nessuno raccontava a gran voce di essere cresciuto in un palazzone di trenta e passa piani delle case popolari con una madre vedova che lavorava come donna delle pulizie
nessuno raccontava a gran voce di non essere mai andato in vacanza in vita sua, neanche una volta
nessuno raccontava a gran voce di non aver mai preso un aereo, visto uno spettacolo a teatro o il mare, o mangiato in un ristorante, di quelli coi camerieri
nessuno raccontava a gran voce di sentirsi troppo brutto scemo grasso povero o semplicemente fuori luogo, fuori contesto, un pesce fuor d’acqua
nessuno raccontava a gran voce di aver subito uno stupro di gruppo a tredici anni e mezzo
(…)
c’è qualcuno per ognuno di noi a questo mondo

C’è una parola, in musica, che si avvicina all’essenza di Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo, e questa parola è “polifonia”: l’accordo simultaneo di più voci «su diverse altezze sonore, che procedono in direzioni parallele o opposte», e che infine creano un concerto. La parola stessa è stata usata dall’autrice – prima donna nera ad aver vinto il Man Booker Prize – in una recente intervista con Igiaba Scego, per parlare di uno dei libri più importanti degli ultimi anni, che SUR ha portato in Italia affidando la traduzione a Martina Testa.

Ragazza, donna, altro non è soltanto un romanzo costruito su una quantità di sguardi anticonvenzionali, ma anche un’opera politica dagli infiniti punti d’accesso, che merita e promette di diventare un cult nel mondo della letteratura contemporanea.

È un libro ambizioso non soltanto nella mole (oltre cinquecento pagine), ma anche nelle intenzioni: descrivere dodici personaggi femminili di origini miste e provenienza diversa, appartenenti a classi e generazioni contrapposte, e poi intrecciarne le storie, reinterpretando così all’infinito il concetto di intersezionalità. Succede a Londra, teatro urbano in cui convivono multiculturalità e conservatorismo: una città trasfigurata dalle mutazioni e dalle lotte degli ultimi decenni e adesso in preda agli effetti del cambiamento climatico, della globalizzazione, della gentrificazione e della post-Brexit. Un palcoscenico che però è anche fisico, perché il romanzo si apre col debutto al National Theatre di uno spettacolo femminista: L’ultima amazzone del Dahomey della regista lesbica Amma Bonsu.

Amma inaugura il romanzo e in un certo senso ne è la madrina, ma è subito chiaro che dodici storie che lo compongono sono parti di un’architettura in cui non c’è spazio per alcuna forma di subordinazione. Ogni storia vive e si muove da sé, e al contempo concorre a costruire qualcosa di più grande e complesso: un’odissea femminile in cui esistono soltanto protagoniste.

Se i punti di vista si moltiplicano e si espandono, anche quelle storie acquistano complessità, e danno vita a un numero sconfinato di temi. Ragazza, donna, altro è infatti un oggetto letterario piuttosto inedito. Sono pochi i romanzi recenti che affrontano una quantità di argomenti così fondamentali, che illustrano così a fondo sfumature e contraddizioni della società moderna scegliendo di mantenere un punto di vista tanto peculiare: uno sguardo di sole donne, e in particolare donne nere. La presenza di queste ultime, specie in ambito culturale – come l’autrice fa notare nell’intervista con Scego – rappresenta ancora una minoranza, e il romanzo sembra proprio rispondere, con elegante ostinazione, a questa pratica. Se anche il libro fosse idealmente un teatro, le donne lo calcherebbero e vi danzerebbero sopra nude.

La scrittura riesce a proteggerle senza appello pur non facendo altro che esporle, seguendo un metodo che per intenzioni e risultati ricorda certe fotografie di Letizia Battaglia. Guardare, avvicinare, illuminare la donna in ogni posa, in ogni piega, senza tuttavia darla mai in pasto a chi guarda (o a chi legge): scrivendo, Evaristo rappresenta un’essenza, la ritrae fin quasi fino a farla diventare una forma d’arte.

