Mario Draghi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-draghi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Feb 2021 08:43:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mario Draghi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-draghi/ 32 32 Mario Draghi immaginato bene grazie a Eros Pagni https://minimaetmoralia.it/altro/mario-draghi-immaginato-bene-grazie-a-eros-pagni/ https://minimaetmoralia.it/altro/mario-draghi-immaginato-bene-grazie-a-eros-pagni/#comments Thu, 25 Feb 2021 08:43:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47937 Inizialmente è stato il mezzo sorriso, affilato, poi il tono di voce che sembra sempre fermarsi un attimo prima dal trasformare ogni sua frase in sarcasmo. Non ho capito bene da dove provenga la mia fascinazione per Mario Draghi. È dalla famosa frase che ora qui è inutile ripetere, è da come rinculò con la […]

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Inizialmente è stato il mezzo sorriso, affilato, poi il tono di voce che sembra sempre fermarsi un attimo prima dal trasformare ogni sua frase in sarcasmo. Non ho capito bene da dove provenga la mia fascinazione per Mario Draghi. È dalla famosa frase che ora qui è inutile ripetere, è da come rinculò con la sedia più allarmato che spaventato di fronte all’attivista di Blockupy che gli piombò sul tavolo che seguo questo misto di ironia ed eleganza che caratterizza anche il suo inglese. Una pronuncia che nasconde e mostra – a seconda delle emozioni che evidentemente Draghi prova – un accento un poco poco romano, ma non è cafonaggine è l’eleganza di chi sa indossare una camicia bianca anche quando questa scivola fuori dai pantaloni. Pensate a Louis Garrel e poi pensate a Matteo Salvini e vedrete che si capisce cosa intendo.

Non mi è indifferente nemmeno il suo modo di camminare, un portamento elegante e formale, ma con una leggera inclinazione della schienaa durante il passo che forse deriva dall’abitudine a scendere dall’auto dai sedili posteriori prima ancora che questa si sia fermata. Scendere da dietro comporta sempre far sbucare quasi prima la teste delle gambe, il volto prima di ogni altra cosa.

Qualche settimana fa su Repubblica, Marco Belpoliti ha notato il suo taglio di capelli, una scriminatura all’antica che ricorda un po’ Pasolini, una riga in testa a dare ordine e misura ai pensieri. Tuttavia quel taglio sembra rivelare anche un atteggiamento volitivo, un decisionismo che è tutto meno che posa e che discende fino alle occhiaie che più che stanchezza o vecchiaia evidenziano la durezza dello sguardo. La mascella effettivamente non è di quelle di rutelliana memoria che però lasciava intendere più vacua morbidezza che efficienza, ma si sostiene con il taglio fermo della bocca, non affilata o sottile, quasi una trincea perpendicolare al naso. L’impressione è che prima ancora che apra bocca Mario Draghi riveli in questa nettezza di righe e linee i difetti dei suoi interlocutori. L’impressione è che più che parlarci con Draghi ci si trovi sempre nella posizione di dover dare un esame, un monografico con davanti Natalino Sapegno e Roberto Longhi.

Poi certo c’è la questione dei poteri forti, il fascino della casta, ma quella vera. Quella con le scuole migliori, i vestiti migliori e le competenze. Ma le competenze quelle vere che all’occasione si riversano infine nel governo dei migliori dove addirittura è possibile scovare anche un leghista urbano come Giancarlo Giorgetti (come se questa sua urbanità non fosse ancora più temibile del frequentare sagre e maglierie comunali) e dove i sottosegretari sembrano già un’accozzaglia di straccioni scappati di casa (chiunque essi siano, ce li si immagina già così).

Insomma un po’ come quando anche a Superman vanno male le cose e chiama a casa papà. E il papà è Marlon Brando mica Bombolo (anche se…). Tra l’altro la similitudine tra il taglio di capelli di Brando nel Superman del 1978 ha qualche affinità con quello del presidente Mattarella. Con questo non si vuole sostenere che Brando fosse doroteo, ma di certo la Democrazia Cristiana in fatto di stile di vita, moda e politica ha seppellito da un pezzo quello che fu il Partito Comunista Italiano, con buona pace dei suoi cento anni e dei successivi 30 vissuti da zombie.

