Mondadori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mondadori/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Mar 2025 23:15:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mondadori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mondadori/ 32 32 chez Didier – un estratto dal “Detective sonnambulo” di Vanni Santoni https://minimaetmoralia.it/narrativa-italiana/chez-didier-un-estratto-dal-detective-sonnambulo-di-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/narrativa-italiana/chez-didier-un-estratto-dal-detective-sonnambulo-di-vanni-santoni/#respond Wed, 09 Apr 2025 09:34:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54960 [È uscito in questi giorni per Mondadori Il detective sonnambulo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla quarta parte, su gentile concessione dell’editore]   Forse sbagliai a chiedere direttamente al nero enorme all’ingresso se c’era Didier, perché non solo mi rispose che non conosceva nessun Didier, ma dopo quella domanda manco voleva […]

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[È uscito in questi giorni per Mondadori Il detective sonnambulo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla quarta parte, su gentile concessione dell’editore]

 

Forse sbagliai a chiedere direttamente al nero enorme all’ingresso se c’era Didier, perché non solo mi rispose che non conosceva nessun Didier, ma dopo quella domanda manco voleva farmi entrare, mentre tutto il resto della gente entrava e usciva senza problemi. Mi piazzai un po’ più in là, dall’altro lato della strada, e alla fine quello stronzo se ne andò a pisciare o a far qualcos’altro dentro, e appena lo vidi sparire m’infilai a mia volta nelle profondità del locale, che sembrava molto profondo, con tante salette poco illuminate e ragazze che fumavano nonostante il divieto e sembravano annoiate, come in attesa… Infilai una sala laterale e approcciai il barista, un altro nero ma lungo lungo e dall’aria affabile:
– Ciao, senti, devo beccare un mio amico, Didier, ma non lo vedo in giro…
– Didier? Sarà di là in ufficio.
Dentro c’era abbastanza movimento e riuscii a esplorare un po’, schivando il buttafuori che intanto tornava in posizione, fino a trovare una porta con l’etichetta STAFF. Girai la maniglia. Non era chiusa. C’era un ripostiglio dotato di cesso a sinistra; un’altra porta chiusa, di nuovo con scritto STAFF, a destra; e una, invece, mezza aperta davanti. Anche quella aveva la medesima etichetta ma da dentro si sentivano delle voci. Procedetti, fermandomi poco dopo averla varcata, in un angolo d’ombra, mentre una ragazza scura, coi capelli cotonati, mi passò davanti senza far troppo caso alla mia presenza lì.
La stanza dopo quel breve corridoio aveva l’aspetto di un ufficio, almeno per il fatto che c’era un computer su un tavolo. C’era anche una vecchia cucina a piastre e un armadietto pieno di raccoglitori. E un letto. L’unica sedia però non era al tavolo, ma in mezzo alla stanza, e piazzato sulla sedia c’era un ragazzotto magrebino tutto impaurito, con due bravacci ai lati: uno fumava ed entrambi gli tenevano ben ferma una mano sulla spalla.
– Non ci siamo proprio, – disse qualcuno, invisibile dalla mia posizione, forse seduto su un mobile o uno sgabello, perché scese con un piccolo salto. Era alto e magro ma balzavano all’occhio le spalle larghe e le braccia lunghe, con due manone tutte tendini. Aveva una camicia di ciniglia con un motivo di pesciolini, pantaloni della tuta e scarpe da runner. Si arrotolò le maniche fin sopra ai gomiti, andò verso il ragazzo con movenze ondeggianti, quasi effemminate, e ne intravidi, di profilo, il viso sfuggente, con gli occhi chiari, tra il celeste e il grigio, ficcati in un incarnato più che olivastro.
– Io mi ero fidato di te, e tu cerchi di incularmi?
– Io non… – cercò di dire il ragazzo, ma Didier gli mollò subito uno schiaffone. Poi fece un gesto col mento allo sgherro che fumava. Quello diede un tiro, andò alla zona cucina e accese una delle piastre.
– C-cosa vuoi fare… – borbottò il ragazzo sbiancando mentre Didier gli afferrava il polso e l’altro sgherro lo faceva alzare dalla sedia tirandolo dal cappuccio della felpa. Feci un mezzo passo avanti per guardare meglio, giusto al limite della zona d’ombra.
– Non cosa voglio fare, – disse Didier, – cosa faccio, – ma mentre cominciava a tirarlo verso il fornello, con aria quasi affaticata, quello ebbe un guizzo. Un bel guizzo, va detto: strappò via il polso dalla presa di Didier e gli mollò un cazzotto in bocca. Didier dovette fare un mezzo passo indietro per non cadere. Poi si asciugò incredulo il sangue dal labbro spaccato e fece partire un uno-due impressionante, un sinistro-destro sul naso e sul lato del mento, seguiti poi da un calcio al fianco che però prese quel poveraccio in piena faccia, dato che gli erano già venute meno le ginocchia.
– Pure troppo… – disse fra sé il secondo sgherro, mentre il ragazzo finiva lungo svenuto a terra.
– Hai detto qualcosa, demente?
– Niente, capo.
– Ah, mi pareva. Buttagli una tazza d’acqua in faccia, per carità.
Lo sgherro eseguì, mentre l’altro stava lì in attesa al fornello, che cominciava a fumigare di calore e vecchio unto che sfrigolava su sé stesso. Il ragazzo si svegliò. Didier lo afferrò per i capelli e lo tirò su di peso:
– Samir, tu fai trap, o sbaglio? Tu vuoi sfondare, e per sfondare ci vuole la faccia giusta… Se ti bruciavo una mano, cosa ti cambiava? Invece adesso…
Quello era troppo intontito dalle botte per dire qualcosa, ma l’occhio aperto inquadrò il fornello con orrore. Didier lo trascinò fin lì, migliorò la presa sui capelli agguantandoli anche con l’altra mano, l’intenzione pareva quella di schiacciargli la faccia sulla piastra. Quello stava perdendo di nuovo i sensi per la paura, ma Didier lo lasciò cadere, senza sfigurarlo. Non lo lasciò per pietà, ma perché captò la mia presenza di là dalla porta:
– E tu chi cazzo sei? – disse, venendo in tutta la sua minacciosa, ondeggiante presenza verso di me. Anche i due sgherri ignorarono quel disgraziato a terra per muovere nella mia direzione. Si poteva già intuire che Didier mi avrebbe acciuffato, già mi sentivo la sua manona addosso, e poi sarebbero stati cazzi anche per me, ma non so come, pur essendo più terrorizzato di quel Samir quando aveva inquadrato il fornello, una risposta mi venne:
– Sono un amico di Johanna!

