Mario Monti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-monti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mario Monti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-monti/ 32 32 Wolfgang Streeck: l’Euro, un errore politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/#comments Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27968 Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

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Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

In Tempo guadagnato, un libro pubblicato nel 2013, lei accoglieva con favore l’emergere in Grecia di una forza politica di sinistra «che avrebbe potuto decidere di annullare unilateralmente il debito sovrano del proprio paese». A distanza di due anni quella forza di sinistra, Syriza, è al governo, ma il negoziato sugli “obblighi” è ancora in corso. Come giudica la contesa sul debito greco? 

Credo che si tratti di una battaglia tra il nord Europa, con la Germania in testa, e i paesi mediterranei. Quel che è stato presentato ai popoli europei come un processo di unificazione è in realtà un processo di consolidamento dell’egemonia dell’Europa del Nord e del capitalismo internazionale sui paesi mediterranei, affinché diventino parte integrante di una forma di capitalismo che implica il predominio dei sistemi finanziari e l’aggiustamento delle politiche di bilancio statali alle loro richieste. Lo scontro in ogni caso non è soltanto tra il Nord dell’Europa e i paesi mediterranei. Anche le società mediterranee appaiono divise – come dimostra il caso italiano – tra un settore che punta alla ‘modernizzazione’ e che include le elite e le classi medie che vogliono liberarsi dall’eredità ‘feudale’ e quella parte di società che teme – a ragione – che i propri interessi verranno sommersi in questo processo di modernizzazione e trasformazione globale. Nel caso della Grecia, la spaccatura è evidente anche all’interno di Syriza, dove ci sono due fazioni: la prima, rappresentata dal ministro delle Finanze Varoufakis (nel frattempo si è dimesso, ndr), è quella di chi ritiene che convenga restare nell’euro e ottenere dall’Europa quanti più sostegni e benefici possibili per modernizzare il paese. L’altra, incarnata dall’economista greco Costas Lapavitsas, docente a Londra, è quella di chi suggerisce invece di uscire dall’euro e di recuperare qualche forma di sovranità monetaria, perché sul lungo periodo l’euro imporrà una disciplina molto rigida e nessuna protezione per coloro che soffriranno i danni di questo rapido processo di ‘riforme’ e modernizzazione euro-capitalistica.

Con il referendum del 5 luglio, Tsipras ha reclamato i diritti della democrazia contro le imposizioni dell’economia, alzando il prezzo che i creditori devono pagare per evitare che la Grecia, paese debitore del Sud, abbandoni la partita. È una mossa azzeccata?

Sì. Il governo greco deve cercare di ottenere il più possibile dall’Unione economica e monetaria. Dopotutto, è stata proprio l’Unione monetaria a imporre alla Grecia cinque anni di austerità, senza la minima prospettiva di una ripresa futura. Il rischio, sul lungo termine, è che la Grecia non abbia comunque speranze all’interno dell’eurozona, nonostante le concessioni che riuscirà a strappare. È in corso un conflitto su chi pagherà il conto della Grecia, molto elevato sul lungo periodo. Ma tutto deriva da un’idea sbagliata: l’idea che un’economia di mercato comune conduca inevitabilmente alla convergenza della prosperità dei paesi che ne fanno parte. Piuttosto, è vero il contrario. All’interno dell’Unione europea, i paesi del Nord prosperano e prospereranno, mentre quelli del Sud soffrono. Ne deriva un’enorme pressione politica da parte del Sud per avere qualche forma di compensazione per la loro permanenza nell’euro. Credo che tale compensazione alla fine diverrà insostenibile, dal punto di vista economico ed elettorale. Non è un caso che nel Nord tutte le elezioni abbiano registrato una vittoria o una significativa affermazione dei partiti che si battono contro l’Unione europea.

Torniamo alle due ‘fazioni’ presenti anche all’interno di Syriza. Si direbbe che lei sostenga la seconda: in Tempo guadagnato definisce l’introduzione dell’Unione monetaria europea un grave «errore politico», simbolo di  un «progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato». Perché?

L’errore principale sta nell’aver imposto una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale, un regime monetario molto rigido a paesi e sistemi economici che non solo non ne traggono beneficio, ma ne soffrono. L’euro impedisce ai paesi del Sud di usare lo strumento ella  politica monetaria per bilanciare la loro relazione con il resto del mondo. Si tratta sostanzialmente della reintroduzione del Gold standard (il sistema di tassi di cambio fissi della valuta all’oro, ndr), così come esisteva prima della prima guerra mondiale. John Maynard Keynes aveva ragione quando negli anni Trenta del Novecento diceva che non si può usare il Gold standard in un’economia. Perché? Perché con il Gold standard un governo non ha strumenti per impedire che la popolazione si ritrovi nei guai a causa della bassa competitività. Non ci sono difese possibili. Le uniche sono quelle dell’abbassamento dei salari, della riduzione dei diritti, etc, tutte quelle misure che in Italia ha provato a introdurre Mario Monti. Le politiche economiche monetarie dell’Unione rispecchiano l’idea tedesca della stabilità monetaria. Imporre tali politiche a sistemi economici diversificati come quello italiano o francese è stata un’insensatezza.

Nel suo libro scrive che «l’abolizione delle monete nazionali e la loro sostituzione con una moneta unica facevano parte della logica propria della svolta liberista, che mirava a liberare l’economia e il mercato dagli interventi della politica», favorendo la «giustizia di mercato» contro la «giustizia sociale». Ci spiega meglio?

L’euro è stato ‘inventato’ negli anni Novanta, quando tra i paesi ricchi dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, c’era consenso sul fatto che l’appropriazione delle risorse economiche da parte dello Stato – in altre parole il processo democratico – fosse andato troppo oltre e andasse fermato. Come? Con le politiche dell’aggiustamento e del pareggio di bilancio. Ne seguì un periodo di consolidamento fiscale in tutta Europa, nel quale sia a Bruxelles sia al Fondo monetario internazionale era senso comune pensare che i governi dovessero puntare innanzitutto a quello. Il guaio è che, soprattutto se introdotto quando la capacità di tassare i ricchi è in declino, il pareggio di bilancio ha delle implicazioni negative: significa meno Stato, uno Stato più ‘snello’, e dunque privatizzazione dei servizi e della sicurezza sociale, e ciò a sua volta significa che gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico (volti alla giustizia sociale) spariscono in favore della giustizia del mercato.

Lei contesta non solo l’attuale funzionamento dell’eurozona, ma l’equazione – data per scontata nel discorso pubblico – tra l’euro da una parte e l’Europa e l’europeismo dall’altra. Come replica alla cancelliera Angela Merkel, che continua a ripetere che «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa»?

Per me l’Europa rappresenta una cultura millenaria, non ha niente a che fare con l’Unione monetaria. D’altronde l’Europa intesa anche come unione politica esiste da prima dell’Unione monetaria. L’equazione tra euro ed Europa è semplice ideologia. Ha la funzione di nascondere interessi molto prosaici. Lo dimostra il caso della Germania. Il settore esportazioni, trainante nell’economia tedesca, ha bisogno di un mercato dell’export che impedisca ai paesi importatori di svalutare la propria moneta come mezzo di protezione e difesa rispetto ai paesi esportatori. L’euro in Germania è un dogma perché è il cuore della politica economica ed estera. Angela Merkel è una donna molto intelligente, ma non nutre alcun sentimento particolare verso l’Europa. In fondo sa anche lei che l’equazione tra euro ed Europa è una sciocchezza.

Rimane il fatto che l’idea che esista una corrispondenza tra la moneta-euro e il progetto politico europeo rimane ben radicata. Anche tra i partiti di sinistra, perfino tra quelli che contestano l’Europa dell’austerity. Da dove nasce quest’idea?

Forse per capirne qualcosa di più possiamo fare un passo indietro. Alla nascita dell’Unione monetaria, che per ironia della storia fu ‘inventata’ da un francese, non da un tedesco. I francesi hanno sempre sofferto il fatto che per tutto il dopoguerra abbiano dovuto svalutare la moneta, contro quella tedesca. Ciò contraddiceva lo spirito della grandeur nazionale. In più, a partire dagli anni Ottanta, tutte le banche centrali europee seguivano le politiche interstatali della Bundesbank, la banca centrale tedesca. I francesi pensarono dunque di puntare a due obiettivi diversi, che si sarebbero dimostrati incompatibili: europeizzare la Bundesbank, in modo da poterne condizionarne la politica monetaria e introdurvi politiche economiche ‘francesi’, e allo stesso tempo usare la Banca centrale europea per imporre maggiore disciplina all’interno dell’economia francese. Jacques Delors, allora ministro francese dell’Economia e delle Finanze, all’inizio degli anni Ottanta fu spedito dal presidente Mitterand in Europa per favorire questo radicale mutamento della politica francese, che mirava a una moneta stabile e all’internazionalizzazione dell’economia. Lo stesso proposito che in Italia avevano Monti e i bocconiani, che insieme agli economisti liberali francesi pensavano in qualche modo di tornare al presidente Luigi Einaudi, un ordoliberale di stampo tedesco, importando dalla Germania una certa idea di stabilità economica che portasse all’indebolimento delle forze sindacali e dei partiti di sinistra. In Italia e in Francia c’era anche chi pensava che in questo modo si potesse imprimere alle politiche economiche europee una direzione ‘mediterranea’. Fu uno sbaglio. Quando oggi gli italiani – sbagliando – vedono in Mario Draghi l’eroe che introduce elementi non liberisti nella politica monetaria europea contro la cattiva Merkel dimostrano che la battaglia su cosa significhi l’unione monetaria è ancora in corso.

Contrariamente a quanti difendono l’euro a tutti i costi, indipendentemente dai risultati che ha prodotto o meno fino a oggi e da quelli che ci si aspetta in futuro, lei non nasconde la sua idea di «rinunciare all’euro nella veste di moneta unica», e ha proposto una sorta di Bretton Woods europea. Di cosa si tratta?

Oggi di fronte a noi abbiamo due opzioni: aggravare l’errore dell’euro, oppure favorire il ritorno in Europa a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società europee. Nel mondo già si è fatta esperienza della combinazione di due diverse politiche monetarie, con una moneta ‘centrale’, di riferimento e di ancoraggio, associata a monete nazionali ad essa legate. L’essenza di Bretton Woods era proprio questa. Nel dopoguerra e fino agli anni Settanta, questo sistema ha permesso a paesi come l’Italia e la Francia di fare delle concessioni interne, soprattutto ai partiti comunisti e ai sindacati, in termini di concessioni salariali e generose politiche sociali, e di correggere il generale orientamento economico volto soltanto a una maggiore competitività, aggiustando l’inflazione o il deficit.  È un esempio di come si possano gestire sistemi politici diversificati e allo stesso tempo far parte di un’economia internazionale. Non è un caso che molte persone stiano ragionando su questa possibilità. Lo fanno, insieme tra loro, l’economista greco Lavapitsas e l’ex ministro delle Finanze tedesche Oskar Lafontaine.

Nel suo libro sottolinea che ciò non significa che l’euro dovrebbe essere abolito. Nel caso della Grecia, cosa comporterebbe?

L’adesione della Grecia all’Unione monetaria europea non funziona. Non può reggere. Va trovata una via d’uscita. Se la Grecia intende recuperare almeno una parte del controllo democratico sulla sua economia e cessare di essere un distretto della Germania, alla fine dovrà uscire dall’euro. Una soluzione potrebbe essere quella di  reintrodurre la moneta nazionale in parallelo all’euro. Se i salari pubblici versati dallo Stato e altre forme di pagamento fossero diciamo per il 70% in euro e per il 30% nella moneta locale, nel mercato ci sarebbero meccanismi di aggiustamento tra le due monete. Non sarebbe un passaggio del tutto inedito. Forse, è l’unica maniera per evitare la bancarotta del paese.

Eppure nel dibattito pubblico sembra che le uniche due soluzioni, tra loro opposte, siano più austerity o default…

È vero. Anche sul fronte greco non se ne parla molto, perché si vuole ottenere quanto più possibile dall’Europa. Condivido questa strategia: a volere la Grecia nell’eurozona sono stati soprattutto la Germania e la Francia. E allora che ne paghino il conto. Conoscevano i problemi greci, il clientelismo, la corruzione, eppure l’hanno ammessa. Perché? Perché alla fine degli anni Novanta la Grecia, che non riusciva ad attingere al mercato del capitale privato, dipendeva dai trasferimenti di Bruxelles tramite i programmi di aggiustamento. Ma era un periodo nel quale i maggiori paesi europei stavano consolidando il proprio budget, mentre alti paesi – pensiamo ai Balcani – reclamavano nuovi finanziamenti. Annettendo la Grecia all’eurozona, Francia e Germania hanno pensato che i greci potessero prendere in prestito il denaro anziché riceverlo sotto forma di sussidi. Così la Commissione europea e alcuni governi hanno fatto intendere ai mercati finanziari che il debito greco fosse in qualche modo un debito europeo. Nel 2009 invece, a causa della situazione economica generale, i tedeschi hanno cominciato a dire che il debito greco era soltanto greco. I problemi veri sono cominciati allora.

Vuol dire che il governo greco ha tutte le ragioni per tenere alto il livello dello scontro con la Troika?

Qui in Germania è diffusa la percezione che i greci siano i ‘cattivi ragazzi’, perché pretendono troppo. Al contrario, dovrebbero chiedere di più. Hanno diritto a farlo. I vari Schröder, Monti, Chirac, i leader europei del periodo in cui si è affermata questa particolare concezione dell’Unione monetaria e della politica economica comune, potrebbero essere chiamati in tribunale: devono rispondere di aver mentito ai propri ‘clienti’ sulla validità e sulla solidità dei prestiti che stavano erogando, o sui quali ‘garantivano’. Quanto ai greci, nel momento in cui hanno accettato i prestiti  avevano ragione di credere che li stavano ricevendo come ricompensa per la disponibilità ad accettare il Gold standard in economia, una cosa ridicola sin da allora, ridicola almeno quanto la dollarizzazione dell’economia argentina. Gli europei distribuivano il veleno al governo greco. E il governo greco a quel tempo era abbastanza corrotto da distribuirlo al proprio popolo.

Secondo la sua analisi, il fatto che per i paesi debitori sia sempre giusto e doveroso ripagare i propri debiti «è un mito che serve a costruire il mito della moralità dei mercati finanziari globali». La sovranità di uno Stato si esercita anche decidendo di non pagare i debiti?

Storicamente, ci sono stati molti governi che hanno negoziato con i creditori un alleggerimento o una ristrutturazione del debito, o che si sono semplicemente rifiutati di pagare. Non c’è nulla di morale in questo. Dipende dai casi. Senza contare che se un debitore finisce in bancarotta, in parte è anche colpa dei creditori, che non sono stati abbastanza vigili. Le banche fanno operazioni di controllo del rischio: gestiscono un portfolio di prestiti distribuito in modo tale che la percentuale minoritaria di debitori insolventi non pregiudichi il profitto totale. Da una banca ci si aspetterebbe questa forma di responsabilità. Se una banca decide di comprare titoli di stato greci, lo fa perché ritiene che dietro al rischio ci sia una forma di assicurazione politica che quei crediti verranno comunque rimborsati. Per questo, possiamo criticare i creditori quanto i debitori.

È molto diffusa l’opinione che la crisi finanziaria e fiscale degli Stati europei mediterranei, e non solo, vada ricondotta al fatto che la popolazione abbia prelevato per sé, a causa di un eccesso di democrazia, troppe risorse dai fondi pubblici. Lei sostiene invece che la causa dell’indebitamento pubblico vada ricercata non «nelle spese elevate, bensì nelle basse entrate dovute a un’economia e a una società fondate sul principio dell’individualismo della proprietà privata». Ci spiega meglio?

Su questo, il punto di vista va rovesciato. I governi devono sempre trovare un equilibrio tra le richieste dei cittadini e quelle dei ‘creditori’, ma per farlo devono essere in grado di tassare l’economia. Se trovano resistenza alla tassazione, ecco che si crea un deficit. Negli anni 70 la spesa sociale è cresciuta molto, specie per i benefit legati alla disoccupazione. Quell’aumento non dipendeva però dall’eccesso di benefit e di tutele sociali, ma dall’incapacità del sistema di creare e mantenere posti di lavoro. Intendo dire che i governi sono tenuti a compensare i danni causati da un’economia capitalistica che si evolve velocemente a scapito della struttura sociale e della sua tenuta. In Italia si criticano sempre le baby-pensioni. É una cosa stupida. Non è questa la causa della crisi fiscale dello Stato. Le vere spese sono quelle che lo Stato effettua per garantire le precondizioni affinché i mercati possano operare, oltre a quelle con cui compensa i danni dell’economia liberista. Stiamo sperimentando un problema sistemico: i costi per il mantenimento dell’economia capitalistica eccedono i benefici che ne ricaviamo. La natura sociale della produzione e la natura capitalistica delle relazioni di proprietà collidono. Dietro la crisi fiscale c’è questo.

