Matteo Meschiari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-meschiari/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Jul 2023 08:57:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Meschiari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-meschiari/ 32 32 Quando il bosco si fa deserto https://minimaetmoralia.it/antropologia/quando-il-bosco-si-fa-deserto/ https://minimaetmoralia.it/antropologia/quando-il-bosco-si-fa-deserto/#respond Wed, 05 Jul 2023 08:57:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52520 Foto di Juanita Swart su Unsplash Pubblichiamo un pezzo uscito su Specchio, che ringraziamo. Il bosco avanza, cresce, si avvicina alle città. Animali di cui ci eravamo dimenticati, fuori da rappresentazioni antropomorfe dominate dal marchio Disney, compaiono nelle periferie delle metropoli, vanno a spasso per i vicoli dei paesi, si fanno riprendere e fotografare e […]

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Foto di Juanita Swart su Unsplash

Pubblichiamo un pezzo uscito su Specchio, che ringraziamo.

Il bosco avanza, cresce, si avvicina alle città. Animali di cui ci eravamo dimenticati, fuori da rappresentazioni antropomorfe dominate dal marchio Disney, compaiono nelle periferie delle metropoli, vanno a spasso per i vicoli dei paesi, si fanno riprendere e fotografare e qualcuno assegna loro addirittura nomi propri. Mentre ci siamo ormai abituati a notizie apocalittiche circa la distruzione del pianeta per mano dell’uomo, la natura riprende il suo assalto alla civiltà. Una contraddizione quasi paradossale se non fosse che in effetti è del tutto campata in aria. Perché ben altro sta accadendo. Un fenomeno complesso in cui si intrecciano narrazione, immaginario e realtà, che è argomento di studio e dibattito soprattutto per gli antropologi. Tre le questioni fondamentali. Me lo spiega Matteo Meschiari, antropologo e scrittore, professore di Geografia all’Università di Palermo, fra i primi in Italia a parlare di quella nozione ormai quasi abusata: l’Antropocene.

“Da un lato dobbiamo considerare la costruzione di un immaginario che è l’esito della cattiva coscienza della nostra specie rispetto alla crisi ambientale. Ci sentiamo responsabili per quel che sta accadendo e dunque immaginiamo un futuro di rinselvatichimento, come un deus ex machina ecologico. Si tratta di una visione utopica sostenuta da saggisti di provenienza anglosassone come George Monbiot (Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana, Piano B). Viene detta “rewilding”. Rispetto alla “wilderness”, concetto dal lungo passato, è proiettata soprattutto nel futuro, anche se le sue radici sono antiche, perché già nel 1973 ne parlava Paul Shepard, di cui è in uscita per Meltemi Teneri carnivori. Cacciatori e selvaggina sacra, il suo capolavoro, un libro che spiega il collasso presente a partire da un passato remoto, quello dell’evoluzione biologica e culturale della nostra specie e quello dell’avvento dell’agricoltura. Dall’altro lato invece c’è chi come Gilles Clément sostiene l’idea del “Terzo Paesaggio”, un concetto formato per analogia con il “Terzo Stato”, per dire che esistono luoghi meno nobili, più umili, ma dai quali possiamo imparare molto. L’architetto di paesaggio dovrebbe infatti progettare contrastando la tradizione in cui l’uomo dà forma al suo giardino, e dovrebbe lasciare che la natura faccia il suo corso. Quello a cui assisteremmo sarebbe dunque la crescita di giardini selvatici. Una nozione che rappresenta bene la natura utopica di queste narrazioni”.

La realtà invece è un’altra. E diversamente da questi indirizzi di studio che hanno grande successo ma peccano di scarsa concretezza, Meschiari se ne occupa da sempre. “Concretamente, noi assistiamo a un fenomeno interessante. Sono tantissime le terre – soprattutto nelle periferie delle città e dei paesi – che gli agricoltori hanno abbandonato, vinti dalla “tecno-agricoltura”. Impossibile farcela, a meno che non si prendano accordi con i vari slow food. Impossibile competere con l’agricoltura di massa. Terre che fino agli anni Sessanta del Novecento erano coltivate, sono state via via abbandonate a se stesse. In trent’anni i campi sono stati ripresi dalla natura, in parte sono diventati boschi. E questo certamente contribuisce a sostenere l’idea che i boschi si stiano avvicinando e siano in costante crescita. Ma non è così”. Meschiari è molto chiaro e conosce benissimo l’obiezione che sorge spontanea: se questi piccoli boschi non rappresentano un cambiamento significativo, tuttavia è reale e anche molto impressionante la vicinanza di animali che una volta erano relegati in una sorta di altrove e sostanzialmente invisibili. Ci eravamo abituati all’idea che il lupo vivesse molto lontano da noi e questa era anche la chiosa a storie per bambini di cui si ripeteva la natura fiabesca, tanto per tranquillizzarli. Adesso questa nuova vicinanza del selvatico ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere le cose.

Meschiari ascolta, però non è così convinto. “Si tratta certo di realtà nel senso che ogni immaginario e ogni narrazione hanno la loro realtà. Peraltro in questo caso indubbiamente è accaduto qualcosa di nuovo. I cinghiali che scorrazzano per le vie di Roma, i lupi nella Pianura Padana, i cervi, i daini, gli orsi. Ma il motivo non sta nella crescita dei boschi e nell’avvicinarsi del selvatico a spese della città. Il vero motivo è sempre la crisi ambientale e il cambiamento climatico, perché l’erosione degli ecosistemi naturali spinge gli animali lontano dalle loro terre, non per riconquista, ma per disperazione. Al tempo stesso però questa presenza animale sposta il confine simbolico del bosco. Con il loro progressivo e incessante avvicinarsi, gli animali si fanno quasi araldi, portatori di selvatichezza e creano in noi l’idea che il bosco si stia spostando oltre i suoi confini reali e sia arrivato a invadere le città. Insomma, il loro spostamento, dovuto a altri fattori, sembra raccontarci lo sconfinamento del loro ecosistema nei nostri confini, i confini dell’umano”.

E dunque ciò che conta è sempre e comunque la crisi ambientale? “Certamente. La realtà è che, nonostante piccole crescite qua e là, i boschi diminuiscono ovunque. E queste di cui parliamo sono solo narrazioni della cattiva coscienza, al meglio favole della buonanotte per impedirci di guardare in faccia una situazione irrecuperabile. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Non facciamo nulla per cambiare le cose. E intanto le grandi foreste amazzoniche vengono distrutte per sempre. Il bilancio globale ci dice che intere regioni alberate stanno scomparendo in America Latina, soprattutto in Brasile. Figuriamoci quanto conta un boschetto che si è ricreato nella periferia delle nostre città. Però è molto interessante come noi reagiamo. Perché appunto la nostra cattiva coscienza ci spinge a interpretare questi fenomeni così poco significativi per edulcorare il disastro a cui stiamo andando incontro. Lo stesso avviene di frequente con il clima. Sappiamo bene del riscaldamento globale. Ora, il clima impazzito porta spesso a fluttuazioni scomposte che a volte si manifestano in un freddo improvviso e incongruo, come una nevicata primaverile nei paesini delle Madonie. Interpretiamo questo freddo come un fenomeno positivo, che contrasta il riscaldamento globale ma ne è invece la conseguenza diretta”. E lo stesso facciamo con quest’idea del bosco che avanza e degli animali selvaggi che entrano in città? “Certo. È esattamente la stessa cosa. Guardiamo quel piccolo fenomeno per distogliere gli occhi da ambienti che l’uomo ha distrutto definitivamente perché non potranno rigenerarsi. Inutile dire ancora che bisognerebbe lavorare sul clima. È diventata una lamentela che annoia chiunque. Si sa da trent’anni e non si è fatto nulla di concreto. Le emissioni di anidride carbonica continuano a essere troppo alte. La conseguenza è la desertificazione. Ecco cosa cresce davvero. Il deserto”.

 

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“Landness” di Matteo Meschiari https://minimaetmoralia.it/libri/landness-di-matteo-meschiari/ https://minimaetmoralia.it/libri/landness-di-matteo-meschiari/#respond Fri, 07 Oct 2022 07:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51350 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore, un estratto dal libro di Matteo Meschiari, "Landness. Una storia geoanarchica" (Meltemi).

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro di Matteo Meschiari, Landness. Una storia geoanarchica (Meltemi).

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Ho conosciuto Dorothy Landness nell’anno più strano e solitario della mia vita. Era il 2000 e a quel tempo ero dottorando in filosofia all’Università Jean Moulin di Lione. Per pagarmi quell’ennesimo vicolo cieco negli studi, facevo il lettore di lingua italiana e, nel tempo libero (che era davvero infinito), me ne andavo in un parco, la Tête d’Or, a raccogliere su un registratore da tasca dei versi di paesaggio, che poi trascrivevo al computer nel mio monolocale in rue Longue. Dorothy – Dotty – era australiana e lavorava all’Antidote Pub di rue Saint-George, nel Vieux Lyon. Ci andavo ogni giorno. A fine serata le regalavo un sottobicchiere della Guinness. In quegli anni favolosi facevano sottobicchieri di cartone spesso, si sfogliavano anche se erano nuovi e asciutti. Io toglievo il primo strato di carta stampata e scrivevo dei versi sul bianco sottostante, ma soprattutto disegnavo paesaggi (montagne, laghi), un po’ nello stile di Tolkien. I miei “regali” per Dotty erano taciti e impliciti: li lasciavo al mio posto prima di andarmene. Poi, una sera di novembre, notai che qualcuno aveva conservato un sottobicchiere e lo aveva aggiunto alle cartoline e alle fotografie negli scaffali dietro al bancone, trafitto da una puntina da disegno. Dotty mi fece alcune domande dalle quali capii che mi stava osservando da un po’. Due giorni dopo venne a seguire una mia lezione e una sera mi invitò a una festa di amici su una chiatta, “piena di lucine come in Apocalypse Now”, disse. Ma io non ci andai. La volta seguente Dotty era distante, si limitò a chiedermi il solito. A metà dicembre semplicemente scomparve, non l’avrei vista mai più.

Ci misi un po’, nei giorni successivi, a capire che Dotty voleva venire a letto con me ma, come ho detto, era un anno strano e solitario. Miss Landness si faceva notare. Era bella, una bellezza nordica che a me ricordava la pioggia e il fuoco di torba, era adulta, molto adulta per una persona di vent’anni. Per dire, un giorno mi guardò dritto negli occhi e: “Siamo nani sulle spalle di nani – sussurrò – i nostri maestri hanno sbirciato sulle scrivanie dei grandi, sono tornati con qualche appunto e noi coglioni ci abbiamo creduto”. Rimasi in silenzio. E Dotty: “C’è uno strato di libri recenti che è come un fottuto permafrost, ci impedisce di sentire la terra al di sotto, morbida, umida. Mio padre era un geografo, mi raccontava che non è un caso se noi Landness ci chiamiamo così. Tu come lo tradurresti?”. “Non lo so – dissi io – Territude? L’essere Terra?”. Andò a servire un altro cliente. Quando tornò non riprese il discorso. Guardava un punto lontano dietro i miei occhi. “Mi piace l’Italia”, disse trasognante. Ma un’ombra la raggiunse.

Avevo trent’anni. Ero un uomo solo. L’episodio mi turbò (chissà come sarebbe andata se avessi capito). Ma quello che mi turbò veramente è che Dotty aveva intercettato un grumo di tensioni e di idee, qualcosa che oggi, più di vent’anni dopo, voglio chiamare landness, proprio come lei. La territà della Terra, la nostalgia per qualcosa che è un luogo reale ma anche un progetto, un’idea. È questo che voglio fare in queste pagine, come nell’Età del ferro si andava a cercare l’ambra nel Baltico, o come un rabdomante alla ricerca d’acqua nei deserti della scienza e della poesia. Landness. Una storia da raccontare, più semplicemente. Quella di uomini che, per piste solitarie, in luoghi ed epoche diverse, hanno cercato di capire la nostra intima connessione con il corpo terrestre, con le geologie e i mari e le calotte del Polo. Nel 2000 non sapevo quasi nulla di quello che volevo fare, ma avevo alcune cose in cantiere che somigliavano a un progetto. Se fossi stato uno scrittore avrei iniziato questo libro vent’anni fa, ma vent’anni fa preferivo scrivere versi e studiare arte preistorica. I versi, quelli che sussurravo dentro un registratore da tasca e che poi ricopiavo al computer, erano un poema intitolato Terra. Un migliaio di linee, rimaste nel cassetto fino al 2019. Gli studi di filosofia delle immagini e l’arte preistorica mi avevano invece portato a Lione dove, da Digione, avevo seguito Jean-Jacques Wunenburger, che a sua volta mi seguiva in una tesi (mai finita) sull’arte rupestre francese. E poi c’era La Gryffe, la libreria libertaria nella città dove Sadi Carnot era stato assassinato dall’anarchico Caserio, e dove Kropotkin era stato imprigionato nel 1883.

