Maria Grazia Calandrone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-grazia-calandrone/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Mar 2023 11:54:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maria Grazia Calandrone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-grazia-calandrone/ 32 32 Dall’inizio: risposte sulla poesia. Maria Grazia Calandrone https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/dallinizio-risposte-sulla-poesia-maria-grazia-calandrone/ https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/dallinizio-risposte-sulla-poesia-maria-grazia-calandrone/#respond Wed, 01 Mar 2023 13:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51926 Nuovo appuntamento per la rubrica a cura di Anna Toscano, a cadenza quindicinale. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e […]

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Nuovo appuntamento per la rubrica a cura di Anna Toscano, a cadenza quindicinale. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui.

Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?

Il Notturno di Alcmane, in quinta ginnasio, letto dalla mia professoressa Paola Moretti, autrice teatrale, come avrei scoperto anni dopo. Più che fondamentale, pensai a una vera e propria casa, scoprii che le parole erano la mia abitazione. Credo abbia influito la mia educazione, insieme all’aver ascoltato quelle parole mentre ero in collegio, dunque in una distanza da tutto e tutti, in un luogo che non era più casa. È stato lì che all’improvviso è sorta la mia casa.

Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?

Alcmane, appunto. E non l’ho dimenticato mai più.

C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?

Ho risposto poco fa parlando della mia educazione: la mia mamma adottiva era una professoressa di lettere, fortunatamente un’ottima professoressa, prima alla scuola media e poi al liceo. Devo il mio amore per la poesia al suo amore per la poesia e anche, concretamente, agli esercizi quotidiani di scrittura, sotto forma di diario della giornata, che ogni sera mi faceva fare, al punto che tante volte ho detto – più e meno scherzando – che ancora scrivo per “obbedire alla mamma”.

Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?

Le poesie di Giorgio Caproni. Mi sono capitate per caso sotto gli occhi in libreria quando ero ancora ragazzina e non le ho più abbandonate. Enorme la sorpresa quando ho seguito un corso universitario proprio su quelle poesie. Come non credere a un segno del destino?

Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?

Non credo sia ancora avvenuto. O meglio, avviene ogni volta che finisco di scrivere, per poi convincermi di non aver assolutamente raggiunto quello che desidero, ovvero una vasta, ampia, pressoché infinita comprensione.

Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?

Che fossero copiati. A parte il gioco di parole, il dubbio era non aver davvero trovato una voce, ma piuttosto essermi impegnata a costruire una specie di collage originale di tutta la poesia che avevo letto. Se fare poesia significa costruire un mondo nuovo, o evocare un mondo che rimane comunque inconoscibile, occorre affinare il linguaggio fino all’incandescenza, perché l’universo che offriamo sia inimitabile e, insieme, non imiti quello di nessun altro.

Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?

Ero molto felice, molto orgogliosa, anche perché si trattava di poesie dedicate e dunque avevo qualcosa di bello da offrire alla persona amata.

La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?

Credo che la poesia nasca dalla stessa necessità dalle quali nascono fede e scienza, ovvero l’impulso a conoscere quello che è, fortunatamente, impossibile conoscere.

La poesia inizia?

Non credo, credo che le parole siano da qualche parte che non è un luogo e non ha tempo e noi, semplicemente, le peschiamo.

La poesia finisce?

Tanti becchini, nella storia, hanno ripetutamente celebrato la morte della poesia, ma credo che, poiché la poesia esprime un desiderio umano e l’umano rimane nonostante tutto lo stesso, è impossibile che abbia fine, per lo meno fin che dura l’umanità. Allo stesso modo, nessuna poesia in sé finisce. Credo che in ogni poeta abiti un flusso continuo di scrittura, che ogni volta si deve formalizzare e delimitare in quei singoli capitoli che abbiamo deciso di chiamare poesie e sono soggetti agli inevitabili limiti della lingua.

