le ripetizioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/le-ripetizioni/ un blog di approfondimento culturale Tue, 25 May 2021 12:41:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg le ripetizioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/le-ripetizioni/ 32 32 “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi https://minimaetmoralia.it/libri/le-ripetizioni-di-giulio-mozzi/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-ripetizioni-di-giulio-mozzi/#respond Tue, 25 May 2021 12:06:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48702 Dopo aver pubblicato oltre una trentina di libri, tra narrativa e saggistica, Giulio Mozzi, alla soglia dei sessant’anni, ha finalmente esordito con il suo primo romanzo. S’intitola “Le ripetizioni” (Marsilio), narra di Mario e della sua strana vita, sospesa tra normalità e follia. Due donne sembrano dividerlo tra Padova e Roma, ma di mezzo c’è […]

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Dopo aver pubblicato oltre una trentina di libri, tra narrativa e saggistica, Giulio Mozzi, alla soglia dei sessant’anni, ha finalmente esordito con il suo primo romanzo. S’intitola “Le ripetizioni” (Marsilio), narra di Mario e della sua strana vita, sospesa tra normalità e follia. Due donne sembrano dividerlo tra Padova e Roma, ma di mezzo c’è Santiago, un diavolo che lo spinge a commettere orribili atrocità. Ma andiamo con ordine.

Il libro si apre con il ricordo di qualcosa accaduto molti anni prima, che poi risulterà inventato. Tutto nasce da una passeggiata nel giardino di Boboli a Firenze, un paio d’ore libere, da riempire, e improvvisamente “un’ondata di profumo lo prese in pieno. Un profumo forte e violento. Esaltato dalla pioggia del mattino e dal sole di giugno. Mario lo riconobbe: il profumo del bosso”.

La presenza del Bosso ravviva la sua giornata. Quell’odore fa scattare in lui ricordi lontani, legati all’infanzia e all’adolescenza. Il meccanismo somiglia alla madeleine di Proust che riassaporando il famoso biscotto, non mangiato da anni, ha l’effetto di riportarlo nel passato. Mario va indietro nel tempo, prima alla recente visita alla casa del Petrarca e poi al giardino del Castello, a San Daniele del Friuli. Ma ritornando un giorno in quel giardino, scopre che non c’è il bosso, non c’è mai stato. Il suo ricordo non corrisponde alla realtà, si tratta di un ricordo fasullo, partorito dalla sua fantasia. Questo non lo turba più di tanto. “Che importa, si diceva, se a riportarmi tutti quei ricordi veri è stato un ricordo falso? L’importante è che io abbia i miei ricordi; che io abbia una vita da ricordare, anziché una parete bianca”.

Restando nell’ambito dei ricordi e delle cose appartenute al passato, Mario ritorna a pensare a quelle foto scattate un giorno alla Biennale di Venezia nel 1972, durante una gita scolastica, nella macchina per fototessere, quelle che sono scomparse dalle nostre città, ma un tempo usavano tutti per avere le foto da mettere sui documenti.

Mario ricorda di essere stato l’unico della sua classe ad essersi prestato al gioco. Quattro scatti dentro la cabina e la striscia di foto incollate alla parete grande, insieme a molte altre. A Mario, dopo tanti anni, prende la curiosità di scoprire dove siano finite.

“Che fine avranno fatto, tutte quelle fototessere? Franco Vaccari le avrà conservate? O saranno state strappate dagli addetti alla pulizia, dopo la chiusura della Biennale?”

Così si mette alla ricerca di Vaccaro, l’ideatore di quella installazione, riesce a trovarlo e rinviene anche la sua striscia di quattro foto scattate “quasi due terzi di vita fa”. Erano conservate in una grande stanza che funziona da archivio, dentro uno degli scatoloni. Nel quarto scatto, insieme alla sua faccia un po’ imbronciata c’è quella di Bianca che per divertimento ha messo la testa nella cabina poco prima del quarto scatto. Per Mario una sorpresa, non ricordava quella simpatica intrusione.

Un altro capitolo importante della vita di Mario è quello dei viaggi, costretto a spostarsi per ragioni di lavoro, tra Padova e Roma, è come se vivesse una doppia vita, ma se ne rende conto solo in treno: “quando sono in viaggio e devo attraversare la soglia che porta da un mondo all’altro, da una realtà all’altra, da una vita all’altra”.

