Matteo Guarnaccia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-guarnaccia/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 May 2022 11:51:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Guarnaccia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-guarnaccia/ 32 32 Matteo Guarnaccia: la setta degli insetti e altre mutazioni https://minimaetmoralia.it/arte/matteo-guarnaccia-la-setta-degli-insetti-e-altre-mutazioni/ https://minimaetmoralia.it/arte/matteo-guarnaccia-la-setta-degli-insetti-e-altre-mutazioni/#respond Thu, 19 May 2022 11:51:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50483 (fonte immagine) introduzione di John Vignola Matteo Guarnaccia non è stato un semplice illustratore, pittore, disegnatore della cosiddetta scena psichedelica, mica solo italiana. È stato un artista dalla sensibilità unica, capace di raccontare con incredibile adesione estetica e filosofica una corrente di arte e pensiero non conformista che unisce rock e letteratura, una galleria di […]

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introduzione di John Vignola

Matteo Guarnaccia non è stato un semplice illustratore, pittore, disegnatore della cosiddetta scena psichedelica, mica solo italiana. È stato un artista dalla sensibilità unica, capace di raccontare con incredibile adesione estetica e filosofica una corrente di arte e pensiero non conformista che unisce rock e letteratura, una galleria di musiche parole e immagini che vanno da Bob Dylan a Gregory Corso, dai Grateful Dead a Abbie Hoffman, dai Beatles post-‘65 a Timothy Leary. Di tutto questo Guarnaccia è stato cantore e protagonista, tante volte testimone diretto. Se vogliamo partire da un libro, il suo inarrivabile Almanacco Psichedelico (Nautilus Edizioni, e poi molte altre ristampe) spiega tutta la sua rilevanza molto più di altre parole. Ringraziamo Mirco Delfino per aver messo a disposizione questo testo, un’intervista pubblicata nel 2003 sul Mucchio Selvaggio, che non ha perso mordente.

di Mirco Delfino

Matteo Guarnaccia, pittore ed illustratore, è punto di riferimento della contro-cultura italiana sin dalla fine degli anni ’60. Da una quindicina d’anni a questa parte è attivo anche, con risultati altrettanto brillanti, nelle vesti di scrittore, in particolare di “storico” del movimento underground. Suo testo fondamentale è senza dubbio l’ Almanacco psichedelico, pubblicato nel ’96 dalla Nautilus e recentemente ristampato. Qui l’autore tenta delle ardite connessioni tra culture primordiali, tecnologie cibernetiche, tradizioni esoteriche, correnti artistiche o di pensiero eretiche ed irrazionali. La psichedelica è inquadrata come tappa di una millenaria cospirazione sotterranea, che spinge avanti la “ricerca mistico-evoluzionistica”. La vastità dei temi trattati, con competenza e stile irresistibilmente fantasioso ed ironico, è davvero notevole, l’apparato iconografico altrettanto ricco ed affascinante.

L’occasione è buona per incontrare Matteo e lasciare che sia lui stesso a parlarci di sé.

Racconta i tuoi inizi come illustratore, da chi e da cosa ti sentivi influenzato…

Tutto è avvenuto in maniera assolutamente naturale, come respirare. Mi sono trovato nel mezzo di un party planetario, un periodo in cui la scorza che avvolge l’inconscio era sottile, la ricezione delle trasmissioni della radio pirata della psiche era forte e chiara. Ho scoperto che la vita era molto più interessante di come la presentavano – scuola, famiglia, chiesa, partito, televisione e pubblicità – e ho iniziato a prendere appunti.  Era il 1969, avevo quindici anni, ero stato colpito dal virus della deriva psicogeografica,  ero felicemente scappato di casa e dopo aver gironzolato per l’Europa, mi sono ritrovato ad Amsterdam, città che si stava trasformando in una Shangrillà hippie, un avventuroso laboratorio sociale. Un’accademia perfetta per i miei primi balbettii artistici. Ho iniziato a produrre un multiplo d’arte nomade che ho chiamato Insekten Sekte, un nome che avevo visto scritto sulla parete del Paradiso (una chiesa sconsacrata trasformata in centro iniziatico a base di amore, poesia, rock, light show, cinema underground e varie altre attività). Setta degli insetti descriveva l’idea di esser parte di una mutazione. I miei disegni diventarono parte di una stravagante cospirazione planetaria per decondizionare la mente, esorcizzando i cattivi spiriti dell’Occidente.

