di Simone Bachechi

Era il 9 gennaio di 30 anni fa quando fece la comparsa sugli schermi di Canale 5 (a posteriori una delle migliori cose mai trasmesse dalle reti del biscione) la prima puntata, l’episodio pilota di Twin Peaks, titolo italiano I segreti di Twin Peaks; la serie originale era stata trasmessa a partire dall’ aprile dell’anno precedente negli USA dalla ABC.

Il già affermato David Lynch (la sua consacrazione avverrà nel maggio dello stesso anno della messa in onda della serie originale con la Palma d’oro a Cannes per Cuore Selvaggio), benché fosse ancora da ritenersi un corpo estraneo nella cinematografia dell’epoca, in collaborazione con lo sceneggiatore Mark Frost fece dunque il suo sbarco anche sulla nostra TV. Gli effetti che ebbero i primi episodi della serie sulla paludata, conservatrice, e tradizionalista tv americana  furono come quelli dello sbarco degli alieni.

Per una volta le solite strombazzate e ammiccamenti degli spot di lancio di una nuova serie tv,  “Twin Peaks mette in ombra tutte le altre serie tv”, “Niente del genere mai visto in tv”, “Niente del genere mai visto al mondo”, sembrano colpire nel segno e rispecchiare la realtà dei fatti: va in onda qualcosa di nuovo e diverso, che non era mai stato provato prima in televisione. In poche settimane in tutto il paese a stelle e strisce si sviluppa una vera e propria Twinpeaksmania con gli annessi e connessi di tutta la deriva pop legata alla cultura americana.

Ci sarà la mania per le crostate di ciliegie servite al Double R Diner dove si svolgono molte scene della serie, si creeranno gadget con personaggi e gli eventi delle varie puntate, nasceranno spot pubblicitari di caffè in lattina legati alla serie, collezioni di figurine, ci saranno feste a tema, finti funerali con i partecipanti distesi in sacchi di plastica come Laura Palmer il cui corpo senza vita verrà ritrovato all’inizio dell’episodio pilota in riva a un lago, e soprattutto la mattina successiva alla trasmissione di un episodio (inizialmente veniva trasmessa dalla ABC il giovedì sera)  in tutti i luoghi di lavoro, nei caffè, nelle scuole di ogni ordine e grado ci si domanderà: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, probabilmente la frase più famosa legata a un evento televisivo.

L’introduzione all’episodio pilota, come poi viene deciso per tutti gli episodi, è affidato a un breve monologo della signora ceppo, pseudonimo di Margarite Lanterman, al secolo Catherine Coulson, compagna per molti anni di Jack Nance, il protagonista dello spiazzante lungometraggio di esordio del 1977 di Lynch dal titolo Eraserhead, il quale troviamo anche in Twin Peaks nei panni di Pete Martell. La signora ceppo (The log lady) è una delle abitanti della cittadina immaginaria situata nel nord ovest degli Stati uniti dove è ambientata l’intera serie. Così esordirà:

«Benvenuti a Twin Peaks. Mi chiamo Margaret Lanternam, vivo a Twin Peaks. Mi conoscono come la donna ceppo. C’è una storia dietro questo. Ci sono molte storie a Twin Peaks. Alcune sono tristi, alcune divertenti, alcune sono storie di pazzia, di violenza, alcune sono ordinarie, tuttavia hanno un senso intrinseco di mistero. Il mistero della vita e qualche volta il mistero della morte. Una storia che incorpora tutto. É la storia di una persona, Laura Palmer. Io la conosco, Laura è la prescelta».

Super-io, spirito guida, voce del subconscio, mentore, alter ego di David Lynch. In qualunque modo la si voglia definire la sua voce introduce ciascuno dei trenta episodi nei quali da situazioni ordinarie e domestiche scaturisce il mistero e il terrificante. «Osserva e vedi quello che la vita ti insegna». È ancora The Log Lady a parlare nell’introduzione al primo episodio.