In questo stato di sospensione, o terza vita, nascono altre storie, quelle dei viaggiatori che incontra e osserva attentamente, già felicemente illustrate in un libro precedente: “Sono l’ultimo a scendere”, pubblicato nel 2009 da Mondadori.

Nei suoi libri si ha sempre la sensazione che Mozzi stia svelando fatti personali, a lui accaduti, ma ovviamente non è così, molto dipende dal tipo di voce che usa per narrare, vicino al protagonista, anche con la terza persona, e lasciando uscire la parte più intima, quella che spesso teniamo nascosta e non riveliamo a nessuno. Tutto ciò avviene attraverso una scrittura chiara, precisa, accattivante, con ripetizioni studiate, a volte ridondanti, ma confacenti al suo stile.

Tornando al romanzo, mi piace evidenziare il personaggio di Gas, questo pittore della porta accanto, che dipinge un po’ a occhi chiusi e poi chiede il parere a Mario, o si serve di lui per far colpo sulle donne. Di solito non si fa molti problemi con le donne, per lui “ogni donna è un’altra donna e basta, tutte uguali, tutte comunque sia…” come canta Vasco Rossi in una vecchia canzone in coppia con Gaetano Curreri.

Il romanzo è entrato nella dozzina del Premio Strega 2021, su proposta di Pietro Gibellini che nella sua motivazione, tra le altre cose, ha scritto: “A differenza di tanta narrativa che corteggia il bene astratto e la quiete consolatoria, raccontare del male e del disordine che si annida in ciascuno di noi significa indagare la nostra possibilità di redenzione e speranza”.

Non è un libro da leggere sotto l’ombrellone, tanto per essere chiari. A momenti di struggente tenerezza, nutriti di nostalgia e sentimenti puri, come ad esempio il capitolo riguardante i genitori, si alternano perversioni sessuali intollerabili. E seppure ci troviamo nel mondo della finzione, leggere certe cose indigna e ferisce il lettore. Personalmente ci ho messo un po’ di giorni a riprendermi e a considerare il romanzo con il giusto distacco.

Mozzi ha sconfinato, in alcune parti del romanzo, in un territorio che non è propriamente il suo. Certe pratiche sessuali, la violenza, l’uccisione di anime innocenti, riguardano più il genere thriller o noir e autori “spietati” come ad esempio Jo Nesbo o Stieg Larsson. Dallo scrittore padovano ci aspettiamo altro, come i capitoli che sembrano riecheggiare le sue storie più belle. Tutta la parte iniziale del libro ci riporta all’atmosfera magica di “Questo è il giardino” e ai suoi racconti più riusciti.

 

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Le ripetizioni: redenzione, battimenti e soluzioni infinite https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-ripetizioni-redenzione-battimenti-e-soluzioni-infinite/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-ripetizioni-redenzione-battimenti-e-soluzioni-infinite/#comments Fri, 05 Feb 2021 07:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47749 Le ripetizioni di Giulio Mozzi hanno la capacità di mettere il lettore al centro di una moltiplicazione, nel bel mezzo di un processo di scissione cellulare, dove tutto raddoppia, triplica, torna, ritorna, e non si ha più nessuna certezza se non la conferma che è tutto finto.

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The sea of the simulation
keep your feelings in memory

