Luigi Malerba Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luigi-malerba/ un blog di approfondimento culturale Wed, 26 Nov 2025 10:26:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luigi Malerba Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luigi-malerba/ 32 32 “Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi” di Michele Farina https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/un-narratore-anfibio-luigi-malerba-e-le-forme-brevi-di-michele-farina/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/un-narratore-anfibio-luigi-malerba-e-le-forme-brevi-di-michele-farina/#respond Wed, 26 Nov 2025 10:23:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56495 Pubblichiamo, ringraziando l’autore Michele Farina e l’editore Mimesis, un estratto dal saggio Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi. * Malerba e il Novecento: una presenza anfibia In apertura a un saggio dedicato a Luigi Malerba (Berceto 1927- Roma 2008), Guido Almansi, prendendosi gioco di quei “modelli di sviluppo” nei quali i critici […]

L'articolo “Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi” di Michele Farina proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo, ringraziando l’autore Michele Farina e l’editore Mimesis, un estratto dal saggio Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi.

*

Malerba e il Novecento: una presenza anfibia

In apertura a un saggio dedicato a Luigi Malerba (Berceto 1927- Roma 2008), Guido Almansi, prendendosi gioco di quei “modelli di sviluppo” nei quali i critici amano incastrare le parabole creative degli autori, si chiedeva: “Per esempio, che cosa vorrà il lettore di questo capitolo dedicato alla narrativa di Luigi Malerba? Uno sviluppo di tipo alpinistico, salita + discesa? Oppure uno sviluppo di tipo speleologico, discesa + salita?”. Se l’insofferenza di Almansi verso questo tipo di schematismi è condivisibile almeno in parte, è pur vero che egli scriveva nel 1986: entrato nel suo quarto finale, il Novecento seguiva il suo corso, Malerba era ancora nel pieno della sua attività e viveva un momento di grande riconoscimento critico.

Oggi la situazione è molto diversa. Luigi Malerba (all’anagrafe Luigi Bonardi) è mancato ormai da oltre un quindicennio: se, almeno fino al 1986, egli era considerato uno dei maggiori narratori italiani in attività, oggi il responso non è più così univoco. A posteriori, e al netto dei numerosi e spesso validi contributi dedicati all’autore negli ultimi decenni, ciò che è più mancato alla critica su Malerba è una convincente lettura sintetica del suo percorso, capace di dar conto della particolarità della sua opera senza per questo relegarla nel ghetto, affollatissimo in Italia, della cosiddetta letteratura irregolare, etichetta che presuppone l’esistenza di un’egemone e non meglio specificata letteratura regolare.

È anche a causa di questa lacuna che ho voluto far precedere i capitoli analitici di questo libro da uno più introduttivo, composto di cinque paragrafi nei quali ho cercato rispettivamente di: §1.1) rendere conto in modo succinto dell’attuale situazione editoriale dell’opera di Malerba; §1.2) osservare quale spazio è riservato all’autore in alcune recenti sintesi storico-letterarie del Novecento italiano; §1.3) proporre a mia volta la bozza di un modello di sviluppo della parabola letteraria di Malerba; §1.4) giustificare il mio interesse verso la sua produzione breve; §1.5) descrivere per sommi capi il contenuto e la struttura di questo lavoro.

Ricorrendo a uno degli aggettivi più cari all’autore, si potrebbe definire la presenza di Malerba all’interno della storia letteraria del nostro secondo Novecento come anfibia. All’altezza in cui scrivo, il piano di riedizione della sua opera maggiore negli “Oscar” Mondadori è stato completato, fatto che rende accessibili i suoi libri in edizione economica nella collana tascabile di maggior diffusione sul territorio nazionale. Oltre alla pubblicazione nel 2016 di un Meridiano curato da Giovanni Ronchini, che raccoglie un’ampia selezione delle sue opere più importanti, Mondadori, principale editore di Malerba a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha riunito in un “Oscar Baobab” la produzione complessiva dei suoi racconti per le cure di Gino Ruozzi.

L’uscita nell’agosto del 2022 di un lungometraggio tratto dal Pataffio per la regia di Francesco Lagi ha rappresentato una nuova occasione di visibilità per Malerba, autore la cui precoce gavetta cinematografica – prima come critico, poi come sceneggiatore – ha avuto un forte impatto sull’avvio e sul consolidamento del suo percorso di narratore letterario. Fra le numerose opere di Malerba, che fin dai suoi esordi ha dimostrato di ragionare sui suoi libri anche in termini di potenziale trasposizione filmica o televisiva, non è un caso che proprio Il pataffio sia stato selezionato per una riproposizione sul grande schermo. Malerba, infatti, è stato uno degli interpreti più credibili della riscoperta della cultura materiale e cavalleresco-medievale che ha investito la cultura italiana negli anni Settanta. È emblematica in questo senso la fortuna del ciclo delle Storie dell’anno Mille, scritto a quattro mani con Tonino Guerra. In una lucida recensione al Pataffio, già Giovanni Raboni aveva sottolineato l’originalità del contributo di Malerba in questo revival e la crucialità del rapporto fra scrittura per le scene e scrittura letteraria nella sua opera:

Forse trascinato dalla sua esperienza di sceneggiatore cinematografico (il libro, oltretutto, sembra – e forse è – il progetto scritto di un film più che la scrittura di un progetto narrativo), Malerba ha premuto un po’ troppo il pedale della facilità e continuità degli effetti e un po’ troppo poco, per esempio, quello della compenetrazione tra il piano dei dialoghi, dove si concentra tutto il sapore dell’inventiva lessicale e timbrica, e il piano della descrizione narrativa, che ha la simpatica secchezza, ma anche la poco stimolante neutralità di una semplice didascalia.