 C’è una scuola di pensiero – riconducibile a Jürgen Habermas, con cui lei ha polemizzato all’uscita del suo libro – che dice: ‘è vero, esiste un deficit democratico in Europa, ma si può colmare politicamente, attraverso un processo di democratizzazione che culmini in una vera Costituzione europea’. Lei è molto scettico su questa possibilità. Perché?

Perché non si può elaborare alcune teoria istituzionale democratica senza tener conto della politica economica. Habermas ragiona in termini di diritto internazionale, di teorie istituzionali, ma se non teniamo conto dei fattori sistemici sottostanti, se non consideriamo le ragioni per cui la produzione capitalistica schiaccia il pubblico, qualsiasi invenzione istituzionale non risolverà nulla. Occorre riconoscere seriamente il problema attuale: il modo di produzione capitalistico è in guerra con la democrazia e con le società democratiche. Tutto ciò è evidente nel Mediterraneo: la disoccupazione giovanile lascerà tracce importanti, nella testa dei giovani e nella loro capacità di accumulare reddito. Pretendere che non sia importante è insensato. Davvero non riesco a capacitarmi di come un uomo così intelligente ancora creda che la democrazia europea possa essere una sorta di democrazia giacobina, in cui ciascuno vota per un partito, esiste un parlamento centrale rappresentativo di tutti ma non esistono i mercati, la finanza internazionale, gli egoismi nazionali. Nessuno ha idea di chi scriverà una eventuale Costituzione europea sovranazionale, e tantomeno di come potrebbe passare nei parlamenti nazionali, dove sono fortissimi i partiti contrari all’integrazione europea. Al contrario di quel che pensa Habermas, molti paesi vogliono stare in Europa non perché mirino a una Costituzione unica e democratica, ma per proteggere la propria nazionalità. Pensare alla Costituzione europea mi pare irrealistico. Soprattutto oggi, quando abbiamo problemi ben più importanti da risolvere. E molto in fretta.

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Grand Ludwig Hotel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/#comments Wed, 03 Jun 2015 13:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27151 Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall'Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un'Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d'elezione, "Fratelli d'Italia" di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all'aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l'Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l'itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta.

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castellobaviera

 

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall’Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un’Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d’elezione, “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all’aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l’Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l’itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta. Il vecchio battello Luitpold a vapore, quello del film di Visconti, è invece fermo in secca, e verrà usato solo per occasioni speciali; e da Luitpold, lo zio che prende la reggenza quando a Ludwig fanno il tso col famoso colpo di Stato (altro che troike e governi Monti) discendono poi tutti i Wittelsbach attuali, adorati dalla popolazione, che a ogni rumor di referendum sarebbe pronta a riavere indietro la sua dinastia artistica e imaginifica.

La bandiera dei Wittelsbach, regnanti sulla Baviera dal dodicesimo secolo fino alla prima guerra mondiale, sventola sul natante, così come su ogni casa e ogni ristorante e konditorei, e ha generato poi il bianco e azzurro di tante birre, della bandiera ellenica, essendo Ottone primo re di Grecia un altro zio del povero Ludovico, e naturalmente della Bmw (Bayerische Motoren Werke, fabbrica automobili bavarese), anche se su queste autostrade girano soprattutto Audi, costruite sempre in Baviera ma più su, a Ingolstadt. Eccoci dunque a Herrenchiemsee, e tra i palazzi di Ludwig, questo insulare è il più stralunato: una reggia deserta perpendicolare a due grandi giardini all’italiana, che guardano il lago nerissimo, tra ali di alberi scuri, in un disboscamento che apre una specie di galleria del vento, con “uuuhhh” fortissimi che si son sentiti e visti solo nei film dell’orrore, e una guida che dice in inglese come il maestro delle cerimonie di Cabaret: “outside isvindy”, con accento molto germanico. Dighe minacciose tipo Mose portano il nero delle acque fino alle grandi vasche invece prosciugate per la stagione invernale, dove come dei bigné su una bavarese emergono sei putti su altrettanti delfini, e una grande dea Fortuna al centro.

La reggia ha porte dorate, ma di una doratura che sembra un alluminio anodizzato di fascia alta, con le L incrociate e coroncine reali; pare un grande stabilimento termale o un Grand Budapest Hotel o anche la zecca di Piazza Verdi, ai Parioli; oggi, in visita, anche un folto gruppo di islamici, con signore dai grandi burka anti-vento molto invidiati da tutti noi, perché dentro fa freddissimo: i grandi riscaldamenti centralizzati che il re faceva mettere in ogni suo castello full optional sono infatti spenti. Il gelo entra dalle grandi persiane stondate come nei villini-bene di Santa Marinella, e pervade i pavimenti tutti in marmo, sotto un cortile coperto un po’ da centro commerciale, sembra Euroma 2 o un mall degli Emirati, e viene da cercare il negozio Hollister. Saloni e scaloni con parquet lucidissimi e gigli borbonici ovunque, e quadri raffiguranti la meglio gioventù di Luigi XIV e tutta l’ossessione borbonica di Ludwig, tormentato ed eccitato dalla lontana parentela con la Casa di Francia.

La sala da ballo è lunga cento metri (“one hundred meters”, dice la guida, e gli islamici che non capiscono molto bene l’inglese son molto contenti quando sentono le cifre precise e nette) e nel frattempo si è aggiunta anche una famiglia più secolarizzata, moglie inglese, di Bath, marito tedesco, col codino, bambini bilingue molto curiosi. Il clash of civilization arriva alla fine del momento poetico: siamo appunto nello stanzone al primo piano, il salone da ballo tutto oro e stucchi e specchi in cui Sissi-Romy Schneider si fa grasse ma tenere risate della pazzia edificatrice del cugino; abbiamo appena visto scatoloni accatastati di Swiffer in un angolo sotto qualche ritratto del Re Sole (per mantenere lucido e profumato il parquet); siamo appena entrati nella sala da letto, che come in tutte le residenze di Ludwig è fuoriscala e al centro dell’edificio. E qui, una sala del trono dove al posto del trono, sotto un gran baldacchino dorato a piume di struzzo, c’è il letto (con una confusione sempre freudiana nell’interior decoration del sovrano), e tra pendole e la corona reale di Baviera, un islamico chiede moderatamente se il re era sposato. Al ché la guida risponde che ehm, no, forse era addirittura omosessuale. La signora di Bath dice “beh, dall’arredamento si capisce”, come se fossimo in casa di qualche parrucchiere o stylist di Füssen, ma gli islamici velocemente, dopo aver confabulato tra loro, chiedono da che parte è l’uscita, e, forse per il freddo, scompaiono. Noi si prosegue la visita al freddo, arrivando nella parte del castello non finita, che come le varie divisioni “downstairs” è quella più interessante: stessa struttura, ma mattoni a vista da bar e niente stucchi né controsoffitti, un’ala della reggia uguale alle altre ma scarnificata, oggi perfetto loftone newyorchese con travi a vista; è che nel 1884 il re aveva finito i soldi e stava portando al tracollo le finanze dello Stato; aveva già edificato Neuschwanstein e Linderhof, dilapidando le finanze oltre ogni possibile rapporto debito/pil, disinteressandosi sommamente del suo governo, disprezzando i suoi ministri, vivendo tipo una Gloria Swanson abbonata a Case da Abitare. Generando però inconsapevolmente un indotto turistico che rende la Baviera uno dei land più ricchi della Germania: come il Salone del Mobile per Milano, praticamente.

Arredamenti fantasiosi, non proprio “less is more” o Bauhaus, ma funzionali, anche. Dunque, segni particolari di tutte queste residenze, le migliori specifiche hi-tech dell’epoca, elettricità (qui a Herrenchiemsee solo esterna, per illuminare la facciata tipo pubblicità Paghera anni Ottanta, mentre dentro solo candele), riscaldamenti, addirittura telefoni. E scherzi e servomeccanismi per stupire gli ospiti: jacuzzi ovunque (ma quella in cui viene buttata Adriana Asti-Lila von Bulioski, incaricata di testare la virilità del sovrano e riferire al consiglio dei ministri non è qui, il palazzo non era ancora stato costruito) e, qui, una delle famose tavole magiche dei castelli di Ludwig, che come in un film di Tati si spostano con argani e carrucole al piano di sotto, con apparecchiature e sparecchiature dei servi per cenare senza il fastidio dell’essere guardati, e dopo via tutte le briciole e le seccature.

Il cibo, dice la guida, arrivava poi in carrozza, perché in questo castello non c’era cucina; “mangiava tanto!” dice poi il bambino di Bath che fa tante domande. E “tanti dolcetti” dice sempre la guida, “ecco perché aveva i denti così rovinati”; e lì però si temono altri tipi di sostanze per la rovina dentale e gengivale; però in effetti, giù nel museo del castello, ecco una famosa foto di Ludwig con cappotto bordato d’astrakan, che sarà almeno una 56, identico poi a uno stesso modello Schneider che si ritroverà in un negozio grandi taglie a Marienplatz a Monaco, tipo quelli a Roma sulla via Merulana. Anche, in una teca, tutto l’outfit di Gran Maestro dell’ordine di San Giorgio, con marsina XXXL di shantung argento e fascia di raso ton sur ton e maniche con sbuffi di pizzo, e scarpini di raso.

La trasformazione in cinghialone comincia con l’incoronazione ansiogena del 1864, e da lì in poi anche baffi a manubrio e look sempre più trucidi, e un continuo aumentare e diminuire di peso, come tutte le principesse e regine tristi. Da giovane, invece, magrissimo, occhi azzurri e ricci neri, belloccio come tutti i Wittelsbach, con uno sguardo anche sognante e speranzoso per l’avvenire. Tante foto in bianco e nero col fratello Otto, internato già a vent’anni, e tanto merchandising in vista del farlocco matrimonio che Sissi aveva orchestrato a Ludwig con la di lei sorella Sophie: dunque, come per i royal wedding moderni, tutta una filiera di monete commemorative, vasi vasellame urne centrotavola e pergamene con l’effigie della coppia reale, tutti già pronti, poi evidentemente ritirati dal mercato.

E in una grande foto di famiglia con tutti i Wittelsbach, a sinistra il ramo regale e principesco con il papà Massimiliano II e la mamma Maria di Prussia, e Ottone di Grecia, mentre a destra il ramo poraccio dei “duchi in Baviera”, i cugini un po’ di campagna con la duchessa e mamma di Sissi, Ludovica, con scucchia, a cui non riesce il colpo gobbo di piazzare un’altra figlia sul trono, dopo averne già installata una a Vienna, inopinatamente. Questa Sophie, invece, abbandonata sull’altare, sempre più depressa man mano che passano gli anni: qui c’è tutto il suo fotoromanzo, tipo Chi: faccia lugubre in una foto ancora zitella, poi invece raggiante nella foto ufficiale del fidanzamento del 1867 con espressione Kate Middleton (“amo svortato”), ma poi invece lui la accanna e già nel 1868 fa una festa per la Zarina di Russia, un’altra che Sissi gli vuole piazzare per ammogliarlo controllandolo, tipo Camilla Parker Bowles con Diana (ma la zarina non è mica scema, gli fa mandare in regalo due tavolini di malachite che si vedono a Linderhof, e tanti saluti, forse nessuna voglia di trasferirsi in Tirolo, forse ha mangiato subito la foglia).

Poi, sempre nel museo, altri arredi e suppellettili non minimaliste: uno scrittoio con cigni argentei al posto delle gambe e tanto mobilio barocco e barocchetto, e drappi neri e blu, da scenografia di Gomorra o da design Casamonica; bicchieri e calicini di cristallo con la corona chiusa dei Wittelsbach e posatine con cucchiai con la data 1867, tutto scampato alle razzie dei servi e scompagnato; piatti blu e oro col re sole e il motto “l’état c’est moi” e ‘le roi gouverne par soi même” e un servizio da dodici con riprodotti sul manico i diversi castelli. Cigni ancora pochi, solo su certi spiedini argentei per arrosti succulenti; ma il trionfo della mania del volatile avviene naturalmente a Neuschwanstein (letteralmente, “nuova contrada del Cigno”), tutto dedicato all’amico Wagner e alla sua opera a partire dal Lohengrin, appunto il cavaliere del Cigno figlio di Parsifal; per ora, qui nel museo, bozzetti e maquette originali del Lohengrin, dell’Olandese volante, del Tannhauser, di Tristano e Isotta, e il capanno del primo atto della Valchiria poi fatto costruire a Neuschwanstein e bombardato nel ’45 dagli alleati, che nel film di Visconti è teatro di briefing e brainstorming tra il re e i suoi servi più palestrati.

E poi i rendering e modello ligneo in scala 1;100 del teatro per il festival wagneriano mai realizzato sull’Isar, colossale, con gran ponte a cinque arcate sul fiume, in stile barocco piemontese con facciata convessa a doppia arcata, tipo Stupinigi o San Pietro rigirati.

Ma ecco lui, Richard Wagner, eccolo qui, in foto, veramente identico a Howard Trevor sempre nel Ludwig viscontiano, con la maîtresse e poi moglie Cosima von Bülow, figlia di Franz Liszt; ed ecco i famosi doni del monarca bavarese, un portalettere di velluto blu con un gran cigno tra girali d’acanto e d’alloro che conserva tutte le lettere dell’amato, e poi orologi d’oro e smalto con dediche del sovrano; e i due busti, del re e del compositore, uno accanto all’altro. E però anche con Wagner va malissimo: il popolo bavarese insorge contro le spese pazze per i teatri e per il mantenimento del Maestro, si rischia il precedente del nonno Ludwig primo, esiliato per la storia con l’avventuriera irlandese Lola Montez, dopo averla piazzata in una villa tipo Uber-Olgettina, facendola per di più contessa di Landsfeld.

Dunque le depressioni e le urbanizzazioni. Come tante personcine deluse dalla vita, Ludwig si rifugia nel rinnovo dell’arredo: ecco dunque i bozzetti e progetti instancabili di sempre nuove dimore; un ultimo castello, sempre più arroccato, sempre più in alto, di fronte a Neuschwanstein, un vero nido delle aquile, a Falkenstein… E qui, progetti e planimetrie già approvate e facciate e prospetti, che però cambiano in continuazione, da piccolo maniero minimalista e gotico a un delirante castellone Disney con interni bizantini e la camera da letto-cappella con letto sull’altare, facendosi prendere la mano dagli architetti, in un delirio accumulativo di aquile, pavoni, cortili e terrazze e pinnacoli e capitelli più che a Neuschwanstein (e lì, progetti e bozzetti che passeranno poi direttamente dall’archivio Wittelsbach alla Disney per il castello della bella addormentata).

Però non si capisce veramente perché Ludwig, giovane, re, anche molto liquido, non facesse un poco come tutti, sposando una contessa o duchessa o zarina per poi generare un erede e vivere da cattolico molto adulto con scudieri e palafrenieri e stylist: Visconti suggerisce l’influenza di un pessimo prete – padre Hoffmann, impersonato da Gert Frobe, il Goldfinger di 007 – che di fronte alle turbe del giovane sovrano invece che mondanamente assolverlo, gli dice: giura, giura, che le brutte cose non le hai mai fatte e mai le farai!, ingenerando nel re infelicità e confusioni, come quella tra il letto e il trono (riuscendo malissimo in entrambi i settori, forse).

Neuschwanstein, allora: lì, via dal Chiemsee, il più grande lago della Baviera, è esattamente come il lago d’Iseo, scuro, e inquietante, delle nostre infanzie tristi; e tutto a un tratto si capisce questo entusiasmo esagerato germanico per il nostro Gardasee, e mentre si teme d’aver perduto l’ultimo battello un signore della vicina Ratisbona si commuove quando gli si nominano nomi mitici come “Desenzano” e “Sirmione”; non si entusiasma invece quando gli si accenna al papa di Ratisbona; lì anzi fa degli “ehm, ehm, I’m protestant”, e per far conversazione sul molo deserto e terrifico, mentre un cartello indica una mostra sui Pipistrelli da qualche parte sull’isola, non rimane contento neanche quando gli si dice qualcosa per pura cortesia su Gloria Thurn und Taxis, della dinastia ratisbonese inventrice delle poste e delle macchine a tassametro, famosa “punk prinzessin” spesso a Roma; mentre completa damnatio memoriae è su Paul von Thurn und Taxis, aiutante da campo del re Ludovico, co-protagonista di storiche Brokeback Mountains tra queste alpi, poi fatto sposare d’imperio e allontanato da Corte, e bruciate tutte le lettere d’amore tra i due per volere della famiglia tassinara-principesca.

Basta. per salire a Neuschwanstein si fa la stessa strada ripida percorsa dai ministri di Stato quando vanno su ad arrestare Ludwig nel 1884: e forse è addirittura riscaldata, perché nonostante siamo sotto la neve non un fiocco si deposita su questa stradicciola dove con sovrapprezzo si può salire in carrozza. Ai lati della carreggiata, perfettamente inclinata per favorire i deflussi, canaline di scolo laterali ricoperte di sanpietrini, forse citazione romana del vecchio Ludwig I, amante dell’Italia, che abitò e possedette la villa Malta accanto alla Villa Medici al Pincio (oggi sede di Civiltà Cattolica, e il papa Benedetto XVI, quando seppe: ” mein König, mein König”, il mio Re!). E tombini perfettamente sgombri, senza intermediazioni di terre di mezzo e mafie capitali. Cinesi in maggioranza i visitatori, con nuovi ceti medi asiatici che vanno su o giù con Ludwig riprodotto sul loro tazzoni nell’offerta mug più vin brûlé o mug più caffè più fetta di torta, 5€, dove la tazza è certamente prodotta nelle loro Shanghai o Shenzen, e però sono soddisfattissimi, costa meno di un braccetto per il selfie.