Tutta l’opera di David Lynch, e Twin Peaks non fa eccezione, è pervasa da un senso del mistero e da qualcosa che si apre sotto la superficie del visibile.  Cominci a guardare una cosa e percepisci al suo interno qualcosa  del tutto diverso da quello osservabile a un primo sguardo. Emblematico è quello che Lynch dice nell’irrinunciabile libro intervista del 2005 scritto da Chris Rodley e pubblicato da noi nel 2016 da Il Saggiatore con il titolo Io vedo me stesso. Lynch confessa all’intervistatore la strana paura dei piselli che condivideva con la sorella Martha: «Credo che avesse a che fare con la consistenza e la solidità della superficie esterna e poi con quello che c’è all’interno quando laceri la membrana. Una cosa connessa più alla durezza del fuori e alla morbidezza del dentro», qualcosa che lo inquietava.

Guardare un film o qualsiasi altra cosa di Lynch (da non dimenticare che l’autore nato a Missoula, Montana, si forma artisticamente come pittore, ispirandosi agli amati Kokoschka, Bacon, Hopper, per poi farvi ritorno negli anni più recenti oltre negli stessi ad aver virato verso la fotografia), è come trovarsi di fronte a una membrana, la membrana del suo cinema e del suo sguardo. È lo stesso mondo che si apre nel giardino all’inizio di Velluto blu del 1986, scena cinematografica assimilabile per certi versi al Giardino delle delizie terrene di Hyeronimus Bosch nel quale il panoramico e idilliaco sguardo d’insieme cela il raccapriccio che è rappresentato nei dettagli della messa a fuoco. Sotto l’erba verde e perfettamente rasata della prima scena del film,  Jeffrey, lo stesso Kyle MacLachlan che interpreterà l’agente speciale Dale Cooper in Twin Peaks, scoprirà un orecchio mozzato infestato dai vermi e vedrà agitarsi un brulichio di sgorbi che introduce a un mondo da incubo. Le verità nella poetica di Lynch scaturiscono dai sogni, anzi quasi sempre dagli incubi. Lynch azzarda anche delle percentuali:  «Probabilmente il 75 cento è sogno e il 25 per cento realtà».

«É come se fossi immersa in un sogno bellissimo e allo stesso tempo in un terribile incubo» afferma Laura Flynn Boyle, interprete di Donna Heyward, la migliore amica della defunta Laura quando si accorge di poter aver per sé l’amato James (ex fidanzato di Laura).

È quella “malattia nell’aria” sopra la apparentemente tranquilla cittadina rurale del nord ovest degli Stati uniti della quale parla uno dei tanti personaggi, portata forse da quel vento che agita gli enormi alberi dei suoi boschi, i Douglas fir dei quali l’agente Cooper chiede informazioni, un’indefinita minaccia che si agita e si insinua fra le cime dei monti con le lingue di neve che sembrano bava di una lumaca, i boschi e i cieli plumbei, un’iconografia del paesaggio che ha fatto scuola in tante produzioni successive, basti pensare a un film come Under The skin, del 2014 diretto da Jonathan Glazer e tratto dal romanzo di Michel Faber  Sotto la pelle, nel quale un alieno con il bellissimo volto di Scarlett Johansson si trova proprio a fuggire in dei boschi simili, con gli stessi alberi mossi dal vento, sullo sfondo di cime di monti innevate, un film per molti versi vicino all’immaginario lynchiano.

La doppia faccia del reale si esprime nei contrasti che la lucida e visionaria mente di Lynch riesce a mettere in primo piano. È lo stesso Lynch a dirlo: «Abbiamo bisogno di acquisire conoscenza ed esperienza attraverso coppie di opposti».

«Viviamo in un posto dove gli uccelli cantano un radioso motivo e c’è sempre musica nell’aria», dice misteriosamente il nano, “L’uomo che viene da un altro posto”, nella prima sequenza della serie all’interno della  famigerata e inquietante stanza rossa. Un idillico tema che fa da contrasto con il terrificante viaggio in quel luogo che è la materializzazione dell’inconscio e si scoprirà sede psicogena della Loggia Nera, la cui connotazione e ricerca nella seconda stagione darà il seguito a un plot che per sciagurate scelte di produzione dovute alle pressioni della ABC (lo svelamento dell’assassino di Laura Palmer), ne aveva smorzato il fascino, determinandone fra l’altro un brusco calo nel seguito del pubblico.

