Marco Marino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-marino/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Nov 2023 13:18:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Marino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-marino/ 32 32 Una artista del digiuno. Su “La verità che ci riguarda” di Alice Urciuolo https://minimaetmoralia.it/libri/una-artista-del-digiuno-su-la-verita-che-ci-riguarda-di-alice-urciuolo/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-artista-del-digiuno-su-la-verita-che-ci-riguarda-di-alice-urciuolo/#respond Fri, 27 Oct 2023 06:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52894 di Marco Marino Digiunare. Sarebbe interessante provare a fare del nuovo romanzo di Alice Urciuolo, La verità che ci riguarda (66thand2nd, 18 euro) un compendio in forma di vocabolario, affidarsi soprattutto ad alcuni verbi per riuscire a dire qualcosa di un libro che fin dal titolo ci coinvolge direttamente. Questi verbi dovrebbero avere tutti un […]

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di Marco Marino

Digiunare. Sarebbe interessante provare a fare del nuovo romanzo di Alice Urciuolo, La verità che ci riguarda (66thand2nd, 18 euro) un compendio in forma di vocabolario, affidarsi soprattutto ad alcuni verbi per riuscire a dire qualcosa di un libro che fin dal titolo ci coinvolge direttamente. Questi verbi dovrebbero avere tutti un connotato «mistico», aggettivo che in questo caso non sarebbe sinonimo di «religioso», ma intenderebbe etimologicamente «qualcosa di chiuso» (dal verbo greco myo). Tutti i personaggi del romanzo, a partire dalla sua protagonista, Milena Cervi, tengono chiuso qualcosa. Milena comincia dalle labbra, si rifiuta di mangiare, pratica un costante digiuno che getta i suoi genitori in una profonda crisi. Il digiuno di Milena è la prima aberrazione di fronte a cui ci pone Urciuolo: non ha a che fare con la fede o con la fame, ma più con l’esperienza del pieno e del vuoto, della felicità e del dolore.

Quando la piccola Milena sente sua madre dire che sarebbe davvero potuta morire, se avesse continuato la sua scelta, una consapevolezza nuova comincia ad abitarla: in una pagina bellissima, apre i cassetti della credenza, fa il conto delle calorie dei biscotti, alla fine decide di prendere un pezzo di focaccia e di mangiarlo. Ma quella consapevolezza non è la consapevolezza della guarigione, infatti confessa a se stessa: «Non potevo dirmi guarita soltanto perché avevo ripreso a mangiare: il dolore si stava semplicemente spostando altrove, avrebbe trovato altri modi, più subdoli per manifestarsi, ma in quel momento nessuno di noi poteva saperlo, in quel momento anche io credevo che ormai il peggio fosse passato» (p. 47).

Pregare. Un altro verbo che bisognerebbe esplorare riguarda la preghiera. E questo ci permette di evocare una figura centrale del romanzo, che si chiama Tiziano Valentini, profeta di un’eresia moderna, a capo della Chiesa della Verità di cui la madre di Milena si fa adepta. Anche qui si potrebbe facilmente confondere l’aspetto mistico con qualcosa di religioso (d’altronde, nel Nuovo Testamento, preghiera e digiuno coincidono di continuo, come in Luca 2:37 e 5:33) e invece torna sempre più forte l’idea del chiudere e del chiudersi. In questo caso, la chiusura che la madre di Milena vive, e che la comunità di adepti della Chiesa della Verità vive, è quella degli occhi: atto tipico della preghiera, per concentrarsi e provare a visualizzare lo spirito che entra dentro di noi, la chiusura degli occhi a cui invita Tiziano è la distanza dal mondo, la progressiva perdita di coscienza dalle cose terrene, il puro affidamento, e in qualche modo l’amore.

La madre di Milena è convinta che sia stata l’intercessione di Tiziano a guarire sua figlia. Inizia a finanziare in modo cospicuo la comunità, inizia ad allontanarsi da casa, fino a lasciarla e vivere nel suo negozio. Quello che le basta, la pienezza che la appaga, è la Chiesa della Verità. Urciuolo racconta che quel lasciarsi andare alla balia dell’altro è una forma d’amore, una forma tossica e deleteria, che ti chiude nel tuo mondo piuttosto che aprirti al mondo degli altri. Lo scrive luminosamente attraverso la storia di Sesa Vellucci, una delle prime seguaci, conquistata dalle parole confortanti di Tiziano («Ti penso e prego sempre per te») e da queste svuotata sia spiritualmente che economicamente. La donna, però, trova il coraggio di intentare una causa contro quell’uomo, e quando gli avvocati del santone gli chiedono in che modo si sentisse manipolata, dal momento che aveva scelto liberamente di aderire a quel culto, Sesa Vellucci risponde: «È impossibile guarire da una cosa che non riconosci come una malattia» (p. 178).

Guarire, amare. Come possiamo notare, ritorna l’idea di guarire come principio di amore: è naturale e spontaneo amare chi ci guarisce; allo stesso modo, è naturale e spontaneo sentirsi male per l’assenza di amore. Perché la guarigione ha dei tratti comuni all’amore: l’affidarsi, lasciando che l’altro ci riconosca per quello che siamo, per il male che portiamo dentro, e ci dia l’unguento che ci salva; la gioia del sentirsi vivi, del sentire che il mondo ci appartiene ancora grazie al nostro guaritore; la convinzione di non ammalarsi più, finché il nostro guaritore ci starà accanto.

