Louise Glück Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/louise-gluck/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 Apr 2021 11:11:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Louise Glück Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/louise-gluck/ 32 32 I cordoni della poesia n. 3: That’s my home https://minimaetmoralia.it/poesia/i-cordoni-della-poesia-n-3-thats-my-home/ https://minimaetmoralia.it/poesia/i-cordoni-della-poesia-n-3-thats-my-home/#respond Thu, 29 Apr 2021 11:11:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48532 Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata […]

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Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno, un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.

*

Prendiamo una casa, mettiamola in un posto. Prendiamo una casa piena di appartamenti, mettiamola in una grande città, il più grande possibile, lasciamo che molte persone vadano e vengano per le vie e che alcune di queste possano entrare o uscire dalla casa, che abbiamo messo proprio nel centro della città, a downtown. Diciamo che la città ha grosse possibilità di essere New York, di essere Chicago, di essere Los Angeles. Entriamo nella casa, adesso, guardiamone gli arredi, la disposizione degli oggetti, i colori dei divani, contiamo le forchette e i coltelli, osserviamo il numero di bevande alcoliche appoggiate su un mobile bar, controlliamo il frigorifero, dovrebbe esserci del latte. Ora avviciniamoci alle finestre, una per una, accostiamoci ai vetri, guardiamo sotto, perché l’appartamento, per forza di cose, è in alto. Passano macchine e persone, qualcuno chiama un taxi, molti attendono il cambio di colore di un semaforo. Tutti vanno e vanno incontro a qualcun altro e vanno soli.

Prendiamo un’altra casa, togliamola dalla città, mettiamola in un altro posto. È il posto è una piccola contea del Midwest o, perché no, del Vermont, o dell’Oklahoma. Mettiamo molto spazio tra la casa e le altre e alberi, e aggiungiamo persone di poche parole. Dentro la casa agitiamo memorie, ricordi, tormenti. Che si tratti dell’appartamento cittadino o della casa isolata mettiamo senso di perdita, qualche dolore. Sperimentiamo. Interroghiamo stanza per stanza, facciamo domande, una diversa per ogni stanza, perché ogni ambiente è diverso dall’altro, ha un altro colore, una storia unica. Se nelle stanze troviamo una persona, prima ancora di rivolgergli la parola, abbracciamola, ne ha bisogno, è sola, è solo, ha perso qualcuno. Ha lottato ogni giorno e ha dovuto cedere molto, l’amore è un barlume lontano ma è ancora un desiderio. In quelle camere sono passate le lotte sociali, le conquiste, le delusioni più cocenti, la democrazia, il perdono, l’America tutta quanta. Le case, le due che abbiamo individuato, insieme a tutte le altre, sono l’incredibile e meraviglioso agglomerato in cui fa residenza la poesia del Nordamerica. Vasta per stile e riferimenti, sterminata e ogni volta è nuova, e ogni volta avvolge e abbandona.

Ogni stanza un punto di vista, un figlio perduto, una riunione degli alcolisti anonimi, un male incurabile, un mazzo di fiori, una luce soffusa, il crepitìo delle foglie sotto i piedi in autunno, la stanza con il deserto, la stanza con la high-way. La luce delle insegne dei Motel, i Motel, le loro camere, gli arredi dozzinali. Le roulotte, la donna fotografata sulla porta, i figli chissà dove. La stanza della povertà, dei sussidi e quella dei tramonti spettacolari. Tutte queste stanze e altre ancora sono il complesso della poesia nordamericana. Un mondo luminoso e oscuro. Una casa sconosciuta, la nostra casa, quella in cui appoggiamo il capello. Su minima&moralia ho parlato già diverse volte della poesia statunitense, passando da John Ashbery a Ben Lerner fino ai volumi di Nuova Poesia Americana III e oggi provo a entrare nelle stanze di Charles Simic, Louise Glück e Ron Padgett. Poeti che hanno in comune il periodo di nascita, Simic è del 1938, Glück è del 1943 e Padgett è del 1942, e poco altro, ci interessano proprio perché hanno modi differenti di affrontare e raccontare situazioni analoghe. Nessuno di loro sfugge alla realtà, alla memoria, al dolore, alla perdita, alla solitudine, ma tutti e tre dall’alto della loro bravura ci dimostrano in quanti stili si possa scrivere in versi, come l’argomento muti a seconda del punto di vista di chi lo racconta, ma andiamo per ordine o per stanza.

Charles Simic è uno dei maggiori poeti contemporanei, pochi, tra i viventi, sono al suo livello: è cresciuto a Chicago, ma ci è arrivato dopo molte difficoltà e passaggi, è nato in Serbia, si scappava dai nazisti, una famosa sua citazione – ripresa anche da Moira Egan nell’introduzione alla sua più recente raccolta Avvicinati e ascolta (Tlon, 2021, traduzione di Abeni e Egan) – recita: «I miei agenti di viaggio erano Hitler e Stalin». Da questa semplice frase possiamo trarre due aspetti fondamentali della poesia di Simic: l’ironia e il senso della storia. Nessuno dei due elementi mancherà di segnare le numerose raccolte in versi che ha scritto. Il vestito di Simic è cucito con stoffe tradizionali ma il taglio è sempre diverso, elegante e innovativo, colorato e pronto a sfumare nel grigio, novecentesco ma sempre aperto al futuro.

E il futuro per Simic non è solo guardare alle novità, prestare attenzione a ciò che accade, è soprattutto in quel che scrive, ogni sua poesia gioca d’anticipo, qualcosa sta per accadere oppure è già accaduta ma non ce ne siamo accorti, un dettaglio ci è sfuggito, ci sono sfumature che non abbiamo colto. Da questo libro recente, ci chiama il poeta, ci fa segno di avvicinarci e poi di ascoltare, non dice in silenzio, ma il silenzio si avverte, è preparatorio, incide tra un verso e l’altro, tra una poesia e l’altra. Avvicinarsi non vuol dire, semplicemente, accostarsi a chi sta parlando, ma è un invito a osservare meglio le cose che accadono, i cambiamenti, i registri mutevoli del nostro tempo. Presta attenzione, sembra dirci Simic, nei suoi testi, è lì che forse risiede il tuo riparo, la possibilità di salvezza. Siamo sulla soglia della disperazione, ogni giorno, eppure possiamo, giunti a sera, tentare un equilibrio tra un breve sorriso, un pianto commosso, una lampada, il ricordo di un amico. Di sera possiamo sentire l’amore, non sempre, ma quell’ogni tanto può rappresentare tutto. Avvicinati e ascolta è pieno di poesie meravigliose, trasportate nella nostra lingua benissimo da Damiano Abeni e Moira Egan. Sulla copertina del libro è illustrato un condominio, è notte, ci sono tante finestre, una sola è illuminata, aldavanzale s’affaccia una figura in ombra, non definita, le poesie arrivano da quel punto. Una si intitola È un giorno come un altro e fa così

“La coppia di anziani strappa erbacce
fianco a fianco in giardino,
il cane subito alle loro spalle
che dimena la coda e vorrebbe aiutare.