Dopo le lezioni del pomeriggio e prima del pub irlandese andavo regolarmente alla Gryffe, mi fermavo davanti ai volumi di Élisée Reclus, curiosavo tra le pagine e mi facevo bastare frasi come questa: “Ho percorso il mondo da uomo libero, ho contemplato la natura con sguardo candido e fiero, ricordandomi che l’antica Freya era al tempo stesso la dea della Terra e la dea della Libertà”. Lo so. Oggi è terribilmente difficile prendere sul serio un geografo anarchico che parla di Terra e Libertà con le maiuscole, ma a dire il vero quello che mi piaceva si trovava qualche riga più su: “Questo libro l’ho iniziato quindici anni fa, non nel silenzio del mio studio, ma all’aria aperta. È stato in Irlanda, sulla cima di un poggio che regola le rapide dello Shannon, i suoi isolotti tremolanti sotto la pressione delle acque e la nera fila d’alberi dove il fiume s’ingolfa, e scompare dopo una brusca curva”. “Roba da matti”, pensai. Iniziare un libro scientifico con un autoritratto romantico alla Caspar David Friedrich, il viandante sdraiato nell’erba, le lontananze meditabonde. Ci vogliono molta ingenuità e molto fegato per farlo, un cocktail tipicamente anarchico di fede disarmata e consapevolezza di chi si crede nel giusto. In una Lione dove stavo vivendo una specie di svernamento, e un naufragio alcolico piuttosto allucinato, il volume di Reclus rilegato in marocchino rosso aveva il potere di un talismano, una mano tesa, onesta, che dai locali parigini dell’editore Hachette in boulevard Saint-Germain era arrivato in rue Longue, dove le prostitute, ogni volta che rincasavo, mi dicevano “Bonsoir, Monsieur” e si stringevano nel cappotto.

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New Orleans, 1853

Dopo quarantacinque giorni di mare sulla John Howell salpata da Liverpool, Élisée Reclus, ventiduenne, arriva pieno di energie e di speranze nel Nuovo Mondo. Lo lascerà quattro anni dopo al limite delle forze, scoraggiato e consumato dalla febbre.

La città dedicata a Filippo II d’Orléans (passata agli Stati Uniti da appena cinquant’anni) conservava molte espressioni della cultura e della società francesi. Reclus ne beneficerà e, contemporaneamente, avrà modo di sperimentare quel disancoramento culturale che è il primo passo per osservare da vicino e da lontano una realtà geografica e sociale. In un ambiente dove la famigliarità della francofonia si mescolava allo straniamento che veniva da un crogiolo meticcio, fatto di cultura anglosassone, afroamericana, creola, ma anche tedesca e siciliana (la Sicilia tornerà con forza nella vita di Reclus), un giovane uomo di quasi ventitré anni (dalle grandi speranze e dalle tasche vuote) era considerato un would be gentleman, un wannabe, un ragazzetto in abiti francesi che aspirava a una condizione migliore in un mondo furbo e giudicante, regolato da leggi darwiniste.

Dopo alcuni lavoretti di ripiego (tra cui lo scaricatore di porto), Élisée si affidò al buon cuore di due francesi, il fornaio Darrigrand e Claude de La Faye, medico ed ex possessore di schiavi in Martinica. Grazie alla raccomandazione di quest’ultimo, Reclus divenne precettore dei figli di Septime Fortier, proprietario della Felicity Plantation, situata a ottanta chilometri da New Orleans. Vi rimase quasi tre anni, tre anni piuttosto noiosi che però gli diedero il tempo di sviluppare sentimenti di rifiuto definitivo verso la religione, la schiavitù e la ricchezza.

Colombia, Sierra Nevada di Santa Marta, 1856

In una lettera senza data (ma che si fa risalire al 1853), Reclus racconta al fratello Élie che Fortier gli ha offerto un finanziamento di 3.000 franchi per avviare una piantagione sul Rio delle Amazzoni, da dividere successivamente in parti uguali. Sempre in una lettera a Élie (marzo 1855), avendo ormai rinunciato alla società con Fortier, Élisée dice di optare per la Colombia, dopo aver considerato brevemente Texas e Messico. I pro e i contro sono chiari. Da un lato passaporti, polizia e il crudele López de Santa Ana (ma ormai sulla via dell’esilio), dall’altro niente gendarmi, genti “poco yankee” e una configurazione geografica privilegiata: “Che mi dici dell’altipiano di Ambato, dove le stagioni sono sovrapposte più che in qualunque altro luogo, e dove, con un solo colpo d’occhio, si possono abbracciare le onde blu del Pacifico e i torrenti che scendono verso il Rio delle Amazzoni?”.

La Colombia, bagnata da due mari, appare a Reclus come il Paese che segnerà il destino del Sudamerica e, immaginando l’ultima tappa del viaggio di andata in quella novella Mesopotamia, sfodera un ottimismo giovanile piuttosto goffo: “Da Darién a Bogotá, pedibus, gioia, tortillas di mais, abbaiare alla luna e piaceri pantagruelici…”. L’entusiasmo adrenalinico e scherzoso, frequente nelle lettere di quegli anni, riappare altrove, mescolato al delirio e ai fantasmi della malaria: “Vedevo già i pendii delle montagne coperti di campi di caffè e boschetti di aranci; gli Arawak, liberi e felici, fondavano comunità floride; scuole si aprivano per i bambini indigeni; colonie di Europei dissodavano la foresta vergine; si tracciavano strade in ogni direzione; che so, un servizio regolare di traghetti collegava il porto di Dibulla”.

Élisée scrive queste cose in Voyage à la Sierra Nevada de Sainte-Marthe (1861), dove racconta i suoi sogni di colono dentro un’oscura capanna. Ma, dopo appena un mese di attività frenetica (piantare banane, canna da zucchero, alberi del caffè, legumi; spostare pietre e tronchi per edificare la casa di campagna e quella “di città”), Élisée non riusciva a fare nemmeno cento passi dal suo tugurio. Quando toccava una goccia d’acqua fredda, era preso da febbre e delirio, mentre la paglia del tetto della capanna fermentava per le piogge, corrompendo l’aria. Come spesso accade a chi cerca qualcosa, ma non sa ancora cosa, Élisée si era scelto la propria prigione, un bivacco, un monolocale da cui evadere dopo appena tre mesi di patimenti. Fine dell’avventura. E adesso? Adesso aveva raccolto qualcosa di insolito. Senza rendersene conto, aveva collezionato idee, immagini che avrebbero lievitato nel tempo, visioni di paesaggi che si sarebbero rivelate la base di nuove teorie. Paysages de la nature tropicale è il so totitolo di Voyage à la Sierra. Perché Élisée aveva capito tutto in una strana e rivoluzionaria intuizione: il paesaggio non è un decoro pittoresco, un fondale di carta dipinta, ma un pensiero in atto, un racconto della complessità. Eccoli, allora, quei paesaggi colombiani. Sono loro la teoria, pensava Élisée, sono loro il viaggio.

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Era finito alla Fortezza perché non aveva voluto rinunciare a una conferenza. Aveva finalmente terminato la relazione sull’antico glacialismo della Finlandia e doveva leggerla alla Società Geografica di San Pietroburgo. Il caso volle che l’evento fosse rimandato di una settimana su richiesta delle due società geologiche della città, che proprio quel giorno si riunivano in seduta plenaria. Una settimana. Una settimana poteva significare una vita, per lui. Era ricercato sotto il nome di Borodin, ma la polizia non aveva ancora prove che il principe Pëtr Kropotkin e Borodin fossero la stessa persona. Doveva dunque andarsene, nascondersi, ma la relazione era importante. Quasi nessuno avrebbe accettato la tesi per cui lo scudo glaciale che ricopriva (forse) la Finlandia si estendeva (forse) fino alla Russia centrale. Ma almeno doveva provare a esporre la sua teoria strampalata (che poi si è dimostrata vera) davanti a un pubblico di menti ingessate. Il sospetto dei colleghi della Società Geografica. Facce sospette attorno a casa sua. Sospetto ovunque. Quando arrivò il giorno della riunione, come Kropotkin racconta, la discussione fu accesa. Le antiche tesi sul periodo diluviale in Russia furono definitivamente accantonate e, anche se la teoria dello scudo glaciale lasciò perplessi molti geologi, tutti erano d’accordo sul fatto che si fosse sottostimata l’importanza morfogenetica dei ghiacciai del Pleistocene. Kropotkin fu proposto alla carica di presidente della sezione di geografia fisica, ma in cuor suo non sapeva nemmeno se quella notte avrebbe dormito da uomo libero. In effetti, finita la riunione, non sarebbe dovuto rincasare. Venuta la sera, una domestica che aveva visto movimenti strani (più del solito) davanti a casa, consigliò al principe di uscire dal retro. Lui prese una carrozza e, mentre stava attraversando la Prospettiva Nevskij, una seconda vettura lo affiancò. Dentro c’era un tessitore arrestato qualche giorno prima dalla polizia. Aveva visto in faccia Borodin a un incontro di sediziosi. “È lui”, deve aver detto allo sbirro seduto al suo fianco. Un minuto dopo Kropotkin era in custodia della polizia.

Alla Fortezza le cose non erano semplici. Fatta costruire da Pietro il Grande sulla Neva, a Enisari (in finlandese “Isola delle Lepri”), fu roccaforte contro i nemici del Baltico e prigione per gli oppositori dei Romanov. Il catalogo di orrori e di celebrità legati al suo nome aveva impressionato lo stesso Kropotkin che, in Memorie di un rivoluzionario, menziona episodi alquanto pittoreschi: i topi che durante un’inondazione si arrampicavano sulle vesti della principessa Tarakanova, Pietro I che torturava e uccideva con le proprie mani il figlio Alessio. Quello che m’interessa però è il modo in cui Kropotkin seppe resistere all’intrusione nel corpo e nella testa di quella specie di vuoto spinto che è la prigione. All’inizio provò a pensare a Bakunin (prigioniero prima di lui nella Fortezza) che dopo otto anni era uscito “più fresco e vigoroso dei suoi compagni rimasti liberi”. Dopo provò con il canto, Ruslan e Ludmilla di Glinka, a piena voce, poi sempre più piano, fino a tacere qualche giorno dopo. Passò quindi all’esercizio fisico, millecinquecento passi sette volte al giorno e il lancio acrobatico di un pesante sgabello di quercia. Non mancavano i libri, come la Fisiologia della vita comune di Lewes, ma l’uso di carta e penna, almeno all’inizio, era rigidamente proibito. Così Kropotkin cambiò tattica e cominciò a comporre mentalmente dei romanzi popolari (intreccio, descrizioni, dialoghi) cercando di impararli a memoria. Ma era troppo faticoso e lasciò perdere anche quelli.

Un avversario lento e letale lo stava attaccando. John Berger, in Lettera aperta sulle carceri a Raymond Barre, sindaco di Lione, lo descrive così: “Accade talvolta che l’incontrollabile penetri nel corpo stesso del carcerato. Questo fenomeno ‘spiega’ i frequenti casi di automutilazione. Gli esseri umani arrivano a mutilarsi perché il carcere, con tutto il suo incontrollabile, è già penetrato nei loro corpi. Il niente non ferma niente. La mutilazione non si infligge al sé ma a ciò che lo ha compenetrato, prima ancora di inghiottire un cucchiaio, un bicchiere o un coltello”. Kropotkin non era arrivato a questo punto, ma lo spazio non-spazio del carcere stava premendo contro di lui: cella e cellule, materia inerte e carne atrofizzata, stavano entrando in osmosi. La finestra era la feritoia di una vecchia casamatta, la luce si perdeva nello spessore delle mura. Il pavimento era coperto di feltro verniciato, le pareti di pietra erano sepolte dietro uno strato di feltro, dietro un reticolato di ferro, dietro un canovaccio, il tutto dietro a fogli di carta gialla. Una serie di scatole cinesi che farebbe impazzire chiunque. Occhi senza luce, orecchie senza suoni, pelle esclusa dal contatto glaciale ma ancora reale, tangibile, della pietra. Un’implosione lenta e letale il cui punto di collasso è il cranio dell’internato: camminare, allora, significa aumentare la pressione delle pareti, cantare significa accorciare le distanze, immaginare storie significa corrodere la propria storia. Come in un monolocale a Milano o a Tokyo, come in un’aula universitaria o in un ufficio, il fuori (per cui siamo fatti) stava completamente sfuggendo al prigioniero Kropotkin.

Dopo due anni senza nemmeno un processo, la salute di Pëtr comincia a vacillare. Il crollo dilazionato diventa imminente. Molti amici arrestati con lui nel 1874 sono morti o impazziti. Lo sgabello di quercia con cui si allena nella penombra pesa nelle mani come piombo. I sette chilometri che si è proposto di fare ogni giorno nella cella sono interminabili. E, proprio come in uno svernamento nell’Artico, l’inverno russo lo sta vincendo con lo scorbuto. Nel frattempo, però, viene completata l’istruttoria sul suo caso e, nell’imminenza del processo, Kropotkin e i compagni rivoluzionari vengono trasferiti nella Casa di Detenzione, una prigione all’avanguardia, costruita sul modello francese. Finestre, possibilità di scambio tra i prigionieri, minore umidità. La cella però è così piccola che pochi minuti di esercizio camminato procurano il capogiro. Per combattere lo scorbuto Kropotkin si fa mandare del cibo da casa, ma ormai, nell’arco di un’intera giornata, non riesce a digerire più di un uovo e un pezzetto di pane. Le forze declinano rapidamente e c’è chi lo dà per spacciato. Per salire la rampa di scale che porta alla sua cella è costretto a fermarsi due o tre volte per riposare. Alla fine, le sue condizioni sono così gravi che viene trasferito all’ospedale militare, dove c’è una piccola prigione per i soldati che si ammalano sotto processo. In quell’oasi di cura migliora immediatamente. Le camminate nel piazzale, la vista degli alberi, un cancello sempre aperto, il viavai dei passanti gli restituiscono la speranza. Potrebbe anche riuscire a scappare. Anzi, deve scappare.

