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introduzione di John Vignola

Matteo Guarnaccia non è stato un semplice illustratore, pittore, disegnatore della cosiddetta scena psichedelica, mica solo italiana. È stato un artista dalla sensibilità unica, capace di raccontare con incredibile adesione estetica e filosofica una corrente di arte e pensiero non conformista che unisce rock e letteratura, una galleria di musiche parole e immagini che vanno da Bob Dylan a Gregory Corso, dai Grateful Dead a Abbie Hoffman, dai Beatles post-‘65 a Timothy Leary. Di tutto questo Guarnaccia è stato cantore e protagonista, tante volte testimone diretto. Se vogliamo partire da un libro, il suo inarrivabile Almanacco Psichedelico (Nautilus Edizioni, e poi molte altre ristampe) spiega tutta la sua rilevanza molto più di altre parole. Ringraziamo Mirco Delfino per aver messo a disposizione questo testo, un’intervista pubblicata nel 2003 sul Mucchio Selvaggio, che non ha perso mordente.

di Mirco Delfino

Matteo Guarnaccia, pittore ed illustratore, è punto di riferimento della contro-cultura italiana sin dalla fine degli anni ’60. Da una quindicina d’anni a questa parte è attivo anche, con risultati altrettanto brillanti, nelle vesti di scrittore, in particolare di “storico” del movimento underground. Suo testo fondamentale è senza dubbio l’ Almanacco psichedelico, pubblicato nel ’96 dalla Nautilus e recentemente ristampato. Qui l’autore tenta delle ardite connessioni tra culture primordiali, tecnologie cibernetiche, tradizioni esoteriche, correnti artistiche o di pensiero eretiche ed irrazionali. La psichedelica è inquadrata come tappa di una millenaria cospirazione sotterranea, che spinge avanti la “ricerca mistico-evoluzionistica”. La vastità dei temi trattati, con competenza e stile irresistibilmente fantasioso ed ironico, è davvero notevole, l’apparato iconografico altrettanto ricco ed affascinante.

L’occasione è buona per incontrare Matteo e lasciare che sia lui stesso a parlarci di sé.

Racconta i tuoi inizi come illustratore, da chi e da cosa ti sentivi influenzato…

Tutto è avvenuto in maniera assolutamente naturale, come respirare. Mi sono trovato nel mezzo di un party planetario, un periodo in cui la scorza che avvolge l’inconscio era sottile, la ricezione delle trasmissioni della radio pirata della psiche era forte e chiara. Ho scoperto che la vita era molto più interessante di come la presentavano – scuola, famiglia, chiesa, partito, televisione e pubblicità – e ho iniziato a prendere appunti.  Era il 1969, avevo quindici anni, ero stato colpito dal virus della deriva psicogeografica,  ero felicemente scappato di casa e dopo aver gironzolato per l’Europa, mi sono ritrovato ad Amsterdam, città che si stava trasformando in una Shangrillà hippie, un avventuroso laboratorio sociale. Un’accademia perfetta per i miei primi balbettii artistici. Ho iniziato a produrre un multiplo d’arte nomade che ho chiamato Insekten Sekte, un nome che avevo visto scritto sulla parete del Paradiso (una chiesa sconsacrata trasformata in centro iniziatico a base di amore, poesia, rock, light show, cinema underground e varie altre attività). Setta degli insetti descriveva l’idea di esser parte di una mutazione. I miei disegni diventarono parte di una stravagante cospirazione planetaria per decondizionare la mente, esorcizzando i cattivi spiriti dell’Occidente.

Insekten Sekte è stato uno dei primi esempi italiani di pubblicazione psichedelica, che disegnavo e stampavo ovunque mi trovassi e che veniva  disseminata lungo la hippie trail, da Londra a Kathmandù. Da lì ho iniziato a collaborare con varie testate underground, dipingere manifesti, fare performance, bodypainting, film sperimentali. Il mio imprinting visuale si è formato attraverso apporti: dai fumetti di fantascienza di Dan Dare ai Preraffaelliti, dalla simbologia maya a Cocco Bill di Jacovitti, da Bosch alla pop art  delle decorazioni dei camion afghani e delle immaginette devozionali indù…ma la vera iniziazione retinica è avvenuta con la visione di due copertine di dischi, una disegnata da Rick Griffin per i Grateful Dead (Aoxomoxoa) e la magica Disraeli Gears di Martin Sharp per i Cream.