Eppure, ne La verità che ci riguarda, il paradosso apocalittico di fronte a cui ci pone Alice Urciuolo è proprio questo: per quanto sia naturale amare chi ci guarisce, quell’amore non è amore, ma soltanto una momentanea dipendenza. E tutto ciò che è dipendenza non può tradursi in sentimento. Perché nasconde una debolezza, una fragilità, che non si sana, che non diventa mai forza. L’amore, invece, è forza. È la forza che ci permette di reagire, e sconfiggere, il dolore. Questa lezione Milena, i suoi genitori, Sesa Vellucci la portano con loro e ce la restituiscono con il sacrificio (altro vocabolo religioso?) delle loro esistenze.

 

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Come stanno gli italiani. Intervista a Jessica Mariana Masucci https://minimaetmoralia.it/interviste/come-stanno-gli-italiani-intervista-a-jessica-mariana-masucci/ https://minimaetmoralia.it/interviste/come-stanno-gli-italiani-intervista-a-jessica-mariana-masucci/#respond Tue, 11 Jul 2023 11:47:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52564 Jessica Mariana Masucci presenterà Il fronte psichico questa sera alle 19 presso Noi Libreria di Milano. Interverrà con l’autrice Lorenzo Gramatica, senior editor e autore di Lucy. di Marco Marino Ci sono libri che si impongono con urgenze tra le nostre letture. Sono libri che ci permettono di contare la realtà, di dare dei nomi […]

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Jessica Mariana Masucci presenterà Il fronte psichico questa sera alle 19 presso Noi Libreria di Milano. Interverrà con l’autrice Lorenzo Gramatica, senior editor e autore di Lucy.

di Marco Marino

Ci sono libri che si impongono con urgenze tra le nostre letture. Sono libri che ci permettono di contare la realtà, di dare dei nomi alle cose che non hanno ancora nome, di definire degli spazi che sono ancora inesplorati. Uno di questi libri è sicuramente Il fronte psichico. Inchiesta sulla salute mentale degli italiani di Jessica Mariana Masucci e questa che segue è una conversazione su alcuni dei temi del libro. 

Il suo saggio comincia evocando una figura della psichiatria italiana, Franco Basaglia, promotore della legge che chiuse i manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio. Scrive che «non siamo stati all’altezza che egli ha ispirato». Perché?

Ce lo dimostrano due dati. Il primo è la presenza di tantissime associazioni formate da pazienti e familiari di pazienti, che hanno bisogno di confrontarsi con le istituzioni, di chiedere loro aiuto, che desiderano un livello adeguato di qualità delle cure. Il secondo dato ci viene fornito dall’attuale distanza – da colmare in qualche modo? – tra i quasi 800 mila pazienti psichiatrici italiani e il resto della popolazione. Più affrontiamo il tema del disagio psichico nel nostro Paese, più ci accorgiamo di come questa distanza, in realtà, sia davvero molto sottile, quasi inesistente. Anzi, che siano due poli drammaticamente coincidenti.

Tra le pagine del Fronte psichico leggiamo i numeri del Rapporto sulla Salute mentale, di cui accennavi prima i numeri: gli utenti psichiatrici assistiti nel 2021 sono stati 778.737; in 27.813 vivono in strutture residenziali; e potremmo continuare con le percentuali sui ricoveri, sulle età degli assistiti (nel 67,3% hanno più di 45 anni). Ecco, questi numeri ritratto danno degli italiani? 

Ne danno un ritratto parziale. Perché registrano soltanto quelle persone che sono state «intercettate» dai nostri servizi sanitari. Ma quante sono, invece, le persone – vittime ancora di preconcetti e tabù – che non intraprendono dei percorsi terapeutici o vengono tenute lontane dai loro familiari. D’altronde, sottolineiamolo, quando parliamo di «pazienti psichiatrici», il sistema sanitario nazionale ha in carico soprattutto persone con disturbi di grave entità. Sembra quasi un passaggio naturale: chiudono i manicomi, arrivano i nuovi servizi di salute mentale, che negli anni si sono strutturati, e le persone che prima venivano chiuse nei manicomi, adesso hanno bisogno di quei servizi. Servizi che negli ultimi dieci anni hanno una capacità limitata di risorse, soprattutto umane, ma anche economiche. Quando ti trovi in un’emergenza, e stiamo parlando dell’Italia tutta, prendi prima le persone più gravi. Per questo, escludendo un numero davvero elevato di casi silenziosi, la risposta alla domanda non potrà che essere parziale fino a quando nel sistema sanitario nazionale, e nelle nostre coscienze, qualcosa non muterà radicalmente.

 La politica come interviene? 

Se proviamo a vedere, negli anni precedenti alla pandemia per Covid, quanto la politica parlava di salute mentale, il risultato sarà quasi inesistente. Solo in questi ultimi tempi il tema ha riscosso una certa rilevanza – sebbene non sia ancora tra i principali punti di alcuna agenda politica nostrana. Come si può immaginare, è stato trattato segnatamente come problema economico, una mera questione di risorse: per carità, è un aspetto importante, che esiste e urge affrontarlo, ma servirebbe una riflessione più ampia, che non faccia passare il tema della salute mentale come l’ennesima tendenza elettorale da usare come bandiera, che non si cura a suon di bonus. È un rischio che dobbiamo evitare.

A questo interesse, come contraltare, è terribile leggere delle regioni che investono sempre di meno.

Ad esempio, tra le prime ragioni a istituire lo psicologo di base c’è stata la Campania. Io sono campana. Bisogna dire, però, che la Campania è una delle regioni che investe di meno nei servizi per la salute mentale. E noi diremo: sempre meglio di niente; eppure, avere un cronico sottofinanziamento dei servizi, non resta affatto un buon segnale. Teoricamente, se l’Italia volesse seguire le indicazioni che hanno dato gli esperti della rivista scientifica The Lancet, per gli stati ad alto reddito sarebbe necessario di investire il 10% del proprio budget sanitario in salute mentale. In Italia oggi ci troviamo intorno a percentuali del 3%.