Anche la produzione di letteratura per l’infanzia, i cosiddetti libri anfibi di Malerba, gode ancora di ottima salute da un punto di vista editoriale, essendo stata riproposta in anni recenti da col- lane attente alla tradizione del comico come “Compagnia Extra” di Quodlibet e la “Biblioteca di Letteratura Inutile” delle edizioni Italo Svevo. Converrà esplicitare fin d’ora qual è la definizione malerbiana di libro anfibio – che darò per scontata da qui in poi –, chiarita in un’intervista del 1996 in risposta a una domanda sulle Galline pensierose:

Libro anfibio nel senso che va letto dai ragazzi insieme ai genitori. Per i ragazzi sono favolette, mentre per gli adulti sono, come dice Calvino, apologhi zen o aforismi. Due livelli di lettura confermati anche dalla traduzione francese, tedesca e da quella russa, pubblicate in edizioni per adulti. Devo dire che la prima edizione Einaudi delle Galline pensierose è stata pubblicata negli “Struzzi Ragazzi”, ma le successive edizioni sono state pubblicate negli “Struzzi” per adulti. L’errore che facciamo spesso è di considerare i ragazzi un “prodotto finito” mentre in ognuno di loro già si nasconde un uomo, così come negli adulti (quelli migliori) si nasconde il ragazzo, il Fanciullino pascoliano.

La tendenza per cui questi libri, inseriti alla loro uscita in contenitori editoriali destinati ai giovani lettori, vengono riproposti in un secondo momento all’interno di collane rivolte a un pubblico adulto continua ancora oggi. Questa oscillazione sul versante editoriale è una riprova del carattere ibrido della fantasia narrativa di Malerba. Mi è bastato scrivere poche righe, infatti, per far scattare una prima tagliola terminologica, quella che oppone letteratura per l’infanzia e letteratura per lettori adulti, a dimidiare l’opera di questo autore, che testimonia come la categoria di letteratura per l’infanzia abbia i confini sfumati.

La naturale doppiezza dell’opera di Malerba è stato uno dei fat- tori che ne ha reso più difficile la ricezione da parte della critica, in particolare da quella specialistica, scettica nei confronti della letteratura per l’infanzia come oggetto di studio serio, spesso ap- paltato a dipartimenti di più marcati interessi pedagogici, quando non del tutto rimosso dal dominio degli oggetti ritenuti degni di una verifica. Per richiamare due titoli che ho già menzionato, mi pare che libri come Storie dell’anno Mille e Il pataffio provengano dalla stessa vena narrativa, al netto della diversa calibrazione im- posta, nel primo caso, dal rivolgersi a lettori più giovani. Eppure, la capacità di un autore di affermarsi presso il pubblico in formazione e, magari, di entrare nel canone delle letture scolastiche, è una delle poche garanzie di sopravvivenza in un sistema letterario modernamente impostato: basti pensare, per fare solo due nomi di grosso calibro, a quanto questo fattore sia stato decisivo per autori come Dino Buzzati e Italo Calvino.

Al momento la forte presenza di Malerba sul mercato editoriale non è stata contrappesata da una riconsiderazione di questo autore da parte della critica. In questo lavoro ho cercato di fornire una ridescrizione della parabola di Malerba a partire dal suo rapporto con le forme brevi, sforzandomi di intendere questo termine, ridescrizione, nell’accezione che gli ha dato Claudio Giunta:

La riformulazione e la ridescrizione non sono una parte accessoria della ricerca umanistica ma la sua essenza. L’elemento della novità non ha l’importanza che ha nelle scienze dure: non ci si dedica a questo tipo di studi perché si vuole “scoprire qualcosa” (questa è di solito la malattia dei filologi immaturi) ma perché si vuole vedere più chiaro dei propri predecessori, o meglio perché si vogliono vedere le cose in maniera diversa rispetto a loro.

Beninteso, la volontà di concentrarmi sulla produzione breve di Malerba è nata anche grazie alle intuizioni di alcuni fra i critici più attenti della sua opera; detto ciò, resta mia la convinzione che mancasse una disamina unitaria di questa attività, affrontata negli anni in interventi occasionali, recensioni e scritti sparsi, ma mai, finora, in uno studio più organico.