Vivere nell’assoluta ignoranza
di ciò che succede nel mondo
è il segreto gelosamente serbato
della loro felicità sempiterna.

Sonnambuli in amore, guardateli
tendere la mano alla mano dell’altro
una volta finito il lavoro,
puri come angeli e orgogliosi come demoni”.

Ci troviamo davanti un testo stupendo, di esemplare chiarezza e profondità. Simic gioca su due piani. Il primo è quello in cui si racconta una scena, all’apparenza molto semplice. Vediamo i due anziani in giardino che lavorano fianco a fianco, alle loro spalle il cane che scodinzola, è un quadretto perfetto, sembra di vedere una fotografia saltata fuori da un album dei ricordi. Quattro versi, primo punto e poi lo stacco, la bravura di Simic. Quel quadretto reale, ci dice, nasconde molte cose, fino ad apparire surreale, fuori dal tempo e dal mondo. Sono felici a dispetto del mondo, solo ignorando le tragedie possono proseguire nella loro vita serena. Qui il lettore può concordare e aggiungere quello che Simic lascia intravedere nello spazio bianco, forse i due anziani non ignorano, e strappare erbacce insieme è solo il modo per tirare avanti, nonostante tutto. Forse.

Simic ci vuole far pensare, ci prende per le spalle e ci scuote, e nella terza strofa scrive guardateli, osservateli, chi sono questi due vecchi innamorati? Qual è il prezzo di questa felicità apparente. Mentre avvicinano le mani, sono angeli e demoni allo stesso tempo. Simic ci racconta che ogni volta che li osserveremo faremo caso a una cosa diversa, qualche volta i due anziani ci conforteranno perché scorgeremo in loro l’evidenza di una felicità possibile, altre volte ci inquieteranno perché non si può provare una certa felicità senza essere indifferenti, ignoranti di quel che accade. I vecchi in chiaroscuro sono lo specchio di noi tutti, proviamo tenerezza e paura allo stesso tempo. È la vita, bellezza, ci insegna Simic, scrivendo in maniera meravigliosa.

L’ultima cosa che non dovrebbe riguardarci rispetto a Louise Glück è il fatto che abbia vinto il Nobel, aspetto che è servito a farla conoscere ai moltissimi che ne ignoravano l’esistenza, come succede spesso, stabilito questo possiamo occuparci dei testi, della ricca poetica, dell’intensità. Nelle numerose raccolte in versi, Glück, ha sempre esaminato il tempo attraverso l’importanza della memoria, soprattutto familiare, della sua tenuta e del suo sbriciolarsi. Ha raccontato, di conseguenza, la mancanza, la perdita, la rinuncia. Ha scritto di cose e persone andate, ma che hanno continuato a incombere generando più inquietudine che conforto. Ha usato la natura e la mitologia per mostrare cosa si vede guardando fuori dalla finestra, e cosa non si vede, perché non abbiamo la giusta attenzione. Non è mai accomodante, non offre ai lettori un racconto comodo delle cose, perché nonlo sono. Venite se volete, pare dirci, ma non vi aspettatevi una lettura a senso unico del mondo e del tempo, queste storie arrivano dai miei tormenti, dalla mia fragilità, valgono per tutti i giorni in cui sono stata dilaniata e per gli altri in cui sono stata amata. Siamo soli, e questo è tutto. Portiamo un peso fatto di assenza, di morte, di cose che non sono state, di case incendiate, di persone che non vedremo mai più.

Dopo la vittoria del Nobel, Il Saggiatore ha acquisito i diritti per l’Italia dell’opera poetica di Glück, cosa che ci conforta, visto che fino a pochi mesi fa solo il coraggio di un paio di piccoli editori (Giano e Dante&Descartes) ci aveva condotti alla poetessa americana.Qualche giorno fa è uscito Ararat scritto nel 1990, ho avuto la fortuna di leggerlo in passato grazie a una rivista (che non c’è più) In forma di parole, la traduzione molto bella era di Bianca Tarozzi, che è rimasta la voce italiana di Glück anche per questa nuova edizione.Ararat è uno dei libri più riusciti e importanti della poetessa nata a New York, si dispiega con meravigliosa potenza all’interno di un lungo racconto del lutto, che non è soltanto elaborazione, è narrazione della gestione dell’assenza, della sua incombenza, dei segni che lascia chi se ne va. Ogni poesia mostra una ferita, un segno con cui relazionarsi, un nodo da sciogliere, un quadro al cui disegno generale manca qualcuno, anche chi sta scrivendo. Ararat è una cronaca famigliare pronunciata mentre si cammina in un cimitero, perché le morti care sono addii mai consumati del tutto, punti di domande senza risposte. Leggiamo ascoltando il suono dei passi di qualcuno che si muove sulle foglie cadute di un cimitero di Long Island. Le poesie sono tutte molto belle, una fa così:

“Nello stesso modo in cui si era abituata a fare per le altre,
mia madre fece progetti per la bambina che morì.

Cassettoni con soffici panni.
Giacchettini ripiegati con ordine.
Ciascuno stava quasi nel palmo di una mano.

Nello stesso modo, si chiedeva
quale giorno sarebbe stato il suo compleanno.
E mentre passavano i giorni, sapeva che un giorno qualsiasi
sarebbe diventato un simbolo di gioia.

Poiché la morte non aveva sfiorato la vita di mia madre,
lei pensava a qualche altra cosa,
sognando, come si fa quando sta arrivando un bambino”.

Si tratta di una poesia magnifica. La madre qui va oltre il normale fatto di non accettare una perdita, traccia all’interno del suo ambiente familiare una mappa in cui, punto per punto, si può ritrovare la bambina morta. Dove dovrebbe togliere lei alimenta, aggiunge, per non soffrire l’indicibile: progetta. Non abbraccia il rituale del lutto ma indossa l’abito dell’attesa, chi è morta sta per arrivare. Prepariamoci, prepariamole il corredo, domandiamoci quando verrà, chissà quando le festeggeremo il compleanno. Scegliendo la data simbolo della nascita come strumento naturale di sostituzione alla morte. La morte per la madre di Glück è una novità, lo sono il dolore, la perdita, allora si chiude in un mondo immaginifico pieno di cose a venire, un sogno in cui le parole se ne è andata possono essere sostituite dalle parole sta per arrivare. La sofferenza, la ferità è però palese, evidente, è quello che osserva la poetessa, ed è ciò che vuole raccontare, mostra una sequenza di azioni serene, delicate ma ci invita a osservare il dolore, la rimozione, la morte, l’orrore di chi per salvarsi esce dal territorio del consueto.