Una domanda che forse riterrà stupida. Sembra quasi che il problema della salute mentale, negli ultimi, si sia aggravato. È possibile stabilirlo in qualche modo o è solo un problema di percezione?

Impossibile dire se sia aggravato o diminuito. Di certo se ne parla di più, a diversi livelli e in diversi modi. La pandemia ha catalizzato un movimento che era già in atto da prima; negli Stati Uniti il tema è largamente dibattuto sui giornali e sui social. Sicuramente iniziamo a vedere dei segni di apertura. Probabilmente sono da riconoscere ai più giovani, che hanno meno ritrosie riguardo a questi argomenti.

Leggo da una pagina sconcertante: «su 49 milioni di confezioni di psicofarmaci consumate in Italia in un anno, 36,5 milioni sono antidepressivi, e di questi solo 565.000 arrivano al paziente da ospedali o servizi di salute mentale Il resto sono tutte pillole acquistate in farmacia su prescrizione medica, e spesso a firmarle non sono gli psichiatri, come sarebbe logico, ma i medici di base o altri specialisti. Uno dei problemi principali che riguardano l’utilizzo degli psicofarmaci in Italia è proprio l’inappropriatezza prescrittiva.». Dapprima sconcerta il numero; subito dopo, la sua riflessione sull’inappropriatezza prescrittiva. Ancora una volta l’unica domanda è: perché? 

Basterebbe guardare le fasce d’età dei consumatori di psicofarmaci per notare come sia ancora un problema di stigma sociale. Per una persona non giovanissima è più facile rivolgersi al medico di base per farsi prescrivere un antidepressivo, piuttosto che affrontare una terapia con uno psicoterapeuta o andare da uno psichiatra.

Jessica, vorrei restare sul campo delle cure e interrogarla su quella che è una nuova frontiera, ovvero la cyberpsicologia. Ma cos’è?

Si occupa, da una parte, degli effetti delle tecnologie sulla nostra salute mentale; e poi, cerca di studiare come le tecnologie possano essere utili a fini terapeutici. A Milano, ad esempio, stanno provando la realtà virtuale per i disturbi dell’alimentazione, la percezione del proprio corpo. È un tema molto interessante. Il grande scoglio quale sarà? La disponibilità delle risorse nel sistema sanitario nazionale. Perché una volta garantita la loro disponibilità universale, queste cure tecnologiche alternative potranno davvero essere preziose e alla portata di tante persone. Ma se il sistema sanitario nazionale non le rimborserà in qualche modo, non le metterà a disposizione, c’è il rischio che rimangano appannaggio di una élite.

A questo proposito, mi piacerebbe interrogarla – come ultimo argomento – anche sui rapporti tra lavoro e salute mentale. In particolare, sulle misure che le aziende stanno cominciando a prendere per tutelare la salute mentale dei loro dipendenti.

Siamo di fronte a una questione piramidale. Se osserviamo la punta della piramide, ci sono una serie di realtà lavorative, in cui – oltre all’utilizzo dello smartworking, e altre piccole accortezze per i lavoratori – hanno iniziato a offrire come benefit sedute di psicoterapia o di coaching. E quindi si è palesato un mercato, che esisteva anche prima della pandemia, a cui fare domanda. Il problema resta quello ricorrente nella nostra conversazione: quello di cui parliamo è il vertice. Quando guardiamo al resto della piramide, quello di cui ti accorgi è che non c’è alcun tipo di attenzione per la salute mentale. Non c’è per la sicurezza fisica, figuriamoci per quella psichica.

Secondo lei, l’uso di questi «benefit» migliorerà la vita delle persone?

Non credo che questi benefit siano le risposte che, prese singolarmente, risolvano il problema. Se resta tutto incastonato nella formula: ecco, ti do i soldi del bonus psicologo; oppure, ecco ti do un pacchetto di cinque incontri gratis dallo psicoterapeuta, così ti risolvi i problemi che hai e poi ritorni a lavorare negli stessi contesti che hanno generato lo stress o il disagio psicologico… non mi pare siano la risposta migliore. Ma per provare a cambiare sul serio, avremmo bisogno di ripensare il nostro modo di intendere i rapporti tra la persona e il lavoro.

 

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Caccia allo Strega. Intervista a Gianluigi Simonetti https://minimaetmoralia.it/interviste/caccia-allo-strega-intervista-a-gianluigi-simonetti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/caccia-allo-strega-intervista-a-gianluigi-simonetti/#respond Wed, 07 Jun 2023 09:02:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52435 Gianluigi Simonetti presenterà Caccia allo Strega domani 8 giugno alla libreria Tomo a Roma. Interverranno Maria Agostinelli e Francesco Longo. di Marco Marino Troppo spesso il dibattito letterario si perde nel chiacchiericcio, nelle supposizioni vaghe, nei rapporti di simpatie e antipatie che sembrano muovere e condizionare la società delle lettere. Allora, le riflessioni sulle nuove […]

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Gianluigi Simonetti presenterà Caccia allo Strega domani 8 giugno alla libreria Tomo a Roma. Interverranno Maria Agostinelli e Francesco Longo.

di Marco Marino

Troppo spesso il dibattito letterario si perde nel chiacchiericcio, nelle supposizioni vaghe, nei rapporti di simpatie e antipatie che sembrano muovere e condizionare la società delle lettere. Allora, le riflessioni sulle nuove forme di letteratura finiscono per tramontare in un cieco nichilismo, nell’idea che ormai la letteratura italiana abbia poco da offrire, che sia il sistema a deciderla, a costruire le classifiche, a determinare i premi.