No time no space – Franco Battiato

 Sulla scrivania riposano le bibbie di questi giorni: Carta Carbone, Le belle bandiere e L’anima e le forme, mi capita che alcuni libri restino a farmi compagnia per settimane, mesi, anni interi. Se ne stanno lì e diventano un centro di gravità, ogni lettura in qualche maniera si collega, citazioni dentro citazioni, riferimenti, collegamenti. Le pagine de Le ripetizioni di G.M. non hanno fatto eccezione, anzi. Prima di rileggere Il male naturale e La stanza degli animali, sempre di G.M., avevo letto La memoria dell’uguale di A. Z., la cui nota di lettura è già comparsa su queste pagine. Bene, a pagina 35 delle ripetizioni di G.M. è possibile rintracciare una frase molto simile a quella che potreste aver letto a pagina 117 di A. Z. Un caso, forse. O forse no, ma non è questo il punto. Il punto è che si può sviluppare un fenomeno di sincronismo, indotto o meno, tale da rendere ogni lettura connessa. Leggendo una lettera di C. indirizzata all’amico scrittore M.V.L. in merito al  romanzo La casa verde ritrovo alcune riflessioni che avrei potuto scrivere riguardo Le ripetizioni: “[…] l’irritante e, a volte  esasperante ambiguità dei piani temporali, che esige dal lettore un’attenzione sempre lucida, gli episodi che coesistono in un solo momento […] ed è naturale avvicinarli”. Poco più avanti parlerà di ricorrenze e risonanze, simulando un paragone musicale che mi sono ritrovato ad adottare anche io, sebbene in una diversa sfumatura. Allora non mi pare un caso che il protagonista de Le ripetizioni si chiami Mario come l’autore de La casa verde. Dico questo anche perché la mia lettura de Le ripetizioni non può in nessun modo non risentire della già confidenza con l’universo, i personaggi e le ossessioni di G.M. Una lettura, quindi, influenzata, in qualche modo stimolata, forse più partecipata, più entusiasmante, ma non per questo migliore. Quando si è troppo dentro le cose si rischia di non vedere. È certo che un lettore a cui capiti di leggere Le ripetizioni in modo del tutto fortuito, casuale, imprevisto, potrebbe provare qualcosa di diverso, di più genuino, di meno costruito. Questa ignoranza, in senso lato, la invidio moltissimo. Ed era giusto dirlo. L’effetto su di me è stato quello che lo stesso G.M. mi ha aiutato a definire di battimento. Procediamo però con ordine, o almeno proviamoci.

Questa lettura resterà a lungo un’eccezione, per mille motivi. Il più stimolante è l’unicità dell’esordio, un esordio che non è tale, un primo romanzo figlio di uno dei più esperti, apprezzati raccontisti italiani. Già questo rende anomalo l’approccio alle ripetizioni e non può non influenzarlo. Mi ci sono avvicinato con la curiosità di un ateo che entra in Chiesa, si avvicina all’altare, punta verso la Croce e chiede al Cristo un miracolo. Fammi vedere che sai fare, una sorta di provocazione, timida certo, impaurita anche, ma pur sempre una provocazione. Immergersi in queste pagine è stato come ritrovarsi sulla riviera romagnola della mia adolescenza, muovermi a stento nel mare basso, andare verso le onde, cercare di raggiungere un punto dove tuffarmi e ritrovarmi invece sempre e soltanto con l’acqua alle ginocchia. Non arrivano le onde alte, non si finisce sommersi – neanche quando la vicenda si fa immorale – ma ci si esaspera nel tentativo di bagnarsi del tutto, ci si deve accontentare di questa bassa marea sempre uguale, finché a un certo punto non ci si accorge che sarà sempre così, volutamente così, identicamente uguale, ripetuto appunto. Se dovessi trovare un parallelismo, tralasciando i vari Rayuela & Giuoco dell’oca che si rifanno all’intitolazione non cronologica o potenzialmente rimodulabile, citerei la scrittura di Perec: nello specifico mi è sembrato di trovarmi di nuovo con lo stesso magone di W o un ricordo d’infazia, di fronte alla realtà plurima, ingannevole, ripetuta, inventata. All’incapacità di ricostruire una storia definita e conoscere con certezza i personaggi. Non ho altra scelta che evocare quanto ho per troppo tempo chiamato l’irrevocabile: quello che è stato, quello che si è interrotto e quello che si è concluso […] quello che è stato perché io continui a essere scrive Perec e M. nei suoi racconti incrociati pare fare esattamente questo, o almeno è questa la sensazione che mi ha restituito. I ricordi di Perec sono sbiaditi, ricostruiti, inventati, si arricchiscono di un dettaglio che poi viene sostituito, si moltiplicano, esattamente come capita a ognuno di noi che a un certo punto della sua vita – se non ha qualcuno affianco che possa confermare, se non ha prove fotografiche, diari, documenti – arriva a chiedersi se i suoi siano ricordi reali oppure inventati. Le ripetizioni di G.M. hanno la capacità di mettere il lettore al centro di una moltiplicazione, nel bel mezzo di un processo di scissione cellulare, dove tutto raddoppia, triplica, torna, ritorna, e non si ha più nessuna certezza se non la conferma che è tutto finto. Che siamo in un romanzo. Che siamo nel romanzo del romanzo. L’autore ci parla dello scrivere, della sua stessa poetica, della letteratura che parla di letteratura, in un testo che ha un sapore antico. Il primo grande effetto è questo delle infinite possibilità. Come una disequazione che ammette uno, nessuno o infiniti risultati, queste Ripetizioni non possono che fornire infinite soluzioni: le storie i cui personaggi sono condannati a vivere sono infinite, si rincorrono, si sdoppiano. Non è un racconto, non è un romanzo. È come se fossimo all’interno della teoria della relatività di Einsten – che tra l’altro G.M. cita a pagina 220 – dove il tempo diventa suscettibile di errore, le storie partono dallo stesso punto e viaggiano in parallelo. Si vive l’esperienza di una narrazione che cerca di superare i suoi stessi limiti e, come dice lo stesso autore ne Il male naturale, […] la bellezza dei tentativi inutili perché sono la misura dei nostri limiti e della nostra umanità. Umanità che è al centro della narrazione anche quando è dispersa, distrutta, dilaniata, anche quando si viaggia nel suo opposto, nella brutalità ogni volta più estrema. Così scoprii il peccato e tremai dinanzi all’idea della morte si legge nella autobiografia di Octavio Paz, ma potremmo leggere le stesse parole nell’autobiografia di Mario, protagonista centrale delle ripetizioni di G.M., se non forse addirittura alter ego, identità accentratrice, seme primordiale dal quale nascono quasi tutti gli altri personaggi.  La genesi pare infatti duplice, o almeno è questa l’impressione che ho avuto durante la lettura: Bianca e Santiago da un lato, dominatori più o meno lucidi e perversi, e Mario, Viola, Gas e tutti gli altri dall’altro lato, condannati a ripetersi. Dalla lettura di Perec esci stremato, da quella di M. ti domandi se non sia il caso di ricominciare qualcosa, senza sapere neppure bene cosa. Però a queste cose ci ho pensato una volta terminata la lettura. È giusto partire dall’inizio ovvero da quello che ho immaginato prima ancora di iniziare.