Un radioso motivo si trova anche in Velluto blu, nella soave voce di Ketty Lester che canta Love Letters accompagnando con una sorta di contrappunto le truculente scene nella quali Jeffrey è coinvolto per effetto dell’incubo nel quale si è trovato al fianco dello psicopatico e “gasato” Frank Booth (un sublime Dennis Hopper).

L’elemento soprannaturale non è certamente assente dall’immaginario visionario di Lynch, ma sarebbe errato considerarlo un’astrazione in quanto è legato alla corporeità, basti pensare alla “creatura” di Eraserhead, il suo lungometraggio di esordio dalla lunghissima gestazione (ben cinque anni per portarlo a termine), non a caso ritenuta da sempre dallo stesso Lynch l’opera più personale e alla quale si sente più legato. La doppia faccia del reale è dentro di noi e simboli e indizi devono essere decriptati, mentre spesso ci limitiamo a stendere veli di melassa a più non posso semplicemente per poter continuare a vivere. È la metafora della barca lanciata in velocità a pelo d’acqua dalla quale non riusciremo a scorgere quello che sta sotto, mentre arrestandola, la barca, potremo lasciar penetrare lo sguardo nelle profondità sotto di noi.

Twin Peaks è in tal senso emblematico. L’agente Cooper viene inviato dall’ FBI in questa cittadina al confine con il Canada (nella realtà si tratta di Snoqualmie, nello stato di Washington) per indagare sulla misteriosa morte di una ragazza. Emerge il tòpos dell’ America rurale, genuina, diversa da quella disumanizzante delle metropoli, il ritorno a una dimensione umana, quando in realtà dietro l’apparante tranquillità si cela il mistero e l’oscurità. Ben presto diventa evidente che ogni cosa, ogni fatto può contenere tracce di qualcos’altro, realizzando che appena sotto la superficie c’è un altro mondo, e mondi ancora differenti se si scava ancora più in profondità  e ognuno degli stessi personaggi sembra essere colpevole della morte di Laura Palmer, forse qui sta essenzialmente l’immediato fascino che ha destato Twin Peaks.

La mente raziocinante dell’agente speciale Cooper con la sua ferrea logica deduttiva cercherà di mettere insieme i vari indizi e i pezzi di un complesso puzzle di quella che già si preannuncia come un’oscura vicenda.

«É la vita un puzzle?» chiede retoricamente la signora  ceppo  nell’introduzione all’ottavo episodio della prima stagione. Cooper riceve in sogno la visita di un gigante, in altri ha visioni e preveggenze di eventi che apparentemente slegati dal caso del quale si sta occupando si scoprirà saranno fondamentali nello scioglimento dell’enigma, se mai questo possa essere sciolto. Nel puzzle della vita non ci sono solo i fatti logicamente concatenati e che la razionalità di un’attenta mente deduttiva come quella di un detective potrà sciogliere, ma esistono luoghi e realtà nei quali non si può e non si deve fare solo affidamento sulla logica e la razionalità, ma soprattutto sui nostri poteri spirituali e sulle nostre facoltà intuitive, con la  consapevolezza che per raggiungere il luogo nel quale si afferrano le idee si deve scendere in profondità, in quel 75 per cento del quale parla David Lynch, nel sogno e nei recessi della mente dove questi sono sedimentati, un luogo immenso, un posto bellissimo ma che può essere anche nero come la pece, come ogni anima umana.

Ed è questa in fondo la modalità del processo creativo di David Lynch, di quello che fu definito il “Maestro di un nuovo rinascimento” che continua (aldilà della serie di Twin Peaks alla quale è dovuta la giusta celebrazione in occasione di questo trentennale) ad affascinare con le sue opere, uno di quegli artisti dopo i quali ci potranno essere solo degli epigoni.