* * *

Neanche un minuto dopo eravamo seduti al bar del privé e la barman, una trans creola, ci stava preparando due mojito al frutto della passione.
– Pensi che sia un cocktail da finocchi?
– Come?
– Questo. Ti sembra da finocchi?
– Uh, no, penso di no…
– Una volta un tizio mi disse che era un cocktail da finocchi e fui costretto a spaccargli il bicchiere in testa. Ti pare normale?
– Non so, io…
– Come ti chiami, poi?
– Martino.
– Vedi, Martino… Io la amo. La amo. La amo… E lei è scomparsa, scomparsa, scomparsa… – disse quell’omaccio, e si mise a piangere, grondava certi lacrimoni…
Il fatto di trovarmi specchiato in quel picchiatore frignone m’imbarazzò. Quando se l’era fatta, con questo, Johanna? Per quanto tempo? Dovevo essere cauto con le domande, ma volevo sapere tutto… Di certo, mi diceva Didier, era sicuro, sicuro, sicuro, che sarebbe tornata da lui.
Col cazzo, brutto scemo, pensai, sarebbe tornata, sì, ma da me.

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“Fame d’aria” di Daniele Mencarelli racconta cosa significa essere genitori di figli autistici in Italia https://minimaetmoralia.it/libri/fame-daria-di-daniele-mencarelli-racconta-cosa-significa-essere-genitori-di-figli-autistici-in-italia/ https://minimaetmoralia.it/libri/fame-daria-di-daniele-mencarelli-racconta-cosa-significa-essere-genitori-di-figli-autistici-in-italia/#respond Mon, 13 Mar 2023 08:42:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51969 di Giuseppe Nibali  È da poco uscito il nuovo romanzo di Daniele Mencarelli, poeta e scrittore italiano fresco del successo della serie tv Netflix Tutto chiede salvezza e ispirata all’omonimo romanzo vincitore due anni fa del Premio Strega Giovani. Fame d’aria (Mondadori, 2023), racconta la storia di Pietro e del viaggio a bordo della sua […]

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di Giuseppe Nibali 

È da poco uscito il nuovo romanzo di Daniele Mencarelli, poeta e scrittore italiano fresco del successo della serie tv Netflix Tutto chiede salvezza e ispirata all’omonimo romanzo vincitore due anni fa del Premio Strega Giovani. Fame d’aria (Mondadori, 2023), racconta la storia di Pietro e del viaggio a bordo della sua Golf scassata e vecchissima che lo abbandona vicino a Sant’Anna del Sannio, microscopico paese incontrato lungo il tragitto che lo dovrebbe condurre fino a Marina di Ginosa, dove si è dato appuntamento con la moglie Bianca per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. Questa è la storia che racconta mentre è in paese per ricevere assistenza meccanica. Ma con Pietro, accantonato nel sedile del passeggero, c’è suo figlio Jacopo, lo “scondro”, un ragazzo di diciotto anni affetto da autismo a basso funzionamento, come suo padre deve sempre spiegare nel canovaccio ripetuto e ripetitivo che ha imparato a memoria e che utilizza con tutti gli estranei, raccontando che il figlio «non parla, non sa fare nulla, si piscia e caca addosso».

Mencarelli è un autore dai temi forti: il TSO; l’Ospedale Bambino Gesù e adesso l’autismo, spina dorsale del testo. È ancora difficile, soprattutto in Italia, parlare con cognizione di causa di autismo, anche perché i disturbi dello spettro autistico sono un gruppo molto ampio di problemi legato al neurosviluppo tra i quali è difficilissimo districarsi. La maggior parte dei soggetti autistici hanno deficit nella comunicazione e tendono ad avere un livello di interazione sociale molto scarso.

Sono diverse le caratteristiche e le sintomatologie che si accompagnano al disturbo e possono essere variabili nel tempo. Nelle forme più gravi i soggetti autistici presentano marcate difficoltà nell’interazione, nella socialità e nel gioco. Ne risente il linguaggio verbale che è spesso fuori fuoco o fuori contesto rispetto ai coetanei e agli ambienti non noti, e che può sfociare nel mutismo.

Le persone affette da autismo prediligono la ripetizione e la reiterazione del già noto. Al deficit dell’area della comunicazione sociale, che coinvolge il linguaggio verbale e non verbale, si associa anche il deficit dell’immaginazione ossia una seria ripetitiva di gesti e attività che scoraggia i soggetti interessati a indagarne di nuovi.

Il grave disturbo di Jacopo viene mostrato fin dalle prime pagine, quando appare, appare non un giovane uomo o un ragazzo, «ma una figura umana» che solo, con il busto, «dondola avanti e indietro». Sembra un essere umano, «soltanto, lui è come vuoto. Un corpo vuoto, dondolante». Accanto c’è il dolore del padre, la disperazione, i debiti, la totale mancanza di assistenza familiare e statale, che lo rendono triste, precocemente vecchio, consumato dalla sconfitta.

Pietro, il padre, è ben trattato da Mencarelli, è un personaggio spesso, pensato, sapidissimo, anche solo per contrasto con la commovente inermità del figlio. Nasconde una grande vitalità sotto i tratti precocemente abbrutiti dalla stanchezza, conserva una nostalgia della vita in aperto contrasto con la sua condizione di badante perenne e di accompagnatore. A invadere il suo dolore ci saranno poi tutti i partecipanti del presepe che è S. Anna del Sannio, ognuno dentro e fuori la propria funzione di figurante: il meccanico che sistemerà la Golf non è solo un meccanico, così la proprietaria della ex pensione che li ospita o la barista/psicologa. Fatta esclusione per il sindaco (pepponesco personaggio di colore) tutto il rumore del romanzo direziona la narrazione verso il suo epilogo drammatico.