Il torrione principale sembra un minareto, tutto ha l’aria nuova e plasticosa, sembra il castello dei Playmobil che si aveva da piccoli: è stato ristrutturato nel 2013, e dentro è puro Harry Potter: toni scuri e boiserie lignee e bifore; al primo piano, le stanzette della servitù con lettini e seggioloni intagliati, poi vestiboli con gran tende di broccato e affreschi di tutta l’epopea wagneriana, e un grande cigno di porcellana a grandezza naturale: poi la grande sala del trono bizantina col decoro dei dodici apostoli, e i sei Re Santi (però il trono manca anche qui, come nelle altre residenze; era stato ordinato ma non consegnato a tempo, prima della deposizione. E però ordinarlo per ultimo, un trono, dopo i catini e gli stuoini, per un re è un bel lapsus).

La camera da letto, qui piccolissima, una Westminster in miniatura, con un baldacchino di legno scuro su cui fioriscono siepi di pinnacoli neogotici, come fogliame impazzito di quell’insalatina riccia che da queste parti ti danno dappertutto con lo stinco o lo schnitzel. Si capisce però subito che, a differenza degli altri castelli, qui il re abitava volentieri: spessi tappeti a pavimento, il suo riscaldamento centralizzato funzionante, un telegrafo e addirittura un telefono per seguire gli affari di Stato (più plausibilmente, per chiamare su attori o provviste da Monaco); tante stufone di ceramica architettoniche che paiono Memphis o Alessandro Mendini; e però soprattutto questa vista, che pare Böcklin e il Nome della Rosa e Wes Anderson: cime altissime innevate, candide; e sotto laghi nero-inchiostro, e abeti bianchi e neri, col sole che illumina un ponticello vertiginoso e inquietante lontano, non a caso intitolato alla madre, l’odiata Maria di Prussia, e l’altro castello di Hohenschwangau, dove Ludwig passava le estati piccino, e tutt’oggi residenza privata dei Wittelsbach. Unico castello a non avere le bandiere a mezz’asta, in questi giorni di lutti. Invece qui il vessillo di Baviera sventola al sommo, i Wittelsbach son forse islamofobi o forse non guardano la televisione, magari non sono aggiornati sugli eventi.

Poi, in uscita, i meravigliosi locali della servitù, con soffitto a volta e cucinona già a isola e penisola con top in marmo e lavello colossale scavato e rubinettone da chef come nelle migliori Bulthaup costose d’oggi, perché la casa signorile si vede dai cessi e dalla cucina, si sa; poi soprattutto un office per il personale con vetrine e vetrinette per stampini d’argento a forma di pesce, di corona, ovviamente di cigno, per tortini e gelati e aspic e budini e pâté molto elaborati (e un cartello avverte: “a Neuschwanstein si riceveva ai massimi livelli”), e poi uno stupendo ufficetto del capocuoco con scrivania e menu d’epoca per cene e cenette, con corona Wittelsbach e menu stampato in francese, e libri di ricette tipo Escoffier, e lettino con copriletto originale con decoro a cigno; e insomma una meravigliosa Downton Abbey tirolese metrosexual, si potrebbe farci un film o una serie, forse.

Anche una filiera diffusa alimentare e a chilometri zero, qui intorno: con un hotel Schlosskrone a Füssen che espone foto in bianco e nero di antichi pasticceri di meringate a forma di castello di Neuschwanstein, tra Wittelsbach minori, Sissi, e la Regina Margherita, mentre non c’è Umberto I, forse in giro con un’amante Krupp come in “Divertimento 1899” di Guido Morselli, cinepanettone su reali italici su e giù per le Alpi, (ma allo shop di Neuschwanstein, soprattutto, altre agnizioni; tra cigni di peluche e pop-up e boccali e magneti, ecco un grande puzzle di quelli difficilissimi, è lo stesso Neuschwanstein dei terribili Ravensburger insolubili).

Cigni veri, e cattivi, invece, a Linderhof, il castello prediletto, e il più piccolo. Un villino del miglior barocchetto bavarese di metà ottocento in una vallata vicino Garmisch, che però sembra il rione Ludovisi o la ex Luiss sulla Nomentana. Attorno, il solito distretto turistico, con negozio di souvenir, bancomat, forneria di brezel e appfelstrudel e friggitoria di bratwurst, che qui offre però seggioline con copertina di pile tipo arena Nuovo Sacher. Una facciatina che sembra dell’architetto Brasini, con ricca balconata dorata e il monogramma reale sorretta da cariatidi, e le sue grandi portefinestre con le sue tende a pacchetto e sopra oblò tondi da casinò balneare. Anche qui, come negli altri castelli, manutenzioni implacabili, cancelli e cancelletti e tornelli efficienti per il pubblico, e un popolo bavarese fiero del suo re e soprattutto del pil generato sul lunghissimo periodo.

Qui, al pianterreno, un vestibolino con un soffitto di tre metri scarsi, col motto dorato “nec pluribus impar”, prima di una successione e infilata, al primo piano, di salottini rosa e lilla e oro, salette da pranzo coi soliti tavolini automatizzzati, una stanza della musica con pavoni di porcellana a grandezza naturale, da mettere fuori dalla porta a segnalare se il Sovrano è in sede, come lo stemma geometrico sul Quirinale inventato da Cossiga.

E poi la solita fantasmagorica camera, adesso di 100 metri quadri, con definitivo Letto di Stato, e dipinti alle pareti di vestizioni e risvegli del Re Sole. Ma, downstairs, una porta segreta di finto marmo interdetta al pubblico vede maestranze intente a restaurare un nuovo bookshop. E la audioguida è un piccolo stereo Grundig o Philips collocato nei camini finti e spenti di ogni stanza, e una frau corpulenta fa partire col telecomandino (tac!) una diversa traccia in ogni ambiente, che spiega non solo e non tanto tutti i ritratti della Pompadour e della Du Barry e della Montespan, ma soprattutto sparge notazioni deliziose e protettive registrate delle medesime frauen che presidiano il villino, con colpetti di tosse e tutto.

Messaggi materni ed essenziali da badanti affezionate: “essendo di grande statura, il letto del re ha una lunghezza di due virgola quaranta metri”; e “il re era molto di bell’aspetto, nonostante questo non si sposò mai” e “morì misteriosamente nel lago di Starnberg”; e poi il cd nel caminetto dice il numero esatto di tesserine dei mosaici, e tutte le lunghezze dei finti arazzi Gobelins, e poi i tessuti delle tende e i nomi e le provenienze di tutte le ricamatrici e le merlettaie e i vetrai e gli ebanisti che hanno reso possibile tutto ciò, e probabilmente sono i bisnonni e trisavoli di questi che lavorano qui adesso. E tutti insieme, tra bratwurst e finti arazzi e tazze made in China, gli vogliono ancora un gran bene, al loro re disfunzionale. E si capisce: e che Ludwig-nostalgia, e che voglia di rifugiarsi qui, subito, quando su un mesto volo di ritorno Lufthansa diretto a Fiumicino e dirottato poi a Ciampino, allarmi e isterismi-bomba riportano subito nell’Europa infelix delle recessioni e delle sottomissioni.

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L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

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politica internet

Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

Nel copione c’è scritto che nulla, dopo internet, resterà come prima: i giornalisti scompariranno (Grillo dice tecnicamente «moriranno»), i politici corrotti verranno spazzati via, i cittadini governeranno in tempo reale decidendo ogni cinque minuti dallo schermo del proprio computer per il bene del paese. Che il guru che introduce Grillo a tutta questa supremazia della tecnologia che libera e affranca sia una specie di pubblicitario che va in giro a vendere la propria vision alle aziende, è un particolare assai utile a completare il quadro.

Gli effetti dell’inedito sodalizio sono, in ogni caso, impressionanti e nel giro di pochi anni, nel bene o nel male, fanno la storia della comunicazione digitale e politica di questo paese. Il panino rivoluzionario che Gianroberto Casaleggio confeziona e Beppe Grillo espone dalle pagine del suo blog è segno dei tempi e perfetta rappresentazione di un paese immobile dal punto di vista tecnologico, ma comunque disposto a sposare qualsiasi causa che abbia una vaga allure scientifica e sia fortemente punitiva nei confronti dello status quo. Mentre tutto questo fragorosamente accade e il blog di Grillo diventa il centro di una vasta discussione politica e di mille rimbalzi sui media convenzionali, quasi nessuno fa caso al fatto che Grillo, fin dagli inizi, sta a internet come Raffaella Carrà sta a Erik Satie: il comico genovese comunica in maniera efficace ma assolutamente convenzionale a una platea composta in larga misura di ascoltatori altrettanto convenzionali; non partecipa ad alcuna discussione fra pari, non risponde ai commenti sul suo blog. Utilizza, insomma, le piacevolezze del broadcasting e della comunicazione da-uno-a-molti tipica dei vecchi media. Con chiarezza strategica rinuncia a ogni forma di quella relazione bidirezionale che è invece la prerogativa fondante della rete internet, oppure forse, per qualche ragione, Casaleggio non gliela spiega. È una scelta che fa scuotere il capo agli sparuti puristi della rete (compreso il sottoscritto) ma che nel tempo si rivelerà utile per Grillo e perfino per noi. Una simile negazione ci aiuterà a comprendere come internet possa essere spesso molte cose assieme: il laboratorio di una nuova forma di intelligenza personale così come il megafono ben amplificato del più prevedibile populismo.

Non basta infatti la siderale distanza fra pratiche di rete e il più letto blogger della internet italiana ad affievolirne la carica comunicativa: in un paese digiuno di scelte digitali e quindi scarsamente abituato al controllo personale dei fatti, le grossolane sciocchezze che compaiono sul blog di Grillo, dalle Biowash[1] che lavano i panni in lavatrice senza detersivo, alle uova cotte fra due telefoni cellulari,[2] fino alle più recenti teorie di vulcanologi autodidatti che annunciano di saper prevedere i terremoti,[3] nulla di tutto questo mostra di avere un impatto sufficientemente negativo sulla reputazione del comico genovese. Succede anzi l’esatto contrario e il blog di Grillo contribuisce in maniera consistente a raccogliere un’audience di sostenitori molto rumorosi e fedeli, disposti a impegnarsi in qualsiasi battaglia lanciata dal capo.

Senza entrare nell’analisi dei temi politici sostenuti da Grillo e Casaleggio e senza dimenticare l’autenticità dei tentativi di organizzazione politica dal basso dei grillini, poi confluiti nel Movimento 5 Stelle (nella parabola che va dai primi liberatori Meet Up spontanei fino ai contratti per l’utilizzo del marchio che Grillo fa firmare ai candidati del suo movimento), è importante sottolineare che la superficialità e un certo grado di evidente ciarlataneria restano negli anni una caratteristica costante sia del blog di Grillo che delle sue uscite pubbliche. Come si dicono le cose è infinitamente più importante di cosa si dice. Nel recente libro scritto insieme a Casaleggio e Dario Fo per l’editore Chiarelettere dal titolo Il Grillo canta sempre al tramonto[4] Grillo spiega a Dario Fo come funziona il noto sito web a luci rosse YouPorn, e lo fa con la purezza e l’ingenuità del neofita, dipingendolo come una specie di utopia della libertà sessuale.

Dopo che hai visto questo filmato gratis, sul monitor appare automaticamente il genere di donna che hai visto. Abita vicino a te, nella tua città e se vuoi si collega con te immediatamente. Lei è in casa sua che ti guarda con una webcam e tu guardi lei. Se vuoi parlarle clicchi, fai conoscenza e ti metti d’accordo per una prestazione. In questo modo il rapporto è diretto, non c’è più il magnaccia, lo sfruttatore, e non vai più per strada. La rete toglie tutte le intermediazioni, toglie anche le donne o gli uomini dalla strada. Vuol dire che tu fai pornografia in proprio, tu direttamente, ti metti in rete e ti pagano. Se non vuoi pagare la prestazione ti fai filmare in una scena sessuale con un quadratino nero sul volto così non ti si riconosce. Ti filmano e mettono il filmato sul sito, e tu non paghi niente, è tutto gratis. Insomma sesso a chilometro zero. Poi può capitare che chi ti contatta è la tua collega che si è connessa online dall’adiacente angolo del tuo ufficio.

Dal testo risulta chiaro che Grillo non ha compreso (e nessuno evidentemente si è sentito in dovere di spiegarglielo) che i popup pubblicitari che invitano a chat sessuali, su YouPorn così come su altri siti analoghi, sono basati sull’ip del computer collegato e non sull’effettiva vicinanza geografica della possibile partner. Basandosi su questo fraintendimento tecnologico il comico spiega a Fo e ai lettori del suo libro come attraverso YouPorn la tua vicina di casa si possa offrire per incontri di sesso a pagamento, cosa che è evidentemente assai lontana dalla realtà.

Questo successo dell’uomo senza reputazione dentro la macchina digitale della reputazione è forse il maggiore contributo sociologico che l’ascesa di Beppe Grillo ha dato alla nostra comprensione delle dinamiche di rete applicate alla politica. Grillo ammira un paladino del software libero come Richard Stallman[5] ma vive di copyright, incensa l’open source[6] ma progetta – per i tentativi di democrazia diretta dei suoi parlamentari – software proprietari,[7] invoca la libertà di espressione ma censura i commenti sgraditi sul suo sito.[8] Mentre si esibisce in tutto questo, non solo internet sembra consentirglielo ma trasforma questa sconsiderata e goffa alterità in un valore attorno al quale radunare forze e consensi.

Grillo, al contrario di quanto si pensa comunemente, è il prodotto, forse l’ultimo, della notorietà televisiva, delle nuove forme di «attivismo da divano» unite all’enorme insoddisfazione che attraversa il paese.[9] Le grandi folle che accompagnano le sue uscite pubbliche di questi anni, dai Vaffanculo Day ai trionfali comizi elettorali in giro per l’Italia per le politiche 2013, sono composte in buona parte dal pubblico dei suoi spettacoli teatrali, dall’audience dei suoi show televisivi ai quali si somma la grande folla dei curiosi che hanno infine intercettato un personaggio pubblico che lancia le loro stesse imprecazioni nei confronti di una politica asfittica e impresentabile. Mentre la pars costruens della proposta del Movimento 5 Stelle è materia spesso tenuta in scarsa considerazione (per esempio l’uscita dall’Euro o il reddito di cittadinanza), gli italiani scendono in piazza e votano Grillo perché amano in lui l’attacco frontale al potere, l’insulto sguaiato ai privilegi, la battuta feroce che raggiunge finalmente i grandi notabili e i capi d’azienda. Grillo nel suo progetto distruttivo (che nel tempo, secondo le intenzioni originarie, dovrà riguardare direttamente anche i partiti politici) non si risparmia e mette tutto se stesso: per questo la gente vuole ascoltarlo in piazza, ridere con lui, alle volte anche solo per non piangere. In tutto questo, il ruolo del blog di Grillo e della rete internet nell’ascesa del consenso verso il Movimento 5 Stelle è un ruolo molto sopravvalutato, anche, in parte, per quella fiducia assoluta e cieca che siamo soliti attribuire alle cose che non conosciamo.

Politica, web e cimiteri

C’è stato un momento esatto nel quale mi è stato chiaro che, ancora per molti anni, non ce l’avremmo fatta. Che mentre noi quattro gatti entusiasti fantasticavamo delle grandi possibilità che lo sviluppo di internet avrebbe offerto a tutti, in Italia ci si occupava d’altro e nessuno ci prestava attenzione. Soprattutto, in quel momento, mi è stato chiaro che non c’erano grandi differenze ideologiche o di schieramento: destra e sinistra, quando si trattava di cambiare orizzonte e immaginare una nuova società delle reti, ragionavano alla stessa maniera. Questo momento di personale disincanto ha una data precisa, il 7 marzo 2001, giorno in cui il Parlamento italiano compatto (con la minuscola eccezione dei Radicali) votò la legge 62/2001 sull’editoria. Era un mercoledì, non esattamente da leoni.

Nelle settimane precedenti migliaia di utenti di una internet italiana a quei tempi giovanissima, attraverso una petizione online,[10] avevano chiesto ai firmatari del ddl e al Parlamento che quella legge, che conteneva una definizione pericolosa di «prodotto editoriale» applicata al web, venisse emendata, visto che in base a un’enunciazione così vaga si sarebbero potute estendere (come poi puntualmente accadde) a qualsiasi pagina web norme e responsabilità riservate ai giornali, compresa l’obbligatoria assunzione di un direttore responsabile.

