Inizialmente è stato il mezzo sorriso, affilato, poi il tono di voce che sembra sempre fermarsi un attimo prima dal trasformare ogni sua frase in sarcasmo. Non ho capito bene da dove provenga la mia fascinazione per Mario Draghi. È dalla famosa frase che ora qui è inutile ripetere, è da come rinculò con la sedia più allarmato che spaventato di fronte all’attivista di Blockupy che gli piombò sul tavolo che seguo questo misto di ironia ed eleganza che caratterizza anche il suo inglese. Una pronuncia che nasconde e mostra – a seconda delle emozioni che evidentemente Draghi prova – un accento un poco poco romano, ma non è cafonaggine è l’eleganza di chi sa indossare una camicia bianca anche quando questa scivola fuori dai pantaloni. Pensate a Louis Garrel e poi pensate a Matteo Salvini e vedrete che si capisce cosa intendo.
Non mi è indifferente nemmeno il suo modo di camminare, un portamento elegante e formale, ma con una leggera inclinazione della schienaa durante il passo che forse deriva dall’abitudine a scendere dall’auto dai sedili posteriori prima ancora che questa si sia fermata. Scendere da dietro comporta sempre far sbucare quasi prima la teste delle gambe, il volto prima di ogni altra cosa.

Qualche settimana fa su Repubblica, Marco Belpoliti ha notato il suo taglio di capelli, una scriminatura all’antica che ricorda un po’ Pasolini, una riga in testa a dare ordine e misura ai pensieri. Tuttavia quel taglio sembra rivelare anche un atteggiamento volitivo, un decisionismo che è tutto meno che posa e che discende fino alle occhiaie che più che stanchezza o vecchiaia evidenziano la durezza dello sguardo. La mascella effettivamente non è di quelle di rutelliana memoria che però lasciava intendere più vacua morbidezza che efficienza, ma si sostiene con il taglio fermo della bocca, non affilata o sottile, quasi una trincea perpendicolare al naso. L’impressione è che prima ancora che apra bocca Mario Draghi riveli in questa nettezza di righe e linee i difetti dei suoi interlocutori. L’impressione è che più che parlarci con Draghi ci si trovi sempre nella posizione di dover dare un esame, un monografico con davanti Natalino Sapegno e Roberto Longhi.
Poi certo c’è la questione dei poteri forti, il fascino della casta, ma quella vera. Quella con le scuole migliori, i vestiti migliori e le competenze. Ma le competenze quelle vere che all’occasione si riversano infine nel governo dei migliori dove addirittura è possibile scovare anche un leghista urbano come Giancarlo Giorgetti (come se questa sua urbanità non fosse ancora più temibile del frequentare sagre e maglierie comunali) e dove i sottosegretari sembrano già un’accozzaglia di straccioni scappati di casa (chiunque essi siano, ce li si immagina già così).
Insomma un po’ come quando anche a Superman vanno male le cose e chiama a casa papà. E il papà è Marlon Brando mica Bombolo (anche se…). Tra l’altro la similitudine tra il taglio di capelli di Brando nel Superman del 1978 ha qualche affinità con quello del presidente Mattarella. Con questo non si vuole sostenere che Brando fosse doroteo, ma di certo la Democrazia Cristiana in fatto di stile di vita, moda e politica ha seppellito da un pezzo quello che fu il Partito Comunista Italiano, con buona pace dei suoi cento anni e dei successivi 30 vissuti da zombie.
Tuttavia questo non giustifica ancora tutta questa mia curiosità e nemmeno il fatto che a differenza di Mario Monti, Draghi non sembri l’algida zia di Viale Monte Nero, ma una sorta di zio d’America. Mario Draghi non è infatti come si è detto più volte un semplice tecnico che sta alla politica seppure sul fronte opposto esattamente come Di Battista, ovvero con qualche buona idea (teorica o confusa a seconda),ma con una pratica che è un gran casino e che alla prima discussione se ne va offeso.
Poi una rivelazione, ho scoperto chi è per me Mario Draghi. In Profondo rosso, il capolavoro di Dario Argento (sperando che nessuno voglia farne un remake in stile Gucci) compare il commissario Calcabrini interpretato da uno stupendo Eros Pagni che oltre che essere uno dei più grandi attori italiani è anche il sosia imprevisto di Mario Draghi.
https://www.youtube.com/watch?v=kS089w9EgQw
Non sono sicuro che abbia la medesima passione per i tramezzini del commissario, ma diciamo che nell’incedere nervoso, ma discreto, nella voce trattenuta e a tratti isterica di Pagni non ho potuto che vedere Mario Draghi alle prese con i riottosi componenti della sua maggioranza. Un po’ tra lo sfinito e il rassegnato me lo vedo giocare con la mascherina tra le dita allarmato da chi gli si avvicina pretendendo – tanto più in tempo di covid – di sussurragli rivelazioni incredibili. Oppure lui stesso sussurrare per non maledire, indicare per non buttare fuori dalla stanza, il tutto con gesti decisi, ma rassicuranti (fino a quando non si incazza). Data la rivelazione speriamo solo che Profondo rosso non sia proprio quello che ci dobbiamo aspettare.

