Mario Valentini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-valentini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Jul 2017 21:41:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mario Valentini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-valentini/ 32 32 Quante volte è successa la fine del mondo? https://minimaetmoralia.it/letteratura/quante-volte-successa-la-fine-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quante-volte-successa-la-fine-del-mondo/#respond Thu, 20 Jul 2017 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34859 La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

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La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

Da qui inizia una piccola digressione sulle tangenziali: cosa sono, a che cosa servono, perché sono necessarie. «Le tangenziali – scrive Douglas Adams – sono soluzioni che permettono ad alcuni di sfrecciare molto rapidamente da un punto A a un punto B, mentre certi altri sfrecciano da un punto B a un punto A. La gente che abita nel punto C, a metà tra A e B, spesso si chiede che ci sia di così importante nel punto A da indurre tanta gente a correr lì da B, e cosa ci sia di così importante nel punto B da indurre tanta gente a correr lì da A. Così la gente del punto C finisce per augurarsi che tutti quei corridori decidano una buona volta dove cavolo vogliono stare».

Non a caso Arthur Dent sarà l’unico umano (non proprio l’unico, ma all’inizio sembra essere l’unico) a sopravvivere alla distruzione del Pianeta, salvato da un alieno che Arthur non sospetta proprio sia un alieno, perché da diversi anni è uno dei suoi più intimi amici, compagno di bevute al pub vicino casa.

Ma com’è che avviene, in concreto, la fine del mondo? E gli abitanti della Terra come passano i minuti immediatamente precedenti a tale evento?

I cieli di ogni nazione si riempiono di minuscoli puntini gialli che nel giro di pochi minuti si mostrano per quello che sono: delle enormi astronavi (gialle, appunto, come il bulldozer che per diverse ore, quelle precedenti all’invasione, hanno minacciato la casa di Arthur Dent) di un popolo interstellare chiamato Vogon. «A questo punto- scrive Douglas Adams- sarebbe difficile dire cosa si misero a fare gli abitanti della Terra, perché loro stessi non si rendevano conto di quello che facevano. Nessuna delle reazioni aveva molto senso. Ci fu chi corse dentro la propria casa, chi ne corse fuori, chi si mise a inveire poco rumorosamente contro tutto questo rumore. In ogni parte del mondo le strade delle città si riempirono di gente e le automobili si scontrarono, sopraffatte dall’atroce rumore che investì come una spaventosa onda di marea colline, valli, deserti e oceani, appiattendo apparentemente tutto ciò che incontrava».

Quindi cala un silenzio spettrale e, attraverso degli altoparlanti, i Vogon incominciano a parlare agli umani dicendo cose molto simili a quelle che il funzionario comunale L. Prosser ha detto poco tempo prima, sul punto di radergli al suolo la casa, a Arthur Dent. Infine vengono attivati i raggi di demolizione: “Gli altoparlanti tacquero. Ci fu un terribile, mortale silenzio. Ci fu un terribile, mortale rumore. Ci fu un terribile, mortale silenzio. La Flotta Costruzioni Vogon si defilò nel nero vuoto interstellare”.

Guida galattica per autostoppisti è uno degli esempi più originali di letteratura di fantascienza post-apocalittica anche perché si sospetta non sia affatto un libro di fantascienza né un libro post-apocalittico, ma che sia semplicemente un gran bel romanzo umoristico.

Pubblicato nel 1979 a Londra, la Guida di Adams si fa ammirare per quel suo modo libero e scatenato di unire il viaggio nello spazio al talento comico affastellando storie improbabili e del tutto campate in aria proprio giocando con l’inverosimiglianza delle cose. Ricorda per molti tratti il modo di raccontare di un autore come Kurt Vonnegut, da cui non sono lontane certe paradossali invenzioni narrative né un’intelligente ispirazione ecologistané l’universo morale: Adams si schiera sempre con i personaggi minimi, laterali o eccentrici, diffida profondamente del genere umano e, soprattutto, si fida poco di chi ha del potere da gestire.
La fine del mondo pare arrivi con molto rumore, dunque. Ma subito dopo c’è un gran silenzio.

Quello che viene dopo ancora, dopo il silenzio, che lascia tutti attoniti e pieni di sgomento, l’hanno raccontato in molti. E ce lo ripropone anche Adams:
a) quasi sempre capita che ci siano dei sopravvissuti
e
b) capita anche che sopravvivere non sia poi questa gran fortuna.

Ma per ora lasciamo da parte le vicende dei sopravvissuti, su cuipure ci sarebbe tantissimo da dire, ma non è questo il momento.
Concentriamoci su quando invece dopo un evento apocalittico non c’è rimasto proprio nessuno, come avviene in Cadrà dolce la pioggia, uno dei più bei racconti contenuti in Cronache marziane di Ray Bradbury. Qui gli effetti della catastrofe vengono osservati da un piccolissima porzione di mondo: l’interno di una casa.
Siamo nella cittadina di Allendale, in California, nell’agosto del 2026. C’è una casa automatizzata che a un ben preciso orario si attiva per svolgere questa mansione o quell’altra: preparare i toast per la colazione, irrigare i prati, riempire la vasca per il bagno pomeridiano, far fare le pulizie del pavimento a una folla di topi robotici, leggere le poesie della buonanotte alla padrona di casa, ecc.
Cronache marziane risale ai primi degli anni ‘50.

È un’immaginazione, questa della casa totalmente robotica, per l’epoca in cui scriveva Bradbury molto sfrenata: pura fantascienza, appunto! Oggi, se solo uno avesse voglia e soldi per farsela costruire, forse si potrebbe progettare davvero, esattamente uguale a quella inventata da Bradbury, con le stesse identiche funzioni. La casa di Allendale, dicevo, continua a lavorare ininterrottamente. Prepara colazioni, bagni caldi, pulisce, dà la sveglia. Ma lo fa a vuoto, perché non c’è più nessuno, tutti gli umani sono scomparsi. Solo il cane di famiglia, che era paffuto e ora è uno scheletro, a un certo punto abbaia da fuori. La casa riconosce la precisa tonalità e timbro dell’abbaiare del cane e gli apre. Lo fa entrare. Il cane non sopravvive che pochi minuti. A fine giornata la casa si autodistrugge. Prende fuoco da sola, entrata in cortocircuito per il troppo lavorare a vuoto, e nulla possono i sistemi di autospegnimento perché dopo tanti giorni di utilizzare acqua inutilmente le scorte delle cisterne sono finite. Alla fine del racconto, dunque, anch’essa soccombe e a questo punto la fine del mondo pare essere completa.

La Guida galattica è un libro in cui l’umanità è tenuta in ben poco conto, fa la parte della stupida. Si scopre ad esempio, nel corso del libro, che è segretamente comandata dai topi, che fanno solo finta di essere cavie da laboratorio. È un libro in cui la fine dell’umanità, in fondo, è un fatto di poco conto rispetto alla vastità dell’universo, di cui la Terra come si è detto non è che una lontana periferia di infima importanza.

I racconti di Bradbury sono invece totalmente incentrati sull’uomo, che è dovunque, ne vediamo l’impronta dappertutto, anche quando manca, anche se a essere raccontati sono i marziani. A dispetto del titolo, Cronache marziane è un libro totalmente dedicato all’umanità, da cui pare Ray Bradbury non riesca proprio a prescindere. Perfino i marziani, appunto, anche quando sono totalmente marziani e non hanno mai avuto alcun contatto con l’uomo, sono del tutto simili agli umani.

E agli umani di estrazione medioborghese dei sobborghi di una qualsiasi città anglosassone degli anni ’50, con le sue villette unifamiliari, il suo prato ben rasato e curato, il suo bel giardinetto sul davanti. Non che li ami, Bradbury, questi sobborghi, così almeno sembrerebbe leggendo le sue cronache marziane. Ma non sa (o non vuole) immaginare niente di diverso.

Adams invece sembra voler dire che dell’umanità se ne farebbe a meno volentieri. O forse, più che dell’umanità, si farebbe volentieri a meno di certi suoi prodotti reputati essenziali e che invece sono semplicemente una traccia piuttosto deteriore della presenza dell’uomo sul pianeta: delle tangenziali, prima di tutto. E dei raccordi autostradali. Dei bulldozer gialli, forse anche, e dei soprusi messi in atto dall’autorità statale nei confronti di un povero disgraziato come Arthur Dent. Mentre ciò che sembra assolutamente essenziale, a quanto pare, per l’umanità in generale e per Arthur Dent in particolare, prototipo di uomo qualunque con le sue miserie e le sue sfortune, è un buon vecchio amico con cui bere una birra al pub vicino casa. Che è poi la sua salvezza, di Arthur Dent, perché trattasi appunto di una specie di agente alieno, vissuto in segreto per tanti anni sulla Terra, pronto a salvarlo dalla distruzione del mondo.

Uno dei tratti tipici della letteratura di fantascienza, da quella più popolare a quella più colta, c’è anche da dire, è l’abitudine un po’ zingaresca che hanno i suoi autori di prendere in prestito pezzi di libri precedenti. Di rubacchiare qua e là immagini o situazioni, e di riposizionarle in nuovi contesti narrativi. Le situazioni narrative trasmigrano, anche a distanza di decenni, da un libro a un film a un fumetto, ma quando ti sembra di avere riconosciuto la fonte di ispirazione di un determinato libro che stai leggendo, quando sei certissimo di avere beccato un riferimento che ti sembra evidente, subito ti vengono in mente altre cinque possibili somiglianze. E allora devi ammettere che quello fantascientifico è tutto un unico grande immaginario, o calderone, in cui temi, situazioni, visioni si inabissano e ritornano, si richiamano in continuazione da libro a libro, da film a film. Scompaiono per qualche tempo per poi riapparire inalterati a distanza di molti anni.

La paura che il mondo finisca per via di una guerra nucleare, per dire, non era stata ormai messa da parte definitivamente con la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda? Poi saltano fuori i supermissili di Kim Jong Un e le dichiarazioni di Donald Trump e ti accorgi che no, i temi cari alla fantascienza non finiscono mai. Mai che si possa seppellirli una volta per tutte in cantina per scordarseli lì sotto per sempre. Certi fantasmi non tramontano mai. Presto o tardi ritornano. E siamo ancora qui a parlarne di nuovo, ogni tanto. Ma per fortuna continuiamo a parlare anche d’altro.

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Guardiani del sonno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/guardiani-del-sonno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/guardiani-del-sonno/#comments Mon, 21 Sep 2015 14:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27419 (fonte immagine)

Questo articolo è uscito sul n. 9 della rivista Osservatorio Outsider Art, che ringraziamo.

L’altro giorno, parlando in aula insegnanti della vita che facciamo ogni giorno e sghignazzando, un collega mi ha detto: «Superati i quarant’anni i momenti di convivialità si riducono più o meno a quando vai con gli amici a correre».

Gli ho risposto che io invece gioco a calcetto. Anzi, giocavo. Non ci vado più da sei mesi perché tornavo a casa sempre con le ossa rotte e tutte e due le caviglie gonfie. “Prima o poi mi portano fuori dal campo in barella”, ho pensato una mattina di sei mesi fa, appena sveglio. La sera prima avevo fatto una partita. Ho dunque avvertito i miei compagni di squadra che per un po’ non sarei andato a giocare. Ho detto: «Per sopravvenuti impegni familiari». Improrogabili, ho detto.

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Questo articolo è uscito sul n. 9 della rivista Osservatorio Outsider Art, che ringraziamo.

L’altro giorno, parlando in aula insegnanti della vita che facciamo ogni giorno e sghignazzando, un collega mi ha detto: «Superati i quarant’anni i momenti di convivialità si riducono più o meno a quando vai con gli amici a correre».

Gli ho risposto che io invece gioco a calcetto. Anzi, giocavo. Non ci vado più da sei mesi perché tornavo a casa sempre con le ossa rotte e tutte e due le caviglie gonfie. “Prima o poi mi portano fuori dal campo in barella”, ho pensato una mattina di sei mesi fa, appena sveglio. La sera prima avevo fatto una partita. Ho dunque avvertito i miei compagni di squadra che per un po’ non sarei andato a giocare. Ho detto: «Per sopravvenuti impegni familiari». Improrogabili, ho detto.

Ci sono altre cose, pensavo poi, che succedono superati i quaranta: hai ogni tanto la pretesa di aver capito tutto della vita; se c’è una cosa che non ti va giù e mal sopporti, non ce la fai proprio a trattenerti: ti incazzi, sbraiti e mandi a cagare chiunque; se guardi le date di nascita dei tuoi studenti hai la prova certificata che sei un uomo del secolo scorso; e dunque, di conseguenza, se ti viene in mente un ricordo di quando eri ragazzo, devi constatare che sono passati più di vent’anni. Per lo più stenti a crederci, fai in fretta due conti, provi a imbrogliare le carte, per poi ammettere che è proprio così. Più di vent’anni.

Sono nato e cresciuto a Messina, ci torno spesso a trovare amici e familiari, ma non vivo lì dal 1990. A Giovanni Cammarata non pensavo da un sacco di tempo. Poi, un paio d’anni fa, durante un incontro pubblico dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, ho visto le foto della sua casa di Maregrosso. Un po’ stupito ho appreso che c’erano degli studiosi che parlavano di Giovanni Cammarata come di un artista la cui opera andava salvaguardata. Anche perché, per una serie di atti sciagurati, di quel piccolo edificio posto nella periferia industriale di Messina è rimasta in piedi solo la facciata, tantissime opere sono state distrutte o depredate e il resto della casa è stato raso al suolo per realizzare il parcheggio di un supermercato.

Quando avevo circa sedici anni io e i miei amici non avevamo mai sentito il nome di Giovanni Cammarata. Conoscevamo però benissimo la sua casa e sapevamo che era abitata, curata, lavorata da un tizio che tutti chiamavano ‘il puparo’. Ma non era un vero puparo, veniva chiamato in quel modo perché la sua casa, dentro e fuori, era piena zeppa di figure, sculture, immagini, alcune delle quali di aspetto antropomorfo, da lui costruite con i materiali più disparati.

Messina è una città bella grossa, con più di duecentomila abitanti, però quella casa era una specie di piccola leggenda popolare nota a tutti. Ma proprio tutti. Stava nei racconti di adulti e ragazzi dell’intera città come il bosco o la casa della nonna di Cappuccetto rosso stanno in quelli dei bambini. Pochissimi, forse nessuno, avrebbe mai pensato potesse diventare oggetto di studio per storici dell’arte perché pochissimi allora si erano accorti che Giovanni Cammarata era davvero un artista.

La casa del puparo era per noi solo un posto strano messo su da un tipo strano, vivo, realmente esistente, ma che non ci era mai capitato di vedere in faccia. Forse un mezzo matto o giù di lì, non ne sapevamo granché.

Messina in quegli anni non offriva chissà quali svaghi. C’erano dei pub, le pizzerie in cui andavamo di sera a mangiare e a bere qualche birra. Poi, all’uscita, non si sapeva bene come passare il tempo. Un miscuglio imprudente di alcolici e fumo ogni tanto faceva collassare qualcuno. Si aspettava sul bordo di un marciapiede che gli passassero tachicardia e paranoie. Alcuni amici, un po’ più grandi, avevano già la patente e la macchina, ma la maggior parte andava in giro in vespa o in moto. Se oggi il casco è obbligatorio, allora era quasi sconsigliato indossarlo. Il casco lo metteva, di solito, chi andava a fare rapine.

Eravamo figli di una media borghesia senza grandi patemi. Alcuni di noi avevano dei sogni, che con difficoltà trovavano espressione in una città sonnolenta e, a parte qualche rara eccezione, con pochi sussulti, pochi slanci in avanti, quasi nessuna iniziativa. Per questo molti progettavano di andare via prima possibile. Intanto, seduti su un muretto, si tirava tardi la sera, perdendo un sacco di tempo a chiacchierare. Spesso saltavano fuori racconti di paura, con le solite leggende metropolitane: case infestate dai fantasmi, cimiteri in cui si raccontava che qualcuno fosse andato per sfida e ne era morto di crepacuore, e così via.

Era Sciascia, se ricordo bene, che introducendo un volume curato da Francesca M. Corrao scriveva che in Sicilia, quando era piccolo, ai bambini si raccontavano due tipi di storie: le storie comiche come quelle di Giufà o di San Pietro, che rendevano buono il sangue, e le fiabe, terribili, truculente, piene di figure paurose, che il sangue invece avevano la potenza di renderlo guasto.

La casa del puparo per noi era solamente una specie di leggenda notturna. Del secondo tipo, di quelle che gelano il sangue.

Quando la noia arrivava al culmine, ci si era stancati di fare delle chiacchiere su un muretto ed era passata da un pezzo la mezzanotte, poteva capitare che si prendessero macchine e moto per fare un giro. Lo scopo ufficiale era andare a mangiare i cornetti caldi. Ma, a seconda del ‘forno’ dove si decideva di prenderli, c’erano tutta una serie di possibili tappe accessorie: luoghi panoramici sullo Stretto; piazze deserte in cui mettersi a fare stupidate; la banchina del porto, dove stare a guardare pescatori con i secchi quasi sempre vuoti; case che, appunto, si diceva fossero infestate dagli spiriti e, all’estrema periferia della città, in una zona totalmente isolata, molto mal frequentata, in mezzo a un deserto di capannoni industriali e discariche, ‘la casa del puparo’.

Più di una volta, mi ricordo, siamo andati a visitarla in piena notte, subito dopo esserci fermati a prendere un cornetto di fronte alla sede della Gazzetta del Sud, il maggiore giornale cittadino. La Gazzetta del Sud era proprio un passaggio, una specie di soglia: al di qua una città in qualche modo conosciuta, in cui ti sentivi appaesato; al di là, l’inquieto spaesamento dato da un quartiere quasi del tutto vuoto di presenze umane, nel quale l’unità abitativa prevalente era la ‘baracca’, costruzione abusiva a un solo piano – eredità e traccia sempre viva del terremoto del 1908  – senza allacci fognari, facilmente infestata da topi e scarafaggi, tirata su per lo più con materiali di risulta, comunque ibridi, e sovrastata da un tetto in lamiera o di eternit. E una ‘baracca’ credo fosse anche la casa di Giovanni Cammarata.

Da quelle parti ti sentivi insicuro. Ti sembrava il posto ideale per chissà quali traffici illegali. E in mezzo, ad aggiungere inquietudine a inquietudine, proprio quell’abitazione bizzarra, con esposte all’esterno una sarabanda di figure strane.

La illuminavamo con i fari, scendevamo dalle macchine o dai motorini, ci avvicinavamo a scrutare quelle figure che nella semioscurità ci apparivano misteriose, mentre immaginavamo chissà quale pericolo imminente. Perciò, provato quel po’ di brivido, si andava via in fretta: il pericolo lo volevi sfidare ma non avevi proprio nessuna intenzione di trovartelo davanti.

Di giorno non capitavamo mai da quelle parti, avevamo percorsi totalmente diversi, tutti i nostri giri avvenivano al di qua di quella soglia, nella parte di città in cui ci sentivamo più protetti. All’immagine notturna della leggenda paurosa non siamo mai stati capaci di sostituire quella diurna della generosità.

Oggi invece sappiamo che Cammarata aveva proprio l’intenzione di immettere un po’ di bellezza in un luogo segnato dall’abbandono e dal vuoto urbanistico, di una bruttezza disperante. Pensava di rendere un servizio alla città. Ho letto anche che nell’ultimo periodo della sua vita era andato oltre gli spazi limitati della sua abitazione e aveva incominciato a dipingere scene omeriche sui muri dei capannoni circostanti.

Ma forse quelle figure, quelle immagini, i colori stessi con cui Cammarata decorava la sua casa erano anche sentinelle, messe di guardia a contrastare ogni minaccia. Per quell’uomo che abitava lì dentro noi stessi, senza rendercene conto, eravamo possibili aggressori. Qualcosa di più che un odioso disturbo. In quella terra di nessuno, Cammarata doveva abitarci giorno e notte, a lui non era concessa la fuga. I miei ricordi rispecchiano tutta la crudeltà che la città ha saputo riservargli.

Negli ultimi anni della sua vita, infatti, c’è anche stato chi non si è limitato a guardare la casa, ma è diventato davvero molesto, lanciando petardi, minacciandolo di morte e devastando le sue opere. Lui parlava pubblicamente di queste minacce, facendo capire che non erano disturbi casuali ma vere e proprie intimidazioni. Più che le fantasie persecutorie di un personaggio un po’ strambo oggi quelle dichiarazioni appaiono proprio come puntuali denunce. Evidentemente c’era qualcuno che aveva interesse a minacciarlo, un interesse dovuto al lucro, alla speculazione, di cos’altro poteva trattarsi!

Intanto lui costruiva di giorno quello che, forse, soprattutto di notte gli avrebbe dato un po’ di conforto.

Sembra una specie di destino. Ci sono degli uomini, dall’irriducibile singolarità e capaci di coltivare pienamente le proprie visioni, che prima o poi diventano una specie di bersaglio per ogni tipo di aggressione. Come se la comunità in cui vivono se ne sentisse attratta per risolversi infine a reagire a quell’anomalia colpendo ferocemente per far male.

Chissà se mai si è messo a dialogare con i suoi fantocci. Chissà se, come è successo a Geppetto, magari proprio nel freddo di una serata di pieno inverno, qualche volta uno di quei pupi, esseri immobili e muti, non si sia animato e abbia incominciato a parlargli.

Pensando al buio, alla notte, alla paura, mi viene in mente mia figlia, che ha sei anni. L’altra sera si è fatta coraggio e ha deciso di provare ad addormentarsi da sola leggendo a voce alta qualche storia e guardando le figure dei suoi libri, mentre noi eravamo dall’altra parte della casa. Quando sono andato a vedere se aveva preso sonno l’ho trovata che dormiva, con attorno una vera e propria popolazione di pupazzi. Decine, tutti quelli che possiede, nel letto, a circondarla. Li ho immaginati come una folla di spiriti buoni, guardiani del sonno.

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DDL Scuola: le ragioni del nostro dissenso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ddl-scuola-le-ragioni-del-nostro-dissenso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ddl-scuola-le-ragioni-del-nostro-dissenso/#comments Tue, 23 Jun 2015 05:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27477 Il DdL n. 2994 in discussione al Senato, che tante polemiche ha acceso, se verrà approvato introdurrà molti cambiamenti nella scuola. Vale la pena riassumerli, anche se in modo incompleto: il notevole accentramento di poteri decisionali nella mani del Dirigente Scolastico; la possibilità di aziende private (oltre che di associazioni e realtà territoriali di vario genere) di collaborare molto da vicino con le scuole e di finanziarne (o indirizzarne) parte delle attività; il principio della chiamata diretta di un insegnante da parte dei singoli istituti scolastici; l’assunzione di un certo quantitativo di precari, ma non di tutti quelli che nell’ultimo decennio hanno lavorato nelle scuole; l’introduzione del principio della valutabilità dell’insegnante tramite un premio da attribuire ai più meritevoli. E altro ancora.

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Il DdL n. 2994 in discussione al Senato, che tante polemiche ha acceso, se verrà approvato introdurrà molti cambiamenti nella scuola. Vale la pena riassumerli, anche se in modo incompleto: il notevole accentramento di poteri decisionali nella mani del Dirigente Scolastico; la possibilità di aziende private (oltre che di associazioni e realtà territoriali di vario genere) di collaborare molto da vicino con le scuole e di finanziarne (o indirizzarne) parte delle attività; il principio della chiamata diretta di un insegnante da parte dei singoli istituti scolastici; l’assunzione di un certo quantitativo di precari, ma non di tutti quelli che nell’ultimo decennio hanno lavorato nelle scuole; l’introduzione del principio della valutabilità dell’insegnante tramite un premio da attribuire ai più meritevoli. E altro ancora.