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Chiamami col mio nome: Maria Grazia Calandrone https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/chiamami-col-mio-nome-maria-grazia-calandrone/ https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/chiamami-col-mio-nome-maria-grazia-calandrone/#respond Thu, 17 Feb 2022 13:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50021 (fonte immagine) I morti sono vita compressa tra le radici, sono giganti grigi di solitudine nel vuoto acerbo della primavera. I morti reggono ogni eccesso, sono vuoto mediano, vuoto che deve ancora solidificarsi. Lei abbassa le tapparelle. Resta nel profitto. Ripeti: se ami il vivo con lo slancio perfetto col quale ami il morto, il […]

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(fonte immagine)

I morti sono vita
compressa tra le radici,
sono giganti
grigi
di solitudine
nel vuoto acerbo della primavera.

I morti reggono ogni eccesso, sono vuoto
mediano, vuoto che deve ancora
solidificarsi. Lei
abbassa le tapparelle. Resta nel profitto.

Ripeti:
se ami il vivo
con lo slancio perfetto col quale
ami il morto, il vivo
sparirà
dentro il tuo incessante
inno di gioia,
che lo ignora.

25 aprile 2017

***

Esiste un dialogo tra i vivi e i morti e accade a primavera, quando ancora tutto è acerbo, un tempo di vuoto, di stasi in cui si sta a osservare e poi ecco, molto sembrerebbe rinascere, riprendere animo, intraprendere un cammino: anche la pianta che pareva morta, tutti arbusti nodosi, all’improvviso esibisce una gemma e poi due, eccone un’altra. La gioia è in quel giardino in cui si contano le insperate gemme e si contano le innumerevoli radici di chi non rinasce, della non più vita, della morte. Ma quel giardino contiene un sotto e un sopra, forti radici barbicate nel tempo e nei ricordi e giovani arbusti che si affiancano ai vecchi. È tutto presente e concreto nella poesia di Maria Grazia Calandrone, il vivo e il non più vivo hanno una consistenza e un peso nel corpo delle cose: sono versi del quotidiano osservati con sguardo obliquo, da un punto di vista di rara eccezione, uno stare dentro al reale che potentemente sbalza al di là di ogni pensiero precostituito, dove molto è nuovo e fresco. Il verso spinge verso la prosa e la prosa abbraccia e ingloba il verso in una scrittura dialogante, interrogativa, che non si dà senza l’altro da sé.

Maria Grazia Calandrone, Giardino della gioia, Mondadori, 2019, Milano

 

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Non-fiction in versi: su “A parte il lato umano” di Antonio Turolo https://minimaetmoralia.it/poesia/lato-umano-antonio-turolo/ https://minimaetmoralia.it/poesia/lato-umano-antonio-turolo/#respond Tue, 17 Jan 2017 14:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33395 Quella della narrativa non-fiction è ormai una categoria abusata (in troppi hanno cercato di ripetere il successo di Gomorra di Saviano, con esiti quasi sempre deludenti); molto più rara e originale è invece un tipo di poesia che rielabori letterariamente fatti di cronaca senza scadere nel linguaggio scialbo del giornalismo narrativo. Ma a quale tipo di cronaca attingere? Un’ottima intuizione l’ha avuta Maria Grazia Calandrone, che ha pubblicato la scorsa estate la plaquette Gli scomparsi: storie da “Chi l’ha visto” (Lieto Colle): da decenni la famosa trasmissione di Rai Tre, pur con inevitabili alti e bassi, ha saputo portare alla nostra attenzione piccole e grandi storie, che hanno alimentato il nostro immaginario come una segreta epica letteraria, e che si prestano bene a ad essere riraccontate in versi.

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Quella della narrativa non-fiction è ormai una categoria abusata (in troppi hanno cercato di ripetere il successo di Gomorra di Saviano, con esiti quasi sempre deludenti); molto più rara e originale è invece un tipo di poesia che rielabori letterariamente fatti di cronaca senza scadere nel linguaggio scialbo del giornalismo narrativo. Ma a quale tipo di cronaca attingere? Un’ottima intuizione l’ha avuta Maria Grazia Calandrone, che ha pubblicato la scorsa estate la plaquette Gli scomparsi: storie da “Chi l’ha visto” (Lieto Colle): da decenni la famosa trasmissione di Rai Tre, pur con inevitabili alti e bassi, ha saputo portare alla nostra attenzione piccole e grandi storie, che hanno alimentato il nostro immaginario come una segreta epica letteraria, e che si prestano bene a ad essere riraccontate in versi.

