In

1foto

Questo articolo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. Immagine: Peter Lindbergh, “Debbie Lee Carrington and Helena Christensen”, El Mirage, California, Vogue Italia. Courtesy Peter Lindbergh, Paris-Gagosian Gallery.

Peter Lindbergh, uno dei più famosi fotografi di moda degli ultimi trent’anni, ha appena inaugurato una grande retrospettiva negli spazi della Kunsthal di Rotterdam a cura di Thierry-Maxime Loriot, significativamente intitolata A Different Vision on Fashion Photography (Una diversa visione della fotografia di moda), visitabile fino al 12 febbraio.

La mostra permette di spaziare nella lunga attività dell’autore (dal 1978 al presente), attraverso 220 fotografie che documentano i passaggi più notevoli che segnano l’invenzione di un nuovo sguardo: dalle top model fotografate per strada a New York in pose naturali e spontanee nell’estate del 1989 o nel 1991 come una gang di motocicliste alla famosissima e controversa foto delle “camicie bianche” scattata per Vogue nel 1992, dai riferimenti al cinema espressionista tedesco ai servizi fotografici che sperimentavano narrazioni fantascientifiche, assemblando l’universo della moda e il cinema anni Cinquanta, Lindbergh ha messo a punto un approccio che si può definire “umanistico” alla fotografia di moda, ridefinendo uno stile e un intero linguaggio.

Questo approccio ha esercitato una notevole influenza sull’immaginario collettivo, in particolare tra anni Ottanta e Novanta, distinguendosi sempre il tentativo di distanziarsi rispetto a ogni stereotipo (“Questa dovrebbe essere oggi la responsabilità dei fotografi: liberare le donne, e ognuno, dal terrore della giovinezza e della perferzione”). E offrendo un’interpretazione innovativa della bellezza femminile (tra le tantissime top model da lui ritratte e delle quali ha di fatto lanciato la carriera: Cindy Crawford, Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Kate Moss, Claudia Schiffer, Lara Stone) che segue fedelmente questa massima: “se elimini ogni artificio, puoi vedere la persona reale”.

In un mondo dominato dal glamour, dallo spettacolo e dalla superficie patinata, il fotografo di origini polacche nei suoi lavori apparsi oltre che su Vogue su riviste come Interview, Harper’sBazaar e Marie Claire ha introdotto così l’importanza delle storie: storie vere e storie finzionali, in cui l’elemento umano è sempre centrale. Come ha affermato la modella e attrice Milla Jovovich durante la conferenza stampa di presentazione: “accanto alla ‘verità’, per me nel lavoro di Peter è sempre stata importante la storia immaginaria che si sta svolgendo, o il reportage della vita di qualcun altro che viene scattato. Ho avuto così la possibilità di esprimere qualcosa, e di abitare un altro mondo.”

Questo aspetto narrativo e cinematico viene indagato in maniera approfondita e esaustiva nelle otto sezioni che danno conto di un percorso coerente e in costante evoluzione, con lavori eseguiti su commissione e altre serie più personali. Per esempio la recente The Unknown, in cui personaggi famosi del mondo della moda e del cinema sono calati in situazioni misteriose e apocalittiche (invasioni aliene, esplosioni nucleari, catastrofi imprecisate) con un’attenzione al fuori-campo vicina alle opere di Cindy Sherman.

In un’epoca caratterizzata da un diluvio visivo e informativo senza precedenti, da un sovraccarico di immagini prodotte e riprodotte sui social network in una connessione costante, è importante osservare fotografie come queste, realizzate con cura e senza trucchi di sorta, perché permettono di recuperare una dimensione in cui l’attenzione e l’attesa giuste rivelano l’autenticità nascosta sotto strati e livelli di finzione.

Questa ricerca – a prima vista così strettamente connessa al mainstream e al più caduco dei territori culturali – conserva in realtà una grande lezione riguardo al modo in cui viene veicolata in quest’epoca la rappresentazione dell’identità. “Un fotografo di moda – ha dichiaratoPeter Lindbergh nel maggio di quest’anno alla rivista Art Forum – dovrebbe contribuire a definire l’immagine contemporanea della donna o dell’uomo, e riflettere una determinata realtà sociale. Quanto è surreale invece il fatto che l’agenda commerciale oggi imponga di ritoccare tutti i segni riconducibili alla vita e all’esperienza, di ritoccare cioè la stessa verità personale del volto ritratto?”

Condividi

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

christiancaliandro@minimaetmoralia.it

Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021). 

Articoli correlati