L’articolo 1 della legge 62/2001 recita così:

Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Quindi ogni pagina web italiana, secondo il legislatore (o secondo una possibile interpretazione futura del testo della legge da parte di un giudice) era un prodotto editoriale. Gli estensori della legge negarono che un’idea del genere fosse nei loro intenti ma si rifiutarono comunque di modificare il testo.

Mentre l’art. 3 della medesima legge dice:

Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948.

Così oggi sapete come mai, navigando su normalissime pagine della rete internet italiana, vi capita di inciampare in una specie di piccolo disclaimer di questo tipo: «Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità definita. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/03/2001».

Un simile inutile annuncio è una delle nefaste conseguenze di quella norma. Nel momento in cui scrivo Google indicizza oltre 1.200.000 pagine web nelle quali un cittadino italiano è stato costretto a specificare che la sua pagina web non è un prodotto editoriale, non è una testata giornalistica e viene aggiornata quando capita. Inutile e ridicolo trionfo burocratico per colpa di una norma che non esiste da nessuna altra parte nel mondo e che fu invece votata da quasi tutti.

E per celebrare il trionfo dell’insensatezza negli anni è poi davvero accaduto che un giudice accusasse il gestore di un sito web di «stampa clandestina», appoggiandosi a una vecchia norma retaggio dell’epoca fascista e all’impianto di questa legge del 2001, contribuendo così a disegnare uno dei punti più bassi della nostra storia di paese digitale.[11]

Il Parlamento in ogni caso è sovrano e, nella sua sovranità, scelse compatto di non sentire ragioni, votando e poi sostenendo una norma di cui ci siamo ampiamente vergognati per molti anni. Ironia della sorte, i proponenti del provvedimento erano alcuni parlamentari di sinistra come Vannino Chiti e Giuseppe Giulietti (quest’ultimo oggi è il portavoce di Articolo 21, «un’associazione di esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo; giornalisti, giuristi, economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero»), e non esponenti di una ipotetica destra intollerante che desiderava censurare internet.

Da allora a oggi non molto è cambiato, il Parlamento ha continuato a produrre pessime leggi per internet e la comprensione della centralità della rete (che nel resto dei paesi europei è ormai assodata e ampiamente praticata) è affidata, a titolo di missione impossibile, a singoli parlamentari illuminati dell’uno e dell’altro schieramento. Costoro, anche oggi, a molti anni di distanza, riescono a orientare pochissimo le decisioni collettive, faticano a scalfire pregiudizi e superficialità. Dentro le camere del potere, esattamente così come fra la popolazione nelle piazze e nei bar, internet continua a essere raccontata nei suoi aspetti morbosi e pericolosi. I progetti di legge che la riguardano sono spesso figli di questi pregiudizi; coloro che fisicamente si intestano la redazione delle norme sono molto simili, per aderenza al tema e fantasia, all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che una volta, mentre nel 2007 era commissario europeo per la sicurezza, propose a Bruxelles una sua idea per sconfiggere il terrorismo su internet: si potrebbe, disse suscitando l’ilarità di molti, chiedere a Google di vietare le parole bomb, kill e altre keyword dalle ricerche.[12] Se si fosse applicato con maggior costanza nella medesima direzione, forse Frattini avrebbe potuto immaginare di eliminare il terrorismo semplicemente sradicando le tastiere dai computer, ma non arrivò a tanto. In ogni caso il livello medio delle idee dei nostri politici nei confronti di internet da allora, e mi costa dirlo, non è cambiato di molto.

Se questo è davvero il panorama generale dei rapporti fra politica e rete, la presenza attiva dei nostri politici su internet, molto aumentata in questi anni, aggiunge quel tono di crudele nonsense allo scenario generale e si spiega solo in una maniera: presidiare meglio possibile ogni ambito comunicativo, anche il più reietto e marginale. A differenza dei media convenzionali, che negli anni hanno saputo costruire un rapporto stabile, spesso di reciproca soddisfazione, con il potere politico, internet ha un grande apparente vantaggio: ha ancora oggi costi di visibilità piuttosto bassi (che possono al bisogno essere sapientemente amplificati da mani esperte) e può essere gestita ignorando completamente i fastidi della conversazione. Perché conversare costa tempo e credibilità, richiede un’energia e un’empatia che spesso i politici non hanno. Non è un caso che al momento gli unici che abbiano scelto di «conversare» in rete siano i parlamentari del Movimento 5 Stelle, e questa sembra essersi rivelata una scelta tanto ammirevole quanto autolesionista. Aprirsi alla rete, cosa che tutta la politica dovrebbe fare per propria naturale predisposizione, racchiude una controindicazione molto forte: occorre sapere che i temi e i toni delle discussioni saranno poco controllabili e difficilmente prevedibili. Che le bugie si accumuleranno e avranno maggior audience delle cose vere, sia che a pronunciarle sia il rappresentante politico sia che a sostenerle siano i suoi detrattori, i quali saranno comunque molti, rumorosi e inattesi. E su questo torniamo, visto che è il centro del problema; prima però voglio dirvi dei cimiteri.

Mi piacciono molto i cimiteri. A Londra ce ne sono alcuni formidabili: quando posso vado a passeggiare a Highgate dove, a poche decine di metri di distanza, ci sono la piccola bellissima tomba di Douglas Adams (l’autore di Guida galattica per gli autostoppisti, che Dio lo abbia in gloria) e quella mastodontica e imbarazzante di Karl Marx.

Se un giorno vi venisse voglia di fare un giro nei cimiteri web della politica italiana, trovereste centinaia di pagine abbandonate, sommerse dall’edera e dalle radici, trasformate in tombe digitali spesso poche ore dopo un trionfo o una sconfitta elettorale. Cumuli di parole e immagini lasciate lì, senza un saluto, senza un «grazie è stato bello» o un «peccato, ci abbiamo provato», perché la retorica della politica sul web prevede che internet sia il diario sentimentale del candidato, il suo filo diretto con l’elettore, ma solo fino al momento in cui il sipario del voto si chiude e iniziano le cose davvero serie. E non c’è da meravigliarsi se il politico tanto attivo su internet le settimane prima del voto poi firmerà pessime leggi per internet dopo aver lasciato ad ammuffire la sua casa digitale. Si tratta in fondo di due facce differenti del medesimo disprezzo.

L’aspetto cimiteriale della politica sul web, la brusca interruzione molte volte ripetuta di una relazione con l’elettore, forse ha scalfito qualcosa nella reputazione dei nostri politici, più probabilmente no. Di sicuro, però, è un tema che meriterebbe di essere approfondito: il segno di un rapporto interamente plastificato fra politica e rete come chiave di lettura di una arretratezza complessiva vasta e disarmante.

I primi cimiteri della internet politica italiana sono stati cimiteri di blog, aperti e chiusi da politici particolarmente sensibili alle mode del web nella prima metà degli anni Duemila. C’è stato un periodo in cui avere un blog era considerato un gadget irrinunciabile e un simbolo di travolgente eleganza. Ogni candidato sufficientemente equipaggiato dal punto di vista della modernità ha avuto un blog verso il 2005-2006 dentro il quale uno stagista appuntava le date dei comizi, i testi dei comunicati stampa, le comparsate televisive. Ciascuno di questi poveri siti web è oggi seppellito dentro la memoria glaciale della Wayback Machine,[13] forse uno dei progetti più commoventi e importanti di archiviazione della rete internet. Per quanto brutto e imbarazzante fosse il vostro sito web in un periodo lontano che voi avete dimenticato, la macchina automatica del ricordo ne terrà traccia, la Wayback Machine ne avrà salvato una copia. Fra cento anni uno studioso della preistoria web forse radunerà queste pagine e ci dirà con esattezza chi eravamo e cosa diavolo stavamo facendo da queste parti. Noi, nel frattempo, riposeremo in qualche posto meno affascinante di Highgate.

Eppure dentro certi bellissimi cimiteri è talvolta possibile rintracciare i segni di una grande vitalità. Per esempio al Père Lachaise a Parigi, in un cimitero storico formidabile e affollato, qualche anno fa sono riusciti a trovare uno spazio, vicino alla tomba di Chopin, per la salma di Michel Petrucciani, grande pianista molto amato. Londra ha accolto a Highgate, nella parte più antica e inarrivabile del cimitero, il corpo di Aleksandr Litvinenko, dissidente russo avvelenato con il polonio in un sushi bar del centro della città nel 2006; la sua tomba non è distante da quella di Elizabeth Siddal, moglie amatissima del poeta e pittore Dante Gabriel Rossetti, morta per una overdose di laudano nel 1862.

A volte, in luoghi inattesi come i cimiteri, capita che si ricompongano i fili sentimentali del mondo: lo stesso accadrebbe se noi domani decidessimo di seguire le tracce invisibili della politica sul web a partire dalle migliaia di pagine abbandonate, cancellate o sepolte di cui nessuno si occupa più.

Ode alla gerarchia

Lasciando i cimiteri e il valore documentale inesplorato delle pagine morte sul web (un tema che non riguarda, evidentemente, solo la politica) rimane da capire a cosa serva «essere in rete» per un politico oggi, oltre a fornire materiale documentale per autopsie storico-filologiche nel prossimo secolo.

Per molti anni ho pensato che la presenza in rete fosse fondamentale per qualsiasi politico serio, che il web e i social network fossero il luogo naturale della trasparenza, della discussione politica oltre che della elaborazione del pensiero politico. Da un po’ di tempo a questa parte non ne sono più così convinto.

Internet è certamente utile alla trasparenza della politica. Si tratta di un valore imprescindibile che dovrebbe precedere qualsiasi tentativo di interazione. Quale luogo migliore per mostrare nei dettagli agli elettori, per esempio, chi paga il conto della propria attività politica? Da quando le amministrazioni hanno a disposizione lo spazio infinito delle proprie pagine web sembrerebbero non esserci più scuse per una glasnost assoluta dei dati di qualsiasi gestione politica. In realtà le dichiarazioni di principio non sempre sono sufficienti: gli open data, di cui si parla moltissimo da qualche anno, sono fasci di bit talvolta di difficile decodifica, i pdf delle scelte amministrative possono essere sepolti in angoli bui del proprio sito web rendendone arduo il reperimento. Così la trasparenza è diventata una bandierina: associarla al web è servito molto spesso a raccontare una storia, prima ancora che ad aprire il forziere delle informazioni ai cittadini curiosi.

Quando l’amministrazione comunale di Forlì decise di abbattere un centinaio di magnifici pini centenari in un viale dietro la casa dove abito quando sono in Italia, alle mie proteste via email sulla mancata informazione relativa a una scelta così grave, l’assessore all’Ambiente rispose affermando che all’iniziativa il Comune di Forlì aveva invece dato la necessaria pubblicità. Non tanto sul sito web del Comune, dove anche durante le proteste di quei giorni era quasi impossibile rintracciare notizie al riguardo, ma con un’assemblea pubblica indetta molti mesi prima, alla quale avevano partecipato una decina di persone, e con la pubblicazione di un breve articolo su un sito web di informazione locale che non avevo mai sentito nominare.

Questo per dire che la trasparenza è una categoria dello spirito, non un’evenienza imposta dalla tecnologia. Se desideriamo essere trasparenti la tecnologia ci aiuterà, se il nostro scopo è essere oscuri e mimetici la tecnologia sarà in grado di supportarci ugualmente.

Durante la campagna per le primarie del 2012 Matteo Renzi era solito ripetere a ogni comizio e a ogni intervista televisiva che la sua campagna era finanziata dai cittadini attraverso il fundraising sul suo sito web. Quando gli domandai chi fossero i finanziatori della sua campagna[14] mi rispose che entro 90 giorni tutti i denari spesi e quelli ricevuti sarebbero stati messi online.[15] Questo è poi in effetti avvenuto, anche se in maniera caotica e complicata; tuttavia, nel momento in cui scrivo, la pagina del sito web di Renzi sulle entrate del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi dà un errore 404 (pagina non trovata).[16] Il racconto della propria trasparenza vince sempre sull’attenzione alla trasparenza stessa.

Ancora più complicato il tema dell’interazione dei politici con i cittadini. Qui la variabile tempo assume un ruolo fondamentale. Senza arrivare ai record di Renato Brunetta, che durante il suo mandato di ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione nel periodo dal 2008 al 2011 ha dato alle stampe non solo i libri Rivoluzione in corso (Mondadori 2009), Sud. Un sogno possibile (Donzelli 2009) e La mia politica (Marsilio 2011) ma anche, insieme a Fabrizio Nonis, Oggi (vi) cucino io. Viaggio nella cucina regionale italiana: ricette, ricordi e varia umanità (Sperling & Kupfer 2010), il tema di dare una gerarchia intelligente al proprio tempo, per chi fa attività politica, è da sempre un’esigenza fondamentale.

Si potrà eventualmente scegliere di partecipare a un talk show televisivo ogni sera (come fanno moltissimi politici attuali dalle ampie vedute) oppure scrivere un libro di ricette durante il mandato ministeriale, così come passare molto tempo – come si dice in gergo – sul territorio ad ascoltare i problemi dei cittadini dalla loro viva voce. Oppure si potrebbe dedicare una quota della propria attenzione a internet.

Per un lungo periodo, specie per i politici di primo piano, incontrare i propri elettori (e i propri detrattori) in rete è stata un’attività meritoria ma soprattutto un’effettiva perdita di tempo. Il numero di potenziali elettori che era possibile intercettare sul web era tutto sommato basso e il tempo da impegnare per simili conversazioni non era esiguo. Era anche, semplicemente, tempo speso male, perlomeno nell’ottica dell’efficacia dei risultati. Negli ultimi anni la presenza degli italiani in rete è aumentata molto, specie in relazione alla massiccia apertura di profili su Facebook, e il bacino di riferimento per la comunicazione politica si è fatto più interessante ma, ancora una volta, con una variabile significativa legata al tempo. E siccome nessun politico di primo piano ha il tempo per leggere le centinaia di commenti che ogni giorno lo riguardano sui blog, sui siti web e sui social network, anche sull’onda di analoghe esperienze americane, dove evidentemente simili problemi si sono presentati prima, si è pensato che una soluzione possibile al «problema tempo» fosse quella di acquistarlo, affidandosi ad agenzie di comunicatori professionali che rappresentassero in tutto e per tutto il politico in rete. Talvolta in maniera silenziosa, altre volte rendendo esplicita la presenza di una figura terza con la sigla st (staff) a fine messaggio.

Ma se il desiderio dei cittadini di intavolare una discussione su Twitter con Pierluigi Bersani o Pier Ferdinando Casini, sapendo che stanno per confrontarsi con uno stagista ignoto, tenderà a zero (con l’eccezione dei polemisti e degli insultatori seriali che sono disposti ad attaccare chiunque, compresa una terza persona stipendiata dal leader politico), è anche vero che demandare ad altri la propria presenza online diventa una scelta quasi inevitabile se si considera il tempo che richiede e le difficoltà intrinseche del linguaggio di rete.

Comunicare su internet è solo apparentemente facile e immediato. In realtà si tratta di una lingua che si impara, che comprende molti possibili differenti dialetti, che non è quasi mai sovrapponibile alle esperienze di comunicazione cui siamo abituati nella vita reale. Potremo essere brillantissimi in un comizio o in uno studio televisivo e contemporaneamente disastrosi su Twitter: capita di continuo.

Farsi capire in rete è un percorso che si impara a proprie spese, sbagliando, abbandonandosi a reazioni precipitose e impulsive un istante prima di aver compreso il significato reale della frase alla quale si è appena risposto, educandosi al rispetto verso gli altri (soprattutto gli sciocchi), ma anche riuscendo a utilizzare con misura il sarcasmo, scoprendo da soli quando è il caso di tacere e quando di scusarsi, quando vale la pena approfondire e quando lasciar perdere. Da questo punto di vista affidarsi a un professionista che viva la rete al nostro posto è contemporaneamente un’ottima e una pessima idea. Ci saranno meno errori, appariremo più adeguati e amabili, ma la persona che starà conversando in rete non saremo noi. E chi starà all’altro lato della conversazione spesso se ne accorgerà. E quando se ne accorgerà resterà molto deluso. Di noi, non del nostro social-media-consulente.

È questa la ragione per cui i pochissimi politici di primo piano che hanno una credibilità e una reputazione in rete da tutti riconosciuta sono quelli che non hanno delegato più di tanto ad altri la propria presenza su internet. Per un’unica semplice ragione: perché loro in rete c’erano già.

In ogni caso, nella gerarchia delle molte cose da fare per un politico italiano, internet continua ad avere un ruolo marginale, di certo ancillare nei confronti della televisione, ma ridotto anche rispetto alle relazioni con la stampa e i vari gruppi di potere. Tutti sono comunque in qualche misura online, alcuni si sono innamorati di una piattaforma piuttosto che di un’altra (in genere Facebook e subito dopo Twitter), molti affidano la propria presenza in rete ad agenzie di comunicazione, alcuni assoldano analisti-ripulitori della reputazione web, altri si fanno proteggere da qualche avvocato che minaccia querele in giro, ma, al netto di tutto questo, pochissimi utilizzano il canale bidirezionale di internet per dialogare con i cittadini. I problemi di tempo e di linguaggio in genere predominano.