Tornare al “Malerba breve” mi ha permesso di riattraversare gli anni del suo esordio e della sua affermazione, costeggiando e a vol- te incrociando alcuni dei libri ai quali ancora oggi è più legata la sua memoria, su tutti Il serpente e Salto mortale. L’utilizzare le forme brevi come punto di riferimento mi ha permesso di restituire un’altra immagine di Malerba rispetto a quella più invalsa. Ma qual è, oggi, l’immagine più canonica di Malerba? Non si può procedere oltre senza rispondere a questa domanda.

L'articolo “Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi” di Michele Farina proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/un-narratore-anfibio-luigi-malerba-e-le-forme-brevi-di-michele-farina/feed/ 0
Storiette e storiette calzabili https://minimaetmoralia.it/attualita/storiette-storiette-calzabili/ https://minimaetmoralia.it/attualita/storiette-storiette-calzabili/#respond Thu, 19 Nov 2020 07:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44642 di Simone di Biasio

Da ragazzino, credo in seconda liceo, era esplosa la moda delle “Total 90”, modello di scarpe Nike che andavano bene su un campo di calcetto, invece si presero la strada, i nostri piedi. Alla fine – spoiler - arrivai in classe con un paio di scarpe da ginnastica cinesi (in questo, per la verità, come le Nike), riproduzione ridicola delle originali. Ma mio padre il giorno prima s’era ingegnato perché aveva visto stampata sul mio volto l’espressione col sorriso ebete di chi non vuole deludere il genitore del regalo, ma nemmeno vuole quelle scarpe, ma voleva QUELLE scarpe, non la copia sgualdrina.

L'articolo Storiette e storiette calzabili proviene da Minima et Moralia.

]]>
1sl

di Simone di Biasio

Da ragazzino, credo in seconda liceo, era esplosa la moda delle “Total 90”, modello di scarpe Nike che andavano bene su un campo di calcetto, invece si presero la strada, i nostri piedi. Alla fine – spoiler – arrivai in classe con un paio di scarpe da ginnastica cinesi (in questo, per la verità, come le Nike), riproduzione ridicola delle originali. Ma mio padre il giorno prima s’era ingegnato perché aveva visto stampata sul mio volto l’espressione col sorriso ebete di chi non vuole deludere il genitore del regalo, ma nemmeno vuole quelle scarpe, ma voleva QUELLE scarpe, non la copia sgualdrina.

Insomma mio padre s’era ingegnato: intuendo che la forma grafica del marchio differiva poco dall’originale, soprattutto perché per difetto, poteva aggiungere per eccesso, con un semplice pennarello nero made in italy, la parte mancante del famoso “baffo” Nike, rendendolo perciò più aderente all’originale, più plausibile, più vero-simile.

La mattina a scuola mi presentai più o meno fiero con quelle scarpe e ricordo la corsa del mio compagno, di quelli sempre alla moda e che piacciono a tutte le più belle dell’istituto e a cui volevo però bene, sulle mie calzature. Si abbassò a guardarle e io lo allontanai, scalciai il suo occhio indagatore. “Sono quelle, anche se non sono quelle”. Le Total 90 dopo pochi giorni sparirono alla vista. Forse i miei le avevano pagate all’ingrosso quanto le scarpe Lidl. È che ogni tanto bisogna correre verso il nuovo. Che non si può comprare, ma si può tenere nella scarpiera per qualche giorno.

Le scarpe Lidl andate a ruba l’altro giorno le avevo viste per la prima volta questa estate, ma sembravano innocue. Solo una pubblicità, altrove. Solo un fake, magari. Ma il fake diventa irrimediabilmente reale: possiamo comprare anche noi il fake, indossare il fake, condividere il fake. E lo abbiamo prodotto noi, credendogli. Sarebbero presumibilmente andate a ruba anche ad un prezzo doppio, poniamo a 24,99 €. (Peraltro stamane scopro alla Conad che dal primo gennaio 2018, ai sensi del decreto legge 50/2017, le monete da 1 e 2 cents in Italia non vengono più coniate e per questo il supermercato arrotonda, in caso di pagamento in contanti, per eccesso o per difetto – come fece mio padre – al multiplo di 5 cents più vicino.) Vabbe’, le scarpe Lidl costano tondi 13 euro.

Ma il punto è sempre un altro, e quando il punto è un altro si allontana, sfugge, sorvola. Nessuno aveva bisogno di un paio di scarpe in più. Nessuno aveva bisogno di un nuovo marchio di scarpe. Da domani, poniamo, H&M produrrà sottaceti col suo marchio in vendita promozionale a 0,99€. Zara venderà rose che sui petali esterni recheranno il suo stesso brand: un mazzo da 13 rose Zara a soli 9,90€. San valentino improvviso. Amori sbocciati dalla notte al giorno, file per evitare seccature, vegetali e sentimentali.