Ron Padgett, infine, che scrive con noncuranza, o meglio è quella l’impressione che offre da sempre ai lettori più attenti. Sono poesie, pare volerci dire, attenzione, non che stia facendo chissà che. Sto mostrando le vicende per come le vedo io, niente di più, non che sappia guardare meglio di voi, magari so prendere appunti, lo faccio da anni. Certe volte riesco a trarne qualche scia luminosa, sono i giorni migliori, altre mi pare di registrare l’evidenza null’altro. La differenza però sta qui, l’evidenza che vede Padgett, noi non la vediamo, abbiamo bisogno del suo tono domestico e lirico, della modalità colloquiale e ironica con cui s’interroga. Passare attraverso i suoi dialoghi, le sue illuminazioni, anche Padgett è poeta da finestra, e ha cura che i vetri siano sempre, quantomeno, socchiusi. Quello che al poeta di Tulsa interessa è l’umano, come si stringono i legami, quali tracce lasciamo del nostro passaggio agli altri, che cosa impariamo dal nostro amico, dalla donna amata, dal vicino di casa, da chi ci detesta. In che misura ogni mio gesto si interseca a quello di un altro essere umano.

Perché mentre guardo questo oggetto nuovissimo mi capita di pensare a qualcosa di lontanissimo, e cosa sono mai questo vento improvviso, questo fiammifero acceso, questo vecchio biglietto d’autobus. Sono esempi ma tutto per Padgett è collegato, lo è da sempre, lo si ritrova nel complesso della sua opera poetica (parliamo di una ventina di raccolte), lo si ritrova in questo libro pubblicato da Del Vecchio Editore: Non praticate il cannibalismo (100 poesie, a cura di Paola Del Zoppo e Cristina Consiglio, con traduzioni di Riccardo Frolloni, un gran lavoro). Padgett in questo libro è saggio e ingenuo, è anziano e bambino, entrambi stanno sul pianerottolo, l’attimo dopo nel parco, tentano un conforto, ci ricordano ciò che siamo, qualche volta scopriremo cose che ci piaceranno, qualche volta no, ma in entrambi i casi saremo prossimi a intuire l’essenza di ciò che siamo. C’è nel volume una poesia che amo particolarmente, si intitola Discorso d’incoraggiamento, fa così:

“La cena è una cosa dannatamente bella
come la colazione e il pranzo
quando sono buoni e con
la persona che ami.
È una specie di danza
seduti e immobili
ma ciò che veramente danza
non si sa né
c’è bisogno che si sappia,
danza intorno a noi
e non si muove nulla
nel miracolo della cena
della colazione e del pranzo
e di tutti gli intervalli
che ci danno coraggio.”

È una poesia piena di luce, zeppa di spiragli da cui passano cose buone come la speranza, ma anche brandelli di tempo sui quali accomodarsi e ricominciare a respirare dopo momenti duri. I pasti allora, sono momenti quieti e buoni, sono le ore liete, le soste in cui stare con chi si ama, ma quello che conta, scrive Padgett, si muove intorno a noi. Parla di danza, e dev’essere per quello che io in questo testo ci sento una musica. Non importa che si sappia cosa ci stia danzando intorno, anzi è meglio che non si sappia, che restino il mistero, immagini, movimento, quiete. Il nulla che balla è il miracolo è l’evocazione della giornata che finisce o che comincia, è la memoria di tutti i tempi andati, ma anche di quelli a venire. La danza è il gioco di Padgett per portarci, roteando sì, verso il finale, dove da un interno qualunque apre all’esterno, al senso pieno dell’esistenza. Ci dice che gli intervalli, le buone pause, gli istanti in cui ci concediamo (o in cui qualcuno ci concede) tregua, sono i frammenti minuscoli, i puntini in cui troviamo il coraggio per tenere duro, per reggere l’urto di ogni fatica, sono la carezza che ripara il danno. Non si muove nulla ma tutto si è mosso.

Tre grandi poeti, tre modi diversi, ancora tre piccole, ma molto luminose, stanze della casa che chiamiamo poesia americana.

 

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Dentro la poesia di Louise Glück: L’iris selvatico, Averno, Ararat https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-la-poesia-di-louise-elisabeth-gluck-liris-selvatico-averno-ararat/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-la-poesia-di-louise-elisabeth-gluck-liris-selvatico-averno-ararat/#respond Thu, 15 Apr 2021 12:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48382 Dal 1968 a oggi Louise Elisabeth Glück ha pubblicato negli Stati Uniti 14 libri di poesia, alcuni di saggi, ha vinto molti premi tra i quali il Premio Nobel per la Letteratura nel 2020. In questi anni in Italia sono circolati solo tre suoi volumi: nel 2003 per Giano, con traduzione di Massimo Bacigalupo; nel 2012il […]

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Dal 1968 a oggi Louise Elisabeth Glück ha pubblicato negli Stati Uniti 14 libri di poesia, alcuni di saggi, ha vinto molti premi tra i quali il Premio Nobel per la Letteratura nel 2020. In questi anni in Italia sono circolati solo tre suoi volumi: nel 2003 per Giano, con traduzione di Massimo Bacigalupo; nel 2012il magnifico Ararat, in un monografico di “In forma di parole” del lungimirante Gianni Scalia, con la traduzione e la cura di Bianca Tarozzi; nel 2019, con traduzione di Massimo Bacigalupo per la Libreria Dante & Descartes.

Dopo l’assegnazione del Nobel a Glück tutte e tre le opere sono state pubblicate da Il Saggiatore: esce oggi, infatti, Ararat, sempre nella traduzione di Tarozzi. Sono libri che vengono pubblicati in Italia, nella loro prima edizione a distanza di circa venti anni dalla loro prima pubblicazione negli Stati Uniti, e sono 3 su circa appunto 14 sillogi.

Quello che porta l’editoria italiana di una certa portata a guardare così poco alla grande poesia mondiale è un mistero che negli anni viene svelato; ma ciò che conta è altresì riconoscere come la piccola editoria, pur in una fatica costante di sopravvivenza, abbia avuto il fiuto e il coraggio di lavorare e pubblicare così grande poesia.

Gli anni, le date, la pubblicazione delle opere della Glück hanno un senso se si parla di editoria, hanno un significato relativo quando si parla della poesia della loro autrice perché, proprio in quanto grande poesia, non ha relazione col tempo, andandosi a collocare nell’eterno.

Ciò che accumuna la sua scrittura in poesia in questi tre libri è la sua incessante attenzione alla sequenza narrativa, non uguale da un libro all’altro ma sempre originale: Glück infatti non scrive unicamente poesie, ma costruisce libri di poesie con un discorso narrativo ininterrotto, inconsueto e straordinario. L’iris selvatico (uscito negli Stati Uniti nel 1992) è un viaggio in un giardino nella bella stagione, la poetessa intitola ogni poesia a un fiore ed è il fiore a dialogare o a descrivere la scena. Nella vicenda si muove l’umano, la poetessa, il marito, il figlio, e le innumerevoli declinazioni che prende il pensiero quando sosta in una meditazione che comprenda natura e persona.