Quando Jacopo è nato andava tutto bene, poi sono arrivati i problemi, le visite una dopo l’altra fino alla discesa, un tanto al giorno, di «una tenebra più fitta della morte» e adesso «Jacopo non è niente», è diventato «Lo Scondro», un mostro, «il neppure infelice». Ma il calvario di Pietro e Bianca non è un caso isolato, sono sconfortanti i dati che riguardano l’incidenza dell’autismo nei paesi occidentali, si parla di circa un bambino autistico ogni cinquantaquattro tra gli ottenni statunitensi, la stima, se parliamo dei bambini italiani della stessa età, scende a un bambino su settantasette. In entrambi i casi i maschi presentano una percentuale maggiore, si stima che siano 4,4 volte maggiori rispetto alle femmine.

Al netto delle difficoltà diagnostiche possiamo pensare, per l’Italia, a 300/500 mila persone affette da autismo. «I genitori dei figli sani non sanno niente», pensa Pietro mentre continuamente nel corso della narrazione toglie e mette al figlio pannoloni e vestiti, mentre lo imbocca una, due, tre volte, fino a che non parte automaticamente. È un miracolo, si dice, avere un figlio normale e non conoscere il dolore della malattia, la sua continua personificazione, quella attorno cui si accartoccia il perenne destino del protagonista di questo libro, disperato, arrabbiato perché «il cuore di suo figlio se l’è preso l’autismo a basso funzionamento».

Riferimenti bibliografici:

https://www.truenumbers.it/autismo-vaccini/

http://angsa.it/autismo/spettro-autistico/

https://osservatorionazionaleautismo.iss.it/

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Scale di Giacobbe – un estratto da “La verità su tutto” di Vanni Santoni https://minimaetmoralia.it/libri/scale-di-giacobbe-un-estratto-da-la-verita-su-tutto-di-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/libri/scale-di-giacobbe-un-estratto-da-la-verita-su-tutto-di-vanni-santoni/#comments Thu, 20 Jan 2022 13:01:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49787 (È uscito in questi giorni per Mondadori La verità su tutto, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla quarta parte, su gentile concessione dell’editore.)   … Ritrovai Girolamo il giorno dopo, a colazione: stava seduto in fondo al tavolo della cucina, con tutt’altro atteggiamento: se prima era spiritato, ora era tutto mogio; […]

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(È uscito in questi giorni per Mondadori La verità su tutto, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla quarta parte, su gentile concessione dell’editore.)

 

Ritrovai Girolamo il giorno dopo, a colazione: stava seduto in fondo al tavolo della cucina, con tutt’altro atteggiamento: se prima era spiritato, ora era tutto mogio; dove prima gli occhi brillavano come per continue intuizioni, ora apparivano velati da una pertinace perdita di speranza, tanto che ci misi un po’ ad accostarlo di nuovo, come se quella così decisa tristezza formasse un’aura capace di respingere chiunque.

Vedi, cara Cleopatra – è Antonio a intervenire, a venirmi accanto e mettermi la mano ossuta sulla spalla –, il nostro amico Girolamo oggi è tornato a -24.
-24?
Conosci la scala Lilly/Gurdjieff? Girolamo l’ha riprogettata – la parte numerica, si capisce, ma solo per chiarezza, la vibrazione di Gurdjieff/Ichazo, da 3 a 768, pareva poco immediata; lo spettro di Lilly, che da +3 saliva a +/-48 e poi da -48 scendeva (o saliva?) a -3, confondeva…
Non penso di…
…Capire? Eh, per forza, devo ancora spiegare.
 In ogni caso, disse Girolamo ad Antonio, alzando gli occhioni a mezzo tra Kafka e un cucciolo dei cartoni animati, sto a -12, non a -24. Del -24 sono magari lo sfortunato nunzio, aggiunse con un mezzo sorriso a labbra strette.
Deve esserci da qualche parte una mascherina, una legenda… disse Antonio, e andò a scartabellare nei cassetti della credenza. Se solo Alejandro non cambiasse sempre di posto a tutto, pentole, coperchi, legende… Ah, eccola! Mi portò un volantino color vinaccia e me lo porse:

+24 Fusione con la mente universale, sovrapposizione ātman-brahman; essere uno dei creatori dell’energia dal vuoto. Nel centro spirituale, al di sopra della testa.

+12 Diventare il Buddha. Una sorgente di coscienza, energia, luce e amore. Punto chiaro della coscienza, viaggio astrale con chiaroveggenza, chiaraudienza e telepatia; fusione con altre entità nel tempo. Nel centro mentale, in mezzo alla fronte.

+6 Stato di benedizione, diventare il Cristo, il qutub verde, attuazione di baraka, il ricevere la grazia divina, amore cosmico, energia cosmica, elevata consapevolezza del corpo fisico e di quello sottile, funzionamento ottimale della coscienza corporea e planetaria, essere innamorati, essere in positivo stato energetico da psichedelici. Nel centro emotivo, tra il petto e la gola.

+3 Il livello di coscienza del satori professionale, o di base. Tutti i programmi necessari sono nell’inconscio del biocomputer e operano in modo automatico; il sé si perde e si ritrova in piacevoli attività che conosciamo bene e che ci piacciono. Meditazione svolta a livello elevato. Stato positivo di flusso. Nel centro motorio, nel ventre.

0 Lo stato neutro del biocomputer; lo stato ideale per l’assorbimento e la trasmissione di idee, per ricevere e trasmettere nuovi dati e nuovi programmi; insegnare e imparare con facilità, in uno stato né negativo né positivo, neutro. Coi piedi sulla terra.

-3 Stato negativo. Fastidio, dubbio, tensione. Fare quel che abbiamo da fare, ma in uno stato di dolore o colpa o tensione. Come aver bevuto troppo alcol, o assunto una piccola quantità di oppiacei, o trovarsi nei primi stadi della mancanza di sonno.

