Masha Gessen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/masha-gessen/ un blog di approfondimento culturale Wed, 21 Apr 2021 06:22:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Masha Gessen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/masha-gessen/ 32 32 UFO – Una piccola ricognizione su ciò che un tempo chiamavamo non fiction novel https://minimaetmoralia.it/altro/ufo-una-piccola-ricognizione-su-cio-che-un-tempo-chiamavamo-non-fiction-novel/ Wed, 21 Apr 2021 06:04:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48418 Questo pezzo è uscito su Il Venerdì, che ringraziamo di Nicola Lagioia Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente si intitola L’arte di legare le persone. L’autore è Paolo Milone, uno psichiatra di lungo corso che ha prestato servizio a Genova in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto di […]

L'articolo UFO – Una piccola ricognizione su ciò che un tempo chiamavamo non fiction novel proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su Il Venerdì, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente si intitola L’arte di legare le persone. L’autore è Paolo Milone, uno psichiatra di lungo corso che ha prestato servizio a Genova in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto di Psichiatria d’urgenza. Nel suo libro racconta questa esperienza con i malati di mente. È un’opera letteraria, ma non è un’opera di finzione. Eppure, proprio come siamo abituati ad aspettarci dalle storie inventate, utilizza tutti gli strumenti retorici della letteratura (postura, punto di vista, drammaturgia, tensione dell’arco narrativo, uso della lingua, addirittura prosa poetica, senza però inventare nulla) per catturare della realtà ciò che sfugge all’occhio del sociologo, del filosofo, dell’antropologo, persino dello psichiatra.

In questi anni la letteratura – ma anche il cinema, le serie tv, i podcast – sta usando molto il racconto della realtà per provare a illuminare un presente simile a un cruciverba atroce, e un futuro che non si mostra bene all’orizzonte e soprattutto non si riesce a immaginare. Non è un caso se il film italiano in corsa per gli Oscar quest’anno è Notturno di Gianfranco Rosi, un non fiction movie girato in tre anni sui confini tra Siria, Kurdistan, Iraq, Libano. Non è un’opera di finzione ma non è un documentario, e – più di un tradizionale documentario – sa far passare la tensione emotiva che percorre terre altrimenti incognite. Non è del resto un puro film di finzione neanche Nomadland di Chloé Zhao, trionfatore alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e in corsa all’Oscar per il premio più importante. Per non parlare di ciò che da anni fa in modo profondo e originale un regista come Roberto Minervini. Stesso discorso per la serie italiana più amata e discussa di quest’anno, SanPa. Qui gli autori hanno vagliato una vastissima documentazione ma l’hanno poi montata seguendo una tensione narrativa in grado di far rivivere il passato del nostro paese (un passato per molti versi non codificato) come il documentarista e persino lo storico non farebbero con i tradizionali ferri del loro mestiere.

Naturalmente la storiografia resta un pilastro fondamentale della civiltà, così come il filosofo, l’antropologo, il sociologo colgono aspetti (determinanti) della realtà interdetti allo scrittore. A scrittori, sceneggiatori e registi continueremo a propria volta a chiedere di inventare i nuovi Gregor Samsa, Madame Bovary, Moby Dick, Luke Skywalker: la finzione resta fondamentale per portare la realtà a gettare la sua, di maschera. Ma insieme con la finzione stanno proliferando esperimenti che, in mancanza di una più esatta terminologia (siamo il paese di Carlo Levi e Primo Levi, ma un corrispettivo di non fiction novel non l’abbiamo, ammesso che questa definizione non sia già vecchia), chiameremo per ora UFO. Una Forma Originale. Poiché il mondo è un posto molto vasto e in continuo cambiamento, ho l’impressione che queste “forme conoscitive” (molto diverse tra di loro) riescano a catturare della realtà degli altri aspetti ancora, i quali altrimenti rischierebbero di andare persi, o di non essere leggibili.

Pensando ai podcast, che cos’è ad esempio Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che, nel 2017, tirando fuori dall’oblio la storia incredibile di una presunta setta di pedofili, tenne attaccati alle cuffie del telefonino migliaia di ascoltatori? E Polvere, di Chiara Lalli e Cecilia Sala, altro podcast che racconta il caso Marta Russo come se a scriverlo fosse stato John Grisham?

Sono partito dai libri, che pur essendo rispetto al cinema e alla tv un’esperienza più marginale restano degli apripista e dei prototipi, e non di rado gli scafandri capaci di spingerci ancora di più negli abissi del reale senza che la pressione ci disintegri. Non si possono dimenticare opere come Anatomia di un istante di Javier Cercas (una lezione magistrale sulla complessità della politica che chiunque dovrebbe leggere), o Il futuro è storia, di Masha Gessen, uno degli UFO più sofisticati in circolazione per come intreccia documenti, testimonianze, narrazione e fonti storiche per raccontare la transizione della Russia dal crollo del comunismo all’era Putin.