I più intelligenti hanno compreso che internet è soprattutto ascolto, un orecchio sempre attento al borbottio nazionale e un canale attraverso cui stimolare e attingere a idee e punti di vista diversi. E questo già è sufficiente a creare molto lavoro.

L’idea della rete come luogo paritario per eccellenza, nel quale l’eletto dialoga quotidianamente con l’elettore, rimane viva solo nelle utopie di fine Novecento riprese in Italia da Casaleggio. Dalla dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di J.P. Barlow[17] in qua, abbiamo vissuto un periodo nel quale il potere salvifico della rete internet che stava nascendo (talvolta con qualche piccola spinta lisergica annessa) avvolgeva qualsiasi aspetto della nostra vita, compresa quindi anche la democrazia declinata nel suo nuovo formato digitale. A dispetto dei sogni, ovunque nel mondo la politica in rete è ormai da anni comunicazione broadcast prodotta con un elevato grado di competenza e professionalità da esperti del settore, e soprattutto ascolto e aggregazione dell’enorme quantità di dati accessibili online.

Questo non fa della rete un luogo meno interessante. Internet è diventato anzi il crocevia della discussione politica, ma con un’inattesa variazione: in tale discussione i politici e le loro scelte sono l’oggetto del discutere, ma quasi mai sono presenti o attivi di persona.

In fondo è meglio così. Il grado di polarizzazione che internet consente alle conversazioni è assai difficile da gestire per chiunque. E questo vale in particolare per le discussioni ad alto impatto emotivo, come sono tipicamente quelle legate alla politica. Viene in mente un aforisma di George Bernard Shaw che dice: «Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace».

La versione contemporanea di questa frase è il «don’t feed the troll»[18] che ci portiamo dietro dalla nascita di internet. La maniera più laica per rispettare un dettame del genere è non partecipare ad alcuna lotta con i maiali, specie quando i maiali sono interessati a te. Senza rinunciare al confronto e all’esposizione dei propri punti di vista, la politica di vertice ha molto bisogno di creare relazioni su internet: contemporaneamente ha l’esigenza di sancire un grado di separazione abbastanza netto. Perché il problema non è tanto nell’esistenza dei maiali (o dei troll) in grado di sporcare qualsiasi discussione ma nel fatto che molto spesso le discussioni roventi e le acrobazie dei suini raccoglieranno maggiore attenzione di qualsiasi comunicazione di senso civilmente espressa. E questo è uno degli aspetti deprimenti delle conversazioni in rete. Un sacco di tempo perso a separare il grano dal loglio.

Alla fine la comunicazione politica in rete si è fatta gerarchica come sugli altri media, per ragioni di opportunità, anche se con qualche opzione supplementare da indagare. E se Mario Monti è riuscito nel difficile compito di peggiorare la sua già flebile umanità percepita scatenando una polemica sull’affidamento coatto del cane Empy,[19] forse l’esempio più efficace di racconto della propria intimità è stato in questi anni quello affidato al fotografo Pete Souza, che segue Barack Obama (spesso ritratto mentre porta a spasso il cane Bo) a margine e fuori dagli eventi ufficiali. Le foto rubate (in realtà sono l’esatto contrario)[20] da Souza durante la giornata del presidente degli Stati Uniti sono la maniera perfetta per avvicinare la politica ai cittadini utilizzando come chiave d’accesso piccoli lampi di quotidiana normalità. Si tratta di una sintonia in qualche misura fittizia, ma del resto tutta la nostra vita di relazioni in qualche misura lo è.

In definitiva, nel rapporto da ricostruire fra i cittadini e la politica, internet può avere un ruolo di collante identitario, a patto che i maiali siano lasciati a rotolarsi fra loro nel fango e che la plastica della comunicazione verticale non uccida tutto in maniera fragorosa e definitiva come è avvenuto in passato con gli altri media.

 


[1]. Beppe Grillo sulla palla di plastica che messa in lavatrice lava senza detersivo scrisse sul suo blog: «Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di italiani soddisfatti». (http://www.beppegrillo.it/2008/12/biowashball.html)

[2]. http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html.

[3]. Il giorno stesso della seconda disastrosa scossa di terremoto che colpì l’Emilia Romagna alle 9 del mattino del 29 maggio 2012, con epicentro fra Mirandola e San Felice sul Panaro, e che provocò 20 morti, 350 feriti e migliaia di sfollati (fonte: Wikipedia), Grillo pubblicò sul suo blog una tempestiva intervista con Giampaolo Giuliani nella quale si sosteneva che Giuliani era in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto: http://www.beppegrillo.it/2012/05/non_si_deve_mor.html.

[4]. Dario Fo, Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo, Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle, Chiarelettere, Milano 2013.

[9]. «Attivista da divano» è una delle possibili (e più benevole) traduzioni del termine inglese slacktivist, che a sua volta deriva dall’unione dei termini slacker («fannullone, scansafatiche») e activist («attivista»), a descrivere la tendenza, sempre più frequente, di chi si dedica a buone cause esclusivamente attraverso prese di posizione su internet o la firma di petizioni online.

[10]. La petizione online promossa da Punto Informatico nel 2001 contro la legge sull’editoria, firmata da oltre 54.000 persone e sottoscritta da 3300 siti web, fu consegnata al presidente della Camera dei Deputati Pier Ferdinando Casini e al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri il 15 ottobre 2001: nonostante le molte prese di posizione pubbliche del mondo politico, le firme raccolte finirono in un cassetto e non furono mai in alcun modo considerate. (http://punto-informatico.it/88193/PI/News/editoria-consegnata-petizione.aspx)

[11]. Il giornalista, storico e saggista siciliano Carlo Ruta è stato al centro di una lunga vicenda giudiziaria almeno in parte conseguenza della legge 62/2001. L’8 maggio 2008 fu condannato a una pena pecuniaria per aver pubblicato articoli e commenti sul suo sito web Accadde in Sicilia senza che fosse stata eseguita la registrazione presso il tribunale competente. Si è trattato del primo caso del genere in Italia e in Europa. La violazione contestata riguarda l’art. 16 della legge 47 del 1948, che attiene al reato di stampa clandestina, in questo caso applicato al web. La sentenza fu poi confermata dalla Corte di Appello di Catania nel maggio del 2011 per poi essere annullata da un ricorso in Cassazione il 10 maggio 2012. Nelle motivazioni della sentenza si spiega infine che il reato di stampa clandestina non può essere applicato a un blog su internet. (Fonte: Wikipedia)

[12]. In un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters nel 2007 in occasione dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre Frattini affermò: «Intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo»; la dichiarazione è riportata da Alessio Balbi, «Censura, Google contro Frattini. “No al blocco delle parole pericolose”», http://www.repubblica.it/2007/ 05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html.

[13]. La Wayback Machine (http://archive.org/web/) è un archivio digitale di pagine web creato da Internet Archive, un’associazione no profit di San Francisco. Il servizio consente agli utenti di accedere a versioni precedenti di pagine web salvate nel tempo; per questa ragione l’archivio è anche chiamato «indice a tre dimensioni». (Fonte: Wikipedia)

[17]. Si tratta di un documento storico della rete internet, scritto dall’ex autore dei testi dei Grateful Dead, John Perry Barlow, a Davos in Svizzera l’8 febbraio 1996. Barlow, attivista e poeta che si definiva a quei tempi «dissidente cognitivo», scrisse il celebre manifesto in risposta alla conversione in legge del Telecommunications Act del governo americano. Il manifesto iniziava così: «Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo». (Versione italiana: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm)

[18]. Troll è espressione ormai nota, mutuata dal gergo di internet, che definisce una persona che interagisce con altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la conversazione e fomentare gli animi. La parola troll indica originariamente una mitologica creatura umanoide diffusa nelle leggende dell’Europa del Nord. Don’t feed the troll è un suggerimento gergale molto usato su internet che significa «non dare corda ai provocatori». (Fonte: Wikipedia)

[19]. Il senatore Mario Monti, durante un’intervista televisiva alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, decise di adottare un cucciolo di cane che gli era stato a sorpresa messo in grembo dalla conduttrice. A distanza di tempo Monti in un’intervista dichiarò di essere stato spinto in maniera scorretta all’adozione del cane.

[20]. Le foto di Pete Souza sono consultabili sul profilo Flickr della Casa Bianca (https://www.flickr.com/photos/whitehouse/sets/72157623126418563/) o sul suo profilo su Instagram (http://instagram.com/petesouza).

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Il fascino pericoloso della meritocrazia https://minimaetmoralia.it/interventi/il-fascino-pericoloso-della-meritocrazia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-fascino-pericoloso-della-meritocrazia/#comments Tue, 22 Jul 2014 16:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21690 di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

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(Fonte immagine)

di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

Perché il nuovo governo, prima ancora di essere stato chiamato a riparare un’economia al collasso, ai miei occhi era l’incipit di un nuovo modello politico. Un’apertura, se non altro simbolica, verso un mondo in cui studiare potesse contare ancora qualcosa, e in cui la classe politica fosse raggiungibile sulla base delle competenze di ognuno. Erano professori, avevano studiato e insegnato, erano stati scelti per quello che sapevano fare. E avrebbero riportato la tecnica, intesa come insieme di conoscenze, di sapere e di fatiche accademiche, al centro di un mondo che per troppo tempo s’era dimostrato refrattario al merito.

Colpa mia, della mia miopia e entusiasmo post-adolescenziale. Il fallimento del governo Monti e dei suoi Ministri non fu un fallimento qualunque. Fu la sconfitta dei professori, coloro che avrebbero dovuto fungere da virus benigni in un sistema in putrefazione, dare il via a un riscatto basato sul merito. E con i quali, proprio su queste basi, la mia generazione poteva condividere molto di più di quanto non avesse fatto con i governi precedenti.

Non solo il governo Monti non aprì le porte a un mondo che ci era stato precluso. Ma proprio perché il suo fallimento fu inteso come una sconfitta di persone che prima di allora non avevano governato il Paese, il governo diede modo alla classe politica che l’aveva preceduto di rafforzare l’idea che per curare i mali dell’Italia non servissero né i professori né le loro ricette. A essere delegittimato agli occhi dell’opinione pubblica non fu solo l’esperienza del governo Monti, ma un modello politico alternativo, che prometteva, se non altro simbolicamente, di riportare la tecnica e il merito al centro della scena politica.

A più di un anno dalla sua caduta penso che l’esperienza del governo Monti non abbia smesso di influenzare i rapporti tra la mia generazione e la classe politica chiamata a rappresentarci. Perché uno dei tanti leitmotiv di cui oggi si nutre la classe dirigente è quello della meritocrazia,un concetto trasversale che ha saputo trovare d’accordo forze politiche opposte.

Non voglio criticare l’idea della meritocrazia in quanto tale. È giusto che la società e il mondo politico siano regolati dal merito e dalle competenze di ognuno. Ma provo un senso di frustrazione e di nausea quando l’idea di un governo-del-merito viene usata come semplice concetto astratto, come un paradigma sul quale convergano tante voci diverse, nessuna che abbia interesse a scandagliarne i fondamenti, a porre domande che anziché celebrarlo lo illuminino in tutti i suoi risvolti, anche quelli più pericolosi. Chi definisce il merito, e su quali basi? Quali sono le capacità richieste per aver accesso alla classe politica?

Ho l’impressione che queste domande interessino da vicino tanto la mia generazione quanto i politici chiamati a rappresentarci. Perché il fallimento dell’esperimento tecnocratico di Monti contribuì anche alla ribalta del Movimento Cinque Stelle, che agli inizi del suo percorso riuscì a trarre supporto dall’opinione pubblica candidando cittadini che non avessero competenze legate al mondo politico, rafforzando la convinzione che non esistessero capacità necessarie a guidare il Paese che non fossero già a disposizione di ognuno.

Quanto a noi studenti, penso che l’enfasi della politica sull’idea di meritocrazia sia una strategia tanto importante quanto pericolosa. Perché rischia di portare avanti un concetto che maschera il modo in cui le strutture che definiscono i depositari del merito siano esse stesse meccanismi troppo spesso non accessibili a tutti. In un momento storico in cui veniamo chiamati ad addossarci la responsabilità dei nostri fallimenti e successi a fronte di uno Stato sociale sempre più ristretto, parlare di governo-del-merito rischia di offuscare una realtà molto più complessa e dolorosa, dove il merito si basa sulle possibilità socio-economiche prima ancora che sulle competenze di ciascuno.

Non ha senso quindi che la classe politica oggi parli di meritocrazia, senza che alla sua celebrazione non segua un’autocritica alle modalità per cui quella stessa classe ha avuto accesso a un mondo altrimenti chiuso in se stesso. Certo sostenere che il governo-del-merito possa fondarsi solo sulle conoscenze accademiche sarebbe grossolano, e sbagliato. Esistono capacità che si acquisiscono al di fuori del mondo scolastico, tecniche che vanno al di là di quanto possa essere insegnato. Ma penso che la scuola sia in un certo senso il trampolino di lancio da cui conseguire i meriti successivi. Che possa contribuire a mettere ognuno nella condizione di poter affinare le proprie competenze a fronte di diseguaglianze sociali e economiche. E che la retorica del merito e il suo legame con la scuola siano rimasti, purtroppo, due discorsi slegati.

Meritocrazia è un concetto normativo travolgente: è una cosa giusta. Ma è anche un principio che esclude, o meglio, che mira a distinguere chi è competente da chi non lo è. Ripartire dalla scuola, da un dibattito che miri a capire quali siano le abilità richieste da un mercato e una società in perenne evoluzione, da uno sforzo che si preoccupi di porre tutti nella posizione di poter essere davvero responsabili dei propri successi, è il primo passo per un Paese più giusto. Ed è il miglior antidoto per arginare l’esodo generazionale di chi, finché ne avrà la possibilità, continuerà a cercare un futuro altrove.

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Sulla vittoria di Renzi https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/ https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/#comments Mon, 02 Jun 2014 13:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21152 «Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po' anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all'indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent'anni a lamentarci che, per colpa dell'anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

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Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

(Fonte immagine)

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

È, in fondo, quello che ha detto Mario Monti, dichiarando di voler entrare subito nel Pd: e anzi dicendo che se Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani, Scelta Civica non sarebbe mai nata. Uno come Tullio, uno come me, non avrebbe mai pensato di poter stare dalla stessa parte di Monti: perché Monti rappresenta la destra, cioè chi vuole che il mondo continui a girare così, magari oliandone i binari.

Renzi, d’altra parte, ha sempre sostenuto che la distinzione tra destra e sinistra appartiene al passato. È su questa linea che ha vinto le elezioni: i flussi dei voti dimostrano che la sua vittoria è dovuta quasi esclusivamente alla cattura di due terzi dei voti perduti da Scelta Civica di Monti (che sono stati oltre tre milioni). E, dal suo punto di vista, forse Renzi ha ragione: il suo Pd contiene in un certo senso destra e sinistra. Perché – come ha detto a caldo Barbara Spinelli, e molti altri con e dopo di lei – questo Pd assomiglia ad una nuova Democrazia Cristiana. Per molti versi non si limita ad assomigliarle: ne è l’erede diretto. Renzi stesso è geneticamente democristiano: le fotografie che lo ritraggono accanto a Ciriaco De Mita, scattate quando era il presidente della provincia di Firenze eletto nelle file della Margherita, documentano l’albero genealogico del leader del Pd. Ed è innegabile che la fusione voluta da Walter Veltroni vada letta, col senno di oggi, piuttosto come un’annessione, o una digestione, di ciò che restava del Pci da parte di una rinnovata Dc.

Le analogie con la Democrazia Cristiana d’antan sono numerose: i famosi 80 euro (decisivi per la vittoria elettorale) appartengono ad una tradizione dove una genuina attenzione verso i lavoratori assume le forme di un’altrettanto  genuina  propensione al voto di scambio. E se mai la procura della Repubblica di Firenze riprenderà a funzionare, gli italiani sapranno cosa sono stati gli anni del Renzi sindaco: anni in cui il sostanziale non-governo della città (un giudizio, questo, che nemmeno i fans più sfegatati riescono a smentire con qualche fatto) si è accompagnato alla crescita del pervasivo strapotere di un comitato di affari legato a doppio filo al cerchio magico renziano. D’altra parte, basta guardare cosa succede in Campania, o in Sicilia: dove i gruppi dirigenti ex democristiani agitano ora le bandiere del Pd dimenandosi sul carro del vincitore.