Al libro di Calandrone può essere, per certi aspetti, accostata la nuova, singolare plaquette di Antonio Turolo, A parte il lato umano (Valigie Rosse, premio Ciampi 2016), che prende spunto da storie di cronaca, intrecciandole a ricordi autobiografici e suggestioni cinematografiche. Poeta radicalmente estraneo ai grandi circuiti culturali, molto meno noto di quanto meriterebbe, il trevigiano Turolo, prima dell’uscita di questa plaquette, aveva raccontato soprattutto sé stesso (la sua raccolta precedente, Corruptio optimi pessima, del 2009, si configurava come una profonda e straziante confessione in versi). Con l’apertura alla cronaca di A parte il late umano, Turolo compie quindi una notevole svolta, anche se i protagonisti delle liriche di ispirazione cronachistica sono anche proiezioni del suo io.

Il componimento forse più bello del libretto s’intitola Evitamento e racconta il caso della tardiva scoperta di un cadavere di una signora veneziana che, una volta andata in pensione, aveva gradualmente reciso ogni legame sociale: «Leggo che aveva fatto l’impiegata / per un’azienda di Mestre mai sentita. / A un certo punto si era anche sposata / Tutto in regola dunque. // Poi nel suo genere era stata brava / recidere del tutto ogni contatto / i parenti i negozi la parrocchia». Solo la posta destinata alla defunta che si accumula nella cassetta richiama l’attenzione dei vicini: «Si insospettirono i vicini finalmente. / Prima la polizia, poi i pompieri / per riuscire a forzare quella porta. / Tre ore concitate, un walkie talkie, / la luce lampeggiante di emergenza». Turolo accompagna i versi con frammenti in prosa, dando voce direttamente alla protagonista, con grande efficacia mimetica: «Il telefono lo tengo staccato. Non voglio sentire la solita signorina che parla svelta per farmi comprare la televisione nuova, che non la voglio. No, non la voglio. Che poi so che imbrogliano pure, se gli dici di sì al telefono. La mia tivù mi piace, la tengo accesa e mi fa compagnia, come prima la mia sigaretta. La sera tardi danno i vecchi film. Mi piacciono anche i varietà, con i cantanti belli e le ballerine. Mia sorella dice che la tivù è il diavolo, invece mi tiene compagnia».

La storia della pensionata veneziana non rientrerebbe nella casistica tradizionale di “Chi l’ha visto”, eppure rappresenta un caso esemplare di scomparsa, essendo la donna sparita, prima dalla società, e  poi dalla vita stessa. È una storia in cui nella cronaca di un’ordinaria tragedia esistenziale sentiamo rintoccare un’ombra metafisica, che Turolo restituisce con stile ben controllato, senza inutili sovrastrutture culturali o sociologiche.

La stessa struttura di prosimetro hanno anche Bar delle antille, ispirato al caso del pugile nero Emile Griffith, il quale, negli anni sessanta, picchiò a morte un suo avversario, perché questi lo aveva insultato, dandogli del finocchio (maricón); Vedere troppo, che parla di un prete ritrovato morto a causa di un infarto in un cinema a luci rosse; e Capitale, storia di un attentatore mancato, ispirata anch’essa a fatti di cronaca, oltre che alla vicenda del protagonista di Taxi driver di Scorsese. Destini di emarginazione molto diversi tra loro ma che sembrano tutti in qualche modo riguardarci, esemplificando una certa condizione esistenziale sempre più diffusa nella contemporaneità.

Leggendo la plaquette di Turolo ci si accorge come la poesia possa felicemente attingere alla cronaca senza perdere di mordente letterario, come invece è tanto spesso accaduto nel campo della narrativa italiana recente: nella postfazione, Paolo Maccari parla, molto appropriatamente, di un «dettato piano, di intonazione endecasillabica meravigliosamente dissimulato». A parte il lato umano di Turolo dimostra, inoltre, come prendere spunto dalla cronaca non significhi necessariamente adottare una poetica realistica o rinunciare al potere straniante della parola letteraria: ognuna di queste storie inversi potrebbe infatti essere letta come una perturbante storia di fantasmi.