Con una rocambolesca evasione sostenuta da decine di complici esterni, il 30 giugno 1876 Kropotkin fugge, si rade la barba, pranza nel miglior ristorante della città (dove centinaia di poliziotti sguinzagliati sulle sue tracce non lo cercheranno mai) e, attraverso la Finlandia, arriva in Svezia, e di lì in traghetto verso l’esilio, l’Inghilterra. Durante il viaggio scoppia una tempesta, montagne d’acqua plumbea, schiume che volano al cielo come colonne di vapore. Ma Kropotkin è felice: “Godevo della lotta fra il nostro battello e le ondate furiose, e passai delle ore a prua mentre la schiuma del mare mi sferzava il viso. Dopo due anni trascorsi in un carcere tetro ogni riposta fibra del mio essere sembrava palpitare di vita, avida di goderla in tutta la sua pienezza e intensità”.

[…]

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Tu cammini su grandi placche di pietra e vedi che sono state erose e striate da un’enorme pressione invisibile, risali morene abbandonate dal ritirarsi di un’enorme massa invisibile, la forma e la frequenza dei laghi sono il residuo di un immenso corpo invisibile che ha schiacciato le terre in un’era che si può a malapena sognare. Ma a un tratto ti accade qualcosa, come uno scoppio di dinamite, e tutto quel vuoto, tutta quella massa mancante diventa dentro di te una visione di ghiacci blu, di nappe di detriti incapsulati nel cristallo, di ventri squamati che abradono e macinano le rocce, mentre vene di torrenti, interne e tortuose, scavano tunnel neri e tuonanti: la Finlandia è coperta dai ghiacci. Più difficile da credere è che quel ghiacciaio immaginario portò in galera qualcuno e contemporaneamente lo salvò. Se fosse stato un ghiacciaio reale, visto realmente da qualche parte, non avrebbe avuto lo stesso potere su di lui, sarebbe stato un oggetto geografico come un altro, digerito da uno stomaco scientifico allenato a modelli e misure. Un vecchio ghiacciaio scomparso è invece qualcosa di completamente diverso. È questo che ha salvato Kropotkin dall’intrusione nel corpo della massa violenta della prigione: il fatto che quel ghiacciaio fosse immaginario, che per farlo esistere ci fosse voluto un vuoto, una lacuna, e che nella lacuna si fosse annidata una visione simile a una fede. Questa è la vera cartografia. Perché quello che conta nelle mappe è proprio ciò che manca, è lì che lievita un abitare, un cercare, un viaggiare. Napoleone segue gli eserciti del nemico che passano in due centimetri di pianura verdina, il capitano Cartier teme i villaggi indiani nell’ansa del fiume San Lorenzo disegnato timidamente a matita, l’aborigeno australiano vede nel pelo del wallaby il bush dove andrà a cacciare domani. Le mappe sono dispositivi di cattura dell’immaginario, servono a desiderare, non a conoscere. Desiderare quello che non si deve, trasformare quello che si sa. Mi viene da pensare alla Pontito di Franco Magnani in Un antropologo su Marte (1995) di Oliver Sacks, la storia di un pittore dalla memoria fotografica che dipinge in ogni minimo dettaglio il paese natale lasciato trent’anni prima. Un paese che ovviamente non esiste più, una mappatura del vi- cino-lontano che parla di prigioni nel cervello, e di tunnel per scappare.

Ecco allora Kropotkin nella sua cella. Con lui le sue memorie. I suoi sogni. Il suo tempo perduto è uno spazio geologico scomparso. La sua infanzia è il Pleistocene. Il viaggio del ricordo salta le genealogie e i nodi d’affetto per trovare nel nucleo di un ghiacciaio immaginato un ciottolo di libertà. Il prigioniero si salva andando alla fonte primaria della selvatichezza, il solito fuori, un fuori così lontano che anche la vita ordinaria potrebbe collocarsi dal lato della prigione. Ma che cosa immagina Kropotkin? “La cosa più importante è conservare le forze. Non mi voglio ammalare. Voglio fingere di essere obbligato a passare due anni in una capanna nelle regioni artiche durante una spedizione polare”. A questo pensava il geografo anarchico, una specie di gioco simulato dentro la scatola virtuale della cella: svernare, gli svernamenti, questi laboratori di resistenza antropologica che sono quasi un’allegoria bianca, un aleph gelato in cui le prove di una vita si condensano in un singolo inverno polare.

 

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Tina. Prima e dopo il 2020 https://minimaetmoralia.it/libri/tina-prima-e-dopo-il-2020/ https://minimaetmoralia.it/libri/tina-prima-e-dopo-il-2020/#respond Fri, 11 Dec 2020 13:44:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47345 di Andrea Meregalli

Come si passa dall'estinzione delle api all'assedio di Tiro?

Dall'incontro Montezuma-Cortés all'Afro-Europa? Dai cianobatteri al debellamento del cancro? In un discorso, in un libro. Non la verità e nemmeno la finzione lega questi scenari. Del resto, l'estinzione delle api è un fatto che possiamo solo immaginare, forse imporre, e l'assedio d Tiro una storia che possiamo solo ricordare, forse accettare.

Nessuno di questi occupa la dicotomia vero-falso, almeno non per intero: il fatto procede dall'immaginazione e dunque dalla finzione, la narrazione dal ricordo e dunque dagli accadimenti; l'ibridazione è totale, inscindibile, costante. Entrambi sono figli bastardi e appartengono – muovendosi avanti come indietro sulla linea del tempo di quasi tre millenni – a un diverso ambiente.

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di Andrea Meregalli

Come si passa dall’estinzione delle api all’assedio di Tiro?

Dall’incontro Montezuma-Cortés all’Afro-Europa? Dai cianobatteri al debellamento del cancro? In un discorso, in un libro. Non la verità e nemmeno la finzione lega questi scenari. Del resto, l’estinzione delle api è un fatto che possiamo solo immaginare, forse imporre, e l’assedio d Tiro una storia che possiamo solo ricordare, forse accettare.

Nessuno di questi occupa la dicotomia vero-falso, almeno non per intero: il fatto procede dall’immaginazione e dunque dalla finzione, la narrazione dal ricordo e dunque dagli accadimenti; l’ibridazione è totale, inscindibile, costante. Entrambi sono figli bastardi e appartengono – muovendosi avanti come indietro sulla linea del tempo di quasi tre millenni – a un diverso ambiente.

Non hanno nulla in comune ad eccezione di quello che conta davvero e che resta invisibile finché accade: la più o meno improvvisa interruzione della normalità di un punto di vista, di una famiglia, di una comunità oppure di una specie. Hey hung up old Mr. Normal, Don’t try to gain my trust.

TINA, Storie della Grande Estinzione, è un libro curato da Matteo Meschiari e Antonio Vena, edito da Aguaplano.

TINA sembra specialmente un libro Altro. Per quanto ne sappiamo potrebbero averlo scritto gli alieni. Ma chi lo ha immaginato?
Chi ha immaginato un libro collettivo che non ha autore oppure ne ha uno complesso, multicefalo, mostruoso? Il genere di autore che ti aspetta su una soglia che non hai nessuna intenzione di varcare? Anche il titolo – TINA – è un Giano Bifronte. Da una parte omaggia Tina Michelle Fontaine (1999-2014), “una ragazzina nativa del Canada uccisa a 15 anni: una microapocalisse che fa parte dei tanti genocidi a bassa intensità con i quali scompaiono individui, lingue, tradizioni, mondi, possibilità”. Dall’altra è un acronimo: There Is No Alternative, “rovesciamento dello slogan usato da Herbert Spencer, Margaret Thatcher e Francis Fukuyama per giustificare il regime neoliberista che ci ha condotti sulla soglia dell’abisso, alla fine della storia”.

Appare chiaro, insomma, che TINA è un tentativo che ha delle ambizioni piuttosto grosse.
Un libro che mette insieme talmente tanto spazio e talmente tanto tempo che non può avere uno svolgimento propriamente detto. Qualsiasi parvenza di ordine è peraltro alterata dal toccarsi insistente di verità e finzione, contatto che annulla tutto. Oppure no.

Di certo, questo ibridarsi di scenari è affascinante e pericoloso – molto attuale – i punti di riferimento non esistono, il lettore di TINA è chiamato a farsi carico – per fortuna in minima parte – dello shock cognitivo che gli scenari del libro raccontano con perseveranza. Il libro TINA, l’oggetto TINA è un frattale del suo stesso narrare. Ma non è un inganno, è forse una controintuizione. Se fossi un vero borgesiano comincerei a parlare di “piccoli coni di metallo lucente, del diametro di un dado e dal peso intollerabile”. Insomma, parlerei di quegli oggetti che provengono da un altrove e che bucano le linee temporali (o in alcuni casi spaziali) palesandosi in tutta la loro familiarità perturbante, come l’acqua di Giove in Europa Report, film del 2013.

Preferisco invece sottolineare che TINA è un libro iconografico almeno quanto lo è testuale. Alla generazione di TINA ha infatti partecipato un buon numero di artisti creando illustrazioni che accompagnano tanto quanto sono accompagnate dal racconto di alcuni scenari. Questa nuova, ulteriore commistione origina meraviglia quando non commozione. Raccontare il massacro dei Moriori con le parole e con l’immagine significa al medesimo tempo produrre un terzo racconto, amplificare le possibilità, consegnare al lettore una narrazione esponenziale della quale disporrà a proprio piacimento: forse lancerà il libro dalla finestra, forse lo leggerà come nessuno e comincerà e interpolarlo e tradirlo.

Quando Roberto Bolaño parlava di Componibile 62 diceva che la sua grandezza risiede nel fatto che il lettore può “entrarne e uscirne a piacimento”. È esattamente quello che succede con TINA: un magma di storie, un manuale di sopravvivenza, un ricettario umano in grado di sfuggire alla lettura consequenziale con facilità e dovere.
TINA, per tutti questi motivi, è una narrazione che in un certo senso tende al linguaggio eptapode e simultaneo immaginato da Ted Chiang in Storie della tua vita.

Altro aspetto interessante è l’architettura di TINA, che si struttura in sette giornate, medievale come il Decamerone di Boccaccio, e che diffonde contenuti che temporalmente si muovono in avanti per poi rimbalzare bruscamente indietro. È un rinculo affascinante, senza soluzione di continuità, che funziona molto bene. Essere nel futuro – prossimo – e nel giro di un paio di pagine tornare all’Età del Bronzo. Passare da Marte alle ondate migratorie in Africa del 1500 avanti Cristo, dall’Italia del 2080 alle invasioni mongole, dalla prossima Grande Depressione alla fondazione di Las Vegas. Essere nel pieno di una pandemia e (ri)scoprire che i tempi straordinari hanno abbondato, tutt’intorno.

Il lettore di TINA ascolta, si muove, viaggia, segue le voci corsive che ricorrono tra un scenario e l’altro e che provano a tenere insieme il mostro che le voci stesse hanno evocato; ce la faranno? Non importa.

Qualsiasi cosa è accaduta o accadrà, sta accadendo adesso.

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Immaginare la terra oggi. Una conversazione geografica con Matteo Meschiari https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/immaginare-la-terra-oggi-conversazione-geografica-matteo-meschiari/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/immaginare-la-terra-oggi-conversazione-geografica-matteo-meschiari/#comments Thu, 28 Nov 2019 07:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41704 di Giuseppe Sorce Piove, ma non troppo. Una di quelle piogge sottili che a Palermo non si vedono mai. Infatti, non appena arrivo nel luogo del nostro appuntamento, torna a diluviare come al solito. C’è anche molto vento. Penso, prima di scendere da casa, con questo tempo, questa sera rimarremo al chiuso. Invece trovo Matteo […]

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di Giuseppe Sorce

Piove, ma non troppo. Una di quelle piogge sottili che a Palermo non si vedono mai. Infatti, non appena arrivo nel luogo del nostro appuntamento, torna a diluviare come al solito. C’è anche molto vento. Penso, prima di scendere da casa, con questo tempo, questa sera rimarremo al chiuso. Invece trovo Matteo Meschiari seduto all’unico tavolino fuori – dovevo aspettarmelo – sotto un tendaggio precario che la cameriera viene di tanto in tanto a svuotare (un perfetto raccoglitore d’acqua piovana, devo dire) facendo precipitare intere cascate un poco oltre le spalle di Pietro Motisi, fotografo, lì al tavolo con noi. Stavano parlando di Luigi Ghirri quando sono arrivato io imbacuccato, il cappotto umidiccio, un taccuino in tasca con qualche domanda da tirar fuori e il solito ritardo. «Dopo anni che ne parliamo ho capito finalmente perché le fotografie di Ghirri ci attirano così tanto. Sono apocalittiche. Quei paesaggi privi della presenza umana ci parlano di un mondo-senza-di-noi che è pienamente apocalittico».

Incontro Matteo Meschiari per farci una chiacchierata a proposito dell’uscita il prossimo 28 novembre del suo nuovo libro per i tipi di Milieu Edizioni, parlo di Neogeografia, sottotitolo: Per un nuovo immaginario terrestre. Come in una specie di portico virtuale, un po’ sotto la tempesta un po’ al riparo, bevuto il primo bicchiere, la prima cosa che voglio chiedere a Meschiari è proprio che cosa ruota attorno questo immaginario terrestre, che cosa significa oggi. Appunto. Oggi – mentre trascrivo questa intervista il notiziario titola “a un passo dall’apocalisse” perché piogge torrenziali, allagamenti ed esondazioni stanno devastando molte parti d’Italia – oggi che l’apocalisse, più che una variazione sul tema dell’esistenza, sembra esserne il nocciolo.