Le idee arrivano come un dono, una benedizione, tasselli da ricomporre, non tutte assieme ma per frammenti e accumulo, fedelmente a quello che Lynch afferma: «Dove si rivolge la tua attenzione, lì c’è qualcosa di vivo», quello che fa Dale Cooper come detective, con la razionalità, l’intuizione e l’amore, prima fonte di ogni forma di conoscenza e tentativo di riannodare fili sconnessi, fra cose, eventi e persone, perché anche questo c’è in Twin Peaks nelle varie sottotrame, anche l’amore romantico e le varie pene che questo dà ai vari protagonisti con effetti talora poetici e strazianti, tal’altra bizzarri e grotteschi come in una soap opera che è uno dei sottogeneri dell’intera serie.

Tutte le opere di Lynch sono un perdersi meravigliosamente in cerca di risposte che in ogni caso saranno da cercarsi solo dentro di noi in un viaggio psicagogico che il medium artistico sollecita conferendo loro forza e durata per quanto più vengano nascoste. Nella modalità del processo creativo in Lynch l’importanza non sta nello stabilire un nesso causale fra episodi e immagini ma capire come tutto si combina alla fine, come quell’ “intrusione di un bel ricordo” del quale parla la signora ceppo in una sua introduzione  a un episodio parlando di una semplice maniglia della porta di una camera d’albergo che si scoprirà avere un ruolo determinante nello sviluppo, come del resto può accadere a ciascuno di noi che molte volte durante il giorno facciamo piani per il futuro e molte volte pensiamo al passato, così come nella vita accade che magari ridiamo al mattino e piangiamo nel pomeriggio. «È L’intuizione la chiave di tutto, in pittura, nel cinema, negli affari, in tutto», in un modo che sull’immaginario di chi osserva venga esercitato un fascino e inesauribile attrazione che tende a un’unità profonda e buia, grande come le tenebre o la luce, appunto come un immagine, che vive di contrasti, questo  il credo lynchiano. Luce e ombra la base della meditazione trascendentale alla quale Lynch si è “convertito”. I suoi film  non vanno capiti, ma sentiti, nell’indissolubile unità profonda di luce e tenebre della sua opera che colpisce il subconscio. É lui stesso ad ammettere: «Io stesso non conosco il significato di molte cose, semplicemente sento se sono giuste o no». Ovunque ci sia qualcosa di ignoto Lynch è attratto come una calamita, viceversa la maggior parte  dei film sono concepiti in maniera tale da essere compresi da un gran numero di persone, così non rimane molto spazio per il sogno e la meraviglia.

Dice ancora Lynch nel libro intervista di Chris Rodley:

«Quando faccio un film sono  innamorato. Totalmente. Devi essere innamorato, anche se non conosci la direzione in cui ti stai muovendo, così innamorato dell’idea che ti sforzi di tradurla, e mantenendola e concentrandoti su di essa, l’idea attira a sé altre cose, ed è così bello. L’ignoto. Da questo ignoto arrivano le idee. È un viaggio elettrizzante».

Contro l’interpretazione critica di molte sue opere che vengono relegate a onirismo surreale o una decostruzione dei meccanismi che governano l’alternanza sonno-veglia e gli stati alterati di coscienza, o ancora una lettura simbolica e allegorica, Lynch rivendica il potere dell’immagine, la verità delle immagini e del reale. L’immagine dice Lynch è concreta e astratta allo stesso tempo e sulla sua modalità creativa dirà in un’intervista a  The Guardian parlando del suo ultimo lungometraggio Inland Empire – L’impero della mente:

«All’inizio  non ero consapevole di nulla. Poi all’improvviso sì. È come se qualcuno ti desse un pezzo di puzzle privo della cornice. Ne hai un pezzo, poi qualche altro. Non aiuta ma i piccoli pezzi sono così’ belli. Non sai se hanno a che fare gli uni con gli altri. E poi, un giorno, ti sorprendi di come tutto si amalgami. Tutto ha a che fare con tutto»

