Marvel Comics Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marvel-comics/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 May 2021 11:42:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marvel Comics Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marvel-comics/ 32 32 Rosso, blu, bianco e nero: The Falcon & The Winter Soldier https://minimaetmoralia.it/serie-tv/rosso-blu-bianco-e-nero-the-falcon-the-winter-soldier/ https://minimaetmoralia.it/serie-tv/rosso-blu-bianco-e-nero-the-falcon-the-winter-soldier/#respond Fri, 28 May 2021 12:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48747 Dopo WandaVision e in attesa di Loki, con The Falcon & The Winter Soldier l'universo Marvel ha continuato a espandersi utilizzando la serialità televisiva.

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Ci sono tantissime cose da dire sull’ultima serie del Marvel Cinematic Universe su Disney+, ma partiamo dalla più evidente: The Falcon and the Winter Soldier e WandaVision sono dei prodotti importanti per i Marvel Studios, un primo passo deciso verso un nuovo linguaggio, quello delle serie tv, finora rimasto figlio di un dio minore. Con gradualità, ovvio. Queste serie non pesano ancora come un film, ma pesano decisamente più di un Agent of S.H.I.E.L.D. visti anche i temi messi in campo. Per essere più pratici: alla fine di Avengers: Endgame lo scudo di Captain America viene consegnato da Steve Rogers a Sam Wilson, ed è nelle sue mani che lo ritroveremo anche nel prossimo lungometraggio. Questa serie però ci mostra l’ordalia che Sam è chiamato ad affrontare per diventare il nuovo Captain America, e ci permette di capire cosa potrà rappresentare, d’ora in poi, quello scudo.

La scelta del formato televisivo non sminuisce l’importanza di quelle che potremmo definire delle origin story duepuntozero, al contrario la accresce, a tratti, concedendogli tempi più dilatati di quelli di un film. Nel caso di The Falcon and the Winter Soldier talvolta anche un po’ troppo dilatati, ma di carne al fuoco ce n’era tanta. La serie segue una struttura circolare dove attorno alla vicenda di Karli e dei Flag-Smasher orbitano svariati intrecci tra i personaggi, e a un certo punto si ha quasi l’impressione che il contorno sia più gustoso della portata. Questo anche perché l’antieroe è ciò che più manca al Marvel Cinematic Universe, quindi personaggi come il Barone Zemo e John Walker sono una ventata d’aria fresca rispetto a ciò che siamo abituati a vedere in questi prodotti.

Tuttavia, l’impianto narrativo di The Falcon and the Winter Soldier ci riporta sul più classico dei binari del Marvel Cinematic Universe, per cui solo chi non cerca il potere è qualificato a detenerlo. Gli eroi ottengono i loro poteri quasi sempre in modo casuale, e spesso cercano di liberarsene perché si sentono indegni, mentre i cattivi cercano il potere convinti di meritarlo. Per questo la serie inizia con Sam che consegna lo scudo al governo degli Stati Uniti, illudendosi che diventerà un cimelio da esposizione. Lo scudo però è un simbolo troppo importante per essere accantonato, così entra in scena John Walker, che risulta fin da subito un personaggio difficile da inquadrare. La nebbia si dirada nell’episodio 4, quando i due si ritrovano più volte davanti alla possibilità di prendere il siero del super soldato (fonte archetipica del potere per gli eroi Marvel), quasi un test morale che taglia come una cesoia il tessuto del racconto: Sam lo rifiuta senza esitare, John invece lo usa e dimostra immediatamente di non essere degno di quel potere e di quello scudo.

Anche Karli Morgenthau, personaggio con le cui ragioni siamo portati a empatizzare, quando dichiara che i suoi sono stati in qualche modo “scelti” per esercitare la forza del siero e rendere il mondo un posto migliore, rivendica attivamente il potere diventandone indegna. Steve Rogers è diventato Captain America grazie al siero perché il dottor Erskine ha visto in lui l’esatto opposto della sete di potere, quella volontà di sacrificio che gli permetterà persino di chiamare a sé il Mjöllnir di Thor, nel momento decisivo. Quella volontà di sacrificio che è anche il più grande insegnamento trasmesso a Tony Stark nel corso della loro litigiosa amicizia, fil rouge che porta lo spaccone egoista conosciuto nel primo Iron Man allo schiocco di dita di Avengers: Endgame.