Una lettura durata poco meno di 7 giorni, anticipata da una breve rilettura di alcuni racconti e da una lunga riflessione. G.M. ha anticipato l’uscita con dettagliate note per ricostruire una cronaca stessa del romanzo: in quelle note, lette prima di avvicinarmi alle pagine, ho trovato non solo conferma di ciò che avrei poi letto, ma anche di quello che avevo immaginato. L’autore mi pare che abbia lavorato per dimenticare regalando alla mia lettura l’esigenza, la volontà, il desiderio di sapere, di sapere il più possibile. E forse è proprio per questa ragione che sono riuscito ad arrivare fino in fondo, a seguire anche i passaggi più lenti, gli ennesimi ritorni sulle medesime vicende di sempre, a seguire le ossessioni nelle loro possibili declinazioni. Citando lo stesso G.M. muoiono e risorgono data l’impossibilità di morire, vivono eternamente data l’impossibilità di fuggire. Dimenticare diventa un’ossessione, così come il provare a vedere tutte le cose: Dimentico con tutta la mia volontà e ancora Ad occhi chiusi vedo tutto. La lettura dei racconti di M. mi aveva necessariamente preparato alla lettura di un metaromanzo, di un romanzo frammentato, di un romanzo del romanzo, sapevo che avrei dovuto fare i conti con una linea temporale inaffidabile, con personaggi bugiardi, con segreti sempre più neri. Tutta l’opera preparatoria a questo romanzo – e non parlo soltanto della Cronaca scritta apposta dall’autore, ma anche delle varie raccolte di racconti che hanno avuto vita propria ma necessariamente finiscono per essere inglobati in quest’universo che pare essere il tutto – mi aveva generato un sentimento che definirei fatalista, oltre a delle aspettative che di solito ho di fronte ai classici, ovvero i morti. Mi è apparsa come un’opera postuma. E che M. sia ancora vivo appare quasi un dettaglio trascurabile. Un autore che vuole o non vuole, che ne fa in ogni caso una questione di volontà. Se conoscessi la filosofia direi che c’è qualcosa di kantiano in tutto questo, qualcosa di profondamente cattolico, qualcosa di anacronistico. La redenzione che M. cerca per i suoi personaggi è impossibile, ne viene progressivamente cancellata ogni possibilità, laddove poteva nascondersi un pentimento nasce l’ennesima perversione, l’ennesimo delirio, l’ennesimo errore – che spesso diventa sinonimo di peccato. Forse per questa ragione mi pare che Le ripetizioni siano carne della stessa carne de Il male naturale, e non perché l’autore è lo stesso, ma perché ritorna a distanza di più di 20 anni – e poco importa se il testo è stato a lungo abbandonato, non è un caso che la prima versione sia nata subito dopo la raccolta, si sa che il cervello lavora anche autonomamente – a ragionare sugli stessi angoli inconoscibili dell’essere uomo. Al centro di ogni pensiero c’è quell’esistenza morale e psicologica di cui a pagina 336 finisce per dubitare,  rendendo evidente al lettore, come in altri passaggi, la sua presenza. Con questi sentimenti ho aperto la prima pagina de Le ripetizioni e ho avvertito, immediatamente, la sensazione di pericolo. Qualcosa minacciava il protagonista, e non è un nemico che si nasconde fuori ma che vive dentro. I ricordi sono un campo minato, l’assedio peggiore che ci possa capitare di dover sopportare. Quindi ho letto. E leggendo ho avvertito quello che chiameremo, forse impropriamente,  battimento.