Penelope permise che con Jeremy si arrivasse all’intimità solo dopo che si conoscevano da un anno e mezzo, comunque non aveva intenzione di saltargli nel letto, era passata un’eternità dall’ultima volta che qualcuno l’aveva vista svestita (…)

le sue cosce, massicce e butterate, non avevano più la forma tornita di un tempo, i seni non erano i palloncini gonfi della sua giovinezza, e passava le notti insonni a chiedersi se tingersi il boschetto per lui

quando alla fine consumarono la loro unione successe in maniera abbastanza inaspettata, si ritrovarono a farlo come due ragazzini sul divano del soggiorno a casa di lui, una sera

(…)

Penelope scoprì che i sentimenti di Jeremy nei suoi confronti lo rendevano cieco alle sue imperfezioni fisiche, gli piaceva così com’era, non trovò niente da ridire, commentò, anche quando lei si lasciò guardare nuda sul letto un mattino, sotto la luce piena del sole che entrava dalle finestre

sei come immagino che potrebbe essere la Venere di Botticelli arrivata alla mezza età

mezza età? lei a quel punto aveva settant’anni

Forse anche per questo, una delle cose più notevoli e importanti del romanzo è la sua infaticabile rappresentazione del corpo femminile. I corpi, qui, non intendono essere letterari. Le donne sono tanto longilinee quanto abbondanti, hanno le smagliature e le mestruazioni, indossano abiti che coprono a malapena le loro forme o che le nascondono, ma restano sempre aderenti alla sostanza di chi le indossa. Questa rivendicazione dell’esistenza del corpo, dei suoi cambiamenti e delle sue varietà, spalanca anche la possibilità di parlare moltissimo di sesso e sessualità, aggiungendo una componente che spesso la letteratura tende ad appiattire o trascurare.

Attraverso l’osservazione empatica e naturale del corpo e delle sue pulsioni, dei suoi mutamenti e delle sue mancanze (o dei suoi errori, quando il sesso ricevuto alla nascita non corrisponde a quello percepito da un personaggio), Evaristo illumina queste donne anche a partire dalla loro essenza più profonda, normalizza i loro desideri anche quando questi sfiorano l’indecenza o l’illegalità, rinnega ogni forma di perfezione.

chi era questa donna che si lasciava scopare da suo genero in tutte le posizioni?

chi era questa donna a cui prenderglielo in bocca piaceva, mentre l’ultima volta che l’aveva fatto a Clovis poi aveva vomitato?

chi era questa donna capace di stare al passo con questo ragazzo che le esplodeva dentro più e più volte perché era virile e poteva durare in eterno, e lei pure, finché non morivano dalla stanchezza, perché era totalmente fuori dalla propria testa e dentro il proprio corpo?

Le protagoniste di Ragazza, donna, altro sono femministe militanti che si interrogano sulla legittimità del desiderio di avere un figlio a dispetto delle proprie idee; sono madri apprensive o permissive, combattute tra la volontà di offrire alle proprie figlie una vita migliore o più emancipata, o il bisogno di rivendicare e proteggere origini e tradizioni; ma sono anche donne smarrite nel proprio corpo, che rifiutano il proprio genere e che lottano per ottenere il diritto a diventare qualcun altro. Sanno però essere anche violente, ottuse, traditrici o invidiose. Sono mogli affettuose o adultere, omofobe o poliamorose, matriarche che cercano di stare al passo coi tempi o ragazze che indossano il velo come forma di rivendicazione. In ogni caso, vivono e dialogano senza sosta col concetto di privilegio in ogni sua forma, acquisito a fronte di innominabili sacrifici o ricevuto come un dono, un privilegio che può diventare ingombrante o aprire la strada a nuove possibilità.

Courtney ha risposto che Roxane Gay ci ha messo in guardia contro il rischio di imbarcarci nelle «Olimpiadi del privilegio» e in Bad Feminist ha scritto che il privilegio è relativo e dipende dal contesto, e io sono d’accordo, Yazz, altrimenti dove ci fermiamo? Obama è meno privilegiato di un ragazzino bianco di provincia che cresce in una roulotte con una madre tossica e un padre che è un avanzo di galera? una persona con una disabilità grave è più privilegiata di un richiedente asilo siriano che ha subito delle torture? Roxane dice che dobbiamo trovare un nuovo modo per parlare di diseguaglianza

A prescindere dal loro carattere, dal loro colore (nere, mulatte, perfino bianche), dal loro orientamento politico (conservatrici o progressiste), dalla loro storia familiare (nate in Africa o a Londra), dalla classe a cui appartengono, sono soprattutto madri e figlie. La maternità, insieme allo scontro generazionale, è uno degli argomenti più importanti e ricorrenti del romanzo, e in qualche modo il tema fondante: maternità come principio creativo, come forma di legame con il sé e con gli altri; e incontro/scontro come genesi e spunto di riflessione sulla complessità dei rapporti.

