Milano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/milano/ un blog di approfondimento culturale Sun, 05 Apr 2026 15:46:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Milano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/milano/ 32 32 Su La vita operosa di Massimo Bontempelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/su-la-vita-operosa-di-massimo-bontempelli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/su-la-vita-operosa-di-massimo-bontempelli/#respond Sun, 05 Apr 2026 15:46:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57158 Nei primissimi minuti di “Taxi Driver” c’è una scena a cui è facile non prestare troppa attenzione. De Niro è appena stato assunto come autista; quando esce dalla rimessa dei taxi lo vediamo camminare lungo un marciapiede, finché l’immagine non sfuma con una dissolvenza; subito dopo, lo ritroviamo che cammina lungo quello stesso marciapiede, soltanto […]

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Nei primissimi minuti di “Taxi Driver” c’è una scena a cui è facile non prestare troppa attenzione. De Niro è appena stato assunto come autista; quando esce dalla rimessa dei taxi lo vediamo camminare lungo un marciapiede, finché l’immagine non sfuma con una dissolvenza; subito dopo, lo ritroviamo che cammina lungo quello stesso marciapiede, soltanto un po’ più vicino alla macchina da presa. Un uso simile della dissolvenza è a dir poco atipico: si tratta d’una soluzione decisamente meno discreta rispetto allo stacco, e viene infatti usata soprattutto quando si vuole segnalare un passaggio di natura temporale oppure emotiva. Dopo una dissolvenza ci si aspetta cioè di assistere a un sogno o a un ricordo, o comunque a qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che si era visto in precedenza; non certo di tornare alla stessa identica scena.

Scorsese fa questa scelta (e proporrà tante altre “stranezze” nel corso del film) per evidenziare come il protagonista non si trovi completamente laddove lo vediamo: il suo corpo è a New York ma la sua mente è un buco nero, pronto a fare spazio alla paranoia e alla violenza. Mentre gira con il suo taxi, di notte, assiste a innumerevoli scene di degrado, e trasporta passeggeri parecchio inquietanti, come quello interpretato dallo stesso Scorsese; e tutti questi episodi contribuiscono a intorbidire i suoi già poco limpidi pensieri. La città non è più un luogo ma un’idea malsana, un riflesso d’uno stato mentale compromesso.

Questo stesso rapporto tra mente e spazio, tra realtà e allucinazione, rende “La vita operosa” di Massimo Bontempelli più inquieto di quanto il suo tono umoristico lasci intendere. Anche in questo romanzo – ambientato nel 1919, pubblicato nel 1921 e ristampato ora da Utopia nell’ambito della riproposizione di tutte le opere dell’autore – il protagonista è un reduce di guerra, che torna a Milano dopo l’armistizio; e anche in questo caso la città non è una semplice ambientazione, ma il simbolo di un’idea, anzi di un’ossessione: quella per gli affari, per l’accumulo di denaro, per quella “vita operosa” a cui si riferisce il titolo, in evidente continuità con “La vita intensa” del romanzo precedente di Bontempelli. Di quell’opera l’autore riprende inoltre il tema principale, proponendo ancora una volta un io narrante alla costante ricerca d’un posto nel mondo; e raccontando le difficoltà incontrate nel tentare, e il profondo disagio provato nel non riuscire.

Bontempelli mantiene il tono leggero e si diverte a passare in rassegna le maschere più classiche del vasto repertorio consolidatosi intorno alla figura dell’uomo che fatica a integrarsi: l’imbranato (quando il protagonista prova a fare il pubblicitario), il sognatore (quando decide di dedicarsi alla speculazione edilizia), o lo spaesato (allorché si cimenta nel commercio all’ingrosso). Chi proviene dalla lettura di “La vita intensa” ritroverà dunque qui lo stesso umorismo e una struttura simile, con una trama sfilacciata, disarticolata in tante divertenti scenette urbane.

In modo analogo, tornano i passaggi meta-letterari in cui l’io narrante si rivolge direttamente a chi sta leggendo (“Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che precedono, non importa: per l’intelligenza di questo basta ch’egli sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10:45, mi venne il mal di capo”, p. 110), oppure si dilunga in considerazioni su quanto ha appena scritto (“Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano l’animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e mettono «ah» senz’altro, in tutt’e due i detti casi e anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve dell’arte nostra”, pp. 53-54).

Se “La vita operosa” è un romanzo forse meno efficace ma più maturo rispetto a “La vita intensa”, è perché questa disinvoltura stilistica si trova qui messa al servizio non solo dei propositi novecentisti di Bontempelli, che qualche anno più tardi sarebbe stato co-direttore di una rivista chiamata “900”, ma anche e soprattutto di un protagonista ben individuato. La condizione mentale dell’io narrante si sovrappone a più riprese all’idea di Milano che sta alla base del romanzo. Come nella scena di “Taxi Driver” in cui, all’interno di una tavola calda dove sta facendo uno spuntino notturno coi suoi colleghi, il protagonista a un certo punto nota tra gli avventori alcuni personaggi che si somigliano molto tra loro e sembrano tutti appartenere alla malavita, e lo spettatore non ha chiaro se sia ancora New York o già un’allucinazione, così anche “La vita operosa” confonde continuamente i piani.

C’è un episodio, quasi identico, nel quale l’io narrante riferisce di aver notato “in piedi presso l’estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo, cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull’occipite; cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero” (pp. 127-128). Esistono davvero quei giovanotti tutti uguali, oppure sono il frutto delle fantasie dell’io narrante, o si tratta d’una diretta emanazione dell’ossessione milanese per gli affari?

Non è importante deciderlo né bisogna temere eccessi d’interpretazione, anche perché, dalla dissociazione evidenziata dai dialoghi (o monologhi) del protagonista col Dàimone che l’accompagna, fino agli episodi di più immaginifica trasformazione della città (“Sotto la larva d’ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un biturigio superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio umano; vidi appunto sull’angolo del corso sorgere ed elevarsi d’un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e gli eubagi riempirli d’uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento armato di scure”, p. 59), sono frequenti i passaggi in cui è lo stesso Bontempelli a incoraggiare in tal senso; arrivando addirittura ad anticipare, nei capitoli sesto e settimo, quel realismo magico che avrebbe caratterizzato tanta parte della sua produzione letteraria successiva.

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Il problema non è Milano in sé, ma Milano in me https://minimaetmoralia.it/attualita/giossi-milano-beppe-sala/ https://minimaetmoralia.it/attualita/giossi-milano-beppe-sala/#respond Wed, 09 Dec 2020 08:36:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47317 In questo esilio pandemico quasi obbligato che mi lascia ai bordi del Canal Grande di Venezia, protetto dal vento caldo di scirocco  guardo seduto ad un caffè lo scorrere lento delle barche e nulla ai miei occhi pare più normale di una città come Venezia, capace di offrire trasporti merci e persona via acqua e […]

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In questo esilio pandemico quasi obbligato che mi lascia ai bordi del Canal Grande di Venezia, protetto dal vento caldo di scirocco  guardo seduto ad un caffè lo scorrere lento delle barche e nulla ai miei occhi pare più normale di una città come Venezia, capace di offrire trasporti merci e persona via acqua e di riempire le proprie “strade” di canali garantendo un’umana rumorosità e un silenzio ugualmente “naturale” privo di angoscia e di straziante solitudine (anche se chiaramente non mancano i momenti in cui l’acqua prende un deciso sopravvento…).