Insekten Sekte è stato uno dei primi esempi italiani di pubblicazione psichedelica, che disegnavo e stampavo ovunque mi trovassi e che veniva  disseminata lungo la hippie trail, da Londra a Kathmandù. Da lì ho iniziato a collaborare con varie testate underground, dipingere manifesti, fare performance, bodypainting, film sperimentali. Il mio imprinting visuale si è formato attraverso apporti: dai fumetti di fantascienza di Dan Dare ai Preraffaelliti, dalla simbologia maya a Cocco Bill di Jacovitti, da Bosch alla pop art  delle decorazioni dei camion afghani e delle immaginette devozionali indù…ma la vera iniziazione retinica è avvenuta con la visione di due copertine di dischi, una disegnata da Rick Griffin per i Grateful Dead (Aoxomoxoa) e la magica Disraeli Gears di Martin Sharp per i Cream.

Com’è stato il tuo incontro con la scena underground italiana? Pensi che si differenziasse da quella di altri paesi, ed in che modo?

Era una scena piccola, semiclandestina che partecipava in tempo reale a ciò che capitava nel resto del mondo. Una enclave che era parte di una confraternita sovranazionale. La scena italiana – composta da poeti, artisti visivi, vagabondi, musicisti, studiosi di esoterismo, naturisti, obiettori di coscienza, avventurieri psichici – doveva la sua sopravvivenza alla capacità di adattarsi ad una situazione di fluidità (gli italiani furono tra i primi a frequentare la vie delle Indie, sin dal 1965). Esistevano classiche tappe di passaggio: il salotto Pivano-Sottsass, la comune di Terrasini in Sicilia, Positano, il covo dei Palumbo a Milano.  La massima visibilità del movimento è avvenuta tra il ‘70 e il ‘71 quando alcune zone di Milano (Brera) o di Roma (Trastevere), si trasformarono in incredibili caravanserragli comunitari. C’erano agenzie di controinformazione (Stampa Alternativa, IAP) giornali (Puzz, Cerchio Magico,Tampax, Fallo!) case aperte, cucine collettive, raduni clandestini in mezzo alla natura, i primi festival.

I cambiamenti nello scenario sociale e culturale hanno impoverito la tua creatività, o hai trovato spunti in altre situazioni?

Ci sono voluti anni per metabolizzare gli eventi. Poi la vita non si è fermata ad aspettarmi, il film cosmico ha continuato a scorrere, con nuovi sviluppi nella trama, colpi di scena, nuovi personaggi. Sulla mia piattaforma formativa ho modellato nuove possibilità espressive. Ho scoperto che, a differenza di quanto ero spinto a credere dall’arroganza giovanile, quello che facevo non era “nuovo” ma faceva parte di una lunga tradizione di “colpi di mondo” poetico-insurrezionali. Ho continuato a studiare le culture visionarie, girare il mondo, ho cresciuto mio figlio.

Il tuo talento letterario si è rivelato più di recente, ha radici anche questo nell’ età giovanile? Anche in questo ambito hai avuto dei riferimenti?

Ho sempre amato leggere, quando vagabondavo nel mio sacco a pelo c’era sempre un libro. Preferivo L’asino d’oro di Apuleio a Castaneda, Lazzarillo da Tormes a Sulla strada, ho amato il Manoscritto trovato a Saragozza, Gargantua e Pantagruel, Il mattino dei maghi, ma anche Erodoto. Non ho scritto nulla sino al 1987, quando dopo un viaggio a San Francisco nel ventennale della Summer of Love, vedendo le molte iniziative a riguardo, mi sono detto che sarebbe stato carino scrivere qualcosa sulla scena italiana. Ho reincontrato il caro Marcello Baraghini di Stampa Alternativa che ha creduto nel progetto e il libro (Arte psichedelica e controcultura in Italia) è andato subito esaurito.  Ma la vera svolta è stata provocata da un amico giornalista che mentre mi intervistava, resosi conto di non sapere nulla su questi argomenti, mi ha imposto di scrivere in prima persona, mi ha messo davanti alla macchina da scrivere e ho dovuto imparare al momento! Poi sono iniziati i contatti coi lettori che si sono dimostrati affamati di questo genere di storie. Risultato: una dozzina di libri e un centinaio di articoli apparsi su prestigiose riviste d’arte o su sconosciute fanzine italiane e straniere.