Molta della critica (a favore o contro il DdL) è passata attraverso una serie di riduzioni che con facile gioco sono diventate slogan da lanciarsi contro con ogni mezzo possibile. Temo che questo modo di far valere le proprie ragioni abbia, alla lunga, nuociuto più a quella parte dell’opinione pubblica e di lavoratori della scuola, nella quale personalmente mi colloco, contraria alla riforma. Proprio nel momento in cui il DdL è in discussione in Senato, può forse servire rilanciare la critica alla riforma della scuola, ragionandoci su con calma, senza ridurre a slogan il proprio dissenso.

Proverò a farlo a partire da uno solo dei punti che il DdL tratta: la valutazione dell’insegnante. Da una prospettiva molto parziale, dunque, ma che consente una riflessione sui principi generali cui questa riforma si ispira e soprattutto sulle sue enormi lacune.   

“Sì, però anche l’insegnante va valutato!”

Assieme a una parte di comuni cittadini, diversi uomini delle forze di governo hanno detto: “sì, però anche gli insegnanti vanno valutati!”. E poi: “vogliamo introdurre il principio del merito nella scuola”. E ancora: “stiamo stanziando un bel po’ di fondi per premiare chi merita”. E così via. Alcuni Dirigenti Scolastici: “mi piacerebbe finalmente mandare a casa chi non lavora o lavora male”.

In pochi hanno provato a chiedersi (minima&moralia lo ha fatto riproponendo uno scritto di Bruno Trentin che si può leggere qui) se serve davvero una valutazione fatta così, che esalti il principio del merito premiando con incentivi in denaro o buoni-libro e biglietti per il teatro una ristretta percentuale di insegnanti di una scuola. In pochi hanno chiarito cosa voglia dire davvero valutare un lavoratore (e, nello specifico, un insegnante).

Nessun esponente del Governo ha chiarito a cosa debba servire esattamente la valutazione degli insegnanti. E purtroppo, arrivati ormai quasi alla fine dell’iter legislativo, nessuno ha chiaro come e alla luce di quali criteri, se la legge passerà, avverrà questa valutazione. E soprattutto se ci saranno dei criteri chiari e solidi. Si è discusso su chi valuterà. Ma proverò a chiarire che è inutile decidere chi valuterà gli insegnanti se non si determina prima a quale scopo un docente debba essere valutato, con quali strumenti e alla luce di quali criteri.

Ma d’altra parte più i giorni passano, più il dettato della legge rivela come una gran quantità di questioni, delicate e per nulla secondarie, vengono lì solo accennate per essere rimandate, se la legge verrà approvata, nella sostanza della loro attuabilità, ad altra sede e ad altro momento, lontano dal contraddittorio parlamentare. Solo nell’ultimo periodo, così, l’attenzione degli insegnanti si è focalizzata sugli articoli finali del DdL, che affermano che “il Governo è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della […] legge, uno o più decreti legislativi, al fine di provvedere al riordino, alla semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione, anche in coordinamento con le disposizioni di cui alla presente legge”.

“Una delega in bianco”, si ripete da parte di chi critica la riforma, che senza contraddittorio alcuno, senza più necessità di mediazione con i sindacati e con l’organo nazionale consultivo della scuola, consentirà al Governo di cambiare ulteriormente le regole che disciplinano la scuola italiana. Particolarmente esposto a rischi sembrerebbe, a una lettura veloce e “poco esperta” di questa parte del DdL, il comparto della scuola dell’infanzia. Ma è poi tutta la questione relativa alle nuove assunzioni, alle nuove immissioni in ruolo, al sistema del reclutamento del personale, alla valutazione del periodo di formazione, che potrebbe riservare ai diretti interessati più di una amara sorpresa (pagamento dei percorsi formativi a carico degli insegnanti appena assunti, ad esempio; primi anni di servizio a stipendio ridotto). Quale sarà l’esito definitivo non è dato saperlo. Se la legge verrà approvata non si potrà fare altro che aspettare e sperare nella buona sorte.

Come un insegnante valuta gli studenti 

Per cominciare a ragionare sull’ampio tema che riguarda la valutazione degli insegnanti mi pare utile raccontare ai non addetti ai lavori come un insegnante intende o deve intendere la valutazione di uno studente.  È infatti necessario che tutti abbiano chiaro che per un insegnante la valutazione è uno strumento (e un momento) ben preciso del proprio lavoro, che (almeno sulla carta) non viene lasciato al caso, ma è disciplinato da una gran quantità di indicazioni, regole, procedimenti che proprio quel ministero che oggi va per le spicce inserendo dei premi per gli insegnanti, e che chiama questa pratica dozzinale “valutazione”, non tratta affatto con sufficienza. Anzi: spende carte su carte, parole su parole, circolari su circolari, per indicare come si debba fare e a quale scopo.

Questa attenzione agli scopi, alla solidità dei criteri e alle procedure da seguire valgono per gli studenti. E come mai per i docenti no?  Perché non sono previste, o almeno indicate nelle linee generali, in questa riforma?

Di solito, quando entro in una classe per me nuova, soprattutto se è una classe già formata da anni, una terza media ad esempio, e sono io l’intruso in un contesto consolidato, passo i primi giorni a gettare le basi per quella che sarà la relazione con gli studenti. Mi presento e mi racconto. Induco gli studenti a fare lo stesso. Per lo più utilizzo dei giochi di parole, faccio loro scrivere brevi testi, che poi leggeranno ad alta voce. Tutti i primi mesi sono dedicati soprattutto a lavori di tipo ludico, creativo e espressivo. Osservo gli studenti, come interagiscono con me e tra di loro. Anche loro mi osservano e cercano di capire chi sono, il mio carattere, la mia preparazione, la mia capacità di essere coerente nelle scelte. Contemporaneamente faccio svolgere i cosiddetti test d’ingresso: verifiche che servono a valutare i livelli di preparazione “in entrata”. I test d’ingresso poi vengono corretti e restituiti agli studenti. Si copiano i risultati sui registri. È il primo stigma, il primo marchio dell’anno scolastico impresso sull’alunno.

Quasi sempre i test d’ingresso vanno piuttosto male: gli studenti sono un po’ arrugginiti dalle vacanze estive e soprattutto i test non verificano l’esito di esperienze didattiche fatte insieme in classe ma nozioni pregresse o di tipo generale. Quando restituisco i compiti corretti li vedo sbiancare in viso. Dico loro che non si devono preoccupare, miglioreranno, quei voti non fanno media, avranno modo di dimostrare quel che sono in grado di fare, le verifiche servono solo a capire come e su cosa all’insegnante conviene cominciare a lavorare.

Ma la valutazione iniziale un insegnante accorto non la fa certo basandosi solo sugli esiti di una prova secca, quale un test d’ingresso è. La fa innanzitutto attraverso una serie di esercitazioni che mettano in gioco le più diverse competenze e abilità, attraverso l’osservazione di un modo di lavorare, di muoversi, di stare in classe, di distrarsi o di sintonizzarsi con gli altri. Anche la qualità del lavoro e l’attenzione con cui si è operativi nel corso di un’attività pratica o laboratoriale può, anzi deve, portare a una valutazione.

Per non spezzare il rapporto di fiducia e quel po’ di possibilità di affidamento che nel frattempo si è creato in classe attraverso i lavori di tipo espressivo, nel momento in cui comunico la valutazione dei test d’ingresso dichiaro da subito che la parte che meno mi piace del mio lavoro di professore è proprio quella inerente la valutazione. I voti li devo dare perché mi tocca, ma la mia considerazione nei confronti della persona a cui metto quel voto, dico loro nel modo più chiaro possibile, va ben al di là del voto stesso.

Perché sia chiaro anche ai profani: la valutazione per un insegnante non è una cosa semplice e scontata. Negli studi pedagogici viene a formare quasi un’intera disciplina. È una branca della didattica di proporzioni piuttosto vaste.

E soprattutto non è un fine in sé ma uno strumento asservito a delle finalità altre rispetto alla valutazione stessa. Certo non serve a premiare un merito o a sanzionare un demerito, è qualcosa che va ben al di là del promuovere e del bocciare. È un momento che deve essere inserito all’interno di un processo educativo e formativo continuato negli anni. E le stesse direttive ministeriali che disciplinano la materia rendono esplicita la finalità educativa che essa ricopre e non riescono a eluderne la natura soggettiva e individualizzata.

La valutazione è un momento della relazione tra insegnante e studente e per questo deve per prima cosa servire alla crescita personale dell’alunno, inducendolo quanto più possibile a sviluppare capacità di autoverifica. Ma, dicono le direttive ministeriali, deve servire anche all’insegnante per auto-valutare l’efficacia del proprio lavoro.

I momenti della valutazione, inoltre, nel corso di un anno scolastico, come sanno benissimo anche i genitori, sono molti, perché hanno lo scopo di monitorare il percorso di crescita che lo studente compie nel corso dell’anno scolastico. C’è la valutazione intermedia e quella finale (le cosiddette pagelle). Ma poi quasi tutte le scuole adottano quello che in gergo viene chiamato “pagellino”: un’ulteriore informazione offerta alle famiglie sul percorso dei loro figli a metà quadrimestre. Infine ci sono ancora altri momenti di ricevimento delle famiglie e continui colloqui che avvengono su appuntamento. E poi ci sono i compiti scritti, le valutazioni orali, la valutazione di lavori svolti in assetto laboratoriale, esperienze extra-curricolari (progetti che avvengono al di fuori delle normali ore di lezione) anch’esse soggette a valutazione, ecc.

La valutazione, insomma, è verifica quasi quotidiana: non si risolve in un solo momento, cioè negli scrutini finali.

Se quella di cui abbiamo parlato all’inizio, esemplificata attraverso la pratica del test di ingresso, è un tipo di valutazione che viene detta diagnostica, poiché serve a capire quali sono i bisogni degli studenti e a impostare di conseguenza una programmazione adatta; quello di cui stiamo parlando ora è un altro momento della valutazione, che viene detto formativo. Si fa “in itinere”, nel mezzo del viaggio insomma, e dovrebbe stimolare correttivi e cambiamenti: tanto nello studente quanto nell’insegnante. Essa inoltre non può avere un valore assoluto e generalizzato.

Per alcuni alunni ad esempio si predispongono programmazioni particolari che tengano presenti, via via, le difficoltà nell’uso della lingua (ad esempio per gli studenti di origine straniera), tempi di apprendimento più lenti per le situazioni di svantaggio socio-culturale, programmi fortemente ridotti per situazioni di deficit cognitivo, ecc. Cioè, ancora una volta, si afferma il principio che la valutazione non è una roba secca, da dentro o fuori, da promossi o bocciati, ma una pratica complessa che non può che prevedere numerosissime variabili e una gran quantità di momenti, situazioni e modalità in cui debba avvenire.

All’interno delle proprie programmazioni annuali, inoltre, gli insegnanti sono tenuti, per precisa direttiva ministeriale, a prestare attenzione alla dimensione più collaborativa della vita d’aula, considerano tra i propri criteri di valutazione anche le capacità che hanno gli alunni di costruire assieme pezzi di sapere, la capacità che hanno di aiutare i compagni in difficoltà: l’attitudine a mettere insieme e a fare circolare le esperienze, insomma, affinché lo studio non sia una prestazione (o performance) individuale, ma avvenga attraverso pratiche condivise, nello scambio reciproco.

Nelle Indicazioni nazionali impartite dal ministero agli insegnanti, tra le competenze che la scuola deve essere in grado di certificare come raggiunte dallo studente alla fine del primo ciclo d’istruzione, cioè alla fine della terza media, ricoprono un ruolo significativo anche queste voci: “Lo studente al termine del primo ciclo […] assimila il senso e la necessità del rispetto della convivenza civile. […] Collabora con gli altri per la costruzione del bene comune esprimendo le proprie personali opinioni. […] Si assume le proprie responsabilità e chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede”.

Per “certificare”, è ovvio, bisogna “valutare”: anche questi aspetti meno quantificabili, più sfuggenti.

È il ministero stesso, insomma, che afferma il principio secondo cui la costruzione del sapere, nelle situazioni scolastiche, non è di tipo competitivo ma collaborativo, non è di tipo performativo ma relazionale. E d’altra parte, se c’è qualcosa rispetto a cui negli ultimi anni la scuola è cambiata in senso molto positivo e che, soprattutto nel sud (ad esempio in Sicilia, da dove scrivo), ha fatto mutare profondamente di segno il compito sociale che la scuola deve darsi, in contesti di mafia come i nostri ad esempio, è proprio tutto il lavoro inerente l’educazione alla legalità e la convivenza civile. Da diversi anni a questa parte la scuola è chiamata a educare alla responsabilità partecipata, alla costruzione di regole condivise all’interno delle singole classi. Sono sempre le direttive ministeriali che lo dicono.

È una contraddizione che notiamo solo noi docenti? Prima il ministero dice agli insegnanti che la scuola deve essere il luogo in cui si educa alla partecipazione democratica. E poi progetta una riforma in cui il comando si accentra in mano a pochi soggetti, in cui viene azzerato il potere decisionale degli stessi insegnanti, costringendoli di fatto ad affilare le armi della piaggeria e dell’opportunismo a discapito di quelle della critica consapevole e della partecipazione franca e aperta ai processi decisionali degli istituti in cui lavorano. Perché la scelta di accentuare così tanto la competizione tra pari? Perché allontanarsi così tanto dal principio della condivisione delle responsabilità?

Anche a proposito di dialogo, di confronto, di conflitto, le attuali Indicazioni ministeriali dicono cose ben precise. Alla voce “Comunità educativa, comunità professionale, cittadinanza”, afferma e sancisce: “Ogni scuola vive e opera come comunità in cui cooperano studenti, genitori e docenti. Al suo interno assume particolare rilievo la comunità professionale dei docenti che, valorizzando la libertà, l’iniziativa e la collaborazione di tutti, si impegna a riconoscere al proprio interno le differenti capacità, sensibilità e competenze, a farle agire in sinergia, a negoziare in modo proficuo le diversità e gli eventuali conflitti per costruire un progetto di scuola”.

Non è un paradosso? C’è una riforma che incentiva negli insegnanti valori e stili di comportamento in completa contraddizione con ciò a cui, a quegli stessi insegnanti, chiede di educare e di valutare gli studenti. C’è un Ministero che, nel presentare una nuova riforma, nega se stesso e le proprie stesse Indicazioni nazionali, alla luce delle quali pretende e ha richiesto per anni ai suoi insegnanti di lavorare.

È evidente che, se passerà la riforma, tutta questa parte dovrà essere necessariamente stralciata dalle Indicazioni nazionali. Il ministero, nell’impartire le sue direttive, non potrà più dire che la comunità professionale dei docenti assume particolare rilievo in ogni scuola. Perché non sarà vero. Dirà che il Dirigente Scolastico occupa particolare rilievo. Peccato che, poi, non è certo lui (o lei) che spende l’intero proprio tempo con gli studenti. Particolare rilievo avrà dunque un soggetto che non ha nulla a che fare con la quotidianità del lavoro educativo con i ragazzi. Ma solo con il lavoro di gestione e amministrazione delle risorse, di rappresentanza, di rapporto con le altre istituzioni e con enti extra-scolastici (tra cui anche le aziende private). Non è contraddittorio anche questo? Che si voglia incentivare il merito degli insegnanti sottraendo loro potere e valore? Che si voglia rilanciare l’efficacia della scuola togliendo centralità a chi ogni giorno fa scuola nelle classi? 

Promossi o bocciati

E alla fine c’è il momento fatidico in cui si tirano le somme. Si determina se uno studente ce l’ha fatta oppure no. Ma ce l’ha fatta a far che? A raggiungere i livelli e gli obiettivi che si erano programmati all’inizio: per tutta la classe o solo per lui (se ha quei bisogni speciali di cui si parlava prima). E infatti questa valutazione viene detta, appunto, sommativa. Deve servire a mettere punto, per girare pagina. Chiude il percorso di un anno scolastico e dà degli esiti finali. Anche questa ultima parte, non è mica facile. E non può risolversi in un dentro o fuori secco. E siccome noi insegnanti non siamo né arbitri né allenatori di serie A, che devono vincere delle partite e far contenti gli sponsor, ma educatori, non può che implicare una domanda di fondo, che è poi sempre la stessa: cosa è davvero utile alla formazione e alla crescita del ragazzo? Che fine farà quel ragazzo che stiamo promuovendo o bocciando? Che ne sarà di lui l’anno prossimo e in futuro? Ha le risorse perché una bocciatura possa essere per lui stimolo alla crescita o quella eventuale bocciatura sarà l’ennesima sconfitta da cui (a undici, dodici o tredici anni) a fatica si riprenderà?

Non è questione di rilasciare un sei politico, come troppo facilmente si afferma, è questione di assumersi una responsabilità pesante nel progetto di vita di un ragazzo: bisogna farlo con cognizione di causa, perché hai davanti un minore che ti viene affidato (per dovere costituzionale, come ha ben ricordato il linguista Tullio De Mauro in un articolo che potete leggere qui), prima che dalle famiglie, dallo Stato e dalla comunità per conto dei quali tu, insegnante, compi un servizio.

Cosa vuol dire valutare gli insegnanti

Nelle chiacchiere da Bar Sport, e siamo arrivati al punto centrale del discorso, tanta imprecisione è circolata in questi mesi: sul lavoro degli insegnanti e su cosa sia davvero utile perché lo svolgano al meglio. È un po’ successo quello che sempre accade quando la Nazionale di calcio gioca i mondiali: siccome tutti almeno una volta nella vita hanno giocato a pallone, chiunque si sente in grado di fare l’allenatore e presume di saperla più lunga del C.T.

È chiaro che valutare un insegnante non è la stessa identica cosa che valutare uno studente.

L’insegnante è un lavoratore che pur operando in ambito educativo non sta in relazione con il suo (ipotetico) valutatore all’interno di un rapporto educativo-formativo, ma di tipo professionale. Ed è un laureato abilitato a svolgere quella professione, quasi sempre con molti anni di esperienza, in alcuni casi anche molto specializzato.

Questo lavoratore, inoltre, viene retribuito (certo pochino, ma comunque pagato), e da lui si pretende un certo livello di professionalità e soprattutto dei risultati.

Ma la questione della valutazione, anche nel suo caso, va impostata in modo analogo a quello esposto nel caso degli studenti. Non può che partire dallo stesso presupposto. E cioè: la valutazione non è un fine in sé, ma un mezzo attraverso cui si vogliono ottenere dei risultati altri.

Il vero problema della riforma è proprio questo. Che il legislatore parla di valutazione, parla di premi da dare a chi più merita, indica perfino chi debba essere colui che valuta gli insegnanti, ma senza minimamente porsi l’unica, vera e principale domanda che andrebbe posta: a che serve valutare l’insegnante? Quale fine voglio ottenere? E, di conseguenza, in quale modo è opportuno operare per raggiungere quegli obiettivi?

È infatti dal fine, dall’obiettivo da perseguire che si può poi decidere quale sia il metodo migliore perché, attraverso la valutazione dell’insegnante, si possa raggiungere lo scopo che ci si era prefissi.

Il vero problema è che in questa riforma manca l’individuazione del fine che si vuole ottenere attraverso la valutazione. Da qui nasce una procedura male impostata, destinata a far danno. L’unico fine a cui può servire la valutazione di un insegnante (ma perché poi un insegnante e non un’intera equipe di lavoro, visto che – dicono le stesse Indicazioni ministeriali sopra citate – il lavoro scolastico, la stessa costruzione del sapere si realizza in sinergia, attraverso la collaborazione e la valorizzazione delle diverse attitudini individuali?) è quello di migliorare un servizio. Un servizio offerto (e speso) in un ben preciso contesto di riferimento. Non in astratto, ma in un luogo concreto in cui un professore in carne e ossa lavora con studenti in carne e ossa.

La questione qui comincia a ingarbugliarsi, e chi lavora nella scuola lo sa.

Mi veniva da ridere quando, pochi giorni dopo lo sciopero del 5 maggio, ho sentito per radio parlare di scuola e di riforma un ex-preside di un liceo classico dei Parioli. Mi veniva da ridere perché, ascoltandolo parlare, mi rendevo conto che per me e per lui il lavoro dell’insegnante non è affatto lo stesso lavoro. Io insegno da anni in scuole medie di quartieri popolari ad alta percentuale di: povertà, analfabetismo delle famiglie d’origine, immigrazione e criminalità organizzata. In una grande città del sud. Il mio lavoro di insegnante, se lo intendo realisticamente, e non posso fare altrimenti, prevede percorsi talmente diversi! È proprio un altro lavoro quello che svolgo io e quello che svolgono gli insegnanti del liceo dei Parioli dell’ex preside.

È chiaro che non è su risultati secchi e obiettivamente quantificabili (come quelli che, ad esempio, provano a determinare le ormai ben note prove Invalsi, somministrando la stessa identica prova su tutto il territorio nazionale) che si può valutare un insegnante. Bisogna trovare altri parametri e altri riferimenti. Bisogna che, appunto, la valutazione, anche in questo caso, diventi una pratica complessa che prenda in considerazione una molteplicità di fattori, proprio come si fa con gli alunni. E va fatta su un’osservazione attenta e continuata nel tempo, se no non è una valutazione: è una votazione da talent show da fare con un’alzata di paletta.

Il valutatore, inoltre, dovrà avere competenze certe e una dimestichezza con il lavoro di insegnamento, oltre che strumenti teorici su cui basare la sua valutazione.

Il Disegno di legge, nella sua attuale formulazione, se ho inteso bene, prevede che la valutazione degli insegnanti venga fatta a fine anno scolastico, affidandola a un Comitato per la valutazione dei docenti composto da due docenti e da due rappresentanti dei genitori (oppure, per la scuola superiore, da un genitore e da uno studente). Dovrà essere il Consiglio d’Istituto, che è un organo eletto all’interno della scuola e composto oltre che dal Dirigente Scolastico da rappresentanti degli insegnanti, delle famiglie e del personale non docente della scuola (i cosiddetti “bidelli” o “segretari”) a indicare i componenti del Comitato per la valutazione dei docenti. I quali, dal canto loro, non sono chiamati a fare nient’altro che alzare una paletta e esprimere un gradimento. Certo, motivato. Ma in modo secco, a fine anno, in una sorta di dentro o fuori che si fa una volta sola e poi non ci si pensa più. Attraverso questo gradimento dispenseranno dei premi, degli incentivi, ad alcuni docenti.

Che cosa ha a che fare questa pratica con la valutazione? Nulla, penso di avere a questo punto dimostrato. Aiuterà questa pratica a migliorare la qualità del lavoro degli insegnanti e dunque il servizio che la scuola offre agli studenti e alle famiglie? Ben poco, o forse per niente. Perché valutare e auto-valutarsi non significa ricevere un premio o un incentivo a fine anno, bensì riflettere costantemente sul lavoro svolto, considerandone in modo attento e ponderato i punti di forza e i punti di debolezza, magari anche con l’aiuto esperto e consapevole di qualche soggetto esterno che si accosta al tuo lavoro con intento non certo punitivo o elogiativo ma per affiancarti in un’esperienza di crescita professionale. Per mettere a fuoco gli errori ricorrenti a fronte delle pratiche portate avanti in modo efficace e con successo.