Neogeografia propone una riflessione sulla geografia e sull’immaginare la Terra attraverso sei doppie esplorazioni, terrestri e poetiche. Sei paesaggi, cioè sei testi (una narrazione di viaggio mediolatina del IX secolo, le canzoni di gesta antico-francesi, i viaggi in Canada del Capitano Cartier, la Liguria di Montale, l’India di Pasolini e Moravia, la Bretagna di Kenneth White), tutte modalità cognitive di “addomesticazione” spaziale, mappe mentali costruite su itinerari di senso scavati nell’esperienza di un dove-altrove. Sei paesaggi e sei testi, quindi, per ripensare lo spazio e il funzionamento dell’immaginario alla ricerca dei comportamenti universali di quello che Meschiari chiama Homo geographicus.

Alzo gli occhi dal mio bicchiere – ho scelto un nebbiolo, a sentimento, per il clima della serata, non me  ne pento. Stacco. Avvicinamento sull’asse, zoom in. Mi accorgo che Meschiari mi sta guardando. Piano strettissimo, particolare. Sguardo stretto sul mio. Mi dice: «L’ABC dell’immaginario geologico-terrestre. Perché oggi?». Ok. Procediamo per gradi.

SORCE: Matteo, prima cosa, dritta al punto. A cosa serve la geografia ora che la Terra ci si sta rivoltando contro, pur essendo costantemente sotto controllo? E ancora. A cosa serve la geografia ai tempi dell’ecologia?

MESCHIARI: La geografia è una specie di pensiero laterale che cerca di modificare l’angolatura dei suoi oggetti di studio per guardarli da una prospettiva inusuale, non scontata. Non è una mera riflessione sullo spazio, è uno stare nello spazio con persone, animali e cose, è la ricerca di un luogo dove osservatore e osservato sono sullo stesso piano, e dove umani e non-umani intrecciano una conversazione conoscitiva, dove si muovono assieme. In questo senso la geografia è un modo per pensare iperoggetti come l’Antropocene, l’ecologia, la mutazione climatica, la migrazione, il collasso sociale e ambientale alla ricerca di soluzioni reali. Forse qualcuno pensa ancora alla raccolta dati, all’interpretazione, ai modelli ermeneutici, ma l’epistemologia della geografia sta cambiando all’unisono con i cambiamenti del pianeta, e oggi si avvicina più che mai a un “pensiero delle soluzioni”. La geografia per me serve a questo: trovare delle soluzioni al collasso terrestre.

GS: Una curiosità prima di continuare, mi sono accorto che rispetto al manoscritto che ho letto qualche mese fa, hai cambiato l’ultimo capitolo, quello in cui parli di Kenneth White. Mi riferisco al passaggio in cui ti soffermi sul rapporto fra mente e paesaggio, quando trovi nel pensiero poetico (ci tengo molto a parlare di poesia in questi termini) una specie di collante fisico-cognitivo fra l’uomo e la terra.  Perché sei tornato su queste pagine?

MM: Perché mi sono reso conto che in quel punto mi stavo ripetendo, stavo tornando su cose di cui avevo già parlato proprio in quei termini in altri libri. A volte non so bene se dovrei ripetermi o no, e forse ogni libro va pensato come un messaggio nella bottiglia a sé stante, ma in realtà Neogeografia è un libro che va a rompere le uova nel paniere della geografia tradizionale e non volevo farmi attaccare anche su questo aspetto formale, accademico, diciamo. Però il discorso sul pensiero poetico non si perde, è anzi diluito in tutto il libro nel tema forse più universale dell’immaginazione geografica.

* * *

La pioggia e il vento continuano a scuotere la notte mentre gli ultimi clienti del pub, eccetto noi, vanno via cercando di non scomporsi troppo. C’è un’insegna al neon appesa al palazzo di fronte, ogni volta che la guardo ho l’impressione che le lettere, a coppie, si vadano spegnendo. Qual è la sua visione, continuo a chiedermi, sulle cose e sul mondo? Tutta l’umanità fuori, a quest’ora e con questo tempo, è seduta al nostro tavolo?

* * *

GS: Perché quindi parli di “sintassi terrestre”, di “coloro che, camminando, ricavano ritmi, suoni, e a volte un’intera poetica dal terreno”? Che cosa c’entra tutto questo con la geografia?

MM: Detto così, fuori contesto, sembra infatti un po’ strano. In realtà voglio dire una cosa abbastanza elementare e abbastanza condivisa: Homo geographicus è Homo sapiens nello spazio, e lo spazio prima di tutto, prima delle misure e delle teorie, lo si conosce con il corpo. L’universale sensibile del corpo umano è insomma uno strumento e un metodo di ricerca, camminare, ascoltare, è un modo per cercare un’equazione tra uomo e terreno, tra paesaggio mentale e paesaggio concreto. Questo ponte, il ponte tra landscape e mindscape, a mio modo di vedere è il wordscape, il paesaggio verbale, nel senso che lo strumento conoscitivo più efficace della nostra specie è il linguaggio, qualcosa che circola tra bocca e neuroni. Attraverso il linguaggio, attraverso architetture verbali, l’uomo è alla perenne ricerca di equazioni tra ciò che avviene nel suo cervello e ciò che avviene là fuori, nel mondo. Anche per questo in Neogeografia ho cercato di esplorare i paesaggi verbali altrui, per vedere se avevano qualcosa da dirci sulla geografia in generale.

GS: Matteo, devo dirti però una cosa. Non ho potuto che notare un vuoto in questo libro. Dov’è la città? Perché in un testo come questo che vuole rifondare la geografia mancano la città, gli spazi urbani, il cemento?

MM: La città è ovunque, la metafora della città è uno dei principali modelli che ci piace applicare al mondo. Non esiste solo un urbanesimo reale, siamo anche vittime inconsapevoli di un urbanesimo mentale, che ci spinge a riconoscere dappertutto una specie di organizzazione urbana (reticolare, trafficata, sovrappopolata). Ma le città esistono da poche migliaia di anni, mentre il cervello della nostra specie si è modellato per centinaia di migliaia di anni in un sistema di ecosistemi naturali complessi. Mi piaceva allora l’idea di andare a cercare la geologia sotto la città, per vedere se esistono dei modelli cognitivi alternativi. Ovviamente esistono e ovviamente tutta una serie di skill spaziali dell’uomo derivano da un’esposizione di lunga durata ai paesaggi terrestri. Si può parlare in senso stretto di “mente paesaggistica”. Meno ovvio invece è cercare di capire se questo modo in cui siamo fatti possa suggerirci delle soluzioni per superare l’impasse contemporanea, cioè il collasso più o meno annunciato del sistema-terra.

GS: Ho come un’impressione, e seguendoti da tempo non posso che assecondarla, e cioè che quando parli di epistemologia della geografia tu ci stia parlando in realtà di qualcosa che ha a che fare con la politica, con le relazioni di potere. Che cosa c’entra quindi quello che tu chiami, già dal sottotitolo, “immaginario terrestre” con il nostro adesso-qui? Nostro in quanto umani, una specie che si deve preparare ad affrontare il collasso ambientale?

MM: Credo che l’immaginazione sia al nocciolo del problema. Non riconosciamo il disastro per mancanza di immaginazione. Non troviamo soluzioni al disastro per mancanza di immaginazione. La mancanza di immaginazione è direttamente proporzionale alla quiescenza politica di un popolo. La mia idea è forse fin troppo semplice, ma sono proprio convinto che delegare ad altri (politici, tecnocrati, caporali) il nostro immaginario, la nostra individuale, personale capacità di immaginare, sia la strada asfaltata verso l’accettazione del dominio totale dei pochi sui molti. Ora, per me è necessario imparare a immaginare cose che non immaginiamo più, che sono scomparse dal nostro orizzonte mentale: la terra, gli animali, le piante, gli “altri”. La geografia dunque come pratica politica dell’immaginario, per ricalibrare il posto dell’uomo nel cosmo, per sgonfiare le estetiche antropocentriche, per attrezzarci mentalmente al peggio che sta arrivando.

GS: Che cos’è quindi Neogeografia in rapporto a questo discorso sull’immaginario che stai portando avanti da un po’ – penso a La Grande Estinzione, il tuo ultimo pamphlet sull’immaginazione, e al progetto TINA – in sostanza, che cosa abbiamo davanti? Una discussione accademica, una ucronia in prosa, un saggio di geofilosofia o una sorta di guida per immaginare la terra del domani?

MM: Neogeografia è La Grande Estinzione spiegata a un livello più articolato, forse più complesso. Cerca di rispondere con altri mezzi analitici e altri spunti tematici alla stessa grande domanda: come e perché reimmaginare la Terra può aiutare a salvarci? La gente sa immaginare ma è scoraggiata. Ha in sé tutti gli strumenti cognitivi per reagire e cambiare le cose e se non lo fa è solo perché qualcuno l’ha convinta che immaginare sia roba da bambini, da artisti, da pazzi. L’immaginazione invece è la facoltà cognitiva che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere nei momenti di crisi, inventando dei e trascendenza, costruendo architetture proiettate verso un futuro ancora invisibile, gettando un ponte tra noi e i nostri morti, cioè con un passato che continua a parlarci. Neogeografia è un sondaggio più approfondito di quello che altrove ho solo enunciato, è un modo per dire: ok, vediamo come funziona veramente la macchina geografica che abbiamo in testa.

GS: Come dicevi, siamo immersi nello spazio, lo spazio è un “fatto naturale”, citando Harvey, che ci pervade. Le immagini sono spazializzazioni, le lingue sono sature di metafore spaziali e sono esse stesse in qualche modo delle spazializzazioni, come hai accennato appunto, e così via. Ti chiedo perciò: c’è un rapporto fra lo spazio come controllo, lo spazio come trappola esistenziale, e le conseguenze dell’Antropocene? È possibile uscire dallo spazio tossico dell’Antropocene (inquinamento ambientale, disagio e deriva sociale, ipnosi cognitiva) che abbiamo noi stessi (umani) costruito? Ma soprattutto, è possibile uscirne vivi?

MM: l’Apocalisse, il Collasso, fanno pensare a meteoriti, pandemie e conflitti nucleari, ma la catastrofe ultima, quella dei disaster movie o delle escatologie religiose e laiche, è solo un’ipotesi tra le tante, e anzi per il suo elevato impatto visionario rende invisibili i “collassi punteggiati”, le “catastrofi morbide”, le “apocalissi in atto”. Non è facile dire se l’umanità tra cent’anni si sarà definitivamente suicidata, se ci sarà un Paleolitico prossimo venturo o se ci barcameneremo come sempre, morendo lentamente di inedia come in Interstellar. Quello che la geografia dovrebbe saper registrare oggi è il colossale turn che ha investito l’immaginario collettivo: negli ultimi tempi la gente sta immaginando la Terra in un modo radicalmente diverso rispetto a una decina di anni fa. Mappare questo immaginario nuovo, farne un’analisi zonale, esplorare le terre incognite, è un compito complesso e necessario. Secondo me passa infatti da qui l’idea di presente, passato e futuro che ci faremo molto presto del mondo in cui abitiamo, e da qui potranno emergere forse delle soluzioni per resistere in qualche maniera al disastro. La domanda più importante però non è se ce la faremo, ma come saremo se ce la faremo. Non credi?

* * *

Dopo un breve respiro la pioggia ritorna a sferzare le strade. Sono tornato alla macchina con la testa fumante. Stiamo davvero parlando di una specie di click mentale? Un qualcosa che ha a che fare con la necessità e il sogno, la nostra vita, la nostra specie e il cosmo?

Il profilo acetato della giacca a vento riflette un’ultima volta le luci della città, girato l’angolo, prima che il mio sguardo lo perda, camminando, sulla via verso casa. È possibile allora che oggi il mondo sia così imprendibile, così difficile da dire, proprio perché continuiamo a non voler vedere il buio oltre la notte al neon?