-6 Stato corporeo estremamente negativo, mentre si è ancora nel corpo; come un attacco di emicrania, in cui la coscienza si contrae e si inibisce, e resta presente solo in relazione al proprio dolore. Il dolore o l’ansia sono tali che non si riesce a lavorare e a fare i propri compiti. Si pone una limitazione su di sé, si è isolati, in cattivo stato interiore.

-12 Simile a +12, ma estremamente negativo. Una situazione purgatoriale, in cui si riesce a essere al massimo una sorgente puntiforme di energia e coscienza in mezzo al vuoto. Dolore, colpa, paura. Preponderante mancanza di senso.

-24 Come +24, nel senso che si è sì fusi con altre entità per tutto l’universo, ma esse sono tutte cattive e siamo anche noi cattivi e insignificanti. Questa è la quintessenza del male, il più profondo degli inferni che si possa concepire. Nessuna speranza in tale stato.

Dove stavo, io, in quel momento? Forse sullo zero: l’unica vera tensione che avvertivo era il pensiero della possibilità di una tensione… Dove ero arrivata a Macinaia, vogliamo dire +7, +8? Non era neanche male, a vedere come stava un sacco di gente… Ma che importanza aveva come stava la gente, a parte il fatto politico, più che spirituale (o politico proprio perché spirituale?), che sarebbe meglio far stare bene tutti? Girolamo si era chiuso di nuovo nella sua nera assenza di speranza. Provai a parlargli:
Come sei arrivato qui, poi?
Io? Puah. Ho scritto un libro. Mi pesa molto.
Come s’intitola?
Mi fa male anche solo dirlo.
Va bene, dissi alzando le mani e facendo un mezzo passo indietro.
Ma no, ma no. Sono qui per superarlo, è inutile scansarlo alla prima visitatrice. Si intitola Hitler: il precursore.
Sai che forse l’ho visto…
Sicura non si trattasse di Hitler precursore? Libro dal titolo simile al mio Hitler: il precursore, e mi permetto di dire meno significativo – sebbene, ne sono certo, non abbia cagionato al suo autore ciò che il mio ha cagionato a me. Dove l’avrebbe visto, mi dica.
In dipartimento.
Lei è un’accademica? Puah, disse, e sputò in un posacenere, detergendosi poi la bocca col dorso della mano, notavo solo allora, pezzata di bianco per la vitiligine.
Non più, dissi, scoprendomi raggiante. (È stato lì che la mia “pausa” si era concretizzata in un addio assoluto e permanente? O già quando dissi “lasciato” a Laura?)
Poniamo fosse il mio: lo ha letto?
No, l’ho solo visto nello scaffale di qualche associato.
Meno male, meno male. Vede, in quel mio testo, che purtroppo ha avuto una sua moderata diffusione, sostenevo che, contrariamente a quanto non si creda, Auschwitz non è la fine, ma l’inizio di un’epoca. Il lager, la schiavitù di massa, il diritto del più forte a saccheggiare e schiavizzare, e il dovere, capisce, il dovere, del più debole di venire saccheggiato e schiavizzato, e in ultimo eliminato, sarebbe un modello per il ventunesimo secolo.
Questo renderebbe il Novecento un secolo davvero breve.
Lei scherza. Segno che ha ancora la forza di farlo. E che non mi prende sul serio. Che non OSA farlo!, e a quell’“osa” Girolamo sgranò gli occhioni e si alzò in piedi. Poi si sedé di nuovo. Sospirò: Provi a immaginare, un intero mondo futuro progettato secondo il paradigma del lager. Cosa abbiamo fatto, del resto, appena c’è stata un’emergenza di massa, appena qualche milione di persone si è messo a migrare? Campi! Nonostante Auschwitz, la prima cosa che ci è venuta in mente per risolvere un problema sono stati i campi di concentramento.
Guardi, sono la prima a dire che i CIE sono una vergogna ma, insomma, bisogna sempre essere cauti prima di paragonare qualcosa ad Auschwitz…
Ma allora non vuole capire!, disse schizzando in piedi.
Perdoni, so dove vuole arrivare: il controllo totale dei corpi e l’annullamento delle menti, il campo di concentramento come realizzazione ultima – se non massima – dello Stato in quanto tale…
Già meglio, disse Girolamo rimettendosi a sedere. Realizzazione ultima ma non: superata. Del resto sarà d’accordo che Hitler non era che un’eggregora… Sarò breve, signorina: questo mio libro ha disegnato una possibilità. Disegnandola, facendola uscire dallo stato di latenza in cui versava, ancora chiusa nella scatola della mia mente, l’ha resa possibile. Capisce? Possibile.
Ma un libro come il suo – immagino eh, aggiunsi, e azzardai un sorriso che Girolamo non raccolse – avverte di questo pericolo, no? Quindi di fatto ci aiuta a evitarlo…
No! Lo ha reso pensabile, e quindi possibile! Devo cancellarlo, cancellarlo… Se sono in tempo: tutto si muove così velocemente, ormai. E per il peggio, naturalmente: per il peggio.

 

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Very holy – un estratto da “I fratelli Michelangelo” https://minimaetmoralia.it/estratti/very-holy-un-estratto-fratelli-michelangelo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/very-holy-un-estratto-fratelli-michelangelo/#comments Tue, 12 Mar 2019 07:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39667   (È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.) * * * – Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no? – Però, – si intromette Carletto, […]

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(È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.)

