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di Gaja Cenciarelli

C’è un tempo percepito, che è quello interiore, e c’è un tempo implacabile, che è quello scandito dall’orologio, che è il tempo che esiste al di fuori di noi. Ed è a questo segmento che appartengono le parole, le relazioni, i luoghi fisici. Antonella Lattanzi con “Questo giorno che incombe” (Harper & Collins) riesce nella complicata impresa di coniugare la durata – nell’accezione bergsoniana del termine – al tempo reale. E, in questa intersezione di rara nitidezza, crea un’opera in cui il silenzio è verità e le parole ingannano, una storia che non appartiene ad alcun genere se non a quello della bellezza, pur contenendo in sé una vasta gamma di sfumature. La cura e la devozione con cui Lattanzi si avvicina alla scrittura di questa storia restituisce al lettore un coinvolgimento potente nelle vicende dei personaggi, catapultati in uno smascheramento lento ma inesorabile. Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, secondo David Foster Wallace. E i fantasmi spesso coincidono con i segreti. Lattanzi ha raccontato un segreto, un fantasma, il vuoto e lo ha fatto esplorando le potenzialità del linguaggio e del silenzio. Il suo romanzo è una storia che va ascoltata.

“Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.” (Stephen King)

1) Il romanzo si apre con Francesca, la protagonista, che affronta un cambiamento epocale: si trasferisce con la famiglia da Milano a Roma. Per sostenere le esigenze lavorative del marito, tuttavia, la prova più titanica che Francesca deve sostenere è abbracciare una grammatica nuova, una lingua nuova, che lei non sa parlare e che la fa sentire in pericolo.

Francesca è una donna felice, serena, realizzata. È piena di fantasia, curiosità, non ha paura dei cambiamenti. Ha un marito che ama, due figlie che ama, un lavoro che ama. È convinta che trasferendosi a Roma sarà ancora più felice. Che potrà finalmente lavorare al suo libro per bambini, che vivrà in un posto capace di proteggere la sua famiglia ma anche di farla respirare. In una parola, è sicura che qui, nel Giardino di Roma, sarà libera. Il suo problema è che, una volta trasferitasi, non si rende conto di trovarsi immediatamente immersa in una realtà difficile, oscura, in cui la solitudine è la sua unica compagna. Si aggrappa con tutte le forze all’idea sana che ha di sé, ma sotto sotto, anche se non vuole ammetterlo, c’è una parte di lei che le sussurra che nel condominio dove è andata a vivere c’è qualcosa di perturbante, qualcosa che non va. Come in un sogno in cui sembra vada tutto bene e poi piccoli dettagli fuori posto ci mettono sul chi va là, ma noi decidiamo di ignorarli fino a che non è troppo tardi e il nostro sogno si è trasformato in incubo.

Francesca resiste, alla solitudine prima (suo marito si dedica totalmente al lavoro, lei non conosce nessuno, i suoi condòmini, dietro ai sorrisi gentilissimi, nascondono forse qualcosa di pericoloso, le sue figlie reclamano tutta la sua presenza e la sua attenzione, lei comincia ad avere di vuoti di memoria mentre nel quartiere accadono eventi sempre più strani e nefasti), allo scoramento poi, alla paura di essere impazzita e di poter fare del male alle sue bambine. Resiste finchè può ma poi deve combattere: perché nessuno verrà a salvarla.

2) Il suo è stato definito un romanzo di genere. La mia impressione è che “Questo giorno che incombe” sia più simile a una tragedia shakespeariana (cui, peraltro, è dedicato l’esergo tratto dal “Giulio Cesare”). Una parola sbagliata spezza una vita. Uno sguardo la annulla.

Non riesco a trovare un’unica definizione per questo romanzo, né per gli altri romanzi che ho scritto. Quando mi chiedono “che genere di romanzi scrivi?”, io cerco una risposta giusta ma poi dico sempre, sconfitta: “romanzi”. C’è sicuramente qualcosa del thriller psicologico in Questo giorno che incombe, ma il thriller è una scusa – come l’horror per Stephen King, come il perturbante per Shirley Jackson (ma non mi sto paragonando a loro, eh!) – per raccontare te, me, noi. Per raccontare l’oscurità e la luce nelle persone.