 Nella serie assistiamo a una diversa dinamica di amicizia, quella tra Sam e Bucky, che rappresenta il conflitto centrale della storia: Steve ha cercato di conferire il suo potere a Sam, e Sam l’ha rifiutato. Bucky deve convincerlo a imbracciare lo scudo, perché crede nell’impeccabile giudizio morale di Steve, ne ha bisogno, come una fede a cui aggrapparsi per convivere con i crimini del proprio passato. Sam invece deve dimostrare a se stesso di essere un eroe rifiutando il potere, ma solo dopo aver rifiutato anche il siero può sentirsi meritevole, finalmente, di accettare lo scudo.

Scudo che, a questo punto, si carica di un valore simbolico tutto nuovo ed estremamente attuale. La serie infatti pesca nel ciclo a fumetti del 2003 Truth: Red, White and Black di Robert Morales e Kyle Baker per introdurre il personaggio di Isaiah Bradley, che rafforza la traccia narrativa più politica finora mai messa in scena nel MCU. Durante la Seconda guerra mondiale il giovane Isaiah faceva parte di un plotone di soldati afroamericani impiegati come cavie per sperimentare il siero del super soldato. Sopravvissero solo in cinque e vennero inviati in una missione suicida in Germania, dove l’unico a restare in vita fu Isaiah. Dopo essere stato catturato e torturato dai nazisti, venne salvato dalla resistenza partigiana e fu finalmente libero di tornare in patria.

Ma il rientro negli USA non fu affatto quello che si sarebbe aspettato. Isaiah venne processato davanti alla corte marziale per aver indossato senza autorizzazione un costume di Captain America, e condannato all’ergastolo. Rimase in carcere per 17 anni, finché il presidente Eisenhower non gli concesse la grazia. Il vecchio Isaiah che conosciamo nella serie è consumato e pieno di rancore, la sua storia non fa che creare ulteriore confusione nel cuore di Sam, combattuto non solo per l’eredità di Steve, ma anche per il colore della propria pelle.

In passato gli Stati Uniti hanno scelto di innalzare Steve Rogers come proprio simbolo e di nascondere sotto il tappeto Isaiah Bradley, che poteva essere il loro Captain America nero. Allora come può un uomo di colore, consapevole di tutto questo, indossare il simbolo di una nazione che non ha fatto altro che sfruttare i suoi simili umiliandoli per secoli? Questa è la lotta più profonda che Sam è chiamato a combattere, con se stesso e con la Storia. E grazie a Isaiah capirà di poter essere, e di dover essere, il nuovo Captain America. Perché nessuno potrà impedirgli di combattere per quella bandiera, che spesso ha dimenticato i suoi antenati, ma appartiene anche a loro.

È singolare che la risoluzione finale di questa serie non sia in un combattimento, ma in un discorso. Un po’ didascalico, certo, ma anche molto forte. Perché mentre critica una classe dirigente che ha dimenticato molti dei suoi cittadini, ricorda allo spettatore che in fin dei conti, anche in un universo fatto di alieni, divinità e maghi, il peggior nemico dell’uomo rimane l’uomo stesso.

In soli sei episodi Falcon and the Winter Soldier prova a condensare moltissimi interrogativi che ruotano attorno al supereroe oggi più anacronistico della Marvel, ma forse per questo anche così ambiguo e ricco di spunti. Che cos’è un simbolo? Può essere plasmato dall’alto? E quali implicazioni finisce per avere sulla gente comune? Queste le domande messe in campo nella serie, dove molte vicende restano aperte, così come le possibilità di sviluppo dei nuovi personaggi introdotti.

Sicuramente alcuni nodi verranno sciolti nei prossimi film corali o, magari, in nuove serie tv. Per il momento però non sono previste ulteriori stagioni di Falcon and the Winter Soldier né di WandaVision. È stato invece confermato un nuovo film interamente dedicato a Captain America (si tratterebbe del quarto, all’interno del MCU) che avrà come protagonista Sam Wilson.