Ti sei guadagnato la reputazione di “storico” dell’underground, ti capita mai di sentirti un “reduce”, un nostalgico fuori moda, o non temi che la gente ti consideri tale?

Mi piace l’idea di essere uno storico, uno che racconta storie, non la “Storia”. Non si può essere nostalgici quando si parla della vita, un’energia fluttuante che zampilla dalla spina dorsale. Non credo all’ età dell’oro, paradossalmente sono i ragazzi che non li hanno vissuti, quelli più nostalgici degli anni Sessanta. Quando faccio reading o conferenze in giro sono loro i più accaniti nelle domande, mi scrivono lettere, mi chiedono di Insekten Sekte. E’ incredibile che lo conoscano! Ho visto che ha raggiunto quotazioni da capogiro. Io vado avanti per la mia strada, ogni giorno scopro cose nuove e cerco di migliorare la mia arte.

L’ Almanacco psichedelico è il tuo libro più ambizioso, sorprende la scioltezza con cui tratti degli argomenti più disparati, come se ti fossero familiari da sempre. Non posso pensare che non ti sia costato almeno un po’ di lavoro di ricerca…

E’ stato un lavoro colossale, sono felice che lo abbiano ristampato. E’ stato il libro che ha avuto più riscontro di pubblico. Per me è stato come scoperchiare un forziere di tesori, conoscevo qualcosa ma non sospettavo della ricchezza e della profondità del movimento psichedelico. Ho lavorato sulle connessioni con altri momenti storici, sui collegamenti con la storia dell’Occidente. E’ stato uno dei movimenti filosofici e culturali più anomali del Novecento, incredibilmente onnipervasivo. Nonostante abbia agito come propulsore per innumerevoli aree della creatività, la sua è una storia negata, ridicolizzata. L’Almanacco mi è costato anni di ricerca, interviste con personaggi straordinari, full immersion in archivi tossici, dischi gracchianti, lotte con collezionisti psicopatici.

Pensi che la psichedelia sia ancora un movimento attuale e proponibile, o siamo in attesa di una nuovo evento in quella che chiami “la ricerca mistico-evoluzionistica”? Vedi le avvisaglie di questo evento?

“La mente è come il paracadute, funziona solo quando è completamente aperta”, diceva il post surrealista francese Louis Pawels. Mi pare che per difendere una serie di poteri economici, la tendenza sia malinconicamente opposta: fare in modo che le persone usino sempre meno neuroni. La mia risposta è positiva. Anche se non lo chiameremo più psichedelia, ogni segnale di miglioramento psicosociale è benvenuto. I fermenti esistono, fa piacere vedere milioni di persone per le strade che non credono a quello che i media raccontano. Gente che dice no alla follia “necessaria” della guerra. E’ una legge fisiologica: ad ogni letargo segue un risveglio.

Parlaci della tua attività odierna di pittore, in quali paesi, oltre l’Italia, i tuoi lavori sono più conosciuti ed apprezzati?