Apre la silloge la poesia che dà il titolo al libro, e lo fa parlando al secondo verso di passaggi, “una porta”, di morte al terzo, che è segno non tanto di chiusura ma di un nuovo esistere, di una nuova voce. È come se già dai primi versi di questa raccolta Glück, parlando attraverso l’iris, mettesse in luce i materiali del suo poetare per creare una possibilità nuova, come a dire che ciò che torna dalla dimenticanza serve a ritrovare qualcosa. Il viaggio nell’estate e nei fiori è un viaggio che comprende la morte, l’incomprensione, la durezza della battaglia, soprattutto nelle ultime poesie in cui compare come titolo un tempo del giorno – “Vespro”, “Mattutino” –  in cui è il poeta a cercare un dialogo con il “padre irraggiungibile” fino alla sua risposta, in “Tramonto”, inudibile se non attraverso dei segni.

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la vostra voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso rispondervi
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così delegate
autorità a segni
che non potete leggere con alcuna precisione.

Eppure la vostra voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esservi chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la vostra stessa risposta.

Averno (uscito negli Stati Uniti nel 2006) è una raccolta composta come un viaggio, un viaggio nel buio delle dimenticanza e nel blu della cancellazione: è un viaggio agli inferi, un percorso costellato da “non” – da ciò che non è, da ciò che non riesce, da ciò che non importa – una costante sottrazione per giungere al nulla, il freddo che ostacola il sentire: “forse già non essere basta del tutto, / per quanto sia difficile da immaginare”.

Qui sta la poetessa, qui sta Glück, nello scrivere ciò che è difficile da immaginare: ciò che resterà dopo la morte, e metterlo in relazione con il presente e il passato. Ai rimandi più evidenti, come Dickinson, emerge un affine sentire e scrivere con Marosia Castaldi che spesso invoca, in Dentro le mie mani le tue, il “blu della cancellazione”, quel neon ospedaliero che in tutto il bianco del reparto tende e ipnotizzare in una continua fetta di presente, quella che va dal letto alla porta. Il delirio ipnotico di Castaldi è esso stesso un viaggio negli inferi della mente, dove oggetti e persone compaiono a ricordare un passato talvolta irriconoscibile. Come in Glück gli oggetti e le persone, correlativi oggettivi di vita, sono ciò che nel suo viaggio agli inferi appariranno più dolorosi nell’immaginare il dopo vita: “Questo è il momento in cui vedi di nuovo /le bacche rosse del sorbo selvatico / e nel cielo scuro / le migrazioni notturne degli uccelli. / Mi addolora pensare / che i morti non le vedranno – / queste cose su cui facciamo affidamento, / esse svaniscono” (da “Le migrazioni notturne”). Il percorso negli inferi è pieno di buio, blu, lo “spazio nero”, una strada in cui la poetessa fissa le tappe della propria esistenza passata e presente e quella della sua famiglia: per fare ciò invoca la presenza del buio, del non vedere che però è al contempo richiamo alla luce, e del “ghiaccio”, del non sentire, un modo di difendersi: “E poi: / il ghiaccio / era lì per la tua stessa protezione / per insegnarti / a non sentire”, “Cielo blu, ghiaccio blu, / strada come un fiume ghiacciato / stai parlando / della mia vita / lei mi disse”. È lo stesso ghiaccio che incontriamo nella poesia di Janet Frame, un ghiaccio che protegge e non fa provare nulla, ne “I ghiaccioli”, Ogni mattina mi congratulo / coi ghiaccioli per il loro rigore. / Penso che abbiano coraggio, carattere, / i loro cuori duri non cederanno mai”. Il ghiaccio è anche in Amelia Rosselli che nei suoi versi chiede “un’armatura gelata” per farsi indifferente: “Ma l’aria, seppur pungente di inverno, non è abbastanza fredda per lei che ora vorrebbe solo esser ricoperta da una pelle che non sente, indifferente, insensibile a tutto ciò che può far male, come un’armatura gelata.”

La sintassi e la punteggiatura in Averno sono come il contenuto, desolate, disruttive, sincopate, essenziali: si accordano al continuo togliere dell’autrice in cerca dell’“anima”, si raccordano con “Il campo inaridito, secco – / l’assenza di vita già in atto / per così dire”. Il viaggio ha fine, ha risalita, ha speranza? “Non sei sola, diceva la poesia, nel buio del tunnel”.

Tordo

La neve cominciò a cadere, sulla superficie di tutta la terra.
Questo non può essere vero. Eppure sembrava vero,
cadeva sempre più fitta su tutto ciò che potevo vedere.
I pini divennero vitrei dal ghiaccio.

Questo è il luogo di cui ti ho detto,
dove ero solita andare di notte per vedere i merli dalle ali rosse,
che qui chiamano tordi,
barlume rosso della vita che scompare –

Ma per me – penso che il mio senso di colpa significhi
che non ho vissuto tanto bene.

Qualcuno come me non evade. Penso che per un po’ dormi,
poi scendi nel terrore della vita che verrà
solo che

l’anima assume qualche forma diversa,
più o meno cosciente di prima,
più o meno avida.

Dopo molte vite, forse qualcosa cambia.
Penso che alla fine quello che vuoi
sarai in grado di vederlo –

Allora non hai più bisogno
di morire e ritornare ancora.

Ararat (uscito negli Stati Uniti nel 1990) è un libro che narra in versi il togliere e lo scavare nella vita e dalla vita, nei versi e dai versi: un narrazione che prosegue attraverso i cerimoniali del lutto alla ricerca della salvezza: nella tradizione leggendaria, infatti, Ararat è il monte della salvezza di Noè, e il “Monte Ararat”, titolo di una poesia, è un cimitero di Long Island. Un romanzo in versi lo si può definire, ogni poesia è un capitolo, e la vicenda che narra è quella di una famiglia, i protagonisti sono i membri della sua famiglia. Se “chiunque può […] amare un’assenza”, quello che fa Glück è cercare di dare invece un nome all’assenza, un sentimento coerente, e così va nel passato e a colpi di machete si fa largo nel buio dei ricordi, sfrondando l’inutile, eliminando l’orpello nel verso, per andare a fissare i fatti e contornare l’assenza.

Qui le sue poesie sono costruite con frasi incisive, una scelta delle parole accurata, una costruzione strutturata e scarna, essenzialità di verso, punteggiatura varia e attenta. Ogni verso, per lo più libero, gode di una sua autosufficienza ma al contempo crea una aspettativa nel verso successivo e un legame col precedente, a creare una narrazione, anche grazie a parole che provengono sia da un lessico alto sia da un lessico colloquiale. Una poesia che, in questo modo, si fa comprensibile, accessibile, aperta alla condivisione dei significati. In Ararat compaiono tutti i temi essenziali del poetare di Glück: esistere, il mondo, la ferita, i grandi misteri, la vita, la morte, le prove. Ogni poesia si schiude con un quadro, dove la protagonista, la poetessa stessa, si deve relazionare con il lutto, la morte, la perdita, la separazione, la mancanza, in una dimensione familiare.