Piccola premessa. È molto probabile che questo effetto non possa essere riscontrato in chi non ha già letto qualcosa di G.M., in quanto è necessario che ci sia una sorta di ritorno, una stessa melodia che suona a frequenze diverse: onde identiche leggermente sfalsate, ossia le ossessioni, i personaggi e le vicende dei racconti e le ossessioni, i personaggi e le vicende del romanzo. Se è vero che già nelle pagine si va incontro a una continua ripetizione delle situazioni, l’aver presente chi è già stato Mario – e fa sorridere leggere a pagina 17 che il Mario di quei tempi non l’abbiamo conosciuto perché chi ha letto i racconti non potrà non pensare che invece lo conosce, lo conosce eccome – apre a ulteriori ripetizioni. Il battimento è un fenomeno fisico, tipico dell’acustica, che viene utilizzato anche come tecnica musicale perché permette di modulare frequenze diverse restituendo all’orecchio umano una frequenza media e un’ampiezza che invece è data dalla differenza delle due frequenze. Pare complesso da spiegare, ma vi basterà andare qui per ritrovare un esempio pratico di quanto detto. Il battimento non fa altro che generare un terzo suono, diverso dal primo e diverso dal secondo, quindi un’ennesima possibilità. E se l’autore ne traccia molteplici, il battimento è, per chi crede di conoscere quell’universo, un’elevazione a potenza di tali possibilità. N possibilità elevate alla n, tendono all’infinito in un istante ed è così che ci si sente man mano che si va avanti con la lettura. Si aprono tante di quelle linee che è impossibile distinguere l’originale, ammesso che esista. Ammesso che ci sia una verità in tutta questa menzogna è impossibile rintracciarla. E M. vince se, come credo, era questo uno degli obbiettivi che giustificano anche la struttura stessa del testo. Non è fine a se stessa. Non è un capriccio. Non è una soluzione di comodo. M. non scrive un romanzo come se fossero tanti racconti perché – come dice anche lui non sa scrivere romanzi – ma perché questa forma permette di restituire al meglio l’universo del suo romanzo. M. non è uno sprovveduto.