Sulla tragedia shakespeariana sono d’accordissimo. Ho scelto questo titolo non solo perché amo il Giulio Cesare, perché adoro la citazione da cui proviene (“Oh, fosse dato all’uomo di conoscere / la fine di questo giorno che incombe. / Ma basta che il giorno finisca / e la sua fine è nota”), perché questo libro è costellato di giorni che incombono, perché: oh, se sapessimo la fine di questo giorno, le conseguenze delle nostre azioni, come agiremmo?, ma anche perché in questo romanzo, come nelle tragedie shakespeariane, un tradimento “interiore” può uccidere una persona nella realtà. Hai tradito un amore, di qualunque amore si tratti, venendo meno al patto intimo che avevi fatto con lui (non parlo di tradimento fisico, ma di tradimento spirituale): ciò innesca un domino che porta alla distruzione. Ma anche a una forte spinta vitalistica. Scrivendo questo romanzo lo sentivo profondamente vitale: Francesca combatte con tutte le sue armi per vivere, per sperimentare di nuovo la sessualità e la sensualità, per tornare libera, per tornare felice.

3) Perché ha scelto l’assenza come fulcro della sua storia?

Non credo che possiamo sapere tutto quello che sta dietro alle decisioni che prendiamo quando scriviamo. Almeno, io tante cose non le so. Molte le capisco anni dopo aver pubblicato un romanzo, altre non le saprò mai. È anche il bello di scrivere: tirare fuori qualcosa di sé o del mondo di cui non conosci la provenienza, capire cosa ti interessa davvero solo dopo che l’hai scritto. Per esempio, prima di vederlo scritto qui, non avevo riflettuto sul fatto che questo fosse un romanzo sull’assenza. Ma effettivamente è così.

È un romanzo sull’assenza dei genitori, dato che la madre di Francesca è morta molto presto e suo padre praticamente non esiste. È un romanzo sull’assenza nella coppia, dato che Francesca e suo marito diventano subito distanti. È un romanzo sull’assenza di sostegno, di comprensione, di empatia anche verso le madri: a Francesca viene strappata l’identità e lei stessa viene ridotta a un unico ruolo, quello di madre. È un romanzo sull’assenza di senso, che può diventare pericolosa. È un romanzo sull’assenza di criterio: un sospetto nato dal nulla può spazzare via vite intere.

Perché l’ho fatto? Forse perché la mia vita è costellata di strappi e assenze dolorose. Forse perché, nonostante questo non sia un romanzo autobiografico, pure queste assenze che mi riguardano si sono trasformate in narrazione senza che me ne rendessi conto.

4) Lei descrive un condominio in un modo che, soprattutto in certi snodi narrativi, ricorda “Rosemary’s Baby” di Ira Levin. Questo crinale tra il sogno e la realtà, tra la sanità mentale e la follia, è uno dei punti di forza del suo romanzo. C’è un motivo che l’ha spinta a scegliere di dar voce proprio a Francesca?

Per me ancora più di Rosemary’s Baby qui dentro c’è L’inquilino del terzo piano di Polanski. Cioè il crinale di cui parla lei, tra realtà e irrealtà, equilibro e follia, che abita un po’ tutti, secondo me, anche se in gradi differenti. Il Male esiste? È fuori o dentro di noi? Per me il male è il clown di It, è l’Overlook Hotel di Shining, ma anche la gabbia in cui si dibatte Madame Bovary, o la discesa agli inferi del Console di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Perché ho infilato il parossismo di questo confine così labile, e così doloroso, proprio nella testa di Francesca? Perché Francesca l’ho pensata come una donna coraggiosa, forte, vitale, sana, appagata che ha sempre rifiutato di possedere un lato oscuro. Forse perché ne aveva paura. La mia domanda è: una volta che scopri di essere non solo la luce, ma anche il buio, se riesci a reagire poi se più debole o sei pieno di una luce che prima non pensavi neanche di poter possedere?

5) Francesca è troppo sola, e al tempo stesso, non è mai sola: si rifiuta di parlare la lingua dei suoi vicini solo per sopravvivere. L’unica persona che colpisce la sua attenzione è anche l’unico che non parla mai con nessuno.

Amo le persone che non parlano, anche se al tempo stesso mi mettono in imbarazzo, come se spettasse a me colmare l’horror vacui che mi trasmettono. Amo chi ascolta prima di tutto, chi chiede, chi domanda, chi si interessa degli altri, chi si mette in discussione. Io penso che uno scrittore questo debba fare: stare in silenzio e guardare, ascoltare. Non pretendere di avere idee incrollabili ma chiedersi sempre: come sta pensando, come sta parlando, cosa sta provando la persona che ho di fronte a me? Perché, secondo me, la cosa più portentosa che può fare uno scrittore quando scrive è uscire dalla propria testa e entrare in quella di personaggi anche completamente diversi da sé, sospendendo il giudizio. Raccontando, e basta.

In un mondo fatto di un chiacchiericcio ossessivo e continuo, delle sue figlie che pretendono urlando o che amano gridando, di suo marito con cui non parla più, a Francesca sono rimaste solo due strade: parlare con la casa – il mio personaggio preferito – che però non sa, Francesca stessa, se sia la sua più acerrima amica o la sua unica amica, o comunicare – col corpo, con l’attrazione, con la sessualità e la sensualità – con Fabrizio. Quello che non parla mai. Quello che sta nell’ombra. Quello che: chissà chi è davvero.

