie Agent Provocateur – faccia notizia per la decisione di bruciare cimeli punk del valore di svariati milioni di sterline come protesta per l’insostenibile carattere istituzionale della manifestazione.

A dispetto di “ricorrenze” e “prese di posizione”che trovano la propria ragion d’essere più nel gesto che nella sostanza,nel 2016 c’è anche uno come Bobby Gillespie, che quello spirito punk ‘77 ce l’ha nel DNA almeno quanto l’educazione socialista e la faccia da eterno adolescente. Questi suoi tratti distintivi fanno sì che un’intervista all’agitatore culturale dei Primal Scream, oggi, abbia senso a prescindere dall’uscita di un nuovo album, Chaosmosis, e dal fatto che si tratti del più pop tra gli undici pubblicati dal 1987 a oggi dalla band storicamente condivisa con Andrew Innes (e attualmente anche con Martin Duffy, Little Barrie Cadogan, Darrin Mooneye Simone-Marie Butler… a proposito: Mani, ci manchi).

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Primal Scream

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. Per chi volesse approfittarne, i Primal Scream saranno in Italia per tre date a luglio (fonte immagine).

di Chiara Colli

Nel 2016 Londra celebra “40 anni di cultura sovversiva” con “Punk. London”, festival lungo dodici mesi in cui, a unire le forze, ci sono realtà istituzionali ma pure (ex) angry kids della controcultura, come il circuito di negozi indipendenti Rough Trade e lo storico locale 100 Club.

Sempre nel 2016, può capitare che Joe Corré – figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, nonché co-proprietario del facoltoso marchio di lingerie Agent Provocateur – faccia notizia per la decisione di bruciare cimeli punk del valore di svariati milioni di sterline come protesta per l’insostenibile carattere istituzionale della manifestazione.

A dispetto di “ricorrenze” e “prese di posizione”che trovano la propria ragion d’essere più nel gesto che nella sostanza,nel 2016 c’è anche uno come Bobby Gillespie, che quello spirito punk ‘77 ce l’ha nel DNA almeno quanto l’educazione socialista e la faccia da eterno adolescente. Questi suoi tratti distintivi fanno sì che un’intervista all’agitatore culturale dei Primal Scream, oggi, abbia senso a prescindere dall’uscita di un nuovo album, Chaosmosis, e dal fatto che si tratti del più pop tra gli undici pubblicati dal 1987 a oggi dalla band storicamente condivisa con Andrew Innes (e attualmente anche con Martin Duffy, Little Barrie Cadogan, Darrin Mooneye Simone-Marie Butler… a proposito: Mani, ci manchi).

Politica, popular music e ovviamente punk: se è in forma – e da quando ha smesso con droghe e alcol lo è quasi sempre – Gillespie è una fonte inesauribile di spunti. Sicuramente più maturo, ma non molto meno sovversivo dei tempi in cui stava in piedi dietro la batteria dei Jesus and Mary Chain, l’angry kid di allora esce fuori e si entusiasma quando ricorda l’ultimo e unico passaggio in Italia per il tour di Screamadelica nel 2011, inclusa l’invasione di palco da parte del pubblico al Parco della Musica di Roma, “La parte migliore del live, prima eravamo troppo distanti dal pubblico!”; quando si infervora nel parlare di capitalismo finanziario e fascismi contemporanei e il suo accento scozzese si impenna; quando racconta come, senza Sex Pistols, Clash, The Jam, Buzzcocks e Generation X, non ci sarebbero stati i Primal Scream “Perché il punk è stato l’Anno Zero, ciò che mi ha dato la possibilità di essere un sognatore”.

Sovversivo almeno quanto l’amico ed (ex) boss della Creation Records Alan McGee, di cui si sente ancora l’eco di frasi miliari come “In fin dei conti, ciò che mi esalta più del socialismo, della droga, della religione e di qualsiasi altra cosa è il punk”.

L’appuntamento telefonico con Bobby G. ha luogo una mattina di febbraio. A sorpresa, la voce dall’altra parte della cornetta è squillante, “Credo a causa dei tanti caffè presi per tenere il ritmo delle interviste tra una prova e l’altra per il live al festival di BBC Radio 6”. Come in quel video in cui è ospite del Ronnie Wood Show, Gillespie è genuinamente disponibile a ripercorrere la strada che da quel primo concerto dei Thin Lizzy con McGee al Glasgow Apollo nel ’76 lo ha condotto fino a un album synthpop in cui compare la femme fatale Sky Ferreira.

Un album che non è tra i migliori dei Primals, ma che appare coerente in una discografia in cui nessun episodio è uguale al precedente e dove, per forma o contenuto, c’è (quasi) sempre stata la volontà di essere aderenti al proprio presente. “More Light era un album di free rock psichedelico, con brani lunghi. Per Chaosmosis, con Andrew abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso, pezzi corti e pop. Sai, sono stato colpito dalla morte di David Bowie. Credo che l’inclinazione al cambiamento che abbiamo sempre avuto, da Screamadelica Vanishing Point, XTRMNTR e fino a oggi, sia molto legata all’impatto di Bowie sulla nostra formazione. È stato uno dei primi artisti che abbiamo ascoltato, insieme a T-Rex, Slade e Sweet: ho sempre provato rispetto e ammirazione verso la sua attitudine al cambiamento. Definisco questo disco depressivo-estatico-realista,espressione che mi diverte e include i contrasti di Chaosmosis: un dualismo fatto di canzoniche parlano di solitudine, ma con una veste musicale pop, positiva”.