* * *

– Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no?
– Però, – si intromette Carletto, – potevamo anche prendere una macchina, se ha l’ufficio così lontano.
– Quello è un grand’uomo, fidati compa’: the asian King of Fashion.
– Questo lo abbiamo detto ieri in riunione. Dico, lui, come persona.
– Intanto, altro che ufficio, quello è un compound. E poi dovresti vedere suo fratello, J.G., lo stilista. Grassissimo.
– Come Ferré!
– Cosa c’entra ora Ferré, Carlo?
– È uno stilista. È grasso. Fammi accendere.
– Io non capisco come puoi fumare con quest’aria. Tieni. E non mi guardare come a dire Che problema c’è? Gesù cristo, siamo sul cassone di un’Ape, allo scoperto a parte queste tendine di plastica, l’aria è così marcia che non vedi a cento metri, in più qua si respira cemento, oltre a questa polvere impestata…
– Gurgaon è pesante, compa’.
– Sentito? Anche Ramesh mi dà ragione. Certo che ne stanno tirando su, di roba… Stiamo viaggiando su questo trabiccolo da quanto? Un’ora?
– Cinquanta minuti.
– Cinquanta minuti e non abbiamo visto altro che cantieri. Decine di chilometri di cantieri.
– La crescita, compa’.
– Sì, va bene. Ma ci facciamo strada nella polvere, perdio, nell’eternit, e questo fuma. Eh, Carle’? Ramesh, qui, che è il ritratto della salute, non fa che tossire, e tu fumi.gurgaon
– Manda via il sapore cattivo.
– Ma vaffanculo. Dammene una, va’ là…
Quando il rickshaw si ferma, mi sono già acceso la seconda.
– Ah, però. Guardie armate sulle mura.
– C’è un rischio reale, Ramesh? Tipo che qualcuno lo assalti?
– Intanto fa vedere a tutti che se giri per qui, devi stare tranquillo.
– Di certo pare meglio quello dell’altro giorno, come si chiamava…
– Ma chi, Birlat? Birlat, compa’, è un’impresa familiare in confronto a questi.
– Bene, bene…
Scendiamo da quel cesso di Ape e Ramesh allunga qualche rupia al conducente dicendogli di aspettarci.
– Comunque quelle sciarpe non erano male, dice Carletto.
– Seh, e poi prendiamo pure gli orecchini e gli anelli e al sabato montiamo il banco al Lago di Como… Carlo, siamo qua a far business. Business serio, te capì?
– A me lo dici, Louis?
– Compa’, dice Ramesh, vedrai la pashmina su nell’Himalaya, altro che quegli stracci di Birlat…
Spunta uno sgherro in turbante, ci fa un gran bell’inchino. Dietro di lui varchiamo un buco nel cemento. Le guardie annuiscono appena.
So, you work with Gucci? – chiede Carlo allo sgherro. Ci manca solo che si metta a prender la parola… Che poi, lo parlasse bene, l’inglese…
– पैनल पर उस आदमी Gurgaya Double G है.
– Che ha detto, Sandokan, lì?
– Ha detto che quello sul pannello, lo stemma che ha indicato Carletto, è la Gurgaya double G, il simbolo di Gurgaya nel mondo.
–Pensa tu. E ora dove se ne va?
– Penso a preparare la sala riunioni, compa’.
– Perché vedi, questa “Double G”…
– Ma che ne sai, Carle’? Come se capissi di moda…
– Capisco abbastanza per vedere che è uguale al logo di Gucci.
– Shhh!
– Hai sentito Ramesh? Silenzio. Perché silenzio, Ramesh?
– Il vecchio la odia questa cosa. Pare sia nata prima la Gurgaya Double G.
– Ma Gucci esisterà dal…
– Shhh. Adesso ci chiamano di là. Dai, seri.
E di là andiamo, e come sala riunioni, be’, sicuramente sanno come impressionare il prossimo, ’sti Sikh.
– Chissà se queste icone russe sono vere.
– Icone russe?
– Questi quadri, Carlo.
– Questi di legno? A occhio valgono un botto di cash. Ehi, Ramesh!
– Ne parliamo dopo compa’, guarda stanno entrando, c’è anche J.G., lo stilista. Buoni, buoni. Stiamo a sentire il vecchio…
E il vecchio, la barba perfetta sotto l’enorme turbante arancio, sarà anche buffo, ma presenza ne ha. Il ciccione, caftano bianco con un ricamo sottilissimo d’oro sul colletto, gli resta in piedi a fianco.
– Very well, – dice J.J. Gurgaya, sorridendo ma senza scoprire i denti, a Ramesh, e poi lanciando un’occhiata a me e Carlo che è una passata di scanner.

. . . . . . . . .