Il tutto di Twin Peaks, un mondo affascinante e oscuro. L’aneddotica a essa relativa  dice molto sulla modalità del processo creativo di Lynch: la stanza rossa nasce dal trovarsi in un parcheggio all’esterno degli studi di montaggio appoggiato al tetto di un auto con il sole che al tramonto batte sulle lamiere sentendone il calore. E che dire di Frank Silva, arredatore di scena sul set e che diventa un perno del plot, il Killer Bob della serie, per una sua strana intrusione in una take, il suo riflesso nello specchio notato in una ripresa da un tecnico. Immagini, sensazioni e oggetti che spalancano mondi come quell’odore di olio esausto di auto che appare come una breve interlocuzione fra gli indizi dell’omicidio di Laura per voce di uno dei testimoni e riappare quasi alla fine della serie come l’olio che apre il cancello di una dimensione altra, quella della Loggia Nera, con la stanza rossa dove si troverà Cooper, dietro gli alberi di sicomoro cantati dall’indimenticato Jimmy Scott nella canzone che accompagna nella stanza rossa sul finale dell’episodio conclusivo l’agente Cooper, come in labirinto nel quale Bob si impadronirà di lui.

Se il successo arriva per Lynch nel 1986 con Velluto Blu, Il 1990, anno di uscita della serie negli Sati Uniti,  è il suo annus  mirabilis: Cuore Selvaggio vince la Palma d’oro a Cannes, mentre Twin Peaks riscuote grandi successi di pubblico in tutto il mondo. Oltre a questo la performance musical-teatrale Industrial Simphony No. 1 alla Brooklyn Academy of Music messa in scena da Lynch con l’ormai fidato Angelo Badalamenti, con il quale la collaborazione inizia quattro anni prima con Velluto Blu, contribuisce alla nascita dell’album Floating into the night, del quale  è autore dei testi, lanciando in questo modo la cantante Julee Cruise che incanterà con la sua voce sognante nella serie in brani come The World Spins e la celeberrima Falling il cui tema apre ogni episodio.  Tutto questo oltre alle cinque mostre personali di pittura  fra il 1989 e 1991. Il riconoscimento arriva a cavallo di questi anni nei quali quel regista che nel miglior caso veniva definito di avanguardia riesce a essere sdoganato e ricevere il pubblico tributo che merita, essenzialmente con Cuore Selvaggio tramite il quale Lynch riesce a captare qualcosa che è nell’aria, l’insania, la violenza e i lati oscuri della società americana, gli scontri di Los Angeles del 1992 ne saranno il simbolo, e con i trenta episodi che hanno rivoluzionato la storia delle serie tv.

L’aspettativa creata da ogni puntata in un mercato televisivo non ancora inflazionato dalla piattaforme online, il fatto che (visto che ancora internet non era nato) la mattina successiva si discutesse al lavoro, nelle scuole di  Twin Peaks, sembrano immagini di un secolo fa. Per Lynch il successo ha da sempre coinciso con l’integrità di artista e con il poter esprimere le sue visioni; una cosa che con Dune del 1984, per il contesto del faraonico progetto produttivo messo in piedi da Dino De Laurentis, non era riuscito a fare. Il progetto Twin Peaks, nel quale da Lynch è riconosciuto il ruolo fondamentale del co-sceneggiatore Mark Frost, diviene quindi la massima possibilità di espressione della sua visione poetica e cinematografica.

Nonostante il grande successo dei primi episodi e della prima stagione la ABC riesce in parte a rompere il giocattolo. Sposterà dal giovedì al sabato sera la messa in onda, togliendo quel clima di aspettativa del parlarne il giorno dopo al lavoro, perché Laura Palmer è ormai sulla bocca di tutti e la Twinpeaksmania dilaga. Quelle immagini erano arrivate al momento giusto per innovare lo stantio clima televisivo del tempo, oltre ad aver certe tematiche ed atmosfere evidentemente toccato un nervo scoperto, basti pensare a solo titolo di esempio che a seguito della serie, e soprattutto del prequel Fuoco Cammina con me del 1992, nel quale Lynch tornerà sul luogo del delitto (il sesto lungometraggio di Lynch è il racconto dell’ultima settimana di vita di Laura Palmer), molte adolescenti saranno spinte a denunciare le molestie subite dai padri.