Per fortuna, però, esistono libri come Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario (nottetempo, 17€) di Gianluigi Simonetti che questi luoghi comuni li smontano, li contestualizzano, li allargano. Che permettono di osservare il maggiore dei premi letterari italiani, il Premio Strega, giunto alla sua 77esima edizione, come evento, e soprattutto fenomeno, imprescindibile per comprendere la trasformazione letteraria e culturale del nostro Paese.

A partire dalle pagine del libro, abbiamo voluto interrogare il suo autore proprio su questi argomenti.

Gianluigi, inizierei subito domandandoti se i premi letterari riescono davvero a intercettare la letteratura, se sono in grado o meno di definire un canone, dirci cosa leggere e cosa no.

Non credo che i premi letterari siano al servizio del canone letterario. Potremmo provare a spiegarlo riflettendo sulla loro origine, prendendo ad esempio uno dei premi più antichi e prestigiosi, il Goncourt, che alla fine dell’Ottocento nasce su iniziativa privata per proteggere romanzieri giovani, promettenti e privi di patrimonio personale dalla tentazione di cadere nelle grinfie dell’industria culturale, che all’epoca era soprattutto il giornalismo, e svendere la propria arte. A occuparsi di canonizzare autori e opere, nel contesto francese di fine Ottocento, c’erano invece le Académies, per esempio l’Académie française.

Se non si occupano di definire un canone, allora verso cosa i premi indirizzano la loro attenzione?

La dimensione dei premi è legata al presente, e questo è un aspetto che contrasta con l’idea di canone. Il canone, che è sempre storicamente determinato, ambisce però a resistere al tempo; al contrario i premi letterari li vedo intrisi di attualità, molto interessati a cogliere lo «spirito del tempo». Naturalmente i premi letterari più prestigiosi sono attenti alla qualità letteraria, ma in modo molto filtrato da quello che noi crediamo sia oggi la qualità, perciò hanno una capacità relativa di decidere i «libri che rimarranno».

Se poniamo lo Strega quale caso di studio, possiamo dire che ha sicuramente partecipato alla formazione di un canone della narrativa del Novecento. Però basta accostarlo ad altre proposte canoniche per accorgersi delle sue numerose lacune, per verificare quanti autori ormai canonici  – come Gadda, Fenoglio, Calvino o Pasolini – non hanno vinto.

A questo proposito nel tuo saggio è molto interessante la nota in cui segnali alcuni «riconoscimenti tardivi» assegnati a grandi scrittori italiani. Non pensi che lo Strega abbia avuto, comunque, anche attraverso queste modalità poco tempestive, l’obiettivo di costituire una letteratura del presente?

Più che di letteratura del presente, parlerei per lo Strega di quello che al presente si crede sia o debba essere la letteratura.

Ecco. Allora, come possiamo accorgerci di questa differenza?

Contestualizziamo il tema dei riconoscimenti tardivi, frequenti soprattutto, come ha notato Gabriele Pedullà, negli ultimi venti, venticinque anni del Novecento, ovvero quando è tempo di bilanci. Il Premio Strega in quel periodo attribuisce vari riconoscimenti a scrittori giustamente affermati, premiando le loro opere tarde, perché quelle ormai le migliori le avevano già scritte (caso da non confondere con quello più comune negli ultimi anni: premiare scrittori in corso di canonizzazione, e percepiti come di valore, ma non necessariamente riuscendo a intercettare i loro libri più belli). Stiamo parlando, ad esempio, di Tommaso Landolfi con A caso (1975), Primo Levi con La chiave a stella (1979), Mario Pomilio con Il Natale del 1833 (1983). Molti di questi riconoscimenti tardivi segnalano un movimento chiaro: il premio qui rincorre il canone, non lo definisce. Lo Strega – ma in realtà l’editoria di narrativa attraverso lo Strega – cercava qui di colmare la distanza tra gli intellettuali più accreditati e le istituzioni letterarie su quello che doveva sembrare il canone della prosa italiana del Novecento. E allora premiamo i Landolfi, premiamo i Levi, perché sono considerati grandi scrittori dagli specialisti ma non ce ne siamo accorti quando scrivevano romanzi che si sarebbero dovuti premiare.

Mi permetto una domanda ironica: un premio tardivo vale allo stesso modo di un premio giunto in tempo?

Sarò ironico a mia volta: che valore poteva attribuire alla fine della sua carriera uno scrittore e un essere umano come Primo Levi – con il suo coraggio, la sua intelligenza, e tutto quello che ha passato… – a un qualsiasi premio letterario? A vincere i premi ci tengono ossessivamente solo gli scrittori (e gli intellettuali) insicuri, cioè di solito i cattivi scrittori (e gli intellettuali modesti). E comunque lo Strega ha saputo anche essere tempestivo, soprattutto nei primi anni. Per esempio con Ennio Flaiano, con Cesare Pavese, con Elsa Morante… Insomma, a volte sì e a volte no, da qui già forse si capisce che la definizione del canone non è il suo scopo principale.

Nel libro citi Maria Bellonci che definisce il premio Strega: «Qualcosa di vitale, coerente e coesivo». Mi colpiva soprattutto quest’ultimo aggettivo, «coesivo», perché dà come l’idea che il premio Strega sia il collante di una società letteraria. Una società letteraria in divenire.

Prima che attorno a una società letteraria, lo Strega nasce attorno a un salotto vero e proprio, che era (e rimane tuttora) quello di casa Bellonci, dove si raccoglievano varie figure, per lo più letterati, ma non solo. Negli ultimi anni, però, sono sorte delle differenze significative proprio riguardo a questo luogo emblematico. Nel Novecento l’elemento del salotto era molto forte, e quindi anche l’elemento romano del premio: possiamo dire che è questo contesto romano, guidato poi da due donne dalla forte personalità, a misurarsi in maniera diretta con le esigenze delle grandi case editrici. La mia impressione è che oggi il salotto sia leggermente meno esclusivo, e che perfino l’aspetto romano si sia in parte attenuato. Ovviamente è ancora forte, perché lo Strega è un premio fisicamente radicato a Roma, ma si è indebolita molto la società letteraria in senso novecentesco: ristretta, elitaria, piena di mediazioni, di parole d’ordine, di autoreferenzialità.

