Ci sono tantissime cose da dire sull’ultima serie del Marvel Cinematic Universe su Disney+, ma partiamo dalla più evidente: The Falcon and the Winter Soldier e WandaVision sono dei prodotti importanti per i Marvel Studios, un primo passo deciso verso un nuovo linguaggio, quello delle serie tv, finora rimasto figlio di un dio minore. Con gradualità, ovvio. Queste serie non pesano ancora come un film, ma pesano decisamente più di un Agent of S.H.I.E.L.D. visti anche i temi messi in campo. Per essere più pratici: alla fine di Avengers: Endgame lo scudo di Captain America viene consegnato da Steve Rogers a Sam Wilson, ed è nelle sue mani che lo ritroveremo anche nel prossimo lungometraggio. Questa serie però ci mostra l’ordalia che Sam è chiamato ad affrontare per diventare il nuovo Captain America, e ci permette di capire cosa potrà rappresentare, d’ora in poi, quello scudo.
La scelta del formato televisivo non sminuisce l’importanza di quelle che potremmo definire delle origin story duepuntozero, al contrario la accresce, a tratti, concedendogli tempi più dilatati di quelli di un film. Nel caso di The Falcon and the Winter Soldier talvolta anche un po’ troppo dilatati, ma di carne al fuoco ce n’era tanta. La serie segue una struttura circolare dove attorno alla vicenda di Karli e dei Flag-Smasher orbitano svariati intrecci tra i personaggi, e a un certo punto si ha quasi l’impressione che il contorno sia più gustoso della portata. Questo anche perché l’antieroe è ciò che più manca al Marvel Cinematic Universe, quindi personaggi come il Barone Zemo e John Walker sono una ventata d’aria fresca rispetto a ciò che siamo abituati a vedere in questi prodotti.
Tuttavia, l’impianto narrativo di The Falcon and the Winter Soldier ci riporta sul più classico dei binari del Marvel Cinematic Universe, per cui solo chi non cerca il potere è qualificato a detenerlo. Gli eroi ottengono i loro poteri quasi sempre in modo casuale, e spesso cercano di liberarsene perché si sentono indegni, mentre i cattivi cercano il potere convinti di meritarlo. Per questo la serie inizia con Sam che consegna lo scudo al governo degli Stati Uniti, illudendosi che diventerà un cimelio da esposizione. Lo scudo però è un simbolo troppo importante per essere accantonato, così entra in scena John Walker, che risulta fin da subito un personaggio difficile da inquadrare. La nebbia si dirada nell’episodio 4, quando i due si ritrovano più volte davanti alla possibilità di prendere il siero del super soldato (fonte archetipica del potere per gli eroi Marvel), quasi un test morale che taglia come una cesoia il tessuto del racconto: Sam lo rifiuta senza esitare, John invece lo usa e dimostra immediatamente di non essere degno di quel potere e di quello scudo.
Anche Karli Morgenthau, personaggio con le cui ragioni siamo portati a empatizzare, quando dichiara che i suoi sono stati in qualche modo “scelti” per esercitare la forza del siero e rendere il mondo un posto migliore, rivendica attivamente il potere diventandone indegna. Steve Rogers è diventato Captain America grazie al siero perché il dottor Erskine ha visto in lui l’esatto opposto della sete di potere, quella volontà di sacrificio che gli permetterà persino di chiamare a sé il Mjöllnir di Thor, nel momento decisivo. Quella volontà di sacrificio che è anche il più grande insegnamento trasmesso a Tony Stark nel corso della loro litigiosa amicizia, fil rouge che porta lo spaccone egoista conosciuto nel primo Iron Man allo schiocco di dita di Avengers: Endgame.
Nella serie assistiamo a una diversa dinamica di amicizia, quella tra Sam e Bucky, che rappresenta il conflitto centrale della storia: Steve ha cercato di conferire il suo potere a Sam, e Sam l’ha rifiutato. Bucky deve convincerlo a imbracciare lo scudo, perché crede nell’impeccabile giudizio morale di Steve, ne ha bisogno, come una fede a cui aggrapparsi per convivere con i crimini del proprio passato. Sam invece deve dimostrare a se stesso di essere un eroe rifiutando il potere, ma solo dopo aver rifiutato anche il siero può sentirsi meritevole, finalmente, di accettare lo scudo.