Perché la professionalità (pensate a riflettere sulle vostre stesse, personali esperienze di lavoro, anche in ambito molto distante dalla scuola) non si acquisisce una volta per tutte. Si costruisce pian piano, anche attraverso gli errori, i tentativi andati a vuoto, i successi messi a buon frutto e che ti insegnano qualcosa su come conviene procedere e perché.

E poi, a che serve premiare i meritevoli? Se quelli già lavorano bene, se li premi miglioreranno? E se ce ne sono altri, altrettanto o diversamente meritevoli, che per un accidente del caso (perché non sanno “promuovere” bene se stessi all’esterno, ad esempio) non verranno premiati, non avrai generato frustrazione, disinteresse, rancore in chi magari già di suo lavorava bene e con passione, ma il fatto di non vedere riconosciuti i propri meriti ora disaffeziona?

E infine: premiando i più meritevoli hai fatto qualcosa di concreto e utile per accompagnare in un percorso di crescita professionale, nato da una seria valutazione di punti di forza e di debolezza, chi continua ad arrancare e a faticare nel proprio lavoro, non riuscendo pienamente a trovare il bandolo della matassa? O l’hai solo abbandonato a se stesso non dandogli alcun affiancamento in un processo di messa a fuoco dei propri limiti professionali e delle proprie possibilità di progressione e miglioramento?

E poi, siamo sicuri che la qualità professionale, le buone pratiche di insegnamento, siano imputabili sempre e solo al singolo? Crediamo davvero che esista l’insegnante-vate, il Robin Williams dell’Attimo fuggente, eroe solitario e illuminato, su tutti e contro tutti, capace di ribaltare una classe a prescindere da quel che fanno i colleghi, le famiglie, il personale non docente, perfino il Dirigente?

Il testo della riforma, poi, in effetti prova a chiarire cosa si debba intendere per “meritevole”. Ovvero, quali aspetti del lavoro del docente si intende valutare. E cioè: le capacità didattiche; i risultati a cui si riesce a far giungere gli alunni; il lavoro in più svolto al servizio della scuola (quanto a organizzazione e formazione del personale); la capacità di usare metodologie innovative.

In continuità con i principi di competizione a cui l’intero testo della legge si ispira, manca però tutta la parte relativa al lavoro del docente come azione educativa che avviene grazie a capacità di sinergia e di collaborazione.

Ma la cosa ben peggiore è che risultano indicazioni molto vaghe, che a nulla valgono in assenza di strumenti, seri e ponderati, di verifica e accertamento del lavoro svolto da ogni docente.

Senza questi strumenti seri di verifica, che è abbastanza improponibile possano essere messi in campo dai genitori e dagli studenti di quello che sarà il Comitato per la valutazione dei docenti, l’incentivo al docente rischia troppo facilmente di diventare regalo al docente, magari sempre lo stesso docente, premiato per fini non esattamente o non necessariamente legati a meriti reali.

L’alzata di paletta da talent show, l’indice di gradimento espresso da perfetti incompetenti, rischia così di diventare sopruso, messo in atto arbitrariamente, ai danni degli esclusi.

Ecco perché a molti docenti non piace questo come altri aspetti del Disegno di Legge, perché non prospetta nessuno scenario chiaro, risolutivo.

Siamo contrari, ostinatamente contrari, perché per numerose questioni con cui ci confrontiamo ogni giorno nessuna risposta esso offre. Se non vaghezza e indeterminazione. La valutazione dei docenti è solo una di queste zone fortemente lacunose. E nemmeno la più preoccupante, forse.

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Estate

Faceva un gran caldo. Le vacanze erano iniziate solo per pochi e il traffico cittadino all’ora di punta, dalle sei del pomeriggio alle otto, ingolfava le strade peggio che a Natale. Soprattutto lungo le principali direttrici di accesso o di uscita dalla città. Le automobili si incolonnavano lungo la circonvallazione e l’asfalto, reso torrido dalla lunga giornata di sole, continuava a emanare calore. Alla città, del tutto priva di alberi, nemmeno le ore notturne avrebbero portato sollievo. Nel corso della notte, oltre all’asfalto, anche il cemento avrebbe continuato a rilasciare il calore accumulato durante il giorno: le migliaia e migliaia di metri cubi di cemento armato che per più di una decina di chilometri costituiscono il corpo unico, disteso, tutto uguale e ugualmente desolante della città.

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Pubblichiamo un estratto da Come un sillabario di Mario Valentini, edito da Mesogea. (Fonte immagine)

Estate

Faceva un gran caldo. Le vacanze erano iniziate solo per pochi e il traffico cittadino all’ora di punta, dalle sei del pomeriggio alle otto, ingolfava le strade peggio che a Natale. Soprattutto lungo le principali direttrici di accesso o di uscita dalla città. Le automobili si incolonnavano lungo la circonvallazione e l’asfalto, reso torrido dalla lunga giornata di sole, continuava a emanare calore. Alla città, del tutto priva di alberi, nemmeno le ore notturne avrebbero portato sollievo. Nel corso della notte, oltre all’asfalto, anche il cemento avrebbe continuato a rilasciare il calore accumulato durante il giorno: le migliaia e migliaia di metri cubi di cemento armato che per più di una decina di chilometri costituiscono il corpo unico, disteso, tutto uguale e ugualmente desolante della città.

L’aria, sempre più arroventata, diventava ancora più irrespirabile per i miasmi rilasciati dai cumuli di spazzatura rimasti a imputridire per giorni a ridosso dei marciapiedi. La puzza di immondizia arrivava a zaffate alle narici delle famiglie, uscite a sera in cerca di refrigerio, mentre prendevano un gelato in qualche bar all’aperto. Se un refolo di vento leggero e tenue per caso consegnava alle narici l’odore piacevole dei gelsomini cresciuti a ridosso della cancellata di qualche palazzo, quel refolo veniva come spezzato, inondato subito da una corrente calda, ben più forte e invadente. Ed era il tanfo d’immondizia strabordante dai cassonetti e accumulata da settimane poco più in là.

Una sera, sotto casa mia, qualcuno all’immondizia aveva dato fuoco. Un fumo denso aveva invaso la strada rendendo l’aria irrespirabile. I vigili del fuoco avevano tardato ad arrivare. Qualche abitante del palazzo di fronte era sceso in ciabatte e pantaloncini, a torso nudo, con un secchio d’acqua in mano a rallentare l’espandersi del rogo. Altri erano scesi in fretta con le chiavi in mano per spostare le macchine parcheggiate vicino ai cassonetti e metterle al riparo prima possibile.

Era il 16 luglio, un martedì, ed era stata una giornata di disastri. Il traffico quel giorno lungo la circonvallazione aveva iniziato a ingolfarsi intorno alle due del pomeriggio per via della presenza massiccia di veicoli della ‘scientifica’ all’altezza del ponte sul fiume Oreto. A quell’ora le auto in circolazione non sono molte, e pazienza, il traffico un po’ rallenta ma si passa. Era stato dunque intorno alle quattro, quattro e mezza, mentre la polizia faceva ancora i suoi accertamenti ed era impegnata a recuperare un cadavere, che un ingorgo gigantesco si è sviluppato lungo quella che è l’unica via di accesso (e di uscita) alla città. Un ingorgo durato circa quattro ore, che solo dopo le otto e mezza di sera si sarebbe risolto. Pare che responsabile del gigantesco ingorgo fosse un tale, di trent’anni, che giusto alle due del pomeriggio di quel giorno aveva deciso di farla finita gettandosi dal ponte della circonvallazione, giù, dritto dritto nel greto del torrente che scorre almeno venti metri più sotto. Un volo senza alcuna possibilità di scampo. La polizia era arrivata e aveva chiuso gran parte della carreggiata. Il giorno dopo i giornali avrebbero detto trattarsi di un povero disgraziato che era stato da poco licenziato e che, quando si dice la sfiga, dopo alcuni giorni era stato anche lasciato dalla moglie. Il giornale aveva detto che era una delle tante vittime innocenti della crisi economica.

Era vestito in jeans, maglietta e ciabatte da mare. Nel portafoglio, avrebbe riferito il giornale l’indomani, la polizia aveva trovato un biglietto in cui c’era scritta quest’unica parola: scusate.

Viene da chiedersi, a chi erano rivolte queste scuse? A tutti quelli che nel pomeriggio si erano ritrovati incolonnati per quattro ore nel traffico della circonvallazione, imprigionati nell’abitacolo della propria macchina, magari senza aria condizionata, senza la possibilità di tenere acceso il motore per non sciupare la poca benzina che avevano nel serbatoio, più di trenta gradi sopra lo zero, a bestemmiare non si sa bene contro chi e contro che cosa, a cercare informazioni, provare di capire, sperare che si sbloccasse al più presto la situazione? Ci sono modi più discreti e meno invadenti per uscire di scena, modi che recano meno disturbo alla collettività.

Ci si può ammazzare ad esempio alle tre di notte. Puoi anche scegliere lo stesso ponte sulla circonvallazione se proprio ci tieni, ma evitare di farlo in un’ora di punta. O se proprio è alle due del pomeriggio che ti viene in mente di ammazzarti, se proprio magari è il solleone che ti manda del tutto in fusione il cervello, si può avere almeno un briciolo di lucidità, evitare i luoghi troppo affollati e farlo ad esempio dal balcone di casa propria.

Male che vada blocchi il traffico attorno al tuo isolato. Blocchi niente di più che qualche incrocio di vie. Magari abiti anche in periferia, in una zona in cui il traffico è sempre piuttosto limitato. Si crea una leggera fila di macchine su entrambe le direzioni di marcia, i soliti curiosi che si fermano a dare un’occhiata rallentando lo scorrimento delle automobili, due o tre capannelli di conoscenti del rione che escono dai negozi o dalle portinerie a commentare l’accaduto. Col naso per aria, per capire chi è stato, da quale balcone è venuto giù quel corpo che ora giace a terra. Una roba così, un po’ meno eclatante, che non viene a turbare l’equilibrio già piuttosto compromesso e instabile di una città come Palermo, che è di suo un bel po’ precaria e la cui scadente qualità della vita crea una spessa cappa di infelicità.

Poteva ammazzarsi senza rompere troppo i coglioni al prossimo, insomma.

Ma quel giorno poi pare si fossero messi tutti d’accordo. Perché proprio alle cinque meno un quarto, quando già la carreggiata lato monte della circonvallazione era bloccata per via del suicida ma quando ancora nel senso di marcia opposto il traffico veicolare scorreva fluido e senza impedimenti lungo tutti i circa quindici chilometri del viale Regione Siciliana. Quando insomma metà delle macchine presenti lungo la circonvallazione guardavano dall’altra parte della strada e ringraziavano iddio, se esiste, di avere avuto il gran culo di ritrovarsi nella carreggiata giusta, quella sgombera, in cui il traffico scorreva liscio e tranquillo.

Quando tutti i guidatori lato mare gongolavano per una tale fortunata circostanza, un deficiente, perché non si può chiamare in altro modo che deficiente, che guidava proprio su quella carreggiata, quella giusta, quella sgombera, dopo un sorpasso azzardato fatto ad almeno cento chilometri orari, non si accorgeva che il semaforo pedonale all’altezza di un ampio piazzale in cui di solito sostano molti autobus, piazzale Giotto, era scattato da qualche minuto e una vecchina attraversava la strada. Non si accorgeva che tutte le macchine davanti alla sua erano ferme al semaforo proprio per fare passare la vecchia ed era costretto a piantare una frenata improvvisa nel tentativo (vano) di evitare di andare a falciare l’anziana signora e, perdendo del tutto il controllo della macchina, dopo avere travolto la suddetta ultrasettantenne, si andava a schiantare contro uno dei due guard-rail della strada, ribaltandosi tre volte e finendo quindi la corsa in mezzo alla carreggiata. La vecchia morendo sul colpo, l’autista solo dopo una inutile e disperata corsa all’ospedale.

La stradale arrivava in dieci minuti a verificare l’accaduto e per fare gli opportuni rilievi, due o tre ambulanze raggiungevano il luogo del disastro facendosi largo tra le macchine per portare i dovuti soccorsi, mentre una fila lunghissima di macchine che si andavano incolonnando lungo quest’altra carreggiata bloccava definitivamente il traffico della circonvallazione, da entrambi i sensi di marcia. Senza nessuna possibilità di rimedio.

Io lo so che il caldo fa aumentare i suicidi, provoca l’incremento degli incidenti stradali e spinge la gente ad andare fuori di testa. Ma, porca vacca, tutto quel giorno, e contemporaneamente, doveva capitare? A me in fondo me ne poteva fregare anche poco di quel gigantesco ingorgo che si era sviluppato lungo viale Regione Siciliana: quel giorno avevo deciso sin dall’ora di pranzo di non uscire di casa se non dopo il tramonto, abbassare le serrande e starmene immobile sul divano, bello tranquillo. Ero li che vedevo in televisione una tappa di montagna del Tour de France. Ero anche da solo, cosa che succede di rado, in totale e completo rilassamento. Ma si moriva dal caldo e sudavo. Solo la posizione supina dava un po’ di conforto dalla canicola cittadina.

Ogni tanto andavo a rinfrescarmi la faccia bagnandola con dell’acqua di rubinetto, cercando di abbassare la temperatura corporea che rischiava di farmi andare il cervello in escandescenza, nonostante lo stare immobile e il non fare nulla. Era un benessere che durava non più di qualche minuto, poi il caldo ricominciava a farsi sentire e riprendevo a sudare. Ma intanto la tappa del Tour era finita da un po’ e, nonostante quella terribile calura, ero riuscito in qualche modo ad addormentarmi sul divano. Quando a un certo punto hanno iniziato a squillare tutti i telefoni: il cellulare mio, quello di mia moglie (che lo aveva dimenticato a casa) e il telefono di casa. Era tutta gente rimasta intrappolata nell’ingorgo e che aveva deciso di non farmi più riposare.

Non c’è cosa che più mi manda in bestia. L’essere svegliato nel bel mezzo di un sonnellino pomeridiano. Io che provavo in qualche modo a starmene in santa pace, di resistere al caldo e gli altri che mi coinvolgevano inopinatamente nel loro inferno, tenendomi al telefono per delle ore di fila, così, solo per lamentarsi e per parlare. All’ennesima telefonata non ho resistito più. Mi sono vestito, sono uscito per strada, mi sono messo a camminare senza una meta precisa, una mazza da golf in mano, lo strumento con cui, quando potevo, mi dedicavo al mio sport preferito. Sudavo e bestemmiavo. Era il caldo accumulato in quei giorni che mi scaldava i nervi.

Sono andato a finire proprio lungo la circonvallazione, che distava pochissimo da casa mia. E lì, non so proprio cosa è successo, guardavo quella gente incolonnata per strada, la maggior parte con i motori accesi per fare andare l’aria condizionata, vedevo i fumi neri che salivano dai tubi di scappamento e riscaldavano ancora di più l’aria già arroventata, sentivo suonare i clacson delle macchine in fila. Non lo so bene cosa mi è scattato in testa, ho iniziato a insultare la gente prendendo a calci le macchine e a picchiare violentemente tutto quello che mi capitava sottomano con la mazza da golf, mandando in frantumi parabrezza e finestrini.

Non ho potuto evitare il linciaggio di tutti quelli che dopo il gesto inconsulto di un suicida e il sorpasso avventato di un omicida non sono riusciti a sopportare anche lo sfogo furioso di un pazzo iracondo che si aggirava a piedi per strada.

Mentre sentivo arrivarmi addosso quella gragnuola di calci, pugni e sputi che mi avrebbero mandato all’ospedale, reparto rianimazione, sentivo in lontananza, proveniente dall’autoradio di una macchina che si trovava molte file più in là, una musichina leggera, una canzone aggraziata di molti anni fa, cantata da una voce elegante, quasi languida: ≪odio l’estate, che ha dato il suo profumo ad ogni fiore, l’estate che ha creato il nostro amore, per farmi poi morire di dolor≫.

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Scoprire il Museo Temporaneo Giovanni Bosco https://minimaetmoralia.it/arte/museo-temporaneo-giovanni-bosco-di-castellammare-del-golfo/ https://minimaetmoralia.it/arte/museo-temporaneo-giovanni-bosco-di-castellammare-del-golfo/#comments Sat, 26 Jul 2014 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22403 Quella che segue è la storia di come possa nascere un piccolo museo cittadino dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi che si costituiscono in associazione per prendersi cura delle opere e della memoria di un artista outsider (un emarginato, quasi un clochard) in un piccolo centro urbano della costa siciliana tra Palermo e Trapani. Di come grazie alla loro iniziativa questo emarginato, da una condizione di totale isolamento in cui si trovava, sia stato riconosciuto come uno dei più importanti artisti brut europei degli ultimi anni. Di come le opere di questo artista siano state in questo modo salvate dalla dispersione, rese fruibili e tutelate.

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Quella che segue è la storia di come possa nascere un piccolo museo cittadino dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi che si costituiscono in associazione per prendersi cura delle opere e della memoria di un artista outsider (un emarginato, quasi un clochard) in un piccolo centro urbano della costa siciliana tra Palermo e Trapani. Di come grazie alla loro iniziativa questo emarginato, da una condizione di totale isolamento in cui si trovava, sia stato riconosciuto come uno dei più importanti artisti brut europei degli ultimi anni. Di come le opere di questo artista siano state in questo modo salvate dalla dispersione, rese fruibili e tutelate.

Ma, vista la stagione estiva in cui ci troviamo, con gli ultimi scampoli di lavoro prima di una vacanza un po’ lunga, può anche diventare il suggerimento per una gita fuori porta a chi volesse includere percorsi inediti entro itinerari già noti. O un consiglio al turista che, capitando in Sicilia, dopo le visite ai siti archeologici e storico-artistici che ogni buona guida propone, dopo aver fatto il bagno in uno dei pochi tratti di mare non ancora devastati dell’isola, abbia voglia di scoprire qualcosa che nelle guide non trova posto, e forse non lo troverà mai, venendo così a conoscenza di una bella storia di riscatto individuale e insieme di un significativo esempio di cura e progettazione del territorio – come si usa dire – dal basso.

Il bagno lo potete fare a Scopello: alla riserva dello Zingaro o nelle molte magnifiche calette che si trovano lungo la costa nei pressi dell’antico borgo. Niente pranzo a sacco, suggerisco. Perché fa parte integrante del programma mangiare nei pressi del baglio seicentesco il pane cunzato, cioè condito (di olio, pomodoro, sale, pepe, molte acciughe, caciocavallo), presso un panificio provvisto di una serie di tavolini in mezzo agli ulivi. Pane caldo, appena sfornato, cotto nel forno a legna. Poi, al calar del sole, di ritorno dal mare, quando la temperatura comincia a essere più fresca, fermatevi a Castellammare del Golfo che è lì a due passi, se vi va prendete un gelato o una birra ghiacciata seduti al tavolino in uno dei bar del corso, date una sbirciata al panorama sul golfo e al porticciolo che si trova ai piedi del paese, e andate a visitare questo piccolissimo museo temporaneo intitolato a Giovanni Bosco.

Trattasi non certo del santo, il sacerdote salesiano a tutti noto, ma di un artista illetterato e semianalfabeta che ha passato la gran parte dell’esistenza tra carcere, manicomio e una misera abitazione in cui ha vissuto negli ultimi anni della sua vita.

Da alcuni scritti di Eva di Stefano, che con l’Osservatorio Outsider Art di Palermo ha sostenuto e indirizzato l’azione di questo gruppo di giovani di Castellammare, vengo a conoscere nei dettagli la sua storia.

Nato nel 1948 in un paese che ora è una località turistica ma allora era luogo di povertà e sopraffazione, Giovanni Bosco ha frequentato la scuola fino alla seconda elementare. Poi è andato a lavorare come pastore di pecore per aiutare la famiglia. Ha conosciuto così la dura legge delle campagne siciliane nel secondo dopoguerra, il controllo del territorio da parte della mafia. Aveva nove anni quando gli è morto il padre e, da figlio maggiore, ha dovuto reggere la famiglia inventandosi mille espedienti. A ventidue anni è stato fermato dalla polizia con alcune pecore rubate in macchina. Per discolparsi avrebbe detto che lui non c’entrava niente, aveva il cofano della macchina aperto e quelle pecore erano saltate dentro da sole. Incarcerato prima a Trapani poi a San Benedetto del Tronto, sospettato di essere vicino ad ambienti mafiosi, passerà la detenzione tra continui maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie.

All’uscita dal carcere vivrà per qualche anno lontano dalla Sicilia finché non verrà a sapere che i suoi due fratelli, anch’essi allo sbando, sono stati uccisi con un colpo di pistola alla bocca e uno allo stomaco per una questione di furti d’automobili. Seguono il ricovero in un ospedale psichiatrico e il rientro a Castellamare, dove abiterà in una casa misera e buia vivendo di elemosina. Dice di sé che, non avendo lavoro o professione e non sapendo fare niente di preciso, è dottore di tutto.

Agli inizi del 2000 viene avvicinato da un pittore locale, Giovanni Battista Di Liberti, mentre dipinge per terra, in strada. Riconoscendo un po’ di talento oltre che la condizione di sofferenza e il bisogno di esprimersi con la pittura, Di Liberti lo ospita nel suo studio e gli mette a disposizione materiali per lavorare e qualche rudimento di tecnica. Giovanni Bosco in seguito viene come adottato da un gruppo di studenti del paese, che girano un bel documentario su di lui (si può vedere qui) e iniziano a diffondere la conoscenza dei suoi lavori fondando l’Associazione Outsider Art Giovanni Bosco.

Le didascalie affisse sulle pareti del museo prima che essere guida tecnica per avvicinare l’opera di un artista sono il racconto di un incontro e di una amicizia: “La prima volta che vedemmo Giovanni dipingere lo faceva su se stesso. Dal suo corpo all’asfalto ci è voluto poco. Il traffico era in tilt, i clacson aumentavano d’intensità e solo i motorini sfuggivano al caos creandone altro. Ovviamente tutto questo non intaccava minimamente l’attenzione di Giovanni: al centro della strada, chinato a quattro piedi, con una penna senza punta a decorare una minchicedda. Poco dopo, per le vie del centro, sono apparse le prime tracce. Poco importa che le abbia pensate, le ha fatte. La gente guardava i disegni impressionata, disorientata, e non mancava chi vedeva la presenza della pazzia, chi temeva che Giovanni gli rovinasse il prospetto di casa e chi bestemmiava perché il prospetto era già stato rivisitato. In giro si parla di lui e della sua vita travagliata ed è tuttora facile trovare diverse versioni della sua storia. Siamo andati a trovarlo a casa sua nell’ottobre del 2007. Abbiamo scoperto un mondo parallelo”.

Nel 2009 Giovanni Bosco muore. Ma fa in tempo a capire che c’è qualcuno che considera delle “opere” quelli che lui chiama “disegniceddi” e che considera “arte” quel suo modo di “passarisi lu tempu”. Viene a sapere che è apprezzato anche all’estero, ambizione che non aveva mai sfiorato la sua mente ma che deve avere avuto una certa importanza per lui, abituato fino ad allora ad essere considerato nient’altro che un escluso. È ancora vivo, infatti, quando l’iniziativa dei ragazzi dell’Associazione fa conoscere le opere di Giovanni Bosco ai curatori della Collection de l’Art Brut di Losanna- l’importante istituzione nata negli anni ’70 grazie a Jean Dubuffet – che acquisiscono molte sue opere per l’esposizione permanente del museo. Da allora Bosco viene riconosciuto come uno dei maggiori esponenti dell’art brut contemporanea.

