
di Andrea Meregalli
Come si passa dall’estinzione delle api all’assedio di Tiro?
Dall’incontro Montezuma-Cortés all’Afro-Europa? Dai cianobatteri al debellamento del cancro? In un discorso, in un libro. Non la verità e nemmeno la finzione lega questi scenari. Del resto, l’estinzione delle api è un fatto che possiamo solo immaginare, forse imporre, e l’assedio d Tiro una storia che possiamo solo ricordare, forse accettare.
Nessuno di questi occupa la dicotomia vero-falso, almeno non per intero: il fatto procede dall’immaginazione e dunque dalla finzione, la narrazione dal ricordo e dunque dagli accadimenti; l’ibridazione è totale, inscindibile, costante. Entrambi sono figli bastardi e appartengono – muovendosi avanti come indietro sulla linea del tempo di quasi tre millenni – a un diverso ambiente.
Non hanno nulla in comune ad eccezione di quello che conta davvero e che resta invisibile finché accade: la più o meno improvvisa interruzione della normalità di un punto di vista, di una famiglia, di una comunità oppure di una specie. Hey hung up old Mr. Normal, Don’t try to gain my trust.
TINA, Storie della Grande Estinzione, è un libro curato da Matteo Meschiari e Antonio Vena, edito da Aguaplano.
TINA sembra specialmente un libro Altro. Per quanto ne sappiamo potrebbero averlo scritto gli alieni. Ma chi lo ha immaginato?
Chi ha immaginato un libro collettivo che non ha autore oppure ne ha uno complesso, multicefalo, mostruoso? Il genere di autore che ti aspetta su una soglia che non hai nessuna intenzione di varcare? Anche il titolo – TINA – è un Giano Bifronte. Da una parte omaggia Tina Michelle Fontaine (1999-2014), “una ragazzina nativa del Canada uccisa a 15 anni: una microapocalisse che fa parte dei tanti genocidi a bassa intensità con i quali scompaiono individui, lingue, tradizioni, mondi, possibilità”. Dall’altra è un acronimo: There Is No Alternative, “rovesciamento dello slogan usato da Herbert Spencer, Margaret Thatcher e Francis Fukuyama per giustificare il regime neoliberista che ci ha condotti sulla soglia dell’abisso, alla fine della storia”.
Appare chiaro, insomma, che TINA è un tentativo che ha delle ambizioni piuttosto grosse.
Un libro che mette insieme talmente tanto spazio e talmente tanto tempo che non può avere uno svolgimento propriamente detto. Qualsiasi parvenza di ordine è peraltro alterata dal toccarsi insistente di verità e finzione, contatto che annulla tutto. Oppure no.
Di certo, questo ibridarsi di scenari è affascinante e pericoloso – molto attuale – i punti di riferimento non esistono, il lettore di TINA è chiamato a farsi carico – per fortuna in minima parte – dello shock cognitivo che gli scenari del libro raccontano con perseveranza. Il libro TINA, l’oggetto TINA è un frattale del suo stesso narrare. Ma non è un inganno, è forse una controintuizione. Se fossi un vero borgesiano comincerei a parlare di “piccoli coni di metallo lucente, del diametro di un dado e dal peso intollerabile”. Insomma, parlerei di quegli oggetti che provengono da un altrove e che bucano le linee temporali (o in alcuni casi spaziali) palesandosi in tutta la loro familiarità perturbante, come l’acqua di Giove in Europa Report, film del 2013.
Preferisco invece sottolineare che TINA è un libro iconografico almeno quanto lo è testuale. Alla generazione di TINA ha infatti partecipato un buon numero di artisti creando illustrazioni che accompagnano tanto quanto sono accompagnate dal racconto di alcuni scenari. Questa nuova, ulteriore commistione origina meraviglia quando non commozione. Raccontare il massacro dei Moriori con le parole e con l’immagine significa al medesimo tempo produrre un terzo racconto, amplificare le possibilità, consegnare al lettore una narrazione esponenziale della quale disporrà a proprio piacimento: forse lancerà il libro dalla finestra, forse lo leggerà come nessuno e comincerà e interpolarlo e tradirlo.
Quando Roberto Bolaño parlava di Componibile 62 diceva che la sua grandezza risiede nel fatto che il lettore può “entrarne e uscirne a piacimento”. È esattamente quello che succede con TINA: un magma di storie, un manuale di sopravvivenza, un ricettario umano in grado di sfuggire alla lettura consequenziale con facilità e dovere.
TINA, per tutti questi motivi, è una narrazione che in un certo senso tende al linguaggio eptapode e simultaneo immaginato da Ted Chiang in Storie della tua vita.
Altro aspetto interessante è l’architettura di TINA, che si struttura in sette giornate, medievale come il Decamerone di Boccaccio, e che diffonde contenuti che temporalmente si muovono in avanti per poi rimbalzare bruscamente indietro. È un rinculo affascinante, senza soluzione di continuità, che funziona molto bene. Essere nel futuro – prossimo – e nel giro di un paio di pagine tornare all’Età del Bronzo. Passare da Marte alle ondate migratorie in Africa del 1500 avanti Cristo, dall’Italia del 2080 alle invasioni mongole, dalla prossima Grande Depressione alla fondazione di Las Vegas. Essere nel pieno di una pandemia e (ri)scoprire che i tempi straordinari hanno abbondato, tutt’intorno.
Il lettore di TINA ascolta, si muove, viaggia, segue le voci corsive che ricorrono tra un scenario e l’altro e che provano a tenere insieme il mostro che le voci stesse hanno evocato; ce la faranno? Non importa.
Qualsiasi cosa è accaduta o accadrà, sta accadendo adesso.
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