Se è venuto meno il salotto, a cosa ha lasciato spazio?

A una dimensione più social, in vista, trasparente, apparentemente inclusiva, molto attenta (forse troppo) al parere della maggioranza; a un confronto più complicato, a nuove preoccupazioni e relazioni, a cautele in parte diverse. In realtà, in tutto questo culto della trasparenza restano attivi motivazioni e meccanismi decisionali che non vediamo, e che al dunque rimangono decisivi – però l’ambiente è un po’ cambiato e soprattutto è cambiata la sensibilità. Talmente cambiata che i romanzi che partecipano allo Strega tengono conto di questo cambiamento e di questo nuovo habitat.

Dicevi che il premio è «apparentemente» più inclusivo. Questo significa che è anche più partecipato? Intendo sia nella sfida che nei numeri reali.

Più partecipato lo è oggettivamente. Grazie alle modifiche regolamentari recentemente introdotte sono aumentate le case editrici e i romanzi coinvolti. Quest’anno poi abbiamo raggiunto il record con ottanta candidati: d’altronde ormai è sufficiente il sostegno di un solo amico della domenica, mentre prima ne servivano almeno due. E prima, questo lo dicono in pochi, erano le case editrici a decidere chi poteva concorrere, era molto raro che un singolo marchio partecipasse con più titoli; il management puntava su un nome ‘di scuderia’ e portava avanti solo quello. Negli ultimi anni, in ragione di quest’inclusività, succede che una stessa casa editrice non riesca a impedire o comunque permetta che più titoli partecipino insieme. Che tutto questo allargamento generi effettivamente una maggiore contendibilità è da verificare volta per volta.

A chi conviene questa maggiore inclusività?

Conviene a tutti. Conviene alla comunicazione avere un concorso che sembri tale, conviene a marchi non monopolistici e autori non affermati poter competere, conviene allo Strega avere un’identità meno legata a giochi di potere e camarille (da quando Pasolini la denunciò pubblicamente, l’immagine del Premio è un po’ macchiata dalla convinzione che i vincitori si sappiano già prima delle votazioni finali, e che organizzazione e case editrici abbiamo un grande peso nello spostare i voti dei giurati). Sono aspetti interconnessi: da un lato giova allo Strega avere un’immagine più trasparente, più democratica, più aperta, perché aumenta la visibilità e l’attendibilità del premio; d’altra parte, giova ai marchi e agli autori partecipare a una gara aperta (anche senza possibilità concrete di vittoria) per questioni di comunicazione commerciale. Adesso è molto facile che di un romanzo si possa dire che è «candidato al premio Strega»: come abbiamo detto, basta l’appoggio di un amico della domenica perché un romanzo venga presentato al comitato direttivo (ed è lì, tra specialisti e a porte chiuse, che avviene la selezione vera). Non significa praticamente nulla essere candidati allo Strega, però è un risultato comunicabile e quindi vendibile.

Qualche giorno fa mi colpiva in libreria leggere sulla copertina del nuovo libro di Claudio Piersanti la segnalazione: «Dal finalista Premio Strega 2022»…

E Piersanti, almeno, era arrivato in cinquina…La proliferazione delle fascette giallorosse è un fenomeno molto interessante.

E a questo fenomeno che alludi quando nel libro parli di «economia del prestigio»?

È interessante notare che più lo Strega accresce la sua visibilità mediatica, più diminuisce il suo premio in denaro. Ai suoi albori, nell’immediato dopoguerra, assegnava – come il Goncourt – una cifra rispettabile; adesso è simbolica, se ricordo bene sono cinquemila euro. Ma non è un caso: la competizione offre oggi benefici di altro tipo. Abbiamo già accennato che i premi letterari, in origine, dovevano dare a chi li vinceva una certa autonomia economica, per allontanarli dall’industria culturale; oggi succede il contrario, i premi significativi avvicinano all’industria culturale. Perché chi vince ottiene, oltre ai cinquemila euro, due cose: un blasone (spendibile anche commercialmente) e, per così dire, un indotto.

Il blasone consiste nel poter essere considerato, comunicato e quindi venduto come uno scrittore vero: il che non è affatto irrilevante, anzi è sempre più decisivo in una fase in cui i sedicenti scrittori aumentano esponenzialmente. Nel vecchio elitario Novecento gli autori erano pochi, quelli stimati pochissimi; varcata la soglia del millennio, siamo diventati tutti scrittori – perché si pubblicano molti più romanzi, perché è molto più facile pubblicarli, perché si è moltiplicata l’ambizione di potersi dire artisti. Eppure, se tutti sono scrittori, il rischio è che nessuno lo sia più davvero. Come facciamo, allora, a stabilire chi è veramente uno scrittore? Il premio Strega è uno di quei canali che può illuderti di essere uno scrittore, soprattutto illuderti che gli altri credano che tu lo sia. Tutto questo fa parte di quella che Bourdieu chiama «economia del prestigio», distinta ma collegata all’economia propriamente detta.

E poi c’è l’indotto.