La raccolta, come questa poesia, ruota introno all’elaborazione del lutto e, più specificamente, attorno al luogo cimitero, qui il Mount Ararat; il libro, così come ogni testo, dà l’impressione di srotolarsi di verso in verso, di pagina in pagina, nel dispiegare un mistero, nel cercare di capirne l’essenza e l’assenza. La disperazione è piana, la tragedia è controllata dall’uso sapiente del linguaggio che talvolta lascia affiorare il respiro. Quello di Glück è un incedere parola dopo parola alla ricerca di una rivelazione, e man mano che la rivelazione procede viene meno l’autodeterminazione dell’autrice a essere “un pezzo di legno. Una pietra”, o del “ghiaccio”, come in Averno. Il suo è uno sguardo sulle cose ironico e tagliente, affilato come la vita, che cerca un equilibrio tra il guardare indietro e il cercare un futuro “questo, questo, è il significato di / una vita fortunata: esistere / nel presente.

Molto tempo fa, sono stata ferita.
Imparai
a esistere, come reazione,
fuori dal contatto
con il mondo: vi dirò
cosa volevo essere –
un congegno fatto per ascoltare.
Non inerte: immobile.
Un pezzo di legno. Una pietra.

Perché dovrei stancarmi a discutere, replicare?
Quelli che respiravano negli altri letti
non erano certo in grado di seguirmi, essendo
incontrollabili
come lo sono i sogni –
Attraverso le veneziane, osservavo

la luna nel cielo notturno restringersi e gonfiarsi –

Ero nata con una vocazione:
testimoniare
i grandi misteri.
Ora che ho visto
e nascita e morte, so
che per la buia natura esse
sono prove, non
misteri –

 

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Le letture di James Franco, adesso https://minimaetmoralia.it/cinema/le-letture-di-james-franco-adesso/ Tue, 05 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29583 Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

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james

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Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Che James Franco sia una delle persone a cui rivolgersi per un valido consiglio su cosa leggere l’ho scoperto traducendolo. Nel 2012 ho tradotto per minimum fax il suo romanzo d’esordio, In stato di ebbrezza, e nel 2015 per Bompiani Il manifesto degli attori anonimi. Durante le traduzioni gli scrivevo chiedendogli cosa leggere, libri non necessariamente collegati ai suoi, ma che in qualche modo era stati utili alla sua scrittura. Perfezionismo da traduttori, o solo un modo per capire meglio la scrittura. Nelle sue liste di titoli c’erano soprattutto William Faulkner e Cormac McCarthy, molta poesia (da John Berryman a Frank Bidart e Louise Glück), romanzi sperimentali (tra tutti Casa di foglie di Mark Z. Danielewski), qualche saggio (Fame di realtà di David Shields, che James Franco ha diretto nel bel documentario I Think You’re Totally Wrong: A Quarrel). Alcuni li avevo letti, altri li ho scoperti così.

– ciao james, sono da strand. che libro compro?

– elena ferrante.

Che sia un attore americano a consigliare di leggere l’italiana Elena Ferrante non stupisce nessuno. Da quando nel 2012 L’amica geniale è uscito in America non c’è giornale o rivista americana che non ne abbia scritto (bene). Adesso che tutti e quattro volumi sono fuori in inglese, la serie completa è in bella vista in scaffali e vetrine di tutte le librerie. Da Strand è sul tavolo all’ingresso dove tengono il “Best of the Best”. La libreria McNally Jackson, a Soho, ha fabbricato uno scaffale apposito con una cornicetta che con una grafica stile Febbre del sabato sera dice: Ferrante Fever. A confermare che di “fever” si tratti sono i numeri: cinquecentomila copie vendute in Italia dei quattro volumi della serie, quattrocentomila in America. Se chiedi in giro scopri che in questo momento la sta leggendo mezzo cast di Dawson Creek (nello specifico Busy Philipps, Michelle Williams, Jennifer Morrison).

La conversazione con James Franco inizia proprio da qui, da Elena Ferrante, per poi spostarsi verso altri autori e altri libri. Mentre mi scrive è a Toronto, nei giorni successivi si sposterà a Dallas, in buona compagnia di Stephen King e J.J. Abrams con cui sta girando (nei panni del protagonista Jake Epping) la prima stagione della serie tv tratta dal romanzo di King 22/11/’63.

Hai letto solo L’amica geniale o anche gli altri tre?

Adesso sono al secondo volume, La storia del nuovo cognome. E fino a qui mi piacciono moltissimo. Ho anche letto I giorni dell’abbandono, quello sulla donna che viene lasciata dal marito.

Com’è che hai scoperto Elena Ferrante?

Ho visto che la leggevano tutti. Una delle mie amiche più care stava leggendo la serie e mi ha detto che non voleva finire per quanto la amava. Poi ho visto che James Wood ha scritto sul New Yorker un’ottima recensione dei suoi libri e lì mi sono convinto definitivamente. Anni fa ho seguito un workshop con lui alla Columbia e i suoi gusti mi piacciono parecchio.

Allora dammi cinque motivi per leggerla.

1. La centralità che dà alla giovinezza all’interno della storia. 2. E quella che dà alle vite delle donne. 3. L’abbondanza di dettagli. 4. La ricca vita interiore dei personaggi. 5. Un cast di personaggi interessanti e ben descritti.

Ok. Ci vedi qualche legame con il cinema italiano contemporaneo?

Più che a quello contemporaneo mi sembra sia vicina al vecchio cinema italiano. Al neorealismo del primo Pasolini, a Fellini, Antonioni, De Sica. Facevano tutti film sulla vita della gente comune in piccole cittadine italiane, e sui microdrammi vissuti dalla classe operaia.

Altri scrittori italiani che hai letto e che ami? Anche non contemporanei.

Luigi Pirandello, Italo Calvino, Umberto Eco, Primo Levi.

E di autori contemporanei non italiani? Chi ti piace?

Tom Franklin. Scrive degli stati americani del Sud con durezza ma ha anche una sensibilità che scrittori come Cormac McCarthy non hanno. Tra gli scrittori contemporanei dell’America del Sud McCarthy è il maestro assoluto, ma non tutti reggono la violenza implacabile delle sue storie.

Cos’è che secondo te rende contemporaneo un libro? Al di là dell’appartenenza anagrafica dell’autore. Trovare una buona storia che sia anche contemporanea, o si tratta più di essere contemporanei nel raccontarla?

Dipende, ci sono libri validi in entrambe le categorie. Hell at the Breech di Tom Franklin funziona per la ricchezza dei personaggi e delle descrizioni, anche se la storia procede in modo lineare. Casa di foglie di Mark Danielewski funziona perché rompe ogni convenzione stilistica.

Tu da scrittore, cerchi buone storie da raccontare, o un nuovo modo per raccontarle?

Entrambe le cose, dipende dal libro. In stato di ebbrezza è un libro convenzionale costruito mettendo insieme racconti alla Salinger o alla Carver che sono legati tra loro. Il manifesto degli attori anonimi è più un collage di stili e approcci, è un libro più sperimentale.