(Illustrazione: Marco Rocchi)

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Memorie di una letteratura futura. Conversazione tra Matteo Meschiari e Giulia Caminito https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/memorie-letteratura-futura-conversazione-matteo-meschiari-giulia-caminito/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/memorie-letteratura-futura-conversazione-matteo-meschiari-giulia-caminito/#comments Wed, 10 Jul 2019 06:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40652 (Illustrazione: Marco Rocchi) Certe presentazioni di libri non si esauriscono nell’incontro coi lettori, proseguono anche dopo, in forma privata, così che può capitare di continuare a sviscerare gli argomenti affrontati e le tematiche emerse fuori dalla libreria, intanto che incombe l’ora della cena e si decide di proseguire la discussione a tavola. È stato così […]

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(Illustrazione: Marco Rocchi)

Certe presentazioni di libri non si esauriscono nell’incontro coi lettori, proseguono anche dopo, in forma privata, così che può capitare di continuare a sviscerare gli argomenti affrontati e le tematiche emerse fuori dalla libreria, intanto che incombe l’ora della cena e si decide di proseguire la discussione a tavola. È stato così in occasione della tappa romana, che ho avuto il piacere di condurre insieme a Giulia Caminito, de L’ora del mondo di Matteo Meschiari, portato di recente in libreria, nella splendida veste grafica a cura di Studio Ifix di Maurizo Ceccato, nel prestigioso catalogo di Hacca edizioni.
In una trattoria di San Lorenzo, in compagnia dell’autore di questo gioiello letterario di rara finezza e di una caraffa di vino rosso, io e Giulia ci siamo trovati concordi sul fatto che con L’ora del mondo Meschiari abbia fatto un tentativo di segnare un passo nuovo; senza dubbi gli va dato merito di aver scritto un romanzo capace di innescare considerazioni e generare discorsi e ragionamenti. Non credo infatti sia un caso che i primi a fare luce su quest’opera, evidenziandone alcune fondamentali peculiarità, siano stati due tra i più brillanti cervelli delle nostre patrie lettere: Peppe Fiore, che su La Lettura scrive “Nell’ecosistema della cultura la vitalità di un canone si può misurare, tra le altre cose, dalla sua capacita di produrre mutazioni, anomalie inclassificabili che, scostandosi da esso, lo rivitalizzano e nei casi migliori fanno da avanguardia per la sua evoluzione. Da questo punto di vista L’ora del mondo di Matteo Meschiari dimostrerebbe che il romanzo in Italia non è mai stato così vivo”, e Giovanni Bitetto, che su Flanerì sostiene che “La scrittura di Matteo Meschiari è importante perché pone alla base uno sguardo diverso, inconsueto per tematiche e focalizzazione, o almeno parzialmente estraneo alle mode culturali contemporanee, dominate dalla lallazione di vite post-borghesi e dall’ossessivo scrutare la lanugine nel proprio ombelico”.
La discussione, nata dalle suggestioni evocate dalla lettura del romanzo e dal conseguente dibattito, ha dato spunto a numerosi considerazioni sul ruolo degli scrittori e sulle possibilità della letteratura oggi, sulla scena (editoriale e letteraria), sui nostri e altrui intenti e approcci (politici, letterari, filosofici) alla narrazione e altre questioni che riteniamo possano e debbano essere condivise e dibattute, anche perché siamo tutti dell’idea che siano molti gli autori e le autrici che abbiano in merito interessanti cose da dire. Sarebbe a mio avviso stimolante sentire le opinioni a riguardo, oltre che degli autori citati in seguito da Giulia e Matteo, anche quello di autori centrali della nostra contemporaneità: penso ad esempio a Giorgio Vasta e Nicola Lagioia, a maestri come Filippo Tuena e Francesco Pecoraro, a grandi voci come Giuseppe Genna e Antonio Scurati, a Helena Janeczek e Loredana Lipperini, ma anche ad autori più giovani come appunto i succitati Fiore e Bitetto, Marco Lupo, Luciano Funetta, Alcide Pierantozzi, Nadia Terranova, Claudia Durastanti, e potrei continuare a lungo. Dico questo anche perché ci è inoltre sembrato che alcuni punti toccati nella discussione della serata facciano parte di una sorta di sentire comune che non ha forse ancora trovato le giuste definizioni. Su questo e su molto altro ci si è interrogati fino a quando le lancette dell’orologio ci hanno proiettato nel nuovo giorno e si è fatta l’ora di andare. Nel salutarci, concordi sull’opinione che oggi più che mai gli scrittori debbano parlare e confrontarsi, abbiamo pensato di tracciare alcuni punti emersi dalla conversazione nel dialogo seguente – corredato della straordinaria illustrazione pensata appositamente per l’occasione da Marco Rocchi –, con protagonisti Giulia Caminito, romana classe 1988, autrice dei romanzi La grande A (Giunti, 2016) e Un giorno verrà (Bompiani, 2019) e dell’albo, illustrato da Maja Celija, La ballerina e il marinaio (Orecchio Acerbo, 2018) e Matteo Meschiari, scrittore, poeta e antropologo nato nel 1968 a Modena e di stanza a Palermo, autore fra gli altri di Artico Nero (Exòrma, 2016), Appenninica (Oèdipus, 2017), Neghentopia (Exòrma, 2017), e Bambini. Un manifesto politico (Armillaria, 2018).

Gianluca Liguori

 

Giulia Caminito: Mi sono spesso chiesta che fine abbiano fatto nelle narrazioni contemporanee leggende, parabole, fiabe, favole, miti, frammenti. Possiamo dire che oggi in Italia stiamo vivendo in un periodo di cieca venerazione della forma romanzo, la quale rischia di inghiottire tutte le altre possibilità del testo come narrazione e di mettere in atto l’equivalenza pericolosa “romanzo=letteratura”. Perché è già accaduto e cosa prevedi che invece accadrà nel futuro più prossimo?

Matteo Meschiari: Ho un’idea su come le cose dovrebbero andare, non su come andranno in realtà. Ho insomma la sensazione, ma non sono l’unico, che l’epica borghese-famigliare, le storie di corna, i conti irrisolti con gli anni di piombo, l’alpe salvifica, le amiche geniali, i disagi periferici, la mafia, continueranno indefessamente a ispirare romanzi e a far vincere premi. Se qualcosa cambierà, invece, sarà il pianeta Terra: la confusione climatica, la dissoluzione ambientale, la diaspora e la migrazione, le guerre di razza e religione, l’accanimento dei pochi sui molti, le nuove schiavitù, il neoliberismo cannibale assumeranno proporzioni impossibili da arginare, e allora anche il romanzo italiano dovrà uscire dall’ipnosi. Ovviamente questo cambio di passo è già in corso, la mia perplessità è su come sta avvenendo, perché secondo me non si tratta banalmente di cambiare tema, di applicare il canone usuale ai nuovi soggetti, ma di fondare un immaginario completamente diverso. Ora, questo non accade lavorando solo su stile, trama e genere, ma deve passare attraverso una reale mutazione antropologica, uno scossone così forte da cambiare completamente la percezione del posto dell’uomo nel cosmo. Se non ci arriveremo con l’intelligenza ci arriveremo per forza, tirati per i capelli, ma intanto leggende, miti, l’epica arcaica, sono strumenti fondamentali nel processo in atto, non perché imitandoli potremo rinsanguare l’anemia del romanzo, ma perché, se studiati seriamente, ci suggeriscono dei modi completamente altri di immaginare. Sono dei grimaldelli cognitivi, insomma, sono delle sostanze psicotrope che spostano le soglie della percezione, e per me, oggi, c’è bisogno proprio di questo. Però se mi chiedi queste cose, immagino, è perché ci stai pensando per conto tuo. Proprio l’altro giorno sfogliavo il tuo La ballerina e il marinaio, una favola profondamente poetica su morte e metamorfosi, illustrata da Maja Celija. Testo, immagini, invenzione leggendaria, un antirealismo necessario. So che non hai una fede, una qualunque, lo dici tu stessa, ma con la scrittura che hai, sei sicura di non averne una?

GC: Forse ho sempre avuto fede nella filosofia, la presa di coscienza, lo studio, l’indagine, l’evoluzione del sapere (o almeno così mi ripetevo), ma da un certo momento in poi il legame tra la filosofia e la vita mi è apparso sempre più labile, più evanescente; l’ambiente accademico come una bolla, il ragionamento come un accessorio. Per questo sto cercando di capire in che modo la filosofia possa entrare nella mia scrittura e perciò mi appassiona la maniera in cui tu sovverti i modelli della letteratura a partire dall’antropologia e non solo.
Su questo vorrei chiederti qualcosa. Secondo me la lettura di L’ora del mondo non può non far pensare a una grande opera come il Così parlò Zarathustra, solo per fare un esempio di narrazione che fa parte della nostra tradizione occidentale, qual è per te il necessario rapporto tra letteratura e filosofia e letteratura e antropologia? E quanto è importante che l’humus di cui si nutre l’autore sia eterogeneo e renda conto di una complessità che esuli dallo studio o la lettura dei nostri autori di riferimento? Quanto conta uscire dalla letteratura per arricchirla e dove dovremo guardare?

MM: Non credo di essere molto filosofico, e nella tua domanda sul rapporto tra filosofia e letteratura c’è già un germe di risposta che vorrei tu sviluppassi, perché capisco che è ineludibile. Per scrivere nel XXI secolo, che sarà il secolo dei collassi, penso però che oltre a leggersi Gilgamesh, il Kalevala, l’Edda di Snorri, bisognerà mettersi a studiare anche un po’ di geologia, geografia, antropologia, botanica, biologia, virologia, economia, polemologia… Gli autori con la maiuscola contano molto, questo è certo, ma non bastano. In L’ora del mondo il sapere che rischia di perdersi è una strana altalena verticale tra i crinali appenninici e le valli del troppo umano. Un’altalena, appunto, non una dialettica. Le Terre Soprane sono la poesia, per me Seamus Heaney e Derek Walcott, le Pianure sono un manuale del trapper e una serie TV sull’apocalisse zombie. Abbiamo bisogno di entrambe le geografie mentali, non solo per scrivere, ma per sopravvivere. Faulkner e Fukushima… Tu che ne pensi? Perché mi viene in mente quello che hai fatto in Un giorno verrà, dove una storia di fede religiosa si intreccia a una storia di fede anarchica, due geografie reali e mentali, due antropologie poco dette e poco raccontate in un mondo in cui la scelta estrema, politica, letteraria, è vivamente sconsigliata.

GC: In Un giorno verrà ho provato (non so se ci sono riuscita) a creare un terreno narrativo in cui far incontrare alcuni nodi filosofici per me importanti che riguardano la politica, la fratellanza, il sacro. Per farti un esempio: il personaggio di Lupo, il protagonista, porta con sé nel nome sicuramente una carica leggendaria non indifferente, ma anche un simbolismo filosofico di hobbesiana memoria, eppure agisce nel romanzo come se la giustizia, la sua idea di politica, gli appartenessero in maniera naturale, facessero parte del suo dna, e in questo modo volevo tentare di riportare nel romanzo un dibattito per me importante sul ruolo della socialità e della politica, come insieme di leggi e di regole che devono evitare agli uomini e alle donne di comportarsi come lupi, oppure come campo prettamente umano, naturalità del senso di giustizia. È un discorso complesso che io qui posso solo accennare e chissà se chi ha letto il romanzo lo abbia anche solo immaginato…
Ma tornando ai lupi e alle lupe, Libera, la tua bambina protagonista è una creatura dei lupi e dei boschi, una umana che si comporta da bestia, quando incontra altri uomini questi provano a correggerla, deve ripulirsi e indossare vestiti consoni per loro; ma nel libro appaiono anche figure ibride, uomini e donne per metà animali, animali parlanti e animali silenti. Questo labile confine cosa ci racconta rispetto all’essere umani e quanto per te conta l’idea della metamorfosi e della continuità tra le specie?

MM: Nel mondo di Libera ci sono dei in forma animale, semidei a cavallo tra uomo e animale, animali che parlano, animali silenziosi ma che sentono. L’animalità, non ce lo dice solo Agamben, è al cuore della riflessione politica e filosofica del XXI secolo e la revisione dei confini ontologici tra uomo e animale è necessaria ora più che mai, ma non nel senso di dissolvere i confini tra le specie in nome di un livellamento “democratico”, un unico impasto New Age per stampini con forme diverse. Penso piuttosto all’animismo prospettivista di Viveiros de Castro, alla sua carica eversiva quando viene fatto agire nelle dinamiche identitarie, nelle pratiche di riconoscimento di sé e dell’altro. Vedere animali come “persone non umane”, calarsi nella testa degli animali, sondare il fondo animale dell’uomo può fare molto bene tanto alla società quanto alle letterature antropocentriche. Che posto hanno gli animali nella tua scrittura? La tua idea di storia, quella che raccogli, quella che scriverai, è storia di soli umani?

GC: Non ho ancora capito che ruolo abbiano, ma so che devono esserci e devono avere un ruolo da protagonisti, come Checco la gazzella di La Grande A oppure Cane il lupo di Un giorno verrà. Ho cercato nei due romanzi di affrontare il tema della appartenenza tra individui di specie diverse, di affettività, ma anche di ciò che è naturale per una specie e per l’altra e di ipocrisia degli uomini e delle donne verso le altre specie. Forse questo immaginario animale nel mio caso arriva dal mondo delle fiabe, dalle mie letture di bambina che ho sempre conservato anche da adulta.
In merito alle età di chi legge, credo che il tuo libro possa di certo essere letto a tutte le età e possa rispetto alle conoscenze del lettore o della lettrice rivelare sempre qualcosa di nuovo. Attraverso i simboli e le allegorie, attraverso le citazioni implicite e i riferimenti si può entrare in dialogo col testo a più livelli. Quanto è importante oggi rimettere sul piano, anche della narrativa, il ruolo dell’interpretazione e non della semplice leggibilità secondo te?

MM: Interpretare per me significa non accontentarsi della datità del mondo, che ovviamente non esiste se non nel monopensiero che la politica gerarchica e totalitaria prova a imporre sempre e in ogni ambito della vita, non a caso anche quello religioso. Per me costruire testi plurimi è solo un altro modo per fare politica utopica. A che cosa serve l’utopia se non a ricordarci che non dobbiamo accontentarci dello status quo? Che cos’è l’utopia se non una pratica dell’immaginario per sperare diversamente? Non è stato molto notato, ma i titoli dei capitoli del libro, che sono 34, sono presi in sequenza da versi contenuti nei 34 canti dell’Inferno della Commedia di Dante, il più grande manuale occidentale di teoria delle anime e dell’arte dell’interpretazione. Quando parli però di leggibilità mi viene in mente il must editoriale per cui c’è sempre qualcuno che ti dirà che devi scrivere per il “lettore medio”, come se il lettore medio, qualunque cosa esso sia, fosse incapace di complessità, di interpretazione, di lettura del sovrasenso. Per te bisogna scrivere per essere capiti o per invogliare a capire?