Milano non mi manca, mi mancano gli amici, mi mancano certe sue strade, gli incontri. Mi manca certamente la Stazione Centrale che è il suo più bel quartiere. Mi manca in verità molto di Milano, non mi manca però la sua visione, l’idea di se stessa che tutto sembra e che però in verità meno la rappresenta. Tanto di più oggi in cui rivela nell’impotenza condizionata dei tempi una serie di pensieri riflessi e di realtà da sempre occultate.

Ma parlare di Milano è come vederla dall’alto dei suoi grattacieli fuori tempo massimo, oggetti desueti da occidente clintoniano. Luoghi alla moda, decisamente “fuori moda”.

Per provare “a dire” di Milano bisogna scendere e camminare, stare in mezzo all’uggia che la rende nei suoi giorni peggiori terribile e meschina, insopportabile e sgradevole senza alcuna possibilità di scambio. Senza nemmeno alcuna possibilità di una breve, benvenuta e occasionale felicità mattutina.

Milano conserva dentro di sé persino nei migliori salotti borghesi e illuminati – come si diceva un tempo – quest’uggia che la priva anche di ogni forma di gaudente prostituzione. È un’essenza, un dato che attiene infatti alla categoria della moralità, o più precisamente del moralismo. Un elemento così presente che prende la forma di un caffè offerto riscaldato, di una torta rancida fatta passare per stellata, di luoghi di aggregazione (o di assembramento come si preferisce) in cui la scomodità e la cattiva qualità dell’offerta vengono presentati come spontanei e internazionali al tempo stesso. Eppure basterebbe – come avvertiva Arbasino – farsi finalmente questo benedetto viaggio a Chiasso (e oltre).

Milano capitale morale mi è sempre parsa come definizione più una forma di limite evidente e invalicabile che un complimento o un vantaggio (magari proprio rispetto a Roma, unica e vera sterminata metropoli italiana). Ed è da qui forse che si può partire per provare a capire una città che è fatta al 90% da ragionieri e al 10% da sbandati pronto uso. Una città dove però anche il più tonto dei ragionieri è capace di gabbare una banda di soliti ignoti romani in trasferta per un audace colpo.

Una città dove anche il più escluso degli sbandati può fondare il più esclusivo dei brand, o azzeccare la forma giusta per conquistare vetrine di moda come ambiti strapuntini intellettuali. Milano è talmente piccola infatti che è impossibile contenerla, alla fine sfugge sempre, anzi scappa via e lo fa da sempre di gran lena.

Milano capitale morale, ma anche epicentro di Mani pulite, entrambe hanno avuto la loro residenza in città. Il moralismo ragionieristico ha giustificato infatti per anni la frustrazione dei medesimi ragionieri ora piccoli imprenditori, ora piccoli (o grandi) esattori e corruttori.

Oggi quasi sempre invece Milano del Bosco verticale, ma anche il luogo in Italia in cui più che in altri si immagina un futuro fatto di borghi, ruralità desiderate e vite lontano dalla metropoli. Una città capace di vedere le ragioni del verde, ma anche una cittadinanza che il verde lo pretende e lo cerca come elemento civico essenziale sotto al portone di casa a costo di fare di ogni rotatoria una piazza.

Questo intreccio che si potrebbe definire di ragioni e di pulsioni appare ancora più evidente nella coppia che meglio ha rappresentato la cultura progettuale milanese: Enzo Mari e Lea Vergine, uno l’essenziale, l’altra il superfluo, una coppia inscindibile.

Tutto questo per dire anche semplificando molto come si è fatto nelle righe precedenti che chi critica Milano spesso è nella posizione di essere d’accordo o quanto meno subordinato a Milano. È un nodo scorsoio da cui non ci si libera. La capacità di mostrarsi l’una e l’altra cosa essendo entrambe è l’arte della fuga messa in opera da una comunità che è terrorizzata dal mostrarsi per quello che è al punto che nemmeno più sa quello che è per quanto è confusa dai suoi stessi stratagemmi di difesa.

Milano capitale, ma anche Milano provinciale con la sua nebbia da condominio di periferia di prima fascia: benestante, benemerita e benpensante. Milano radicale, ma espulsa, resistente per forza di cose. Perché resistenza a Milano ha lo stesso valore e peso della resilienza: non c’è distinzione. Anche se tutto a Milano sembra più morbido non lo è affatto. Anche se appare tutto più dialogante non lo è per nulla. Milano è dura e è in grado di minare l’intimità delle persone, spesso migranti (anche di pochi chilometri, non conta la distanza) con l’obbligo di non tornare più indietro.

E poi c’è il sindaco di Milano, Giuseppe detto Beppe. Un sindaco con i calzini arcobaleno, innamorato degli eventi e delle kermesse, uomo di mondo e di aperitivo, eppure un uomo pragmatico fino all’osso. Manager non per modo di dire, e politico fortemente credente del fare, un sindaco che ha sbagliato di più quando non poteva fare nulla e che non sbaglia mai quando ha la possibilità di fare di tutto.

Ci sarebbe bisogno di qualche svirgolata vocale di Enzo Jannacci. Ci sarebbe necessità di recuperare qualche buon burlone della classe di Piero Manzoni o di Dario Fo che con altri di quel mondo disperso chissà dove oggi sembrano mancarci sempre di più all’imbrunire di ogni giornata. Ma la verità è poi che non ci mancano per davvero, perché tanti anche oggi sono gli artisti e i geniacci (abbiamo detto un buon 10% spannometrico) che attraversano le strade deserte della città. E poi non mancano perché di quanto manchi Milano hanno fatto loro stessi una poetica esistenziale.

Perché è dal dopoguerra, da quando si è provato a lottare contro il conformismo tecnico industriale che Milano inizia a scomparire. Milano scompare agli occhi di Luciano Bianciardi, di Franco Fortini e di Umberto Simonetta che tutto questo lo sintetizzò con un libro rapido e fulminante come “Tirar mattina” (ritornato in libreria grazie a Baldini + Castoldi e ad Alberto Rollo oggi tra gli ultimi capaci di “vedere” ancora Milano).

Milano manca a se stessa da prima del deserto della pandemia, manca a se stessa perché ha preferito immaginarsi che costruirsi quando doveva costruire, e costruirsi invece che immaginarsi quando doveva vedersi. Milano non ha mai tempo, ma è solo una scusa e oggi che ha molto tempo, non ha più luogo.

Del resto cosa è più sintomatico dei suoi grattacieli vuoti? Sia chiaro non ci interessano le ragioni che come tali si possono ben capire. Interessa il dolore e la fatica come la superbia stupida e ottusa di chi ce la fa che è sempre più uguale a chi non ce la fa. Perché a resistere a Milano alla lunga ci si riesce ed è questo il suo e il nostro enorme limite, la sua e la nostra condanna, anche in esilio.