Le sue opere, anche dopo la sua morte e grazie all’associazione che ne porta il nome, vengono fatte conoscere attraverso mostre di rilievo internazionale, la maggiore delle quali, dal titolo Banditi dell’arte (qui le informazioni; e qui una riflessione apparsa su alfabeta2), si è svolta presso il Museo della Halle Saint-Pierre di Parigi tra dicembre del 2012 e gennaio del 2013. Attualmente Giovanni Bosco è uno dei sette artisti provenienti dai cinque diversi continenti inseriti in una nuova esposizione temporanea della Collection de l’Art Brut di Losanna, dal titolo L’Art Brut dans le monde, inaugurata il 6 giugno di quest’anno e visitabile fino al 2 novembre (qui).

Così, mentre a Losanna si inaugurava questa nuova esposizione, i ragazzi dell’associazione di Castellammare mettevano in piedi il piccolo museo a lui intitolato, facendo da soli tutti i lavori e riadattando con pochi mezzi una vecchia casa abbandonata che si trova al numero 3 di Via Giuseppe Garibaldi, il corso principale del paese. È un museo in parte al chiuso e in parte a cielo aperto. Oltre a visitare il piccolo ambiente che ospita le sue opere su carta o su cartoni per pizza o su altri materiali di uso comune, oltre a visionare diversi documenti che lo riguardano, infatti, al museo si può prendere una mappa della città e mettersi a seguire il percorso che conduce alle numerose pitture su muro sparse per le vie della cittadina. Sono dei veri e propri esempi di street art. Come un writer metropolitano, infatti, Giovanni Bosco dipingeva sui muri figure accanto a scritte con pensieri, versi di canzoni, messaggi, date, numeri. E, sotto o accanto, la sua firma.

Sono opere sorprendenti per composizione, capaci di far diventare forza espressiva limiti personali quali l’incertezza del tratto grafico o le zeppe ortografiche proprie di chi riesce a scrivere a mala pena. La parola scritta, le singole lettere anzi, in quanto mal gestite e male apprese, sono importanti in sé, una per una, come elementi pittorici dotati di un loro proprio mistero, di quel potere magico che solo durante l’infanzia la faticosa compitazione delle lettere ancora possiede.

C’è, ogni volta, un aspetto esemplare e paradigmatico nelle vicende riguardanti gli artisti brut o outsider. Uno scarto immaginativo che le loro storie sono capaci di imporre a un’intera collettività, che molto li ha ignorati e rifiutati prima di decidersi ad accoglierli lasciandosi contaminare e trasformare. La comunità di riferimento è costretta a operare, anche controvoglia, quello stesso scarto fantastico che gli artisti outsider sono stati capaci di produrre nelle proprie vite marginali, quando la sofferenza individuale è diventata – spesso di punto in bianco – ostinata e maniacale urgenza espressiva. Anche in questa storia c’è come il riscatto di un mondo agro-pastorale e totalmente dialettale che, inabissatosi, è capace di ripresentarsi nel presente risignificando luoghi e contesti. Ma la storia di Giovanni Bosco è anche qualcosa di più: un affrancamento doloroso da un retroterra mafioso e da un contesto socio-economico segnato dalla sopraffazione violenta, operato scivolando nei territori molto scomodi del disagio esistenziale, nel (relativo) isolamento del matto o del presunto tale, fino a scoprire le forme del tutto personali di un’espressione necessaria. Fino a definire confini e caratteri della propria irriducibile singolarità a cui in qualche modo bisogna dare parola: attraverso una scritta o un segno.

Giovanni Bosco incomincia così a portare in scena nel chiuso di casa propria o sui muri del paese una popolazione immaginata, di cui lui è capopopolo e “puparo”. Dà un nome alle sue figure e le classifica, introducendole nel reale dall’ombra da cui provengono: persone “buone” morte da tempo, che ritrae come grandi cuori dotati di occhi, gambe e braccia; figure tondeggianti con occhi appena riconoscibili, che chiama appunto pupi; “uomini-vipera”, i viparicchi, e “uomini moderni”, le visinicchie moderne (serpentelli moderni). Ma c’è perfino il gusto, ironico e divertito, del gesto irridente, della provocazione nemmeno troppo bonaria. Come quando, così mostra il documentario che ce lo fa conoscere, Bosco aggiusta e decora i manifesti elettorali rifacendo il volto a molti politici che avevano riempito la città di proprie immagini, commentando: “siccome ‘sti politici sù carta, nun sù bboni, allora ci fici un pupu accussì parunu cchiù megghiu” (siccome questi politici sono di carta, non sono buoni, allora ci ho disegnato un pupazzo, così sembrano migliori).

Gli ideatori del museo – che ne sono anche i curatori, i fabbri e i manovali – presentano in questo modo la loro iniziativa, facendo appello agli ancora molto disattenti abitanti della propria città: “Il Museo Temporaneo Giovanni Bosco nasce per rimediare a un’assenza e sollecitare l’attenzione di tutti verso un artista spontaneo e originale, che nonostante condizioni di marginalità e disagio ha saputo esprimere un’umanità universale attraverso simboli semplici e intensi. Il Museo è un invito ad aprire gli occhi e il cuore per riconoscere senza pregiudizi l’arte nascosta degli ultimi, è un modello esemplificativo di ciò che si potrebbe fare per valorizzare una risorsa ancora misconosciuta come la Street Art con cui Bosco ha decorato muri e strade del nostro paese. Il Museo è il risultato di una azione collettiva e dimostrativa di recupero di uno spazio in disuso per trasformarlo in una casa dell’anima, abitata dalle figure e dai personaggi creati da Bosco per la gioia degli occhi e per cacciare via la paura. Lo abbiamo realizzato solo con le nostre mani con amore e per amore. Per mettere a disposizione di tutti una parte delle opere che la nostra Associazione si è impegnata a salvare e a valorizzare. Crediamo nel potenziale attrattivo di queste opere e vogliamo verificarlo sul campo. Non solo una mostra ma un avamposto per un progetto più ampio e partecipato. Dura solo un’estate ma sogna di diventare permanente con la collaborazione di tutti”.

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Patrimonio condiviso, storia condivisa? Ancora su scuola e integrazione https://minimaetmoralia.it/arte/scuola-e-integrazione/ https://minimaetmoralia.it/arte/scuola-e-integrazione/#comments Fri, 27 Jun 2014 15:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21820 di Maria Pia Donato

Nel nostro Paese, “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città, piccole o grandi che siano, nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali che investono insieme lingua, musica, architettura, arti visive, manifatture, cultura alimentare e che entrano nella vita quotidiana. La Costituzione stessa, all’articolo 9, impegna tutti, e dunque in particolare la scuola, nel compito di tutelare questo patrimonio”.

Il brano non è tratto da Istruzioni per l’uso del futuro di Montanari, ma dalle Indicazioni ministeriali del 2012 per la scuola primaria, capitolo su Il senso dell’insegnamento della storia.

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di Maria Pia Donato

Nel nostro Paese, “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città, piccole o grandi che siano, nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali che investono insieme lingua, musica, architettura, arti visive, manifatture, cultura alimentare e che entrano nella vita quotidiana. La Costituzione stessa, all’articolo 9, impegna tutti, e dunque in particolare la scuola, nel compito di tutelare questo patrimonio”.

Il brano non è tratto da Istruzioni per l’uso del futuro di Montanari, ma dalle Indicazioni ministeriali del 2012 per la scuola primaria, capitolo su Il senso dell’insegnamento della storia. Ed è il motivo per cui una storica come me si sente chiamata in causa da uno storico dell’arte come lui, e da un libro dal taglio polemico e politico come il suo, su temi che pure hanno accumulato un’abbondante bibliografia scientifica come cittadinanza e integrazione, la democrazia e il rapporto con il passato e con il patrimonio. E visto che Mario Valentini e Emiliano Sbaraglia, da prospettive diverse, sono appena tornati sulla questione in relazione alla scuola, non è inutile, forse, aggiungere alcune riflessioni dal punto di vista dei contenuti di questa possibile scuola dell’integrazione. Quale passato e quale patrimonio? Quale storia?

Il nesso tra patrimonio e cittadinanza sul quale insiste Montanari, pur non essendo esclusivo appannaggio né del nostro paese né dell’Europa, ha in Italia una particolare pregnanza per motivi storici di lungo periodo, e soprattutto grazie alla Costituzione repubblicana del 1948. Ed è un principio intrinsecamente progressivo, come la democrazia liberale che nasce dal patto costituente all’indomani della guerra di liberazione: presuppone l’uguaglianza di diritto, ma tende anche all’uguaglianza di fatto, ovvero all’ampliamento dei diritti di cittadinanza e all’inclusione sociale.

Ora, in quanto figura della storia, la funzione di cittadinanza che il patrimonio può svolgere si deve necessariamente evolvere. Deve accordarsi alle trasformazioni della società, e diventare strumento di integrazione per generazioni di cittadini che provengono da paesi, culture, storie diverse, mentre fino a qualche decennio fa il problema della cittadinanza democratica poteva in larga misura essere concepito, anche sul piano culturale, come un problema di classe. Per meglio dire, oltre a una questione di inclusione sociale sempre attuale (anzi, vieppiù attuale con l’accrescersi della diseguaglianze, che poi è la distanza che separa chi vive nei centri storici e chi nelle periferie degradate), ce n’è una, urgente, di inclusione etnica e culturale che non sia (un’impossibile) assimilazione.

Scrive Montanari nel capitolo Ius soli che gli stranieri che giungono in Italia possono fluire nella tradizione culturale italiana perché vivono in un territorio nel quale essa si manifesta in uno straordinario palinsesto che la Costituzione ha messo a disposizione di tutti. Sono immersi in una storia alla quale possono appartenere senza rinnegare la propria. A patto, naturalmente, che lo si conosca, e che le istituzioni preposte all’istruzione e alla ricerca non rinuncino alla propria missione.

Le potenzialità ‘creative’ del patrimonio, tanto per l’apprendimento della storia quanto per l’educazione alla cittadinanza attiva sono al centro della riflessione sulla didattica della storia da almeno un decennio[1], e le Indicazioni nazionali attuali ne sono l’esito. Non solo in Italia, per la verità, dato che da tempo la Commissione Europea ha individuato la funzione del patrimonio nella promozione di senso di identità, memoria collettiva e comprensione reciproca all’interno e tra le comunità e ha favorito l’affermazione di un tale approccio nelle politiche educative dei paesi dell’Unione.

Così, una didattica di tipo esplorativo permette (permetterebbe) ai più piccoli di capire il mutamento osservandone le tracce, e al contempo di scoprire le proprie città, le proprie comunità e sentirsene parte. Si potrebbe dire, di costruire la propria identità di cittadini, se, in Italia, la nozione di identità non fosse così carica di implicazioni proprio nella tormentata vicenda dell’insegnamento della storie. Le indicazioni nazionali del 2007 e del 2012, infatti, sono anche il risultato di un opportuno correttivo all’impianto fortemente ideologico introdotto pochi anni prima dalla cosiddetta riforma Moratti, secondo il quale la funzione identitario della storia era enfatizzata in chiave occidentale, cristiana, nazionale e regionalistica tanto da sollevare la viva reazione degli storici[2]. Si è dunque sostituita la nozione di identità con quella di appartenenza, postulando però così l’intrinseca pericolosità della prima e, dunque, mettendo di fatto in secondo piano il problema della cittadinanza interculturale.

La domanda è sempre la stessa: cosa definisce una comunità, la comunità della quale si vuole/deve sentire parte e tutelarne l’eredità, quando questa comunità cambia molto rapidamente?

Montanari dice da storico dell’arte: il patrimonio che si trova nel nostro paese parla una lingua che tutti possono imparare a parlare. In un certo senso ha gioco facile perché può sostenere la coincidenza tra territorio politico e tradizione culturale, perché il patrimonio è quello che fisicamente si trova in Italia e che la rende inconfondibile. Uno ius soli sui generis, insomma.

Ma che storia raccontiamo di questi monumenti e attraverso questo patrimonio? La storia può svolgere una funzione identitaria al plurale e farlo attraverso il patrimonio? Per dirla brutalmente, se è per scoprire l’innato genio italiano di fronte a Leonardo, o le radici cattoliche della nostra società di fronte a una pala d’altare, meglio stare in classe.

Il problema, preciso, non si pone davvero per la storiografia scientifica. Per quanto la ricerca nostrana si concentri di preferenza sulla storia italiana, e non abbia una gran tradizione di storia interconnessa, transnazionale o globale, negli ultimi decenni, come altrove, si è impegnata a restituire la pluralità di intrecci, gli scambi, i meticciamenti della storia ‘nazionale’, nonché la violenza reale e simbolica dispiegata nel tempo per occultarli o impedirli. Ed è anche vero che la riflessione pedagogica degli storici non evita di interrogarsi sulle sfide della società multietnica e del mondo globalizzato, almeno come orizzonte problematico.

Nondimeno, la lista degli ostacoli che si frappongono a un tale progetto culturale e civile è lunga, a partire dalla tanto banale quanto micidiale riduzione delle ore d’istruzione e ritorno al maestro unico della Gelmini. È bene elencarne alcuni, perché il diavolo si nasconde nei dettagli, e in Italia ciò prende abitualmente la forma di iato tra enunciazioni e realtà.

Intanto, l’insistenza delle Indicazioni nazionali su un approccio universalistico piuttosto che interconnesso; in secondo luogo, una scansione cronologico-sequenziale inefficace (dalla III classe elementare alla V: dall’ominazione alla caduta dell’impero romano) che lascia poco spazio per una tal riflessione sulla storia plurale d’Italia attraverso la scoperta delle tracce materiali del passato. Soprattutto, i docenti dovrebbero essere in grado di fare quel che si chiede loro. E purtroppo si può legittimamente dubitare che le università forniscano la preparazione storica iniziale che si presuppone nella Indicazioni nazionali. Tralasciamo che nella stragrande maggioranza dei corsi di Scienze della formazione primaria non è prevista neanche un’ora di storia dell’arte, e ancora, si dovrebbe chiedersi di che storia dell’arte parliamo. Ha ragione Montanari quando dice che la scuola primaria riesce a trasmettere conoscenze e curiosità per la lettura contestuale delle opere del passato, poi dilapidato alle superiori. Ma temo che sia un po’ ottimista, nonostante le eccellenze (fanno autorità l’Emilia Romagna con il Centro internazionale di didattica della storia, e la Lombardia con l’associazione Clio92 e la Storiainrete).

Mancano poi strumenti didattici alla portata di tutti. A parte alcuni interessanti contributi[3], la manualistica finisce per essere ben tradizionale nell’organizzazione dei contenuti. La progettazione di curricoli di storia originali e ricchi è un’operazione molto complessa, come sanno tutti gli insegnanti che si sforzano di fare al meglio il proprio lavoro. Né mi pare esistano ancora pubblicazioni che guidino con facilità e concretezza la scoperta del patrimonio in chiave interculturale, fatta salva l’attività dei servizi didattici museali più dinamici e delle associazioni più attente ma molto disparatamente presenti sul territorio.

Temo quindi che fino a che la ricerca storica e storico-artistica non accetta di ‘sporcarsi le mani’ e fare della riscrittura della storia del patrimonio una priorità, un tema esplicito e collettivo a tutti i livelli del confronto specialistico e pubblico, non si potrà farne la leva di una storia plurale e condivisa. È un invito che una storica come rivolge a uno storico dell’arte come lui, e non solo a lui.

 


[1] A. Bortolotti, M. Calidoni, S. Mascheroni, I. Mattozzi, Per l’educazione al patrimonio culturale. 22 tesi, Milano, Franco Angeli, 2008; B. Borghi, C. Venturoli (a cura di). Patrimoni culturali tra storia e futuro, Bologna, Patron, 2009.

[2] A. Brusa, L. Cajani (a cura di), La storia è di tutti, Roma, Carocci, 2008.

[3] Per esempio L. Landi, Di chi è questa storia? Proposte didattiche per le classi multiculturali, Roma, Carocci, 2010; E. Perillo, Le storie d’Italia nel curricolo verticale. Dal paleolitico ad oggi, Castel Guelfo, Cenacchi, 2011.

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La legge di cittadinanza applicata ai miei studenti https://minimaetmoralia.it/interventi/ius-soli/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ius-soli/#comments Wed, 18 Jun 2014 13:35:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21588 Alla fine di quest’anno per me disgraziato, in cui mi è sembrato di avere cambiato mestiere, ho fatto un conto.

Il mestiere che ho svolto quest’anno, pur essendo insegnante di ruolo nella scuola media inferiore, è più simile al pony-express o al rappresentante di detersivi: sempre in macchina, sempre di corsa, a fare la spola da un capo all’altro della città per raggiungere le tre scuole in cui l’USP di Palermo mi ha mandato a insegnare. E tutte scuole poste in contesti piuttosto difficili, tra il mercato di Ballarò e il quartiere Zisa-Noce.

Me la sono cavata alla meno peggio, riuscendo a sopravvivere a giornate in cui alle otto di mattina ero a fare lezione nella prima scuola, alle undici nella seconda, alle due mezza del pomeriggio ero a un consiglio di classe nella terza e alle quattro e mezza ero di nuovo nella prima scuola per un collegio dei docenti. Diciamo che, ecco, sono riuscito più o meno a garantire la presenza in aula o negli organi collegiali. Se poi abbia potuto prestare un buon servizio agli studenti e alla stessa istituzione che ha avuto la felice idea di sbattermi a destra e a sinistra per tutto l’anno, su questo qualche dubbio ce l’ho!

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Alla fine di quest’anno per me disgraziato, in cui mi è sembrato di avere cambiato mestiere, ho fatto un conto.

Il mestiere che ho svolto quest’anno, pur essendo insegnante di ruolo nella scuola media inferiore, è più simile al pony-express o al rappresentante di detersivi: sempre in macchina, sempre di corsa, a fare la spola da un capo all’altro della città per raggiungere le tre scuole in cui l’USP di Palermo mi ha mandato a insegnare. E tutte scuole poste in contesti piuttosto difficili, tra il mercato di Ballarò e il quartiere Zisa-Noce.

Me la sono cavata alla meno peggio, riuscendo a sopravvivere a giornate in cui alle otto di mattina ero a fare lezione nella prima scuola, alle undici nella seconda, alle due mezza del pomeriggio ero a un consiglio di classe nella terza e alle quattro e mezza ero di nuovo nella prima scuola per un collegio dei docenti. Diciamo che, ecco, sono riuscito più o meno a garantire la presenza in aula o negli organi collegiali. Se poi abbia potuto prestare un buon servizio agli studenti e alla stessa istituzione che ha avuto la felice idea di sbattermi a destra e a sinistra per tutto l’anno, su questo qualche dubbio ce l’ho!

E comunque il conto che ho fatto è il seguente: degli studenti di cui sono stato insegnante quest’anno, circa il 10% è di origine straniera. Un numero considerevole.

Nei mesi passati si sono potuti leggere timidi cenni di un dibattito sulla legge di cittadinanza in cui veniva sollevata la proposta di abbandonare l’attuale impostazione legata allo ius sanguinis per varare una nuova legge impostata sul principio dello ius soli. Come risposta abbiamo ascoltato una caterva di insulti da parte di esponenti politici, tutti per lo più settentrionali, indirizzati soprattutto contro un ministro di colore dello scorso governo. Io intanto chiedevo agli studenti stranieri delle mie classi il maggior numero di notizie sul loro luogo di nascita, sulla loro storia familiare, sugli spostamenti dei loro genitori e dell’intera famiglia. Non perché volevo farmi gli affari altrui ma perché volevo capire come i miei studenti fossero messi riguardo alla possibilità di accedere alla cittadinanza italiana. E siccome gli studenti a cui insegno mi stanno a cuore, mi è venuta curiosità di sapere se, dopo tutta questa fatica, dopo le ore, i mesi, gli anni che ho fatto loro passare a studiare libri italiani che parlano della letteratura e della lingua italiana, durante lezioni che si svolgono totalmente in italiano, facendo loro studiare la Storia e la Geografia da una prospettiva fondamentalmente incentrata su un punto di vista italiano, volevo capire chi di loro potrà ottenere la cittadinanza italiana. E ho capito che la legge non garantirà a ciascuno di loro la cittadinanza del paese in cui sono cresciuti e di cui hanno condiviso tutto.

Tra i miei studenti ci sono ad esempio Giovanna e Amina. La prima è una ragazzina di dodici anni la cui famiglia proviene dallo Sri Lanka. Nata in Italia, frequenta la seconda media. I genitori hanno deciso di metterle un nome italiano e lei mi ha detto che da grande vorrebbe lavorare nell’esercito (italiano). Contenta lei! È una delle tre studentesse più brave della classe, tutti nove in pagella. La seconda ha madre e padre del Marocco. Anche lei è nata in Italia. Prima media. Lei della sua classe è la più brava in assoluto. Tutti nove anche lei. La legge dice che queste due studentesse potranno chiedere la cittadinanza italiana non appena avranno compiuto diciotto anni ma entro e non oltre un anno da quella data, e solo se in Italia “vi abbiano risieduto legalmente e senza interruzione fino alla maggiore età”. Io non lo so se questi due requisiti ce li abbiano. E se in un primo periodo la presenza in Italia, loro e dei genitori, fosse stata non legale? Non ne avranno diritto. E se a un certo punto fossero costrette a passare, per imponderabili sfighe della vita, che so, una malattia dei genitori per esempio, un anno o sei mesi nel paese d’origine, affidate ai loro parenti, interrompendo per motivi indipendenti dalla loro volontà la continuità del loro status di residenti, per riuscire a tornare in Italia solo qualche tempo dopo, riprendendo la stessa vita di prima? È sensato che decada il loro diritto? Questa breve assenza può corrompe a tal punto la loro italica identità?

Una di queste studentesse mi ha anche raccontato che, oltre a tre fratelli e sorelle più piccoli, ha un fratello molto più grande di lei, maggiorenne, che non è nato in Italia ma nello Sri Lanka. Come si comporta la legge nei confronti di questo fratello? Se ho ben capito, non gli concederà la cittadinanza. Stessa educazione, stessa famiglia, stesse scuole, stessa vita spesa nell’identico luogo e, come unica discriminante o differenza, la data e il luogo di nascita. Vi sembra, obiettivamente, un criterio sensato?

Questo fratello, mi ha raccontato Giovanna, abita in una città del nord Italia. Non si vedono da tre anni perché la famiglia non ha i soldi per andare a trovarlo e lui è meglio che non si muova. Ha perso il lavoro e gli è scaduto il permesso di soggiorno. Dice la legge che dovrebbe essere rimpatriato nello Sri Lanka, un paese dove non ha mai vissuto e che non conosce, mentre l’intera sua famiglia si trova qui e i suoi fratelli, verosimilmente, fra un po’ di anni diventeranno cittadini italiani.

Per avere le idee più chiare sulla legge n.91 del 1992 e la sua concreta applicazione ho chiamato un mio amico. Fa l’avvocato e si occupa proprio di immigrazione, di cittadinanza, di stranieri in Italia. Mi ha chiarito diversi dubbi oltre a raccontarmi alcune storie davvero assurde. E mi ha confermato nella convinzione che l’attuale legge di cittadinanza è ingiusta e contraddittoria, basata su una serie di princìpi che mi sembrano – come dire? – un po’ puerili. Grazie anche al suo aiuto potrei provare ad affrontare, qui, i criteri generali della legge e una serie più ampia di casi. Ma non è questo che, al momento, mi interessa di più.