Adesso stai lavorando con J.J. Abrams e Stephen King, due esempi perfetti dell’una e dell’altra categoria. Abrams ha scritto un libro, S. La nave di Teseo, che è sperimentale e contemporaneo soprattutto nella forma, nel modo in cui è confezionato e si presenta il libro. King è uno dei migliori narratori viventi, che si tratti di storie di finzione o, come in 22/11/’63, di romanzi storici.

 D’accordo con te, e come vedi sono tutti e due contemporanei e bravissimi. Sanno entrambi come attingere all’immaginario collettivo. Molte delle loro opere, Lost e It per esempio, ci portano in strani posti, ma sono anche storie abitate da personaggi forti a cui ci sentiamo collegati. L’elemento soprannaturale rimane comunque connesso ad emozioni comprensibili.

Ta-Nehisi Coates lo hai letto? Ecco, trovo che lui tra i contemporanei sia uno dei migliori a raccontare il presente, lo stato delle cose.

Sì. Ho letto un po’ di articoli che ha scritto, e ho letto anche Between the World and Me. Chiaramente m’interessa moltissimo l’argomento principale dei suoi scritti, l’essere nero in America. E m’interessano le posizioni nette che prende sulle questioni riguardanti la razza. Ma mi piace anche il modo in cui scrive. Mi piace il suo restare a metà tra scrittura accademica e scrittura personale. Mi piace il modo in cui mescola la ricerca alla vita privata. Between the World and Me parla di grandi questioni, ma le inserisce in una cornice specifica che è una lezione al figlio adolescente. E in questo rende tutto incredibilmente personale.

Quanto l’appartenenza geografica è importante per uno scrittore? L’appartenenza dello stesso scrittore, il luogo dov’è nato e dove vive, ma anche la geografia delle storie, i luoghi in cui accadono.

Anche qui non ci sono regole, ma in linea di massima la geografia serve a dare radici a una storia. I luoghi sono importanti per costruire una storia, per darle le fondamenta. Hanno la stessa importanza dei personaggi.

Cosa leggo adesso?

Hell at the Breach di Tom Franklin. E sempre di Tom Franklin Alabama Blues e Smonk.

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Un’intervista a David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/estratti/intervista-a-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/estratti/intervista-a-david-foster-wallace/#comments Fri, 21 Feb 2014 15:51:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18720 Oggi David Foster Wallace avrebbe compiuto cinquantadue anni. Pubblichiamo un'intervista che rilasciò nel 1996 a Laura Miller di Salon contenuta nella raccolta Un antidoto contro la solitudine. Traduzione di Martina Testa.

di Laura Miller

L’aspetto dimesso, da topo di biblioteca, con cui si presenta David Foster Wallace contraddice il look delle foto pubblicitarie, con la barba di qualche giorno e la bandana in testa. Ma del resto, anche il più alternativo degli scrittori deve avere un certo grado di serietà e disciplina per produrre un libro di 1079 pagine in tre anni. Infinite Jest, il mastodontico secondo romanzo di Wallace, giustappone la vita in un’accademia tennistica d’élite con le vicissitudini dei residenti di una casa famiglia nei paraggi, il tutto ambientato in un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti, il Canada e il Messico si sono unificati, tutta la parte settentrionale del New England è diventata un’enorme discarica per rifiuti tossici, e qualunque cosa, dalle auto private agli anni stessi, è sponsorizzata da grandi aziende. Pieno di slang, ambizioso e qua e là fin troppo innamorato del prodigioso intelletto del suo autore, Infinite Jest ha comunque alla base una solida zavorra emotiva che gli impedisce di andare a gambe all’aria. E c’è qualcosa di raro ed esaltante in un autore contemporaneo che mira a catturare lo spirito dei suoi tempi.

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Oggi David Foster Wallace avrebbe compiuto cinquantadue anni. Pubblichiamo un’intervista che rilasciò nel 1996 a Laura Miller di Salon contenuta nella raccolta Un antidoto contro la solitudine. Traduzione di Martina Testa.

di Laura Miller

L’aspetto dimesso, da topo di biblioteca, con cui si presenta David Foster Wallace contraddice il look delle foto pubblicitarie, con la barba di qualche giorno e la bandana in testa. Ma del resto, anche il più alternativo degli scrittori deve avere un certo grado di serietà e disciplina per produrre un libro di 1079 pagine in tre anni. Infinite Jest, il mastodontico secondo romanzo di Wallace, giustappone la vita in un’accademia tennistica d’élite con le vicissitudini dei residenti di una casa famiglia nei paraggi, il tutto ambientato in un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti, il Canada e il Messico si sono unificati, tutta la parte settentrionale del New England è diventata un’enorme discarica per rifiuti tossici, e qualunque cosa, dalle auto private agli anni stessi, è sponsorizzata da grandi aziende. Pieno di slang, ambizioso e qua e là fin troppo innamorato del prodigioso intelletto del suo autore, Infinite Jest ha comunque alla base una solida zavorra emotiva che gli impedisce di andare a gambe all’aria. E c’è qualcosa di raro ed esaltante in un autore contemporaneo che mira a catturare lo spirito dei suoi tempi.

Il trentaquattrenne Wallace, che insegna alla Illinois State University di Bloomington-Normal e mostra la cauta modestia di un ex saccente pentito, durante un recente tour di presentazione di Infinite Jest ci ha parlato della vita in America alle porte del nuovo millennio, del ruolo degli scrittori in una società satura di spettacolo, di come insegnare letteratura alle matricole e della sua ultima, ispirata ed esasperante creazione.

Quali erano le tue intenzioni, quando hai cominciato a scrivere questo libro?

Volevo scrivere qualcosa di triste. Avevo scritto cose spiritose e cose pesanti, intellettuali, ma non avevo mai scritto niente di triste. E volevo che non avesse un solo personaggio principale. L’altra risposta banale sarebbe: volevo scrivere qualcosa di veramente americano, parlare di come ci si sente a vivere in America alle porte del nuovo millennio.

E come ci si sente?

C’è un che di particolarmente triste, ma di una tristezza che non ha molto a che fare con le circostanze materiali, l’economia o le cose di cui si parla al telegiornale. È più una tristezza a livello viscerale. La vedo in me stesso e nei miei amici, in maniere diverse. Si manifesta come una sorta di smarrimento. Se sia limitata alla nostra generazione davvero non saprei dirlo.

Pochi degli articoli che sono usciti su Infinite Jest parlano del ruolo che ha l’associazione degli Alcolisti Anonimi nella storia. Come si collega al tema principale?

La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.

Alcuni miei amici sono entrati negli Alcolisti Anonimi. All’inizio non volevo soffermarmi molto sugli AA, ma sapevo che volevo parlare di drogati e sapevo che volevo metterci una casa famiglia. Sono andato a un paio di incontri con queste persone e mi è sembrata un’esperienza estremamente potente. Quella parte del libro dovrebbe essere abbastanza vivida da risultare realistica, ma vuole anche rappresentare più in generale una reazione allo smarrimento, cosa succede quando le cose che pensavi ti facessero stare bene non ci riescono più. Il toccare il fondo con la droga e la risposta degli Alcolisti Anonimi erano i modi più semplici e immediati che ho trovato per parlare di quella cosa lì.