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Faremo foresta: Milano toccata e fuga https://minimaetmoralia.it/libri/faremo-foresta-milano-toccata-e-fuga/ https://minimaetmoralia.it/libri/faremo-foresta-milano-toccata-e-fuga/#comments Tue, 27 Mar 2018 08:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36746 Provare a raccontare il dolore dal suo inizio, provare a raccontare come il dolore scivoli nelle cose che lo precedono inquinandole, ma spesso anche restituendo una forma allo sguardo capace di superare il dolore stesso. Lo strazio per la perdita, la disperazione per il male che si fa fisico e lacerante. Ilaria Bernardini parte da […]

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Provare a raccontare il dolore dal suo inizio, provare a raccontare come il dolore scivoli nelle cose che lo precedono inquinandole, ma spesso anche restituendo una forma allo sguardo capace di superare il dolore stesso. Lo strazio per la perdita, la disperazione per il male che si fa fisico e lacerante. Ilaria Bernardini parte da tutto questo con Faremo foresta (Mondadori) e lo fa restituendo un romanzo in cui il dolore diviene elemento agonistico esistenziale e non parte di una conclusione data, di una rassegnazione in combattimento.

La narratrice come un’acrobata posiziona una parola dopo l’altra come i piedi lungo un filo sospeso, ogni parola si carica di rischio e di possibilità, di spazio e di tempo. Faremo foresta non è così solamente un memoir famigliare, un racconto corale di una Milano di inizio millennio confusa tra i soldi che vanno e quelli che vengono, tra gli amori in perenne attraversamento e i dubbi per un passato non del tutto compreso, non del tutto contenuto tra le dita della memoria. Faremo foresta prova infatti a costruire un’azione narrativa senza forzare la mano, senza radicalizzare il lutto, ma prendendone atto: Ilaria Bernardini compie un’operazione letteraria raffinata capace di trascendere l’argine del ricordo in una forma di racconto compiuto ed essenziale.

Faemo foresta, Milano

Il rapporto con la madre e i fratelli diviene così il terreno di un percorso di analisi e di confronto che trova al suo opposto il rapporto con il figlio e con la messa in costruzione di un habitat naturale fatto di fiori e piante che vanno a riempire a poco a poco il balcone di casa, metafora di un vuoto incolmabile, ma non per questo inabitabile. La natura dunque non come vezzeggiativo di una vita metropolitana, ma come elemento fondante di un continuo diramarsi relazionale dentro al quale contraddizioni e gioie improvvise, angosce e sparizioni si alternano come curiose foglie in divenire.

Storia di una famiglia milanese contemporanea dal passato industriale glorioso e dal presente inquieto dentro al quale gli errori divengono oggetti previsti al pari dei successi, un luogo dove l’illusione della sparizione, dell’assenza raggiunge la forma dell’abbandono immotivato. Dentro a questo garbuglio di ovattati sensi di colpa si muovono personaggi attoniti, ma al tempo stesso consapevoli e dignitosi. Il padre assente si oppone alla presenza icastica della madre che ordina, decide e ripulisce, ma al tempo stesso confonde nuovamente le idee alla figlia: dialoghi sul filo dell’ironia e del pianto.

Come il dolore che viene da lontano e si materializza quasi d’improvviso nelle stanze d’ospedale e nella relazione con il marito, così Milano diventa il punto di partenza, l’inizio di un movimento che può ormai compiersi solo lontano dalla città lombarda.

Ilaria Bernardini ferma delle istantanee sul pericolo: le moto a terra dopo un incidente, lo sguardo della madre, la reazione del compagno al trasferimento, le telefonate con il padre. Una sorta di catalogo dell’addio che preannuncia se non una rinascita un sincero movimento, un ritorno a se stessi come luogo naturale, un movimento accompagnato dalla tranquillità di Nico (il figlio) felice e complice tra le piante del balcone.

L’inadeguatezza del movimento dunque affiora nella cura che richiede nuove pratiche e nuove urgenze, una cura che coinvolge la famiglia questa volta ad un punto zero, come fossero vecchi sconosciuti con cui ritrovare un punto di partenza, come delle piante che si sono sempre viste, ma mai curate è necessario imparare tutto: più acqua, meno acqua, dove tagliare e come proteggere. Non sempre è necessario rimanere per curare, alle volte è meglio andare via, spostarsi, abbandonare il campo, perché in fondo anche la fuga fa parte della lotta.

Faremo foresta è un romanzo sui nostri tempi, su un dolore che non sappiamo più portare oltre i confini famigliari come sarebbe necessario. La madre della narratrice prendendo tutta la sua storia e mettendola in viaggio per l’India prova a farla crescere senza abbandonare, fare foresta è andare oltre senza rete, ma non senza perdere contatto con le origini che non sono i ricordi, ma quello che di vivo resta ogni giorno, tutti i giorni. Ilaria Bernardini con la sua prova migliore, restituisce un racconto sincero su un tempo che è una famiglia, una città e uno stato dell’arte da cui è necessario prendere spazio. Far decantare finalmente l’intimità dei giorni andati per recuperare la giusta distanza dalla storia.

Immagine di copertina di Annie Spratt

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Milano di carta: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/milano-di-carta-michele-turazzi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/milano-di-carta-michele-turazzi/#comments Sat, 24 Mar 2018 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36695 Pubblichiamo un estratto da Milano di carta, il reportage narrativo edito dal Palindromo e scritto da Michele Turazzi: il libro viene presentato oggi, sabato 24 marzo, a Book Pride (ore 18, BASE Milano) e arriva negli stessi giorni in libreria. Con l’autore dialoga Fabio Deotto. (Nella foto: Giorgio Scerbanenco)

di Michele Turazzi
Milano (nordest) calibro 9

Giorgio Scerbanenco

C’è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città… […] Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano, arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: Stendetevi tutti per terra, come hanno sentito che si deve fare.

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Pubblichiamo un estratto da Milano di carta, il reportage narrativo edito dal Palindromo e scritto da Michele Turazzi: il libro viene presentato oggi, sabato 24 marzo, a Book Pride (ore 18, BASE Milano) e arriva negli stessi giorni in libreria. Con l’autore dialoga Fabio Deotto. (Nella foto: Giorgio Scerbanenco)

di Michele Turazzi

Milano (nordest) calibro 9

Giorgio Scerbanenco

C’è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città… […] Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano, arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: Stendetevi tutti per terra, come hanno sentito che si deve fare.

