Margaret Atwood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margaret-atwood/ un blog di approfondimento culturale Fri, 10 Dec 2021 10:57:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Margaret Atwood Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margaret-atwood/ 32 32 Chiamami col mio nome: Margaret Atwood https://minimaetmoralia.it/altro/chiamami-col-mio-nome-margaret-atwood/ https://minimaetmoralia.it/altro/chiamami-col-mio-nome-margaret-atwood/#respond Fri, 10 Dec 2021 10:57:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49676   Al ristorante discutiamo su chi di noi pagherà il tuo funerale sebbene la reale questione sia se io ti renderò sì o no immortale. Al momento solo io lo posso fare e così alzo la forchetta magica sul piatto di riso fritto al manzo e l’affondo nel tuo cuore. C’è uno scoppio lieve, uno […]

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Al ristorante discutiamo
su chi di noi pagherà il tuo funerale

sebbene la reale questione sia
se io ti renderò sì o no immortale.

Al momento solo io
lo posso fare e così

alzo la forchetta magica
sul piatto di riso fritto al manzo

e l’affondo nel tuo cuore.
C’è uno scoppio lieve, uno sfrigolio

e dalla testa spaccata
tu sorgi radioso;

il soffitto si squarcia
una voce canta Love Is Many

Splendoured Thing
tu pendi sulla città sospeso

in calzamaglia blu e mantello rosso,
gli occhi che ti scintillano all’unisono.

Gli altri commensali ti rimirano
Chi con stupore, chi solo con noia:

non sanno decidere se sei un’arma nuova
o solo un nuovo spot pubblicitario.

Quanto a me, vado avanti a mangiare;
mi piacevi di più com’eri,
ma eri sempre ambizioso.

***

Questa poesia di Margaret Atwood, pubblicata in Canada negli anni 70 e da poco in Italia, narra le dinamiche di potere, nell’amore e nel non amore, dentro la coppia. Nell’io e nel tu vi è una continua investigazione sull’andamento della relazione: sembra di vedere Atwood che con una lente di ingrandimento osserva, sardonica e curiosa, il muoversi dei due, inseguendoli a cena e fin dentro la loro testa che si spacca, quella di lui, per dare un altro spettacolo di lui, ammirato da tutti tranne che da lei che prosegue il pasto facendo una considerazione su come era: “ma eri sempre ambizioso”. Come dire nemmeno la morte e la trasformazione in altro ci preserverà dall’essere acuti e taglienti, come lei stessa scrive “Siamo duri l’uno contro l’altra / e la chiamiamo onestà, / scegliendo le nostre dentellate verità / con cura puntandole / oltre il tavolo neutrale”. Si tratta di una poesia che non sente, non accusa, i segni del tempo: perché parla delle battaglie tra uomini e donne di allora che sono le contestazioni di oggi: lui e lei fantocci di sempre, immemori e immuni nel tempo, di una burattinaia intelligente osservatrice della vita nelle sue dinamiche più ataviche.

Margaret Atwood, Esercizi di potere, traduzione di Silvia Bre, Edizioni Nottetempo, 2020, Milano

 

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A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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Intervista a Naomi Alderman https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-naomi-alderman/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-naomi-alderman/#comments Tue, 29 Apr 2014 14:40:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20356 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Naomi Alderman ha felicemente esordito nel 2006 con un romanzo dal bel titolo Disobbedienza. Il libro raccontava dello scontro tra una giovane donna e la comunità ebraica ortodossa da cui proveniva. Nata e cresciuta anche lei in una comunità ortodossa (quella di Hendon, a Londra), riusciva a fare della religione oggetto di investigazione dell'anima e motore del proprio immaginario. Dopo un secondo ottimo romanzo (Senza toccare il fondo, Nottetempo 2011), Alderman torna nelle librerie con una magistrale opera terza. Si chiama Il vangelo dei bugiardi (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo/Feltrinelli, pagg. 290, 17 euro) ed è una riscrittura in quattro tempi della vita di Gesù in cui sua madre Maria, Giuda, il sacerdote Caifa e Barabba diventano narratori e coprotagonisti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Naomi Alderman ha felicemente esordito nel 2006 con un romanzo dal bel titolo Disobbedienza. Il libro raccontava dello scontro tra una giovane donna e la comunità ebraica ortodossa da cui proveniva. Nata e cresciuta anche lei in una comunità ortodossa (quella di Hendon, a Londra), riusciva a fare della religione oggetto di investigazione dell’anima e motore del proprio immaginario. Dopo un secondo ottimo romanzo (Senza toccare il fondo, Nottetempo 2011), Alderman torna nelle librerie con una magistrale opera terza. Si chiama Il vangelo dei bugiardi (traduzione di Silvia Bre, Nottetempo/Feltrinelli, pagg. 290, 17 euro) ed è una riscrittura in quattro tempi della vita di Gesù in cui sua madre Maria, Giuda, il sacerdote Caifa e Barabba diventano narratori e coprotagonisti.