Ultimamente sto lavorando sulla tecnica del collage, una modalità  espressiva che ti permette di avere a disposizione milioni di comparse e di scenari intercambiabili. Cannibalizzo solo vecchie pubblicazioni, perché hanno delle cromie irriproducibili oggi (studio con attenzione i retini di stampa degli ultimi 100 anni, in modo che giustapponendo immagini di diversi periodi si venga a creare un effetto tridimensionale) e imbastisco dei teatrini visivi, intervenendo poi con pennellate di colore. Se è il caso faccio degli ingrandimenti su tela delle opere, radicalizzando i colori col computer, in modo che perdendo la tridimensionalità diventino più acide e pop. Continuo anche ad amare molto il disegno in bianco e nero perché ha lo stesso valore di un elettrocardiogramma, o meglio è uno psicogramma del momento che sto attraversando. Negli anni mi sono creato una rete di collezionisti,  negli Stati Uniti, dove ho avuto il piacere di esporre con Wes Wilson, (l’ artista inventore del poster psichedelico), in Olanda, Giappone, Svizzera, Francia e Inghilterra. Mostre, workshop, performance, si susseguono. Attraverso la mia arte cerco di tenere aperto il sentiero del cuore con ogni tempo.

 

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L’arte visionaria di Prof. Bad Trip in mostra a Roma https://minimaetmoralia.it/fumetto/larte-visionaria-prof-bad-trip-mostra-roma/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/larte-visionaria-prof-bad-trip-mostra-roma/#comments Fri, 11 Nov 2016 13:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32771 Questa sera a Roma, presso il Palazzo Velli Expo, ci sarà l'inaugurazione della mostra A Saucerful of colours, a partire dalle 21 con un'esibizione di Teho Teardo.

Quest'estate Tabularasa Teké Gallery ha organizzato a Carrara nei propri spazi espositivi la mostra A Saucerful of colours dedicata all'artista Gianluca Lerici aka Prof. Bad Trip scomparso nel 2006. La rassegna ha riscosso un grande successo, non solo per la “vicinanza” geografica ed affettiva che lega Prof. Bad Trip alla città toscana (Lerici è nato nel 1963 a La Spezia, a pochissimi km di distanza, e si è diplomato in Scultura nel 1988 proprio all'Accademia delle Bella Arti di Carrara), ma soprattutto per l'importanza artistica delle opere esposte: oltre quaranta dipinti, poco conosciuti al grande pubblico, insieme a una serie di opere grafiche, sculture e altri oggetti come francobolli, poster, collage e complementi di arredo e di design.

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Questa sera a Roma, presso il Palazzo Velli Expo, ci sarà l’inaugurazione della mostra A Saucerful of colours, a partire dalle 21 con un’esibizione di Teho Teardo.

Quest’estate Tabularasa Teké Gallery ha organizzato a Carrara nei propri spazi espositivi la mostra A Saucerful of colours dedicata all’artista Gianluca Lerici aka Prof. Bad Trip scomparso nel 2006. La rassegna ha riscosso un grande successo, non solo per la “vicinanza” geografica ed affettiva che lega Prof. Bad Trip alla città toscana (Lerici è nato nel 1963 a La Spezia, a pochissimi km di distanza, e si è diplomato in Scultura nel 1988 proprio all’Accademia delle Bella Arti di Carrara), ma soprattutto per l’importanza artistica delle opere esposte: oltre quaranta dipinti, poco conosciuti al grande pubblico, insieme a una serie di opere grafiche, sculture e altri oggetti come francobolli, poster, collage e complementi di arredo e di design.

La galleria carrarese ha così deciso di organizzare una seconda tappa della mostra facendola approdare a Roma presso le sale espositive di Palazzo Velli Expo dall’11 novembre al 3 dicembre. Durante l’inaugurazione ufficiale, venerdì 11 novembre alle ore 21, si terrà l’esibizione live di Teho Teardo.

Un’occasione imperdibile per godere di questa grande retrospettiva su uno dei “visionari” che più hanno influenzato il panorama artististico italiano dagli anni 80 ai 2000. Quello per cui più di tutti sentiamo la mancanza.

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Prof. Bad Trip, sfruttando qualsiasi forma d’arte – musica, pittura, fumetto, serigrafia, incisione, scultura etc. – ci ha immersi nel suo universo fatto di robot bizzarri, teschi psichedelici, pupille ipnotiche, improbabibili astronavi, tentacoli psicotropi, forme geometriche impazzite, tutto così pieno zeppo fin quasi a scoppiare di linee e texture drogate. Il suo peculiare immaginario – distopico, ironico, feroce, disilluso, ribelle e persino fanciullesco – negli anni si è rivelato inconsapevolmente “collettivo”, ovvero in grado di catalizzare le ansie, le paure, le emozioni di più generazioni, come solo i grandi artisti riescono a fare. Risultando ancora oggi attuale.

