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Pubblichiamo un estratto da Come un sillabario di Mario Valentini, edito da Mesogea. (Fonte immagine)

Estate

Faceva un gran caldo. Le vacanze erano iniziate solo per pochi e il traffico cittadino all’ora di punta, dalle sei del pomeriggio alle otto, ingolfava le strade peggio che a Natale. Soprattutto lungo le principali direttrici di accesso o di uscita dalla città. Le automobili si incolonnavano lungo la circonvallazione e l’asfalto, reso torrido dalla lunga giornata di sole, continuava a emanare calore. Alla città, del tutto priva di alberi, nemmeno le ore notturne avrebbero portato sollievo. Nel corso della notte, oltre all’asfalto, anche il cemento avrebbe continuato a rilasciare il calore accumulato durante il giorno: le migliaia e migliaia di metri cubi di cemento armato che per più di una decina di chilometri costituiscono il corpo unico, disteso, tutto uguale e ugualmente desolante della città.

L’aria, sempre più arroventata, diventava ancora più irrespirabile per i miasmi rilasciati dai cumuli di spazzatura rimasti a imputridire per giorni a ridosso dei marciapiedi. La puzza di immondizia arrivava a zaffate alle narici delle famiglie, uscite a sera in cerca di refrigerio, mentre prendevano un gelato in qualche bar all’aperto. Se un refolo di vento leggero e tenue per caso consegnava alle narici l’odore piacevole dei gelsomini cresciuti a ridosso della cancellata di qualche palazzo, quel refolo veniva come spezzato, inondato subito da una corrente calda, ben più forte e invadente. Ed era il tanfo d’immondizia strabordante dai cassonetti e accumulata da settimane poco più in là.

Una sera, sotto casa mia, qualcuno all’immondizia aveva dato fuoco. Un fumo denso aveva invaso la strada rendendo l’aria irrespirabile. I vigili del fuoco avevano tardato ad arrivare. Qualche abitante del palazzo di fronte era sceso in ciabatte e pantaloncini, a torso nudo, con un secchio d’acqua in mano a rallentare l’espandersi del rogo. Altri erano scesi in fretta con le chiavi in mano per spostare le macchine parcheggiate vicino ai cassonetti e metterle al riparo prima possibile.

Era il 16 luglio, un martedì, ed era stata una giornata di disastri. Il traffico quel giorno lungo la circonvallazione aveva iniziato a ingolfarsi intorno alle due del pomeriggio per via della presenza massiccia di veicoli della ‘scientifica’ all’altezza del ponte sul fiume Oreto. A quell’ora le auto in circolazione non sono molte, e pazienza, il traffico un po’ rallenta ma si passa. Era stato dunque intorno alle quattro, quattro e mezza, mentre la polizia faceva ancora i suoi accertamenti ed era impegnata a recuperare un cadavere, che un ingorgo gigantesco si è sviluppato lungo quella che è l’unica via di accesso (e di uscita) alla città. Un ingorgo durato circa quattro ore, che solo dopo le otto e mezza di sera si sarebbe risolto. Pare che responsabile del gigantesco ingorgo fosse un tale, di trent’anni, che giusto alle due del pomeriggio di quel giorno aveva deciso di farla finita gettandosi dal ponte della circonvallazione, giù, dritto dritto nel greto del torrente che scorre almeno venti metri più sotto. Un volo senza alcuna possibilità di scampo. La polizia era arrivata e aveva chiuso gran parte della carreggiata. Il giorno dopo i giornali avrebbero detto trattarsi di un povero disgraziato che era stato da poco licenziato e che, quando si dice la sfiga, dopo alcuni giorni era stato anche lasciato dalla moglie. Il giornale aveva detto che era una delle tante vittime innocenti della crisi economica.

Era vestito in jeans, maglietta e ciabatte da mare. Nel portafoglio, avrebbe riferito il giornale l’indomani, la polizia aveva trovato un biglietto in cui c’era scritta quest’unica parola: scusate.