È una formula consolidata. Se vinci, moltiplichi grosso modo per cinque le copie che il tuo libro vendeva prima del premio: la popolarità e l’appeal commerciale acquisito fa sì che i tuoi libri precedenti vengano ripubblicati e magari tradotti. E poi ti invitano nelle scuole di scrittura, nei festival, nei saloni, vai nei gruppi di lettura, ti fanno il podcast, la serie, il film: tutte cose che ai tempi di Pavese per esempio non c’erano, e che dal punto di vista strettamente culturale e artistico sono quasi sempre – diciamolo – sostanzialmente inutili (se non dannose). Perché stringi stringi alla fine sarebbe l’opera – quel mattoncino di carta e inchiostro all’inizio di tutta la filiera – che conta, e che parla; non avrebbe bisogno di nient’altro, è solo nostra quest’ossessione di non lasciarla sola, di portarla in giro dappertutto, di metterla in musica e in immagini, di gonfiarla e farci gonfiare…

Però queste ossessioni nuove sono redditizie, e quindi generano un’economia. Ci sono molti modi per guadagnare attraverso lo Strega, il meno interessante di tutti è l’assegno in sé.

Allontanandoci dal tuo saggio, ma non di molto, c’è un caso letterario di cui vorrei parlare con te, e prende il nome di Alessandro Barbero. Vincitore del premio Strega nel 1996 con Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo e da poco in libreria con il suo nuovo romanzo storico, Brick for stone. In che modo lo Strega ha segnato la carriera di uno storico come Barbero? E anche allo Strega che bisogna tributare il suo successo trasversale?

Il caso di Barbero è singolare. Credo che la sua reputazione attuale non sia tanto legata allo Strega, che ha vinto un bel po’ di anni fa, in una fase in cui contava meno – quanto alla popolarità nata da suoi interventi diffusi sui social, dalla miscela di competenza, divulgazione e simpatia che sembra fatta apposta per diventare virale. Insomma, l’identità culturale di Barbero è unica, però la sua figura pubblica risponde a una tendenza generale, che può tradursi così: oggi uno scrittore non deve essere soltanto uno scrittore; tanto più sarà popolare, quanto meno sarà solo uno scrittore. Ormai si è affermata molto questa figura ibrida che si occupa di letteratura fra le altre cose: per lui (o lei) la letteratura non è una vocazione unica, e spesso neanche la più importante. Quindi Barbero – figura stimabile per tanti versi – entra in questo gioco per cui la letteratura non è più una dimensione molto specifica e molto speciale, anche abbastanza difficile, con le sue regole, che richiede una predisposizione assoluta e una devozione quasi sacra, come si pensava fosse nella modernità. Oggi che siamo ipermoderni pensiamo che la letteratura sia solo uno dei linguaggi artistici, una forma di comunicazione ed espressione come altre, non necessariamente la più interessante o importante – e può servire, anzi meglio serve se mescolata ad altri linguaggi.

Per questo sui mass media spopolano figure magari anche molto divisive ma autenticamente popolari come Roberto Saviano o Michela Murgia, scrittrici e scrittori per cui la letteratura (e soprattutto la letteratura d’invenzione) è fondamentalmente un inciso: sono innanzitutto dei performer, o se vogliamo degli opinion leader, degli opinion maker, forse anche un po’ dei politici, sicuramente figure mediatiche brave soprattutto a comunicare, persone che tra le altre cose ogni tanto fanno anche dei libri, magari dei romanzi, ma non sempre, a volte sono dei saggi, a volte sono dei pamphlet – perché la forma conta per loro fino a un certo punto, e lo stile è quasi un peso (perché rischia di opacizzare troppo comunicazione stessa).

Insomma, la letteratura è una delle tante cose che loro fanno, in quella dimensione che Baricco – il tanto vituperato Baricco – chiama con formula secondo me molto felice «sistema passante». Diciamo che si è capito negli ultimi anni che un’opera letteraria funziona meglio se ha dei collegamenti strutturali con ingredienti, aspetti e linguaggi non-letterari, che possano essere prelevati dall’esterno, impastati di elementi estetici e risputati fuori. E quindi anche lo scrittore funziona socialmente meglio se non è solo uno scrittore. Tutto questo penetra anche nello spazio dello Strega: ad esempio, Cognetti vince (e vende) non solo perché scrive un romanzo sulle montagne, ma perché in montagna ci va veramente, cammina, ha una sensibilità ecologica, una faccia da guida alpina…

Una recente e comune caratteristica dei vincitori dello Strega che tu sottolinei è proprio questa: la coincidenza tra l’opera e l’autore.

Coincidenza è troppo, diciamo collegamento. Se pensi a Flaiano a Pavese o a Morante, a gente che lo ha vinto negli anni Quaranta e Cinquanta, puoi facilmente verificare che i lettori non sapevano quasi niente di loro. Tutte figure molto importanti e note dell’ambiente letterario, ma del tutto anonime riguardo alla vita che facevano fuori da quel mondo. Oggi questo è completamente rovesciato: spesso si arriva a vincere, o in genere a imporsi sul mercato narrativo, sulla base di una popolarità extraletteraria diffusa, acquisita con vari mezzi e su terreni diversissimi. Io chiamo questi casi «scritture di categoria».

Nei tuoi casi esemplari è molto interessante, in questo senso, la tua descrizione di Paolo Giordano, che vinse lo Strega con La solitudine dei numeri primi, in cui affermi che era un modello ideale per l’industria culturale: «ventiseienne di bell’aspetto, il genero perfetto…»

Modello ideale per tanti aspetti, anche e soprattutto letterari; ma con in più questo lato identitario bello da comunicare, perché era un giovane esordiente che veniva dalla matematica, o dalla fisica, insomma da un’altra dimensione. Anche Chiara Valerio alcuni provano a venderla così. Eppure di Gadda non è mai interessato a nessuno (e principalmente a lui) che fosse un ingegnere… Perché in Gadda basta l’opera, non serve sapere nient’altro che non sia già lì dentro. È chiaro che oggi si è più interessanti e comunicabili se non si è persone che leggono, scrivono e basta, chiusi in una biblioteca o in uno studio. E meno l’opera è interessante di per sé, più è importante che sia interessante la biografia chi la scrive.