Tra questi, resta fondamentale anche quello con gli uomini, perché se è vero che il libro intende parlare soprattutto di donne, la presenza di personaggi maschili resta un’istanza fondamentale per raccontarle. Di uomini, in questo romanzo, ce ne sono tantissimi, e vengono tutti tratteggiati con la stessa meticolosa attenzione e onestà riservata alle altre. La qualità di Evaristo sta nel descriverli con uno sguardo intenzionato a rinnegare e sovvertire i rapporti di forza, e che anche quando illustra quegli uomini per ciò che sono – compagni o fratelli amorevoli, ma anche padri padroni o mariti fedifraghi, operai o scrittori preda dei loro istinti, dei loro narcisismi o delle loro paure – suggerisce un rapporto di parità e rivitalizza il concetto di inclusione.

Le donne di Evaristo esistono e rivendicano la loro presenza/essenza lasciando che la scrittura frughi nei loro pensieri, che analizzi i loro dubbi e i loro desideri, che pervada le loro vite caotiche e contraddittorie, che illumini le loro invidie, i loro dispiaceri, le loro delusioni, le loro speranze o i loro tradimenti sotto una luce naturale e totalizzante. Ma è una luce che serve soprattutto a renderle visibili, a permettere loro di esistere e prendere parola. E la parola che le accompagna è altrettanto magica e inconsueta: tanti periodi in cui la punteggiatura è ridotta all’osso o addirittura assente, che si susseguono come il movimento di un’onda, più simili a una poesia (o a un manifesto) che a un romanzo convenzionale. In questo romanzo è proprio la convenzionalità a essere fatta a pezzi, distrutta e ridiscussa di continuo.

Evaristo pratica il cosiddetto attivismo letterario, che apre la scrittura al diverso, all’inascoltato, includendo nel discorso tutte le alternative possibili. E non ci sono davvero, in giro, romanzi che riescono a farlo con la stessa autentica determinazione; non esistono romanzi, in questo momento, in cui le donne trovino altrettanto spazio, e riescano a prenderne possesso con la stessa autorità, romanzi in cui le loro fragilità e la verità delle loro azioni riesce a non diventare mai motivo di discriminazione o sospetto, ma manifestazione di forza, ricchezza e libertà.

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5 commenti

  1. Sì è un libro importante e al tempo stesso piacevole, musicale, vitale. Le dodici protagoniste si fanno amare nella loro imperfezione ma nel loro inesauribile desiderio di guadagnare spazio per le loro esistenze. Bella recensione, ne restituisce la complessità e la piacevolezza

  2. Come africana di 1a generazione che vive in Italia da tanti anni devo riconoscere che l’autrice di ragazza,donna e altro ha sapientemente descritto tanti punti importanti – l’essere se stesse come donna, nera, mixed in una comunità, società, sul lavoro, stare con le persone, le relazioni sentimentali e tanto altro ancora. Grazie a Grazie Traini per la bellissima recensione con cui mi trovo d’accordo.

  3. Bella recensione! Non era facile – ritengo – presentare e commentare un’opera come Ragazza, donna, altro, così “diversa”, nuova, originale in quasi tutti i suoi aspetti: da quello stilistico e linguistico, a quello narrativo, e poi grafico, fino all’impaginazione del testo. Pregevole pure la resa in italiano di questo romanzo, cioè la traduzione di Martina Testa, per un’operazione che immagino sia stata assai impegnativa e complessa. E quindi, ripeto, grande merito anche a chi lo ha proposto all’attenzione di chi legge questa rivista, senza mai farsi tentare dalla retorica delle banalità.

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Autore

tarini@minima.it

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 e vive a Roma. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Fa parte della giuria delle Classifiche di Qualità dell'Indiscreto.

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