I primi passi li muove da vero punk nei primissimi 80, quando si esibisce come cantante nel gruppo hardcore Holocaust. Crea le sue prime fanzine in puro spirito do-it-yourself iniziando a usare la sigla Bad Trip Production per firmare le proprie creazioni grafiche: volantini, manifesti, t-shirt. Sono anni di formazione e di protesta (manifestazioni e occupazioni di centri sociali). Il suo stile grafico si affina sulla fine del decennio, dopo aver terminato gli studi accademici. Le influenze vanno dal fumettista Robert Crumb a registi come David Lynch e David Cronenberg, passando per le controculture musicali – punk, psichedelia e techno –, fino a scrittori come J.G. Ballard, Philip K. Dick e William S. Burroughs. A proposito di quest’ultimo, nel 1992 Prof. Bad Trip realizza la versione a fumetti de Il pasto nudo (ShaKe Edizioni): una visionaria discesa negli abissi della dipendenza da droghe pesanti che resta a tutt’oggi l’opera più nota di Gianluca Lerici.

Insomma, nei ’90 allarga il suo raggio d’azione aumentando le sue collaborazioni soprattutto con case editrici, nel settore del fumetto indipendente e dell’illustrazione (R&R Editrice) o vicine alle culture antagoniste (AAA Edizioni, Castelvecchi, Stampa Alternativa, Manifesto libri), ma senza trascurare i rapporti con grandi editori come Mondadori, per cui realizza numerose copertine: tra le più note, da segnalare quelle per i primi libri di Niccolò Ammaniti, ma anche di Guy Debord, Philip K. Dick, Edgar Allan Poe e “il nome multiplo” Luther Blisset. Diventa un nome sempre più importante nel contesto artistico nazionale, colleziona sempre più riconoscimenti diventando protagonista di mostre prestigiose organizzate in tutta Italia, ma soprattutto non smette mai di sperimentare in ogni anfratto artistico, fino all’età di 43 anni, quando il 25 novembre 2006 viene stroncato da un infarto.

L’eredità artistica che ha lasciato si dispiega in una sconfinata produzione che prende vita nelle più svariate forme.

La mostra A Saucerful of colours serve a ricordare tutto questo, ripercorrendo originalmente alcune tappe del percorso “visionario” di Prof. Bad Trip. Prezioso è il catalogo a colori che accampagna l’esposizione, contenente gli occhialini 3D anaglifi per la visione delle opere pittoriche e una serigrafia in edizione limitata e numerata. All’interno da segnalare anche la versione integrale ed inedita dell’intervista Apocalittica realizzata da Vittore Baroni al Prof. Bad Trip e soprattutto l’importante testo critico di Matteo Guarnaccia, con il quale abbiamo scambiato due chiacchiere per l’occasione.

La mostra “A Saucerful Of A Color” celebra l’arte di Gianluca Lerici a 10 anni esatti dalla sua scomparsa. Quanto sono stati determinanti, importanti e significativi per il contesto artistico italiano, underground e non solo, Prof. Bad Trip e il suo universo visionario?

Prima di ogni altra considerazione: Gianluca è stato un artista profondamente originale al di là della casacca di appartenenza. Quindi, per favore, lasciamo da parte la parola underground che solitamente viene usata a sproposito, con intenzioni sminuenti, derisorie o, peggio, auto consolatorie. Stiamo parlando di una persona integra, curiosa e appassionata, che si è impadronita dei segreti di un mestiere antico – l’incisione- e ha saputo traghettarli, in maniera sapiente e inaspettata, nel disegno e nella pittura, per raccontare la sua, la nostra contemporaneità. Un Vecellio punk – erede della gloriosa tradizione protestante della totentanz, di Posada, Kokoschka, Ensor – interprete designato del passaggio di consegne tra gli anni ’60 e gli anni ’90 in seno alla scena antagonista. Un processo artistico evoluto – già annunciato dalla scelta di un formidabile nome de plume distopico, “Bad Trip” – che si è svolto in perfetta sincronia con altri accadimenti della mutazione stilistica in atto in quel decennio, Travellers, Genesis P-Orridge, Rave New World, cyberpunk ecc.  A dispetto della durezza dei  temi trattati, ci ha regalato un’arte raffinata, studiata nei minimi particolari. Con un malizioso, a tratti disperato, D.I.Y. ha svolto il compito di collettore di dubbi, paure, pensieri ribelli: una visione critica non fine a se stessa, ma conseguenza di una comunità, reale o ipotetica, di cui si sentiva parte.