Viene da chiedersi, a chi erano rivolte queste scuse? A tutti quelli che nel pomeriggio si erano ritrovati incolonnati per quattro ore nel traffico della circonvallazione, imprigionati nell’abitacolo della propria macchina, magari senza aria condizionata, senza la possibilità di tenere acceso il motore per non sciupare la poca benzina che avevano nel serbatoio, più di trenta gradi sopra lo zero, a bestemmiare non si sa bene contro chi e contro che cosa, a cercare informazioni, provare di capire, sperare che si sbloccasse al più presto la situazione? Ci sono modi più discreti e meno invadenti per uscire di scena, modi che recano meno disturbo alla collettività.

Ci si può ammazzare ad esempio alle tre di notte. Puoi anche scegliere lo stesso ponte sulla circonvallazione se proprio ci tieni, ma evitare di farlo in un’ora di punta. O se proprio è alle due del pomeriggio che ti viene in mente di ammazzarti, se proprio magari è il solleone che ti manda del tutto in fusione il cervello, si può avere almeno un briciolo di lucidità, evitare i luoghi troppo affollati e farlo ad esempio dal balcone di casa propria.

Male che vada blocchi il traffico attorno al tuo isolato. Blocchi niente di più che qualche incrocio di vie. Magari abiti anche in periferia, in una zona in cui il traffico è sempre piuttosto limitato. Si crea una leggera fila di macchine su entrambe le direzioni di marcia, i soliti curiosi che si fermano a dare un’occhiata rallentando lo scorrimento delle automobili, due o tre capannelli di conoscenti del rione che escono dai negozi o dalle portinerie a commentare l’accaduto. Col naso per aria, per capire chi è stato, da quale balcone è venuto giù quel corpo che ora giace a terra. Una roba così, un po’ meno eclatante, che non viene a turbare l’equilibrio già piuttosto compromesso e instabile di una città come Palermo, che è di suo un bel po’ precaria e la cui scadente qualità della vita crea una spessa cappa di infelicità.

Poteva ammazzarsi senza rompere troppo i coglioni al prossimo, insomma.

Ma quel giorno poi pare si fossero messi tutti d’accordo. Perché proprio alle cinque meno un quarto, quando già la carreggiata lato monte della circonvallazione era bloccata per via del suicida ma quando ancora nel senso di marcia opposto il traffico veicolare scorreva fluido e senza impedimenti lungo tutti i circa quindici chilometri del viale Regione Siciliana. Quando insomma metà delle macchine presenti lungo la circonvallazione guardavano dall’altra parte della strada e ringraziavano iddio, se esiste, di avere avuto il gran culo di ritrovarsi nella carreggiata giusta, quella sgombera, in cui il traffico scorreva liscio e tranquillo.

Quando tutti i guidatori lato mare gongolavano per una tale fortunata circostanza, un deficiente, perché non si può chiamare in altro modo che deficiente, che guidava proprio su quella carreggiata, quella giusta, quella sgombera, dopo un sorpasso azzardato fatto ad almeno cento chilometri orari, non si accorgeva che il semaforo pedonale all’altezza di un ampio piazzale in cui di solito sostano molti autobus, piazzale Giotto, era scattato da qualche minuto e una vecchina attraversava la strada. Non si accorgeva che tutte le macchine davanti alla sua erano ferme al semaforo proprio per fare passare la vecchia ed era costretto a piantare una frenata improvvisa nel tentativo (vano) di evitare di andare a falciare l’anziana signora e, perdendo del tutto il controllo della macchina, dopo avere travolto la suddetta ultrasettantenne, si andava a schiantare contro uno dei due guard-rail della strada, ribaltandosi tre volte e finendo quindi la corsa in mezzo alla carreggiata. La vecchia morendo sul colpo, l’autista solo dopo una inutile e disperata corsa all’ospedale.

La stradale arrivava in dieci minuti a verificare l’accaduto e per fare gli opportuni rilievi, due o tre ambulanze raggiungevano il luogo del disastro facendosi largo tra le macchine per portare i dovuti soccorsi, mentre una fila lunghissima di macchine che si andavano incolonnando lungo quest’altra carreggiata bloccava definitivamente il traffico della circonvallazione, da entrambi i sensi di marcia. Senza nessuna possibilità di rimedio.