– Come siamo andati?
– A me lo chiedi, compa’?
– Bene, no?
– Stai zitto, Carle’. Lo chiedo a te, Ramesh, perché non sono pratico di modi indiani. In Italia te lo saprei dire subito che impressione ho fatto su questo o su quello. Qua i codici sono diversi… Per questo ci sei tu.
Delhi, center!, dice Ramesh all’ometto del rickshaw. Io dico che siamo andati bene, compa’. Poi quella storia di Pitti… Colpo di genio.
Carletto fa un sorriso che da solo illumina mezza regione. È vero, ci ha visto giusto a tirar fuori Pitti Immagine, a dire che saremmo stati lì a fare network. Poi si accende una Gold Flake, mentre il rickshaw si mette in moto, trema, barcolla, e riparte attraverso la selva di grattacieli in costruzione, nella nebulosa di polvere in cui a tratti vedi spuntare una mucca, una vecchia berlina marrone, una Honda 150 con sopra tre persone e un cane…
– Ma non è la stessa strada di prima, o sbaglio?
– Lascialo fare, compa’, sa lui da dove passare…
– All’inizio, sapete, – dice Carletto, – ho avuto paura di una cosa. Che avessero visto che siamo arrivati in rickshaw.
Lì Ramesh lo guarda. E lo guarda come a dire Non hai torto, che sciocchi che siamo.
– Ma poi, dai, l’italianità, e Ramesh, hanno fatto il resto. No? Si vedeva che pendeva dalle tue labbra…
– Il nipote era a scuola con me. Poi gli ho fatto degli shoot per “Vogue Asia”…
– Poi, ghigna Carletto, mi sentivo un po’ un pirla, a elencargli quei nomi, a snocciolare Ermanno Scervino, Alberta Ferretti, Braccialini, pure Poltrona Frau.
– Troppo di nicchia?
– Forse sì, compa’.
– Troppo cari, – dico io tirando fuori una cicca dal pacchetto di Carlo.
– Esatto. Hai visto invece il turbantazza come si è bagnato quando hai tirato fuori Massimo Dutti?
– Se è per quello anche quando ho tirato fuori Prada.
– Meno. Perché Prada è troppo. Lo sa che non possiamo essere mandati qui da Prada. E che Prada, se vuole sbarcare in India, non si affida a noi, e nemmeno a Gurgaya.
– Gucci, magari…
– Scherza, scherza, Carle’.
– Prada o Gucci no, un Dutti sì.
– Ma di fatto non ci ha mandati neanche Dutti.
– Con calma, compa’. A Pitti ci andrete veramente. Sarà la prima missione “Transocean”. È il contesto giusto. Tutti vogliono sbarcare in India, tutti. Non dimenticare mai che per legge, qua, ci vieni solo se fai una joint venture.
– Quando è Pitti, poi, Carlo?
– Ah boh. L’ho tirato fuori perché mi è venuto in mente sul momento.
– A casa controlliamo…
Poi il rickshaw si pianta all’improvviso. La strada, da qualcosa di simile a una superstrada in costruzione, è diventata una statale di campagna, se si può chiamare campagna quel cespugliame brullo, intervallato da gettate di cemento, ma non c’è niente che suggerisca che ci si debba fermare. Nessun ostacolo, niente traffico, nemmeno una stazione di servizio.
What’s up?, – dico al conducente.
– Must stop.
– Che succede? Chiediglielo un po’…
– यह क्या है, तो हम क्यों रोक रहे हैं?
– Dice che c’è un baba qua vicino. Un holy man.
Very holy, sir. We stop only for a moment. But must stop.
– E fermiamoci… Ma non sono Sikh, questi col turbante?
– Come Gurgaya, sì.
– E non hanno la loro religione?
– Eh, ma un santo è un santo, compa’.
Eccoci allora che scendiamo col rickshaw attraverso un buco nel guard-rail e da lì giù per una sterrata, fino a ricongiungerci col bordo di un’altra stradaccia che passa sotto a un cavalcavia, tra arbusti e mucchi di rifiuti. Eccoci che usciamo e seguiamo il conducente mentre procede a colpo certo in un sentieruccio verso i piloni del cavalcavia, attraverso l’erba impestata e piena di fazzolettini usati e zozzerie.
Come, come, sir!
E sì che veniamo… E saliamo ancora un poco, e il sentiero porta proprio all’attacco del ponte, al punto in cui si appoggia sulla collina. Il vano, chiamiamolo così, il più classico dei “sotto al ponte” (la mamma lo diceva sempre: Finiremo sotto a un ponte! Ecco, mamma, missione compiuta!) è protetto da mazzi di cespugli ingrigiti dallo smog a cui sono appesi stracci e biancheria smangiata e filacce luride; ci sono pure due sedie da picnic, nere per il sudicio incrostato che c’hanno sopra, ma noi proseguiamo oltre, perché il ponte nasconde ancora un altro vano, il conducente saluta con un cenno del capo un ometto pelato che esce proprio da lì, e abbassiamo la testa per entrare in una specie di caverna scavata nella terra, col cemekhumba melanto del cavalcavia per soffitto e merde di cane all’ingresso e però anche mucchi di corone di fiori e petali sparpagliati tutto intorno, e come entriamo due uomini in tutto simili al tassista, stesse scarpe dalla punta squadrata, stessi baffi e stessa camicia a maniche corte, solo senza turbante, escono e lasciano il posto a noi e in quel poco spazio, illuminato da tre lumini e due candele in mezzo alla più varia spazzatura, scatolette di sardine, residui di plastica, blister, mattonelle spaccate e grovigli di cavi elettrici, ecco in mezzo a questi mucchietti un mucchio più grande, di dreadlock bianchi, arruffati, impastati di erba secca, polvere anzi cenere, e semi uncinati, con sotto un individuo stecco e a occhio completamente fuori di testa, lì fermo, le gambe scheletriche, con le ginocchia simili a palle di legno, incrociate anzi annodate, e tiene un braccio fermo in alto, sembra atrofizzato e le unghie della mano fanno due giri a spirale, a stenderle saranno dieci, quindici centimetri, mentre con l’altra mano stringe un qualcosa di plastica bianca (è un mestolo? Un cucchiaione da insalata, a essere precisi) e lo sbatte su un pezzo di legno, a occhio un segmento di battiscopa, ci sono pure due chiodi, la colla e un po’ d’intonaco, e mentre batte fa un suono col naso o con la bocca, una specie di ronzio, won won won… E il tassista si toglie di tasca il portafoglio e pesca duecento rupie e gliele mette davanti, accanto a un pacco di plumcake al cioccolato che deve avergli portato qualcun altro, forse i due che uscivano, a un osso tozzo, mezzo smangiucchiato, e a un altro, più lungo e vecchio, tutto annerito, il femore di qualcosa di grosso, potrebbe essere pure l’osso di un cristiano…
Very holy, – ci dice, poi ci pensa un attimo, prende una pietruzza e la appoggia a fermare le due banconote e noi annuiamo e lo guardiamo guardare ’sto vecchio spostato (che non batte ciglio per le rupie o altro, ma continua a sbattere il cucchiaio sul legno e a ronzare) per un po’, finché non arriva il momento in cui, a quanto pare, possiamo ripartire e il conducente sembra piuttosto soddisfatto quando rimette in moto e si avvia e dopo un’ora del solito traffico ci lascia all’ufficio.

 

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L’impero del sogno https://minimaetmoralia.it/estratti/limpero-del-sogno/ https://minimaetmoralia.it/estratti/limpero-del-sogno/#respond Wed, 25 Oct 2017 06:34:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35356 È appena uscito in libreria per Mondadori L’impero del sogno, il nuovo romanzo fantastico di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dalla prima parte. ~ … Per un attimo la terra smette di tremare. Poi addirittura si incurva, proprio accanto a me, tra me e gli Elfi della macchina, che reagiscono rimescolandosi, ruotando, innalzandosi come gli […]

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È appena uscito in libreria per Mondadori L’impero del sogno, il nuovo romanzo fantastico di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dalla prima parte.