Preferisco attenermi alla prospettiva limitata che la casistica dei miei studenti presenta, pur sapendo che riguarda solo una minima parte delle possibili esperienze che la legge regola e dei destini di vita su cui decide. Preferisco dare corpo e carne all’astrazione della legge, provando a leggere gli effetti concreti che essa può avere su persone che vedo tutti i giorni. Mi interessa partire da loro, in prima persona, i miei studenti, persone che conosco benissimo e verso cui, oltre a volergli bene, ho un obbligo personale dato dalla mia professione: di indirizzo, orientamento e formazione. Ho una responsabilità.

Confrontiamo dunque il caso di Giovanna e Amina con quello di altri tre studenti: Richard e Fred, provenienti dalle Mauritius; e Rajan, anch’egli dello Sri Lanka. Loro sono arrivati in Italia tra i due e gli otto anni. Hanno fatto lo stesso identico percorso delle due loro compagne. Hanno frequentato le scuole italiane, chi fin dall’asilo chi dalla scuola elementare, in modo continuativo e con assiduità. Anche il loro profitto è abbastanza soddisfacente e la loro integrazione nella società italiana completa, favorita anche dal fatto di essere stati coinvolti per anni in un progetto (ora purtroppo in dismissione) per l’integrazione e l’inserimento scolastico di ragazzi stranieri realizzato da un associazione locale in collaborazione con il Comune di Palermo. Nessuna differenza con le ragazze di cui sopra se non per l’accidentale caso di essere nati fuori dall’Italia, fatto che preclude loro l’ottenimento della cittadinanza italiana, qualora ne volessero fare richiesta. Perché l’essere nati sul suolo italiano dovrebbe assicurare un di più di italianità rispetto a questi ragazzi, arrivati in Italia da piccoli o piccolissimi? Si può crederlo vero?

Questi ragazzi saranno considerati stranieri perché, appena nati, avranno bevuto per uno, due o cinque anni latte in polvere di una mucca non italiana e delle pappine di verdurine coltivate in terra asiatica o africana. E, si sa, le verdurine del suolo italiano hanno poteri miracolosi nella costruzione di una pura identità italiana che le verdurine asiatiche non possiedono.

Eppure io, nelle ore di Cittadinanza e Costituzione, svolgo lo stesso identico programma con le ragazze di origine straniera nate in Italia, con i ragazzi nati da matrimoni misti, con i ragazzi di origine straniera nati all’estero oltre che con i ragazzi cento per cento italiani, affrontando (quando mi riesce, e non sempre mi riesce) gli articoli della Costituzione italiana, questioni relative alla cittadinanza europea, la Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, questioni relative alla educazione alla legalità in contesti di mafia, ecc. E la risposta, da parte degli studenti che non sono nati in Italia, è quasi sempre improntata a serietà e partecipazione alle discussioni e al dibattito. Proprio come quella delle ragazze di origine straniera nate in Italia e di molti dei ragazzi italiani. Ogni tanto, è vero, qualcuno fa casino e io mi imbestialisco, divento tutto rosso e qualche volta perdo la pazienza e mi metto a urlare. E possono essere indifferentemente ragazzi italiani o di origine straniera a fare casino. Indifferentemente, appunto: senza nessuna differenza.

Ancora qualche esempio, giusto per farsi un’idea chiara sul grado di integrazione di questi ragazzi. In una delle tre scuole in cui insegno esiste un organo degli studenti che si chiama Comitato dei diritti. Ne fanno parte due studenti per classe, che durante l’anno partecipano a una serie di attività incentrate soprattutto sulla questione della legalità in terre di mafia. In una delle classi, di cui sono insegnante dallo scorso anno, si sono candidati per questo impegno, e sono stati eletti, un ragazzo italo-tunisino (mamma italiana, papà tunisino) e uno dei ragazzi già menzionati (Rajan, dello Sri-Lanka). Il 23 maggio, subito dopo aver chiamato l’appello, si sono recati a Piazza Politeama, dove c’era la manifestazione in ricordo di Falcone e Borsellino, in rappresentanza della nostra scuola. La settimana prima c’era stata la festa di Addiopizzo, il comitato cittadino che da un decennio circa lotta contro le estorsioni di cui sono vittime negozianti e imprese. Di venerdì era prevista una manifestazione contro il racket attraverso le vie della città. La scuola sarebbe rimasta chiusa per uno dei tanti “ponti” di questa primavera.

La collega di matematica ha invitato tutti gli studenti della classe, italiani o stranieri che fossero, a partecipare con lei alla manifestazione antiracket. Aveva dato appuntamento davanti al portone della scuola. Nonostante fosse giorno di festa quattro studenti sono andati all’appuntamento e hanno partecipato alla manifestazione contro il racket in compagnia della mia collega. Erano Luisa, una ragazza italiana, e tre degli studenti “stranieri”: Fred (Mauritius), Rajan (Sri-Lanka) e lo studente italo-tunisino. Di tutti gli altri studenti non c’era ombra. Fred e Rajan, come ho già detto, forse non saranno mai cittadini italiani, pur praticando la cittadinanza molto più consapevolmente di molti tra i loro compagni italiani. Sono un motore importantissimo per la nostra classe, una componente essenziale della nostra comunità scolastica, fondamentale per la sua crescita e per la piena realizzazione dell’esperienza educativa che vi si svolge. Dai diciotto anni in poi, se la legge sulla cittadinanza resterà invariata, vivranno la permanenza sul suolo italiano come un’esperienza piena di difficoltà e di incognite. Forse per questo un giorno saranno costretti a nascondersi, a vivere da clandestini oa emigrare di nuovo, verso paesi che offrono loro migliori opportunità. E, conoscendoli, è una cosa assurda, inconcepibile, davvero senza senso.

Noi, professori o maestri di scuola o quanti altri lavorano con loro e con le loro famiglie, avremo svolto un lavoro di cui la società italiana non saprà cosa farsene, perché avrà deciso di respingerli dopo avere speso tanto tempo e energia a realizzare una integrazione. Compiuta in tutto e per tutto. Vi sembra normale?

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Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/#respond Sat, 07 Jun 2014 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21289 a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

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a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro. (Fonte immagine)

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Mario Scardova (padre di Roberto, giornalista per molti anni della RAI) aveva in sé ben equilibrate le doti della fermezza e dell’equilibrio, poste al servizio dei braccianti che, lungo il Po e il Cavo Fiuma, lottavano strenuamente per poter strappare giornate di lavoro ai proprietari terrieri. Fu Mario Scardova a presentarmi a Cesare Zavattini, che aveva un appartamento sovrastante un bar recante il suo nome su un’elegante insegna, della quale – lui che era così riservato – si compiaceva perché gli ricordava l’impegno profuso dai suoi genitori proprio in quel bar, oltre che in un’osteria e in un forno. Nell’incontro che ebbi in quell’occasione la poesia e l’arte non c’entravano per nulla. Si trattava di scrivere una lettera raccomandata per una piccola e rara questione legale. Zavattini amava stare lontano dai tribunali. Ammise di aver interrotto all’Università di Parma gli studi di giurisprudenza non sentendosi di fare l’avvocato per non dire delle bugie.

Mi aveva raccontato Renato Bolondi, allora sindaco di Luzzara, che Zavattini non aveva il cuore in pace finché non avesse recuperato i mobili che erano appartenuti alla sua famiglia, mobili che erano andati dispersi dopo varie vicissitudini. Bolondi lo portò con la sua Cinquecento da ogni parte. Chiedevano a tutti, sbirciavano dalle finestre, allungavano il collo negli androni. Le speranze erano ormai svanite quando Cesare finalmente riconobbe, nella bottega di un artigiano, le spalliere del letto matrimoniale dei suoi genitori, letto dove lui era nato. Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali si vedevano luccicare alcune lacrime. In segno di gratitudine disse a Bolondi: “Se vado nella luna, il primo che saluto sei tu!”.

I rapporti con Luzzara, specialmente all’inizio, non furono per lui facili. Lo consideravano una “testa matta” in quanto, come diceva il suo barbiere-poeta Guido Sereni, i luzzaresi erano convinti che si potesse fare fortuna soltanto col commercio del formaggio grana e dei suini. Avendo voluto seguire altre strade, ritenute impraticabili, era considerato un “figliol prodigo”.

Zavattini, per riconciliarsi definitivamente con Luzzara ebbe un’idea geniale. Bandì il concorso “Luzzara che ride”. La miglior storiella sarebbe stata premiata. La commissione giudicatrice era formata da grossi nomi: Orio Vergani, Raffaele Carrieri, Arturo Tofanelli, Guido Aristarco e Gianfranco Fusco. Furono esaminate ben 800 storielle. Ricordo che il cinema Gardinazzi era stipatissimo quando il primo ottobre 1956 Alberto Sordi lesse, dopo la proiezione del film neorealista “Il tetto”, le storielle prescelte.

Mi ero sentito fortunato perché avevo fatto parte di una ristretta schiera di amici luzzaresi di Zavattini che lo accoglievano quando giungeva da Roma. Gli incontri erano spesso conviviali e gastronomici. La conversazione non era circoscritta a questioni specialistiche, anche perché Zavattini non voleva fare della cultura un campo privilegiato per eletti, ma anzi intendeva che venisse il più possibile allargata, in quanto, come proclamò nel suo film “La veritàà”, la cultura di pochi aveva fallito.

Zavattini costruiva i suoi valori, letterari, poetici e pittorici, sull’eguaglianza, come condizione di partenza che non doveva essere negata ad alcuno, senza ammettere privilegi di scuola o di natura economica e sociale. Non sopportava le gerarchie, le rendite intellettuali precostituite. Ebbe anche lo scrupolo di non privilegiare Luzzara, tanto che, quando Paul Strand gli propose un libro di immagini e parole su un paese, avrebbe voluto chiudere gli occhi e indicare con un dito una località a caso sulla carta geografica.

Entrai nell’orbita culturale di Zavattini quasi inconsapevolmente, collaborando alle sue innumerevoli iniziative, non tutte condotte a termine, per essere sovrabbondanti e non sempre comprese.

“Un paese vuole conoscersi”, manifestazione progettata per Luzzara, fu realizzata a Sant’Alberto di Romagna. Una sorta di autocoscienza della popolazione locale che doveva estrarre dalle proprie case documenti, fotografie, dipinti, lettere e ogni altro elemento attraverso il quale ricostruire le vicende e i problemi economici e sociali dei loro luoghi in una visione dal basso. Ne scrissi su l’Unità del 18 aprile 1976.

Un’altra idea di Zavattini, già in dirittura di arrivo in quanto approvata dall’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, non fu realizzata per un divieto pervenuto dall’alto, dal Comitato burocratico di controllo. Non ritenne che, avendo carattere culturale, rientrasse “tra le finalità istituzionali della Provincia”. Si trattava del “Libro delle cento parole che fanno e disfanno il mondo”, libro che doveva entrare in ogni casa. La spiegazione del significato di ogni parola era affidata a note personalità. Ne cito alcune: Alberto Asor Rosa, Ignazio Butitta, Renzo Renzi, Franco Ferrarotti, Renato Barilli, Carlo Bernardini, Guido Aristarco, Nanni Scolari, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Rossana Rossanda, Natalino Sapegno, Valentina Fortichiari, Emma Bonino, Alberto Arbasino, Rolando Cavandoli, Giorgio Bocca, Italo Calvino…

Io, una sorta di segretario, corrispondevo con Zavattini. Partecipai ad alcune riunioni presiedute dall’assessore prof. Giorgio Cagnolati. Il libro delle cento parole stava per essere varato, ma vi fu uno stop proveniente dall’alto. A nulla valse che fosse l’occasione per celebrare degnamente l’ottantesimo compleanno del grande Cesare.

Il mio rapporto con Zavattini fu molto intenso, starei per dire simbiotico, quando lo seguii nel mondo dei pittori naif, facendo anche parte, dal 1979, della Giuria del Premio nazionale che si celebrava a Luzzara alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno. Zavattini attribuiva alla nebbia un effetto magico e sembrava che essa, per i pericoli che rappresentava, anziché respingere, con il suo fascino attraeva molti visitatori, che giungevano anche da lontano. Una notte vi accompagnai da Reggio sulla mia Renault 5 lo scrittore, membro della giuria, Raffaele Crovi, arrivato in treno da Milano.

L’apprezzamento dei naif nasceva in Zavattini dal suo egualitarismo. Lo aveva dichiarato a Bruno Rovesti di Gualtieri in una sua trasmissione alla RAI: “Ti voglio dire che i naif sono degni di partecipare alle più grandi manifestazioni artistiche ufficiali, come la Biennale e la Quadriennale. Deve finire questa discriminazione che fa del naifismo uno specie di ghetto… Ci sono però tra i naif dei pittori che non valgono niente, ci sono gli imitatori che tra i cattivi pittori sono i peggio che si possono immaginare, ma quelli che creano, che hanno un loro mondo, un loro stile non sono da meno degli artisti celebrati nell’arte ufficiale”.

Entrai in presa diretta con i naif andando a registrare dalla loro viva voce le vicende della loro vita, le così dette “nastrobiografie”, che pubblicai sul “Bollettino dei naif”, l’organo del Premio Nazionale e del Museo di Luzzara del quale ero redattore. Un periodico trimestrale che uscì negli anni Settanta-Ottanta, molto umile e semplice, tirato a ciclostile. Non disdegnò di apporvi la sua firma, in qualità di direttore responsabile, lo stesso Cesare Zavattini, che, secondo il suo stile, non badava a formalità.

Dopo circa vent’anni Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi disse che quelle “nastrobiografie” potevano interessare l’“Almanacco delle prose Il Semplice”, la rivista Feltrinelli formato libro, la cui redazione si teneva a Modena, con la partecipazione, tra i vari provenienti da diverse parti d’Italia, di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni. Le “nastrobiografie”, ampliate, sono così risuscitate. Richiamate in vita per la terza volta, sono state pubblicate, quali “Vite sbobinate”, da “Incontri Editrice” di Sassuolo. Accresciute, sono risuscitate per la quarta volta, e si spera l’ultima, nell’ottobre del 2013 per un miracolo di “Quodlibet – Compagnia Extra”. Sembra che sopravvivano nel fuoco come le salamandre.

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Scrittori arabi contemporanei, quinta puntata https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-quinta-puntata/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-quinta-puntata/#respond Sun, 20 Apr 2014 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20109 La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti.

Perché io, che sono di Bolzano, dovrei leggere la letteratura libanese?

Mi sa che è venuto il tempo di saldare qualche debito. Il primo è verso Elisabetta Bartuli la quale, quando un po’ di tempo fa mi ha dato da leggere un lungo racconto del grande scrittore egiziano Yusuf Idris avviandomi così alla lettura di autrici e autori arabi, non immaginava che mi sarei messo a scrivere una rubrica come questa saccheggiando a man bassa, e sicuramente travisando, molti dei suoi testi. Come è inevitabile che faccia anche ora, utilizzando proprio un’intervista da lei realizzata con la scrittrice libanese Hoda Barakat e pubblicata in Libano. Frammenti di storia, società e cultura, a cura di Elena Chiti (Mesogea, 2012). (E proprio verso la redazione della casa editrice Mesogea, senza la quale non mi sarebbe mai nemmeno balenata l’idea di avvicinarmi a questo genere di libri, è il secondo debito).

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La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti. (Nella foto: Hoda Barakat)

Perché io, che sono di Bolzano, dovrei leggere la letteratura libanese?

Mi sa che è venuto il tempo di saldare qualche debito. Il primo è verso Elisabetta Bartuli la quale, quando un po’ di tempo fa mi ha dato da leggere un lungo racconto del grande scrittore egiziano Yusuf Idris avviandomi così alla lettura di autrici e autori arabi, non immaginava che mi sarei messo a scrivere una rubrica come questa saccheggiando a man bassa, e sicuramente travisando, molti dei suoi testi. Come è inevitabile che faccia anche ora, utilizzando proprio un’intervista da lei realizzata con la scrittrice libanese Hoda Barakat e pubblicata in Libano. Frammenti di storia, società e cultura, a cura di Elena Chiti (Mesogea, 2012). (E proprio verso la redazione della casa editrice Mesogea, senza la quale non mi sarebbe mai nemmeno balenata l’idea di avvicinarmi a questo genere di libri, è il secondo debito).

Siamo a Venezia, nel 2007, in un convegno internazionale dal titolo “Libano oggi”, e dialogando con Hoda Barakat Elisabetta ricorda una discussione avvenuta in compagnia della stessa scrittrice libanese cinque anni prima, durante un precedente convegno svoltosi a Bolzano.

Un ragazzo del pubblico si era alzato dicendo: “Signora, lei mi deve spiegare perché io, che sono di Bolzano, del Nord Italia, dovrei leggere la letteratura libanese”. Hoda Barakat aveva risposto che innanzi tutto avrebbe dovuto leggerla perché è buona letteratura, “esattamente come leggi la letteratura cinese o francese”. E poi raccontava: “Sapete, io non ho mai messo piede in Jugoslavia, in Albania o in Kosovo. Non conosco praticamente nessuno che abiti in quella parte del mondo, ma quando c’era la guerra sentivo di essere là, insieme agli abitanti, mi sembrava di vedere quello che succedeva. Questo perché avevo letto i libri di Ismail Kadaré, e così quella porzione di carta geografica era diventata qualcosa di più di un territorio, si era popolata di gente, di persone, di uomini e donne, di bambini che vanno a scuola. E lasciatemi dire che, se per caso aveste letto un po’ di letteratura irachena, forse non saremmo al punto in cui siamo”. Alludeva alla crisi già in atto, poco prima che cominciasse la seconda guerra del Golfo.

I romanzi del libanese Jabbour Douaihy Pioggia di giugno e San Giorgio guardava altrove, tradotti in tempi abbastanza recenti proprio da Elisabetta Bartuli per Feltrinelli, sono appunto dei gran buoni libri.

Hoda Barakat ci dà una dritta abbastanza utile. L’accostamento da lei proposto in qualche modo regge: leggi di Beirut e ti viene in mente Sarajevo. Non solo perché le considerazioni sui legami che si possono intessere, attraverso i libri, con altri popoli che vivono situazioni di guerra valgono anche in un possibile rapporto tra un lettore di Bolzano e il Libano.

Questi due romanzi sono maturati in mezzo a un conflitto che si rinnova ciclicamente e su cui è impossibile soprassedere. E proprio di questo parlano: di quel particolare modo, assurdo per tanti versi, incoerente, insensato, drammatico ma con delle punte di comicità, in cui si è umani in mezzo agli spari e ai colpi di mortaio, tra agguati e assalti notturni, quando gli amici diventano di punto in bianco (e senza che sia chiaro fino in fondo il perché) i tuoi nemici giurati. E ti viene da accostare, leggendo soprattutto Pioggia di giugno, alcuni protagonisti di queste grottesche vicende a certe figure di grandi balordi portati al cinema da Emir Kusturica: ridicoli, poetici e stupidi, infantili violenti e prevaricatori quasi in modo surreale ed eccentrico.

Pioggia di giugno e San Giorgio guardava altrove parlano di due momenti diversi della storia libanese e mettono a fuoco dinamiche nate in due settori della società abbastanza distinti: il primo racconta il Libano dei piccoli centri urbani posti sulle montagne dell’interno e ruota intorno a dei fatti da far risalire alla seconda guerra civile libanese, avvenuta nel 1958; nel secondo la vera protagonista è Beirut, la capitale, e i fatti che vengono raccontati ripercorrono l’escalation di violenza che, a ridosso del 1975, portò alla furia devastatrice della terza guerra civile libanese, conclusasi ben quindici anni dopo, nel 1990.

Sia l’uno che l’altro romanzo fotografano la guerra sul nascere e la osservano nel suo prendere piede in maniera inarrestabile. Sembrano, insomma, volere rispondere allo stesso interrogativo, provando a risalire alle radici dell’odio. E, pur volendo mettere a fuoco soprattutto i meccanismi relazionali e esistenziali che segnano la vita delle persone coinvolte in una faida e non le ragioni politiche che hanno fatto scaturire le guerre civili libanesi, una risposta politica la danno ambedue i romanzi, che sono una critica lucida, inequivocabile, per larghe parti anche ironica e capace di smuovere il riso, di quel fenomeno, non facile da comprendere e descrivere compiutamente, che prende il nome di comunitarismo libanese.

La lettura di Pioggia di giugno e di San Giorgio guardava altrove provoca prima di tutto spaesamento. Non hanno le idee chiare sulla situazione che si trovano a vivere nemmeno i protagonisti stessi delle due narrazioni, che fuggono e si rifugiano altrove, odiano, sparano, vengono ammazzati, si fanno gli affari propri ma non per questo riescono a mettersi in salvo dalle faide, senza riuscire a trovare un senso alla guerra civile che vedono crescere intorno, a individuare un perché. In Pioggia di giugno sono soprattutto i ragazzini a chiederlo agli adulti. Domandano loro come mai ora, di punto in bianco, quel mio amico, con cui fino al mese prima passavo intere giornate, non può più venire in giro per il quartiere a giocare con me. E io non lo posso più frequentare, devo evitarlo. Come mai sta per fuggire con tutta la sua famiglia? Chiedono: ma non era poi nostro cugino, un nostro parente? Gli adulti tacciono e fanno segno che bisogna star zitti, mentre l’odio e la vendetta crescono tutto intorno. E ti viene il dubbio: ma anche loro, gli adulti, una risposta ce l’hanno?

Il romanzo ruota interamente attorno a un eccidio avvenuto nel mese di giugno del 1957 nella chiesa di Burj al-Hawa, nel corso di un funerale. Il paese del nord del Libano in cui avvengono i fatti narrati viene chiamato Barqa. L’agguato dà avvio a una faida tra i due principali clan (ambedue cristiani) del paese: la famiglia al-Rami, trincerata nel quartiere alto; gli al-Sama‘ani, attestati nel quartiere basso. In un’escalation di violenza si giungerà al punto in cui una netta linea divisoria separerà i due quartieri. Dall’una e dall’altra parte gli uomini si apposteranno per sparare contro qualunque cosa si muova nella parte avversa e soprattutto contro chiunque provi a varcare il confine.

Una donna, Kamleh, è rimasta vedova in seguito all’uccisione del marito avvenuta proprio durante “i fatti” di Burj al-Hawa. Dopo esattamente nove mesi ha dato alla luce il piccolo Elia. In paese le malelingue si scatenano, iniziano a far conti cercando di risalire alla data del concepimento, rivolgono a Kamleh frasi e sguardi allusivi. Kamleh si isola sempre di più, accudisce il figlio tenendolo separato dai suoi coetanei. Lo fa studiare fuori dal paese e, non appena possibile, lo fa emigrare negli Stati Uniti. Ormai cieca, isolata, con una sola amica di nome Muntaha, Kamleh invecchierà senza abbracciare quel figlio per moltissimo tempo. Finché un giorno Elia, ormai adulto, non torna in paese per un breve soggiorno. Ripartirà presto, e per sempre, dopo avere provato a capire cosa fosse successo esattamente quel giorno di giugno del 1957 a Burj al-Hawa, e chi fosse suo padre.

Raccontata così la trama del romanzo, in modo lineare, non si ha per niente idea di come di fatto il racconto proceda. Perché la forma che prende la narrazione, si potrebbe dire, è una forma esplosa. Potremmo usare l’immagine musicale della sarabanda, ma avendo chiaro soprattutto il significato estensivo del termine, che per il vocabolario Treccani è il seguente: “successione rapida e disordinata di cose o elementi fra loro diversi, in genere accompagnata da forte rumore”. Che è proprio un’ottima descrizione di Pioggia di giugno.