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Steve Ditko: l’eroe segreto di Spider-Man https://minimaetmoralia.it/fumetto/speciale-50-anni-di-spider-man-steve-ditko-leroe-segreto-di-spider-man/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/speciale-50-anni-di-spider-man-steve-ditko-leroe-segreto-di-spider-man/#comments Thu, 20 Sep 2012 13:28:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9515 Riprendiamo un articolo, che fa parte di uno speciale per i 50 anni di Spider-Man (qui tutti i post) uscito sul blog «Conversazioni sul fumetto», scritto da Reed Tucker e apparso originariamente sulle pagine del New York Post il 2 luglio 2012.

Steve Ditko non ha mai ricevuto quello che si meritava per avere co-creato il leggendario supereroe. E mentre «The Amazing Spider-Man» sbanca i botteghini, l’84enne vuole essere solo lasciato solo nel suo ufficio di Midtown, sudando su scarabocchi ispirati a Ayn Rand.

I venditori ambulanti sui marciapiedi di Times Square vendono economiche targhe di metallo con l’immagine di Spider-Man, senza dubbio inconsapevoli che il co-creatore del supereroe passa proprio davanti a loro ogni giorno, completamente ignorato. D’altra parte, solo una manciata di persone al mondo riconoscerebbe Steve Ditko, il misterioso artista ottantaquattrenne che, insieme allo scrittore Stan Lee, si inventò l’arrampicatore di muri nel lontano 1962.

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Riprendiamo un articolo, che fa parte di uno speciale per i 50 anni di Spider-Man (qui tutti i post) uscito sul blog «Conversazioni sul fumetto», scritto da Reed Tucker e apparso originariamente sulle pagine del New York Post il 2 luglio 2012.

Steve Ditko non ha mai ricevuto quello che si meritava per avere co-creato il leggendario supereroe. E mentre «The Amazing Spider-Man» sbanca i botteghini, l’84enne vuole essere solo lasciato solo nel suo ufficio di Midtown, sudando su scarabocchi ispirati a Ayn Rand.

I venditori ambulanti sui marciapiedi di Times Square vendono economiche targhe di metallo con l’immagine di Spider-Man, senza dubbio inconsapevoli che il co-creatore del supereroe passa proprio davanti a loro ogni giorno, completamente ignorato. D’altra parte, solo una manciata di persone al mondo riconoscerebbe Steve Ditko, il misterioso artista ottantaquattrenne che, insieme allo scrittore Stan Lee, si inventò l’arrampicatore di muri nel lontano 1962.

Ditko è stato a lungo considerato il J.D. Salinger del mondo dei fumetti. Non rilascia un’intervista ufficiale dagli anni ‘60 — e anche a quell’epoca rispondeva spesso alle domande dei giornalisti via posta. Si conoscono solo un paio di sue foto pubbliche, l’ultima scattata nel suo squallido studio di Hell’s Kitchen 53 anni fa. Ha una vita privata rigorosa, si rifiuta di apparire in pubblico, di autografare i suoi lavori o di lasciarsi fotografare con i fan, caso mai qualcuno riuscisse a rintracciarlo.

Non si è mai sposato, non ha mai avuto figli. Non è mai stato particolarmente vicino a nessuna delle persone con cui ha lavorato. È stato soprannominato “incredibilmente rigido” dal collega Neil Gaiman. L’unica cosa che sia mai sembrata interessare a Ditko è il Lavoro, e ancora oggi, anche se ha superato l’età della pensione, continua ad andare tutti i giorni nel suo studio a Midtown West e a disegnare per otto ore. Seduto da solo dietro una porta d’acciaio senza finestre, con una targhetta che riporta “S. Ditko”, l’artista, che molto tempo fa si è lasciato alle spalle i fumetti tradizionali e di supereroi, crea e si autopubblica strani albi fumetti spesso impregnati della filosofia oggettivista di Ayn Rand, di cui è un devoto sostenitore.

E chi spera che l’odierna uscita di “The Amazing Spider-Man” lo porterà sotto i riflettori sarà molto deluso.