Milano si è allargata in un’infinta periferia. Ha fagocitato cascine, campi coltivati e borghi storici, e si è ritrovata, senza rendersene conto, una metropoli. È figlia del boom economico, piena di lavoro e di opportunità. Piena di dané. Arrivano da tutta Italia per inseguire il sogno americano, quello che trasmettono le tivù in bianco e nero, e si ammassano nei quartieri più lontani dai Bastioni, in casermoni grigi e ocra. Tanta gente onesta, lavoratrice; ma anche un buon numero di criminali, che vanno a mescolarsi a quel che resta della ligera locale. Perché se i soldi ci sono, devono essere di tutti. E chi non li ha, se li vuole prendere. Nella Milano di Giorgio Scerbanenco, torbida e notturna, il centro quasi non esiste, le rivoltelle hanno i colpi in canna e ogni palazzo può essere imbrattato dal sangue. E allora, per chi abita all’estremo margine di Lambrate, oppure dalle parti di Corsico, sulle sponde del Naviglio – un Naviglio senza parapetto: è così semplice caderci dentro, magari per una piccola spinta, e finire all’obitorio di piazzale Gorini –, c’è spazio soltanto per la violenza, rabbiosa, che cresce tra le pareti scrostate. È una città inospitale e senza mezze misure, questa «Milano come Chicago».

Dalla ligera alla Milano criminale

Milano è molto più di uno sfondo per Giorgio Scerbanenco (il cui vero nome è Vladimir Ščerbanenko, nato a Kiev, cresciuto a Roma, e arrivato in Lombardia a diciotto anni): è il simbolo di un’Italia contadina che, all’improvviso, si è ritrovata addosso la tuta blu; di una società approdata al consumismo senza aver davvero capito di essere uscita dalla povertà. E a Milano, lungo strade caotiche e inospitali, con le auto «in quadruplice o sestuplice fila», vive Duca Lamberti, il protagonista di quattro romanzi che hanno cambiato le regole del giallo italiano, tingendolo di tonalità noir e hard boiled: tra il 1966 e il 1969 escono, in rapida successione, Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano al sabato.

Sono anni che rappresentano un punto di svolta anche per quanto riguarda la mala cittadina. Il 25 settembre del 1967 verrà infatti ricordato come il giorno della rapina di largo Zandonai. Quattro banditi – la “banda Cavallero” –, dopo aver svaligiato il Banco di Napoli, aprono il fuoco sui passanti per creare un diversivo e seminare così la polizia. In mezz’ora di inseguimento vengono uccise quattro persone, e ferite ventitré. Da quel momento il crimine milanese si farà sempre più spietato, sanguinario e violento. Ma anche organizzato, con un giro di affari che si allarga a night, casinò, droga e prostituzione: saranno gli anni di Francis Turatello e Renato Vallanzasca, ma anche quelli della prima, estesa penetrazione della mafia siciliana. Niente a che vedere con ciò che fino a poco tempo prima è stata la ligera, la vecchia malavita estrosa e un po’ scalcagnata cantata da Jannacci, Gaber e Simonetta: uomini che raramente sparavano e quasi mai uccidevano (il suo ultimo rappresentante è forse Luciano Lutring, il “solista del mitra”, che rapina le banche nascondendo dentro la custodia di un violino una mitragliatrice con cui non colpirà nessuno).

Alla mala milanese e ai suoi protagonisti ha dedicato due libri Paolo Roversi, Solo il tempo di morire e Milano Criminale. Tra le pagine del secondo, che si concentra sugli anni Sessanta, c’è anche un ritratto di Giorgio Scerbanenco e dei suoi romanzi, perfetto viatico per addentrarci in un percorso sulle tracce di Duca Lamberti.

Storie potenti in cui si racconta la Milano autentica senza fronzoli né ipocrisia come tanta roba che si trova in giro. I romanzi di quello scrittore, oltre a essere dei perfetti congegni gialli, sono una preziosa testimonianza dell’epoca, un ritratto fedele e autentico di quei Sessanta ormai agli sgoccioli, lo spaccato impietoso di un Paese col fiato corto, dove tira una brutta aria; un’immagine, insomma, ben diversa da quella che la stampa vuole dare di quegli anni di cosiddetto boom economico.

Duca Lamberti, da una parte all’altra di Milano

Ex-medico radiato dall’Ordine per aver praticato l’eutanasia, Duca Lamberti è un uomo che non riesce a guardare il mondo in cui vive correre verso il baratro. Ecco perché si improvvisa detective, salvo poi diventarlo davvero. Le sue indagini lo portano a muoversi da un punto all’altro della città, spesso accompagnato dal fido Mascaranti. Piazza della Scala, via Fatebenefratelli – dove c’è la questura del commissario Carrua, immortalata un attimo prima di Piazza Fontana, prima che gli anni di piombo dipingessero quel luogo di tutta un’altra tonalità –, l’alzaia del Naviglio Pavese, Parco Sempione. E poi, oltre i confini comunali – troppo angusti per rinchiudere una città che proprio in quegli anni raggiunge il suo numero massimo di abitanti –, Metanopoli, la Certosa di Pavia, Romano Banco, Inverigo: dal lodigiano alla Brianza, il Duca si sposta ovunque. E Scerbanenco descrive ogni itinerario con una precisione toponomastica degna di uno stradario Michelin.

Ma la Giulietta non si mise a correre, anzi, andava come un cavallo all’ambio, nervosa, ma trattenuta, si vede che, dentro, il guidatore e quella in redingote rossa stavano parlando, e attraversò tutta la piazza della Repubblica, salì sui Bastioni di Porta Venezia e dopo viale Maino, e viale Bianca Maria, e piazza Cinque Giornate, Morini cominciò a innervosirsi.

Se si guarda bene, però, c’è una zona che ritorna sempre. È quella compresa tra i Giardini Pubblici e piazzale Loreto, e che si spinge da una parte fino a piazza della Repubblica – qui Amanzio Berzaghi, il padre della povera Donatella, la bellissima ragazza malata di elefantiasi attorno a cui ruota I milanesi ammazzano al sabato, «aveva preso un piccolo appartamento molto vicino a piazza della Repubblica, in viale Tunisia, così da casa a ufficio […] erano tre o quattro minuti di strada a piedi» – e dall’altra a Città Studi e a Lambrate. Il suo cuore è piazza Leonardo da Vinci.

Sotto casa di Livia Ussaro

Uscendo dalla metropolitana di Lima, si è esattamente a metà di corso Buenos Aires. Non importa che ora sia, né quale giorno della settimana: c’è sempre caos. Le automobili incolonnate si fanno largo con difficoltà tra semafori rossi e macchine parcheggiate in seconda fila, i guidatori suonano con foga il clacson, mentre il flusso sul marciapiede – troppo stretto per la quantità di persone che accoglie – è ciclicamente interrotto da chi si ferma a guardare le vetrine, creando un imbuto difficile da aggirare. Una delle “strade da shopping” più lunghe d’Europa, questo dicono di corso Buenos Aires, qualunque cosa significhi. Una strada di megastore riservati a chi non ha troppo denaro da spendere, regno dello shopping di massa. E se ci fidiamo di Scerbanenco, quando dice che «con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa», vuol dire che è il luogo giusto da cui partire. Poi, quando la confusione si fa insopportabile, basta imboccare una delle vie laterali per entrare in un mondo diverso. Ecco, prendiamo via Plinio.

«Dove possiamo vederci?»

«Qui in via Plinio, sotto casa mia. C’è un bar. La riconoscerò senz’altro: al processo l’ho guardata per delle ore di seguito. Fra quanto può arrivare?»