GC: Bisognerebbe scrivere per il secondo motivo, per far cominciare il processo dell’interpretazione, auspicarsi una seconda e una terza lettura, un ritorno sulle parti non capite, un continuo domandarsi. Ma sarei ipocrita se non ammettessi che non ho la libertà testuale che hai tu e che mi sento molto sotto pressione rispetto alla leggibilità e alla necessità di andare incontro ai lettori, credo che sia anche dovuto al mio rapporto con l’editoria, al fatto di averci lavorato, al lavoro da editor che faccio. L’editoriale sta tendendo temo a superare il letterario, l’equazione di cui parlavamo prima si potrebbe anche estendere così letteratura=editoria=romanzo. L’editoria oggi sente di essere in pericolo, di potersi esaurire, l’ecatombe dei lettori è alle porte, i soldi per gli anticipi non esisteranno più, scriveranno solo youtuber e influencer, quindi c’è bisogno di romanzi buoni, realmente letterari, che però si facciano leggere e che non mettano in questione le capacità di comprensione del lettore.
Spazio, luogo e tempo tutto deve essere chiaro e ben delineato. Per questo L’ora del mondo è un libro interessante perché si arriva a un punto in cui le coordinate temporali saltano completamente, il lettore/lettrice è costretto a interrogarsi sulla consequenzialità delle azioni, sui momenti in cui accadono persino nascite e morti. Cosa vuol dire azzerare il tempo della narrazione, neutralizzare le coordinate di lettura e quali sono degli esempi interessanti secondo te nel panorama letterario estero che compiono azioni di questo tipo?

MM: Per questa cosa, devo confessarlo, ho usato ancora una volta le letterature delle origini. Ad esempio, nell’epica antico-francese, il paladino muore alla fine di una lassa, ma in quella successiva è ancora vivo per poi morire di nuovo: all’autore non importava seguire una logica temporale lineare. Il discorso è forse un po’ erudito, ma si può dire che in certi oggetti letterari “inattuali” la temporalità viene scomposta e moltiplicata per ampliare i punti di vista. Non la solita polifonia del romanzo, quindi, ma una policronia prospettica. Un altro esempio è il viaggio agli inferi di Gilgamesh, oppure la navigazione arcipelagica di San Brandano. Possiamo visualizzarlo così: il tempo della modernità è una linea continua disegnata su un foglio, ma se prendi il foglio e ci fai un origami, la linea resta continua, in senso assoluto, eppure si spezza in molti frammenti visibili e invisibili. Tu lavori sempre con il passato, ma lo fai dal presente, quindi lavori a una specie di restauro, di ricostruzione, e il tempo che allestisci è quello articolato e non lineare dell’intreccio. Che cosa vuoi indurre con questo smontaggio-rimontaggio?

GC: Io ho l’ossessione per i ricordi, il tempo che riemerge, il tempo soggettivo, e mi piace andare avanti e indietro col mio cursore narrativo per svelare meccanismi della storia che una cronologia lineare forse non renderebbe. Ognuno credo debba provare a mettere la propria idea di temporalità all’interno di ciò che scrive, il tempo è cronico, diacronico, è messianico, è bergsoniano, è cairologico, è redentivo? Ci sono tanti modi per parlare di passato, presente e futuro e penso che soprattutto nel passato dei grandi romanzieri e romanziere l’idea del tempo tra oggettivo e soggettivo sia stato movente forte di scrittura.
Se non si ha una propria idea di tempo, anche atemporale come nel tuo caso, provocatoria, di rottura, come si può pensare di parlare di progresso o futuro per i personaggi, come si gestiscono le loro memorie, il loro guardare avanti, le missioni che devono compiere?
Per esempio il compito di Libera nel tuo libro è quello di trovare un personaggio: il mezzo patriarca perduto che si è allontanato dalla sua metà ed è scomparso nel mondo degli umani. Ma non tutti sono a favore di questa ricerca, che salverebbe gli uomini e le donne comuni. Perché alcuni ipotizzano un punto zero, un punto di blackout in cui le generazioni si fermano, in cui l’umano collassa e allora si ricomincia da capo. Tu da che parte sei: quella della salvezza o quella dell’apocalisse rigenerativa?

MM: Temo la mera estinzione, non credo nella retorica dell’apocalisse rigenerativa, sforzandomi un po’ vorrei la salvezza per tutti. Il 99% della letteratura postapocalittica parla di microcomunità di sopravvissuti. L’idea è ambigua: si salvano solo i più forti, oppure i più giusti, oppure i più capaci. Gli eletti, insomma, e dall’altra parte ci sono tutti gli altri, più o meno metaforicamente degli zombie. L’idea di provare a salvare tutti, invece, è molto complessa, tanto da un punto di vista pratico quanto narrativo. Ma sarai d’accordo: è l’unica veramente seria. Nei manuali che dovremmo scrivere per chi tra 20 o 100 anni starà molto peggio di noi, non dovremmo mettere solo le istruzioni per fabbricare un depuratore dell’acqua o una punta di selce, ma anche che cos’è l’antropologia del dono, come si fabbrica un flauto, come far giocare un bambino. Se insomma non potremo salvare tutti, dobbiamo da subito, adesso, provare a salvare un’ipotesi antropologica, un’idea di donna e di uomo che sarà storicamente perdente ma che potrà contrastare il crollo dell’umano, la ferocia, l’estinzione dell’empatia.

GC: A proposito dell’Apocalisse e della distopia, so che stai lavorando sulle distopie del nostro passato, sull’Apocalisse già avvenuta e su quanto poco abbiamo tramandato delle nostre passate catastrofi e delle gestioni delle crisi più insanabili. Ce ne puoi parlare anche in riferimento al fatto che il distopico sembra essere diventato un genere d’elezione per la narrativa contemporanea? Ci serve davvero un futuro minimamente distorto o ci basterebbe ricercare e far tornare un passato catastrofico?

MM: La distopia, quella che si fa in Italia, sembra aver preso una piega abbastanza provinciale, un po’ per mancanza di coraggio, un po’ perché proprio non si è capaci di farla. Avrai sentito gente che ama abusare del termine e gente lamentarsi dell’abuso e della moda. Nel frattempo si producono distopie un po’ scariche, quelle vicinissime alle realtà, quelle che giocano sullo scarto minimo, sulla sfumatura, sulla traccia. È come se ci fosse paura di scivolare nella letteratura di genere, ci si vergogna di fare fantascienza, e anche quando di fatto la si fa, ci si affretta a dare la chiave di lettura sociopolitica per smarcarsi dal rischio ed esser presi per scrittori poco seri. Va a finire però che l’Italia non ha né il suo Volodine né il suo McCarthy. Poi c’è anche il fraintendimento per cui distopia significa futuro. Invece bisognerebbe ricordare più spesso quello che diceva Benjamin sull’Apocalisse, che è uno sguardo rivolto all’indietro. Se ad esempio avessimo voglia di leggere Procopio di Cesarea potremmo farci un quadro dell’Italia del VI secolo d.C. al limite dell’allucinazione, con eventi climatici e sociali letteralmente apocalittici, difficili da immaginare nella loro crudezza e devastazione. Ci sono stati davvero, e in confronto The Walking Dead è una favola alla Disney. A parte questo, trovo affascinante immaginare delle “retrodistopie”. In una di queste ho fatto agire popoli e personaggi nel Devoniano, tra 416 e 359 milioni di anni fa… Ma non è una poetica dello stupore, è solo la ricerca di zone nuove. Qualcuno potrebbe parlare di post-esotismo… Ma che cosa pensano di questo alcuni scrittori italiani, ad esempio Tommaso Pincio, Vanni Santoni, Matteo Nucci o Michele Vaccari? Sarebbe bello cominciare a parlarne seriamente. Tu che cosa pensi della distopia che non costruisce utopia, e cosa pensi del fantastico, non come genere ma come possibilità cognitiva?

GC: A me convince molto la distopia retroattiva, mi viene in mente l’ultimo romanzo di Viola Di Grado che è Fuoco al cielo. Il suo lavoro mi ha convinta perché la sua ricerca ha fatto riemergere una vicenda assolutamente non italiana, non borghese, non famigliare, un quadro apocalittico, terribile e temibile, ma già accaduto, il che nella persona che sono provoca molto più turbamento della proiezione futura.
Io sono molto legata al passato e all’accaduto, ma ho imparato dallo studio dell’anarchia il ruolo potente e costruttivo dell’utopia e del portare il fantastico nella sfera politica e conoscitiva, come ideale regolativo e motore delle idee presenti. Cerco di tenerlo a mente quando studio o quando scrivo.
Qualcosa che mi ha affascinata e che è lontano da me quasi come una fantasticheria, è la tua idea di anima. Il tuo libro, infatti, ha alcune pagine dedicate a spiegare al lettore/lettrice cos’è un’anima e tu le introduci dicendo che si possono anche ignorare quelle pagine, non servono alla storia, e a me pare che invece proprio lì tu abbia nascosto la chiave di volta della tua narrazione. Cosa c’entra l’animismo con la letteratura per te e quali sono le anime di L’ora del mondo?

MM: L’ora del mondo è una specie di trattato delle anime, è un libro animista, e Libera, finché le va, è un essere psicopompo. Per me l’animismo, che è vitalissimo in qualunque anfratto della modernità, è un grimaldello irrinunciabile, proprio come l’epica e il mito. È un modo infinitamente potente di reimmaginare la realtà, i rapporti tra i viventi, le relazioni tra persone umane e non umane, e proprio per questo è anche l’alternativa più efficace al pensiero teista, è un virus che cova sottopelle e che è in grado di sgonfiare l’arroganza politica e poetica delle religioni rivelate. Una macchina critica e narrativa, insomma, verso lo shift antropologico di cui parlavo poco fa.

GC: Il mito porta con sé da sempre elementi sovversivi, tabù, proiezioni inquietanti, turbamenti; credi che produrre una nuova mitologia o meglio recuperare una mitologia arcaica ma attualizzarla nei nostri luoghi e tempi possa ancora avere quel potere scatenante, quella capacità perturbante?

MM: Non si può usare il mito degli altri per far funzionare il proprio testo. Bisogna fare mitopoiesi, cioè occorre costruire ex novo un sistema-mondo in cui gli eventi mitici che si vogliono raccontare funzionino nel modo più “naturale” possibile. Quindi non basta utilizzare uno stile falsamente arcaico, far muovere due personaggi copiati da un libro di epica delle medie e tentare un abbozzo di cosmologia alla Marvel. Ci vuole un’attitudine cosmografica che non può prescindere dalla linguistica, dalla filologia, dalla geografia, dall’etnologia. Molti testi fantasy sono penosamente insoddisfacenti proprio perché si avverte immediatamente che galleggiano nel vuoto, come un iceberg senza la parte sommersa. C’è poi un secondo problema, per me enorme. La maggior parte di coloro che vogliono fare mitopoiesi si limitano a leggere le solite cose, e male. Un po’ di miti germanici, un po’ di folklore irlandese, quando là fuori ci sono la Groenlandia, l’Australia, l’Oceania, l’Amazzonia, l’Africa… Ho come l’impressione che ci sia un fondamentale etnocentrismo anche in letteratura, tranne quando l’altrove arriva nella vita e la rovescia. Per te Etiopia, Eritrea, entrate nella storia della tua famiglia e poi nella tua scrittura. Il tuo mito africano, quanto ti ha reso scrittrice, quanto lo hai inventato scrivendo?

GC: L’idea di scrivere dell’Africa è nata proprio con la speranza di un recupero che fosse per me anche mitologico, iniziare una ricognizione dei miei antenati, delle mie origini, andando a ritroso nel tempo, fino alle Marche di Un giorno verrà, vorrei in realtà continuare un percorso sempre più profondo. Nella prima stesura di La Grande A c’erano anche molte fiabe e leggende africane, che io aveva cercato di incorporare nella mia narrazione, ma poi le ho tolte nelle versioni successive, perché non mi sembravano essere parte sincera di quello che stavo raccontando, ma solo appendici, come arti inerti appesi al corpo del romanzo, avevo qualche anno in meno e so di avere ancora molto da imparare per capire come usare i materiali che vorrei in modo che siano autentici, significativi per me e per le storie che racconto.
L’ultima domanda che ti faccio invece è per l’argomento a cui tengo di più. Come entra la politica in ciò che scrivi? Libera è la “signorina anarchia” e L’ora del mondo è una parabola anarchica, oppure no? Credi che la narrazione possa farcela a essere veicolo di una politica che torni a sposarsi con il sapere?

MM: Libera ha una mano sola, è nata così. Se hai una mano sola non puoi applaudire. Per me è un’immagine abbastanza intuitiva per criticare il pensiero dialettico, quello di “destra e sinistra”, di “noi e loro”, di “salvi e dannati”, ecc. Sì, Libera è l’anarchia per quello che l’anarchia dovrebbe essere sempre: un pensiero che non è mai binario, mai dicotomico, mai rassegnato alla sintesi identitaria, mai dualista e “bianco e nero”. Ogni cosa che scrivo è politica, nel senso che dice delle cose politiche in maniera semplificata, visibile, schierata. L’ora del mondo è un libro sull’immaginario come tattica di resistenza. Racconta una storia e un’idea. Non l’ho scritto per intrattenere o insegnare qualcosa, ma per additare un’utopia, che parte dai faggi e arriva alle fabbriche. Il tuo bisnonno materno era anarchico, hai scritto su di lui. Ma in che modo l’anarchia ti accompagna nella scrittura, anche quando non ne parli?

