In questo esilio pandemico quasi obbligato che mi lascia ai bordi del Canal Grande di Venezia, protetto dal vento caldo di scirocco guardo seduto ad un caffè lo scorrere lento delle barche e nulla ai miei occhi pare più normale di una città come Venezia, capace di offrire trasporti merci e persona via acqua e di riempire le proprie “strade” di canali garantendo un’umana rumorosità e un silenzio ugualmente “naturale” privo di angoscia e di straziante solitudine (anche se chiaramente non mancano i momenti in cui l’acqua prende un deciso sopravvento…).
Milano non mi manca, mi mancano gli amici, mi mancano certe sue strade, gli incontri. Mi manca certamente la Stazione Centrale che è il suo più bel quartiere. Mi manca in verità molto di Milano, non mi manca però la sua visione, l’idea di se stessa che tutto sembra e che però in verità meno la rappresenta. Tanto di più oggi in cui rivela nell’impotenza condizionata dei tempi una serie di pensieri riflessi e di realtà da sempre occultate.
Ma parlare di Milano è come vederla dall’alto dei suoi grattacieli fuori tempo massimo, oggetti desueti da occidente clintoniano. Luoghi alla moda, decisamente “fuori moda”.
Per provare “a dire” di Milano bisogna scendere e camminare, stare in mezzo all’uggia che la rende nei suoi giorni peggiori terribile e meschina, insopportabile e sgradevole senza alcuna possibilità di scambio. Senza nemmeno alcuna possibilità di una breve, benvenuta e occasionale felicità mattutina.
Milano conserva dentro di sé persino nei migliori salotti borghesi e illuminati – come si diceva un tempo – quest’uggia che la priva anche di ogni forma di gaudente prostituzione. È un’essenza, un dato che attiene infatti alla categoria della moralità, o più precisamente del moralismo. Un elemento così presente che prende la forma di un caffè offerto riscaldato, di una torta rancida fatta passare per stellata, di luoghi di aggregazione (o di assembramento come si preferisce) in cui la scomodità e la cattiva qualità dell’offerta vengono presentati come spontanei e internazionali al tempo stesso. Eppure basterebbe – come avvertiva Arbasino – farsi finalmente questo benedetto viaggio a Chiasso (e oltre).
Milano capitale morale mi è sempre parsa come definizione più una forma di limite evidente e invalicabile che un complimento o un vantaggio (magari proprio rispetto a Roma, unica e vera sterminata metropoli italiana). Ed è da qui forse che si può partire per provare a capire una città che è fatta al 90% da ragionieri e al 10% da sbandati pronto uso. Una città dove però anche il più tonto dei ragionieri è capace di gabbare una banda di soliti ignoti romani in trasferta per un audace colpo.
Una città dove anche il più escluso degli sbandati può fondare il più esclusivo dei brand, o azzeccare la forma giusta per conquistare vetrine di moda come ambiti strapuntini intellettuali. Milano è talmente piccola infatti che è impossibile contenerla, alla fine sfugge sempre, anzi scappa via e lo fa da sempre di gran lena.
Milano capitale morale, ma anche epicentro di Mani pulite, entrambe hanno avuto la loro residenza in città. Il moralismo ragionieristico ha giustificato infatti per anni la frustrazione dei medesimi ragionieri ora piccoli imprenditori, ora piccoli (o grandi) esattori e corruttori.
Oggi quasi sempre invece Milano del Bosco verticale, ma anche il luogo in Italia in cui più che in altri si immagina un futuro fatto di borghi, ruralità desiderate e vite lontano dalla metropoli. Una città capace di vedere le ragioni del verde, ma anche una cittadinanza che il verde lo pretende e lo cerca come elemento civico essenziale sotto al portone di casa a costo di fare di ogni rotatoria una piazza.
Questo intreccio che si potrebbe definire di ragioni e di pulsioni appare ancora più evidente nella coppia che meglio ha rappresentato la cultura progettuale milanese: Enzo Mari e Lea Vergine, uno l’essenziale, l’altra il superfluo, una coppia inscindibile.
Tutto questo per dire anche semplificando molto come si è fatto nelle righe precedenti che chi critica Milano spesso è nella posizione di essere d’accordo o quanto meno subordinato a Milano. È un nodo scorsoio da cui non ci si libera. La capacità di mostrarsi l’una e l’altra cosa essendo entrambe è l’arte della fuga messa in opera da una comunità che è terrorizzata dal mostrarsi per quello che è al punto che nemmeno più sa quello che è per quanto è confusa dai suoi stessi stratagemmi di difesa.
Milano capitale, ma anche Milano provinciale con la sua nebbia da condominio di periferia di prima fascia: benestante, benemerita e benpensante. Milano radicale, ma espulsa, resistente per forza di cose. Perché resistenza a Milano ha lo stesso valore e peso della resilienza: non c’è distinzione. Anche se tutto a Milano sembra più morbido non lo è affatto. Anche se appare tutto più dialogante non lo è per nulla. Milano è dura e è in grado di minare l’intimità delle persone, spesso migranti (anche di pochi chilometri, non conta la distanza) con l’obbligo di non tornare più indietro.
E poi c’è il sindaco di Milano, Giuseppe detto Beppe. Un sindaco con i calzini arcobaleno, innamorato degli eventi e delle kermesse, uomo di mondo e di aperitivo, eppure un uomo pragmatico fino all’osso. Manager non per modo di dire, e politico fortemente credente del fare, un sindaco che ha sbagliato di più quando non poteva fare nulla e che non sbaglia mai quando ha la possibilità di fare di tutto.
Ci sarebbe bisogno di qualche svirgolata vocale di Enzo Jannacci. Ci sarebbe necessità di recuperare qualche buon burlone della classe di Piero Manzoni o di Dario Fo che con altri di quel mondo disperso chissà dove oggi sembrano mancarci sempre di più all’imbrunire di ogni giornata. Ma la verità è poi che non ci mancano per davvero, perché tanti anche oggi sono gli artisti e i geniacci (abbiamo detto un buon 10% spannometrico) che attraversano le strade deserte della città. E poi non mancano perché di quanto manchi Milano hanno fatto loro stessi una poetica esistenziale.
Perché è dal dopoguerra, da quando si è provato a lottare contro il conformismo tecnico industriale che Milano inizia a scomparire. Milano scompare agli occhi di Luciano Bianciardi, di Franco Fortini e di Umberto Simonetta che tutto questo lo sintetizzò con un libro rapido e fulminante come “Tirar mattina” (ritornato in libreria grazie a Baldini + Castoldi e ad Alberto Rollo oggi tra gli ultimi capaci di “vedere” ancora Milano).
Milano manca a se stessa da prima del deserto della pandemia, manca a se stessa perché ha preferito immaginarsi che costruirsi quando doveva costruire, e costruirsi invece che immaginarsi quando doveva vedersi. Milano non ha mai tempo, ma è solo una scusa e oggi che ha molto tempo, non ha più luogo.
Del resto cosa è più sintomatico dei suoi grattacieli vuoti? Sia chiaro non ci interessano le ragioni che come tali si possono ben capire. Interessa il dolore e la fatica come la superbia stupida e ottusa di chi ce la fa che è sempre più uguale a chi non ce la fa. Perché a resistere a Milano alla lunga ci si riesce ed è questo il suo e il nostro enorme limite, la sua e la nostra condanna, anche in esilio.
Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