E non è un caso che la prima e più breve sezione della plaquette – sorta di preludio al cuore del libro –, sia tutta improntata ai temi del lutto, della malattia e della morte, così evocata dalla cantilena dialettale e, appunto, spettrale di alcune infermiere venete: «Chi xe morto, chi xe morto? / Alle sei del mattino, primo turno / le garrule infermiere / si informavano / con allegria».

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Nell’occhio di chi guarda https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/ https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/#respond Fri, 20 Jun 2014 08:43:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21628 Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell'occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all'immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un'immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell'ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D'Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D'Angelo ringraziando l'autore, i curatori e l'editore.

Mundonarco

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

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Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un’immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell’ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D’Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D’Angelo ringraziando l’autore, i curatori e l’editore.

Mundonarco

La loro concezione del mondo si oppone diametralmente e singolarmente a quella che agisce nelle nostre prospettive di attività. La consumazione aveva nel loro pensiero un posto non minore di quello che la produzione ha nel nostro. Non erano meno preoccupati dal sacrificare di quanto noi non lo siamo dal lavorare.

Georges Bataille, La parte maledetta

Il mio corpo è fatto della stessa carne del mondo.

Maurice Merleau-Ponty, Il visibile et l’invisibile

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

La gran parte degli oggetti esposti erano manufatti sepolcrali: maschere di serpentina, alabastro o basalto; statuette di onice e diorite; urne e vasi di terracotta. Le figure umane ubbidivano tutte a un’unica tipologia facciale: in forma di trapezio rovesciato, con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta da un moto sciamanico di estasi. Io e Guido tentennavamo fra i resti di questa scenografia mortuaria, incerti se abbandonarci all’ipnosi o alla noia. L’assenza di un umanistico appiglio di comprensione invitava alla pace dell’intelletto. La città degli Dei, centro economico fra i più ricchi dell’America precolombiana, era fiorita grazie alla prassi dei sacrifici umani, rito preliminare alla costruzione o all’ingrandimento di edifici pubblici. Nessuna traccia rimaneva, nella mostra, di quella impietosa macina di corpi; ma ogni reperto chiuso in bacheca sprigionava un senso di sacra sonnolenza.

Continuammo la nostra incursione fra le macerie di Teotihuacán scambiandoci notizie sui reduci della Normale. In molti insegnavano ormai all’università o al liceo, alcuni lavoravano nell’editoria, altri si erano affaccendati in cose che nulla c’entravano con la cultura e altri ancora non si capiva come campassero. Su tutti svettava – ed era, ai miei occhi, il solo che davvero potesse conservare il proprio volto di allora – un anemico giovinastro meridionale: Carmelo, lo studente più erudito e brillante della nostra tornata, il quale, dopo una tesi di laurea sull’antropologia leopardiana, aveva abiurato la letteratura per entrare nella Scuola Superiore di Polizia. Si era poi guadagnato una posizione di spicco nella Direzione Investigativa Antimafia, specializzandosi nel traffico internazionale di stupefacenti. Guido lo aveva incrociato a Roma pochi mesi prima. Erano andati a bere insieme una birra e Carmelo gli aveva accennato alle proprie inchieste sul rapporto fra la ’Ndrangheta e il cartello messicano dei Los Zetas. Fu in quell’occasione che gli parlò di Mundonarco.

Il sito www.mundonarco.com raccoglie un’ingente documentazione filmica e fotografica sui crimini perpetrati dai narcotrafficanti: esecuzioni, torture, stupri, scuoiamento e macellazione di cadaveri. Le immagini dei video, girate dai carnefici, sono spesso puntellate da allegre melodie folcloristiche, il genere di musica che viene suonato e cantato nei ristoranti messicani per turisti. In coda a ogni filmino è aperto uno spazio per i commenti; in cima sono presenti il loghi di Twitter e di Facebook, con i relativi indici di gradimento. Il sito si presenta come un blog di denuncia sociale, “por un México mejor”.