Tuttavia questo non giustifica ancora tutta questa mia curiosità e nemmeno il fatto che a differenza di Mario Monti, Draghi non sembri l’algida zia di Viale Monte Nero, ma una sorta di zio d’America. Mario Draghi non è infatti come si è detto più volte un semplice tecnico che sta alla politica seppure sul fronte opposto esattamente come Di Battista, ovvero con qualche buona idea (teorica o confusa a seconda),ma con una pratica che è un gran casino e che alla prima discussione se ne va offeso.

Poi una rivelazione, ho scoperto chi è per me Mario Draghi. In Profondo rosso, il capolavoro di Dario Argento (sperando che nessuno voglia farne un remake in stile Gucci) compare il commissario Calcabrini interpretato da uno stupendo Eros Pagni che oltre che essere uno dei più grandi attori italiani è anche il sosia imprevisto di Mario Draghi.

https://www.youtube.com/watch?v=kS089w9EgQw

Non sono sicuro che abbia la medesima passione per i tramezzini del commissario, ma diciamo che nell’incedere nervoso, ma discreto, nella voce trattenuta e a tratti isterica di Pagni non ho potuto che vedere Mario Draghi alle prese con i riottosi componenti della sua maggioranza. Un po’ tra lo sfinito e il rassegnato me lo vedo giocare con la mascherina tra le dita allarmato da chi gli si avvicina pretendendo – tanto più in tempo di covid – di sussurragli rivelazioni incredibili. Oppure lui stesso sussurrare per non maledire, indicare per non buttare fuori dalla stanza, il tutto con gesti decisi, ma rassicuranti (fino a quando non si incazza). Data la rivelazione speriamo solo che Profondo rosso non sia proprio quello che ci dobbiamo aspettare.

Nel frattempo in attesa di capire chi mi potrà decapitare scorro la filmografia di Eros Pagni che resta oltre che il sosia di Mario Dragh tra i migliori attori di teatro – fino a quando era possibile – in scena in Italia. E mi accorgo una sorta di affinità interpretativa con la figura del commissario o avvocato dai modi un po’ ruvidi, ma che in fondo cela nel suo intimo un cuore e una generosità di cui non si ha del tutto sospetto fino a quando non si palesa esplicitamente con un gesto improvviso e benigno.

In sostanza Pagni non è mai uno stronzo, alla fine qualche merito lo riconosce, un po’ di dolcezza la concede. Esattamente come solo chi sa stare al ponte di comando valutando e promuovendo quando necessario anche con un poco di coinvolgimento affettivo: le scuse timide e la voce che si spezza per un millesimo di secondo.

Come avviene quando Eros Pagni interpreta la parte del cuoco comunista Duilio ne La cena di Ettore Scola. Qui Duilio/Pagni dopo aver minacciato di andarsene e dopo aver duramente rimbrottato camerieri e anche il capo sala Diomede (l’indimenticabile Riccardo Garrone) si rivela in realtà di spirito gentile oltre che vagamente innamorato di Flora, la moglie del proprietario del ristorante interpreta da Fanny Ardant. E si sa come il governo in Italia sia la cosa più simile ad una cucina e il resto il paese ad un ristorante anche se qui rischiamo di toccare una nota dolente la cui via d’uscita pare ancora parecchio complicata. Sarebbe del resto tutto molto meno complicato se – come ha scritto su Twitter un professore di Torino – considerati i bar e i ristoranti come super diffusori fossimo passati dagli anni 70 agli anni 90 saltando a pie pari gli anni 80. Ma degli anni 80 pare che ormai ognuno rimpianga qualcosa e poi senza Berlusconi che maggioranza sarebbe?

Quindi se queste sono le somiglianze date, l’azione governativa potrebbe rivelarsi una navigazione complicata e burrascosa, sia per le istituzioni sia per il Paese. Nei prossimi mesi e anni ci aspettano giorni duri niente affatto facili da superare, ma possiamo fidarci del fatto che Draghi saprà ricompensarci e mostrarci i frutti di una resistenza che si annuncia ancora lunga e faticosa.