Perché sentiamo di avere bisogno degli UFO per capire dove siamo finiti? Il mondo è diventato un posto di indistricabile complessità (o forse dovremmo dire che lo è sempre stato, ma da molti decenni non abbiamo più delle griglie interpretative forti in grado di tradurlo così come accadeva – non sempre con gli esiti auspicati – per buona parte del Novecento), e la mole enorme di informazioni e statistiche da cui siamo travolti, anziché farci capire meglio, rischiano di accecarci. Ecco allora che, senza aggiungere alla realtà un grammo di finzione, si può provare a imbrigliare molte di quelle informazioni (“l’informazione non è conoscenza, la conoscenza non è bellezza”) in una sintesi poetica capace, fosse anche per un istante, di illuminare l’orizzonte. C’è l’impressione che in questi ultimi tempi persino ciò che normalmente avremmo classificato come saggistica – tra i casi più recenti il Benjamìn Labatut di Quando abbiamo smesso di capire il mondo – utilizzi alcuni strumenti retorici del racconto letterario non a puro scopo divulgativo, come faceva la vecchia scuola angolsassone, ma con un intento a propria conoscitivo e di ricerca, come se questa particolare forma partecipasse all’intuizione necessaria a costruzioni del pensiero normalmente distanti dal regno della finzione. Per molte delle opere citate: ha senso parlare ancora di “non fiction novel”? O siamo in presenza di qualcosa di un po’ diverso rispetto a ciò che credevamo fosse classificabile così fino a qualche tempo fa?

Dovrei parlare infine di una delle madri di tutti noi che ci ostiniamo a smontare e rimontare i nostri oggetti non identificati. Svetlana Aleksievič, meritato premio Nobel per la letteratura. Che cos’è un libro come Preghiera per Cernobyl? È una semplice, se pur mirabile e toccante, raccolta di testimonianze dirette sulla tragedia nucleare che sconvolse gli ultimi quindici anni del XX secolo? Non solo. Aleksievič, scrivendo i suoi libri, compie anche un gesto rituale, raccoglie centinaia di voci, poi le innalza come un coro, un esorcismo, un controcanto al lamento mortifero della guerra e della crudeltà umana. Attenzione ai rituali, funzionano in modo molto diverso dalle battaglie politiche. In questo modo si ritrova nel futuro un passato antico, quello in cui chi raccontava storie era anche un trascrittore, un medium in grado di tirare fuori dall’invisibile almeno una parte di tutto ciò che conta.

L'articolo UFO – Una piccola ricognizione su ciò che un tempo chiamavamo non fiction novel proviene da Minima et Moralia.

]]>
Masha Gessen e la Russia, tra storia e futuro https://minimaetmoralia.it/libri/masha-gessen-la-russia-storia-futuro/ https://minimaetmoralia.it/libri/masha-gessen-la-russia-storia-futuro/#respond Mon, 17 Jun 2019 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40520 Photo by Кирилл Жаркой on Unsplash

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

A raccontare la Russia degli ultimi trent'anni e del presente, è in libreria il bel volume Il futuro è storia (Sellerio, traduzione di Andrea Grechi, pp. 694, 18 euro), vincitore lo scorso anno del National Book Award per la non-fiction.

L'articolo Masha Gessen e la Russia, tra storia e futuro proviene da Minima et Moralia.

]]>
zharkoy_k-513328-unsplash

Photo by Кирилл Жаркой on Unsplash

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

A raccontare la Russia degli ultimi trent’anni e del presente, è in libreria il bel volume Il futuro è storia (Sellerio, traduzione di Andrea Grechi, pp. 694, 18 euro), vincitore lo scorso anno del National Book Award per la non-fiction.

A scriverlo è Masha Gessen, russa di nascita e americana di adozione, ottima redattrice del New Yorker e già autrice di una lungimirante biografia di Putin (Putin. L’uomo senza volto, Bompiani, pp. 259, 18 euro), di una militante e bella cronistoria delle Pussy Riot (inedita in Italia) e degli impeccabili libri sull’attentato alla maratona di Boston e sul matematico russo Grigorij Perelman I fratelli Tsarnaev Perfect Rigor (entrambi pubblicati in Italia da Carbonio Editore).

Questo suo ultimo Il futuro è storia nasce da una lenta e accurata opera di documentazione della morte di una democrazia sovietica mai veramente nata. A monte c’è la sana e felice ambizione di Gessen di descrivere e definire la Russia degli anni recenti e contemporanei, raccontando le esemplari vite di quattro giovani di diversa provenienza geografica e sociale.

Nati negli anni ottanta, i protagonisti del libro sono giovani russi che per famiglia, formazione e mestiere possiedono gli strumenti necessari per comprendere il paese in cui vivono. La loro storia (pubblica e privata) prende piede intorno al 1984, quando l’Unione Sovietica era alla vigilia del “nuovo corso” annunciato da Gorbaciov, quasi nessuno aveva letto George Orwell (il suo 1984 sarebbe stato pubblicato in Russia solo nel 1989), la dicotomia destra-sinistra iniziava a farsi più ingarbugliata di sempre, lo spazio geografico mutava a vista d’occhio e così anche i luoghi di villeggiatura dei suoi abitanti.

Da quell’anno in avanti, in una narrazione corale e appassionante come la trama di un romanzo russo, si compone il ritratto di una storia politica, sociale e intellettuale della Russia di oggi, arrivando a Putin e a tutte le complicazioni del caso.

L'articolo Masha Gessen e la Russia, tra storia e futuro proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/masha-gessen-la-russia-storia-futuro/feed/ 0
Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

L'articolo Free Pussy Riot proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pussy_Riot_Still_2

Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

L'articolo Free Pussy Riot proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/feed/ 0