Ciononostante la ABC, dubbiosa, all’inizio voleva trasmettere solo i primi sette episodi e poi vedere come andava. L’incanto e l’impatto dirompente dei primi episodi sarà irripetibile. La regia dei vari episodi viene affidata fatalmente come in tutte le lunghe serie tv a registi diversi, Lynch abbandonerà la regia soprattutto negli episodi della seconda stagione per dedicarsi alle riprese di Cuore Selvaggio. Questo insieme alla malaugurata scelta di rivelare l’assassino di Laura Palmer contribuisce alla perdita di incisività di alcune sottotrame e al proliferare di storie parallele con conseguente eccessiva dispersione che saranno ben percepibili negli episodi della seconda stagione. Sia Lynch che Frost non volevano che si scoprisse l’assassino di Laura e mantenevano la massima riservatezza su questo anche con l’intero cast. Le pressioni ricevute invece fanno sì che nel primo episodio della seconda stagione venga  svelato l’assassino, il perno narrativo sul quale sembrava reggersi l’intera serie, venendo a mancare il quale dovrà essere ricreata quell’aspettativa che aveva tenuto incollati gli spettatori agli schermi televisivi.

Il nucleo centrale sembra virare verso la fantascienza, intramezzata dalle svariate scene da soap opera e thriller noir che si continua a respirare, fino al ventitreesimo episodio quando sembra tornare il nucleo portante con l’apparizione di Killer Bob e de L’uomo che viene da un altro posto, e anche il mistero torna a infittirsi con strani segnali, apparizioni e partite a scacchi, fino agli ultimi tre episodi della seconda stagione quando si fa di nuovo incombente e pressante il senso di minaccia che deflagra nel terrificante finale.

La promessa di Laura Palmer all’interno della stanza rossa sul finale della serie: «Ci vediamo tra venticinque anni …nel frattempo», seguita dal suo orripilante grido, è stata mantenuta. Siamo nel 2014, nell’era di Twitter con il quale David si diverte. Il 3 ottobre di quell’anno anno annuncia:  «Cari amici di Twitter, quella gomma che amavate tanto sta tornando di moda» (reminiscenza della prima serie di 25 anni prima). Tre anni dopo promessa mantenuta, la terza serie appare sui nostri schermi su Sky Atlantic con l’agente speciale Dale Cooper ancora intrappolato all’interno della Loggia Nera. Il 31 gennaio di quest’anno invece sempre su Twitter Lynch annuncia che il giorno successivo farà un annuncio.

I leaks sulla sua nuova miniserie di prossima produzione per Netflix dal titolo Wisteria (le riprese dovrebbero iniziare a maggio 2021) ci sono già stati. L’attesa per il giorno successivo è quindi tutta sulla data di uscita di questi nuovi episodi che molti immaginano come un Twin Peaks minore. Il giorno 1 febbraio, sempre via Twitter  scrive che dell’attesa se ne fa un baffo e poi, senso dell’annuncio dell’annuncio del giorno precedente, dichiara che i  weather reports sul suo canale YouTube inaugurati nel 2005, ripresi pochi mesi fa dopo un’interruzione decennale, continueranno. Perché l’ironia di David Lynch è uno dei suoi marchi di fabbrica, anche nelle scene più angosciose e oscure. Dirà infatti Lynch che anche nel cinema di fronte alla scena più violenta, truculenta, insopportabile a un certo punto lo spettatore si metterà a ridere dicendosi “no, non è possibile”.

In considerazione di questi misleads tipicamente lynchiani su prossime uscite ancora ignote non resta che tornare a Twin Peaks e i suoi segreti trent’anni dopo per riscoprire e magari affezionarsi ai tanti personaggi che lo abitano con il volto di attori fantastici, con orchestre che scompaiono in dissolvenza nei sipari rossi, con il vento impetuoso fra gli alberi, con la musica di Angelo Badalamenti e il sinistro mantra “Fuoco cammina con me”,  in quello strano e oscuro mondo nel quale è bello perdersi e naufragrar è dolce nonostante Killer Bob e la Loggia Nera, perché per dirla con le stesse parole del suo creatore a chi gli chiede di definire Twin Peaks in sette parole, David Lynch risponde, specificando che il sette è il suo numero preferito:  «Amo Twin Peaks e il suo mondo».

 

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