Devo infine però dire che non riesco a trovare quel film (forse Il mastino) in cui Eros Pagni interpreta un poliziotto a suo modo simpatico, una sorta di cane sciolto, ma non ricordo il titolo e la trama. Ricordo però con precisione una battuta di Pagni rivolta ad un inquisito. Una battuta secca, pronunciata sempre con la quieta calma delle labbra un poco serrate: “Ora io ti faccio male, ma non male che si vede, ti faccio male che lo senti solo tu”.

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Wolfgang Streeck: l’Euro, un errore politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/#comments Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27968 Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

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draghi

Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

In Tempo guadagnato, un libro pubblicato nel 2013, lei accoglieva con favore l’emergere in Grecia di una forza politica di sinistra «che avrebbe potuto decidere di annullare unilateralmente il debito sovrano del proprio paese». A distanza di due anni quella forza di sinistra, Syriza, è al governo, ma il negoziato sugli “obblighi” è ancora in corso. Come giudica la contesa sul debito greco? 

Credo che si tratti di una battaglia tra il nord Europa, con la Germania in testa, e i paesi mediterranei. Quel che è stato presentato ai popoli europei come un processo di unificazione è in realtà un processo di consolidamento dell’egemonia dell’Europa del Nord e del capitalismo internazionale sui paesi mediterranei, affinché diventino parte integrante di una forma di capitalismo che implica il predominio dei sistemi finanziari e l’aggiustamento delle politiche di bilancio statali alle loro richieste. Lo scontro in ogni caso non è soltanto tra il Nord dell’Europa e i paesi mediterranei. Anche le società mediterranee appaiono divise – come dimostra il caso italiano – tra un settore che punta alla ‘modernizzazione’ e che include le elite e le classi medie che vogliono liberarsi dall’eredità ‘feudale’ e quella parte di società che teme – a ragione – che i propri interessi verranno sommersi in questo processo di modernizzazione e trasformazione globale. Nel caso della Grecia, la spaccatura è evidente anche all’interno di Syriza, dove ci sono due fazioni: la prima, rappresentata dal ministro delle Finanze Varoufakis (nel frattempo si è dimesso, ndr), è quella di chi ritiene che convenga restare nell’euro e ottenere dall’Europa quanti più sostegni e benefici possibili per modernizzare il paese. L’altra, incarnata dall’economista greco Costas Lapavitsas, docente a Londra, è quella di chi suggerisce invece di uscire dall’euro e di recuperare qualche forma di sovranità monetaria, perché sul lungo periodo l’euro imporrà una disciplina molto rigida e nessuna protezione per coloro che soffriranno i danni di questo rapido processo di ‘riforme’ e modernizzazione euro-capitalistica.

Con il referendum del 5 luglio, Tsipras ha reclamato i diritti della democrazia contro le imposizioni dell’economia, alzando il prezzo che i creditori devono pagare per evitare che la Grecia, paese debitore del Sud, abbandoni la partita. È una mossa azzeccata?

Sì. Il governo greco deve cercare di ottenere il più possibile dall’Unione economica e monetaria. Dopotutto, è stata proprio l’Unione monetaria a imporre alla Grecia cinque anni di austerità, senza la minima prospettiva di una ripresa futura. Il rischio, sul lungo termine, è che la Grecia non abbia comunque speranze all’interno dell’eurozona, nonostante le concessioni che riuscirà a strappare. È in corso un conflitto su chi pagherà il conto della Grecia, molto elevato sul lungo periodo. Ma tutto deriva da un’idea sbagliata: l’idea che un’economia di mercato comune conduca inevitabilmente alla convergenza della prosperità dei paesi che ne fanno parte. Piuttosto, è vero il contrario. All’interno dell’Unione europea, i paesi del Nord prosperano e prospereranno, mentre quelli del Sud soffrono. Ne deriva un’enorme pressione politica da parte del Sud per avere qualche forma di compensazione per la loro permanenza nell’euro. Credo che tale compensazione alla fine diverrà insostenibile, dal punto di vista economico ed elettorale. Non è un caso che nel Nord tutte le elezioni abbiano registrato una vittoria o una significativa affermazione dei partiti che si battono contro l’Unione europea.