«Fra dieci minuti.»

Questo è il primo dialogo – al telefono – tra Duca Lamberti e Livia Ussaro, una ragazza «un po’ troppo kantiana», con i «capelli tagliati corti». Siamo a metà di Venere privata, il romanzo che apre la quadrilogia, e l’ex-medico e neo-investigatore ancora non sa che di Livia si innamorerà, né che la giovane pagherà un prezzo altissimo per l’aiuto che darà alle indagini: il suo volto verrà sfregiato per settantasette volte con una lametta. Passano dieci minuti e i due si incontrano in un bar, l’unico della zona «senza televisione e senza juke-box», con «un grosso ventilatore a larghe pale di legno» che «dava un tono esotico, coloniale e rinfrescava forse meglio». Siamo in via Plinio, una strada dai palazzi eleganti che collega corso Buenos Aires alle tranquille vie di Città Studi.

(Qui, «dalle parti di corso Buenos Aires», si trova anche un locale di tutt’altro tipo, «lucido, nuovo, fiammante: nichel e neon e marmo che scintillano: un albero di Natale che sfavilla». Ce lo descrive Pier Paolo Pasolini nella Nebbiosa, una sceneggiatura del 1959 che racconta una notte di violenza, alcol e droghe di un gruppo di Teddy Boy milanesi. Ampiamente rimaneggiata dai registi Gian Rocco e Pino Serpi, esce al cinema per appena cinque giorni con un titolo che ricorda da vicino i libri di Scerbanenco: Milano nera.)

Verso Città Studi

Duca ha disposto la trappola. Livia, «un altro apostolo che schiacciava il male», ha accettato di fare da esca: gli uomini che stanno cercando, a capo di una vasta rete di prostituzione, hanno abboccato. La ragazza prende un taxi per raggiungere lo studio in cui posare per una serie di fotografie erotiche, Lamberti non perde di vista l’auto su cui lei è salita. Entrambe le macchine si destreggiano lungo una serie di piccole strade che conducono a Città Studi. È una bella zona di Milano, e non è cambiata molto dai tempi di Duca Lamberti: pochi negozi, poca gente in giro, case basse e ben tenute, un silenzio quasi irreale.

L’autista continuò per via Plinio, attraversò via Eustachi, viale Abruzzi, prese per via Nöe e raggiunse via Pacini. A questo punto Livia ammirò l’abilità di Davide che del resto già conosceva: la Giulietta con su Davide e il signor Lamberti era davanti, sempre a portata d’occhio, ma mai proprio davanti al tassì. Seguire una macchina precedendola era un’operazione molto delicata nel traffico di una grande città e Davide la eseguiva perfettamente.

Dopo l’incrocio con viale Abruzzi, la strada si biforca: a destra via Plinio prosegue, a sinistra inizia via Nöe. In mezzo, troneggia, con la sua insegna rossa dai caratteri rétro, gli interni in boiserie e i lampadari di cristallo, il Bar Basso, un pezzettino di Parigi caduto nella circonvallazione meneghina. Una location perfetta per un racconto di Scerbanenco, basta immaginarlo con la nebbia che avvolge i tavolini esterni, lungo il marciapiede, e una bellissima donna dai capelli lunghi e il rossetto sulle labbra che sorseggia un drink; magari uno Sbagliato, cocktail che è stato inventato proprio qui, in quegli stessi anni. Livia doveva averlo guardato distrattamente, il Bar Basso, nel corso del suo tragitto, aveva altro per la testa, ma forse la donna al tavolino aveva notato una Mercedes 230 che non si staccava mai dal tubo di scappamento del taxi: l’uomo alla guida stava controllando ogni cosa e, sfortunatamente, avrebbe capito che Livia stava bluffando.

Via Nöe continua appartata fino a scontrarsi con l’enorme rotonda che è piazza Piola. Una volta raggiunta via Pacini, con gli alberi al centro della carreggiata sulle cui radici si arrampicano le auto alla ricerca di un parcheggio, è necessaria una piccola deviazione.

Il «placido periferico deserto» di piazza Leonardo

Alle undici della mattina piazza Leonardo da Vinci è un placido periferico deserto attraversato persino da carrozzelle con dentro innocenti bambini e da tram inverosimilmente quasi vuoti, e in quell’ora, in quella stagione, in quella dolce imbronciata giornata di aprile, si poteva amare ancora Milano.

Piazza Leonardo da Vinci si apre in un punto in cui non ce lo aspettiamo, rassegnati ormai all’inevitabile scivolamento della città verso la periferia: il suo ampio giardino alberato, l’imponente edificio del Politecnico con le sue statue e i suoi pinnacoli, la strada lastricata dove possono a malapena affiancarsi due tram. Qui abita Duca Lamberti, con sorella e nipotino, in un «palazzotto» da cui si accede superando un «quattrocentesco, mastodontico portone». Siamo nel cuore di Città Studi, un quartiere figlio degli ultimi sussulti di fiducia positivista: nei primi anni del Novecento si è voluto conquistare una zona di aperta campagna, non troppo distante dalla città che stava crescendo, per impiantarci le nuove università milanesi. All’epoca si temeva che ne venisse fuori una cattedrale nel deserto, che fosse troppo ampia quella porzione di terreno, e troppo lontana dal centro. Oggi, è vero l’opposto: trovano a malapena posto una parte delle sedi del Politecnico e le facoltà scientifiche della Statale. Si sta già parlando di trasferirle ancora più lontano, a Rho.

Scerbanenco non poteva scegliere un luogo migliore per dare casa al suo protagonista: piazza Leonardo da Vinci era l’estrema propaggine della città borghese che si insinuava nelle periferie operaie, regno di fabbriche e officine, ma anche del crimine organizzato. Uno come Lamberti non avrebbe mai vissuto in centro, protetto dai Bastioni: il suo appartamento doveva essere un avamposto verso l’esterno, un ponte tra due mondi. E poi, più semplicemente, ci sono alcuni giorni in cui piazza Leonardo da Vinci è di una bellezza quasi struggente, proprio per il suo essere spuria, incongrua. Lo dice anche Scerbanenco: «Quando uno ha una finestra aperta su piazza Leonardo da Vinci, con gli alberi di nuovo verdi per la primavera, ha tutto».

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Condominio Italia: la lite sul Salone del Libro https://minimaetmoralia.it/editoria/condominio-italia-la-lite-sul-salone-del-libro/ Sat, 30 Jul 2016 07:50:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31686 Questo pezzo è uscito su La Repubblica di Nicola Lagioia Con la decisione dell’Aie di spostare a Milano il Salone del libro, persino il mondo dell’editoria dimostra come l’Italia sia ancora il paese dei comuni, divisa su tutto, incapace di elaborare una politica unitaria in un settore tanto importante quanto fragile come la promozione della […]

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica

di Nicola Lagioia

Con la decisione dell’Aie di spostare a Milano il Salone del libro, persino il mondo dell’editoria dimostra come l’Italia sia ancora il paese dei comuni, divisa su tutto, incapace di elaborare una politica unitaria in un settore tanto importante quanto fragile come la promozione della lettura. Milano contro Torino, Ministero della cultura contro grandi editori, con il rischio di avere l’anno prossimo due saloni del libro a un’ora di treno nello stesso periodo dell’anno.