A me le scarpe Lidl fanno venire in mente la carta igienica blu Ikea. Un fenomeno differente, nessuna offerta speciale, nessun pacco convenienza da 50 rotoli a 3,99€. Forse c’è l’odore del nuovo che le scarpe hanno di serie, come quando aprivamo il finestrino posteriore dell’auto di papà per sentire l’afrore di benzene e bearcene come gocce di Givenchy. Dicevo: la carta igienica blu Ikea. Blu Ikea. O forse blu petrolio, ma non conta: gli amici mi deridono perché tendo al blu. Ogni colore lo rapporto al blu. Ho comprato all’Ikea un salotto che definivo blu e invece era grigio, pale(tte)semente grigio per tutti, ma non per me.

E anche le scarpe Lidl sono blu: blu vero, più altri inserti gialli e bianchi. La carta igienica blu ti dà l’impressione, quando la posi nel tuo bagno, di avere un intero bagno nuovo perché non c’era mai stata una carta igienica blu prima. Spicca. Si erge ad unico insulso ghinghero della toletta, così standardamente borghese. Invece così quella carta igienica blu signoreggia, entra in scena, si prende la sua rivincita. Spicca, spacca, spocchia. Lo specchio riflette: cos’è quest’azzurra cellulosa? Borghese sarai tu, coprirotolo cinese o finemente ricamato a mano, asta che servi solo a srotolare il rotolo.

Diventa borghese piuttosto la tazza, così uguale per tutti, da troppi anni. Sanitari, li chiamano, come le scarpe brutte ma comode nelle vetrine delle parafarmacie. La carta igienica blu: la regina. No, non Regina, che restano the king. Blu impera su tavolo da bagno. Lidl stempera le nostre scarperìe, le nostre strambe sciccherie. “Uscire con l’abito nero, sciccherie / Mentre metto cose per sembrare come quelle un po’ più fighe”, canta Madame.

Finalmente oggi ripesco dalla libreria un albo su cui da tempo volevo scrivere. Ora, dopo le scarpe Lidl. “Il vermetto nero nero” di Luigi Malerba, una delle “Storiette e storiette tascabili” dello scrittore di “Itaca per sempre”. Il suo testo prende forma nelle illustrazioni di Rosa Lombardo. È una storia breve e semplice: un vermetto di campagna lungo e nero decide di giocare uno scherzo al contadino del podere in cui vive per vendicarsi del fatto che quasi tutti gli uomini schifano i vermi come lui. Così di notte striscia fino alla camera del contadino, s’infila sotto al letto in cui sono le sue scarpe, sfila uno dei lacci e va a incrociarsi lui stesso nei buchi. Sperava che al mattino, svegliandosi e allacciando le sue calzature, avrebbe provato ribrezzo a toccare un verme al posto dei lacci.

Ma il contadino non se ne avvede, si leva troppo presto per dirsi realmente sveglio. Lavora tutto il giorno, come sempre, e tutto il giorno il verme rimane annodato alla sua scarpa. Quando la sera l’uomo se le sfila, finalmente il verme si libera, ma è a pezzi, a malapena riesce a strisciare dalla casa alla sua terra. Il racconto dice che ci ha impiegato tre giorni prima di riprendersi da quel “mal di schiena”. Non lo farà mai più. Forse. Non correremo mai più alla Lidl, forse.

Prendiamo questa storia come la parte per il tutto, il laccio per la scarpa, dunque il verme per la scarpa. Metonimia Lidl, discount di sineddoche. La scarpa del supermercato voleva vendicarsi del ribrezzo che gli uomini provano per il marchio, per il sottocosto, per lo stravagante. E così il contadino, l’uomo, la donna, la casalinga, la fescionblo’, la nonna, la mamma, la maestra, tutti (ma nessuno a lavorare?) sono corsi ad indossarle lo stesso, senza accorgersi della differenza tra il laccio vero e il laccio verme, tra l’originale e il farlocco – sebbene il marchio Lidl sia, di per sé, originale. La scarpa Lidl allora, accorgendosi che nessuno s’avvede della sua presenza, si sfilerà presto da sola, correrà via verso l’oblio, verso il podere d’acquisto che richiamerà a sé tutti i vermi, tutte le cose velocemente programmate per l’obsolescenza. E sarà solo un’altra storietta calzabile di malerbiana memoria, tra le nostre storiette troppo umane. Sull’ultima pagina dell’albo di Malerba è scritto: “Ogni riferimento a vermetti presunti o realmente esistenti è puramente casuale”. Lidl ha aggiunto una paginetta al nostro albo del giorno dopo.

L'articolo Storiette e storiette calzabili proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/attualita/storiette-storiette-calzabili/feed/ 0
Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/ https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/#comments Sun, 30 Nov 2014 11:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24238 “Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze.

L'articolo Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba proviene da Minima et Moralia.