La storia a molti nota diventa così contenitore inedito di sentimenti e passioni, abitato da personaggi mossi da esperienze e pratiche condotte su questo nostro pianeta terra alla ricerca di un futuro che non abbia orizzonti più lontani della morte. Amatissima dall’amica scrittrice (nonché sua mentore) Margaret Atwood e selezionata nel 2013 dalla rivista Granta tra i migliori giovani scrittori inglesi, Alderman (che l’11 maggio sarà ospite al Salone del Libro di Torino) racconta oggi come la prima idea di scrivere Il vangelo dei bugiardi le sia venuta a sedici anni. “Pensavo fosse una buona idea scrivere un romanzo sulla storia di Gesù dal punto di vista degli ebrei”, racconta. “Lo dissi alla mia insegnante di ebraico che mi rispose che no, proprio non si poteva fare. E sappiamo tutti che quando ti dicono che non puoi fare una cosa è sicuro che la farai”.

Quando poi il romanzo su Gesù l’ha scritto, Alderman ha scelto Maria come primo dei suoi quattro narratori ebrei. “Vedevo un legame tra Maria e le madri dei martiri palestinesi e israeliani, e vedevo questa combinazione di orgoglio e dolore che appartiene alle madri. Mio padre si è suicidato quando ero ragazzina, e ho visto mia nonna perdere suo figlio in questo modo. Capisco la natura di quel dolore che nasce dalla perdita e dal sentirsi traditi e feriti e tutte le emozioni che entrano in gioco quando perdi qualcuno che pensi avrebbe potuto salvarsi”.

E gli altri tre? Perché proprio loro?

Giuda l’ho scelto perché m’interessava raccontare cosa si prova quando si decide che bisogna interrompere qualcosa che ha preso una brutta china. Leggendo le Sacre Scritture si vede l’evoluzione di Gesù come fosse un personaggio letterario, e all’inizio è un uomo che continua a ripetere che no, non è lui il Messia, e poi invece comincia a crederci lui stesso sempre di più, e dall’esterno di rendi conto di quanto diventi pericolosa una simile evoluzione. Caifa l’ho scelto perché viene sempre descritto come il cattivo che fa cose cattive, e ho iniziato a pensare che non poteva essere solo così, che nessuno è mai soltanto cattivo, che magari aveva anche lui qualcosa di buono, e che forse erano le circostanze difficili in cui si è ritrovato a farlo sembrare peggiore di com’era realmente. Ultimo c’è Barabba, che ho scelto quando mi sono resa conto che aveva vissuto una vita praticamente identica a quella di Gesù da un sacco di punti di vista ma su scala e con un’enfasi totalmente diverse. Tutti e quattro li ho scelti anche perché le loro storie vengono raccontate solo parzialmente, ci sono dei buchi narrativi da riempire, o semplicemente c’è la possibilità di riraccontarli da una diversa prospettiva. E poi non volevo credenti, le storie di chi credeva e ha continuato a credere in Gesù le sappiamo già.

In che relazione metterebbe letteratura e religione?