Nel frattempo in attesa di capire chi mi potrà decapitare scorro la filmografia di Eros Pagni che resta oltre che il sosia di Mario Dragh tra i migliori attori di teatro – fino a quando era possibile – in scena in Italia. E mi accorgo una sorta di affinità interpretativa con la figura del commissario o avvocato dai modi un po’ ruvidi, ma che in fondo cela nel suo intimo un cuore e una generosità di cui non si ha del tutto sospetto fino a quando non si palesa esplicitamente con un gesto improvviso e benigno.

In sostanza Pagni non è mai uno stronzo, alla fine qualche merito lo riconosce, un po’ di dolcezza la concede. Esattamente come solo chi sa stare al ponte di comando valutando e promuovendo quando necessario anche con un poco di coinvolgimento affettivo: le scuse timide e la voce che si spezza per un millesimo di secondo.
Come avviene quando Eros Pagni interpreta la parte del cuoco comunista Duilio ne La cena di Ettore Scola. Qui Duilio/Pagni dopo aver minacciato di andarsene e dopo aver duramente rimbrottato camerieri e anche il capo sala Diomede (l’indimenticabile Riccardo Garrone) si rivela in realtà di spirito gentile oltre che vagamente innamorato di Flora, la moglie del proprietario del ristorante interpreta da Fanny Ardant. E si sa come il governo in Italia sia la cosa più simile ad una cucina e il resto il paese ad un ristorante anche se qui rischiamo di toccare una nota dolente la cui via d’uscita pare ancora parecchio complicata. Sarebbe del resto tutto molto meno complicato se – come ha scritto su Twitter un professore di Torino – considerati i bar e i ristoranti come super diffusori fossimo passati dagli anni 70 agli anni 90 saltando a pie pari gli anni 80. Ma degli anni 80 pare che ormai ognuno rimpianga qualcosa e poi senza Berlusconi che maggioranza sarebbe?
Quindi se queste sono le somiglianze date, l’azione governativa potrebbe rivelarsi una navigazione complicata e burrascosa, sia per le istituzioni sia per il Paese. Nei prossimi mesi e anni ci aspettano giorni duri niente affatto facili da superare, ma possiamo fidarci del fatto che Draghi saprà ricompensarci e mostrarci i frutti di una resistenza che si annuncia ancora lunga e faticosa.
Devo infine però dire che non riesco a trovare quel film (forse Il mastino) in cui Eros Pagni interpreta un poliziotto a suo modo simpatico, una sorta di cane sciolto, ma non ricordo il titolo e la trama. Ricordo però con precisione una battuta di Pagni rivolta ad un inquisito. Una battuta secca, pronunciata sempre con la quieta calma delle labbra un poco serrate: “Ora io ti faccio male, ma non male che si vede, ti faccio male che lo senti solo tu”.
Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.

Articolo scritto benissimo, denso di ironia e riferimenti gustosi, senza essere solo leggero. Eros Pagni grande attore