Torniamo alle due ‘fazioni’ presenti anche all’interno di Syriza. Si direbbe che lei sostenga la seconda: in Tempo guadagnato definisce l’introduzione dell’Unione monetaria europea un grave «errore politico», simbolo di  un «progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato». Perché?

L’errore principale sta nell’aver imposto una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale, un regime monetario molto rigido a paesi e sistemi economici che non solo non ne traggono beneficio, ma ne soffrono. L’euro impedisce ai paesi del Sud di usare lo strumento ella  politica monetaria per bilanciare la loro relazione con il resto del mondo. Si tratta sostanzialmente della reintroduzione del Gold standard (il sistema di tassi di cambio fissi della valuta all’oro, ndr), così come esisteva prima della prima guerra mondiale. John Maynard Keynes aveva ragione quando negli anni Trenta del Novecento diceva che non si può usare il Gold standard in un’economia. Perché? Perché con il Gold standard un governo non ha strumenti per impedire che la popolazione si ritrovi nei guai a causa della bassa competitività. Non ci sono difese possibili. Le uniche sono quelle dell’abbassamento dei salari, della riduzione dei diritti, etc, tutte quelle misure che in Italia ha provato a introdurre Mario Monti. Le politiche economiche monetarie dell’Unione rispecchiano l’idea tedesca della stabilità monetaria. Imporre tali politiche a sistemi economici diversificati come quello italiano o francese è stata un’insensatezza.

Nel suo libro scrive che «l’abolizione delle monete nazionali e la loro sostituzione con una moneta unica facevano parte della logica propria della svolta liberista, che mirava a liberare l’economia e il mercato dagli interventi della politica», favorendo la «giustizia di mercato» contro la «giustizia sociale». Ci spiega meglio?

L’euro è stato ‘inventato’ negli anni Novanta, quando tra i paesi ricchi dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, c’era consenso sul fatto che l’appropriazione delle risorse economiche da parte dello Stato – in altre parole il processo democratico – fosse andato troppo oltre e andasse fermato. Come? Con le politiche dell’aggiustamento e del pareggio di bilancio. Ne seguì un periodo di consolidamento fiscale in tutta Europa, nel quale sia a Bruxelles sia al Fondo monetario internazionale era senso comune pensare che i governi dovessero puntare innanzitutto a quello. Il guaio è che, soprattutto se introdotto quando la capacità di tassare i ricchi è in declino, il pareggio di bilancio ha delle implicazioni negative: significa meno Stato, uno Stato più ‘snello’, e dunque privatizzazione dei servizi e della sicurezza sociale, e ciò a sua volta significa che gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico (volti alla giustizia sociale) spariscono in favore della giustizia del mercato.

Lei contesta non solo l’attuale funzionamento dell’eurozona, ma l’equazione – data per scontata nel discorso pubblico – tra l’euro da una parte e l’Europa e l’europeismo dall’altra. Come replica alla cancelliera Angela Merkel, che continua a ripetere che «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa»?

Per me l’Europa rappresenta una cultura millenaria, non ha niente a che fare con l’Unione monetaria. D’altronde l’Europa intesa anche come unione politica esiste da prima dell’Unione monetaria. L’equazione tra euro ed Europa è semplice ideologia. Ha la funzione di nascondere interessi molto prosaici. Lo dimostra il caso della Germania. Il settore esportazioni, trainante nell’economia tedesca, ha bisogno di un mercato dell’export che impedisca ai paesi importatori di svalutare la propria moneta come mezzo di protezione e difesa rispetto ai paesi esportatori. L’euro in Germania è un dogma perché è il cuore della politica economica ed estera. Angela Merkel è una donna molto intelligente, ma non nutre alcun sentimento particolare verso l’Europa. In fondo sa anche lei che l’equazione tra euro ed Europa è una sciocchezza.

Rimane il fatto che l’idea che esista una corrispondenza tra la moneta-euro e il progetto politico europeo rimane ben radicata. Anche tra i partiti di sinistra, perfino tra quelli che contestano l’Europa dell’austerity. Da dove nasce quest’idea?