Il fascino di Gillespie sta anche nel modo in cui la sua enciclopedica passione per il rock’n’roll riesce a rendere organico e interessante tutto ciò che fa parte del suo universo. Il primo degli aspetti passati in rassegna è la la scrittura dei testi, che in Chaosmosis alludono più che in passato alla sfera personale. “Non è un album che parla della rottura di un rapporto ma delle sue fasi di stallo, quelle in cui manca la capacità di comunicare e la sofferenza si protrae per l’impossibilità di creare una connessione tra due individui. Mi sembrava un buon tema per un brano pop: sono canzoni d’amore nella loro versione più cupa, è la solitudine ad essere protagonista”.

Ma è quando arriviamo all’uso delle parole, che Gillespie tira fuori gli assi. “Sono un fan della musica nera degli anni ’60 e ‘70, mi piace il modo in cui molte canzoni blues e soul hanno testi diretti, un linguaggio colloquialefacile da capire. Questa è sempre stata la grande ispirazione per la mia scrittura, i brani soul vanno dritti al punto. Sono cresciuto con pezzi come Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (ne canta qualche verso, NdR) o (If Loving You Is Wrong) I Don’t Want To Be Right, reinterpretata da vari musicisti tra cui The Faces – ‘Are you wrong to give your love, to a married man… And am I wrong trying to hold on, to the best thing I ever had’. Ho amato queste canzoni perché cantavano di storie vere, ed è quello che cerco di fare anche io con le mie.

Dopo la doppia collaborazione con Mark Stewart per Autonomia e Culturecide a cavallo tra 2012 e 2013, la presenza di Sky Ferreira in Chaosmosis ricorda, piuttosto, il duetto con Kate Moss ai tempi di Evil Heat in Some Velvet Morning. “La voce di Sky ha la capacità di trasmettere allo stesso tempo sofferenza ed estasi, un senso di vulnerabilità composto da forze contrastanti”. Descrizione che, alziamo le mani, sembra calzare perfettamente con lo spirito dell’album, in cui compaiono anche le Haim. Scelte che possono lasciare perplessi i seguaci dei Primals più acidi, dub e visionari, sebbene coinvolgere giovani leve sia un atteggiamento in linea con la vocazione nel diffondere (anche) nuova musica che Gillespie ha manifestato ultimamente tramite i social network.

A differenza della gran parte delle rockstar, la pagina Facebook dei Primal Scream è puntellata di consigli per gli ascolti che vanno da classici a band più o meno recenti – tra i favoriti, spiccano Foxygen, Allah Las e Deerhunter. “Trovo giusto parlare di giovani band che ritengo valide, contribuire a farle conoscere”. Su quella stessa pagina, è impossibile non notare anche i manifesti pro Corbyn o la maglietta con logo dei Black Flag su cui campeggia il nome di Bernie Sanders: attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, Gillespie ha trovato un altro, potente megafono per esprimere il proprio dissensopolitico.

È a questo punto che, in un crescendo di concitazione e accento Glaswegian come neanche Jim Reid nell’85, il compagno Bobby si sfoga senza soluzione di continuità. “Un artista non può non essere influenzato dal contesto culturale che lo circonda: pittura, cinema, musica, ma soprattutto quello che succede in Europa e nel proprio Paese. Un artista non può vivere solo nel mondo dell’arte, deve essere attento a ciò che accade nella realtà e nelle strade. In Occidente condividiamo gli stessi problemi, dal Regno Unito alla Grecia, dagli Stati Uniti alla Germania, viviamo in un tempo fatto di rivoluzioni, in cui tutto cambia con velocità. Andiamo incontro a una nuova era oscura, in tutta Europa c’è una crescente diffusione di nuove forme di fascismo, dovute anche alle imposizioni del capitalismo finanziario: iniquità, durezza delle tasse e ristrettezze hanno reso milioni di persone incazzate. Questa insofferenza viene utilizzata come esca da gruppi nazionalisti e fascisti o dal fondamentalismo religioso. L’Europa è piena di angry kids, forse non dovrei dirlo ma ho l’impressione che persino coloro che hanno partecipato all’attacco del Bataclan siano giovani arrabbiati ed emarginati, che per questo ce l’hanno con la società francese; il capitalismo finanziario è un culto morto che sta conducendo le persone a uno spettacolo fatto di collera e disperazione, che si manifesta anche con suicidi, depressione, dipendenze. La società attuale ti dice che se non sei un individuo che produce ricchezzanon ha bisogno di te, ma l’integrazione è necessaria. Dall’alto si tende a indebolire la forza di volontà delle persone, a minare la voglia di combattere contro certe logiche. Il motivo per cui il popolo è disperato è legato alla mancanza di giustizia da parte delle istituzioni”.