GC: Mi accompagna come mi accompagnano le altre compagne filosofiche della mia vita, come lenti e possibili sguardi, come terremoti di quello che credo di sapere, come opportunità in più di comprendere e di proiettarmi. L’anarchia, per quanto purtroppo si dica, è una filosofia immortale.

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L’ora del mondo. Un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/lora-del-mondo-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lora-del-mondo-un-estratto/#comments Thu, 09 May 2019 12:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40197 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, i primi due capitoli de “L’ora del mondo” di Matteo Meschiari, in uscita il 23 maggio per Hacca Edizioni. Il libro sarà presentato sabato 11 maggio al Salone del Libro di Torino (ore 16.30, sala Avorio). A dialogare con Matteo Meschiari ci sarà Matteo Nucci. Buona lettura. 1 La gaetta […]

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, i primi due capitoli de “L’ora del mondo” di Matteo Meschiari, in uscita il 23 maggio per Hacca Edizioni. Il libro sarà presentato sabato 11 maggio al Salone del Libro di Torino (ore 16.30, sala Avorio). A dialogare con Matteo Meschiari ci sarà Matteo Nucci. Buona lettura.

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La gaetta pelle

La corriera blu tormalina arrancava e tossiva giù per la valle dove la strada statale si arrotolava tra dirupi sbrecciati e declivi lividi di boschi. Da appena qualche giorno le faggete avevano indossato una sfumatura rossiccia perché le gemme si erano gonfiate ai primi soli e i torrenti della linfa avevano ripreso a premere dentro i tronchi notturni. Le nevi semisciolte sopra i campi in quota erano lacerti di tessuto consumati dal tempo e la corriera spariva e riappariva dietro i tornanti e tra i pendii irsuti per andare a dissolversi dietro l’ultimo versante con un leggero morbido ronzio. Allora tornò il silenzio nelle Terre Soprane e per mostrare che certe cose sono azzurre per sempre il Crinale si offuscò in se stesso e s’immobilizzò nel mistero della sua ambra. A quel punto Libera si asciugò il naso contro la manica e cominciò a scendere a salti verso gli Sfagni dei Lagacci dove l’Uomo-Somaro l’aspettava al crepuscolo da almeno novecentocinquant’anni. Difficile crederci. Ma è quello che i due Corvi del Dio Guercio hanno giurato e stragiurato. E io. Qui. Tale e quale. Lo scrivo.

Eccomi disse Libera.
Sì disse l’Uomo-Somaro.
Ero ai Casoni. Guardavo l’ultima corriera.
Bene. Sei proprio spiritosa.

L’Uomo-Somaro accavallò le gambe e cominciò a grattarsi la barba brizzolata con un angolo di zoccolo squamato. Libera sorrideva imbarazzata e si massaggiava il polso nel punto in cui la mano le mancava.

Me l’avevano detto disse l’Uomo-Somaro.
Detto cosa? disse Libera.
Della mano. Ovvero. Della non-mano.
Non l’ho mai avuta sai?
Anche questo mi hanno detto.
E che cosa ti hanno detto esattamente?
Be’. Che ti hanno buttata nei boschi.
Vero.
Che sei nata senza una mano e che quella ti ha buttato nei boschi.
Quella chi?
Tua madre.
Mia madre.
Sì.

L’Uomo-Somaro sbadigliò. Libera guardò la non-mano dentro la manica. La luce cominciava ad andarsene e lei non sapeva più cosa dire. Fu l’Uomo-Somaro a riprendere la conversazione.

Ti aspettavo. Novecentocinquant’anni sono lunghi.
Io ne ho dieci.
Sono lunghi e sono anche un po’ stanco io.
Che cosa posso fare per te?
Intanto ascoltami.

E l’Uomo-Somaro cominciò a raccontarle una lunghissima storia che risaliva ai giorni remoti in cui era stato un giovane somaro nelle salmerie di Annibale condottiero e poi era stato il ciuchino di compagnia della contessina Matilde quando lei era ancora una bambina dispettosetta e lui la menava in groppa dietro le stramberie di Bonifacio ovviamente molto prima dei fattacci di Lotaringia. Fu allora che fu dimenticato in una stalla in quel di Nonantola dove la paglia eccetera eccetera. Libera sbadigliò.

Non ti piace la mia storia?
Oh sì. Ma tu come sei diventato così?
Così come?
Eri solo un somaro no?
Sì.
Allora come sei diventato così?

L’Uomo-Somaro le raccontò della solitudine nelle stalle della contessina e di come il giorno in cui Matilde partì per andare in sposa lontano lontano decisero di ucciderlo per fare con la sua pelle un tamburo e lui ragliò e scalciò e fece il diavolo a quattro finché si liberò dei suoi aguzzini e scappò tutto dinoccolato e inebetito verso i boschi desolati d’Appennino.

Ci misero un sacco a sciogliersi.
Che cosa?
Le corde.
Poverino.
S’incastravano alle radici. Tiravano nei cespugli.
Poverino.
Ma alla fine si sciolsero. Come pagnotte sotto la pioggia.
E?
E il mio corpo un po’ alla volta cambiò. Per colpa del bosco.
Ah.
Sì. è da allora che ti aspetto.

Libera stava per chiedergli qualcosa di molto importante quando udirono un frusciare di foglie. Ormai la luce del giorno se n’era andata e tra i rami dei faggi galleggiava qualche vetro oltremare e due buchi di stella. Una massa di cespugli che copiava due cinghiali in lotta rabbrividì appena e per un attimo eterno Libera e l’Uomo-Somaro intravidero le forme di un felino. Aveva la pelliccia picchiettata e i baffi dritti come fili di ferro. La lince li guardò da una distanza temporale inconcepibile e all’improvviso sparì nelle non-luci del bosco.

2
Alto e silvestro

Le nuvole si accumulavano sopra il Cimone come se il monte fosse un cucchiaio di pietra e il cielo d’Appennino una pentola di polenta a testa in giù. I vapori giravano intorno con larghi cerchi schiumosi e intanto un ventaccio ghiacciato sfuggito da meteorologiche altezze inzuppava le terre e arruffava i roveti delle canine. Libera era lassù in una toppa di prato tra alberi curvi e correva in salita verso la Via Vandelli. Da dove siamo noi avremmo visto il lampo dei suoi capelli rossi e il pallore azzurrato dei suoi polpacci. Invece i vestiti si confondevano con erba e terriccio e Libera ricordava gli spiriti del metano che singhiozzano e sfiammellano verso l’alto. I capelli. I polpacci. Poi dopo pochi momenti la Selva Romanesca la inghiottì oscura e il cielo si sbriciolò in una polvere di pioggia gelata.

Dopo tre anni mi hanno presa aveva detto all’Uomo-Somaro.
Dopo tre anni nei boschi?

Libera gli raccontò come un manipolo di cacciatori della Guardia di Finanza l’avesse trovata a vagare con la ghirlanda di margherite nuova dalle parti delle Tagliole. O giù di lì. Lei era scappata tra i salti di arenaria macigno e arrampicandosi da carpino a frassino aveva scollinato sulle morene che contengono a valle la conca del Lago Santo. La serica corteccia dei faggi si inazzurrava per l’ora crepuscolare ed era una cosa bellissima da vedere ma quando il verde malachite delle acque balzò tra i tronchi e le raggiunse gli occhi Libera restò incantata e fu così fu allora e fu per quello che la presero e la legarono con le cinture. Adesso non scappi. E la portarono di filata al municipio di Pievepelago.

Davvero non sei riuscita a scappare?
No. Dovevi vedere le acque.
Del Lago Santo?
Oh sì. Magnifiche.
Ma come?
Eh.

In quel tempo dei suoi cinque anni Libera camminava a quattro zampe. La portarono al municipio e in quattro e quattr’otto la affidarono alle cure della Bianchini Giulia ristoratrice. E la Bianchini che non poteva sopportare quella bambina che si aggirava come una bestia tra i tappeti del suo albergo costrutto per gli sciatori delle molli pianure la frusticchiava con un asciugamano bagnato per indurla a raddrizzarsi. Alzati le diceva sempre più stizzita ma Libera semplicemente camminava così. Non ne voleva sapere. Bestia che sei. Ma no. Niente.

Avevo imparato dai lupi.
Ma guarda.
Ho corso con loro. Due anni. Si cambia.
Immagino di sì.
Cacciavano. In inverno scavavano una buca mi ci mettevano dentro e mi dormivano sopra per riscaldarmi.

Un giorno le misero dei legni legati alle gambe per obbligarla a restare in piedi. Una specie di gabbia fatta con cinghie e bastoni. La gente veniva da Modena per vedere il prodigio e più che stupirsi di una bambina esibita al mondo per esaltare la forza ortopedica e progressiva della civiltà (ma ovviamente non erano queste le parole di Libera) la folla batteva le mani tutta rossa ed eccitata per i troppi punch al mandarino e la guardava mentre perdeva l’equilibrio praticamente a ogni passo ma restava sempre in piedi senza scaravoltare il vassoio delle bevande. Povera me diceva Libera. Davvero povera lei. Ma la gente amava molto quello spettacolo.

Capisci?
Capisco. Da rompere quelle zucche a zoccolate.
Eh. Ma poi sono scappata ve’? Un po’ come te.

Libera raccontò. Fece così. Sgambettò la Bianchini che scendeva le scale con un’enorme balla di lenzuola e schizzando per la cucina fredda e silenziosa fece a balzi tutto il parco dell’albergo per tuffarsi nell’abetina e recuperare le altezze silvestri. Nessuno le chiamava più le Terre Soprane. Nessuno degli umani. Ma per fortuna dopo i lupi dell’infanzia aveva ritrovato i boschi ed estate dopo inverno era diventata quella che adesso era lei. Cioè Libera.

Gran bella storia. Ma tu lo sai perché sei qui? aveva chiesto l’Uomo-Somaro.
No.
Lo sai perché ti sto aspettando da novecentocinquant’anni?
No.
Per farla lunga e breve devi trovare il Mezzo Patriarca perduto.
Quello sparito dalle Terre Soprane? Quello che se infine ritrovato dovrebbe riaggiustare le cose quassù e forse anche a valle dove ci sono gli uomini?
Così si dice.
Quello –

Libera si interruppe. Quattro ombre accompagnate da un’ombra più piccola erano apparse nel buio alle spalle dell’Uomo-Somaro.

Eccoci radunati. La vuoi sapere la storia?

I buchi di stella erano molti tra le fessure dei rami. Un odore di fumo di legna scivolava a soffi nell’aria gelida e liquida. Sulla radura dei Lagacci si era accesa la luce di un casolare. Qualche animale rovistava tra le foglie. Le nevi azzurre lontane. E sì. L’Appennino.

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Uomini tori e minotauri nell’età della crisi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/#comments Sun, 29 Jun 2014 05:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21835 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: José Tomas. Fonte)

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

Tornando nell’Andalusia profonda, il 19 giugno scorso José Tomas, il più grande dei matadores viventi, è tornato a sfidare tori a Granada dopo quasi due anni di assenza, riempiendo la città all’inverosimile. Messicani, francesi, italiani, inglesi, oltre a spagnoli di ogni dove. Abbonamenti alla feria cittadina cresciuti del 400 per cento. Hotel e ristoranti pieni. Un indotto di cui ancora non si rivela la magica cifra, mentre gli addetti al turismo si leccano i baffi, benedicendo il santo di Galapagar, paese in provincia di Madrid dove JT nacque 39 anni fa, per crescere con i tori e una sola squadra nel cuore: ovviamente, l’Atletico.

È davvero in crisi, allora, la corrida, come sembrano sostenere inchieste, indagini e un senso comune che, sullo slancio dell’abolizione catalana e dell’estremismo animalista dilagante, ha spinto a credere che di corride non se ne faranno più e che, se nel frattempo sopravvivono, nei paesi in cui sopravvivono, chi partecipa si deve almeno vergognare? I numeri raccontano una storia molto più complicata. Il calo di spettacoli taurini in Spagna, a cui fanno riferimento gli abolizionisti (meno 41 per cento fra 2007 e 2012), è reale. Ma non tiene conto dell’enorme e spropositata crescita del numero di corride che si era registrata a partire dalla metà degli anni Novanta. Siamo dunque tornati a valori di normalità che peraltro per i veri esperti convengono alla buona salute dell’arte tauromachica (651 corride – e si intendono corride vere e proprie – contro le 630 del 1993). Quanto all’interesse che secondo gli abolizionisti è in continuo calo, nel 2012 le corride spagnole hanno venduto 5.496.452 biglietti generando un introito di oltre 177 milioni di euro. Tra gli spettacoli culturali (la corrida è cultura non sport) soltanto il cinema straniero ha fatto meglio in Spagna (quasi 450 milioni).