Insomma, prima di perderci nella facile formuletta dell’arte sballata, ci troviamo di fronte a genuina arte sociale, senza l’ipocrisia, i clichè e la noia di ciò che di solito siamo abituati a considerare tale. Una  creatività selvatica e grottesca andava a braccetto o litigava, con il mondo della musica, del design, della comunicazione tessile, del fumetto, delle fanzine e dei salotti.  Il fatto che non abbia bazzicato più di tanto il contesto artistico delle gallerie, delle fiere, delle quotazioni da calcio mercato, degli entusiasmi stagionali, non gli ha impedito di creare un corpus di lavoro notevole, una fitta serie di corrispondenze e sostenitori. Gianluca si è giocato tutto sulla traballante frontiera di una sensibilità acutizzata, sulla volontà di occupare un temporaneo terrain vague in attesa dell’invasione degli ultracorpi. Un atteggiamento fisico da lottatore, di chi attinge informazioni dall’orlo del vulcano prossimo all’eruzione, di chi mette mano alla materia non raffinata. Niente a che fare con la fiction antagonista e le madamine tatuate.

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Nonostante questo si ha l’impressione che anche per Prof. Bad Trip – come per molti altri artisti del passato che hanno operato in contesti sotterranei – ci sia il rischio di cadere nel buco nero del dimenticatoio artistico. Ben vengano queste mostre che oltre a far felici gli amanti della sua arte hanno soprattutto il compito di avvicinare le giovani generazioni e fargli conoscere questo artista seminale. Nel 2016 è possibile considerare ancora attuale la sua arte, anche da un punto di vista socio-politico, rispetto al difficile periodo storico che stiamo attraversando?

Quello di offrire riverberi, echi, continuità alla sua figura è  il compito ineludibile di chi lo ha conosciuto e amato. I suoi disegni, le sue stampe, i suoi dipinti, t-shirt, timbri, fumetti, copertine di dischi, sono materiale sensibile che irradia ancora la folle passione di un uomo che ha continuato sino alla fine a sbraitare – e a sghignazzare – contro l’idiozia di ogni genere di potere e contro l’invadenza della tecnologia. Una lezione, un punto di vista, purtroppo ancora attuale. Come preconizzato dalle sue tavole dense di moniti e spie rosse accese, ci hanno cacciato con gli scarponi pixelati chiodati nel Brave New World.

Insomma, quanto manca Prof. Bad Trip oggi, nel 2016?

Non è solo lui che manca, mancano artisti che abbiano il coraggio di andare oltre la realtà consensuale.

Qual è stato il suo rapporto personale con Gianluca Lerici?

Ci siamo sempre rispettati, a dispetto dei background diversi, anche se tutti e due venivamo dalla “strada”. Si considerava il mio figlioccio, mi chiamava perversamente “Babbo”, ci siamo divertiti moltissimo a elaborare progetti deliranti (come la pubblicazione dell’albo bicefalo  “Double Dose”, la sua collaborazione a “Insekten Sekte”, le folli trading cards, le magliette stampate nel suo gelido atelier sugli Appennini). Uno dei bonus a cui avevo diritto, grazie alla nostra complicità creativa, era ricevere costantemente via posta pacchetti sfiziosi con sue opere, t-shirt, toppe serigrafate, fotocopie, collages, brevi testi,  pasticciati e  ingentiliti da disegni, falsi francobolli e  timbri sontuosi. Il nostro ping pong relazionale è stato ludico e magico, diciamo che abbiamo condiviso un affascinante tratto di strada insieme. Le nostre wunderkammer erano contigue, con molte trouvailles lasciate negli spazi comuni (Burroughs, Griffin, Haeckel), c‘erano problemi di infiltrazioni reciproche e, certo, a volte mi lamentavo per la musica techno troppo alta…

Pittura, fumetto, musica, design etc… Questa mostra è da considerarsi una risultante di tutte le influenze, gli stimoli, le curiosità e le più disparate sfaccettature artistiche di Prof. Bad Trip? Cioè, riesce a cogliere tutti questi aspetti?