Ma il punto non è (per ora) la corruzione:  il punto è quale mai sia la visione del Pd di Renzi. Per ricondursi a qualunque titolo alla famiglia della Sinistra europea, anche nelle versioni più annacquate, il Pd dovrebbe avere una qualunque idea di cambiamento del sistema economico e politico europeo. Di tutto questo non si è visto traccia: perché le uniche posizioni sono semmai di tipo nazionalista, quelle per cui «l’Italia batterà il pugno sul tavolo». E infatti si parla già del Pd come di un ‘partito della Nazione’: un partito-stato che serva a governare meglio l’esistente, non a cambiarlo. Sappiamo che Renzi è contrario ai mostruosi stipendi dei manager pubblici (benissimo!), ma non sappiamo cosa pensi – per dire – del rapporto tra cessione della sovranità statale e genesi della crisi. Al posto di una riflessione politica c’è una serie di trovate. E laddove il premier si è invece espresso con chiarezza – è il caso delle privatizzazioni, o delle mani libere per i costruttori – le sue posizioni sono semmai tipicamente di destra: cioè ultra-mercatiste.

D’altra parte, l’esplicito riferimento al modello di Tony Blair (che oggi possiamo giudicare in sostanziale continuità con l’operato di Margaret Thatcher) chiarisce che la parola «sinistra» non ha davvero più alcun significato, per il Pd: o almeno non ha quello che ha oggi in Grecia, Spagna o Francia. E se guardiamo agli Stati Uniti, il Pd renziano non assomiglia al Partito Democratico, ma semmai ad un partito che assommi il centro dei Democratici a quello dei Repubblicani.

Se a tutto ciò aggiungiamo la dichiarata volontà di riformare la Costituzione in senso anti-rappresentativo e presidenzialista: ebbene, comprendiamo che è insensato accostare la parola ‘sinistra’ al partito di (e questo «di» ha un significato sempre più personalistico) Renzi.

Grande dovrebbe dunque essere lo spazio per una vera sinistra italiana: certo più grande del pur miracoloso risultato della Lista Tsipras. E qui è bene sottolineare che se Renzi ha stravinto in termini relativi (cioè ha stravinto queste elezioni europee), egli non lo ha fatto in termini assoluti: perché il ben più progressista Pd di Veltroni nel 2008 prese quasi un milione di voti in più: 12.095.306 contro 11.203.231. È stata l’astensione massiccia la grande alleata di Renzi, e bisogna comunque notare che circa 1.400.000 cittadini che alle ultime elezioni avevano votato Pd, stavolta non sono andati a votare.

Ecco, è in questi numeri la prospettiva per una sinistra nuova: una sinistra che costruisca la propria agenda sui temi che non possono appartenere alla gigantesca Neo Democrazia Cristiana renzian-montiana che esce da queste elezioni. Penso al grande tema dei beni comuni, all’obiettivo strategico di un’economia civile fondata sulla sostenibilità ambientale e sull’equità sociale, sui volumi zero e sulla redistribuzione degli spazi pubblici (da non alienare). Ad una politica europea che assegni alla Banca Centrale il fine di creare occupazione. All’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza sostanziale e dell’integrazione. O ad un uso del patrimonio culturale, e in generale della cultura, che abbia come fine la liberazione dal totalitarismo della mercificazione e la formazione di cittadini: tutto il contrario del marketing televisivo di Matteo Renzi, antropologicamente allergico ad ogni forma di sapere critico, e convinto che la cultura coincida con l’intrattenimento. In questo, davvero, un berlusconiano nativo.

Una sinistra capace di parlare questa lingua potrebbe contendere i voti al Pd (attraendone anche la minoranza civatiana) e al Movimento Cinque Stelle, che appare sempre più prigioniero della follia suicida dei suoi due guru. Una sinistra che sappia tracciare un cammino realistico e attrattivo: una sinistra che renda falso ciò che ha detto Francesco Tullio Altan (e che purtroppo oggi è vero), e cioè che Renzi è sembrato la cosa più vicina alla possibilità che qualcosa si muovesse. Milioni di italiani hanno votato Renzi per questo motivo, pur tappandosi il naso: e per lo stesso motivo altri milioni non hanno votato. Ora occorre rimboccarsi le maniche e riaprire il cantiere della sinistra italiana: non solo come forza di opposizione, ma come laboratorio per costruire un futuro non più furbo (come prospetta Renzi), ma più giusto. La mail del mio amico Tullio finiva così: «La sfida non è opporsi al modesto cambiamento che ci stanno propinando come epocale, ma rilanciare nel merito per smascherarne i limiti e per proporne uno vero. Ci si può lavorare». Non solo si può: si deve.

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Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/#comments Sat, 25 Jan 2014 10:12:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17881 Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”. Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino […]

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Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”.

Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino a Syriza. Ringraziamo il sito Z Net Italy per averla tradotta e messa on line.

C.J.Polychroniou e Anastasia Giamali: L’ideologia neoliberista afferma che lo Stato è un problema, che la società non esiste e che ciascuno è responsabile del proprio destino. Tuttavia le grandi imprese e i veri ricchi si affidano, come sempre, all’intervento dello Stato per conservare la loro presa sull’economia e per godersi una fetta maggiore della torta economica. Il neoliberismo è un mito, una costruzione ideologica?

Noam Chomsky: Il termine neoliberismo è un po’ fuorviante. Le dottrine non sono né nuove né  liberali. Come dite voi, le grandi società e i ricchi si affidano estesamente a quello che l’economista Dean Baker chiama “lo Stato balia conservatore” che essi a propria volta nutrono. Ciò è vero in modo spettacolare nel caso delle istituzioni finanziarie. Un recente studio del FMI attribuisce i profitti delle grandi banche quasi interamente all’implicita polizza di assicurazione del governo (“troppo grandi per fallire”). Non parliamo soltanto dei salvataggi ampiamente pubblicizzati, ma dell’accesso al denaro a basso costo, e altre condizioni favorevoli determinate dalla garanzia dello Stato. Lo stesso vale per l’economia produttiva. La rivoluzione informatica si è storicamente affidata, per ricerca e sviluppo, a meccanismi statali di approvigionamento. E’ la proscecuzione di uno schema che risale alla prima industrializzazione inglese.

Tuttavia né il “neoliberismo” né la sua versione precedente nota come “liberismo” sono dei miti. Certamente non per le loro vittime. Queste dottrine sono, in misura sostanziale, un “mito” per i ricchi e i potenti, che ideano molti sistemi per proteggersi dalle forze del mercato, ma non per i poveri e i deboli che sono sottoposti alle loro devastazioni.

Che cosa spiega la supremazia del dominio incentrato sul mercato e della finanza in un’era che sta sperimentando la crisi del capitalismo più distruttiva dopo la Grande Depressione?

La spiegazione di fondo è la solita: tutto sta funzionando benissimo per i ricchi e i potenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, decine di milioni sono disoccupati, altri milioni sono usciti distrutti dalla crisi, e i redditi e le condizioni di vita sono in larga misura stagnanti o declinanti. Ma le grandi banche, che sono state responsabili della crisi più recente, sono più grandi e più ricche che mai, i profitti di certe imprese stanno battendo tutti i record, una ricchezza superiore ai sogni di ogni cupidigia si sta accumulando presso quelli che contano. Il sindacato è indebolito da politiche che lo aggrediscono e dalla “crescente insicurezza dei lavoratori”, per prendere a prestito l’espressione usata da Alan Greenspan per spiegare il grandioso successo dell’economia che lui ha gestito quando era ancora “Santo Alan”, forse il più grande economista dopo Adam Smith, prima del collasso della struttura che aveva amministrato, insieme alle sue fondamenta intellettuali. Dunque di che cosa c’è da lamentarsi?

La crescita del capitale finanziario è collegata al declino del tasso di profitto nell’industria e alle nuove opportunità di distribuire in modo diffuso la produzione in luoghi dove la manodopera è più facilmente sfruttata e i limiti al capitale sono ancora più ridotti, mentre i profitti sono distribuiti in luoghi con le aliquote fiscali più basse. Il processo è stato agevolato dagli sviluppi tecnologici, i quali hanno spinto la crescita di un “settore finanziario fuori controllo” che “sta divorando la moderna economia di mercato (cioè l’economia produttiva) dall’interno, proprio come la larva della vespa divora l’ospite in cui è stata deposta”, per mutuare l’espressione suggestiva di Martin Wolf sul Financial Times, forse il corrispondente finanziario più rispettato del mondo di lingua inglese.

A parte ciò, come segnalato, il “dominio mercatocentrico” impone una dura disciplina ai molti, ma i pochi che contano se ne proteggono in modo molto efficace.

Cosa pensi della tesi sul dominio di una élite transnazionale collegata alla fine dello stato nazione, specialmente tenendo conto che chi la propone afferma che questo Nuovo Ordine Mondiale ci dominerebbe già?

C’è qualche verità in questo enunciato, ma non andrebbe esagerata. Le multinazionali continuano a contare sullo Stato per la protezione economica e militare, e anche concretamente per l’innovazione. Le istituzioni internazionali restano largamente sotto il controllo degli stati più potenti e in generale l’ordine globale stato-centrico resta ragionevolmente stabile.

L’Europa si sta approssimando sempre più alla fine del “contratto sociale”. Questo sviluppo ti sorprende?

In un’intervista Mario Draghi ha informato il Wall Street Journal che “il tradizionale contratto sociale del continente” – forse il suo maggiore contributo alla civiltà contemporanea – “è obsoleto” e va smantellato. E lui è uno dei burocrati internazionali che sta facendo il massimo per proteggere quel che ne resta. Il mondo degli affari ha sempre disdegnato il contratto sociale. Ricordate l’euforia della stampa finanziaria quando la caduta del “comunismo” offrì una nuova forza lavoro – istruita, addestrata, sana e persino bionda e con gli occhi azzurri – che poteva essere utilizzata per minare il “lussuoso stile di vita” dei lavoratori occidentali? Non è la conseguenza di forze inesorabili, economiche o d’altro genere, bensì un disegno politico basato sugli interessi di quelli che l’hanno progettato, che è molto più probabile siano banchieri e direttori generali piuttosto che gli addetti alle pulizie dei loro uffici.

Uno dei problemi più grossi che hanno oggi di fronte molti stati del capitalismo avanzato è il fardello del debito, pubblico e privato. Nelle nazioni della periferia dell’eurozona, in particolare, il debito sta avendo effetti sociali catastrofici poiché “è sempre il popolo a pagare”, come hai esplicitamente sostenuto in passato. A beneficio degli attivisti di oggi, spiegheresti in che senso il debito è “un costrutto sociale e ideologico”?

Ci sono molti motivi. Uno è stato colto bene da un’espressione del direttore esecutivo statunitense del FMI, Karen Lissakers, che ha descritto l’istituzione come “il gendarme della comunità del credito”. In un’economia capitalista se tu mi presti dei soldi e io non ti rimborso, il problema è tuo. Non puoi chiedere che siano i miei vicini a pagare il debito. Ma poiché i ricchi e potenti si proteggono dalla disciplina del mercato, le cose vanno diversamente quando una grande banca presta soldi a debitori a rischio, dunque a tassi di interesse e con profitti elevati, e poi questi ultimi non sono in grado di rimborsarli. Allora il “gendarme della comunità del credito” accorre in soccorso, assicurando che il debito sia rimborsato, con la responsabilità trasferita all’intera cittadinanza mediante programmi di aggiustamento strutturale, austerità e politiche simili. Quando ai ricchi non va di pagare quei debiti, possono dichiararli “odiosi”. Una enorme quantità del debito è “odiosa” in questo senso, ma pochi possono appellarsi a istituzioni potenti perché li salvino dai rigori del capitalismo.

C’è una quantità di altri meccanismi. La JPMorgan Chase è stata multata per 13 miliardi di dollari (per la metà fiscalmente deducibili) per quello che può essere considerato un comportamento penalmente rilevante: piani di mutuo fraudolenti.

L’ispettore generale del programma di salvataggio del governo statunitense, Neil Barofksy, ha fatto notare che a quel punto è intervenuto ufficialmente un accordo legislativo: le banche, che erano colpevoli, dovevano essere salvate, e le loro vittime, persone che perdevano la casa, dovevano ricevere una qualche protezione e un sostegno limitato. Come egli stesso spiega, è stata onorata seriamente solo la prima parte dell’accordo, e il piano è diventato un “regalo ai dirigenti di Wall Street”, senza sorpresa per nessuno di quelli che capiscono come funziona il “capitalismo concretamente esistente”.

Nel corso della crisi, i greci sono stati presentati in tutto il mondo come pigri e corrotti evasori fiscali cui piace soltanto manifestare. Questa idea è diventata dominante. Quali sono i meccanismi usati per convincere l’opinione pubblica? Si possono contrastare?

Ritratti come questo sono presentati da quelli che dispongono della ricchezza e del potere per plasmare il dibattito pubblico. La distorsione e l’inganno si possono contrastare soltanto minando il loro potere e creando organi di potere popolare, come per tutti i casi di oppressione.

Quali sono le tue idee su quello che sta succedendo in Grecia, in particolare a proposito delle costanti richieste della “troika” e dell’intransigente desiderio tedesco di promuovere la causa dell’austerità?

Pare che lo scopo ultimo delle richieste tedesche ad Atene, nell’ambito della gestione della crisi del debito, sia la “cattura” di tutto ciò che in Grecia abbia un valore. Alcuni, in Germania, appaiono intenzionati a imporre ai greci condizioni di virtuale schiavitù economica.

E’ piuttosto probabile che il prossimo governo in Grecia sarà un governo della Coalizione della Sinistra Radiale. Quale dovrebbe essere il suo approccio nei confronti dell’Unione Europea e dei creditori della Grecia? Inoltre, un governo di sinistra dovrebbe mostrarsi rassicurante nei confronti dei settori più produttivi della classe capitalista, o dovrebbe adottare un’ideologia operaia tradizionale?

Si tratta di questioni pratiche difficili. Sarebbe facile per me abbozzare ciò che mi piacerebbe accadesse, ma considerata la realtà qualsiasi percorso ha rischi e costi. Anche se io fossi in condizioni di valutarli correttamente – e non lo sono – sarebbe irresponsabile sollecitare una politica senza serie analisi e prove.

Nei tuoi scritti recenti presti una crescente attenzione alla distruzione dell’ambiente. Pensi che sia davvero in gioco la civiltà umana?

Penso sia in gioco una sopravvivenza umana decente. Le prime vittime sono, al solito, i più deboli e i più vulnerabili. Ciò è risultato evidente anche al vertice globale sul cambiamento climatico che si è concluso a Varsavia, con scarsi risultati. Gli storici del futuro – se ce ne sarà uno – osserveranno con stupore lo spettacolo attuale. Alla guida del tentativo di evitare una catastrofe probabile ci sono le cosiddette “società primitive”. O comunque quelle meno ricche. I popoli indigeni nell’America Meridionale e così via in tutto il mondo. Si pensi alla lotta per il salvataggio e la protezione dell’ambiente che ha luogo oggi in Grecia, dove i residenti di Skouries a Chalkidiki stanno opponendo una resistenza eroica sia agli scopi predatori della Eldorado Gold sia alle forze di polizia che sono state mobilitate dallo stato greco a sostegno della multinazionale.

Quelle che guidano entusiasticamente la corsa alla caduta nel precipizio sono le società più ricche e più potenti, come gli Stati Uniti e il Canada. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la razionalità, esclusa la razionalità folle della “democrazia capitalista concretamente esistente”.

Gli Stati Uniti rimangono un impero mondiale e, secondo la tua spiegazione, operano in base al “principio mafioso”, cioè che il padrino non tollera una “disobbedienza impunita”. L’impero statunitense è in declino? In tal caso, questo pone una minaccia maggiore alla pace e alla sicurezza globali?

L’egemonia globale statunitense ha toccato un picco storico senza eguali nel 1945 e da allora è declinata costantemente. Anche se resta ancora molto grande, e anche se il potere sta divenendo più diversificato, non c’è all’orizzonte un vero concorrente. Il tradizionale principio della mafia è sensatamente invocato ma la capacità di metterlo in atto è più limitata. La minaccia alla pace e alla sicurezza è reale. Per fare un esempio, la campagna dei droni del presidente Obama è di gran lunga l’operazione terroristica più vasta e distruttiva attualmente in corso. Gli Stati Uniti e il loro vassallo Israele violano la legge internazionale con assoluta impunità, ad esempio, minacciando di attaccare l’Iran (“tutte le opzioni sono aperte”) in violazione dei principi chiave della Carta dell’ONU. La più recente Revisione della Posizione Statunitense sul Nucleare ha un tono più aggressivo di quelle che l’hanno preceduta, un avvertimento da non ignorare.

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese tu hai sempre detto che il dibattito su uno o due stati è irrilevante.

Il dibattito su uno o due stati è irrilevante perché quella di uno stato non è un’opzione. E’ peggio che irrilevante: è una distrazione dalla realtà.

Le opzioni reali sono o (1) due stati o (2) una prosecuzione di ciò che Israele sta facendo con il sostegno degli Stati Uniti: mantenere Gaza sotto un assedio devastante, separata dalla West Bank, e impossessarsi sistematicamente di ciò che trova di valore nella West Bank integrandolo nel contempo più strettamente a Israele, impossessarsi di aree con non molti palestinesi ed espellere silenziosamente quelli che ci vivono. I contorni sono chiarissimi nei programmi di sviluppo e di  espulsione.