Io lo so che il caldo fa aumentare i suicidi, provoca l’incremento degli incidenti stradali e spinge la gente ad andare fuori di testa. Ma, porca vacca, tutto quel giorno, e contemporaneamente, doveva capitare? A me in fondo me ne poteva fregare anche poco di quel gigantesco ingorgo che si era sviluppato lungo viale Regione Siciliana: quel giorno avevo deciso sin dall’ora di pranzo di non uscire di casa se non dopo il tramonto, abbassare le serrande e starmene immobile sul divano, bello tranquillo. Ero li che vedevo in televisione una tappa di montagna del Tour de France. Ero anche da solo, cosa che succede di rado, in totale e completo rilassamento. Ma si moriva dal caldo e sudavo. Solo la posizione supina dava un po’ di conforto dalla canicola cittadina.

Ogni tanto andavo a rinfrescarmi la faccia bagnandola con dell’acqua di rubinetto, cercando di abbassare la temperatura corporea che rischiava di farmi andare il cervello in escandescenza, nonostante lo stare immobile e il non fare nulla. Era un benessere che durava non più di qualche minuto, poi il caldo ricominciava a farsi sentire e riprendevo a sudare. Ma intanto la tappa del Tour era finita da un po’ e, nonostante quella terribile calura, ero riuscito in qualche modo ad addormentarmi sul divano. Quando a un certo punto hanno iniziato a squillare tutti i telefoni: il cellulare mio, quello di mia moglie (che lo aveva dimenticato a casa) e il telefono di casa. Era tutta gente rimasta intrappolata nell’ingorgo e che aveva deciso di non farmi più riposare.

Non c’è cosa che più mi manda in bestia. L’essere svegliato nel bel mezzo di un sonnellino pomeridiano. Io che provavo in qualche modo a starmene in santa pace, di resistere al caldo e gli altri che mi coinvolgevano inopinatamente nel loro inferno, tenendomi al telefono per delle ore di fila, così, solo per lamentarsi e per parlare. All’ennesima telefonata non ho resistito più. Mi sono vestito, sono uscito per strada, mi sono messo a camminare senza una meta precisa, una mazza da golf in mano, lo strumento con cui, quando potevo, mi dedicavo al mio sport preferito. Sudavo e bestemmiavo. Era il caldo accumulato in quei giorni che mi scaldava i nervi.

Sono andato a finire proprio lungo la circonvallazione, che distava pochissimo da casa mia. E lì, non so proprio cosa è successo, guardavo quella gente incolonnata per strada, la maggior parte con i motori accesi per fare andare l’aria condizionata, vedevo i fumi neri che salivano dai tubi di scappamento e riscaldavano ancora di più l’aria già arroventata, sentivo suonare i clacson delle macchine in fila. Non lo so bene cosa mi è scattato in testa, ho iniziato a insultare la gente prendendo a calci le macchine e a picchiare violentemente tutto quello che mi capitava sottomano con la mazza da golf, mandando in frantumi parabrezza e finestrini.

Non ho potuto evitare il linciaggio di tutti quelli che dopo il gesto inconsulto di un suicida e il sorpasso avventato di un omicida non sono riusciti a sopportare anche lo sfogo furioso di un pazzo iracondo che si aggirava a piedi per strada.

Mentre sentivo arrivarmi addosso quella gragnuola di calci, pugni e sputi che mi avrebbero mandato all’ospedale, reparto rianimazione, sentivo in lontananza, proveniente dall’autoradio di una macchina che si trovava molte file più in là, una musichina leggera, una canzone aggraziata di molti anni fa, cantata da una voce elegante, quasi languida: ≪odio l’estate, che ha dato il suo profumo ad ogni fiore, l’estate che ha creato il nostro amore, per farmi poi morire di dolor≫.

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Autore

mariovalentini@minimaetmoralia.it

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.

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