]]>
LUIGI BONARDI IN LETTERATURA LUIGI MALERBA

Questo articolo è apparso sulla rivista Fillide.

di Giovanni Accardo

“Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze. Come sostiene lo stesso Malerba:

“Quel che funziona sempre, con i ragaz­zi, è metterli in difficoltà, in imba­razzo. Con vari sistemi, per esempio con il paradosso; io dicevo loro: se una macchina con quattro ruote va a cento chilometri all’ora, con otto andrà a 200. Allora i ragazzi comin­ciano a confondersi, a pensare, a irri­tarsi, anche, e ciò li obbliga ad avere delle reazioni, a non accettare queste proposizioni, questi paralogismi cie­camente, ma a discuterli.”[2]

Sono testi che conservano talune delle caratteristi­che proprie delle altre opere malerbiane e muovono dal romanzo sperimen­tale e dai dibattiti del Gruppo 63: la metanarrazione, il punto di vista straniante, l’abbassamento linguistico. Essi, dunque, confermano la peculiarità della narrativa di Malerba nell’ambito del romanzo sperimentale, ovvero come la ricerca di nuove forme espressive non vada mai a scapito della comunicabilità, pur conservando intatta la vis demistificatoria nei confronti della tradizione letteraria e dissacratoria verso il potere e l’autorità costituita. Facendo ampio ricorso all’assurdo, con i personaggi che agiscono attraverso ragionamenti paradossali e fitti di non-sense, nei libri per ragazzi i giochi linguistici trovano nella favola lo spazio espressivo ideale.

“Io credo che il paradosso e il paralogismo (…) possono abituare i ragazzi a diffidare dalla logica corrente della TV, della famiglia, della scuola, che spesso propone menzogne che si presentano con l’apparenza della verità. È una vaccinazione sicuramente salutare che a lungo andare darà i suoi frutti. (…) non è dunque un gioco astratto ma un avvicinamento al disordine fondamentale delle cose che ipocritamente si cerca di esorcizzare con il ‘pensare corto’ della quotidianità.”[3]

La scelta dell’animale come unico protagonista è, ovviamente, riconducibile alla tradizione della favola, da Esopo a Fedro, sino a La Fontaine, e, tra gli scrittori italiani, a Gianni Rodari. Però, mentre nelle favole di quest’ultimo, spesso c’è un invito, o almeno la speranza, a costruire una società più giusta, e non a caso alcune di esse si concludono con una morale[4], in Malerba “…l’indignazione non diventa mai predi­ca ma è il propellente che fa partire il razzo del pensie­ro…”[5], da cui scaturiscono le immaginazioni più parados­sali e illogiche, vero e proprio trionfo della libertà della fantasia. Del resto, come scrive Walter Benjamin: “Quando inventano storie, i bambini sono registi che non si lasciano tarpare le ali dal ‘senso’.”[6]

Come spesso accade nelle opere di Malerba, la realtà viene ironicamente aggredita nei suoi significati precostituiti nel tentativo di estrarne di nuovi, magari provando a dare dignità di pensatori ad animali proverbialmente stupidi, come le galline.

“Le galline non pensano,” disse Zerbino annoiato.

“E chi ti dice che non pensano? Ci sei mai entra­to nella testa di una gallina? Non si può sapere.”[7]

Questo dialogo si legge in uno dei racconti della Scoperta dell’alfabeto, libro d’esordio di Malerba. A di­stanza di anni, facendo propria la perplessità dell’interlocutore di Zerbino, prova ad entrarci lo scrittore nella testa delle galline e a registrarne i pensieri: il risulta­to è quel vero e proprio manualetto di paralogica che è Le galline pensierose, raccolta di brevissime favolette, quasi aforismi, che costituisce il culmine dell’abbassamento non solo del linguaggio, ma anche del punto di vista.

Pubblicato la prima volta nel 1980 da Einaudi, con le illustrazioni di Adriano Zannino, ripubblicato e arricchito di altre storie nel 1980 da Mondadori, con l’ultima edizione, pubblicata lo scorso aprile da Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, dalle 131 storielle iniziali si arriva a 155, con l’aggiunta di nove inediti scritti da Malerba nel febbraio 2008, dunque pochi mesi prima di morire.

Le storielle di cui si compone il volume sono strutturate in un’unica azione che si svolge nello spazio limitato del pollaio. Non troviamo mai neppure la traccia di una presenza umana; uniche protagoniste, infatti, sono le galline che, come scrisse Italo Calvino nel risvolto di copertina della prima edizione, “…si librano tra lo humour sospeso nel vuoto del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen.”[8]

Forse non a caso Malerba aveva indirizzato questo libro al pubblico infantile, la cui immaginazione ancora non è limitata dalle convenzioni e dai luoghi comuni. La scelta della gallina come protagonista è un modo per smascherare, attraverso lo humour, l’insensatezza della vita quotidiana, per denun­ciare un mondo, quello umano, dominato dal ridicolo:

“Per diventare filosofa”, diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, “non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente”. Lei si metteva in un angolo del pollaio e pensava a niente. Così, e non in altri modi, dice­va di essere diventata una gallina filosofa.[9]

In questo caso l’effetto paradossale nasce dall’uso polisemico del termine ‘niente’, giacché esso può coincidere con il nulla delle filosofie orientali, oppure, preso alla lettera, diventa una modalità derisoria nei confronti di coloro che non pensano a nulla e si atteggiano a filosofi.