Quando The Post ha bussato alla sua porta, Ditko — che viene fuori essere un uomo solenne con ciocche di capelli bianchi e le mani sporche di inchiostro, larghi occhiali neri e una camicia bianca sbottonata con una maglietta bianca sotto — gentilmente, ma in modo fermo, rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda. Anche se ha dichiarato di leggere The Post.

“Non ho niente da dire,” afferma, in piedi sulla soglia del suo studio. Abbondano le voci per cui lui lì vivrebbe anche, ma una fonte nel palazzo dice che forse abita nell’hotel lì vicino.

“Non gli è mai interessata la celebrità, ed è chiaramente in pace con essa,” afferma Blake Bell, autore di Strange and Stranger: The World of Steve Ditko.

“Avrebbe potuto fare un granbaccano, soprattutto con l’uscita del primo film di ‘Spider-Man’ [nel 2002], e avrebbe potuto probabilmente guadagnare un sacco di soldi e di pubblicità, ma non l’ha fatto.”

Steve Ditko è nato a Johnstown, Pa. Nel 1950 si trasferì a New York e iniziò a disegnare fumetti, principalmente horror e di fantascienza. Comunque, solo quando iniziò a frequentare la Marvel Comics e Stan Lee nel 1955, iniziò la sua strada verso la leggenda.

La creazione di Spider-Man è confusa dagli anni, da contrastanti punti di vista e dal fatto che all’epoca nessuna delle persone coinvolte vi prestò molta attenzione, visto che non avrebbero mai pensato che le avventure di un teenager che acquisisce i poteri di un aracnide avrebbero portato a qualcosa.

Quello che sappiamo: nel 1962, Lee, il co-creatore dei Fantastici Quattro e di Iron Man, ebbe l’idea di un nuovo eroe e inoltrò una sinossi a Jack Kirby. La storia prevedeva un teenager che acquisiva i poteri di un ragno attraverso un anello magico. Lee era soverchiato dalla ripresa troppo eroica di Kirby e andò da Ditko. Non solo Ditko disegnò il costume-icona, ma potrebbe aver contribuito a molti degli elementi che hanno reso Spidey così famoso negli anni. Diversamente da altri eroi divini dell’epoca — Superman, per esempio — Spider-Man e il suo alter ego, Peter Parker, avevano problemi molto umani da raccontare.

“Ditko prese quella che era una ottimo fumetto di supereroi e lo trasformò effettivamente in qualcosa di rivoluzionario,” continua Bell.

“Fu Ditko a voler inserire il fumetto nella realtà, a voler vedere cosa volesse dire essere un eroe attraverso gli occhi di un teenager e lottare.”

La direzione intrapresa mise Ditko in disaccordo con Lee, ma poiché lo scrittore-editore era impegnato a gestire la Marvel, cominciò a passare sempre più il controllo delle storie a Ditko. All’incirca al No. 10, l’artista scriveva anche le storie, mentre Lee riempiva solamente i dialoghi dopo che le pagine erano state disegnate. Al No. 25, i due non si parlavano più. Controcorrente rispetto alla tecnica fumettistica contemporanea, Ditko si concentrò meno sulle scene d’azione che coinvolgevano Spider-Man e di più sulla tormentata vita di Parker.

Nel No. 18 di “The Amazing Spider-Man” non si vedeva praticamente Spidey in costume. In una rubrica di lettere che dirigeva all’epoca in altre pubblicazioni Marvel, Lee tirò una frecciata a Ditko, scrivendo, “Molti lettori sono sicuri di odiarlo [il No. 18], per cui se vuoi sapere quali sono le critiche, assicurati di comprarne una copia.”

Spider-Man alla fine divenne un enorme successo, ma con il No. 38 Ditko lasciò, a quanto si dice andandosene senza preavviso. Bell sostiene che l’artista era arrabbiato con la Marvel Comics per non aver rispettato le consegne sulle royalties promesse.

Ancora oggi, Ditko ha probabilmente tratto veramente poco dalla sua billionaria co-creazione. Non ha nessuna proprietà sul personaggio e all’epoca era pagato con una modesta quota per pagina. Percepisce le royalties ogni volta che i fumetti sono ristampati, ma dice di non aver guadagnato niente dai film, nonostante il suo nome compaia fra i credits.