Domanda interessante, ma allargherei il campo. Di fatto la vedo più come un legame a tre: letteratura, religione e psicanalisi. Sono tre discipline che si basano sulla narrazione di storie che aiutano a capire il mondo. E tutte tre contestualizzano il senso di ciò che facciamo nelle nostre vite quotidiane. La cosa sorprendente della Bibbia è che non è altro che un libro, un libro di belle storie, storie così belle da avere reso il mondo un posto diverso. C’è gente che è morta per quel libro, e gente che è stata torturata, gente che ha raggiunto i vertici del potere per poi precipitare giù. Tutto solo perché sono delle storie eccellenti. Ed è incredibile che il semplice raccontare storie abbia un simile potere. Anche la psicanalisi ci rivela quanto le nostre azioni quotidiane siano influenzate da storie che arrivano dai posti più disparati. La psicanalisi ti incoraggia a tornare indietro, a guardare dov’è che comincia la tua storia personale e a capire se va bene continuare in quella direzione, se è una storia che continua a essere valida per te, se ancora ti si confà. Il mio romanzo parla proprio di questo, della libertà che arriva quando capisci veramente da dov’è che vieni, quando accetti la tua vita per quello che è, raccontando le cose in modo lineare e affidando la storia ai fatti e non al mistero. Trovo sia una cosa liberatoria.

Il suo romanzo è anche una storia di guerre, come lo è la Bibbia.

Sì, assolutamente. Sono pochissime le storie che non sono storie di guerre. Prendiamo i romanzi di Jane Austen, per esempio: non sarebbero gli stessi se non avessero come scenario le guerre napoleoniche. La guerra è una costante della storia dell’umanità, e quando si vuole scrivere grandi romanzi si finisce sempre con lo scrivere di guerre e religione.

Riesce a immaginarlo un mondo senza guerre?

Sì che ci riesco! E credo anche che senza guerre ci troveremmo benissimo. La guerra non è il modo migliore per risolvere le cose, si può fare di meglio. E credo che è la direzione verso cui ci stiamo muovendo. C’è un libro bellissimo scritto da Steven Pinker, si chiama Il declino della violenza, e mostra come la violenza stia diminuendo. Siamo tutti convinti che aumenti solo perché se ne parla di più, perché i media la amplificano, ma di fatto come modo per risolvere dilemmi la violenza è su una curva discendente. E io sono d’accordo con Pinker, credo sia una tendenza irreversibile: la violenza continuerà a diminuire, non scomparirà mai del tutto ma sarà presente in misura sempre minore. O almeno lo spero.

Un mondo senza religione se lo immagina?

No. Ottima domanda, ma la risposta è no. Riesco a immaginare un mondo senza religioni organizzate, ma non senza religione. La religione è per certi versi un modo per capire la tua vita e penso che ci sia gente che riesce a vivere senza credere nel soprannaturale, ma sono pochissimi quelli che riescono a vivere senza chiedersi né cercare il senso della vita. Forse solo i bambini ci riescono. Secondo i meccanismi che ha la nostra società di sostituire le cose, credo piuttosto che abbiamo sostituito l’amore a Dio, anche se molti cristiani direbbero che è la stessa cosa. In passato, comunque fosse la tua vita, era la relazione che avevi con Dio a darle un senso. Adesso a dare un senso alla tua vita è la relazione con qualcuno, che sia tua madre, i tuoi figli, il tuo partner, i tuoi amici, o anche solo della gente per cui fai volontariato. Se provi a vivere senza amare qualcun altro oggi la vita viene considerata senza senso. E anche questa è una forma di religione.

Quindi un mondo senza Dio se lo immagina?

La questione è complessa. Personalmente ho smesso di sentire la presenza costante di Dio nei miei pensieri. Ma resta comunque da qualche parte sul fondo. Se a un certo punto voglio parlare con Dio, so che c’è, che è sempre lì. Ma non credo nella sua esistenza soprannaturale al di fuori dello spazio e del tempo. Semplicemente trovo che ogni tanto sia utile parlare con Dio. So che potrei vivere perfettamente senza Dio, ma non lo farei. Mettiamola così: l’idea di Dio è utile come è utilissima l’idea che esista Buffy l’ammazzavampiri e la possibilità di chiedersi che cosa farebbe Buffy in una determinata situazione. L’idea che Dio esista è particolarmente bella.

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