La polisemia diventa occasione per giocare col significato delle parole, ad esempio con la parola tasso, come aveva fatto qualche anno prima Achille Campanile[10], uno scrittore che ha diversi tratti in comune con la comicità di Malerba, infatti anche in Campanile l’effetto ironico spesso è ottenuto sfruttando “…la molteplicità di significati che assume un’espressione, cioè sulle varie possibilità di impiego offer­te dal campo semantico di una parola”.[11]

Una gallina disse che il tasso era una bestia, un’altra gallina disse che il tasso era una pianta e un’altra ancora disse che il tasso era un poeta. Bisognava aver paura del tasso? Tutte insieme decisero che era meglio non fidarsi del tasso.[12]

D’altronde, per ritornare alle teorie del Gruppo 63 e alla Neoavanguardia, la realtà è soprattutto un universo linguistico, dove gli oggetti esistono perché vengono nominati, e la letteratura è “…un modo di agire nel linguaggio, ma anche (…) un modo di agire con il linguaggio.”[13] Ed ecco la gallina enciclopedica annunciare alle compagne che il mondo è fatto di parole:

Una gallina enciclopedica aveva imparato a memoria più di mille parole. A questo punto credeva di essere diventata sapiente e quando stava con le compagne ogni tanto diceva ‘rombo’ oppure ‘cratere’ oppure ‘ortica’. A chi le domandava che cosa significassero quelle parole lei rispondeva che il mondo è fatto di parole e che se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline.

La gallina come protagonista di storielle dissacranti nei confronti di talune forme di narcisismo intellettualistico, magari a sfondo esistenziale, compare anche nelle Favole minime di Rodari, raccolta di testi brevissimi con i quali l’autore, come scrive Carmine De Luca, “…va a colpire gli errori e le distorsioni di una falsa razionalità (…) i ragionamenti solo apparentemente logici.”[14]

Una gallina, guardandosi allo specchio, si chiede­va: “Chi sono io? Per essere un leone mi mancano due zampe, per essere una volpe mi manca quel cer­to sorriso, per essere una pantera nera sono trop­po colorita. Chi sono, chi sarò dunque mai? Dove andremo a finire?”[15]

Le galline di Malerba, però, trovano sempre una risposta, magari aspra, che pone fine al loro vaneggiare.

Una gallina un po’ incerta andava in giro per l’aia brontolando: “Chi sono io? Chi sono io?” Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata matta, finché un giorno una le ri­spose: “Una cogliona”. La gallina un po’ incerta da quel giorno smise di vaneggiare.[16]

L’originalità di Malerba, inoltre, consiste nel ricorrere all’e­spediente del meta-racconto, cioè alla favola dentro la fa­vola, mettendo in luce il modo di procedere del racconto stesso ed evidenziandone la letterarietà:

Una gallina vanitosa incontrò un rospo nell’orto. Il rospo incominciò a gonfiarsi, a gon­fiarsi per diventare grande come una gallina. “Stai attento”, disse questa, “che non ti succe­da come alla rana che voleva diventare grande co­me il bue”. “ Ho capito”, disse il rospo, “ma qui non si tratta di una rana e di un bue, ma di un rospo e di una gallina”.[17]

Oppure nel riscrivere, dal punto di vista gallinaceo, i classici della tradizione letteraria, con evidente effetto comico, una comicità che facilmente sconfina nel grottesco:

Una gallina irrequieta aveva visto Madame Bovary in televisione e si sentiva molto infelice di vivere in un piccolo pollaio di provincia. Sognava di andare nella capitale e di camminare avanti e indietro sui marciapiedi delle strade affollate sotto gli occhi di tutti. Voleva essere ammirata, sognava il lusso e le luci dei grandi negozi. Un giorno la caricarono insieme con altre galline su un camioncino. Le altre erano disperate, ma lei era felice perché aveva visto che il camioncino aveva la targa della capitale. Il giorno dopo venne esposta, spennata e con la testa all’ingiù, in un grande negozio del centro.[18]

Le galline sono pensierose, dunque, non solo perché hanno il pensiero, cosa naturalmente strana, ma perché si preoccupano quando si confrontano con la realtà umana e la trovano inquietante o incomprensibile. L’animale proverbialmente stupido ci costringe a domandarci se ad essere stupido, o almeno insensato, non sia piuttosto l’universo umano, specie quando annega nelle tautologie o nell’autoreferenzialità:

Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò che cosa la preoccupasse. “La calvizie”, rispose la gallina pensierosa.[19]

Una gallina gallinologa dopo avere studiato molto il problema disse che le galline non erano animali e non erano nemmeno uccelli. “E allora che cosa sono?” domandarono le compagne. “Le galline sono galline”, disse la gallina gallinologa e se ne andò via impettita.[20]


[1] I buchi neri della fantasia, intervista di P. Mauri, “La Repubblica”, 31-12-1978; ora in L. Malerba, Parole al vento, a cura di G. Bonardi, Lecce, Manni, 2008, pp. 129-130.