Da italiani, bisogna essere felici per come Milano è riuscita a rilanciarsi negli ultimi anni. Una città davvero piena di idee dovrebbe tuttavia essere in grado di inventare, senza bisogno di scippare a qualcun altro una manifestazione che va avanti da quasi trent’anni. Anche perché Milano due eventi importanti con al centro il mondo del libro ce li ha già. Uno è Bookcity, la cui identità è ancora in rodaggio. L’altro è l’ottima Milanesiana, curata da Elisabetta Sgarbi. Perché non investire su quello, che tra l’altro rappresenta il mondo culturale di Milano in modo egregio? Nell’anno di Mondazzoli era impossibile fare altrimenti? Può darsi, ma non bisogna sottovalutare il legame che c’è tra le grandi manifestazioni culturali e il territorio in cui sono cresciute.

E’ molto probabile che Torino avesse perso negli ultimi tempi la sua migliore spinta propulsiva. Ma con quale coscienza gettare un colpo di spugna su ciò che questa città ha saputo fare a partire dagli anni Novanta? Torino sembrava aver vinto la sfida più difficile: sopravvivere alla diserzione della Fiat. Ha provato a reinventarsi come città del terziario e della cultura. Da una parte il Salone del Libro, dall’altra il Museo del Cinema. E poi la rete delle librerie, gli editori, la scena musicale dei Murazzi, il Circolo dei Lettori, la scuola Holden, Torino Spiritualità, il cibo (il primo punto vendita Eataly è nato lì), e ovviamente le Olimpiadi invernali del 2006.

Sottrarre a una città che aveva davvero saputo cambiare pelle la sua più nota manifestazione culturale – abbandonare ai primi segni di stanchezza un contesto che per anni si è dimostrato vincente, anziché tentare un rilancio – oltre che da ingrati potrebbe essere un azzardo. Sicuri che il trapianto riuscirà? Il fatto che il Lingotto, per la sua posizione, fosse in grado di catalizzare l’attenzione di tutta la cittadinanza è da sottovalutare? Rho-Pero, dove dovrebbe svolgersi il Salone milanese, sarà in grado di far succedere qualcosa si simile?

Soprattutto, ciò che colpisce è l’effetto spezzatino e quel mostrare i muscoli che a volte rischia di nascondere una debolezza. Pensateci: che effetto vi farebbe sapere che la Fiera del Libro di Francoforte si trasferisce all’improvviso nei pressi di Amburgo, con gli editori che litigano tra di loro, e l’editoria più forte in disaccordo col governo? Non pensereste che la Germania del libro stia dando una inaspettata prova di fragilità?

L’affaire del Salone torinese, rappresenta insomma terribilmente bene il nostro paese. Se pensate che su certi temi la disunione crei ricchezza, domandatevi: che senso ha avuto la Festa del Cinema di Roma? All’inizio si disse che avrebbe fatto concorrenza a Venezia, o al limite (nel segno di un’offerta moltiplicata) che sarebbe diventato un punto fermo per il mondo della cinematografia che a maggio a va Cannes, e febbraio a Berlino. Ammainatesi queste ambizioni nella bonaccia dei fatti, si ripiegò verso un meno pretenzioso festivalone popolare, e ormai non passa anno che la Festa di Roma la si ritrovi amleticamente a metà strada tra giovane promessa e solito carrozzone.

Non si pensi tuttavia che qui il Ministero della Cultura faccia la parte del buono. Da quando si è insediato il governo Renzi, non è partito nessun progetto serio a sostegno del libro. Ioleggoperché (la campagna governativa per la promozione della lettura) è stato un fiasco, a un certo punto il ministro Franceschini propose la creazione di una Biblioteca dell’Inedito (un progetto metafisico che sarebbe piaciuto a Borges), e non si è stati in grado nemmeno di copiare dalla Germania o dalla Francia una legge a sostegno delle librerie indipendenti, che in altri paesi rappresentano da qualche anno il motore del rilancio della lettura, mentre in Italia chiudono una dopo l’altra.

Speriamo di essere smentiti dai fatti il prossimo anno. Per come si sta delineando in questi giorni, il trasloco del Salone sembra tuttavia l’ennesimo sintomo di un paese che da anni ragiona intorno al mondo del libro con molta retorica, qualche grammo di furbizia, azzardi e poche idee. Del resto in Italia il numero dei lettori diminuisce, e quando va bene non aumenta. Tra istituzioni e editoria che conta, qualcuno prima o poi dovrà trarre le dovute conclusioni.

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Inventario delle città: la cartografia di Milano di Buzzati https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inventario-delle-citta-la-cartografia-di-milano-di-buzzati/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inventario-delle-citta-la-cartografia-di-milano-di-buzzati/#comments Thu, 01 Oct 2015 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28619 (fonte immagine)

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

I palazzi ammassati, le case moderne, le vie che aprono a una Milano nascosta, gli appartamenti, le stanze: raccontare una città è raccontarne i materiali, le planimetrie, gli incroci e i vicoli ciechi. Talmente accurato da trarre in inganno – perché davvero possiamo davvero percorrere quelle strade? Quelle vie esistono sul serio? -  Dino Buzzati in “Un amore” (1963) celebra la sua Milano con un lavoro da cartografo innamorato.

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dino

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I palazzi ammassati, le case moderne, le vie che aprono a una Milano nascosta, gli appartamenti, le stanze: raccontare una città è raccontarne i materiali, le planimetrie, gli incroci e i vicoli ciechi. Talmente accurato da trarre in inganno – perché davvero possiamo davvero percorrere quelle strade? Quelle vie esistono sul serio? –  Dino Buzzati in “Un amore” (1963) celebra la sua Milano con un lavoro da cartografo innamorato.

Consultare la mappa. Un indice dei punti di interesse:

VIA della MOSCOVA, l’appartamento di Dorigo. Dove ogni luogo è un luogo qualunque: «lavorava in pieno la città, a quell’ora, sopra, sotto e intorno a lui, nella medesima casa uomini come lui lavoravano, e nella casa di fronte lavoravano e nella casa vecchissima di via Foppa che si intravedeva in uno squarcio tra le case, e dietro ancora, nelle case invisibili e più in là, più in là, nella caligine, per chilometri e chilometri lavoravano». Tutto è ordinario, pieno di decoro, come Dorigo, che è «complessivamente tranquillo, forte e sereno. Era infatti una mattina come tante altre. Il cielo, fuori, si manteneva grigio e uniforme. […] Tutto sicuro e propizio per un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato

Buzzati cita continuamente di oggetti, «carte, registri, moduli, telefonate, quietanze, mani ingombre di penne, di arnesi, di matite, intente a una vite, a un incastro, a un’addizione, a un innesto, a una saldatura, a un estratto conto, a un fissaggio», non c’è nessuna possibilità di elevazione sopra il materiale ordinario: gli spazi sono ricostruiti a partire dal concreto – un orologio elettrico, la borsetta che la signorina Maria Torri tiene sul grembo, una radiolina giapponese, un vestito quasi elegante «un completo di grisaille, camicia bianca, cravatta in tinta unita rosso magenta, calze pure rosse, scarpe nere lavorare, quasi che». Quasi, appunto.