La qualità della mostra rivela l’entusiasmo impresso all’operazione dalla preziosa compagna di Gianluca, Jenamarie Filaccio e dalla Teké Gallery (Stefano Dazzi ). La scelta degli elementi esposti è frutto di un’accurata selezione. La prima tappa a Carrara è stata strabiliante, per partecipazione di pubblico. E non dimentichiamo che tutto è accompagnato da un catalogo davvero eccellente per la qualità delle riproduzioni delle opere e dei testi critici (oops!! sono coinvolto anch’io, ma in questo caso rischio volentieri l’accusa di “conflitto di interessi”).

Qual è il valore aggiunto di questa mostra?

Andare e abbandonarsi al piacere psicoattivo, cromaticamente destabilizzante delle narrazioni visionarie di Bad Trip. Per una volta lasciate da parte la solita masochista fissazione  xenofila italica. Gianluca veniva da La Spezia ed è sicuramente più esotico e cool di qualsiasi hipster d’oltreoceano sponsorizzato da giovani ereditiere annoiate.

C’è qualche artista oggi che può essere considerato una sorta di erede di Prof. Bad Trip?

No (secco), che io sappia!

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Psychedelic party https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/ https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/#comments Sun, 13 Jan 2013 10:09:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12282 Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c'era la foto di una signorina che non aveva troppo l'aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono. Per cominciare, c’è un dibattito sulla canapa fattosi affatto diverso: già dalla battaglia per la Proposition 19 californiana qualcosa era cambiato nel modo di parlare di tale sostanza, e adesso, con la legalizzazione in Washington e Colorado – certo, ci sono stati anche l’Uruguay e le depenalizzazioni di Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca, ma sono ancora soltanto gli slittamenti culturali americani ad avere la forza di farsi globali in breve tempo – anche gli abituali megafoni del potere non sembrano più avere la forza di parlarne con la stessa sicumera di un tempo; che il proibizionismo, poi, sia stato un fallimento, è ormai un dato acquisito, al punto che lo fanno proprio anche Wall Street Journal e Economist. È dunque solo naturale se, sollevandosi il velo di esagerazioni sulla canapa, la cosa si espande alle sostanze che più con essa hanno in comune una quantità di cattiva stampa spropositata rispetto ai fatti. Inoltre, dopo quarantacinque anni di propaganda ostile, non solo girano nel circuito dei festival film “favorevoli” alla psichedelia come DMT: the Spirit Molecule di Mitch Shultz (2010), Dirty Pictures di Étienne Sauret (2010), Magic Trip, Ken Kesey’s Search for a Kool Place di Alex Gibney & Alison Ellwood (2011) e The Substance: Albert Hofmann’s LSD di Martin Witz (2011), ma tornano anche a presentarsi al grandissimo pubblico rappresentazioni di utilizzo di psichedelici non terroristiche. Ecco che nella quinta stagione di Mad Men, il buon Roger Sterling assume LSD a una serata casalinga (presente Timothy Leary, il ricercatore di Harvard divenuto profeta lisergico) e se la cava con qualche ora di buffi svarioni e un momento di confronto col suo “Don Draper interiore”; ecco Ashton Kutcher che svagella in un campo di grano, nei panni di uno Steve Jobs allegramente gonfio di acido, in una scena del film jOBS, che verrà presentato il prossimo 27 gennaio al Sundance; ecco Oliver Sacks, il neurologo più famoso tra i non neurologi, che lo scorso 12 novembre racconta al Telegraph le proprie esperienze psichedeliche e il ruolo che hanno avuto nei suoi studi; ecco il Guardian che fa propria una linea editoriale del tutto pro-psichedelici, sia sul piano culturale che su quello medico, con innumerevoli pezzi (alcuni esempi: 1. 2. 3. 4. 5.); ecco che il crescente turismo psichedelico nei luoghi dell’ayahuasca – la bevanda amazzonica a base di DMT, già cercata da Burroughs e Ginsberg – viene trattato da NYT e Washington Post in modo non problematico; ecco addirittura Oprah Winfrey che dedica un articolo del proprio magazine alla sperimentazione di MDMA nella cura del Disturbo post-traumatico da stress.