I fatti vengono raccontati con salti temporali continui. Eventi dislocati in quarant’anni di storia saltano fuori in successione rapida e disordinata, narrati dalle voci più disparate: ragazzini di cui non sappiamo nemmeno il nome, donne e uomini del paese. Talvolta anche da una terza persona esterna ai fatti. A queste voci si alternano ulteriori elementi diversi: spezzoni di articoli di giornale, brevi narrazioni apparentemente del tutto estranee alla vicenda e soprattutto delle bellissime glosse su termini, frasi o modi di dire usati comunemente in paese. Sono inserti in cui vengono spiegate, con ironia e sarcasmo, alcune espressioni tipiche o parole-chiave di quella mentalità legata al comunitarismo, al familismo clanico, che Douaihy, come Hoda Barakat, Elias Khoury e molti altri scrittori e intellettuali riconoscono come il vero cancro della società libanese. Presentate come se fossero voci di un vocabolario saltano fuori così delle bellissime digressioni sulle seguenti parole: il forestiero; la pistola; l’uomo; il fatto; linea di demarcazione; i colpi; ecc.

Alla voce i colpi, ad esempio, si legge: “al-rasas, il piombo, le pallottole, i proiettili, i colpi. Tanto per cominciare, c’erano i colpi sordi, che producevano, appunto, un suono sordo. Per comprensibili motivi, con quelli non c’era da stare tranquilli. Si chiamavano sordi non solo perché arrivavano da lontano, ma anche perché non producevano eco e si poteva, perciò, supporre che avessero colpito il bersaglio. E siccome il bersaglio, con ogni probabilità, era un essere umano, ci si metteva ad aspettare che arrivassero pessime notizie. Poi c’erano le pallottole sparate a raffica, chiamate nuziali (o anche in aria o a vuoto), che normalmente erano manifestazioni di gioia durante una festa di matrimonio ma che potevano celebrare anche avvenimenti di altro genere, da un diploma di scuola superiore alla nascita di un maschietto a lungo atteso. C’era stato uno che col suo fucile aveva sparato una raffica di proiettili per poterla registrare su una cassetta da mandare a suo fratello emigrato in Australia. Al poverino, laggiù, così supponeva il fratello rimasto in paese, il rumore degli spari doveva mancare tantissimo […] Poi c’erano i proiettili dialoganti, sarebbe a dire quelli che si sparavano uno di fila all’altro e che ricevevano risposta. Non era il rumore peggiore perché dava la garanzia che entrambe le parti erano armate e all’erta e, di conseguenza, era altamente probabile che la faccenda finisse lì, che fosse solo un modo di affermare la propria presenza e non avesse strascichi. Ma forse il peggior tipo di pallottola era quella che non si sentiva da lontano perché era stata sparata a introduzione, cioè da molto vicino al bersaglio, perché fosse impossibile mancarlo. Di solito, in questi frangenti, l’espressione che si usava era questo colpo non mi è piaciuto […]”.

La storia di Pioggia di giugno ricorda un film circolato un paio di anni fa: E ora dove andiamo? della regista libanese Nadine Labaki, apprezzato e premiato in diversi festival, da Cannes a Toronto. Oltre all’ambientazione e al tema sono simili certe modalità del racconto. E soprattutto una facilità nel narrare storie con diverse invenzioni paradossali e situazioni grottesche capaci, in molti passaggi, di tradurre in farsa la tragedia. È una cifra ricorrente nel cinema e nella narrativa libanese?

Ciò che è diverso, nel film, è la natura propria del conflitto, che ai nostri giorni ha ormai assunto una connotazione interreligiosa che era del tutto estranea alle vicende narrate in Pioggia di giugno, dove la contrapposizione era semplicemente tra avversi clan familiari afferenti a partiti contrapposti e l’elemento religioso ne era estraneo.

Gli anni in cui l’avversione tra diverse confessioni, in Libano, si è radicalizzata sono proprio i primi anni ’70, il periodo narrato dall’altro romanzo di Douaihy, San Giorgio guardava altrove.

Ne è protagonista Nizam, un ragazzo bello, simpatico, ben voluto da tutti, che spende i molti soldi che ha disposizione per stare in compagnia dei suoi coetanei e conquistarne la benevolenza. È uno strano caso di identità religiosa meticcia e per questo, all’inizio del nuovo conflitto, non avrà via di scampo. Con chi si schiera? Da quale comunità dovrebbe essere accolto o riconosciuto in un paese in cui ormai avvengono eccidi di massa contro chi appartiene a una religione e a un gruppo etnico diverso dal tuo?

Sulla carta d’identità di Nizam, nel posto in cui andrebbe l’indicazione della religione di appartenenza, c’è uno spazio bianco. In Libano questo equivale quasi a essere apolide, perché perfino la distribuzione dei seggi in Parlamento e l’attribuzione di tutti i maggiori incarichi pubblici viene determinata su base religiosa. Nizam, che di appartenenze ne ha due e di fatto nessuna, non teme né i cristiani né i musulmani, non capisce affatto le radici di quella contrapposizione, non si pone il problema. Ma, nel crescendo di cieca violenza che dilaga nel suo Paese, in una situazione che va diventando per lui sempre più paradossale, subisce la violenza tanto degli uni quanto degli altri.

Nizam è figlio di una coppia di musulmani di Tripoli che ogni estate va a passare le vacanze in una località di montagna di nome Haoura. Il padre viene implicato in faccende poco limpide e la famiglia incontra un periodo di grande difficoltà. Ha circa otto anni quando viene accolto, e poi adottato, da una coppia di cristiani maroniti di Haoura. Lì, in una comunità interamente cristiana, cresce, ha i suoi amici, i suoi compagni di scuola. A diciott’anni, conclusa la scuola, decide di andare a Beirut. E per convincere i suoi genitori adottivi decide di fare due cose di cui non è affatto convinto e che poco, in fondo, gli interessano: iscriversi all’università e farsi battezzare secondo il rito cristiano.

Anche a Beirut Nizam è curioso di tutto e si accompagna con tutti. Entra in contatto con un gruppo di studenti universitari che nel suo appartamento diventano di casa. Gli studenti fanno parte di un’organizzazione politica. Vanno e vengono a loro piacere, le chiavi della casa di Nizam le ha mezza Beirut. Casa sua diventa così la sede di una cellula clandestina di un’organizzazione di ispirazione comunista e filopalestinese. Dove per gli altri cresce la lotta politica in lui trova spazio solo un’amicizia senza precise appartenenze. Capisce ben poco, Nizam, di marxismo. Non sa nulla di Trotsky e di Lenin. E mentre Beirut è ormai diventata il campo di una battaglia senza quartiere, divisa in enclavi da cui è sconsigliato uscire anche nel corso dei diversi cessate il fuoco che si susseguono, Nizam comincia a perdere tutto quello che gli appartiene. Ma si ostina a non rimanere fermo in un posto. Se ne va in giro per la città senza cautele. E d’altra parte: qual è lo schieramento suo proprio, la sua vera fazione, dietro cui potrebbe trincerarsi?

Siamo verso la fine del romanzo e, pur mantenendosi incalzante e viva la vicenda narrata, si comincia a intravedere un livello di funzionamento ulteriore. Cominci a sospettare di trovarti davanti a una vera e propria allegoria di una nazione. Cominci a vedere in Nizam l’uomo nuovo, il cittadino che sarebbe dovuto nascere da un moderno stato-nazione che non è mai divenuto tale. Salvatosi a stento da un eccidio operato dai cristiani, torturato a morte da un miliziano musulmano Nizam incarna la disfatta di un ideale e di un progetto.

Succede a Nizam quello che descrive con parole molto esatte lo storico e sociologo Ahmad Beydoun in uno dei saggi che compongono il libro citato all’inizio di questo articolo (Libano. Frammenti di storia, società e cultura) quando dice che “la conseguenza più grave del confessionalismo politico” è che l’essere umano viene “espropriato di se stesso, reclutato d’ufficio da un gruppo da quando nasce a quando muore, e anche dopo”, viene “privato così del diritto di considerarsi senza-comunità o di votarsi a un credo non contemplato dal sistema, perché rivendicandolo pubblicamente perderebbe i diritti fondamentali, compreso quello alla sepoltura”. Che è, alla lettera, proprio quello che nel grottesco finale del romanzo succede a Nizam.

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Scrittori arabi contemporanei, quarta puntata https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-quarta-puntata/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-quarta-puntata/#comments Sat, 01 Mar 2014 15:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19006 La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti.

Mahfuz e le città

I romanzi arabi non possono essere ricondotti a una dimensione puramente locale. L’interesse che ci può mettere sulle loro tracce non è di tipo etnico. Leggerli non significa avvicinare un mondo altro. È il tuo stesso mondo quello che hai davanti, e la tua stessa identica storia, solo vista dalla diversa prospettiva dovuta a un’altra latitudine.

Mi girano in testa questi pensieri mentre riprendo in mano Il nostro quartiere di Nagib Mahfuz, il libro di cui vorrei parlare stavolta. Lo avevo comprato e letto diversi anni fa perché mi interessava un certo modo di raccogliere le storie e di tenerle insieme, senza costruire una trama romanzesca, procedendo per variazioni sul tema, seguendo il filo dei ricordi, con una scrittura molto legata al modo orale di tramandare e porgere i racconti.

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mahfuz naguib

La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti. (Nella foto: Nagib Mahfuz. Fonte immagine.)

Mahfuz e le città

I romanzi arabi non possono essere ricondotti a una dimensione puramente locale. L’interesse che ci può mettere sulle loro tracce non è di tipo etnico. Leggerli non significa avvicinare un mondo altro. È il tuo stesso mondo quello che hai davanti, e la tua stessa identica storia, solo vista dalla diversa prospettiva dovuta a un’altra latitudine.

Mi girano in testa questi pensieri mentre riprendo in mano Il nostro quartiere di Nagib Mahfuz, il libro di cui vorrei parlare stavolta. Lo avevo comprato e letto diversi anni fa perché mi interessava un certo modo di raccogliere le storie e di tenerle insieme, senza costruire una trama romanzesca, procedendo per variazioni sul tema, seguendo il filo dei ricordi, con una scrittura molto legata al modo orale di tramandare e porgere i racconti.

Poi però mi metto a leggere Vicolo del mortaio dello stesso Mahfuz (romanzo del 1947, pubblicato in Italia nel 1989) e inizio a confrontarlo con un altro romanzo egiziano, scritto quasi sessant’anni dopo, nel 2002, e tradotto in italiano nel 2006: Palazzo Yacoubian di Ala Al-Aswani.

Si tratta, nel caso Al-Aswani, di un vero successo internazionale: un romanzo tradotto in molte lingue, letto in tutto il mondo, in cui molti hanno visto espressi temi e clima sociale che preconizzavano le rivolte del 2011 contro Mubarak e il suo regime.

In entrambi i libri un luogo, anzi un vero e proprio nucleo abitativo definito e circoscritto, rappresenta l’unità spaziale entro cui si intrecciano e si sviluppano le diverse storie narrate nel corso del romanzo. Nel libro di Mahfuz questo luogo è il vicolo, inteso come piccolo mondo compiuto attraverso cui puoi leggere, in controluce, illusioni e cadute della società egiziana dell’immediato secondo dopoguerra, le istanze di emancipazione e i cascami che ne rallentavano l’evolversi. Nel romanzo di Al-Aswani è il palazzo, inteso anch’esso come microcosmo pienamente rappresentativo delle diverse tensioni sociali di una nazione.

La forma narrativa che rende possibile realizzare un romanzo in cui in un’unità di luogo si svolgano molteplici storie sovrapposte è quella del montaggio alternato, utilizzato efficacemente in ambedue i casi.

Ed è una storia non solo egiziana quella che si può riattraversare leggendo parallelamente questi due romanzi. Perché, passando dal vicolo di Mahfuz al palazzo di Al-Aswani, ritrovi la trasformazione di una capitale come Il Cairo da città dal profilo tradizionale in metropoli, che è poi lo stesso identico percorso che hanno seguito tutte le grandi città con una forte identità popolare, anche italiane. Vedi il passaggio dal vecchio centro urbano inteso come luogo di radicamento nella vita di quartiere, in cui la strada ha un ruolo fondamentale nel regolare l’esistenza degli individui e in cui tutto sembra scorrere e tramandarsi uguale per decenni, alla metropoli senza più centro e radicamento, in cui residenti intercambiabili fanno la vita dei dispersi.

Il Cairo di Mahfuz è una città in cui risulta ben presente l’occupazione militare inglese e in cui allontanarsi dal vicolo, anche solo per inoltrarsi nelle ampie piazze e vie dei quartieri commerciali, significa per i protagonisti entrare in una potenziale zona di pericolo, darsi in pasto all’estraneo e poter perdere il proprio orientamento. Il Cairo di Al-Aswani è ormai una metropoli globale, amministrata da politici corrotti che rendono impossibile qualsiasi speranza di vita democratica e attraversata dall’islamismo estremo con pulsioni e progetti di tipo terroristico.

Vicolo del mortaio ci è del tutto familiare, nella struttura e nei contenuti. È un romanzo di impianto realista, che riattualizza certe modalità del romanzo europeo ottocentesco. È ambientato nel 1944, verso la fine del secondo conflitto mondiale. Non presenta le immagini di distruzione delle città bombardate che mostrano i film del neorealismo italiano ma si può benissimo accostare, a mio avviso comodamente, anche alle grandi narrazioni italiane dell’immediato secondo dopoguerra. Al netto degli abiti tradizionali egiziani, di certe caratteristiche sociali precipue, dei cibi e dei loro nomi, di certe figure di saggi devoti, di certe abitudini religiose, la società ritratta e le istanze di cui i personaggi si fanno portatori non sono poi molto lontane da ciò che le nostre narrazioni di quel periodo proponevano.

Vi troviamo figure di tombaroli che finiscono in galera, in un contesto in cui la galera è un’esperienza familiare che non ti esclude affatto dal consorzio sociale; donne mature che cercano in un matrimonio tardivo la felicità; ragazze di umili origini che sognano ricchezze, emancipazione e una vita diversa da quella tradizionale che le programma per essere spose e madri, finendo per incontrare la prostituzione; giovani barbieri che abbandonano il vicolo per fare fortuna lontano da casa e per i quali il distacco è foriero di una tragica fine; ecc.

Ora, il fatto è questo, a mio avviso. Siccome in Italia, tra i libri dei diversi autori di lingua araba che da vent’anni a questa parte sono stati tradotti, circolano diffusamente solo i romanzi di Mahfuz e poco altro, uno si può fare l’idea che la letteratura araba, e nella fattispecie quella egiziana, sia solo quella. Invece Mahfuz va inteso per quello che è, e letto con un po’ di consapevolezza storica: un grande autore della letteratura internazionale che ha cominciato a scrivere negli anni ’30 del ‘900, proponendo romanzi ambientati nell’antico Egitto (genere molto diffuso all’epoca). Un autore che ha poi attraversato molte stagioni, tra cui quella del realismo sociale, e ha mutato più volte le proprie forme espressive nel corso degli anni, nei più di quaranta libri che ha pubblicato in vita sua. Un autore che gli scrittori egiziani si sono lasciati alle spalle da tempo, sebbene l’ammirazione per la sua narrativa non sia mai davvero tramontata, e rispetto a cui almeno tre generazioni di autori egiziani hanno scritto in discontinuità, quando non con una esplicita intenzione di rottura.

I primi a averlo fatto sono gli autori della cosiddetta Generazione degli anni Sessanta, che attraverso la rivista “Gallery ‘68” hanno anche dato vita a un’esperienza comune attraverso cui sperimentare forme del racconto molto alternative rispetto ai (molteplici, bisogna dire, e comunque vari, sempre in evoluzione) modelli proposti da Mahfuz. Alcuni nomi: Edwar al-Kharrat, Muhammad al-Busati, Ibrahim Aslàn, Sonallah Ibrahìm, Baha Tahèr. Tutti scrittori di notevole spessore, e caratterizzati da un impegno politico di sinistra che li ha condotti, chi prima chi anche dopo l’avvento di Nasser, a frequentare per diversi anni le galere egiziane. E a molti dei quali, poi, sotto Sadat, è andata anche peggio, essendo stati costretti al silenzio attraverso la censura, o all’isolamento e alla disperazione tramite il licenziamento sistematico dai posti lavoro. E, in ultima istanza, all’esilio.

Prendiamo al-Kharrat, per esempio. Prendiamo Alessandria. Città di zafferano, libro che risale al 1985 e che è stato pubblicato in Italia nel 1994 da una piccola casa editrice romana chiamata Jouvence. Un libro particolare. Un romanzo per lo più autobiografico, si direbbe. Ma potrebbe anche essere considerato una raccolta di racconti, tutti lasciati aperti, tutti senza una trama definita, giocati sul filo di una memoria che propone salti temporali repentini e che spesso tira brutti scherzi conducendo la narrazione verso situazioni oniriche, antirealistiche. Caratterizzato da un montaggio piuttosto libero, con una coerenza garantita da legami sottili, segreti, allusivi. Una prosa a dominante descrittiva con una letterarietà avvolgente, che intriga. Dei materiali narrativi radicati interamente nell’esperienza personale, privata, ma che la tensione descrittiva, tenace e insistita, sottrae sempre all’autoreferenzialità. E nei quali si aprono, solo per brevi cenni veloci subito lasciati cadere, riferimenti alla vocazione politica dell’autore, all’attività rivoluzionaria, all’esperienza del carcere.

Tra i vari blocchi di cui è costituito il libro, uno dei più estesi riferisce proprio di quel 1944 in cui la guerra volgeva al termine. Raccontato in prima persona, il libro di al-Kharrat legge da una prospettiva totalmente alternativa a Vicolo del mortaio lo stesso periodo storico in cui è ambientato il romanzo di Mahfuz: soprattutto il finire della guerra, le difficoltà economiche e la presenza sul territorio egiziano dell’esercito inglese, vissuto come realtà estranea a cui opporsi ma anche come occasione di sostentamento economico per moltissimi giovani. Se lì, in Mahfuz, modello di riferimento era il romanzo realista ottocentesco, qui si sente un po’ l’influenza di certi romanzi francesi degli anni ’50-’60: Robbe-Grillet, per dire, o il Perec de Le cose.

Sono passati quarant’anni tra la pubblicazione di Vicolo del mortaio e quella di Alessandria. Città di zafferano, e si sentono tutti. Il secondo ha un andamento nel quale ancora ci ritroviamo pienamente. Ma forse anche l’ambientazione ci mette del suo. Il Cairo del Vicolo è una città che sembra chiusa in un imbuto, in cui lo sguardo non prende mai il largo, forse proprio per la prospettiva ristretta scelta dall’autore. Qui, Alessandria, sembra una città battuta dai venti, in cui tutto si mescola continuamente, niente e nessuno è bloccato in una sua identità stabile e definita. E quando lo sguardo del narratore si posa sul mare e si sofferma a contemplarlo ci troviamo di fronte a una pensosità enigmatica che cerca le parole per raccontare il senso e il sentimento di una sorta di altrove muto.

È anche una città aperta alle diversità Alessandria, per come ce la racconta al-Kharrat (che è un cristiano copto), in cui gli scambi interreligiosi e interetnici sono elementi di vivacità sociale e occasione di continue scoperte personali: gli unici stranieri che rimangono estranei e con i quali ci si relaziona con sospetto sono i militari inglesi, i coloni. C’è un brano, ad esempio, che mi pare utile citare alla lettera. Ribadisce con la semplicità propria dello sguardo di un ragazzino qualcosa di cui non tutti in Italia, oggi, sembrano proprio convinti. Scrive al-Kharrat: “Il ragazzino correva verso la casa di Umm Tutu, la greca, in cima all’incrocio fra via dei Salici e via del Narciso, come se cercasse rifugio in un luogo incantato. Non aveva idea di che cosa significasse il fatto che era greca. A quel tempo, per lui, la differenza fra gli esseri umani rientrava nella natura delle cose. Comprava la crema di fave dal Turco coi lunghi baffi ingialliti in punta dalla nicotina. Quando entrava in casa dei suoi vicini musulmani provava sempre un po’ di timidezza. Il poliziotto maltese passava a tutta birra sulla motocicletta per via del Tramway (…). Quel buonuomo di Hasan, il lattaio tunisino, abitava in un vicoletto non distante da casa sua, e teneva in cortile tre bufale e un asino grigiastro (…). Maqàr, il marito di sua zia, invece era di un nero deciso (…). Tutti contribuivano alla varietà del mondo, facendolo ricco e differenziato, rendendolo magari strano, ma anche interessante”.

Mi rendo conto di procedere per scarti laterali, seguendo un filo del discorso dalle connessioni piuttosto labili e casuali. Forse è un andamento inevitabile per chi viaggia un po’ così, all’impronta, senza coordinate troppo certe a cui affidarsi. Mi rendo anche conto di fare come certuni che, ogni qual volta vanno in giro in una città straniera, mai vista prima, passano il tempo a fare paragoni, a ritrovare somiglianze con altri posti in cui sono stati in anni e situazioni precedenti. Come se tutto l’estraneo per essere attraversato andasse prima di tutto addomesticato e riportato a una forma o immagine conosciuta. Che un po’ è vero, un po’ anche no: non è un modo distorto di avere percezione delle cose, è la realtà dei fatti. Dedicandosi a queste letture è tutto in costante contatto, in pieno dialogo, tra qui e lì.

A questo proposito, può essere utile leggere una antologia di scrittori egiziani curata da Francesca Prevedello, dal titolo Figli del Nilo. Undici scrittori egiziani si raccontano. Che è ben fatta, perché unisce a ogni racconto proposto una lunga intervista al suo autore o autrice, restituendone un’immagine compiuta, a tutto tondo, che davvero può essere un buon veicolo di conoscenza. In una di queste interviste la scrittrice Salwa Bakr riferisce dei libri che sono stati fondamentali per la sua formazione. È una strana mescolanza di libri arabi e libri europei russi o angloamericani, con un posto particolare riservato ad alcuni libri della tradizione italiana: “Ci sono libri che hanno avuto un’importanza fondamentale per me, nella mia formazione. Sono raccolte di racconti e proprio il racconto è stato il primo genere al quale mi sono dedicata. Prima di tutto Le mille e una notte (…), e poi Kalìla wa Dimma di Ibn al-Muqaffa’.

Un posto particolare lo riservo a Boccaccio. Ricordo la meraviglia che provai nel leggere per la prima volta le sue novelle, era tutto un fantastico intreccio, sorprendente e affascinante. Se conoscessi l’italiano sarebbe la prima cosa che mi piacerebbe leggere. Lessi Boccaccio ai tempi della scuola, ma non era una traduzione di tutto il Decameron, era un adattamento in arabo che tuttavia mi affascinò. Naturalmente leggevo anche gli autori egiziani di quegli anni, gli anni in cui frequentavo la scuola superiore: Nagìb Mahfuz, Ihsan ‘Abd al-Quddùs, Yùsuf al-Sibàՙ. (…) Tawfìq al-Hakìm o Tàhà Husayn (…). Verso la fine delle superiori e all’inizio dell’università cominciai a leggere autori russi, come Checov, Tolstoj, Turgenev, Gorkij, e francesi, Zola e Balzac. Mi piacevano anche Steinbeck e Faulkner. Allora, durante i primi anni d’università, un grande numero di opere straniere venivano tradotte in arabo”.

Mi aggiro tra questi autori egiziani come un forestiero in una città straniera e, come spesso accade, dopo dei larghi giri finisco per tornare, senza nemmeno sapere come, sempre alla stessa piazza, sempre allo stesso incrocio.