Mentre Guido mi iniziava agli arcani di Mundonarco, eravamo giunti alla fine dell’esposizione Teotihuacán. Ci soffermammo in silenzio di fronte all’ultimo e più impressionante oggetto della mostra: una grande maschera di pietra verde scuro, scheggiata di netto sul lato sinistro e raffigurante il solito volto trapezoidale, ma, quest’ultimo, scosso dal torpore della propria trance, come fosse in procinto di gemere o gridare, con la bocca sospesa in un’assenza temporanea di suono.

Una volta fuori dal Museo del Quay Branly, ricominciammo a parlare. Il discorso cadde nuovamente su Carmelo, di cui lodammo con benevola invidia la scelta di essersi allontanato dal proprio centro di gravitazione culturale. Durante una pausa della conversazione, ci chiedemmo se prolungare il nostro incontro con un aperitivo. Ma Guido era atteso presto per cena e, dopo un’esitazione generosa, mi disse che purtroppo doveva rientrare a casa. Ci scambiammo i numeri di telefonino con la promessa di risentirci presto, poi ci allontanammo ciascuno verso la propria stazione della metropolitana.

Nel tragitto di ritorno, ripensai a Carmelo, a Teotihuacán, a Guido e ai narcotrafficanti, sovrapponendo fantasmi e reminiscenze in un fragile palinsesto interiore. Quando giunsi a casa, mi precipitai sul computer per connettermi subito a internet. Aprii la pagina di Mundonarco e presi a scorrerne la lunga successione di post: Los Zetas decapitan a un miembro del Comandante Diablo, El Comando del Diablo descuartizan a dos de los Zetas, El Cartel de Juárez masacran a una familia completa, 14 descuartizados en un camión en Ciudad Mante, El Cártel del Golfo torturan al hermano de un procurador

Prima di decidermi a lanciare uno dei video, provai a chiamare Anna su Skype, per accertarmi che lei e il bambino stessero bene. L’account squillò a vuoto. Sperai che fossero occupati in una delle pratiche ancestrali da cui, trovandomi lontano, mi sentivo doppiamente escluso: quiete, abluzioni e nutrimento. Aprii il più recente tra i filmini e fissai le immagini fluire sullo schermo. Un giovane uomo, seduto su uno sgabello e con le mani legate dietro la schiena, circondato da tre carcerieri incappucciati, veniva sottoposto a interrogatorio da una voce fuoricampo. La postura insaccata del busto lasciava trasparire assoluta rassegnazione e indifferenza, così come l’opacità dello sguardo e della voce. Il tono monocorde dell’inquisitore prorompeva dallo stesso baratro di apatia. Sembravano entrambi d’accordo sulla totale insignificanza della vita, e sull’opportunità di affrettarne la fine. Dopo un’ultima risposta del morituro, il carnefice gli poneva un coltellaccio sotto il mento e gli squarciava la carotide. Il corpo cadeva per terra di lato, perdendo meno sangue di quanto si sarebbe potuto immaginare. Quindi cominciava, compiuto con la stessa impassibilità, il lungo rito di decapitamento e macellazione.

Guardai altri video, ricevendone un’impressione di imperturbabile uniformità. Come nelle gallerie d’immagini dei siti porno, gli attori delle scene di massacro avevano gesti e attitudini interscambiabili, nel segno di una neutralità mortifera. Peggio: sembravano già defunti, agire in stato di assenza, mossi da una determinazione oltretombale. La replica infinita di un necrocidio.