[2] A. Barberis, Non si può fare gli scrittori 24 ore su 24, in “Millelibri”, gennaio 1991, n. 38, p. 60.

[3] La velocità del buio, intervista di F. Sanseverino, “C’era due volte”, n. 4, 1996; ora in L. Malerba, Parole al vento, op. cit., p. 134.

[4] Ad esempio nella favola La strada che non andava in nessun posto, il protagoni­sta, dopo essersi incamminato per una strada che tutti dicevano che non portava in alcun posto, arriva presso un ca­stello pieno di tesori di ogni genere; quando  ritorna in paese anche gli altri si avviano per lo stesso sentiero, al­la ricerca del castello, ma non arrivano in alcun posto perché: “(…) la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco. la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco (…). Non c’era più né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono sol­tanto per chi batte per primo una strada nuova (…)”

G. Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962, 1983, pp. 55-57.

[5] A. Guglielmi, Gare di bellezza per scorpioni, in “Corriere della Sera”, 24 aprile 1977; (ora in Carta stampata, Roma, Cooperativa Scrittori, 1978, pp. 113-115).

[6] Prosegue Benjamin: “È assai facile farne la prova. Basta scegliere quattro o cinque parole ben precise facendole poi com­binare in una breve frase, e se ne vedrà scaturire la prosa più i­naspettata: non una sbirciatina, ma un ingresso in piena regola nel libro per bambini. (…) È in questo modo che i bambini scri­vono i loro testi; ma è anche così che li leggono.”

Cfr. W. Benjamin, Orbis Pictus. Scritti sulla letteratura infantile, a cura di G. Schiavoni, Milano, Emme Edizioni, 1981, p. 52. 

[7] L. Malerba, Storia della morìa, in La scoperta dell’alfabeto, Milano, Mondadori, 1990, p. 68. La prima edizione è uscita per Bompiani nel 1963.

[8] I. Calvino, nota sulla quarta di copertina de Le galline pen­sierose, illustrazioni di A. Zannino, Torino, Einaudi, 1980.

[9] L. Malerba, Le galline pensierose, Macerata, Quodlibet, 2014, p. 22.

[10] A. Campanile, La quercia del Tasso, in Manuale di conversazione, Milano, BUR, 1999, pp. 105-107.

[11] G. Calendoli, Achille Campanile, in AA. VV., Letteratura i­taliana. 900, vol. V, Milano, Marzorati, 1979, p. 4432.

[12]  L. Malerba, Le galline pensierose, op. cit., p. 51.

[13] L. Vetri, Letteratura e caos. Poetiche della “neo-avanguardia” italiana degli anni Sessanta, Milano, Mursia, 1992, p. 85.

[14]  G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di C. De Luca, Roma, Editori Riuniti, 1982, p. 75.

[15] Ivi , p. 82.

[16] L. Malerba, Le galline pensierose, cit., p. 11.

[17] Ivi, p. 13.

[18] Ivi, p. 47.

[19] Ivi, p.7.

[20] Ivi, p. 49.

L'articolo Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/feed/ 4
Luigi Malerba, scrittore anfibio https://minimaetmoralia.it/letteratura/luigi-malerba-scrittore-anfibio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/luigi-malerba-scrittore-anfibio/#comments Wed, 10 Sep 2014 08:42:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23219 Il mio primo personaggio malerbiano l’ho incontrato a undici anni: l’Ambanelli della Scoperta dell’alfabeto. Ero tutta contenta, la prof mi aveva assegnato il racconto di uno scrittore che a casa stava sullo scaffale dei grandi. In salotto, indicai impettita Il pataffio a me proibito: «Io questo signore ce l’ho come compito di scuola». La scena è involontariamente emblematica, non sapevo ancora che tutta la produzione malerbiana è attraversata da scarti improvvisi, non sapevo che ogni lettore ha il suo Malerba: lo sperimentatore del Serpente, lo sbeffeggiatore delle Galline pensierose, il linguista paradossale dei Neologissimi.

L'articolo Luigi Malerba, scrittore anfibio proviene da Minima et Moralia.

]]>
MALERBA

(Fonte immagine)

Il mio primo personaggio malerbiano l’ho incontrato a undici anni: l’Ambanelli della Scoperta dell’alfabeto. Ero tutta contenta, la prof mi aveva assegnato il racconto di uno scrittore che a casa stava sullo scaffale dei grandi. In salotto, indicai impettita Il pataffio a me proibito: «Io questo signore ce l’ho come compito di scuola». La scena è involontariamente emblematica, non sapevo ancora che tutta la produzione malerbiana è attraversata da scarti improvvisi, non sapevo che ogni lettore ha il suo Malerba: lo sperimentatore del Serpente, lo sbeffeggiatore delle Galline pensierose, il linguista paradossale dei Neologissimi.