Via Velasca, 25: la casa di appuntamenti della signora Ermelina. «Lo sterminio di formichine frenetiche assetate di benessere eppure i loro pensieri oh, gli veniva da ridere, tutto intorno, per i chilometri e chilometri suddetti, pensieri simili ai suoi, sconci e squisiti, per la misteriosa voce che chiama alla propagazione della specie transumanata in vizi strani e brucianti, perché mai nessuno aveva il coraggio di dirlo?»: al di sotto di questa patina opaca, all’interno di questi complessi abitativi, casellari di esistenze più o meno indifferenti, continua a proliferare – quasi spora, quasi pianta nel cemento – un’altra Milano, più antica, misteriosa. Una Milano dei pensieri sconci e squisiti di uomini banali, che si nasconde nelle case di appuntamenti – come quella della signora Ermelina, «emiliana, cordiale, bonaria ancora una bella donna, di stampo familiare, senza niente di equivoco. A sentirla parlare, sarebbe detto che facesse la ruffiana solo per aiutare quelle povere ragazzine». Il suo appartamento, «al sesto piano di una grande casa nelle vicinanze di piazza Missori», è un luogo in qualche modo indecidibile, che per il suo contegno illude gli uomini che lo frequentano sulla sua natura, illude le ragazze che vi lavorano, perché come usare le parole bordello e postribolo in mezzo ai «mobili cosiddetti moderno, tipo Svezia, abbastanza semplici, [al] vago senso di pulizia. Stupiva la presenza, sui muri, di due grandi riproduzioni di Brueghel il vecchio: le famose scene di contadini. Chissà se erano capitate là, o erano state scelte» sarebbe ben strano. Ogni cosa conferma il gioco delle parti – che il bordello sia una boutique, come ci si racconta; così Antonio può credere che la maschietta Laide lo ami, nonostante e non perché lui la paghi, e lei di essere solo una ballerina della Scala, che, attendendo il successo, gioca a concedersi a uomini più ricchi e potenti di lei, uomini che raramente, tra l’altro, lo sono. «Io sono abituata a qualcosa di meglio, sai?» racconta all’inizio Laide, ma non ci prendiamo neanche il disturbo di crederle.

La Scala, le prove. Persino la Scala è più simile a una palestra che a un teatro, con le ragazze struccate, e quasi brutte: simbolo – eppure concretissimo – delle eterne prove collettive per uno spettacolo, quello della vita sognata, che non andrà mai in scena, in cui loro, alla fine, non sono che ballerine di fila.

Via Vincenzo Monti, la casa dell’amico Corsini. Il bell’appartamento dove si vedono è il luogo dei desideri della ragazza: «alla Laide piacque molto, tutto ciò che in qualche modo la innestava come partecipe, alla agiata e rispettabile vita borghese, le faceva un piacere immenso. E benché i mobili fossero moderni, si intuiva subito che l’inquilino era una persona molto chic e nello stesso tempo solida»; la spider che un altro amico presterà a Dorigo, invece ne farà «un uomo in gamba, ricco, sportivo, disinvolto, moderno, giovane, come i fusti dei film di moda. […] Laide non potrà più considerarlo un intellettuale, uno sparuto, un povero borghese», sarà il suo ingresso nel mondo, un mondo da cui sia lui che lei sono degli esclusi, sia chiaro.

Via Schiasseri, da qualche parte, al terzo piano, Città degli Studi. Il nuovo appartamento di Laide è come la ragazza: pieno di mobili banali, lettere miserabili piene di sentimentalismo, boccette di creme e profumi, abiti; pretenzioso, un po’ squallido: il tentativo di entrare nel mondo di quella Milano rispettabile che la paga ma non la vuole.

Via Squarcia, le attese. Laide non arriva. O arriva tardi: «i dubbi, le telefonate che non vengono, quel punteruolo infisso qui, le notti bianche, l’infelicità al mattino». Cosa ci fa uno come Dorigo qui, ancora? I tergicristalli scandiscono la disperazione come metronomi.

Vicolo del Fossetto, la Milano popolare. Tra il numero 72 e il numero 74 di Corso Garibaldi c’è un passaggio sormontato da un arco: la porta per una vecchia Milano, «un gruppo di vecchissime case addossate le une alle altre, in un groviglio di muri, di balconi, di tetti, di comignoli. Dove lo spirito della città antica, non quella dei signori ma quella dei poveri, sopravviveva con una singolare potenza». Laide è «il simbolo di un mondo plebeo, notturno, gaio vizioso, scelleratamente intrepido e sicuro di sé che fermentava di insaziabile vita intorno alla noia e alla rispettabilità dei borghesi. Era l’ignoto, l’avventura, il fiore di un’antica città spuntato nel cortile di una vecchia casa malfamata fra i ricordi, le leggende, le miserie, i peccati, le ombre e i segreti di Milano» – i budelli, i cani che abbaiano chissà dove, gli edifici decrepiti, l’animazione che pare di certi quartieri di Napoli, tutto produce l’impressione di una vita «popolaresca, gaia, non misera» che lui, con fastidioso paternalismo, ama come attributo della giovane, proibita e perduta, che sostanzialmente neanche pensa mai di salvare. La narrazione si fa meno precisa, tutto è favoloso, una selva, una palude, in cui Dorigo non si sa muovere: è un escluso, è un uomo a cui questo non interessa nella sua concretezza quotidiana. Non si sogna con la cruda luce del giorno.

Il Due, le esibizioni notturne. Dorigo fantastica sulla Milano perduta e misteriosa, ma non vuole assolutamente farne parte: là non è presente il decoro borghese che salva le apparenze. Un uomo perbene non va al Due: «era in centro, nel sotterraneo di un bar: era una di quelle sale da ballo cosiddette esistenzialiste, decorate con stramberie macabre o astratte un po’ di gusto goliardico», così come un uomo perbene paga Laide perché non si può mica amarla sul serio una quella che fa quella vita lì.

Milano, Laide. È lei, è la città. La ami e non ti ama. «In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra i suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore». «Ma intanto lei, portata via dal sonno, inconsapevole del male ce ha fatto che farà, si libra sotto i tetti i lucernari le terrazze le guglie di Milano, è una cosa piccolissima e nuda […] ma la città dormiva, le strade erano deserte, nessuno, nemmeno lui alzerà gli occhi a guardarla».