Nagib Mahfuz, prima che ci pensassero altri a superarne forme e modelli, ci ha pensato lui stesso a superarsi da solo, provando a battere strade diverse rispetto a quelle che aveva percorso. Il ladro e i cani, libro piuttosto agile sottile e breve del 1961, è romanzo totalmente diverso da Vicolo del mortaio. È narrato sì in terza persona, ma tutto in soggettiva. Non è un grande affresco sociale, ma una piccola storia acuminata scagliata verso il bersaglio come una freccia veloce e precisa. Ha uno stile meno regolare e tradizionale di Vicolo del mortaio, con un uso molto particolare del discorso indiretto, che si trasforma continuamente in discorso indiretto libero quando rende conto delle riflessioni del protagonista, fino a diventare, senza che il lettore quasi se ne accorga, vero e proprio monologo interiore fatto in seconda persona. È la storia di un ladro che esce di prigione. Dal punto di vista del giudizio morale di lui non c’è da salvare proprio niente. È doppio, falso, bugiardo, ciecamente vendicativo, opportunista, incapace di reali sentimenti.

Ha rubato senza scrupolo e pochi scrupoli mostra di avere anche all’uscita di prigione. Solo che, all’uscita di prigione, gli va tutto storto. Trova uno dei suoi sottoposti che ha usurpato i suoi beni e convive con la moglie. La figlia non gli si vuole avvicinare e non lo riconosce. Non c’è più un furto che gli vada per il verso giusto e tutti i suoi tentativi di vendetta si risolvono nell’uccisione delle persone sbagliate, fallendo miseramente. Per una campagna giornalistica messa in piedi ad arte da una delle persone contro cui ha cercato di vendicarsi, diventa il nemico pubblico numero uno e l’intera polizia del Cairo setaccia le strade della città braccandolo. Nel realizzare i suoi progetti criminosi commette una serie infinita di ingenuità, forse perché effettivamente ingenuo è diventato, in una realtà in cui l’imbroglio sembra essersi specializzato, ripulendosi e diventando rispettabile. Ormai gli inganni, o i crimini, si compiono nella legalità. L’intero libro sembra attraversato dal tema del tradimento. Che è forse elemento di critica sociale, se non addirittura propriamente politica. Ma Il ladro e i cani, al di là della sottotraccia politica, è un libro che si legge da più prospettive. Innanzi tutto è di godibile lettura come un romanzo di genere: un quasi noir per nulla estraneo a certe modalità compositive di derivazione cinematografica. Ha un andamento un po’ picaresco che cattura. Ha anch’esso certe sue virate oniriche. È, insomma, anche libro di ombre, perfino di oracoli (in alcuni passaggi). Ma è anche una riflessione, in chiave del tutto laica, sui temi della vendetta e del tradimento, della capacità di accoglienza e del dono gratuito.

E poi basta. Ce ne sarebbe ancora un po’ da dire ma è meglio star zitti, anche perché devo ammettere che un po’ mi sono perso, non riesco proprio a tenere dritta la barra ovvero la direzione. Come spesso capita andando a zonzo per delle città straniere, esci desideroso di andare in un posto, con la tua mappa in mano che a malapena riesci a orientare. Vai da tutt’altra parte. Basta che devii per un attimo, per pura curiosità, dalla via principale e quel posto non lo ritroverai mai più, nemmeno a fine giornata. Lo stesso è capitato qui. Che ero partito intenzionato, ma proprio convinto, di parlare principalmente di un solo libro di Mahfuz, dal titolo Il nostro quartiere, e ne ho appena fatto cenno finendo per parlare, poi, di tutt’altro.

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Nagib Mahfuz in cifre  

Non si può non parlare di Nagib Mahfuz in una rubrica dedicata agli scrittori arabi contemporanei ma è anche vero che è troppo scontato parlarne. Che fare allora? Saltarlo?

Per risolvere il dubbio e prendere una decisione sul da farsi ho proceduto con un metodo il più possibile preciso e ponderato, portando avanti un ragionamento che in nessun modo ho voluto lasciare al caso e che ho dunque fatto precedere da una ricerca preliminare meticolosa. Che si è svolta in due fasi: 1ª fase: Indagine storica sulla fortuna di Mahfuz in Italia; 2ª fase: Indagine statistica, scientificamente condotta, sulla sua attuale diffusione tra il largo pubblico.

Era il 1988 quando Nagib Mahfuz vinse il premio Nobel per la letteratura. Ci si può fare un’idea di come venne accolta, in quei giorni, tale notizia andando a rovistare (in rete) tra un po’ di vecchi materiali.

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Nagib_Mahfuz

La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti.

Nagib Mahfuz in cifre  

Non si può non parlare di Nagib Mahfuz in una rubrica dedicata agli scrittori arabi contemporanei ma è anche vero che è troppo scontato parlarne. Che fare allora? Saltarlo?

Per risolvere il dubbio e prendere una decisione sul da farsi ho proceduto con un metodo il più possibile preciso e ponderato, portando avanti un ragionamento che in nessun modo ho voluto lasciare al caso e che ho dunque fatto precedere da una ricerca preliminare meticolosa. Che si è svolta in due fasi: 1ª fase: Indagine storica sulla fortuna di Mahfuz in Italia; 2ª fase: Indagine statistica, scientificamente condotta, sulla sua attuale diffusione tra il largo pubblico.

Era il 1988 quando Nagib Mahfuz vinse il premio Nobel per la letteratura. Ci si può fare un’idea di come venne accolta, in quei giorni, tale notizia andando a rovistare (in rete) tra un po’ di vecchi materiali. Ad esempio: un numero di Oriente moderno (rivista storica di studi del vicino Oriente) risalente alla fine di quell’anno, in cui vari studiosi ricostruivano per i lettori italiani il percorso artistico dello scrittore egiziano e riscontravano la totale ignoranza e indifferenza con cui l’editoria italiana, e gli intellettuali, avevano fino ad allora guardato e continuavano a guardare alla letteratura araba. Da questi articoli si riesce anche a ricostruire le diverse reazioni che si ebbero in Italia alla notizia dell’assegnazione di quel premio. Che si possono riassumere in questi termini: la stampa italiana non era in grado di commentare il premio a Mahfuz perché di Mahfuz e di letteratura egiziana, e in generale di letteratura araba, nessuno ne sapeva niente.

Alcuni quotidiani, come il Manifesto e la Repubblica, per avere notizie più precise sullo scrittore avevano interpellato alcuni tra i (pochi?) esperti italiani di allora. Altre testate avevano semplicemente ammesso che non sapevano minimamente cosa dirne (il Corriere della Sera, ad esempio: attraverso un articolo di Bufalino). Qualche altro giornale, a quanto pare, aveva anche affermato che l’assegnazione di quel premio era assurda.

Per farsi un’idea dei termini della discussione basta leggere questo breve articolo uscito sulla Repubblica del 9 Dicembre 1988 a firma p.m., dal titolo Il Nobel fantasma:

“DOMANI, salvo sorprese dell’ultima ora, Naghib Mahfuz non andrà a Stoccolma per ritirare il Nobel: sta poco bene e non ama le cravatte. D’altra parte ed è notizia di questi giorni in Svezia i suoi libri non ci sono e una traduzione preparata in tutta fretta è stata giudicata inattendibile e accantonata in attesa di tempi migliori. All’inizio di novembre un inviato di questo giornale è andato al Cairo (tra l’altro invitato dal Ministro egiziano della Cultura) esplicitamente per vedere Mahfuz, ma non è riuscito a vederlo. Da noi, intanto, gli editori non sembrano affatto ansiosi di pubblicare i capolavori dello scrittore egiziano: un libro è uscito da un editore periferico e sconosciuto (Ripostes) e finora la notizia più certa è che Feltrinelli ha in traduzione due romanzi per i quali bisognerà aspettare aprile; ma fino ad oggi non risulta che altre grandi case editrici si siano precipitate ad assicurarsi i diritti, forse perché non credono troppo all’appeal di una letteratura pochissimo nota e di un paese che è certo frequentato più per il suo passato che per il suo presente. In America i diritti di Mahfuz li ha comprati Jacqueline Kennedy, sul cui fiuto letterario non sappiamo nulla. Da tutta questa catena di negazioni, appare chiaro che un non [sic] bisogna attribuirlo anche al massimo premio letterario che, certo, tante volte ha clamorosamente sbagliato bersaglio anche in passato, ma che tuttavia aveva sempre mantenuta intatta la sua forza promozionale, anche se con dei distinguo inevitabili, con indici di gradimento diversi, ma mai praticamente tanto vicini allo zero, almeno nell’ immediato. Dovremo dunque aspettare ancora per avere un’idea meno incerta e di terza mano sulle opere di Mahfuz. Avremo, quando prima o poi arriveranno, ancora voglia e curiosità di leggerle? Proseguendo di questo passo i membri dell’Accademia svedese, l’anno venturo, potrebbero divertirsi a premiare un fantasma. E a Borges (che il Nobel non l’ebbe mai) non dispiacerebbe”.

Alcune considerazioni, a questo punto, sono d’obbligo. Le polemiche per la mancanza di notorietà dei premi Nobel è uno dei riti giornalistici che si ripete ciclicamente. Si può dire: quasi ogni anno. Nessuno stupore. E d’altra parte accade spesso che il conferimento di un premio Nobel diventi occasione per spalancare ai lettori l’esistenza di un intero mondo: sommerso, rimosso o semplicemente ignorato. Colpisce un po’, però, se quel mondo ignorato, a farsi quattro conti, risulta esteso quasi quanto un continente e si trova dietro la porta di casa tua.

Stupisce, inoltre, leggendo l’articolo sopra riportato, una sorta di giudizio aprioristico. Si dà per scontato che l’Accademia di Svezia “abbia clamorosamente sbagliato” anche nel 1988, come più volte in passato, l’attribuzione del premio, con in più l’aggravante di aver fatto una scelta che non innesca un effetto trainante dal punto di vista della diffusione e delle vendite. E lo si fa senza avere idea di cosa parlino quei libri e senza sapere se siano effettivamente dei bei romanzi o no. Cioè: lo si fa, appunto, a priori. Anzi: si liquida con del sarcasmo l’intera vicenda proprio perché non se ne ha uno straccio di idea al proposito.

Nessuna possibilità di farsi altre domande? Sul perché di un tale buco di sapere? Nessuna possibile considerazione sui limiti di una editoria concentrata solo e esclusivamente sul canone letterario e linguistico occidentale? Senza poi nemmeno sapere se tanta è la differenza che separa una letteratura come quella egiziana (o araba) da quella italiana? Verrebbe da dire: quale grande fonte di certezze è l’ignoranza! Quella del giornalista, la nostra, di tutti (sia chiaro).

Comunque c’è da dire che poi, per tutti gli anni ’90, Mahfuz ha avuto una sua popolarità e una sua buona diffusione in Italia. Si è riscattato. Ammesso che esista una categoria del genere: oggi è effettivamente riconosciuto come uno dei grandi autori della letteratura mondiale. Lo si trova antologizzato persino in diversi testi scolastici. Non ha fatto da vero e proprio traino per gli altri scrittori egiziani o arabi ma è anche vero che, rispetto al nulla degli anni precedenti, dal 1989-1990 in poi si è registrata una lunga serie di proposte editoriali (sempre abbastanza limitate quanto a numeri e diffusione) riguardanti autori di lingua araba: collane tematiche di piccole case editrici, singoli titoli presso case editrici medie e grandi, panoramiche generali in cui si antologizzavano i maggiori autori di lingua araba del recente passato, ecc. Si è insomma aperta una breccia, forse solo una fessura, in un muro che si è ben lontani dall’abbattere.

Oggi i libri di Mahfuz li trovi tranquillamente a scaffale in molte librerie, in quanto classico che bisogna tener dentro perché prima o poi qualcuno te lo chiede. E questo è un segnale indicativo. Ma quanto vengono letti davvero questi libri? Quanto vendono e sono diffusi?

Per capire se in questa mia rubrica è il caso di parlare di Mahfuz, o se invece sia una scelta davvero banale e scontata, ho fatto una piccola ricerca nella città in cui vivo, realizzando attraverso la scelta di un campione significativo una indagine statistica che senza falsa modestia ritengo abbia tutti i crismi della scientificità. Ho scelto tre librerie. E, per ottenere notizie di prima mano, ho intervistato tre librai che vi lavorano.

Per completezza di cronaca voglio precisare che l’indagine è stata svolta tra il 14 e il 21 dicembre, di sabato pomeriggio. Periodo di natale dunque, alle ore 18, mentre i suddetti librai erano indaffarati con una discreta folla di clienti in giro per regali.

Che, nonostante il giorno e l’ora infausta, non mi abbiano mandato a quel paese è la cosa che più di tutte mi sorprende.

Libreria Broadway di Palermo – Piero Onorato.

    • Titoli reperibili immediatamente in libreria: N° 7 (Canto di nozze, Il tempo dell’amore, Miramar, Notti delle mille e una notte, Il ladro e i cani, Il nostro quartiere,Vicolo del mortaio)
    • Titoli venduti nell’ultimo anno: pochi (impossibile ricostruire in cinque minuti, mentre i clienti chiedono tutt’altro)
    • Ultimo titolo venduto:Il viaggio di Ibn Fattouma (circa sei mesi prima, mese di giugno 2013)

Libreria Modus Vivendi di Palermo – Fabrizio Piazza.

  • Titoli reperibili in libreria: 3 (Il ladro e i cani, Il nostro quartiere, Vicolo del mortaio)
  • Titoli venduti quest’anno: circa 5.
  • Ultimo titolo venduto: non riferito

Libreria Feltrinelli di Palermo – Bianca Corso.

  • Titoli reperibili immediatamente in libreria a questa data: N° 3 (Il ladro e i cani, Il nostro quartiere, Vicolo del mortaio)
  • Titoli venduti durante l’anno: N° 30 (1 Il ladro e i cani, 6 Il nostro quartiere, 6 Vicolo del mortaio, 11 Miramar, 6 Notti delle mille e una notte)
  • Ultimo acquisto: molto recente (ma non cerca la data – mi dice inventatela – è il 21 dicembre, di sabato, ore 20, le ho già rotto abbastanza le scatole perché possa insistere, e lascio cadere la cosa)

Comincio a pensare che forse è davvero opportuno mettere da parte Mahfuz e passare a un altro argomento. Non è abbastanza sconosciuto. I suoi libri sono infatti presenti in tutte le librerie interpellate, è un autore che ancora circola, a quanto pare. Le vendite in Feltrinelli, soprattutto, mi scoraggiano a proseguire. 30 copie in un anno sembrano tante per dei libri stampati venticinque anni fa.

Ma il fatto che un autore lo trovi facilmente sugli scaffali di una libreria, almeno nei titoli più noti, basta a stabilire che è un autore effettivamente conosciuto? Forse all’indagine manca ancora un passaggio e per prendere una decisione davvero ponderata bisogna riuscire a capire questa cosa: 30 copie vendute in un anno sono poche o son tante?

Secondo un’indagine ISTAT del 2013 la popolazione di Palermo ammonta esattamente a 653.966 abitanti, che diventano 1.041.314 se si prende in considerazione l’intera area metropolitana. Nelle tre librerie interpellate, abbiamo detto, nel corso del 2013 hanno comprato un libro di Mahfuz circa 40 persone. A tenersi larghi possiamo aggiungere altre 3-4 persone che possono averli comprati presso altre librerie. Cinque, toh! Abbondiamo, calcoliamone cinque! Non sono poi molte altre, infatti, in città, le librerie in cui si trovano libri di catalogo. Fanno in tutto esattamente n. 45 lettori. Per ottenere il dato percentuale che ci interessa, se mi ricordo bene, a questo punto, basta dividere 45 per 653.966 e moltiplicare il risultato per 100. Il dato che ne viene fuori è sconfortante. Per i libri in sé come oggetti d’uso, mica per Mahfuz.

La percentuale di lettori annuali di un premio Nobel per la letteratura come Mahfuz è la seguente: 0,00688109% della popolazione totale di una grande città del sud Italia. Che diventano 0,00432146% se si conta l’intera area metropolitana. Contiamo quelli di Herta Müller? O di Pamuk? O di chi altri? Le Clezio? O, per rimanere agli autori che hanno vinto il premio Nobel immediatamente dopo Mahfuz, vogliamo contare i lettori annuali di Camilo Josè Cela, Octavio Paz, Nandine Gordimer, Derek Walcott o Toni Morrison? A dispetto di quello che scriveva nell’88 il giornalista di Repubblica la notorietà di Mahfuz non è oggi inferiore a quella della gran parte dei premi Nobel degli ultimi venticinque anni, inclusi quelli appena citati. Anzi è maggiore. Faccio un’altra indagine statistica per averne la certezza? Me la (e ve la) risparmio.

Così, fatto questo lungo e dettagliato ragionamento, giungo alla consequenziale conclusione che la percentuale di lettori è irrisoria. E dunque sì, anche di Mahfuz c’è bisogno di parlare. Non è scontato né inutile. Ma non ora. Con ‘sta cosa che mi è presa, di ragionarci su, mi sono mangiato tutto lo spazio che avevo a disposizione, anzi ho sforato un bel po’, e devo rimandare alla prossima puntata.

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Scrittori arabi contemporanei, seconda puntata https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei-2/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei-2/#respond Wed, 08 Jan 2014 15:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17297 La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui la prima puntata. (Fonte immagine)

Gli odori di Marie Claire, romanzo che è stato finalista del prestigioso Booker Prize arabo, racconta la storia d’amore tra Mahfudh, giovane tunisino che fa il docente universitario a contratto e il portiere d’albergo a Parigi, e Marie Claire, giovane donna francese che, a dispetto dei suoi studi in Storia, è impiegata in un ufficio postale.

Con quel po’ di ironia consentita dalla distanza rispetto ai fatti narrati e un lieve distacco che non esclude il rimpianto, Mahfudh ripercorre le tappe del suo rapporto con Marie Claire, raccontando in prima persona l’innamoramento, poi la disaffezione e infine la rottura. Habib Selmi, così, entra nelle pieghe minime della relazione amorosa, cercando di catturare la serie di eventi impercettibili che normalmente formano la sostanza tattile di un innamoramento. E tra questi gli odori, a cui il titolo accenna. Ci sono temi, come appunto la storia d’amore, trattando i quali scrivere significa prima di tutto esercitarsi a eludere una quantità infinita di trappole. Non è facile saltarne fuori senza essere inciampato in qualche caduta. Selmi ci riesce. Tu, lettore, segui le vicende di questa storia d’amore e ci stai dentro per lungo tempo. Passano le pagine e non ci fai caso. Poi però l’inizio di un capitolo te lo rivela: la donna in questione ha un che di rappresentativo, è l’ideale, una specie di icona. Non è solo la donna amata da Mahfudh. Il nome che porta non è casuale. Si chiama Marie Claire! Che sarebbe come ambientare un libro a Roma o a Milano e chiamare la protagonista del romanzo Gioia o Grazia o Annabella, giusto perché Donna Moderna non lo puoi usare, non è nome proprio di persona.

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selmi

La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui la prima puntata. (Fonte immagine)

Gli odori di Marie Claire, romanzo che è stato finalista del prestigioso Booker Prize arabo, racconta la storia d’amore tra Mahfudh, giovane tunisino che fa il docente universitario a contratto e il portiere d’albergo a Parigi, e Marie Claire, giovane donna francese che, a dispetto dei suoi studi in Storia, è impiegata in un ufficio postale.

Con quel po’ di ironia consentita dalla distanza rispetto ai fatti narrati e un lieve distacco che non esclude il rimpianto, Mahfudh ripercorre le tappe del suo rapporto con Marie Claire, raccontando in prima persona l’innamoramento, poi la disaffezione e infine la rottura. Habib Selmi, così, entra nelle pieghe minime della relazione amorosa, cercando di catturare la serie di eventi impercettibili che normalmente formano la sostanza tattile di un innamoramento. E tra questi gli odori, a cui il titolo accenna. Ci sono temi, come appunto la storia d’amore, trattando i quali scrivere significa prima di tutto esercitarsi a eludere una quantità infinita di trappole. Non è facile saltarne fuori senza essere inciampato in qualche caduta. Selmi ci riesce. Tu, lettore, segui le vicende di questa storia d’amore e ci stai dentro per lungo tempo. Passano le pagine e non ci fai caso. Poi però l’inizio di un capitolo te lo rivela: la donna in questione ha un che di rappresentativo, è l’ideale, una specie di icona. Non è solo la donna amata da Mahfudh. Il nome che porta non è casuale. Si chiama Marie Claire! Che sarebbe come ambientare un libro a Roma o a Milano e chiamare la protagonista del romanzo Gioia o Grazia o Annabella, giusto perché Donna Moderna non lo puoi usare, non è nome proprio di persona.

Quando ti accorgi allora che Marie Claire non è solo quella specifica donna amata da Mahfudh, che lavora alle poste, eccetera eccetera, ma è Marie Claire, il nome della più comune donna francese, che addirittura presta il suo nome a una rivista per donne comuni e ideali? Lo capisci quando, dopo che Marie Claire ha fatto fare a Mahfudh un mucchio di cose a cui lui proprio non era avvezzo per indole e per cultura, come andare a ballare per tutta la notte in una discoteca, cosa che non avrebbe mai fatto in vita sua perché per lui era proprio impensabile e che fa solo per compiacere la sua innamorata e convivente, dopo essere andato tante volte a cena in un ristorante, dopo essersi piegato tante volte (e volentieri) al desiderio di Marie Claire di uscire la sera, locuzione a cui lui proprio non riusciva a dare quel particolare valore liberatorio che intuiva dovesse avere per Marie Claire, Mahfudh fa un’altra cosa che non appartiene affatto alle sue abitudini: va in vacanza al mare con Marie Claire, a Creta. E ci va in campeggio. Che è proprio una tipica vacanza europea messa su con un budget limitato. È questo l’inizio della fine della storia d’amore e del romanzo: siamo dalle parti dell’epilogo. Comincia qui (non certo per il campeggio e per la vacanza ma per un senso di estraneità che forse nemmeno si riesce a spiegare e le cui motivazioni non è mai facile rintracciare in nessuna storia d’amore) la disaffezione reciproca.

Finora no, lo stile di Selmi era stato, in un certo senso, partecipato. E impegnato a rendere conto di tutti i piccoli gesti e incantamenti di un uomo innamorato, raccolti con una cura a volte minuziosa. L’attacco di questo capitolo riferisce invece di un deciso distanziamento. Ricorda un po’ quel tono che hanno certe relazioni di viaggio in cui i gesti delle popolazioni visitate dallo straniero ti sembrano opache e incomprensibili, assurde e del tutto campate in aria. Ed ecco che allora anche la Marie Claire del libro non è più quella Marie Claire che tu, lettore, hai in qualche modo imparato a scoprire. Diventa improvvisamente la Marie Claire della rivista: una donna a suo modo quasi programmata per essere come è, per avere i gusti che ha e i divertimenti che le piacciono. Diventa uso e costume. Siamo al capitolo 14, che comincia così: “Vacanze: credo sia questa la parola che Marie Claire ama di più al mondo. Il termine, su di lei, ha un effetto bizzarro, sembra che la incanti. […] Ogni anno Marie Claire si incaponisce a volere fare i bagagli e partire; perché, stando a quel che continua a ripetere, «non sono vacanze se non si fa un viaggio»”.