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… Per un attimo la terra smette di tremare. Poi addirittura si incurva, proprio accanto a me, tra me e gli Elfi della macchina, che reagiscono rimescolandosi, ruotando, innalzandosi come gli Uccelli dall’altra parte del tavolo. Ancora un tremito forte, poi uno schianto: il pavimento si spacca in due schizzando ghiaia e polvere mentre ne emerge una specie di cilindro metallico, scuro, blindato, come una torretta… Come la torretta di un sommergibile! Appena la polvere si posa, la sommità della torretta si apre a botola con uno stridio ed esce una capoccia imbrillantinata, con la riga a destra, e sotto un viso ben rasato con occhialetti da carrista (ma non dovrebbe essere buio, dentro a un sommergibile?) e colletto bianco che spunta alto sulla giacca marrone:
«Perdiana!» Si alza gli occhialetti sul capo.
«Tutto sotto controllo, Guglielmo?» una voce rimbomba attutita da dentro il battello.
«Immagino di sì, Celestino, immagino di sì. I miei omaggi, signori gentilissimi. Chiedo venia a nome dell’intera ciurma per l’arrivo improvviso e quantomai tardivo.» Poi, rivolto verso la botola: «Dov’è Zoroastro?».
«Nella ritirata. Come al solito.»
«Proprio il momento buono. Davvero: proprio il momento buono» borbotta Guglielmo uscendo dalla torretta, sbattendo via la polvere da un borsalino che si mette in testa al posto degli occhialetti da carrista e prendendo posizione in mezzo al tris di sedute alla mia sinistra. Esce poi un tipo stranito, barba bianca senza baffi e riporto sul capo, con una redingote blu scura tutta piena di macchie d’inchiostro:
«Bentrovati, signori tutti egregissimi, bentrovati» dice a voce troppo alta, e senza alzare lo sguardo dall’apparecchio che ha appeso al collo tramite una cinghia regolabile, una sorta di clavicembalo in miniatura, d’ottone con tasti in avorio, «chiedo venia, chiedo venia, so che non sta bene prendere la parola così, sopravvenendo, ma spero che si possa… alle corte: chiedo formalmente» alza il capo «la possibilità di potenografare gl’atti del simposio.»
«Potenografare?» chiede con un sorriso l’Uomo in camicia. 
potenografo
«Assolutamente. La potenografia giova per iscrivere sessanta volte più rapidamente della scrittura ordinaria; ed è dieci volte superiore a tutti i sistemi stenografici con penna, ciascun dito diventando, nel suo procedere, una penna.»
«Se puoi o non puoi, lo stabiliranno i garanti, gentile amico» canta l’Upupa posandosi di nuovo sullo schienale. Il drago rosso alza la protuberanza squamosa che gli fa da sopracciglio:
«Esatto, i garanti. Che ancora non ci sono. Almeno: non del tutto.»
«Diamo tempo a tutte le delegazioni di giungere in sala, e si condenseranno» interviene l’Uomo in camicia.
«Zoroastro…» dice piano Guglielmo.
«Zoroastro!» urla Celestino. «Mi pregerei, perdonate, di non far figurette. Io vado, dunque» e si piazza a sedere alla destra del capodelegazione. Il munaciello a sinistra mi guarda spalancando gli occhi come a dire Che strani questi. Finalmente esce il terzo delegato, caschetto in pelle da pioniere dell’aviazione, giubba con maniche a sbuffo e mutandoni bicolori quattrocenteschi. «Eccomi, eccomi al dunque» dice guardando la sala con occhi spiritati e pieni di tic. «Zoroastro da Peretola, per servirvi… Scusassero, scuserete…» e zoppicando vistosamente va a sedersi a sinistra, mentre il capodelegazione dei Sacerdoti del Tempio e il drago rosso si scambiano uno sguardo tutto insofferenza.

Mi accorgo che una sola postazione è ancora vuota oltre a quelle dei garanti: quella a sud (senza contare le due sedute della mia, si capisce). Come lo noto, la porta sud si spalanca. Entrano tre figure maestose. Subito i Sacerdoti si tolgono il cappello.
Un uomo più alto del normale, sui due metri e venti, ma proporzionato, con polsi, torace e gambe possenti, lunga barba nera appuntita e corde avvolte alle braccia: e le mani e le braccia medesime schizzate di sangue fresco. In testa, tratto che si potrebbe dire ridicolo, ma non su di lui, poiché il volto inespressivo, da affresco ancestrale, con gli occhi fissi e ben marcati a china, esprime solo una inalterabile crudeltà, un lungo cappello appuntito, bianco e rosso, assommitato da un campanellino. 
Un giovane dall’aria decisa se non proprio brutale, vestito di drappi ricamati e decorati di piume di rapace, con una striscia nera tracciata orizzontale sopra le gote e il naso, il corpo pure dipinto di nero e un mantello di leopardo sulle spalle. Al posto di un piede ha un cerchio di pietra nera, da cui esce un filo di fumo spesso e aromatico. 
Una donna, infine, e in mezzo: una donna dall’incedere solenne, con un bacile poggiato sul capo dall’acconciatura complessa, abito lungo fino ai piedi, la gonna che forma un vero e proprio triangolo a terra, scollo pure triangolare e collana di corallo. Sul bacile c’è impresso uno spicchio di luna, e i suoi occhi sono d’argento. 
A differenza di tutti gli altri delegati, nessuna traccia di loro, del loro riflesso, sui tre specchi a nordest, che rendono, invece, soltanto luce.
Representació_guarnida_de_la_deessa_Tànit«Saluto all’assemblea» dice la donna, la signora, la dea, con una voce che traversa e innerva e scuote le cose. Le Streghe salutano amichevoli; i prismi vorticano e si illuminano; i Sapienti borbottano; i Sacerdoti mormorano mantra o rosari. «Che pa-u-ra!» strepita rivolto a me il munaciello di sinistra, coprendosi gli occhi con la manica del saio.
Non appena i tre delegati si accomodano al loro posto, sui troni immediatamente opposti, quelli a nord s’innesca un intenso baluginare.
«Finalmente!» dicono, quasi in coro, diversi delegati. Vedo annuire tra loro i Sapienti.
Iniziano a coagularsi immagini più chiare, e consistenti: a sinistra qualcosa di candido, aureo e piumato; a destra qualcosa di oscuro e cornuto; in mezzo qualcosa di versicolore, fatto di schemi cangianti e coerenti come possono esserlo i sistemi di semi delle carte, i punti del domino o delle schede perforate, gli esagrammi dell’I Ching… L’Uomo in camicia fa una faccia come a dire Ve l’avevo detto mentre la sala sembra vibrare, come preparandosi a un sovraccarico di potere. Tuttavia, prima che le figure prendano definitiva consistenza vi è come un momento di vuoto, un risucchio. Le sedute coi braccioli sono improvvisamente vuote.
Poi si apre la porta a nord. Entrano tre ragazzine, tutte in azzurro.