Com’è stato il tuo incontro con la scena underground italiana? Pensi che si differenziasse da quella di altri paesi, ed in che modo?

Era una scena piccola, semiclandestina che partecipava in tempo reale a ciò che capitava nel resto del mondo. Una enclave che era parte di una confraternita sovranazionale. La scena italiana – composta da poeti, artisti visivi, vagabondi, musicisti, studiosi di esoterismo, naturisti, obiettori di coscienza, avventurieri psichici – doveva la sua sopravvivenza alla capacità di adattarsi ad una situazione di fluidità (gli italiani furono tra i primi a frequentare la vie delle Indie, sin dal 1965). Esistevano classiche tappe di passaggio: il salotto Pivano-Sottsass, la comune di Terrasini in Sicilia, Positano, il covo dei Palumbo a Milano.  La massima visibilità del movimento è avvenuta tra il ‘70 e il ‘71 quando alcune zone di Milano (Brera) o di Roma (Trastevere), si trasformarono in incredibili caravanserragli comunitari. C’erano agenzie di controinformazione (Stampa Alternativa, IAP) giornali (Puzz, Cerchio Magico,Tampax, Fallo!) case aperte, cucine collettive, raduni clandestini in mezzo alla natura, i primi festival.

I cambiamenti nello scenario sociale e culturale hanno impoverito la tua creatività, o hai trovato spunti in altre situazioni?

Ci sono voluti anni per metabolizzare gli eventi. Poi la vita non si è fermata ad aspettarmi, il film cosmico ha continuato a scorrere, con nuovi sviluppi nella trama, colpi di scena, nuovi personaggi. Sulla mia piattaforma formativa ho modellato nuove possibilità espressive. Ho scoperto che, a differenza di quanto ero spinto a credere dall’arroganza giovanile, quello che facevo non era “nuovo” ma faceva parte di una lunga tradizione di “colpi di mondo” poetico-insurrezionali. Ho continuato a studiare le culture visionarie, girare il mondo, ho cresciuto mio figlio.

Il tuo talento letterario si è rivelato più di recente, ha radici anche questo nell’ età giovanile? Anche in questo ambito hai avuto dei riferimenti?

Ho sempre amato leggere, quando vagabondavo nel mio sacco a pelo c’era sempre un libro. Preferivo L’asino d’oro di Apuleio a Castaneda, Lazzarillo da Tormes a Sulla strada, ho amato il Manoscritto trovato a Saragozza, Gargantua e Pantagruel, Il mattino dei maghi, ma anche Erodoto. Non ho scritto nulla sino al 1987, quando dopo un viaggio a San Francisco nel ventennale della Summer of Love, vedendo le molte iniziative a riguardo, mi sono detto che sarebbe stato carino scrivere qualcosa sulla scena italiana. Ho reincontrato il caro Marcello Baraghini di Stampa Alternativa che ha creduto nel progetto e il libro (Arte psichedelica e controcultura in Italia) è andato subito esaurito.  Ma la vera svolta è stata provocata da un amico giornalista che mentre mi intervistava, resosi conto di non sapere nulla su questi argomenti, mi ha imposto di scrivere in prima persona, mi ha messo davanti alla macchina da scrivere e ho dovuto imparare al momento! Poi sono iniziati i contatti coi lettori che si sono dimostrati affamati di questo genere di storie. Risultato: una dozzina di libri e un centinaio di articoli apparsi su prestigiose riviste d’arte o su sconosciute fanzine italiane e straniere.

Ti sei guadagnato la reputazione di “storico” dell’underground, ti capita mai di sentirti un “reduce”, un nostalgico fuori moda, o non temi che la gente ti consideri tale?