Alla trasformazione degli autori coincide una trasformazione dei lettori? Chi è oggi il lettore dello Strega?

Il lettore dello Strega si è trasformato come si è trasformato tutto il pubblico della narrativa. Non è vero che si legge di meno in Italia, in realtà si pubblicano più libri, il mercato della narrativa è più vasto, i lettori ci sono, però sono meno specializzati in letteratura. Analizzando i lettori francesi dell’Ottocento Pierre Bourdieu identificò vari diversi tipi di pubblico, e il suo elenco regge ancora se lo applichiamo all’oggi. C’è un lettore specialistico, che segue da vicino la letteratura, ne capisce ed è molto aggiornato. Poi un ceto medio di lettori, meno specialistico, che legge qualche libro all’anno e tra questi magari il premio Strega, perché si fida del premio come bollino di qualità. Infine un terzo e un quarto lettore, più generalista ancora, meno legato allo specifico letterario, che se deve leggere un libro allora legge lo Strega, perché se ne parla in televisione, sui social, perché vede la fascetta in libreria e via seguitando.

La narrativa dello Strega – anche se forse sarebbe più giusto dire, l’editoria di narrativa – quale pubblico preferisce?

Un po’ come tutta la narrativa, anche la narrativa marchiata Strega cerca di andare oltre i lettori cosiddetti ‘forti’, che hanno il brutto difetto di essere pochi (in Italia, poche decine di migliaia di persone). Le vendite si fanno interessanti quando si riesce a raggiungere un pubblico non dico di massa – che è quello dei veri bestseller, spesso globali e spesso di genere – ma certo non specialistico; un tipo di lettore che vede nella letteratura un passatempo smart, un «nobile intrattenimento», che non solo non ti annoia né ti impegna troppo ma ti fa sentire più intelligente e più buono, perché ti dà dei valori (oggi vanno forte quelli dell’inclusività, del femminismo, dell’ecologia) e perché propone personaggi esemplari (oggi soprattutto donne forti, bambini sofferenti, figure in transizione). Ed ecco che sempre più spesso questo genere di libri che chiamo appunto di «nobile intrattenimento» vince lo Strega, e non solo lo Strega: conquista le classifiche, le conversazioni tra amici, è sempre più presente nelle chiacchiere in rete e nei mass media, nella nostra vita culturale e anche nel dibattito letterario strettamente inteso, quello che una volta (non tanto tempo fa: diciamo fino a venti o trenta) scremava in maniera più attenta i libri di cui valeva la pena di discutere sul serio, indipendentemente da quanto vendessero o quanto se ne parlasse in giro.

Il «nobile intrattenimento» deve esibire qualcosa di dignitoso e elevato, a livello stilistico, a livello tematico e sempre più spesso a anche a un livello  che definirei ‘politico’ – perché soprattutto in Italia ci aspettiamo che la letteratura stia dalla parte del bene, del buono e del bello – ma deve anche poter essere letto senza problemi da un lettore non particolarmente attrezzato: la lingua non deve essere troppo impegnativa o difficile, lo stile non gravato da troppo lavoro formale, non ci dobbiamo rompere la testa a decifrare cosa vuole dire lo scrittore, e meglio se i motivi evocati sono quelli di cui si parla in televisione, sui giornali, in rete, con grande attenzione a stabilire chi  ha ragione e chi ha torto.

Hai usato l’espressione «questo genere di libri». Per te il «nobile intrattenimento» è un nuovo genere letterario a cui bisogna in qualche modo attendere?

Non è un genere; è un’abitudine che stiamo prendendo, innanzitutto come lettori, ad aspettarci dal romanzo certe cose e non altre. Su questo punto vorrei essere molto chiaro: non voglio dire che i romanzi che partecipano allo Strega, vanno in cinquina o vincono sono tutti uguali. Anzi, di solito sono molto diversi tra loro (anche se spesso, sempre più spesso, vanno ‘a ondate’: ogni annata presenta un forte orientamento di temi e a volte anche di forme). Tra questi ce ne sono di belli, di mediocri, di brutti e di pessimi, e molti sfuggono a questo discorso che stiamo facendo. Nella seconda parte di Caccia allo Strega, dove mi occupo più da vicino di sei romanzi che mi sembrano esemplari di tendenze in atto, scrivo di Resistere non serve a niente di Walter Siti e Via Gemito di Domenico Starnone, che per me sono bei romanzi (e ce ne sono di certo altri belli, di cui parlo meno, come La scuola cattolica di Edoardo Albinati, o Due vite di Trevi, eccetera).

Però è vero che secondo me la maggior parte dei romanzi dello Strega da una ventina d’anni a questa parte orbitano nello spazio del «nobile intrattenimento». Non un genere, ma un’idea di narrativa che i premi letterari tendono a valorizzare perché funziona su quei due piani, un po’ mondani, cui giocano i premi letterari stessi: cioè il piano del prestigio e il piano del successo commerciale. I libri di «nobile intrattenimento» vanno bene di solito nei premi letterari perché, come i premi letterari, sono sensibili a questi due aspetti: il lato commerciale e il polline culturale. Per come la vedo io, la grande letteratura non si pone questi problemi, o magari sì ma non lo fa vedere; diciamo che ragiona su altri parametri. Può finire nel tritacarne dei premi, può anche vincere, e ogni tanto in effetti vince. Però mi sembra abbastanza raro.

In Caccia allo Strega quando parli di questa doppia natura usi un’immagine efficace, i «libri ancipiti».