Considerata l’opzione (2) non c’è motivo per cui Israele o gli Stati Uniti debbano acconsentire alla proposta di uno stato unico che non ha neppure sostegno internazionale. Fino a quando non sarà riconosciuta la realtà della situazione in evoluzione, parlare di uno stato unico (lotta per i diritti civili, contro l’apartheid, il “problema demografico”, ecc.) è soltanto un diversivo, che presta implicitamente sostegno all’opzione (2). Questa è la logica essenziale della situazione, piaccia o no.

Hai detto che gli intellettuali d’élite sono quelli che ti mandano più in bestia. 

Gli intellettuali d’élite, per definizione, godono di molti privilegi. I privilegi offrono opzioni e conferiscono responsabilità. I più privilegiati sono in una posizione migliore per ottenere informazioni e per agire in modi che influenzino le decisioni politiche. Ne consegue l’immediata valutazione del loro ruolo.

Penso che le persone dovrebbero essere all’altezza delle loro responsabilità morali elementari. E le responsabilità di chi vive in una società più libera e aperta sono maggiori di quelle di chi può trovarsi a pagare dei costi più alti per la propria onestà e integrità. Se gli intellettuali dell’Unione Sovietica che accettavano di sottomettersi al potere statale potevano almeno invocare come attenuante la paura, i loro omologhi in società più libere e aperte possono appellarsi solo alla codardia.

Ti è piaciuto il documentario a cartoni animati di Michel Gondry ‘Is the Man Who Is Tall Happy?’  (Sottotitolo: “una conversazione a cartoni animati con Noam Chomsky”)?

L’ho visto. Gondry è davvero un grande artista. Il film è realizzato con delicatezza e intelligenza e riesce a cogliere alcune idee importanti in un modo molto semplice e chiaro, anche con tocchi personali che mi sono sembrati molto ben fatti e ponderati.

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Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/ https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/#comments Tue, 17 Sep 2013 12:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15478 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

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goldman

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

(Immagine: Adbusters.)

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.

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La nostra distopia culturale https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/ https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/#comments Wed, 05 Jun 2013 08:53:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14558 Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

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ettore scola-c'eravamo tanto amati (1974)

Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

The year was 2081, and everybody was finally equal.

Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron (1961)

 
I.

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a “Nuovi Argomenti” alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente “schizofrenia” l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà: “Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come ad ‘un altro’, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre ‘a un altro’. Il metafisico ‘altro’ di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare ‘fuori’ ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante” (Schizofrenia italiana, “Nuovi Argomenti”, n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982, pubbl. anche qui).

Ciò che più impressiona è che la cultura abbia svolto nel nostro Paese un ruolo del tutto analogo a quello prefigurato da Vonnegut. Invece di criticare radicalmente la realtà, spiegando chiaramente, ostinatamente e anche crudamente quello che accade, la produzione culturale italiana – quella maggioritaria, certo, e con le dovute eccezioni: ma il discorso non per questo cambia – ha scelto progressivamente di dedicarsi all’acquiescenza, supportando attivamente l’immensa opera di rimozione e negazione che nel frattempo prendeva forma in ogni settore della società.

Il problema riguarda quindi da vicino il tipo di percezione della cultura nel nostro Paese: perché ad ogni taglio (sempre più devastante di quello precedente) imposto ad un singolo settore culturale, non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli ‘addetti ai lavori’: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. Perché negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla cultura si è fatto vivace e a tratti anche serio, ma nella maggior parte dei casi non sembra che ci sia un’idea abbastanza chiara di che cosa in definitiva sia questa “cultura” di cui si parla, e del perché sia così importante (a dire il vero, spesso non sembra che si avverta neanche l’esigenza di averla, un’idea del genere).

La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario nella maggior parte dei casi – con ostilità e fastidio – appannaggio di pochi, privilegio senza neanche le attrattive dei privilegi socialmente desiderabili: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricche-caste-gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine), e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono. La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non “racconta” più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosa stiamo parlando.

II.

Eppure, non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Per dire, è sufficiente che consideriate a tre film come Roma bene (1971) di Carlo Lizzani, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli e Signore e signori, buonanotte (1976) per avere un’idea di come questi autori – questi uomini – si relazionavano con il proprio contesto, e che cosa facevano dei materiali che la realtà (sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata) metteva a loro disposizione. Quei registi – e quegli scrittori, e quegli artisti – riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare.

Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia (Gassman-Bruno ne Il sorpasso che dice a Trintignant-Roberto: “L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella… bel regista Antonioni!”; oppure Elide, la moglie di Gassman-Gianni Perego in C’eravamo tanto amati, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote pre-concettuali, e dunque ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale assenza di comunicazione con il marito, che non l’ha mai amata). Ovviamente, c’è sempre il rischio che questa sia una versione idealizzata e ipersemplificata, ma io non credo: “[Monicelli] fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco ‘autore’ da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile” (Masolino D’Amico, Quell’ultimo sorriso contro la retorica, “La Stampa”, 15 settembre 2012, p. 31).

Il punto è sempre quello: collegare dati, fatti, eventi, personaggi, processi storici, osservarli da vicino e produrre senso (un senso che possa essere condiviso), anche a costo di rinunciare a una fetta di “autorialità” (tutta di facciata, in ogni caso). La narrazione – coinvolgente, efficace, ulcerante, oltraggiosa – è ciò che veicola questo meccanismo. Esattamente ciò che manca, quasi del tutto, nell’Italia di oggi. Risultato: è assente la rappresentazione culturale di un’intera epoca; non esiste racconto per la nostra nuova, terrificante condizione. Quindi, non c’è ancora comprensione diffusa (e del resto, confusione e paura e bisogno di rassicurazione sono gli ingredienti imprescindibili di ogni distopia che si rispetti: ogni forma di controllo sociale si fonda cioè su periodici “due minuti d’odio”, come in 1984).

E qual è questa nostra condizione? Basta considerare con attenzione il linguaggio della distopia italiana (a suo modo, una peculiare variante di Neolingua): per Mario Monti, per esempio, i giovani italiani sono stati ridotti senza mezzi termini negli ultimi anni a “scudi umani”, alla mercé dei diversi corporativismi nazionali. La nostra si configura cioè da tempo come una distopia “generazionale”, in gran parte inedita nella storia occidentale: come ha scritto di recente Nicola Lagioia, “attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.” (E c’è sempre questa idea del sequestro, della costrizione in spazi claustrofobici, che sembra perseguitare e ossessionare come un fantasma attitudinale, sin dal 1978 di Moro e dal 1981 di Alfredino, la nostra società e i suoi testimoni: questo sequestro riguarda i discorsi e le interpretazioni, cioè ancora una volta la cultura, prima ancora che i beni, le risorse, le opportunità). Sono metafore crudeli, ma indubbiamente efficaci – e umilianti.

L’umiliazione collettiva è stata del resto riconosciuta da più parti come un tratto caratteristico, fondante addirittura, per comprendere ciò che è accaduto agli italiani negli ultimi decenni: “un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata” (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, “minima&moralia”, 6 dicembre 2011).

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Mister Bombastium. Sulla vaghezza nel grillismo https://minimaetmoralia.it/interventi/mister-bombastium/ https://minimaetmoralia.it/interventi/mister-bombastium/#comments Fri, 08 Mar 2013 10:26:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13436 Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

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Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Così va per il Movimento 5 Stelle. Sostenitori e avversari lo assaggiano e traggono le più disparate, e talvolta disperate, conclusioni: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è nazista! Beppe Grillo è per la decrescita e dunque per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano, infatti il programma gliel’ha scritto Stiglitz dopo essersi scolato una bottiglia di grappa Nardini! Chi ha ragione? Chi ha torto? Tutti quanti. L’ideologia grillina è come il Bombastium: il suo sapore dipende dal punto di vista. E ce n’è per tutti i gusti.

Questo spiega anche il successo elettorale, che non può essere attribuito ai soli grillini “lecca-matite” delle barzellette. Basta un minimo sforzo di sospensione dell’incredulità, e si troverà nel discorso grillino ciò che si vuole. Il liberista, che avrebbe magari votato Oscar Giannino, trova la denuncia degli sprechi pubblici e dell’iniquo sistema fiscale. Fragola! Il fascista trova una critica del parlamentarismo e un leader carismatico che strabuzza gli occhi. Vaniglia! Il keynesiano trova il reddito di cittadinanza. Pistacchio! L’hacker di Anonymous trova la democrazia digitale. Stracciatella! Il cospirazionista trova le scie chimiche, il signoraggio e tutte le puttanate che ha letto su Internet. Aloe! E l’uomo qualsiasi spera solo in una forte scossa che basterà, forse per magia, a risolvere i problemi dell’Italia. Tiramisù!

Straordinario questo Bombastium. Il famoso venticinque percento di Grillo è prodotto dall’aggregazione di domande politiche molto differenti. Dal grillino duro e puro stile “siamo la gente, il potere ci temono” al giovane startupper milanese, passando per il militante di sinistra che ha perso ogni punto di riferimento: domande apparentemente inconciliabili, forse contraddittorie. Ma è qui che le cose diventano interessanti. Inconciliabili, non c’è dubbio che lo siano nella pratica: d’altronde Grillo stesso non pensava sicuramente a un programma di governo. Ma che siano state conciliate in un discorso politico, questo è già stupefacente. Ed è nell’ordine del discorso che l’operazione grillina è interessante da analizzare.

Grillo gioca in maniera straordinaria sulla vaghezza del proprio messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, abbandonando via via certi temi senza mai ammettere gli errori passati (AIDSmetodo di Bellabiowashballsignoraggio…) così da non tagliare fuori nessuno dei suoi potenziali elettori. Questa cosa si chiama retorica politica, e non l’ha certo inventata il comico genovese. La campagna elettorale di Berlusconi era ugualmente vaga, tra brandelli di liberismo ed echi sovranisti: ricordiamo quando da Santoro rispose evasivamente a una sedicente imprenditrice veneta, lasciando intendere a lei di condividere la sua teoria del complotto e agli altri di essere un convinto europeista.

Il Partito Democratico, da parte sua, ha scelto di essere vago su temi “eticamente sensibili” che rischiano di costituire una linea di separazione al suo interno. Il mediocre risultato elettorale, da questo punto di vista, non dipende dalle qualità del leader: ma dal limite intrinseco di quello che era possibile dire senza rompere il fragile equilibrio su cui era costituita l’unità politica di una compagine destinata a governare con Mario Monti: un “dettaglio” impossibile da nascondere ma piuttosto difficile da integrare in maniera indolore nel discorso politico di un partito di centro-sinistra.

La vaghezza non è un difetto del linguaggio politico, bensì la sua sostanza. Sta poi agli elettori mettere alla prova il discorso vago per orientarne l’interpretazione e gli sbocchi concreti. Oggi l’ideologia pentastellata ha una sola alternativa: lasciarsi mettere alla prova, chiarirsi, precisarsi, e così perdere molti elettori che ha conquistato sulla base di un malinteso; oppure (se ci riesce) restare vaga, ambigua, inoffensiva protesta, e vaffanculo. Il sociologo Ernesto Laclau, nel suo La ragione populista, illustrava bene i meccanismi di aggregazione della domanda politica: e definisce il discorso pubblico come un “significante vuoto” capace di esprimere significati di vario genere e perciò conciliare gli interessi di classi differenti. La politica si gioca nella costruzione di questi significanti vuoti, nell’occupazione degli spazi, in una continua dialettica con altre forze che naturalmente mettono in discussione la vaghezza del discorso concorrente per eroderne il consenso. Se volessimo spartire la nostra gustosa palla di Bombastium tra gli amanti della fragola, quelli della vaniglia e quelli del pistacchio, non avremmo presto più nessuna palla. Ma se ci rivolgiamo indistintamente agli amanti del gelato buono, senza distinzioni tra frutta e crema, dovremmo riuscire a soddisfare tutti. Chi non ama il gelato buono? A parte la casta, voglio dire.

In questo senso il il piano del linguaggio è interamente sovrapponibile all’estensione del consenso, e ogni variazione sul primo si ripercuote sul secondo. Come ha detto Carlo Freccero qualche giorno fa in un dibattito televisivo, “Grillo ha proletarizzato il piccolo imprenditore”. Ha inventato — sul piano simbolico, linguistico, ovvero strategico e sostanzialmente politico — una nuova classe sociale, composta nientemeno che da tutti coloro che si sentono vittime un’ingiustizia. Lo ha chiamato Popolo, proprio come i borghesi francesi nel 1789 parlavano di Nazione per mettere i proletari dalla loro parte contro l’aristocrazia (la casta dell’epoca). Con meno successo, alcuni sedicenti neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con iprecari cognitivi. Lo straordinario successo del nostro Mister Bombastium è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, per un attimo e con la forza fragile d’un vaffanculo, cose che sembrava impossibile tenere assieme. Ma questo attimo non durerà in eterno: via via che la vaghezza si dissiperà, l’elettorato grillino è destinato a sciogliersi — proprio come il Bombastium tra le mani di Zio Paperone.

Resta una domanda: quanto è possibile risparmiare usando una palla di Bombastium invece del normale detersivo? Meditate, gente, meditate.

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Italiano per svedesi https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/ https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/#comments Tue, 19 Feb 2013 09:15:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13145 "L'Expressen", uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l'Italia della vigilia elettorale esaurendo l'argomento in meno di cinquemila battute. All'epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola "condono", sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l'uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l'Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico "veltro" (I Canto dell'Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini "l'uomo della Provvidenza", tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell'ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

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“L’Expressen”, uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l’Italia della vigilia elettorale esaurendo l’argomento in meno di cinquemila battute. All’epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola “condono”, sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l’uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l’Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico “veltro” (I Canto dell’Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell’ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

Per parlare un linguaggio caro al leader del PDL: affidereste la vostra squadra di calcio a un allenatore che continua a farla retrocedere? Noi italiani ci siamo riusciti varie volte. Il che è stato possibile perché Berlusconi ha fatto leva sull’attitudine dominante in chi crede a certi tipi di messia: l’infantilismo. Il Cavaliere ha assicurato che benessere e progresso fossero possibili senza pagare le tasse, lasciando intoccati privilegi e rendite di posizione, e questo solo un bambino può crederlo. Da qui a ritenere che uomini in odor di mafia  fossero eleggibili, che il debito pubblico vivesse nella virtualità, che nel rispetto delle istituzioni internazionali non contasse una politica interna che a volte è sembrata un soggetto di Hieronymus Bosch messo in mano ai fratelli Marx il passo è breve. Infatti l’Italia l’anno scorso ha rischiato il default.

L’uomo chiamato a salvare la situazione (ennesimo inviato della Provvidenza) è stato l’ex presidente della Bocconi, ex international advisor per Goldman Sachs nonché attuale Presidente del Consiglio Mario Monti. Neoliberista caro al Vaticano, Monti è un personaggio singolare per l’Italia. Riesce a conciliare il clericalismo con un severo spirito protestante che lo ha portato a evitare il default a colpi d’austerità. Non è un caso che per criticare Berlusconi, Monti ricorra a suggestioni nordiche (“sembra il pifferaio di Hamelin”), il che è però anche il suo limite. Se per aggiustare i conti una dieta luterana può essere efficace, per la crescita sarebbero necessari un entusiasmo e una forza trasformativa che gli italiani sono poco propensi a riconoscere in chi è troppo fedele al capitalismo finanziario per vedere orizzonti più ampi. Ad esempio immaginando un’Europa che sia dei popoli prima che delle banche.

Il favorito delle prossime elezioni, almeno nei sondaggi, è dunque il Partito Democratico. Il centrosinistra di Bersani ha il merito di aver usato le primarie per dare un volto al suo leader, ha aggirato un’odiosa legge elettorale consentendo alla base di scegliersi i candidati, dunque ha i numeri per proporsi come un vero partito popolare. Secondo gli ottimisti Bersani potrebbe farsi promotore di un’efficiente socialdemocrazia. Peccato che a volte la laicità del suo partito navighi a filo d’acquasantiera e che fino all’altro ieri la sua classe dirigente (in buona parte quella attuale) sia stata tra le più deboli e tristi della sinistra europea. Berlusconi non avrebbe vinto tante volte contro avversari di livello.

Lo spettro che attraversa la penisola è tuttavia quello dell’ingovernabilità. Se il PD vincesse di stretta misura, sarebbe necessaria un’alleanza con Monti. Ma Monti e Sel (gli alleati più a sinistra di Bersani) sono difficilmente compatibili. In tutto questo l’ex comico Beppe Grillo cavalca l’antipolitica giungendo a far sentire il proprio fiato sul collo del PDL e Berlusconi riduce lo svantaggio col PD a ogni nuova apparizione tv. Per l’ennesima volta il pifferaio di Arcore si traveste da salvatore della Patria. Paventa l’inesistente “pericolo comunista” (come se oggi in Francia gridassero al “pericolo Proudhon”), promette l’impossibile (l’abolizione della tassa sulla prima casa senza la quale avremmo fatto la fine della Grecia), blatera di rivoluzioni liberali (come credere un paladino del libero mercato chi nel proprio settore ha lottato per una posizione vicina al monopolio?)