Avevo appreso dalla mostra Teothiuacán come, già nella Mesoamerica precolombiana, lo scuoiamento fosse una procedura successiva al sacrificio delle vittime. La meticolosità documentaria dei narcotrafficanti tendeva però ad astrarsi da questo passaggio cerimoniale: il più delle volte balzava, senza tappe intermedie, dall’uccisione del prigioniero al macellamento delle sue membra già scorticate. Ma, d’un tratto, la sequenza ripetitiva dei crimini fu spezzata da un’epifania. Avevo appena cliccato su Mujer sicaria decapita a un Zeta y luego lo descuartizan y le arrancan la piel de la cara, quando, in un proscenio notturno, illuminato dal solo bagliore di una torcia, apparve una donna sui cinquant’anni, di aspetto molto curato, con in mano una specie di sciabola. Accanto a lei, un ventenne sosteneva fra le braccia il cadavere di un coetaneo. La donna iniziava a tranciarne la gola con perizia, rivolgendo sorrisi incantatori all’occhio della videocamera. Come negli altri filmini, la decollazione si dimostrava pratica malagevole. Avveniva in un crepitio di scatti muscolari e sussulti nervosi, cozzando insistentemente contro la trama del tessuto umano.

Quando la testa si staccò infine dal busto, la decapitatrice ne espose un primissimo piano al cameraman: un volto con la bocca semiaperta e gli occhi socchiusi, non dissimile dalle figure sepolcrali di Teotihuacán. Ma era solo il principio. Un commilitone della donna irrompeva dal fuoricampo e cominciava a sbucciare il viso con un pugnale. Ne asportava corte strisce di pelle, affondando la lama in direzione delle ossa. Non appena la carne cominciò ad affiorare sotto il coltello, sperimentai il sentimento, per me nuovo, di un’immagine impossibile da guardare, un’immagine insostenibile, come se fosse la mia propria pelle ad essere incisa e dilaniata. Istintivamente mi portai le mani al volto; poi ebbi un conato di vomito e misi il video in pausa.

Distolsi gli occhi dal computer e fumai una sigaretta per calmarmi. A poco a poco le mie viscere si ricomposero in uno stato di quiete. La suoneria di Skype squillò. Era Anna. Risposi e vidi il suo sorriso comparire sullo schermo. La maternità le aveva tracciato brevi solchi agli angoli della bocca e degli occhi, segno delle veglie imposte dal dominio della natura. Il bambino si era finalmente addormentato, ma forti dolori allo stomaco lo avevano fatto piangere per più di due ore. Anna mi chiese se volevo vederlo. Dissi di sì e lei si alzò con il computer in mano, sconquassando la visuale del nostro appartamento. La videocamera di FaceTime contaminava la penombra coi bagliori opalini del suo sensore. Quando giunse sopra la culla, rivelò il corpo minuscolo di mio figlio, un corpo ancora privo di somiglianze stringenti, e di cui in quell’istante preciso pensai, forse per un residuo di paure prenatali, che fosse esposto a imprevedibili trasmigrazioni. Il profilo del volto posato sul materassino era più immobile di una pietra; eppure, i dolori patiti prima del sonno vi avevano lasciato come un’impronta di moto: una contrazione impercettibile dei nervi e dei muscoli.

Anna scosse il MacBook e ritornò in sala, infliggendomi un nuovo stravolgimento degli spazi familiari. Si risedette al tavolo e ricominciammo a parlare. Mi disse che non ce la faceva più a occuparsi da sola del bambino, la mancanza di sonno le stava riducendo il cervello in poltiglia, a ogni risveglio di soprassalto sentiva la pressione di un torchio sulle meningi. Il tempo che trascorrevo a Roma era troppo poco. Mi chiese di anticipare il mio rientro e di giurarle che avrei cercato una sistemazione in Italia.

Il ritorno definitivo in patria era per me un incubo ricorrente, come la replica dell’esame di maturità, o la caduta a precipizio nel vuoto. Lo associavo alla dissoluzione di una duplice identità ormai scolpita nella carne. Ma, assediato dal senso di colpa, dissi ad Anna che sarei tornato a Roma il prima possibile e le promisi ciò che voleva sentirsi promettere.

Dopo che ci fummo salutati, chiusi le pagine di Skype e di Mundonarco; spensi il computer e andai a dormire. Mentre mi assopivo, rividi il volto dormiente di mio figlio e lo animai di un gemito immaginario, condannandolo a sovrapposizioni che lo avrebbero confuso con ogni altro.

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