Mi piace l’idea di essere uno storico, uno che racconta storie, non la “Storia”. Non si può essere nostalgici quando si parla della vita, un’energia fluttuante che zampilla dalla spina dorsale. Non credo all’ età dell’oro, paradossalmente sono i ragazzi che non li hanno vissuti, quelli più nostalgici degli anni Sessanta. Quando faccio reading o conferenze in giro sono loro i più accaniti nelle domande, mi scrivono lettere, mi chiedono di Insekten Sekte. E’ incredibile che lo conoscano! Ho visto che ha raggiunto quotazioni da capogiro. Io vado avanti per la mia strada, ogni giorno scopro cose nuove e cerco di migliorare la mia arte.

L’ Almanacco psichedelico è il tuo libro più ambizioso, sorprende la scioltezza con cui tratti degli argomenti più disparati, come se ti fossero familiari da sempre. Non posso pensare che non ti sia costato almeno un po’ di lavoro di ricerca…

E’ stato un lavoro colossale, sono felice che lo abbiano ristampato. E’ stato il libro che ha avuto più riscontro di pubblico. Per me è stato come scoperchiare un forziere di tesori, conoscevo qualcosa ma non sospettavo della ricchezza e della profondità del movimento psichedelico. Ho lavorato sulle connessioni con altri momenti storici, sui collegamenti con la storia dell’Occidente. E’ stato uno dei movimenti filosofici e culturali più anomali del Novecento, incredibilmente onnipervasivo. Nonostante abbia agito come propulsore per innumerevoli aree della creatività, la sua è una storia negata, ridicolizzata. L’Almanacco mi è costato anni di ricerca, interviste con personaggi straordinari, full immersion in archivi tossici, dischi gracchianti, lotte con collezionisti psicopatici.

Pensi che la psichedelia sia ancora un movimento attuale e proponibile, o siamo in attesa di una nuovo evento in quella che chiami “la ricerca mistico-evoluzionistica”? Vedi le avvisaglie di questo evento?

“La mente è come il paracadute, funziona solo quando è completamente aperta”, diceva il post surrealista francese Louis Pawels. Mi pare che per difendere una serie di poteri economici, la tendenza sia malinconicamente opposta: fare in modo che le persone usino sempre meno neuroni. La mia risposta è positiva. Anche se non lo chiameremo più psichedelia, ogni segnale di miglioramento psicosociale è benvenuto. I fermenti esistono, fa piacere vedere milioni di persone per le strade che non credono a quello che i media raccontano. Gente che dice no alla follia “necessaria” della guerra. E’ una legge fisiologica: ad ogni letargo segue un risveglio.

Parlaci della tua attività odierna di pittore, in quali paesi, oltre l’Italia, i tuoi lavori sono più conosciuti ed apprezzati?

Ultimamente sto lavorando sulla tecnica del collage, una modalità  espressiva che ti permette di avere a disposizione milioni di comparse e di scenari intercambiabili. Cannibalizzo solo vecchie pubblicazioni, perché hanno delle cromie irriproducibili oggi (studio con attenzione i retini di stampa degli ultimi 100 anni, in modo che giustapponendo immagini di diversi periodi si venga a creare un effetto tridimensionale) e imbastisco dei teatrini visivi, intervenendo poi con pennellate di colore. Se è il caso faccio degli ingrandimenti su tela delle opere, radicalizzando i colori col computer, in modo che perdendo la tridimensionalità diventino più acide e pop. Continuo anche ad amare molto il disegno in bianco e nero perché ha lo stesso valore di un elettrocardiogramma, o meglio è uno psicogramma del momento che sto attraversando. Negli anni mi sono creato una rete di collezionisti,  negli Stati Uniti, dove ho avuto il piacere di esporre con Wes Wilson, (l’ artista inventore del poster psichedelico), in Olanda, Giappone, Svizzera, Francia e Inghilterra. Mostre, workshop, performance, si susseguono. Attraverso la mia arte cerco di tenere aperto il sentiero del cuore con ogni tempo.

 

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