Le vere ragioni di questo cambiamento sono però diverse da quella necessità di contestazione radicale – al punto di cercare un punto di vista diverso su tutto – che portò alla prima rivoluzione psichedelica; sono più prosaiche e assieme più sottili: la chiave della faccenda – anche più del ritorno di interesse per le sostanze di sintesi originato, tra la metà degli anni ’90 e i primi anni zero, dal contemporaneo sviluppo, e successiva commistione, di club culture e rave culture – sta in Internet. Se già un sito come Erowid ha cambiato da solo – e nel modo più semplice: con la forza dei dati, non mediati da letture isteriche o moralistiche – il modo di fare informazione intorno alle sostanze psicoattive, oggi anche il più sprovveduto dei ragazzotti può ricavare dalla mera lettura di Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, più dati sugli psichedelici e la loro storia di quanti ne potessimo cavar fuori noi, da adolescenti, in mille scavi tra mercatini freak e librerie dell’usato: fino a qualche anno fa, infatti, chi avesse voluto trovare informazioni sul tema, al di fuori dell’isteria dei canali informativi tradizionali, doveva ricorrere a oscure pubblicazioni controculturali (che in Italia si riducevano, oltre alla rivista ALTROVE, ai due “millelire” editi da Stampa Alternativa, Viaggi acidi, dove Pino Corrias intervistava l’inventore dell’acido lisergico Albert Hofmann, e I miei incontri con Leary, Jünger, Vogt, Huxley, nel quale lo stesso Hofmann raccontava il suo rapporto con questi quattro appassionati della sua molecola, suggerendo a noi, ragazzini affamati di mitologie, che dietro la storia dell’LSD non ci fosse soltanto una manica di capelloni spostati). Qualcuno dirà: bene, brava la Rete, ma l’Italia di oggi è comunque peggiore e più arretrata di quella di quindici anni fa. E qui volevo arrivare: il bello di vivere in un paese culturalmente bloccato è che la libreria continua a essere il luogo dove si possono trovare i segni della contemporaneità: se, fatto salvo qualche slide dal Burning Man nella colonnina destra di Repubblica – spazio che assegna l’etichetta “ludico”, quando va bene, a ogni cosa ivi collocata – il piccolo rinascimento psichedelico in atto a livello globale sta passando per lo più inosservato sui nostri media, in libreria è diverso: ecco che proprio nell’anno appena trascorso, Fandango decide di aprire la propria collana “Vite”, dedicata alle biografie, con quella di Leary firmata da Robert Greenfield: una scelta forte, certo non ovvia per il pubblico italiano (ma il direttore di collana Edoardo Nesi non è insensibile all’argomento: aveva già avuto il merito di ricordare le origini psichedeliche del movimento di contestazione americano anni ’60 in un articolo del 4 settembre scorso, che aveva tuttavia il demerito di parlar bene del libro di Veltroni); ecco che i protagonisti di Nessuno è indispensabile, romanzo di Peppe Fiore da poco uscito per Einaudi e senz’altro tra i più significativi del 2012, trovano soltanto nella trascendenza acida la possibilità di una, pur grottesca, redenzione; ecco riaffacciarsi tra gli scaffali Matteo Guarnaccia, già autore del valido Psichedelica (Shake 2010), con l’assai lisergico almanacco Il Barbarossa, firmato assieme a Giancarlo “Elfo” Ascari, e appena uscito per Rizzoli: e gli almanacchi, si sa, prima di essere diari, sono sempre raccolte di presagi.

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