Forse per capirne qualcosa di più possiamo fare un passo indietro. Alla nascita dell’Unione monetaria, che per ironia della storia fu ‘inventata’ da un francese, non da un tedesco. I francesi hanno sempre sofferto il fatto che per tutto il dopoguerra abbiano dovuto svalutare la moneta, contro quella tedesca. Ciò contraddiceva lo spirito della grandeur nazionale. In più, a partire dagli anni Ottanta, tutte le banche centrali europee seguivano le politiche interstatali della Bundesbank, la banca centrale tedesca. I francesi pensarono dunque di puntare a due obiettivi diversi, che si sarebbero dimostrati incompatibili: europeizzare la Bundesbank, in modo da poterne condizionarne la politica monetaria e introdurvi politiche economiche ‘francesi’, e allo stesso tempo usare la Banca centrale europea per imporre maggiore disciplina all’interno dell’economia francese. Jacques Delors, allora ministro francese dell’Economia e delle Finanze, all’inizio degli anni Ottanta fu spedito dal presidente Mitterand in Europa per favorire questo radicale mutamento della politica francese, che mirava a una moneta stabile e all’internazionalizzazione dell’economia. Lo stesso proposito che in Italia avevano Monti e i bocconiani, che insieme agli economisti liberali francesi pensavano in qualche modo di tornare al presidente Luigi Einaudi, un ordoliberale di stampo tedesco, importando dalla Germania una certa idea di stabilità economica che portasse all’indebolimento delle forze sindacali e dei partiti di sinistra. In Italia e in Francia c’era anche chi pensava che in questo modo si potesse imprimere alle politiche economiche europee una direzione ‘mediterranea’. Fu uno sbaglio. Quando oggi gli italiani – sbagliando – vedono in Mario Draghi l’eroe che introduce elementi non liberisti nella politica monetaria europea contro la cattiva Merkel dimostrano che la battaglia su cosa significhi l’unione monetaria è ancora in corso.

Contrariamente a quanti difendono l’euro a tutti i costi, indipendentemente dai risultati che ha prodotto o meno fino a oggi e da quelli che ci si aspetta in futuro, lei non nasconde la sua idea di «rinunciare all’euro nella veste di moneta unica», e ha proposto una sorta di Bretton Woods europea. Di cosa si tratta?

Oggi di fronte a noi abbiamo due opzioni: aggravare l’errore dell’euro, oppure favorire il ritorno in Europa a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società europee. Nel mondo già si è fatta esperienza della combinazione di due diverse politiche monetarie, con una moneta ‘centrale’, di riferimento e di ancoraggio, associata a monete nazionali ad essa legate. L’essenza di Bretton Woods era proprio questa. Nel dopoguerra e fino agli anni Settanta, questo sistema ha permesso a paesi come l’Italia e la Francia di fare delle concessioni interne, soprattutto ai partiti comunisti e ai sindacati, in termini di concessioni salariali e generose politiche sociali, e di correggere il generale orientamento economico volto soltanto a una maggiore competitività, aggiustando l’inflazione o il deficit.  È un esempio di come si possano gestire sistemi politici diversificati e allo stesso tempo far parte di un’economia internazionale. Non è un caso che molte persone stiano ragionando su questa possibilità. Lo fanno, insieme tra loro, l’economista greco Lavapitsas e l’ex ministro delle Finanze tedesche Oskar Lafontaine.

Nel suo libro sottolinea che ciò non significa che l’euro dovrebbe essere abolito. Nel caso della Grecia, cosa comporterebbe?

L’adesione della Grecia all’Unione monetaria europea non funziona. Non può reggere. Va trovata una via d’uscita. Se la Grecia intende recuperare almeno una parte del controllo democratico sulla sua economia e cessare di essere un distretto della Germania, alla fine dovrà uscire dall’euro. Una soluzione potrebbe essere quella di  reintrodurre la moneta nazionale in parallelo all’euro. Se i salari pubblici versati dallo Stato e altre forme di pagamento fossero diciamo per il 70% in euro e per il 30% nella moneta locale, nel mercato ci sarebbero meccanismi di aggiustamento tra le due monete. Non sarebbe un passaggio del tutto inedito. Forse, è l’unica maniera per evitare la bancarotta del paese.