Tutta la letteratura è ancipite, nel momento cui è (e deve essere) una sintesi di divertimento puro e scoperta conoscitiva. Ma nei libri di cui stiamo parlando il piacere diventa semplice intrattenimento, la scoperta diventa conferma delle cose che si sanno già. L’impressione è che rinunciamo progressivamente a cercare il divertimento e la scoperta per surrogarle con grandezze più modeste e più a portata di mano; che ci abituiamo a considerare grande letteratura quella che è soprattutto una forma di scaltrezza, che lavora nell’intersezione tra verniciatura culturale, attitudine didattica e tecniche di intrattenimento.

Eppure, molto spesso, anche studiando le possibili intersezioni, oroscopi e previsioni falliscono. Penso ai grandi esclusi di quest’anno tra cui La vita di chi resta di Matteo B. Bianchi che non è stato inserito nemmeno in dozzina. Come funziona?

Come ci sono bei romanzi che sono arrivati in cinquina e altri che addirittura hanno vinto, così ci sono moltissimi libri e moltissimi autori di valore che lo Strega continua a non intercettare. Il che risulta comprensibile alla luce di ciò che ci dicevamo: ad esempio, è abbastanza singolare che uno scrittore tra i migliori del nostro panorama letterario come Michele Mari lo Strega non l’abbia mai visto neanche col binocolo.

Ma perché?

Perché i libri di Mari presentano quella difficoltà di decifrazione linguistica e culturale, e talvolta quella spigolosità di valori, che non li rende appaganti per quel pubblico e quei giurati di cui abbiamo parlato. Del resto, questa diffidenza si inserisce in una vaga tradizione dello Strega, di solito poco sensibile a una narrativa sperimentale in termini formali e politici. Mari in un canone narrativo degli anni Zero ci starà senz’altro, però guarda caso allo Strega non funziona: mescola il nobile all’ignobile, rifiuta di essere edificante, non intrattiene anzi ti chiede di concentrarti un attimo su quello che leggi (anche se io, in realtà, lo trovo spesso divertente).

D’altronde, come Vitaliano Trevisan…

Certo, Trevisan, Mari, ma anche Cordelli, e Arbasino fino a qualche tempo fa – scrittori che hanno un’ottima reputazione, fanno parte del famoso canone, e hanno oggettivamente una capacità di scrittura e di pensiero notevole, ma risultano abbastanza indigeribili per i parametri che abbiamo detto. Potremmo citare anche casi recenti: è strano che Le ripetizioni di Giulio Mozzi non abbia vinto il premio nel 2021, perché era nettamente il romanzo più bello dell’anno: è arrivato in dozzina, ma non in cinquina – troppo gelido, troppo sgradevole, troppo duro per poter essere poi comunicato. Quindi, come ci sono grandi libri che ogni tanto vincono, così ci sono grandi libri che non entrano nemmeno. Entrerebbero se lo Strega fosse un premio del canone, ma non lo è. È un premio che deve fare i conti con il presente; invece Le ripetizioni, o Leggenda privata, devono fare i conti con la storia letteraria. E con se stessi.

«Fare i conti» è una formula interessante. Per fare i conti con il presente il premio si sta sempre più allargando, creando nuove competizioni, nuovi marchi.

Quella è proprio una questione di marketing. Fino a qualche anno fa lo Strega una cosa sola, adesso offre cinque marchi diversi: Strega Narrativa, Strega Poesia, Strega Europeo, Strega Giovani, Strega Ragazze e Ragazzi. Si procede in una direzione di ammodernamento aziendale, si ‘fa sistema’; una strada che nel Novecento non sarebbe stata intrapresa, perché non se ne vedeva l’esigenza: contavano i rapporti interni alla società letteraria, molto meno quelli esterni, con i cosiddetti clienti.

Due ultime domande desidero farti. Alla luce delle nostre riflessioni sul canone e sui premi, ti chiedo: in che modo possiamo riconoscere la letteratura di qualità?

Innanzitutto, dobbiamo evitare le scorciatoie: non possiamo delegare a un premio, o agli «addetti ai lavori», il compito di stabilire per noi cosa sia bello o brutto. Le istituzioni letterarie possono darci delle indicazioni, ma poi i libri li dobbiamo leggere. E leggere (con la giusta concentrazione) è sempre la cosa migliore da fare per capire se il libro vale qualcosa oppure no.

E tu quale letteratura preferisci?

A me di solito piace la letteratura che ha molte cose dentro, e che si prende il tempo per organizzarle e progettarle. Però ci tengo anche che conservi un tratto che mi spiazza, che non mi aspetto, che mi eccita – sia esso nella storia, nello stile, nella visione del mondo. Resto fedele, da lettore, a romanzi, racconti, poesie, saggi, che mi permettono un’avventura intellettuale fuori da quello che pensavo già di conoscere. Perciò tendo un po’ ad annoiarmi con il «nobile intrattenimento», e anche con la letteratura di consumo vera e propria (e allo stesso modo mi annoio con lo sperimentalismo fine a sé stesso, con le procedure, con le scritture automatiche). Insomma mi piacciono i libri che hanno molti lati e molti strati e che non hanno paura di contraddirsi e contraddirmi. Penso che ci siano ancora libri di questo tipo, questa letteratura che chiede molto in termini di partecipazione intellettuale attiva, e che domanda anche un po’ di coraggio perché ti porta là dove non immaginavi di andare (e magari non volevi). Penso sia una letteratura ancora viva, ma che forse sta diventando un po’ di nicchia, sempre più defilata socialmente. Quindi la mia speranza è che le istituzioni culturali – premi letterari, mass-media, giornali – non si dimentichino che questa letteratura esiste, anche se non diventa un film o una serie; che non è destinata esclusivamente a un pubblico di lettori forti; che ha senso valorizzarla, farla vedere, farla leggere.

 

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