Ho la sensazione che molti di noi, americani privilegiati, una volta superati i trent’anni, dobbiamo trovare un modo per mettere da parte una serie di cose puerili e affrontare le questioni della spiritualità e dei valori. Probabilmente il modello degli AA non è l’unica maniera per farlo, ma mi sembra una delle più vigorose.

I personaggi devono sforzarsi di venire a patti col fatto che il sistema degli AA gli sta dando lezioni piuttosto profonde attraverso una serie di cliché apparentemente semplicistici.

E questo è difficile per le persone con una certa istruzione – che, a voler essere venali, sono proprio il target a cui si rivolge questo libro. Insomma, per il tipico lettore colto è come vedersi mettere davanti delle palline di caviale. Io, all’inizio, ho provato un vero e proprio senso di repulsione. «Un giorno alla volta», giusto? Mi fa pensare al 1977, al telefilm di Norman Lear che si chiamava così,[1] con Bonnie Franklin protagonista. È una frase da quadretto ricamato al punto croce. Ma a quanto pare essere dipendenti da una sostanza implica anche che ne hai talmente bisogno che quando te la tolgono vorresti morire. Ed è una situazione così tremenda che l’unico modo per affrontarla è costruire un muro all’altezza della mezzanotte e non affacciarti mai dall’altra parte. Uno slogan banale e riduttivo come «Un giorno alla volta» ha permesso a questa gente di attraversare l’inferno e uscirne vivi – perché a quanto ho potuto vedere i primi sei mesi di disintossicazione non sono altro che questo. E la cosa mi ha colpito.

Mi sembra che l’intellettualizzazione e l’estetizzazione dei principi e dei valori in questo paese sia uno dei fattori che ha distrutto la nostra generazione. Prendiamo tutte le cose che mi hanno insegnato i miei genitori, tipo: «È importante non dire le bugie». Ok, a posto, capito. Faccio sì con la testa, ma non è qualcosa che sento veramente. Finché non arrivo ad avere una trentina d’anni e mi rendo conto che se ti dico una bugia, non sto costruendo un rapporto di fiducia. Provo del dolore, sono angosciato, mi sento solo, e non riesco a spiegarmi perché. Poi capisco: «Ah, in effetti forse il modo migliore di affrontare questa situazione è non dire bugie». L’idea che qualcosa di così semplice e, in realtà, di così poco interessante sul piano estetico – il che mi portava a trascurarlo in favore della roba interessante, complessa – possa arricchirti più di quanto facciano le cose sofisticate, «meta», ironiche e postmoderne, ecco, questo mi sembra importante. Mi sembra una cosa che la nostra generazione ha bisogno di toccare con mano.

Stai cercando di trovare significati simili anche nel materiale proveniente dalla cultura pop che usi nella tua scrittura? Questo tipo di approccio alcuni lo vedono come semplicemente furbo, o superficiale.

Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa. L’impatto che il mondo ha sulle mie terminazioni nervose è legato a doppio filo con la roba che certi intellettuali con le toppe sui gomiti della giacca considererebbero «pop», insignificante ed effimera. Io ne uso parecchio di materiale pop nella mia scrittura, ma il significato che gli do non è affatto diverso dal significato che aveva per altri scrittori, cent’anni fa, parlare di alberi, di parchi e di andare ad attingere l’acqua al fiume. È semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo.

Come ci si sente a essere un giovane scrittore oggi, per quanto riguarda le modalità di esordio, la costruzione di una carriera e così via?

Personalmente, credo che questo sia davvero un buon momento. Ho degli amici che non sono d’accordo. Al giorno d’oggi la narrativa di qualità e la poesia sono emarginate. C’è un errore in cui cadono alcuni dei miei amici, cioè la vecchia idea secondo cui «Il pubblico è stupido. Il pubblico vuole andare in profondità solo fino a un certo punto. Poveri noi, siamo emarginati per colpa della tv, la grande ipnotizzatrice… bla bla bla». Ci si può mettere seduti in un cantuccio e piangersi addosso quanto si vuole. Ma è una stronzata. Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. Sì, uno dei tanti motivi potrebbe essere che la gente a cui si rivolge è diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione un po’ troppo semplice.

Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.

La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose.

In parte, tutto questo dipende dal fatto che viviamo in un’epoca in cui abbiamo a disposizione una quantità enorme di intrattenimento, di autentico intrattenimento, e bisogna capire come può la letteratura ricavarsi un suo spazio in un’epoca di questo tipo. Si può provare ad affrontare il problema di cosa sia a rendere magica la letteratura in maniera diversa dalle altre forme di arte e spettacolo. E a capire in che modo la letteratura possa ancora affascinare un lettore la cui sensibilità è stata in massima parte formata dalla cultura pop, senza però diventare soltanto una cacata fra le tante nella macchina della cultura pop. È qualcosa di incredibilmente difficile, sconcertante e spaventoso, ma è un bel compito. C’è una quantità enorme di intrattenimento di massa ottimo e irresistibile: credo che nessun’altra generazione prima di noi si sia trovata a fronteggiare una cosa del genere. Essere uno scrittore oggi significa questo. Credo che sia il miglior momento possibile per stare al mondo e forse il miglior momento per fare lo scrittore. Certo, dubito che sia il più facile.

In cosa consiste, secondo te, la magia che è propria della letteratura?

Oh Signore, potrei stare qui tutto il giorno a parlarne! Be’, il primo modo di approcciare la domanda è che il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o cosa si prova a stare dentro la tua testa, e tu non sai cosa si prova a stare dentro la mia. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, molto complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Invece c’è una specie di: «A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io». Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi in comunicazione profonda e significativa con un’altra coscienza, in un modo in cui non ci riescono altre forme d’arte.

Chi sono gli scrittori che hanno questo effetto su di te?

C’è un possibile equivoco che mi rende difficile parlarne: non intendo dire che io sia bravo quanto loro. Sono come stelle polari che mi indicano la rotta.

È chiaro.

Ok. Storicamente, ecco le cose che mi hanno provocato quella sorta di squillo da jackpot di slot-machine: l’orazione funebre di Socrate, la poesia di John Donne, la poesia di Richard Crashaw, Shakespeare ogni tanto, ma non molto spesso, le opere più brevi di Keats, Schopenhauer, le Meditazioni sulla filosofia prima e il Discorso sul metodo di Cartesio, i Prolegomeni di Kant, anche se le traduzioni in inglese sono tutte pessime, Le varie forme dell’esperienza religiosa di William James, il Tractatus di Wittgenstein, Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, Hemingway – specialmente gli intermezzi in corsivo di In Our Time, che ti fanno proprio fare wow! – Flannery O’Connor, Cormac McCarthy, Don DeLillo, A.S. Byatt, Cynthia Ozick – i racconti, specialmente uno che si intitola «Levitation» – Pynchon più o meno il venticinque per cento delle volte, Donald Barthelme – in particolare un racconto chiamato «Il pallone», che è stato il primo racconto a farmi venire voglia di diventare scrittore – Tobias Wolff, le cose migliori di Raymond Carver, quelle più famose. Steinbeck quando non rulla troppo i tamburi, il trentacinque per cento di Stephen Crane, Moby Dick, Il grande Gatsby.