Fin qui mi sono concentrato sull’effetto che il romanzo, la sua struttura, i personaggi mi hanno restituito, ma non posso trascurare l’effetto che fa la presenza dell’autore nel romanzo. Che Le ripetizioni siano un metaromanzo non è importante da un punto di vista formale, chi se ne importa, ma da un punto di vista emotivo. Pare, infatti, di chiacchierare con l’autore, andando a conoscere delle opinioni estremamente importanti. Si fa conoscenza di G.M. leggendo i suoi racconti, ma ancora di più sfogliando queste pagine. Si pone, fin da subito, fin dalla prima pagina, una distanza che mette narratore, autore e lettore sulla stessa linea – non parallela come le vicende e i protagonisti – ma punti della stessa identica retta. Il narratore ha alle sue spalle l’autore che a sua volta è seduto davanti al lettore. Leggendo ho avuto l’impressione di leggere nella testa non solo dei personaggi, grazie al narratore, ma di leggere anche nella testa dell’autore. Pare proprio di cadere all’interno del processo che ha generato il romanzo, non nell’officina, ma in un acceleratore di particelle: lì dove la materia entra e cambia costantemente forma, ma mai sostanza. Su questo effetto potrei restituire infinite citazioni, ma cercherò di concentrarmi su due macrocategorie che, a mio modesto parere, mi appaiono anche come le più interessanti: la poetica e le ossessioni. Tutte e due, a ogni modo, finiscono per restituire, via via che si procede con la lettura, a una mappatura perfetta per rileggere tutta l’opera in una nuova prospettiva – che poi è quello che dovrebbero fare tutti i testi ben riusciti, ma in questo caso la nuova prospettiva è forse anche la stessa prospettiva dell’autore. Fin dalla prima pagina si leggono frasi come priva dell’attributo della realtà, ma dotata di quella della verità che se non sono una dichiarazione di intenti, di priorità, di necessità, poco ci manca. A pagina 15 non è difficile immaginare l’autore seduto accanto ai suoi personaggi cosa che le vedove fanno, ritualmente, non si sa se convinte o complici dell’illusione, come se chi si avvicini alla sepoltura e vi sosti accanto avesse effettivamente che fare con la persona sepolta. Il dubbio che stia parlando di se stesso non può non sorgere. Sempre del rapporto con i personaggi si può leggere a pagina 94 perché è diverso quando uno si rende conto di aver preso su di sé, senza volerlo, o piuttosto al di là di ogni proprio consapevole volere, parti di vita di altre persone, sconosciute. Sconosciute, capisce? Completamente sconosciute. E sono qui, da me. Non si può non leggere e domandarsi quale sia stato l’effetto delle ripetizioni su G.M. E tra il Mario de Il male naturale e il Mario de Le ripetizioni? È difficile capire dove sia il collegamento e la verità, se siano o meno lo stesso personaggio, chi venga prima, chi dopo, ma a tal proposito pare venirci ancora incontro l’autore quando fa raccontare allo stesso Mario d’aver sognato Don Chisciotte e infila, nel bel mezzo della narrazione, l’episodio del secondo Don Chisciotte. Un escamotage letterario quello di Cervantes, il falso Chisciotte che viene smentito dal vero Chisciotte, che è forse un messaggio: M. fa smentire per bocca dei suoi personaggi gli altri personaggi che portano lo stesso nome? Non lo so, probabilmente a un certo punto del viaggio, la sovrapposizione di realtà, mi ha mandato in confusione. All’ennesimo 17 giugno, ad esempio, è stato naturale scomporre questa data tanto ricorrente nel libro: 17 + 6, poiché giugno è il sesto mese, fa 23. Non so cosa cercassi di preciso, ma mi pare che la cabala abbia risposto: scemo. Il rapporto tra autore e protagonista che appare a pagina 227 quando è la solita congerie di dettagli inessenziali che negli anni [Mario] mi ha raccontato non so quante volte. Eccole le ripetizioni nelle ripetizioni. O come quando, poche pagine più avanti, si racconta di un libro al cui interno un inquisitore prova a estorcere informazioni a dei personaggi che però non conoscono la verità, che fanno sforzi infiniti per restituirla, ma non sanno cosa raccontare, non possono esaudire il desiderio di certezza e di pena dell’inquisitore. Non c’è redenzione. È forse M. l’inquisitore della sua stessa storia?

Avrei potuto rintracciare altri collegamenti, riportare altre citazioni, ma avrei finito per ripetermi. E questo è un privilegio che possono permettersi soltanto quelli che sanno scrivere per davvero. Resta la sensazione di aver saputo quello che non si voleva sapere e che tutto quello che doveva succedere è già successo. Anche senza di noi. Dentro milioni di pagine che ritornano e si amplificano ogni volta che se ne aggiunge una. Rubando a Malesangue una frase mi viene da domandare: quante volte deve accadere una storia affinché accada davvero? E per essere vera, o creduta? Nel dubbio, che probabilmente avrà assalito anche G.M., egli si ripete, ipete, pete, ete, te, e.

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