Figlio di un sindacalista che negli anni 60 gestiva un club folk a Glasgow, Gillespie è cresciuto ascoltando i dischi di Ray Charles e Supremes dei genitori e con idee politiche molto chiare. In Come ho resuscitato il Brit Rock di Paolo Hewitt, McGee racconta che nonostante il fragoroso colpo di fulmine per il punk condiviso tra il ‘76 e il ‘77, Bobby abbia nutrito a lungo reticenze verso i Jam perché “Credeva che Weller fosse un conservatore”. Le idee socialiste sembrano inseparabili da quegli anni in cui Bobby era l’addetto alla stampa delle copertine delle primissime uscite Creation, biennio 1983/84. “Il punk mi ha plasmato da quando ero adolescente, è stata la ragione per cui ho iniziato a frequentare i concerti. Osservare i gruppi con quell’attitudine do it yourself è stato di enorme ispirazione: prima di suonare in una band facevo flyer, copertine e poster per i live. Il punk mi ha dato il coraggio di essere me stesso, di seguire l’indole di artista e sognatore”.

Incredibile quanto quel periodo storico torni come termine di paragone in relazione a Screamadelica e alla scena acid house in cui l’album fu creato. “Come nel punk, nel ’90 non c’era separazione tra produzione e fruizione musicale, noi eravamo tanto i fan quanto quelli che facevano musica. Erano cambiate le droghe – invece dello speed c’era l’ecstasy, senza cui Screamadelica non sarebbe nato – ma, come dieci anni prima, tra ’80 e ’90 ogni settimana uscivano album nuovi, da Detroit, L.A., Chicago: c’era un sacco di musica underground interessante e aggressiva, sentivi che in Inghilterra la scena acid house era il luogo in cui si concentrava il picco dell’energia positiva”. Ristampe recenti e venticinquennali imminenti a parte, Screamadelica fa capolino in Chaosmosis nei suoni del brano d’apertura, Trippin’ On Your Love: “Quando ho fatto sentire l’album a Andy Weatherall, mi ha detto ‘Oh, se conosco questa band!’, per poi restare shockato rispetto alla direzione inaspettata del resto del disco”.

Ma c’è ancora un altro legame. L’intenzione di concepire ogni brano come un singolo, obiettivo che i Primals avevano sia nel ‘90 sia durante la scrittura di Chaosmosis. “Siamo cresciuti con le radio Top 40, che negli anni 70 mandavano solo singoli: Bowie, T-Rex, Sweet, Roxy Music, Sex Pistols, The Jam, Clash. Anche guardando agli anni 60, Beatles, Stones, Kinks… La nostra cultura era fatta di singoli, non si pensava agli album ma a quei 12 pollici sperimentali e psichedelici e allo stesso tempo moderni. Come potevi passare in radio e farti conoscere se nonconbuoni singoli? Con Screamadelica sapevamo che, quando una band aveva dei singoli, diventava parte della cultura popolare. È così che entri nella testa delle persone, che si ricordano quelle canzoni per il resto della loro vita”. Just what is it that you want to do? We wanna be free, we wanna be free to do what we wanna do.

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I Primal Scream suoneranno in Italia il 18 luglio al Postepay Rock In Roma, il 19 luglio al Festival acieloaperto di Rocca Malatestiana (Cesena) e il 20 luglio al Mojotic Festival di Sestri Levante (Genova).

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Un ricordo di Lucian Freud https://minimaetmoralia.it/arte/un-ricordo-di-lucian-freud/ https://minimaetmoralia.it/arte/un-ricordo-di-lucian-freud/#respond Fri, 16 Dec 2011 12:24:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5979 di Richard Newbury Come ci si sente, si chiede Martin Gayford, a posare da amico, oltreché rinomato critico d’arte internazionale, per due ritratti, un olio e un’acquaforte, fatti da un artista che ancora in vita – ha compiuto 88 anni l’8 dicembre – è diventato Old Master, Antico Maestro, e il cui nonno inventò quell’altra […]

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di Richard Newbury

Come ci si sente, si chiede Martin Gayford, a posare da amico, oltreché rinomato critico d’arte internazionale, per due ritratti, un olio e un’acquaforte, fatti da un artista che ancora in vita – ha compiuto 88 anni l’8 dicembre – è diventato Old Master, Antico Maestro, e il cui nonno inventò quell’altra minuziosa indagine che mette a nudo l’essere umano, la psicoanalisi? Quando Martin Gayford si propose come modello a Lucian Freud, si conoscevano già perché qualche volta avevano pranzato insieme o erano andati a un concerto jazz.

«Le andrebbe di cominciare il prossimo giovedì sera?». «Ed è stato così – scrive Gayford in Man with a Blue Scarf: on sitting for a portrait by Lucian Freud, il suo libro appena uscito da Thames & Hudson, pp. 247, £ 18,98 – che attraversando lo specchio sono passato dallo scrivere di arte al diventarne un pezzo – anzi due pezzi, l’olio Man with a Blue Scarf e l’acquaforte Portrait Head -, un processo durato più di un anno e mezzo».

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