“No,” risponde a The Post, quando gli si chiede se gli è stato corrisposto qualcosa per i quattro recenti film su Spider-Man.

“Non ho niente a che fare con Spider-Man dagli anni ’60.”

In ogni caso, l’artista non sembra molto interessato ai soldi. Nonostante potesse farne a migliaia facendo lavori per i fan, rifiutò costantemente. Invece, fa notevoli progressi con i suoi libri autoprodotti in bianco e nero, con titoli come La mente vendicatrice.

“Li faccio perché è l’unica cosa che mi lasciano fare,” racconta a The Post, suggerendo che i grandi editori non sono più interessati al suo lavoro.

Poi c’è la questione dei disegni originali creati per la sua serie di “Spider-Man”. Quando Greg Theakston, artista ed editore di molti libri di Ditko, incontrò l’artista nel suo studio nel 1993 per discutere un progetto, notò delle enormi pile di pagine di Spidey lasciate a raccogliere polvere, che potevano potenzialmente valere milioni. Ditko stava usando anche alcuni disegni come tagliere. Inorridito, Theakston si offrì di comprargli un nuovo tagliere, ma Ditko rifiutò con un secco “no.”

“Aveva disegnato quelle pagine perché gli piaceva disegnare fumetti, non perché volesse essere pagato o pubblicato,” racconta Theakston.

L’artista sembra vivere la sua intera vita all’insegna di un codice rigoroso, la maggior parte all’ombra dell’Oggettivismo, che postula che “con la realizzazione produttiva come la sua [dell’uomo,] più nobile attività, e la ragione come il suo unico principio assoluto.”

Tom DeFalco, scrittore e caporedattore di Marvel Comics dal 1987 al 1994, venne messo in coppia con Ditko, che non aveva mai incontrato, sulla serie di Machine Man del 1979. Dopo che gli uffici della Marvel inoltrarono la bozza di trama di DeFalco a Ditko, il telefono di casa dello scrittore squillò.

“Risposi e la voce disse, ‘Sei tu Tom? Cosa ti dà il diritto di scrivere storie di eroi?’ ” ricorda DeFalco.

“Io chiesi, ‘Chi parla?’ E lui rispose: ‘Sono Steve Ditko.’ ”

I due discussero per un’ora e mezza sulla natura dell’eroismo. DeFalco ricorda che l’artista amava il dibattito, ma non parlarono mai delle proprie vite personali.

Ditko negli anni litigò con molti dei suoi colleghi, a causa di conflitti o offese percepite. Non parlava più a Stan Lee perché nel 1999 Lee scrisse una lettera aperta assegnando a Ditko metà del merito nella creazione di Spider-Man, dicendo che “considerava” Ditko il co-creatore. Ditko era in disaccordo con la parola “considerare,” e questo fu quanto.

Aveva interrotto i contatti con gli editori a causa di errori di stampa. Era piuttosto amichevole con Bell fino a quando non venne presentato “Strange and Stranger”. Nonostante non avesse visto il libro, Ditko lo chiamò “sandwich velenoso” e riattaccò quando l’editore chiamò per calmarlo.

“Anche solo avere una conversazione con lui è difficile,” sostiene Craig Yoe, autore del prossimo The Creativity of Steve Ditko che pranzò con l’artista agli inizi degli anni 1990.

“Non c’era uno scambio di opinioni facile e neanche si instaurava una piacevole conversazione. Ogni risposta diventava fortemente filosofica.”

Yoe chiese casualmente a Ditko di autografargli un disegno, e l’artista rispose con una profonda tirata sull’immoralità del firmare i lavori, perché non è quello lo scopo dei lavori stessi, ma di essere riprodotti in una rivista.

Molto tempo fa, Ditko spiegò le ragioni dietro al suo riserbo, Bell racconta. “Disse: ‘Non parlo mai di me stesso. Io sono il mio lavoro. Faccio del mio meglio, e se mi piace, spero che piaccia anche a qualcun altro.’ È un genio, e i geni sono spesso eccentrici,” aggiunge Yoe. “Può essere eccentrico — questa è l’America.”

Speriamo che con l’uscita di “The Amazing Spider-Man,” questo eccentrico genio finalmente abbia più del suo dovuto.

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