I dati peraltro non includono tutti quegli spettacoli taurini che vanno sotto la denominazione di “feste popolari” con cui la dimensione dell’introito cresce fin quasi a raddoppiare (altri 126 milioni di euro per un totale di 303.070.567 euro). L’impatto economico indiretto, come nel caso di JT l’altro ieri, è però quel che davvero conta. Aldilà dei biglietti strappati, secondo gli studi, si devono aggiungere almeno altri 150 milioni di euro, solo calcolando il movimento degli spettatori. Quanto ai cosiddetti effetti indotti diretti e indiretti (in sostanza, il movimento economico generale, inclusi i trasporti) l’impatto economico mosso dal carrozzone taurino sfiorava i 600 milioni di euro nell’anno più caldo della crisi, il 2012. Mica poco.

I numeri però non possono raccontare tutta la storia. Servono, agli osservatori, per contestare l’idea che l’interesse nei confronti dei tori sia scarso e antieconomico e che la sopravvivenza di un mondo tanto arcaico sia dovuta alle sovvenzioni statali (è semmai il contrario: l’esempio dell’Extremadura detta legge. Qui un festival di teatro lungo due mesi ha ricevuto 1.400.000 euro in sovvenzioni per 68.000 spettatori e 1.200.000 euro di entrate, mentre le quindici corride non sovvenzionate hanno strappato oltre 80.000 biglietti per tre milioni di euro di entrate). In quanto tali, i numeri tuttavia non possono arrivare al nocciolo della questione. Il punto è un altro. La sfida dell’uomo al toro ha ancora senso in una dimensione globale così profondamente cambiata rispetto al primo Novecento?

Basta uno sguardo alla graphic novel appena uscita in libreria, la prima graphic novel torera. Matador (di M. López Poy e M. Fernández, Diábolo Edizioni, pp. 81, euro 14,95) ci spinge a entrare in un mondo ormai perduto. La storia di Lorenzo Pascual García, soprannome torero Belmonteño, torero cui sfuggì il vero successo, comincia quando in Spagna sta per dilagare la guerra civile portandosi appresso anni di estrema povertà. Il libro, in capitoli ogni volta introdotti da un breve riassunto della storia politica e culturale del Paese, ci ricorda che quanto è capitato nel “secolo breve” è ormai alle nostre spalle per sempre. Il mondo della tauromachia sembra perdersi nel passato.

Del resto, la cosiddetta epoca d’oro del toreo, quando si scontrarono i due più grandi matadores della nostra storia, Joselito e Belmonte, era già chiusa nel momento in cui Ernest Hemingway cominciava a calcare le arene di Spagna nel 1923 (Joselito morì nell’arena il 16 maggio 1920). E se la necessità di fuggire l’indigenza e il tentativo di riscatto continuarono a passare attraverso quella che qui è ancora chiamata “festa nazionale” il motivo fu tutto nelle condizioni in cui versava la Spagna. Più tardi vennero film e un’epica di moda. Ma anche i favolosi anni 60, l’epoca in cui attori e attrici affollavano gli spalti per cercare un flash, è ormai scomparsa. E allora qual è il senso oggi della sfida dell’uomo all’animale? Hanno ragione gli esponenti di Podemos, la lista politica che ha sorpreso tutti alle ultime europee spagnole, a chiedere la definitiva abolizione della corrida?

Studi antropologici e sociali possono offrire interpretazioni e mostrare una via, ma la vera e propria risposta arriva soltanto sul campo. E il campo qui ha due facce convergenti. Toro e uomo. Da una parte gli allevamenti, dunque, dall’altra il nostro mondo e la punta del triangolo dove uomo e toro s’incontrano: la plaza de toros. Quanto agli animali, basterebbe una visita a uno dei numerosi eden in cui si allevano tori da combattimento. Parlo di luoghi paradisiaci perché nessuno, che si tratti di taurini o antitaurini, semplici amanti della natura o animalisti sfrenati, potrebbe mai resistere alla bellezza di queste riserve naturali a cielo aperto dove si salva dall’estinzione la razza antichissima del toro da corrida. Diceva Hemingway, usando un paragone perfetto, “il toro da combattimento sta al toro domestico come il lupo sta al cane”. È necessario infatti ricordarsi che stiamo parlando di una razza a se stante che per vivere ha bisogno di spazi immensi (ogni toro deve avere a disposizione almeno due ettari di terreno libero), spazi la cui natura è incontaminata perché nessuno si sognerebbe mai di scavalcare recinzioni su cui è scritto “Pericolo. Tori selvaggi”.

Andate in un allevamento di tori, che vi interessi o meno la corrida, se avete a cuore l’ecosistema e la sua difesa – sia dalle mire degli immobiliaristi che da quelle di allevatori intensivi. Se non ne avete voglia, ma vi trovate in Spagna, prendete almeno un’automobile e viaggiate lungo la cosiddetta “ruta de toros” tra Jerez de la Frontera e Medina Sidonia. È un’esperienza che non si può raccontare e che è sufficiente a decretare la vitalità di un mondo dato troppe volte per finito. Mentre guidate tra campi immensi punteggiati da figure che incarnano forza, coraggio e fierezza, non lasciatevi prendere dall’idea che dovranno morire. Tutti gli animali allevati per produrre carne muoiono per mano dell’uomo. Senonaltro quelli destinati a finire nell’arena avranno vissuto almeno quattro anni (il toro da corrida non può essere combattuto prima) e la loro carne finirà sul banco del macellaio accanto a quella del vitello che ha vissuto in pochi metri quadrati i suoi sei mesi di vita. Non pensate alla morte, per ora. Per quella ci sarà tempo nella plaza de toros. Qui, nell’immensità dei pascoli, ricordatevi solo che l’unica conseguenza immediata della fine delle corride sarebbe l’estinzione della razza e la chiusura del tipo di allevamento più sano che il nostro Occidente abbia mai considerato.

Ma veniamo all’uomo e al suo mondo. Nel secondo decennio del nuovo millennio sono ormai dimenticati i ragazzini che percorrevano le strade di Spagna in cerca di un sogno (i maletillas detti così per il fagottino di tela in cui chiudevano le quattro cose di cui erano in possesso lanciandosi alla ventura) e nessuno penserebbe mai di sfuggire alla povertà facendosi torero. Eppure le scuole taurine sono piene e toreri continuano a nascerne. Com’è possibile? Al di là delle interpretazioni – innumerevoli – una cosa è certa: il confronto con la morte non ha tempo. Comunque stiano le cose, si continua a morire. Anche in un’epoca in cui si idolatra l’eterna giovinezza. Benché sia rimossa, la fine resta inesorabile: lontani da casa, dagli sguardi indiscreti, chiusi in asettiche cliniche, si continua a morire. Nonostante le chirurgie estetiche, le creme contro l’invecchiamento, i magici elisir, si continua a invecchiare e morire. E la questione della fine – assolutamente metastorica, del tutto al di là dei tempi in cui viene posta – continua a richiedere una riflessione. Il confronto con la morte resta un passaggio obbligato. Ecco la sfida tauromachica allora. Da millenni il luogo dell’incontro fra l’uomo e la sua parte più oscura, il suo toro, la sua paura più profonda, la fine.

Nella plaza de toros assistiamo a tutto questo. Viviamo in prima persona e fuori dai simbolismi la sfida alla morte. Celebriamo, nell’ultimo rito laico, il confronto dell’uomo con se stesso e con la sua paura più grande: il suo toro da conquistare, dominare e semmai innalzare in un’altra dimensione. Tanto che chi, infine, avrà il coraggio e il desiderio di partecipare all’incontro fra uomo e animale, potrà sperare di assistere all’evento più unico e sognante che la tauromachia moderna ci conceda: l’indulto. La conclusione più straordinaria e folle della sfida alla morte. Quando torero e toro si uniscono in una danza perfetta. Quando la carica rettilinea dell’animale è diventata definitivamente curvilinea tracciando cerchi di arte sull’arena. E quando dunque uomo e animale cominciano a scambiarsi i ruoli. L’animale assumendo un’umanità impossibile. L’uomo assumendo la sua stessa animalità. Il momento del minotauro, l’unione perfetta e innaturale che spinge il pubblico, in estasi, a chiedere la salvezza del toro. L’indulto catartico. L’animale che viene salvato per tornare negli allevamenti e farsi padre di tori altrettanto forti e coraggiosi come si è dimostrato lui. Mentre l’uomo ha la sensazione immensa, folle, ebbra, di aver trasfigurato, almeno per un istante che sembra eterno, la propria mortalità.

Solo il mundillo taurino spaventa gli aficionados

Il vero pericolo per la sopravvivenza della corrida, secondo gli esperti, non viene dall’esterno. L’abolizione catalana è stata vissuta con rabbia ma senza eccessive preoccupazioni. È noto a tutti infatti che la spinta abolizionista era legata strettamente a motivi politici, allo storico indipendentismo catalano, alla “festa nazionale” vissuta come simbolo di un’appartenenza ispanica da conquistatori. Tuttavia, ciò che è seguito a quella legge, che fosse più o meno lontano da questioni profonde relative alla corrida, ha senza dubbio reso improvvisamente fragili le certezze di chi difende la cultura tauromachica. E proprio tra i maggiori difensori è salito il grido d’accusa.

La corrida, soprattutto in Spagna, è messa in pericolo dalla miopia e dall’incapacità dei principali uomini di potere del carrozzone taurino. La decadenza dell’arte risiederebbe soprattutto in una ferita faticosamente rimarginabile. Da anni, vengono infatti privilegiati allevamenti di tori cosiddetti commerciali, che crescono animali di sangue blando (la casta dei famosi Domecq) poco forti e selvaggi pur di favorire e rendere più semplice il successo dei toreri star. Il risultato di questo sforzo accomodante è nefasto: tori deboli, toreri sempre più “volgari” (l’aggettivo che nell’argot taurino contraddistingue chi va in cerca di successi senza meritarli, senza vera arte), corride noiose. Rompere il meccanismo però appare quanto mai complesso. Tra i principali attori nell’organizzazione di un evento taurino domina infatti il più nefasto conflitto d’interesse.

Tre infatti sono le figure dominanti nella contrattazione di uno spettacolo: l’impresario che gestisce la plaza e che paga toreri e allevatori; l’apoderado, ossia il procuratore del torero; il ganadero, ossia l’allevatore. Se questi ruoli non vengono tenuti rigorosamente distinti (e nessuna legge lo impone) è evidente che un impresario che è anche procuratore e allevatore finirà per privilegiare i suoi tori e i suoi toreri e con quelli altrui scambierà favori. Il mondo taurino in questa maniera si chiude nel cosiddetto “mundillo”, un circolo ristretto e chiuso, quantomai criticato, fatto di conoscenze, piaceri, ripicche, vendette, mafie. Un club di potenti che impedisce l’accesso a figure, culture, apporti estranei a quegli interessi privati, dissimulati sotto il marchio di una presunta tradizione. Il risultato è l’incapacità di rinnovarsi e soprattutto la noia, quella terribile noia, l’aburrimiento che per gli spagnoli è peggio della morte.

Visioni e letture 

La declinazione spagnola della sfida al toro non è antichissima, come si sarebbe portati a pensare. Se la tauromachia in senso ampio è attestata in Grecia già a Creta, la corrida a piedi si sviluppò dalla corrida a cavallo a inizio Settecento. Prima erano solo i nobili che potevano permettersi il cavallo per sfidare tori. A piedi invece l’arte diventa popolare. Le corride si cominciano a organizzare nelle piazze centrali delle città (Plaza Mayor a Madrid, per esempio) e a metà Settecento si costruisce la prima arena non a caso chiamata “plaza de toros”. Il rito è sostanzialmente identico da oltre due secoli. Dopo Francisco Romero, nato a Ronda nel 1695 e considerato primo torero a piedi, si sono succedute figure straordinarie e epiche che hanno ispirato innumerevoli forme di arte. Goya e Picasso sono i nomi più ricorrenti per l’arte figurativa. Ma una lista adeguata prenderebbe molte pagine.

Per chi voglia informarsi, le enciclopedie sono soltanto in lingua: in spagnolo il celebre Cossío, ribattezzato “la Bibbia dei tori”. In francese, a cura di R. Bérard, La Tauromachie. Histoire et Dictionnaire (Laffont, 2003). Film, documentari e libri si reduplicano ogni anno. In lingua italiana però le opzioni si restringono notevolmente. Un magnifico film è arrivato sui nostri schermi un anno fa: Blancanieves di Pablo Berger, muto in bianco e nero. Di un italiano invece, Francesco Rosi, Il momento della verità (1965) che ben racconta il mondo della corrida a metà Novecento. Un documentario andato in onda sulla Rai è Il pensiero e l’emozione (1987) di Gianni Barcelloni e Giorgio Montefoschi, immersione in tori e flamenco. In libreria, invece, tradotte in italiano, sono poche le opere reperibili. Svetta Hemingway con Morte nel pomeriggio, ribattezzato il Moby Dick della corrida e Un’estate pericolosa sulla sfida fra Dominguin e Ordoñez.

Tra le rarità, il prezioso libriccino di un poeta spagnolo (José Bergamín, L’arte del toreare e la sua musica silenziosa, ed. SE, 1992) e l’inchiesta romanzata sulla vita del mitico Cordobés (D. Lapierre e L. Collins, Alle cinque della sera, Mondadori, 1983). Solo in biblioteca invece Max David, Volapié. La Spagna torera dal Cid al Cordobés, Bietti 1969). Usciti recentemente, il mio romanzo-saggio, Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie, 2011) e il saggio antropologico di Matteo Meschiari, Uccidere spazi. Microanalisi della corrida (Quodlibet, 2013).

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