6) In alcuni brani del suo romanzo, soprattutto dopo la scomparsa di Teresa, sprofondiamo nell’incubo delle informazioni. O dovrei dire dell’eccesso di informazioni?

Sì, mi interessava raccontare la ferocia della folla. Penso che il fulcro sia sempre lo studio, la conoscenza: che ti portano a non giudicare, ma a cercare di capire. Dopo la scomparsa di una bambina proprio nel suo cortile, Francesca si sente in colpa, si ritrova a cercare compulsivamente notizie che la riguardano, non importa se siano vere o false. Intanto la gente, i curiosi, i media assediano il cortile per vedere da vicino dov’è successo il fatto, per poter strappare un brandello di carne di dolore anche per sé. E poi si sfogano sui social – dei quali penso benissimo, perché ci tengono in vita in questo tempo buio, ma credo anche che vadano usati con criterio – dando voce alla rabbia che hanno dentro. E intanto girano notizie, che non si sa mai se sono vere o false, che si contraddicono continuamente, in un girotondo mostruoso che potrebbe non finire mai.

7) Il suo è un romanzo che a me piace definire “a strati”: si crede di leggere una storia centrata su un argomento, poi ci si rende conto che racconta anche altro, che contiene altri mondi. L’assenza, il vuoto attorno a cui ruota la vicenda, sono i presupposti della vita?

Non so quali sono i presupposti della vita, mi trova impreparata (sorrido mentre lo scrivo, ma una delle mie più salde convinzioni è che io non so come si vive, ahimè). È vero che Questo giorno che incombe è un romanzo a strati. Si può leggere in tanti modi diversi, come un thriller, come una tragedia shakespeariana, come una storia d’amore, come una storia d’odio, come un romanzo perturbante, come uno sguardo su realtà difficili e spesso non raccontate. A me piace raccontare storie, e mi piace moltissimo che mi si raccontino le storie. Quindi per creare una storia rimata, tesa, costellata di colpi di scena ho lavorato molto sulla struttura del romanzo, prima di iniziare a scrivere. Poi però per me un libro sta tutto in due elementi: il punto di vista da cui si racconta, e la lingua con cui è scritta. La lingua per me è una presenza costante, un’ancora di salvezza, una delle poche certezze che ho in un mondo di assenze. Uno strumento di scoperta infinito.

8) L’autrice o l’autore – italiani e stranieri – nei confronti dei quali si sente maggiormente in debito.

Un miliardo! Sarebbe un elenco infinito. Non posso citarne uno solo perché sono, come persona ancora prima che come scrittrice, il risultato di un rapporto intimi con tantissimi scrittori e libri. Ne cito alcuni, ma me ne dimenticherò di importantissimi. Posso dire Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij, Roth, Simenon, Stephen King, Fenoglio, Volponi, Malcolm Lowry, Elsa Morante, Shirley Jasckson, Goliarda Sapienza, Ishiguro, Andrea Pazienza, Magda Szabo, Bulgakov, Kafka, Sciascia, Ellroy, Truman Capote, Steinbeck, Henry James, Virginia Woolf… ma chissà quanti ne ho dimenticati.

9) La mia tesi è chiara: questo è un romanzo sulla comunicazione e, più precisamente, sull’uso del linguaggio verbale. Non è un caso che la protagonista esprima se stessa disegnando.

Francesca tiene dentro molto di quello che pensa. Ne parla solo con la casa – e neanche con lei parla di tutto. Vorrebbe chiedere, vorrebbe sapere, vorrebbe strappare il silenzio e parlare del suo disagio e dei suoi dubbi, ma ha paura. Forse di perdere le persone che ama, chiedendo qualcosa. O di essere delusa dalle persone che ama. Riflettendoci, è quello che capita anche a me. Francesca si esprime al suo massimo disegnando, per lei la sua passione è tutto, è il mondo che ha sempre avuto accanto a sé e che non l’ha mai fatta sentire sola. Ma, ora che non riesce più a disegnare perché i pensieri e le paure e gli eventi che accadono le sommergono la testa: se non riesce a salvarsi da sé, come dice lei, non sarà più una persona, ma un oggetto.

10) Per Francesca, la casa è uno stato prelinguistico abitato da un flusso di coscienza. Per lei cos’è “casa”?

Sicuramente non il posto dove tornare. Non le mura dove abito o dove abitato. Non un nido. Tutto questo mi angoscia. Per me casa è la scoperta, la novità, la curiosità, il viaggio, la libertà.

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