La presenza dell’Europa e l’incontro tra un giovane arabo e una coetanea europea sono situazioni più che ricorrenti nei romanzi arabi anche di inizio Novecento: elementi fondanti nel percorso che conduce scrittori e intellettuali a mettere a fuoco un modello praticabile di modernità. Una modernità che si impara quasi sempre in Europa, ma non per pura imitazione, bensì da un’operazione di ripensamento del proprio contesto sociale attraverso un confronto serrato con l’altrui. E ciò che si accoglie, dalla società altrui, è equipotente rispetto a ciò che si critica e si scarta. Ora, non saprei dire sinceramente se qualcosa di simile lo faccia anche Habib Selmi attraverso la storia di Mahfudh. Certo è che, innamorandosi di Marie Claire, adattando la propria vita a quella della donna francese, rinunciando in alcuni casi a se stesso e alle proprie inclinazioni per poterne esserne accolto, Mahfudh si confronta radicalmente con le proprie radici più profonde. E non si tratta in questo caso di notazioni di costume tutto sommato innocue, come nel brano della vacanza sopra riportato. È la sua mascolinità, per come l’aveva forgiata nel suo Paese sin da ragazzo, secondo modalità che ogni tanto vede affiorare in sé da una coscienza quasi fantasmatica, ciò contro cui ingaggia la vera battaglia.

E una sera, verso la fine del romanzo, torna a casa ubriaco, sfatto e piuttosto disperato. Ha un litigio furibondo con Marie Claire, pieno di insulti, che degenera quasi in una colluttazione violenta. Allora Mahfudh si chiude a chiave in cucina e non ne esce più, attuando l’unica contromisura possibile per tenere sotto controllo la propria rabbia irrazionale, per disciplinarla e non farla degenerare. Affinché l’uomo che coscientemente ha scelto di essere non sia sopraffatto da un altro tipo d’uomo, che potrebbe benissimo diventare se lasciasse spazio a una sorta di antica memoria personale (che nel corso del romanzo ogni tanto riaffiora, agendo dall’interno quasi al di là della sua stessa volontà). “Ho avuto paura che mi picchiasse – dice Mahfudh allora- perché, di rimando, l’avrei picchiata anch’io e tutto sarebbe andato a scatafascio: sono corso in cucina, ho chiuso la porta a chiave. Mi sono steso sul pavimento e ho rivisto ogni fotogramma di quello che era accaduto”.

Mahfudh dunque non ha la reazione definitiva. Chiude la porta della cucina per frapporre uno schermo tra sé e la sua ira: per mettersi al riparo da se stesso.

Cosa dire invece di Marie Claire? Le sue motivazioni non le conosciamo. Le possiamo solo intuire dietro l’evidenza dei gesti. Le sue frasi sono riportate, filtrate dalla voce di Mahfudh. E quando lei inizia a umiliarlo e a disprezzarlo, non sappiamo mai del tutto di che natura sia quel disprezzo. Se sia rabbia, rancore, snobismo o che altro. E se sia veramente umiliazione e disprezzo o se è la particolare sensibilità di Mahfudh a interpretare gesti e parole in tal senso, deformandoli. Quello che arriva è comunque l’immagine di una donna europea che sceglie e desidera. Decide di accogliere, amare e poi lasciare. Una che a un certo punto non ne può più e inizia a passare le notti fuori, forse in compagnia di un altro uomo, e si compra una moto di grossa cilindrata quasi come segno di radicale autonomia o di definitivo passaggio a un’altra stagione di vita. Come segno di un completo allontanamento. E per la quale, quando l’amore finisce, come diceva il poeta, la vita continua. Anche senza di lui. Lo può accettare Mahfudh, maschio arabo, tutto questo? Sì, pare di capire, con un certo lavoro su di sé, contraddicendo una (solo nostra?) opinione diffusa, veniamo a sapere che lo può accettare.

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Scrittori arabi contemporanei https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/#comments Fri, 06 Dec 2013 15:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16811 Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

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GhassanKanafani

Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

***

Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani l’ho trovato a due euro in una libreria dell’usato ed è forse questo che me lo rende un po’ glorioso: il fatto che (almeno ai miei occhi) sia un ritrovamento e, in un certo senso, anche un libro sopravvissuto. Scritto nel 1963, la sua traduzione in italiano risale al 1991: poca o nulla speranza di trovarlo a scaffale in qualsiasi altro tipo di libreria.

Personalmente ho questo vizio. Se comincio a appassionarmi a qualcosa, ad esempio un autore i cui libri non si trovano più in giro,di quell’argomento divento una specie di fanatico fissato. È successo così per autori italiani come Bianciardi o Manganelli, di cui negli anni ’90 non si trovava quasi niente in commercio: per circa tre o quattro anni ho raccattato di tutto, scovandone i libri nei posti più impensati. Poi, pur continuando ad ammirarli, quando alcune case editrici hanno cominciato a ristamparne i volumi sono guarito e la mia fissazione per questi autori si è notevolmente calmata.

Kanafani è considerato uno dei maggiori scrittori palestinesi del ‘900. Rifugiatosi in Libano nel 1948 in seguito a quella prima guerra arabo-israeliana che gli arabi chiamano “la catastrofe”, ha poi vissuto in Siria e in Kuwait. Attivista del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, è stato assassinato nel 1972.

Uomini sotto il sole racconta il tentativo disperato di passare una frontiera, in pieno agosto, in mezzo a zone quasi desertiche, da parte di tre uomini in fuga dalla Palestina occupata e all’inseguimento di un futuro un po’ più dignitoso da assicurare a sé e alle proprie famiglie. Si tratta della frontiera tra Iraq e Kuwait, nei pressi di Basra (Bassora), in quella zona in cui le acque di Tigri e Eufrate proseguono ormai congiunte verso il Golfo Persico attraverso un esteso braccio d’acqua noto con il nome diShattel-‘Arab. Il romanzo racconta delle contrattazioni intavolate da tre palestinesi (Abu Qais, Asad e Marwàn) con uomini senza scrupoli che vendono loro la possibilità di passare in Kuwait da clandestini. E che, lo sanno gli stessi clandestini, con ogni probabilità li abbandoneranno in mezzo al deserto. L’esito è tragico: i tre faranno la fine dei topi, cotti a vivo dal sole incandescente nel chiuso di un’autocisterna vuota d’acqua in cui erano stati nascosti. Verranno così abbandonati di notte per strada, vicino a un deposito di spazzatura, proprio come può accadere nel Canale di Sicilia ai migranti di oggi, che muoiono per il sole e per la sete e i cui corpi vengono buttati fuori dai barconi a gonfiarsi d’acqua.

Uomini sotto il sole è libro essenziale e potente, di un realismo asciutto ma che ha una sua particolare capacità evocativa. È davvero il racconto/paradigma di una immane catastrofe, molto al di là delle vicende storiche dei palestinesi a cui il libro si riferisce: oltre a una catastrofe già consumata, insomma, ne sa raccontare tante altre a venire. Ma se è inevitabile che rievochi fatti realmente avvenuti e che continuano a ripetersi ancora oggi in aree geografiche contigue a quelle del romanzo, a leggerlo vengono anche in mente libri del tutto estranei, per geografia per lingua e per vicende narrate, al contesto arabo. Nella prefazione all’edizione italiana Vincenzo Consolo accostava ad esempio Kanafani a Hemingway, Faulkner o Steinbeck, penso per la sua capacità di collocare le vicende narrative nel cuore della Storia e dei maggiori conflitti politici che la attraversano. A me, invece, il libro ha ricordato soprattutto quei bellissimi racconti di Juan Rulfo raccolti in un volume dal titolo La pianura in fiamme.

È un accostamento molto opinabile, e forse del tutto incongruo, e appunto per questo particolarmente utile a farci su qualche buona pensata.

È innanzi tutto il titolo a stabilire una parentela tra i due libri. L’arida pianura dei racconti di Rulfo è in fiamme per l’arsura del clima e perché incendiata da una sorda violenza, della cui origine non si riesce nemmeno a recuperare memoria ma che pervade tanto le relazioni intime e private dei protagonisti quanto quelle pubbliche. Una violenza che sembra impastata con la terra stessa che gli uomini di Rulfo calpestano. I personaggi di Juan Rulfo sono eterni camminanti, quasi tutti uomini in fuga. Per lo più a causa di un crimine privato commesso o subito. Anche i personaggi di Rulfo attraversano terreni ostili, bruciati dal sole, spazzati da un vento asciutto, tra sterpi secchi e massi polverosi, di notte o di giorno, alla ricerca di una via di salvezza che è sempre irraggiungibile. Hanno dentro quella fibrillazione disperata che è propria degli animali braccati, ormai chiusi in un angolo, definitivamente in trappola.

E in una trappola vanno proprio a finire gli uomini di Kanafani, sotto il sole di quell’altra regione semidesertica, a mezzogiorno, in pieno agosto. Anche in questo caso c’è una pianura in fiamme per clima e violenza. Solo che qui la violenza ha una radice storica. Se ne possiede una memoria chiara e sarebbe (o sarebbe stata) perfino evitabile. Non è ancestrale e cieca, come avviene in Juan Rulfo (talmente cieca e ambigua da tollerare perfino che si travesta, in alcuni tra i più bei racconti dello scrittore messicano, di un’ironia beffarda). In Kafanani inoltre la violenza non è impastata alla terra: piuttosto la invade sopraggiungendo dall’esterno, e viene a inaridirla.

In Uomini sotto il sole le vicende che narrano il tentativo di passare la frontiera vengono interpolate da continui flashback: inserti con qualche lirismo che raccontano vicende appartenenti al passato dei protagonisti. Al centro di questi brani di memoria c’è quasi sempre la Palestina, i vicini di casa, il paese di origine, le famiglie abbandonate. Qui la perdita si può nominare. La violenza arriva a sconvolgere le vite ma non è stata cercata. Nel ricordo dei protagonisti la terra d’origine non significa agonia e sangue, ma ha l’odore buono delle mogli, “di una donna che si era appena lavata con acqua fresca e che gli accosta i capelli ancora umidi, coprendogli il viso”.

Il pericolo a cui va incontro ogni profugo è incastrarsi nel ricordo della propria terra perduta in una prolungata attesa che paralizza. Ed è quello di cui si accorge a un certo punto uno dei tre uomini, Abu Qais, quando decide di tentare l’avventura verso il Kuwait: “Negli ultimi dieci anni non hai fatto altro che aspettare. Ti ci sono voluti dieci lunghi anni di fame per capire che hai perduto i tuoi alberi, la tua casa, la tua giovinezza e tutto il villaggio. In questi lunghi anni la gente è andata avanti per la sua strada, mentre tu te ne stavi accovacciato come un cane in una casa miserabile. Che ti aspettavi? Che piovesse giù la ricchezza dal tetto? Casa tua? Ma quale casa tua? Un uomo generoso ti aveva detto: «Abita qui!». E dopo un anno: « Dammi metà della stanza», così hai appeso qualche sacco rattoppato tra te e i nuovi vicini. E sei rimasto accovacciato finché non è arrivato Sa’d e ha cominciato a scuoterti come si scuote il latte per fare il burro”.

Sa’d è uno di quelli che è riuscito a scappare in Kuwait e lì ha fatto fortuna. È uno di quelli che al ritorno ostentano la ricchezza acquisita contribuendo a creare il mito di un paese straniero per raggiungere il quale vale la pena affrontare qualsiasi tipo di rischio. Così, al confine, lungo lo Shattel-Arab, prima di prendere a piene mani il coraggio e provare a passare di là con qualsiasi mezzo disponibile, Abu Qais si ritrova a immaginare quell’eden di ricchezza che il Kuwait rappresenta per questi uomini. Ma è un ideale senza speranze e privo di reale forza di desiderio. Simbolicamente, sono gli alberi, quelli che gli sono stati sottratti, a rappresentare la pienezza dell’appartenenza. E il Kuwait ne è del tutto privo: “Al di là di quello Shatt, appena più in là, c’erano tutte le cose di cui era stato privato. Laggiù c’era il Kuwait… Là esisteva tutto ciò che nella sua mente era solo sogno e fantasia. Indubbiamente, laggiù esistevano cose reali fatte di pietra, di terra, di acqua e di cielo, non come quelle che gli passavano per la sua povera testa… Ci dovevano essere certo vicoli e strade, uomini e donne, e bambini che correvano tra gli alberi… No, no, alberi non ce n’erano. Sa’d, l’amico emigrato laggiù, che aveva lavorato da autista ed era tornato con soldi a palate, diceva che laggiù alberi non ce n’erano. Gli alberi stanno nella tua testa, Abu Qais, nella tua testa vecchia e stanca”.

L’uso simbolico di elementi legati alla terra e al clima (l’aridità del paesaggio, l’umidità della terra/sposa, gli alberi) sembra da sempre strutturare i racconti, in questa porzione di mondo attraversato nei secoli da mille conflitti. Le storie sembrano segnate sul territorio e attraversando il territorio non puoi che ascoltare storie. Così, l’immagine della terra-sposa i cui capelli bagnati di acqua coprono il viso dell’uomo palestinese, posta proprio in apertura di Uomini sotto il sole, potrebbe essere la traduzione letteraria e poetica di una rivendicazione territoriale: di una terra che era sposa a quel popolo, in un legame reso sacro da un vincolo cerimoniale.

Essendo un lettore per null aaddentro a vicende mediorientali non voglio spingermi troppo in là con le considerazioni. Ma l’immagine della terra-sposa di Kanafani mi ha ricordato, per contrappasso, lo stretto legame che intercorre tra territorio e narrazione in libri sacri come l’Antico Testamento. Ne sembra quasi una risposta per le rime. Ad esempio a quel salmo famoso, il 132, in cui dell’unguento profumato scende dal capo di Aronne fino alla barba e poi all’orlo della sua veste. Come la rugiada del Monte Hermon sui monti di Sion, specifica il salmo. Che sarebbe da interpretare, secondo quanto mi aveva suggerito una volta uno studioso di cose bibliche che conduceva me e un gruppo di altri ragazzi (quando ancora eravamo ragazzi) in giro per la Palestina, proprio in chiave geopolitica. In quanto l’Hermon è il monte da cui nasce uno degli affluenti principali del fiume Giordano, che scende lungo la terra promessa come sulla barba di Aronne fino a giù, fino alla veste, irrorandola e inondandola di profumi, e dunque rendendola fertile.

Viene così in mente il ruolo che il controllo delle acque ha avuto nelle guerre arabo-israeliane, che per buona parte sono state anche guerre per la conquista e il controllo delle sorgenti che garantiscono l’irrigazione delle terre poste a valle. E la stessa rivendicazione di unità territoriale del popolo israeliano su quella terra irrigata dal fiume sembra quasi radicarsi in un siffatto passo biblico. È come se in questo legame tra narrazione e terra, le storie, anche le più antiche, venissero fatte funzionare nell’attualità in una attribuzione di senso che fa presto, un po’ troppo in fretta, ad assumere significato politico.

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Ricordando Giuseppe Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/#respond Sat, 05 Jan 2013 14:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12261 Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull'emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l'Orso d'oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

In quei giorni, le vicende di Fava e di Falcone mi avevano portato a riflettere sui rapporti mai semplici che intercorrono tra memoria storica e memoria pubblica, soprattutto nei discorsi riguardanti la mafia.

La memoria pubblica, pensavo, è quasi sempre regolata sul presente. È patrimonio largamente condiviso di un popolo che la fa funzionare anche per definire una propria identità collettiva. Attraverso la memoria pubblica si aspira sempre a creare una forma di egemonia affermando un sistema di valori e rintracciando un qualche tipo di esemplarità che abbia anche funzione morale.

La memoria storica invece, come per lunghissimi anni è stato per figure come Fava Impastato Rostagno Siani e numerose altre vittime delle mafie, può anche essere pura resistenza: essa può ridursi a essere difesa da una sparuta minoranza di persone, mantenendo nonostante questo tutto il suo vigore e la sua spinta propulsiva.

Nel rievocare un evento in quanto memoria pubblica spesso i documenti vengono fatti funzionare come storie significative. In quanto memoria storica, invece, i documenti sono sempre reperti archeologici e, appunto per questo, sono inizialmente illeggibili e non assimilabili al presente. È proprio la loro distanza, la loro radicale differenza, a renderli strumenti dotati di un potenziale critico capace di sovvertire le nostre certezze. Solo a fatica e con grande sforzo di persuasione, pensavo poi, alcune verità storiche si fanno strada pian piano nella memoria pubblica affermando la propria autorevolezza. Non di rado, quando questo accade, nel produrre una nuova visione dei fatti passati si fanno anche portatrici di nuove visioni del mondo. Iniziano a funzionare nel presente modificandolo.

L’uccisione di Giuseppe Fava, di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario, già ai tempi in cui è avvenuta era portatrice di una verità storica, per affermare la quale tanto per cambiare ci sono voluti poi anni e anni di battaglie in tribunale: un atto di accusa circostanziato contro un sistema di potere, di tipo mafioso, attivo a Catania tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Verità fino a quel momento diffusamente negata dal comune discorso pubblico e che Pippo Fava come voce isolata, o lupo solitario come gli piaceva definirsi, con il suo aggressivo giornalismo di denuncia, gettava in faccia senza mezze parole alla sua città e all’Italia intera.

Giuseppe Fava negli ultimi anni di attività si era trovato a dovere difendere la sua indipendenza, resistendo a licenziamenti, pressioni indebite, censure. Si era inventato uno spazio di assoluta autonomia che gli consentisse di continuare a lavorare in modo libero. Per fare questo aveva messo in campo ogni strumento espressivo a sua disposizione: la caricatura accanto all’inchiesta, la rappresentazione ferocemente sarcastica accanto all’articolo d’opinione, il travestimento istrionico accanto al reportage. Inventava verbali grotteschi di finti convegni di mafia in cui i padrini dibattevano come se fossero la giuria di un grande festival su quale dovesse essere votato come “delitto dell’anno”. Accompagnava questi articoli con schizzi di “mafiosi acrobati” o di “mafiosi sopra e sotto”. Si faceva beffe del killer mafioso mostrandone tutta la pochezza. Poi scriveva anche l’articolo ben noto sul sistema di potere instaurato dai “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” a Catania. In questo modo di procedere, tra guitto e giornalista informato, assomigliava al Peppino Impastato di Onda pazza, che si faceva beffe di Tano Badalamenti sfottendolo con il nome di grande capo Tano Seduto e poi denunciava la spartizione di denaro pubblico avvenuta nella commissione edilizia del Comune di Cinisi.

Se oggi esiste una memoria pubblica di Fava, sempre piuttosto flebile, riguarda il Fava fondatore del periodico I Siciliani. È stata l’attività di denuncia portata avanti con quel mensile autofinanziato a condurre il giornalista alla morte ed è grazie ai suoi compagni di quegli anni e ai suoi familiari se almeno questa memoria è rimasta viva, resistendo a insabbiamenti e depistaggi. Ma nella percezione collettiva diffusa il riconoscimento di Fava come vittima della mafia ha comportato una strana forma di smemoratezza rispetto a tutto ciò che di altro aveva fatto.

Nato nel 1925, Giuseppe Fava è stato ucciso all’età di quasi 59 anni, il 5 gennaio 1984. Il primo numero de I Siciliani era uscito esattamente un anno prima, a gennaio del 1983. Ci sono dunque circa 35 anni di attività che non vengono considerati quasi mai. Un recente libro di Massimo Gamba dal titolo Il Siciliano rappresenta il primo tentativo di trattazione biografica dell’intera attività dell’autore siciliano e fornisce una quantità di notizie preziose per una sua riconsiderazione critica. Ma è solo il primo passo di un lavoro ancora tutto da impostare.

Negli anni ’70 Fava era noto forse più come scrittore e drammaturgo che come giornalista. Due suoi romanzi, Gente di rispetto e Prima che vi uccidano, oggi li definiremmo dei best-seller, con le circa 70.000 copie vendute. Da uno di essi era stato tratto un film per la regia di Luigi Zampa. I suoi testi teatrali, molti dei quali messi in scena dallo Stabile di Catania di Turi Ferro, circolavano in tutta Italia vincendo premi.  Verso la fine degli anni ’70 si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato con la RAI a programmi televisivi e radiofonici. Aveva firmato per Raitre una serie di inchieste televisive sulla Sicilia. Nel 1977 aveva condotto un programma radiofonico del mattino per Radio Rai, dal titolo “Voi ed io”. Un bel libro di inchieste dal titolo Processo alla Sicilia lo aveva pubblicato molti anni prima, nel 1970. E ancora prima era uscita la sua prima opera narrativa, Pagine, che raccoglieva racconti pubblicati nel corso degli anni ’60 sui quotidiani in cui aveva lavorato come cronista. Insomma, una attività intensa che gli aveva dato, tra gli autori siciliani suoi contemporanei, una notorietà seconda forse solo a quella di Sciascia.

Una produzione, rispetto a quella di Sciascia, più apertamente contaminata, che si prefiggeva di essere popolare. Ma che proprio per questo possiede tratti di piena contemporaneità. Fava riusciva infatti a utilizzare, con grande facilità e con una versatilità dirompente, tutti i mezzi che l’industria culturale del tempo offriva: teatro, cinema, radio, giornalismo, televisione, letteratura, perfino arti visive. Cos’è allora che ci allontana oggi da una riconsiderazione critica della sua opera che ne sappia leggere pregi e limiti, considerandone i tratti distintivi accanto ai punti di caduta (che certamente ci sono, dovuti forse a una grande velocità di esecuzione e a una generosità che ogni tanto sulla pagina trasborda per difetto di misura)? Può davvero l’identificazione del suo personaggio con il suo destino di vittima di mafia avere posto in ombra tutto il resto?

Di certo la letteratura di Giuseppe Fava è totalmente alternativa rispetto al canone più accreditato nella tradizione siciliana del secondo Novecento, la cosiddetta linea Sciascia-Bufalino-Consolo, e per questo forse i critici non sanno bene come considerarlo. Se come giornalista, scrittore, autore teatrale, intellettuale scomodo o che. Nei suoi confronti aleggia tra gli specialisti una sorta di snobismo. Perché la sua opera non è mai professorale, i suoi costrutti non sanno mai di latino. La sua è piuttosto l’opera spuria di uno che non si è tirato mai indietro quando c’era da sporcarsi le mani, che ha battuto da cronista in cerca di storie le strade di tutta la Sicilia, fino ai più fetidi catoi, per poi sistemare nel chiuso di una fumosa redazione, più in fretta possibile, pezzi veloci da consegnare alle rotative. E di questa velocità di esecuzione e di giudizio, con i rischi che implica, è innervata tutta la sua opera.

A rileggere, oggi, alcune delle sue opere però si hanno non poche sorprese.

Il consiglio è di cominciare la rilettura, anche per sottrarre la figura di Fava al tema unico della lotta alla mafia, proprio da Passione di Michele, romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Vi si narrano le vicende di un giovane ragazzo di Palma di Montechiaro costretto a emigrare nella Germania dei grandi stabilimenti industriali, finché non approda alla catena di montaggio della Volkswagen, a Wolfsburg. Attraverso un crescendo di eventi drammatici ispirati alla cronaca del tempo, con una resa sempre molto precisa e documentata dei contesti e degli ambienti dell’emigrazione italiana, la vicenda si trasforma pagina dopo pagina da possibile romanzo di formazione al romanzo di uno sradicamento senza alcuna possibilità ricomposizione. Michele diventa lo straniero. Il processo finale per omicidio, attraverso una serie di passaggi visionari e un gioco delle parti dai toni spesso grotteschi, è anche la messa in scena di un’insanabile frattura culturale, con tutta la componente di pregiudizio che normalmente si incista nei dibattimenti quando un fatto di cronaca diventa evento mediatico che agita l’opinione pubblica.

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