Scudo che, a questo punto, si carica di un valore simbolico tutto nuovo ed estremamente attuale. La serie infatti pesca nel ciclo a fumetti del 2003 Truth: Red, White and Black di Robert Morales e Kyle Baker per introdurre il personaggio di Isaiah Bradley, che rafforza la traccia narrativa più politica finora mai messa in scena nel MCU. Durante la Seconda guerra mondiale il giovane Isaiah faceva parte di un plotone di soldati afroamericani impiegati come cavie per sperimentare il siero del super soldato. Sopravvissero solo in cinque e vennero inviati in una missione suicida in Germania, dove l’unico a restare in vita fu Isaiah. Dopo essere stato catturato e torturato dai nazisti, venne salvato dalla resistenza partigiana e fu finalmente libero di tornare in patria.
Ma il rientro negli USA non fu affatto quello che si sarebbe aspettato. Isaiah venne processato davanti alla corte marziale per aver indossato senza autorizzazione un costume di Captain America, e condannato all’ergastolo. Rimase in carcere per 17 anni, finché il presidente Eisenhower non gli concesse la grazia. Il vecchio Isaiah che conosciamo nella serie è consumato e pieno di rancore, la sua storia non fa che creare ulteriore confusione nel cuore di Sam, combattuto non solo per l’eredità di Steve, ma anche per il colore della propria pelle.
In passato gli Stati Uniti hanno scelto di innalzare Steve Rogers come proprio simbolo e di nascondere sotto il tappeto Isaiah Bradley, che poteva essere il loro Captain America nero. Allora come può un uomo di colore, consapevole di tutto questo, indossare il simbolo di una nazione che non ha fatto altro che sfruttare i suoi simili umiliandoli per secoli? Questa è la lotta più profonda che Sam è chiamato a combattere, con se stesso e con la Storia. E grazie a Isaiah capirà di poter essere, e di dover essere, il nuovo Captain America. Perché nessuno potrà impedirgli di combattere per quella bandiera, che spesso ha dimenticato i suoi antenati, ma appartiene anche a loro.
È singolare che la risoluzione finale di questa serie non sia in un combattimento, ma in un discorso. Un po’ didascalico, certo, ma anche molto forte. Perché mentre critica una classe dirigente che ha dimenticato molti dei suoi cittadini, ricorda allo spettatore che in fin dei conti, anche in un universo fatto di alieni, divinità e maghi, il peggior nemico dell’uomo rimane l’uomo stesso.
In soli sei episodi Falcon and the Winter Soldier prova a condensare moltissimi interrogativi che ruotano attorno al supereroe oggi più anacronistico della Marvel, ma forse per questo anche così ambiguo e ricco di spunti. Che cos’è un simbolo? Può essere plasmato dall’alto? E quali implicazioni finisce per avere sulla gente comune? Queste le domande messe in campo nella serie, dove molte vicende restano aperte, così come le possibilità di sviluppo dei nuovi personaggi introdotti.
Sicuramente alcuni nodi verranno sciolti nei prossimi film corali o, magari, in nuove serie tv. Per il momento però non sono previste ulteriori stagioni di Falcon and the Winter Soldier né di WandaVision. È stato invece confermato un nuovo film interamente dedicato a Captain America (si tratterebbe del quarto, all’interno del MCU) che avrà come protagonista Sam Wilson.
Francesco Ventrella è nato a Modugno nel 1991, è cresciuto a Ravenna e attualmente vive e lavora a Milano. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e ha conseguito il Master in Arti del racconto alla IULM. Giornalista e videomaker, scrive per Esquire e lavora come visual editor per Hearst Italia. Su Medium: https://francesco-vntr.medium.com/