Se questa è la situazione, un partito in grado di non fare troppi disastri sembra dunque il PD con Sel (si vota sempre il meno peggio). Comunque vada, il resto (che è molto più della metà) dovrebbe metterlo la società civile: con una compagine politica alle spalle di una qualche decenza, bisognerebbe agire oltre che sui conti sulle mentalità. Le due cose non sono slegate. Corruzione, populismo, familismo amorale, negazione del merito, scarsa giustizia sociale e pluralismo zoppo – vizi endemici che gli ultimi anni hanno rafforzato – sono ostacoli allo sviluppo che solo una cittadinanza attiva potrebbe ridimensionare. Trasformarsi in un popolo che, portato storicamente a credere all’uomo della Provvidenza, impari a credere in se stesso. Essere la terza economia dell’Eurozona (per quanto in difficoltà) serve a poco se non si prova a diventare anche una grande democrazia.

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Obama, message in a bottle https://minimaetmoralia.it/politica/obama/ https://minimaetmoralia.it/politica/obama/#comments Thu, 17 Jan 2013 14:32:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12459 (Fonte immagine)

Inizia un nuovo anno, e non è detto che debba essere così catastrofico come gli ultimi trascorsi, o come molte previsioni economiche e politiche annunciano. A volte, seppure in mezzo a mille difficoltà, un po’ di ottimismo non guasta; e a ben vedere, un minimo potrebbe anche essere giustificato.

Nello scacchiere internazionale il 2013 si è aperto con la battaglia vinta da Obama in sede parlamentare per quanto riguarda, in scarna sintesi, l’aumento della tassazione del ceto medio-alto statunitense, nel tentativo di evitare il materializzarsi del “fiscal cliff”, lo spettro americano del baratro fiscale che molto somiglia in casa nostra al marchio “spread”, altro termine sconosciuto sino a pochi mesi fa, improvvisamente popolare dopo l’avvento di Mario Monti alla presidenza del Consiglio; il quale, pronunciandosi sul successo politico dell’amico Barack (pare si diano del tu chiamandosi per nome), cinguettava un “finalmente” riferendosi al dimezzamento dello spread causato dalle notizie provenienti dalla Casa Bianca sull’accordo raggiunto. Un dimezzamento che era tra gli obiettivi principali del suo operato al governo nel corso del 2012, arrivato come manna dal cielo per il neocandidato, e dunque immediatamente trasformato in notizia di bassa cucina da propaganda elettorale: è la comunicazione globale, bellezza. Basta un tweet.

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Inizia un nuovo anno, e non è detto che debba essere così catastrofico come gli ultimi trascorsi, o come molte previsioni economiche e politiche annunciano. A volte, seppure in mezzo a mille difficoltà, un po’ di ottimismo non guasta; e a ben vedere, un minimo potrebbe anche essere giustificato.

Nello scacchiere internazionale il 2013 si è aperto con la battaglia vinta da Obama in sede parlamentare per quanto riguarda, in scarna sintesi, l’aumento della tassazione del ceto medio-alto statunitense, nel tentativo di evitare il materializzarsi del “fiscal cliff”, lo spettro americano del baratro fiscale che molto somiglia in casa nostra al marchio “spread”, altro termine sconosciuto sino a pochi mesi fa, improvvisamente popolare dopo l’avvento di Mario Monti alla presidenza del Consiglio; il quale, pronunciandosi sul successo politico dell’amico Barack (pare si diano del tu chiamandosi per nome), cinguettava un “finalmente” riferendosi al dimezzamento dello spread causato dalle notizie provenienti dalla Casa Bianca sull’accordo raggiunto. Un dimezzamento che era tra gli obiettivi principali del suo operato al governo nel corso del 2012, arrivato come manna dal cielo per il neocandidato, e dunque immediatamente trasformato in notizia di bassa cucina da propaganda elettorale: è la comunicazione globale, bellezza. Basta un tweet.

Quello che interessa è che quanto ottenuto da Obama (al lavoro a testa bassa dal giorno dopo la sua rielezione) ci ricorda qualcosa che forse un po’ troppo e in troppi stavamo dimenticando, vale a dire la possibilità di incamminarsi verso la strada di una maggiore equità sociale, e di poterlo fare nella maniera più opportuna. Da quel furbone che è, infatti, mr. Obama ha subito commentato l’approvazione parlamentare ricordando che la sua proposta non deve essere paragonata a quella del nuovo leader francese, il socialista Hollande, che ha visto tornare al mittente l’idea di una superpatrimoniale che prevedeva il 75% di tassazione per i più ricchi (pare sia incostituzionale). La sua, piuttosto, è stata una soluzione ponderata e discussa in Senato e (strenuamente) alla Camera, sino a incassare anche il voto di buona parte dei repubblicani, cosa impensabile soltanto pochi mesi or sono, e praticamente mai verificatasi in precedenza, soprattutto quando negli States vengono tirati in ballo temi-tabù quale quello di una maggiore tassazione fiscale. Eppure si può: questo sembra il messaggio nella bottiglia che dalle fredde acque dell’oceano americano approda sino ai nostri lidi. Ma che aria tira dalle nostre parti?

Vento di elezioni, elezioni che, comunque andranno a finire, segneranno un momento nuovo della turbolenta storia italica. Mai prima era accaduto, infatti, di poter scegliere tra formazioni politiche così in fase di trasformazione, a parte il dinosauro uscito dal cilindro, che de facto non sorprende nessuno. La domanda però rimane sempre la stessa: si riusciranno a migliorare le condizioni del nostro Paese, soprattutto in termini di diritti civili ed equità sociale? Difficile dirlo oggi; il circo della campagna elettorale è appena partito, e tra comici divenuti politici, politici divenuti comici, professori mascherati da tecnici e magistrati appena sbarcati dal Guatemala, grande rimane la confusione sotto al cielo, dalle Dolomiti a Lampedusa. Eppure, anche questo, non è detto che sia un male.

Magari chissà, qualcuno si ricorderà che le persone vengono prima di programmi e alleanze, mentre qualcun altro potrebbe rivendicare, a ragione, che l’Italia non ha nulla da invidiare a nessuno, e che guardando al suo glorioso passato dovrebbe avere le capacità e la costanza di costruire un futuro comune condiviso (condivisibile), basato sui naturali principi del rispetto tra individui. E non si tratta qui della retorica “narrazione collettiva” vendoliana: mi pare che anche un certo Gesù Cristo, bene o male, la pensasse così. E a dirla tutta pure Robin Hood, seppure a modo suo. Il fatto è che in Italia tanti ricchi si nascondono (si vergognano? la vedo dura), mentre in Francia, vista la mal parata, alcuni scelgono l’espatrio dall’amico Putin, scuola KGB, che di certe cose se ne intende. Negli Usa invece tengono a precisare che, seppur in molti non d’accordo, tra i benestanti non si muove nessuno.

Intanto Obama un passo in avanti l’ha fatto, recuperando 600 dei 4.000 miliardi che il Fondo Monetario Internazionale reclama dopo il crollo economico partito proprio dall’America nel 2007, che ha poi contagiato gran parte del mondo occidentale.

Ma la temuta signora bionda, la Christine Lagarde prima donna alla guida del più importante istituto economico del mondo, il giorno dopo la grande euforia ha immediatamente chiamato l’amico Barack, per congratularsi e ricordargli che ora, in breve, brevissimo tempo, deve trovare anche gli altri soldi che mancano. Riusciranno i nostri eroi?… In fondo, a ben pensarci, poco importa.

L’importante è che una luce fioca sembra intravedersi in fondo al tunnel. Visto che i Maya ci hanno graziati, proviamo a seguirla, facendo ciascuno la propria parte. E perché no a godercela anche (chi in qualche modo può), da soli o in compagnia, senza stare sempre lì ad arrovellare mente e cuore sulle nubi minacciose che incombono.

Buon anno.

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Scusate di nuovo https://minimaetmoralia.it/societa/scusate-di-nuovo/ https://minimaetmoralia.it/societa/scusate-di-nuovo/#comments Mon, 14 Jan 2013 09:26:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12452 Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

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Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

Ha trascorso metà della sua vita in quella scuola. Le hanno pure ammazzato due alunni nel cortile. Cinque colpi di P38 mentre gli altri ragazzini uscivano dopo il suono della campanella. Ora singhiozza in un letto ridotta a un ammasso di ossicini e pelle. Pesava 65 chili, l’insegnante… ora va poco più di quaranta. Dosi da cavallo di Oxaliplatino, Streptozocina e dio sa cos’altro l’hanno messa in ginocchio.

Sabato 15 dicembre tra le vie di Taranto s’è andata radunando un botto di gente che urlava il proprio rancore e dolore contro il ragnatelico attacco politico alla città. Altra gente se ne stava sui balconi a bestemmiare. Altri fumavano agli angoli delle strade. Da ste parti ogni tanto arriva una troupe televisiva e si inscena una puntata speciale sulle polveri sottili e i metalli pesanti presenti nell’aria. I conduttori hanno la giacca e la cravatta, le conduttrici il tailleur e le calze velate. La magistratura ha detto in prosa e musica che i signori del vapore hanno rotto il cazzo e si sono mangiati viva la città. Abbiamo mandato a puttane cozze, agnelli, terreni, scogli, gabbie toraciche, arterie e uno dei mari più belli. I governi hanno rotto i coglioni per non rompere i loro scellerati patti con cordate di uomini che farebbero orrore a Howard Phillips Lovecraft e sì che lui ci conviveva, coi magri notturni. La legge, mi hanno insegnato, è posta a tutela dello stato di diritto. Ma ci sono realtà dove la legalità è un cartello di cartone pressato da appendere alle palle di quelli che si beccano il tumore alle vie respiratorie.

L’insegnante di cui prima arriva al pronto soccorso dell’ospedale Nord. Ha una gamba impazzita a causa di una trombosi, la pelle del cranio che le si ritira all’apice del teschio privo di capelli e l’urgenza di una tac e un ecodoppler. Risultato? Decidono di non ricoverarla per mancanza di letti. La gente intanto si accalca davanti alla porta dell’ambulatorio di oncologia. I medici acquartierati dietro porte di lamiera e vetrocemento osservano i fottuti che reclamano una pet, un’ecografia, un appuntamento per la radioterapia interna. Dentro, nella stanza numero otto, un letto di emergenza viene ficcato tra un frigo e un armadietto e l’insegnante viene fatta sdraiare se non altro per omaggiarla dell’attesa al piano meno uno che è stata di sei ore, dalle nove alle tre del pomeriggio. Nella stessa stanza un medico acido e cinico sta spiegando a un uomo con gli occhiali alla Saragat che sua moglie è spacciata e se la può pure portare a casa. Se avrà culo potrà trovare un posto alla cittadella della carità di San Paolo.

Vogliono dissequestrare manufatti realizzati in frode alla legge; vogliono permettere l’attività di un impianto chiuso con sentenza da un’autorità giudicante; un latitante chiede garanzie e un presidente di regione che ha fatto la sua parte nella sozzeria ilviana ha tentato la scalata con le primarie del suo partito. Un sindaco che ha fallito come politico e come pediatra, buono solo a mettere i bastoni tra le ruote ai ragazzi che volevano trasformare il cantiere Maggese in un centro culturale strappandolo agli happy hour dei figli dei primari. Intanto l’insegnante s’è sdraiata e gli infermieri si cacano il cazzo perché perde liquidi a terremoto e il letto sporco dev’essere risistemato. Bottiglie di champagne… si vede passare anche un carrello con delle bottiglie, ma per una sacca di sangue bisogna andare al Santissima Annunziata che dista una ventina di chilometri da lì. Dove sta scritto che una città per qualche migliaio di posti di lavoro si deve calare le brache e deve accettare fiale al veleno più numerose delle fialette puzzolenti a carnevale?

L’insegnante è una vedova il cui marito lavorava nell’acciaieria. Pure il cognato, il nipote e lo scialpo [il balbuziente] del terzo piano lavoravano al siderurgico. ‘Ann muert’ tutte!
Lei prova un po’ di disagio a farsi lavare da un robusto infermiere e poi gli regala venti euro perché si sente in difetto perché s’è ammalata e non se la fida nemmeno ad andare in bagno.

Mario Monti sorride, Clini sorride, Passera sorride e ognuno di loro ha parole di conforto per la città fottuta e a corto di buonumore. Per quanto mi riguarda possono andare a fare in culo tutt’e tre e appress’a loro la torreggiante pletora di portaborse e tirapiedi che si portano dietro.
Insomma per farvela breve l’insegnante riceve il suo buon brodino e una manciata di pillole tutte belle bianche.
Nello sterrato davanti all’ospedale il parcheggiatore abusivo chiede quaccheccose a comodo vostro, dottò!
Niente da fare, bello, sono venuto in pullman!
E via, verso un tour di Paolo VI nord e Paolo VI sud che merita il prezzo del biglietto: 70 centesimi.

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Generazione perduta? https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/ https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/#comments Sun, 23 Sep 2012 06:02:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9572 Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

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Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

Nessun lettore della Bibbia dimentica lo sgomento di Davide davanti a Natan quando rivela: “Tu sei quell’uomo”. Definire “perduta” qualcosa che non soltanto è davanti ai tuoi occhi, ma è destinata a sopravviverti, è un assurdo tentativo di negarne l’esistenza ignoto solo a chi ha bisogno di esperirlo. A nessuno piace rispecchiarsi nelle proprie colpe. In questo caso il bisogno nasce dal fatto che alcuni milioni di italiani sono – agli occhi di chi li ha preceduti – la prova del proprio fallimento.

Ridurre l’Altro a ciò che rivela di noi stessi è tuttavia un ulteriore segno di egoismo, da cui vorrei salvare non solo Monti ma un’intera mentalità. Si potrà cominciare col dire che l’Italia sarebbe crollata molte volte su se stessa se un paio di generazioni non se ne fossero preso carico negli ultimi dieci anni.

Cosa ne sarebbe stato della scuola, dell’università, del mondo della cultura e della comunicazione, della sanità se tanti ventenni, trentenni e ora anche quarantenni, a volte più qualificati dei loro padri, non avessero lottato tra le fiamme impedendone il crollo, in condizioni di pericolo che i padri stessi negavano per l’insensata vergogna di non sperimentarle, col paradosso che questi ultimi svolgevano contemporaneamente il ruolo del piromane e di chi tiene sotto chiave gli estintori?

Ecco allora che la nostra generazione un ruolo storico fondamentale l’ha fino ad ora svolto. Come si fa a definirla perduta? Attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.

Il figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali che, divenuto ministro, conia il termine “bamboccioni”. Il direttore generale della Luiss che consiglia al proprio figlio di abbandonare l’Italia delle vecchie oligarchie senza porsi il problema di farne parte e poi, non contento, scrive un libro in cui invoca a beneficio di se stesso un quarto d’ora supplementare di protagonismo per riparare al danno fatto.  Il barone universitario comunista che non si pone il problema di far lavorare gratis gli assistenti… In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, e non solo un ipertrofico senso di responsabilità ci ha sconsigliato di assassinare i padri, ma anche la gelosia identitaria: assomigliare alla generazione dei Freda e dei Morucci non ci piaceva.

E tuttavia siamo anche infantili, servili, isterici, invidiosi, frustrati, in attesa del primo compratore, costantemente tentati dal “si salvi chi può” dell’8 settembre infinito in cui viviamo. Come potrebbe essere altrimenti? In Linea d’ombra, capolavoro di Joseph Conrad e adeguamento modernista al rito di passaggio, a un giovane ufficiale viene affidato per la prima volta il comando di una nave. Guadagnare il mare aperto, combattendo con le febbri tropicali e poi con la bonaccia, è la missione che il giovane deve portare a termine per ritrovarsi adulto alla fine del romanzo.

Domanda: cosa accadrebbe se al posto di Conrad ci fosse un demiurgo malvagio il quale, da una parte non offrisse al giovane ufficiale il comando della nave, e dall’altra gli rimproverasse di non essere abbastanza adulto? È esattamente l’impasse in cui ci troviamo. E il rischio che corriamo è quello di crederci migliori del demiurgo per il fatto di subire l’ingiustizia.

Gli sfruttati, gli emarginati, i calpestati e gli incompresi devono essere davvero tali (cioè migliori) nella coscienza del mondo futuro, mai ai propri stessi occhi. È questo il pericolo da evitare. Crederci migliori è esattamente la trappola caduti nella quale ci sentiremmo legittimati a fare di quell’infantilismo, servilismo, invidia e opportunismo latenti le armi con cui mandare avanti il secondo tempo della nostra vita. Allora sì, saremmo perduti.

L’uscita guidata da questo labirinto non esiste. Chiamando ancora in causa la letteratura, basti per ora lucidare come lampade due potenti enigmi: al protagonista di Linea d’ombra viene offerto il timone della nave dopo che il vecchio comandante è morto pazzo; Conrad scrisse il romanzo nel 1917, dedicandolo al figlio Boris perso tra i fumi del primo conflitto mondiale, nel ventre di balena in cui altre forze (Altre?) lo avevano depositato.

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