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Il guastatore https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-guastatore/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-guastatore/#respond Sun, 14 Jun 2009 09:45:10 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=59 Il nome di Franco è composto da due spigoli consonantici che riflettono il suo carattere brusco e diretto. Rivolgersi a lui è il primo passo per “affrancarsi” dall’asservimento alla contemporaneità, per emanciparsi dai falsi bisogni indotti che ci bersagliano ogni momento. Franco ha 46 anni e vive e lavora a Turro, un quartiere periferico nella […]

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Il nome di Franco è composto da due spigoli consonantici che riflettono il suo carattere brusco e diretto. Rivolgersi a lui è il primo passo per “affrancarsi” dall’asservimento alla contemporaneità, per emanciparsi dai falsi bisogni indotti che ci bersagliano ogni momento. Franco ha 46 anni e vive e lavora a Turro, un quartiere periferico nella parte nord-orientale di Milano. Lo conobbi lo scorso dicembre, quando andai a un reading poetico che si svolgeva in un circolo ARCI della stessa zona. Il ciclo di incontri settimanali prevedeva la presenza dei maggiori poeti del momento: le donne rigorosamente col doppio cognome e gli uomini con la doppia residenza, i nuovi quarti di nobiltà.


Quel pomeriggio era dedicato a un poeta argentino che vive tra Milano e Parigi, poco presente in libreria ma sempre in prima fila nel rilasciare interviste vibrate e nel firmare gli appelli giusti su tutti i temi di scottante attualità. All’interno del locale, in una saletta perlinata con le lampade al neon perimetrali, una mezza dozzina di spettatori seguiva con tediosa attenzione i versi impegnati dell’intellettuale sudamericano. Al momento fatidico delle domande del pubblico, un’anziana signora osò dire che quei versi, che a me ricordavano il rosolio, a lei facevano venire in mente “il grande Borges”; al che lui replicò stizzito che non considerava un maestro “quel fascistone” autore della più bieca letteratura reazionaria del suo paese. Avrei voluto contestargli che la letteratura reazionaria è quella che blandisce il lettore, lo conferma nei pregiudizi, lo consola, come per esempio la sua, ma mi imposi di tacere.

Terminato il reading uscii con sollievo dal locale e, cercando l’auto, scorsi la piccola bottega di riparazioni di Franco, un sottoscala che pareva un bunker con tanto di finestrella-feritoia sulla strada. Sulla porta un cartellino avvisava che l’orario di apertura e chiusura variava a seconda del tempo e dell’umore del titolare. L’interno era stipato di vari elettrodomestici: vecchi televisori, radiosveglie, forni a microonde e fotocopiatrici ammassati disordinatamente, una specie di Salon des refusés della modernità. Era il posto che cercavo per far aggiustare un registratore portatile regalatomi anni fa da mio padre. Comprarlo nuovo mi sarebbe costato lo stesso o quasi, ma per motivi affettivi preferivo farlo mettere a posto. Lo prese subito in mano e lo smontò rapidamente. Per chi, come me, ha un rapporto conflittuale con la fisicità, vedere qualcuno dotato di grande abilità manuale risulta sempre molto affascinante, lui è uno di quelli che “col cacciavite in mano fa miracoli”.

Cercai di scambiarci due parole ma rispondeva a monosillabi, forse perché abituato a parlare con le mani. Aspettai allora in silenzio il responso e mi guardai intorno: sulle pareti spoglie c’erano soltanto un paio di poster all’apparenza incongrui. Una foto di Esther Williams in costume da bagno davanti a una piscina e la riproduzione del ritratto dei Coniugi Arnolfini di Van Eyck. Poco dopo mi disse che il guasto era una fesseria e mi suggerì di tornare fra un’ora che il registratore sarebbe stato pronto.

Feci un giro per i negozi di viale Monza. Le luminarie natalizie che in quei giorni facevano da pergolato alla grande arteria di traffico sembravano celebrare il ramadam dell’intelligenza. Il flusso banausico scorreva più nervoso e singhiozzante del solito, confluendo nell’imbuto dell’ora di punta sia gli impiegati di ritorno a casa che i forzati dei regali. A poca distanza dalla bottega di Franco prosperavano le grandi catene del pensiero unico come Expert, Mediaworld ed Euronics, dove il nuovo costa talmente poco che il vecchio, ai primi guasti, conviene buttarlo. Viale Monza è una di quelle zone della città in cui è più evidente il carattere orografico dei milanesi, il loro uniforme appiattimento nei confronti dello stile di vita imperante, ed è pure un quartiere così desolatamente grigio da costringerti all’accattonaggio visivo, ma ha almeno il merito di infischiarsene delle critiche e di tirar dritto per la propria strada.

Tornai in anticipo da Franco e mi sedetti nel bar di fronte ad aspettare. In questo modo vidi che entravano non solo extracomunitari squattrinati come pensavo, ma pure un bizzarro seguace del grande Lebowski e un paio di trentenni all’apparenza facoltosi e con coscienza ecologica, magari consapevoli del fatto che le politiche estere aggressive sono anche il frutto di un tenore di vita alto e irresponsabile. Senza contare che la brama del possesso è in fondo una schiavitù di segno opposto, perché ciò che possediamo a sua volta ci possiede e ci ricatta, come spiegò bene Cortázar nella prosa sull’orologio tratta da Storie di Cronopios e di Famas.

In questo senso, sia Franco che il poeta argentino erano entrambi portatori di un’ideologia critica e intransigente verso il modello di sviluppo delle opulente società occidentali, tuttavia mentre il secondo aveva congelato quella denuncia e i suoi valori in una difesa formale e conservatrice, il primo la misurava concretamente in una rigorosa scelta di vita. Lì compresi il reale significato dei poster così apparentemente incongrui che decoravano la bottega di Franco.

Forse la cenestesi natatoria di Esther Williams intendeva testimoniare la struggente aspirazione dell’uomo a sublimarsi fino alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, sebbene la vera esistenza mineralizzata appartenesse più ai liberi consumatori tecnologici che non agli spartani ed anacronistici riparatori; in fondo il desiderio è sempre condizionato dall’esterno, mentre l’aspirazione è qualcosa dettata da dentro. La soluzione del capolavoro di Van Eyck risiedeva invece nella lettura che ne aveva fatto Tano Festa, che individuava il vero protagonista della scena nel “lampadario”, visto come “qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle vite” dei coniugi lucchesi, che “da tutta quella scena sarebbero stati i primi ad uscire, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze”. L’ha notato di recente pure Saviano, in un articolo uscito su Repubblica a proposito della sua visita ai terremotati abruzzesi. Fra le macerie delle case distrutte e i morti sepolti l’elemento ricorrente per lui era sempre il lampadario.

Tornai quindi a riprendermi il registratore. La riparazione costò 20 euro. Gli chiesi se c’era un motivo particolare per la presenza di quei manifesti ma rispose negativamente. Ce li aveva messi solo perché gli piacevano le immagini. Allontanandomi pensai che il suo mestiere fosse una missione necessaria e coraggiosa, perché Franco è un riparatore che in realtà fa il guastatore del consumismo, sabota i centri nevralgici del nemico, punta a rompere lo status quo. E se il consumismo sfrenato è la nostra vendetta verso gli oggetti e la loro superiore ed invidiabile resilienza, allora il suo lavoro può essere inteso come una sorta di pietoso risarcimento nei loro confronti.

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