Eppure nel dibattito pubblico sembra che le uniche due soluzioni, tra loro opposte, siano più austerity o default…

È vero. Anche sul fronte greco non se ne parla molto, perché si vuole ottenere quanto più possibile dall’Europa. Condivido questa strategia: a volere la Grecia nell’eurozona sono stati soprattutto la Germania e la Francia. E allora che ne paghino il conto. Conoscevano i problemi greci, il clientelismo, la corruzione, eppure l’hanno ammessa. Perché? Perché alla fine degli anni Novanta la Grecia, che non riusciva ad attingere al mercato del capitale privato, dipendeva dai trasferimenti di Bruxelles tramite i programmi di aggiustamento. Ma era un periodo nel quale i maggiori paesi europei stavano consolidando il proprio budget, mentre alti paesi – pensiamo ai Balcani – reclamavano nuovi finanziamenti. Annettendo la Grecia all’eurozona, Francia e Germania hanno pensato che i greci potessero prendere in prestito il denaro anziché riceverlo sotto forma di sussidi. Così la Commissione europea e alcuni governi hanno fatto intendere ai mercati finanziari che il debito greco fosse in qualche modo un debito europeo. Nel 2009 invece, a causa della situazione economica generale, i tedeschi hanno cominciato a dire che il debito greco era soltanto greco. I problemi veri sono cominciati allora.

Vuol dire che il governo greco ha tutte le ragioni per tenere alto il livello dello scontro con la Troika?

Qui in Germania è diffusa la percezione che i greci siano i ‘cattivi ragazzi’, perché pretendono troppo. Al contrario, dovrebbero chiedere di più. Hanno diritto a farlo. I vari Schröder, Monti, Chirac, i leader europei del periodo in cui si è affermata questa particolare concezione dell’Unione monetaria e della politica economica comune, potrebbero essere chiamati in tribunale: devono rispondere di aver mentito ai propri ‘clienti’ sulla validità e sulla solidità dei prestiti che stavano erogando, o sui quali ‘garantivano’. Quanto ai greci, nel momento in cui hanno accettato i prestiti  avevano ragione di credere che li stavano ricevendo come ricompensa per la disponibilità ad accettare il Gold standard in economia, una cosa ridicola sin da allora, ridicola almeno quanto la dollarizzazione dell’economia argentina. Gli europei distribuivano il veleno al governo greco. E il governo greco a quel tempo era abbastanza corrotto da distribuirlo al proprio popolo.

Secondo la sua analisi, il fatto che per i paesi debitori sia sempre giusto e doveroso ripagare i propri debiti «è un mito che serve a costruire il mito della moralità dei mercati finanziari globali». La sovranità di uno Stato si esercita anche decidendo di non pagare i debiti?

Storicamente, ci sono stati molti governi che hanno negoziato con i creditori un alleggerimento o una ristrutturazione del debito, o che si sono semplicemente rifiutati di pagare. Non c’è nulla di morale in questo. Dipende dai casi. Senza contare che se un debitore finisce in bancarotta, in parte è anche colpa dei creditori, che non sono stati abbastanza vigili. Le banche fanno operazioni di controllo del rischio: gestiscono un portfolio di prestiti distribuito in modo tale che la percentuale minoritaria di debitori insolventi non pregiudichi il profitto totale. Da una banca ci si aspetterebbe questa forma di responsabilità. Se una banca decide di comprare titoli di stato greci, lo fa perché ritiene che dietro al rischio ci sia una forma di assicurazione politica che quei crediti verranno comunque rimborsati. Per questo, possiamo criticare i creditori quanto i debitori.

È molto diffusa l’opinione che la crisi finanziaria e fiscale degli Stati europei mediterranei, e non solo, vada ricondotta al fatto che la popolazione abbia prelevato per sé, a causa di un eccesso di democrazia, troppe risorse dai fondi pubblici. Lei sostiene invece che la causa dell’indebitamento pubblico vada ricercata non «nelle spese elevate, bensì nelle basse entrate dovute a un’economia e a una società fondate sul principio dell’individualismo della proprietà privata». Ci spiega meglio?