E poi, oddio, c’è la poesia. Probabilmente più di tutti Philip Larkin, e anche Louise Glück, Auden.

E fra i tuoi colleghi?

C’è tutto il gruppo dei «grossi maschi bianchi». Mi pare che siamo in cinque o sei sotto la quarantina, bianchi, alti un metro e ottanta o più e con gli occhiali. Richard Powers, che abita a soli tre quarti d’ora da casa mia e che ho incontrato in tutto una volta sola. William Vollmann, Jonathan Franzen, Donald Antrim, Jeffrey Eugenides, Rick Moody. Lo scrittore con cui sono più fissato al momento è George Saunders, che ha appena pubblicato Il declino delle guerre civili americane, un libro che merita grandissima attenzione. A.M. Homes: le sue cose più lunghe magari non sono perfette, ma ogni due o tre pagine c’è qualcosa che ti colpisce allo stomaco e ti fa piegare in due. Kathryn Harrison, Mary Karr, che è famosa per Il club dei bugiardi ma scrive anche poesia, e secondo me è la migliore poetessa americana di oggi sotto i cinquant’anni. Un’altra scrittrice di nome Cris Mazza. Rikki Ducornet, Carole Maso. Ava di Carole Maso è… un mio amico l’ha letto e ha detto che gli ha fatto venire un’erezione al cuore.

Parlami del tuo lavoro di insegnante.

Mi hanno assegnato una cattedra di scrittura creativa, ma è una materia che non mi piace insegnare.

Ci sono due settimane di roba che puoi insegnare a una persona che non ha ancora scritto cinquanta cose e sta ancora più o meno imparando. Poi diventa soprattutto questione di gestire le diverse opinioni soggettive degli studenti sul problema di come esprimere un parere sincero senza necessariamente annichilire l’ego di un compagno di corso.

Invece mi piace insegnare letteratura inglese alle matricole. Alla Illinois State arrivano un sacco di ragazzi di campagna che non sono particolarmente colti e a cui non piace leggere. Sono cresciuti pensando che la letteratura sia qualcosa di arido, insignificante, poco divertente, tipo l’olio di fegato di merluzzo. Io gli metto davanti roba un po’ più attuale: la seconda settimana analizziamo sempre un racconto di A.M. Homes che si chiama «Una vera bambola», tratto da La sicurezza degli oggetti. Parla di un ragazzino che ha una storia d’amore con una Barbie. È un racconto molto intelligente, ma in superficie è anche molto perverso, malato, avvincente e veramente toccante per una classe di diciottenni che cinque o sei anni fa o giocavano ancora con le bambole o facevano i sadici con le sorelle. Quando vedo quei ragazzi scoprire che leggere narrativa di qualità può essere difficile, ma a volte ripaga lo sforzo, e che quel tipo di lettura riesce a darti qualcosa che non può darti nient’altro, quando li vedo rendersi conto di questo fatto, è una cosa fichissima.

Che ne pensi delle reazioni alla lunghezza del tuo libro? È arrivato a essere così lungo per caso o volevi ottenere un effetto particolare, era una presa di posizione consapevole?

Lo so che è rischioso, perché fa parte di un’equazione delicata di richieste che si fanno al lettore: in primo luogo dal punto di vista finanziario. L’altra faccia della medaglia è che le case editrici i libri così lunghi li detestano, perché gli fanno fare meno soldi. La carta è molto costosa. E se la lunghezza sembra gratuita, come è sembrata a una simpaticissima signora giapponese del New York Times, rischi di suscitare le ire di qualcuno. Me ne rendo conto. Il manoscritto che ho consegnato era lungo 1700 pagine, di cui ne sono state tagliate 500. Insomma, non è che l’editor ha semplicemente comprato il libro e l’ha accompagnato alla pubblicazione. Ha fatto due volte un editing riga per riga. Sono andato in aereo a New York, e via dicendo. Se all’apparenza sembra un romanzo caotico, mi sta benissimo, ma tutto quello che c’è dentro sta lì per uno scopo preciso. Sono emotivamente preparato alle critiche sulla lunghezza, perché se alla gente la lunghezza sembra gratuita, vuol dire che il libro è riuscito male e amen. Di sicuro non è perché non mi andava di lavorarci o di fare dei tagli.

È un libro strano. Non ha l’andamento dei libri normali. Ci sono un sacco di personaggi. Credo che sia quantomeno un tentativo in buona fede di risultare abbastanza divertente e appassionante, pagina per pagina, da non far pensare al lettore che lo sto prendendo a martellate in testa, della serie: «Ecco, beccati questo mattonazzo difficilissimo e superintelligente. Vaffanculo. Vedi un po’ se riesci a leggerlo». Io ne conosco, di libri così, e mi fanno incazzare.

Come mai hai scelto un’accademia di tennis, che nel libro è una sorta di contraltare della casa famiglia?

Volevo parlare di sport, e dell’idea che la dedizione a un obiettivo è in qualche modo simile alla dipendenza da una sostanza.

Alcuni dei personaggi si chiedono se ne valga la pena, di portare avanti quella competitività ossessiva.

Probabilmente succede lo stesso in ogni campo. Vedo come si comportano i miei studenti con me. Sei un giovane scrittore. Ammiri uno scrittore più grande e vuoi arrivare dove sta lui. Immagini che tutta l’energia che la tua invidia sta generando si trasmetta in qualche modo a lui, che esista un’altra faccia della medaglia, che la sensazione di essere invidiato sia piacevole da provare tanto quanto è sgradevole provare invidia. Volendo, è un po’ l’idea di fare una cosa per una sorta di scopo immaginario legato al prestigio invece che per l’attività in sé. È una malattia molto americana, l’idea di votarsi totalmente al lavoro per ottenere un qualche tipo di premio da luna park che di solito comporta una determinata opinione della gente nei tuoi confronti: e poi la gente si domanda come mai ci sentiamo tutti quanti alienati, soli e stressati!

Il tennis è l’unico sport che conosco abbastanza bene da vederci della bellezza, da dargli un vero significato. E la cosa fica è che sono riuscito a invogliare la rivista Tennis a fare un pezzo su di me. Per quanto mi riguarda, è una cosa fantastica. Chissà, magari un giorno o l’altro mi capiterà di fare qualche scambio con dei professionisti. Un bel risultato.

(Pubblicato originariamente su Salon, 9 marzo 1996. Una versione online è disponibile sugli archivi di Salon. © Salon Media Group, 1996.)

© minimum fax – tutti i diritti riservati 


[1]. One Day at a Time, trasmesso in Italia col titolo Giorno per giorno. [n.d.t.]

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