«A scuola dicevano: cerca di essere te stesso, ma se io non avessi cercato di essere un altro non avrei scritto niente», racconta lo scrittore di Berceto in una delle sue ultime interviste. L’uomo che all’anagrafe faceva Luigi Bonardi (1927-2008) è stato un altro in ciascuna delle sue opere, è stato il narratore bugiardo per antonomasia, l’autore di gialli con infinite soluzioni, il collezionista di parole abbandonate, uno dei migliori professionisti italiani nell’arte mai gratuita di spiazzare e mettere a disagio il lettore. Nel 2014 la Quodlibet di Ermanno Cavazzoni, esperto dell’opera di Malerba, e la Mondadori, che ha i diritti di molti suoi libri, hanno rimesso in circolazione i troppi testi che negli anni erano scivolati fuori catalogo, in attesa del Meridiano che uscirà nella primavera 2016 a cura di Walter Pedullà.

Il secondo personaggio malerbiano che ho conosciuto nella mia vita è stata Anna, sua moglie (non l’ho mai sentita definirsi vedova), in occasione di una serata organizzata alla libreria Altroquando di Roma dai Libri in testa, un gruppo di provocatori letterari di cui faccio parte. Anna, prima di sposare uno scrittore, di cognome faceva Lapenna («La battuta l’ha già fatta una studiosa giapponese nella sua tesi»). Le dico che vorrei scrivere di Malerba e farle qualche domanda, mi avverte: solo a patto che si parli di suo marito e non di lei. E lui, quanto parlava di sé? «Nel Diario di un sognatore aveva deciso di raccogliere i suoi sogni più curiosi, sognava tantissimo, viveva notti agitate che finivano ogni mattina su un taccuino. E i critici: che bel libro di racconti ha scritto Malerba!». Lui ci rimase un po’ male: dopo tanti romanzi in prima persona e altrettante faticose smentite («La prima persona non sono io»), aveva scritto la sua unica opera autobiografica in terza e nessuno se n’era accorto.

Il mio Malerba preferito, nel racconto di Anna, è il ragazzo che da Parma si sposta a Parigi e di lì a Roma, dove si presenta ai grandi del cinema, da Fellini a Flaiano. Nessuno crede ai propri occhi: per la forza della scrittura e l’autorevolezza della pubblicazione si aspettavano un anziano erudito, e invece il direttore della prestigiosa rivista Sequenze è un ragazzetto fresco di università. Qualche mese dopo, il poco più che ventenne Luigi prende in affitto una casa in via del Tritone insieme ad Attilio Bertolucci, lavora con Lattuada e Zavattini, comincia a scrivere per il cinema. Diventa Malerba.

Confesso ad Anna che, da bambina, del racconto sull’analfabeta Ambanelli mi aveva colpito l’assenza di superiorità o compassione da parte della voce narrante (allora non lo dicevo così, dicevo solo: diverso dal Libro Cuore). Un uomo grande e grosso che non si vergogna di voler imparare a leggere: be’, quell’uomo mi era simpatico. «Luigi aveva un grande rispetto per il mondo contadino, anche se non lo rimpiangeva perché non frequentava il sentimento della nostalgia», dice. A me piaceva quell’Ambanelli che cerca sui vecchi ritagli di giornale le parole che conosce e quando le trova è felice «come se avesse incontrato un vecchio amico». Oggi il senso del racconto lo trovo tutto nella riga precedente, quando il contadino sente di aver imparato a sufficienza: «Mi sembra che basta, per la mia età». Ambanelli incarna il desiderio di istruirsi senza snaturarsi, capire senza scimmiottare; La scoperta dell’alfabeto è un racconto che riflette sulla cultura ma anche sui suoi limiti.

Del resto, l’idea che una storia debba finire con il raggiungimento di un traguardo etico doveva essere molto antipatica a Malerba. Scrisse Pinocchio con gli stivali per regalare al burattino una sorte diversa da quella, a suo avviso terribile, di incarnarsi in una personcina a modo. Quella scrittura anfibia che procede tra realtà e paradosso lo faceva amare dai bambini, attratti da tutto ciò che capovolge un luogo comune; leggendolo si ha sempre la sensazione che qualcosa nasca storto all’origine, che il mondo e i fatti siano nient’altro che un equivoco. Il lettore adulto si sente preso in giro, quello piccolo sa di prendere in giro qualcun altro. Il primo scansa il sasso tirato, il secondo lo tira insieme all’autore. In Salto mortale la voce narrante è mille voci con lo stesso nome, il delitto al centro della trama viene guardato da cento angolazioni diverse (quel Giuseppe detto Giuseppe che scopre un cadavere, l’ennesimo immancabile nella galleria dei personaggi malerbiani). Chi dice la verità? Chi mente? Cosa pensa l’autore?

«Scrivo per sapere cosa penso», confessava Malerba in Parole al vento. «Diceva “Per essere scrittori si deve essere un po’ stupidi”», aggiunge Anna,  «Stupidi nel senso di capaci di provare stupore, perché se il mondo non ti stupisce come fai a raccontarlo?». Che resti un segreto, vi prego: a quelli intelligentissimi non spifferiamolo mai.

L'articolo Luigi Malerba, scrittore anfibio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/luigi-malerba-scrittore-anfibio/feed/ 4