Su questo, il punto di vista va rovesciato. I governi devono sempre trovare un equilibrio tra le richieste dei cittadini e quelle dei ‘creditori’, ma per farlo devono essere in grado di tassare l’economia. Se trovano resistenza alla tassazione, ecco che si crea un deficit. Negli anni 70 la spesa sociale è cresciuta molto, specie per i benefit legati alla disoccupazione. Quell’aumento non dipendeva però dall’eccesso di benefit e di tutele sociali, ma dall’incapacità del sistema di creare e mantenere posti di lavoro. Intendo dire che i governi sono tenuti a compensare i danni causati da un’economia capitalistica che si evolve velocemente a scapito della struttura sociale e della sua tenuta. In Italia si criticano sempre le baby-pensioni. É una cosa stupida. Non è questa la causa della crisi fiscale dello Stato. Le vere spese sono quelle che lo Stato effettua per garantire le precondizioni affinché i mercati possano operare, oltre a quelle con cui compensa i danni dell’economia liberista. Stiamo sperimentando un problema sistemico: i costi per il mantenimento dell’economia capitalistica eccedono i benefici che ne ricaviamo. La natura sociale della produzione e la natura capitalistica delle relazioni di proprietà collidono. Dietro la crisi fiscale c’è questo.

 C’è una scuola di pensiero – riconducibile a Jürgen Habermas, con cui lei ha polemizzato all’uscita del suo libro – che dice: ‘è vero, esiste un deficit democratico in Europa, ma si può colmare politicamente, attraverso un processo di democratizzazione che culmini in una vera Costituzione europea’. Lei è molto scettico su questa possibilità. Perché?

Perché non si può elaborare alcune teoria istituzionale democratica senza tener conto della politica economica. Habermas ragiona in termini di diritto internazionale, di teorie istituzionali, ma se non teniamo conto dei fattori sistemici sottostanti, se non consideriamo le ragioni per cui la produzione capitalistica schiaccia il pubblico, qualsiasi invenzione istituzionale non risolverà nulla. Occorre riconoscere seriamente il problema attuale: il modo di produzione capitalistico è in guerra con la democrazia e con le società democratiche. Tutto ciò è evidente nel Mediterraneo: la disoccupazione giovanile lascerà tracce importanti, nella testa dei giovani e nella loro capacità di accumulare reddito. Pretendere che non sia importante è insensato. Davvero non riesco a capacitarmi di come un uomo così intelligente ancora creda che la democrazia europea possa essere una sorta di democrazia giacobina, in cui ciascuno vota per un partito, esiste un parlamento centrale rappresentativo di tutti ma non esistono i mercati, la finanza internazionale, gli egoismi nazionali. Nessuno ha idea di chi scriverà una eventuale Costituzione europea sovranazionale, e tantomeno di come potrebbe passare nei parlamenti nazionali, dove sono fortissimi i partiti contrari all’integrazione europea. Al contrario di quel che pensa Habermas, molti paesi vogliono stare in Europa non perché mirino a una Costituzione unica e democratica, ma per proteggere la propria nazionalità. Pensare alla Costituzione europea mi pare irrealistico. Soprattutto oggi, quando abbiamo problemi ben più importanti da risolvere. E molto in fretta.

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Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

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Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/ https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/#comments Tue, 17 Sep 2013 12:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15478 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

(Immagine: Adbusters.)

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.

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Passare il testimone https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/#comments Thu, 16 Dec 2010 09:28:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3476 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Nicola Lagioia

Il mese scorso, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino oniric

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Alcuni mesi fa, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino onirico (ho l’impressione che una classe dirigente formatasi in tempi di fantasia al potere soffra oggi di un grave deficit immaginativo rispetto alla sostanza di cui sono fatti i sogni che popolano stabilmente le notti di un precario). E tuttavia, se nei palazzi dell’economia e della politica per tastare il polso alla realtà c’è bisogno delle cifre, le quali spesso arrivano quando il danno è compiuto – i dati del Fmi elaborati da “El Pais” ci hanno recentemente collocati al penultimo posto nel mondo per crescita decennale –, questo succede anche perché i più danneggiati dal guasto che ora si muove verso le fasce alte delle dichiarazioni Irpef hanno pochissime occasioni per farsi ascoltare. Senza lavoro, senza figli, senza voce: il protagonismo di almeno due generazioni di italiani si è polverizzato in questo modo all’alba del XXI secolo.

Sull’Italia come teatro del ricambio generazionale più lento d’Europa si discute da tempo senza risultati, e ora un libro di Pier Luigi Celli (ex dg della Rai, ex direttore delle risorse umane di Omnitel, Olivetti, Eni, Enel, attuale direttore generale della Luiss) si propone di rilanciare il dibattito attraverso un’ammissione di colpa. Il libro si intitola La generazione tradita, e parte dal presupposto che l’Italia degli over 50 abbia trascurato quello che forse è il primo dovere di un buon padre di famiglia: passare ai figli il testimone in modo responsabile.
Dirò subito che – a lettura ultimata –, questo tentativo di raccontare il tradimento di una generazione ad opera delle precedente con l’intenzione dichiarata di porvi riparo, certifica in realtà la propensione di una classe dirigente composta da persone della stessa formazione culturale del suo autore a perpetrare il tradimento finché sorte non la separi dalla plancia del comando. Il vizio di base del volume (che per comodità definirò: “paternalismo di Crono”) era presente in forma minore nell’occasione che l’ha generato. Nel novembre del 2009 Celli pubblicò su Repubblica una lettera aperta al figlio neolaureato in cui gli consigliava di abbandonare l’Italia perché in un paese che calpesta il merito non c’è spazio per i talenti di buona volontà. La lettera scatenò una prevedibile polemica. Tra chi disapprovò l’arte di abbandonare la nave, fu Benedetta Tobagi ad avere la sensibilità di far notare quanto sarebbe stato salutare se la discussione fosse stata innescata dalla penna di un figlio e non da quella di un padre. La generazione tradita soffre nel grande stile di 134 pagine il difetto di quella lettera di un paio di cartelle: l’ansia fagocitatrice di ricoprire tutti i ruoli.
Il libro di Celli parla di giovani ma non parla mai davvero a loro (a creare la distanza è il paternalismo di frasi come “se si dedica loro tempo e attenzione, non è raro scoprire in questi giovani una consapevolezza che impressiona”), parla di come farli uscire da una situazione di minorità ma poi sembra anelare all’eterna dilazione di questo momento: noi li abbiamo traditi, – sembra il suo paradossale leitmotiv – noi ci dogliamo di questo tradimento (noi cioè ne siamo gli unici testimoni, dal momento che loro a causa nostra non hanno voce), e soprattutto soltanto noi adesso saremo in grado di salvarli, come si evince dal capitolo del libro dedicato al congedo della generazione dei padri dalla vita lavorativa (anche questo rimandato sine die) e significativamente intitolato “Farsi carico: un buon modo di chiudere in bellezza”.

Ma perché chi non è riuscito a dare ai propri figli un mondo migliore di quello che ha ricevuto dovrebbe togliere a questi ultimi persino la soddisfazione di provare a salvarsi da soli? Nella mancata risposta a questa domanda, risiede il secondo grave difetto d’impostazione di questo libro. La generazione tradita è pieno di teorie su come uscire dall’impasse in cui ci troviamo. Si tratta perlopiù di consigli su abiti mentali da indossare (le imprese dovrebbero recuperare un’anima, l’università non dovrebbe essere lasciata agli accademici, ecc.) Ma se davvero si vuole mettere la propria esperienza al servizio delle nuove generazioni, non sarebbe più istruttivo puntare più sui propri errori che sui propri auspici? Non: figlio mio, alleniamoci a pensarla in questo modo (ancora l’ansia di interpretare i ruoli altrui); bensi: questi, in modo molto pratico, sono tutti gli errori in cui sono caduto, se sarai più bravo di me riuscirai a evitarli. Mi sarei aspettato questo, da chi appartiene a una classe dirigente che ha evidentemente fallito, se il nostro paese negli ultimi dieci anni ha perso posizioni su posizioni per ciò che riguarda sia l’economia che l’istruzione, per tacere del disastro politico. E invece l’unica soddisfazione – una sorta di rimosso che torna a galla – si rinviene nella parte del libro in cui si dice: “eppure, anche a dispetto di tutti i tentativi di tirarla in lungo il più possibile, il fine carriera arriverà, indigesto”. Ecco. Ciò che l’Italia chiama “indigestione”, per un mondo più maturo è solo “l’ordine naturale delle cose”.

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