La prima, sui dodici anni, ha un vestitino a quadretti bianchi e blu, capelli lunghi, castani, divisi in due trecce, guance rubizze e scarpette rosse; in mano reca un cestino. La seconda – ormai ho imparato a riconoscere i capodelegazione e in questo caso è certamente lei benché appaia più piccola di quattro o cinque anni rispetto alle altre due – è bionda, sul vestito celeste porta un grembiule bianco, calze bianche e scarpette nere. La terza, dai capelli più corti e un filo arruffati, come se fosse stata appena buttata giù da letto, è scalza; il vestito d’un azzurro chiarissimo, quasi trasparente, è in effetti una camicia da notte. Al loro ingresso per la sala serpeggia l’imbarazzo. Qualcuno si volge a me, come se dovessi dire o spiegare qualcosa. Il drago rosso sbatte le zampe sul tavolo, come per alzarsi e andarsene. Alla fine solo l’Uomo in camicia osa parlare:
«Ci aspettavamo che i garanti…» Sta per dire qualcosa su di me? Perché mi guarda? Perché adesso guardano tutti me?
«Non vi preoccupate, capodelegazione di Logge e Circoli» dice con puntiglio la ragazzina bionda prendendosi i lembi del grembiule e facendo una riverenza decisamente ironica, «siamo qui in delega – perdoni il bisticcio – a garantire. Chi sta sopra non può al momento preoccuparsi di simili questioni… E poi, perdonate, non sarete così ingenuo, proprio voi, da pensarci ancora come appartenenti a quel mondo?» dice e mi guarda, ma solo per un attimo. Poi si siede sul trono centrale, le sue compagne che la seguono collocandosi ai suoi lati. La sua ultima occhiata, dopo aver squadrato tutte le delegazioni, è per me, e per i due posti vuoti alla mia destra. Si scambia uno sguardo con le due compagne, annuisce, poi dice: 
«Potete sedervi in mezzo, se volete, Delegato d’argilla.» 
alice e dorothy
La guardo. Annuisce di nuovo. Eseguo come se quel che chiede fosse inevitabile. Ma sotto sotto, lo ammetto, provo una vaga soddisfazione, che sopravanza la paura di star commettendo una grossa, enorme ingenuità. Difficile dire quanti altri sguardi si incrocino quando mi sposto nella seduta centrale. Certo è che la dea col bacile in testa guarda il capodelegazione dei Sacerdoti e mostra i denti aguzzi in un sorriso: in un sorriso che dà i brividi e raggela fin nel midollo. 
«Possiamo cominciare» riprende la ragazzina bionda, e la sua voce così pedantina eppure perentoria fa accadere qualcosa. O meglio: libera l’accadere di qualcosa.

Vi è come una sospensione nel tempo. Poi una fiaccola, gialla d’oro, si accende in mezzo al tavolo, a un metro e mezzo d’altezza. L’aria intorno freme e scoppietta. Qualche delegato tira indietro la testa. La fiaccola si scuote, cresce, si apre in un cerchio, il cerchio si fa disco, il disco è cavo e si apre, si allarga, dal vuoto che ha dentro emerge un dito, un indice, a cui segue una figura. Una donna. Indiana, diresti dal sari; una dea indiana, diresti dalle braccia, che sono otto: quella del dito, ancora puntata in alto; la seconda rivolta in avanti, come a proteggersi o conferire una benedizione; la terza armata di tridente, poi una armata di spada, una di arco e freccia, una di folgore; una dea piuttosto bellicosa, in effetti: se non altro le ultime due mani tengono rispettivamente una conchiglia e un loto semischiuso, e però c’è una minaccia anche nella conchiglia; anche nel loto. Non smette di uscire, perché è seduta su un leone. Quando anche il leone è fuori, il disco attorno a lei scompare e si riforma, piccolo, attorno al suo indice. La guardo in faccia e vengo travolto da un senso di pienezza fin eccessivo, una tensione che… Uh… Mi esploderà l’anima, penso mentre tutto sembra intensificarsi, e prego di non svegliarmi, mentre la ragazzina bionda dice qualcosa che suona più o meno come Namo namo durge sukh karani; shashi lalit dukh maha vishala, netra lal bhrikutee vikarala, e tutti i delegati chinano il capo in segno di devozione o almeno di rispetto, e così anch’io, sebbene morire, esplodere, annullarmi una volta e per sempre contemplando quel volto mi appaia quasi come una buona idea. Faccio in tempo a vedere che la dea col bacile in testa fa una faccia altera e sbruffoncella, tirando una mezza occhiata al collega con la striscia nera sul viso, che alza le spalle e le sopracciglia e sorride come a dire E che ci vuoi fare, rivelando i denti insanguinati, ma quando la dea dalle otto braccia accenn1200px-Durga_Mahisasuramardinia a voltarsi proprio verso di lei, a incrociarne lo sguardo, subito abbassa il capo, pure più lesta degli altri, e lo stesso fa il giovane con la striscia nera (il dio a sinistra si era già nascosto nel cappello). La dea fa roteare le braccia fino a fissarle in una raggiera perfetta, e sulla fronte le si apre una fessura: un occhio ulteriore. Tutto è luce arancio e viola e bianca e mi reggo al tavolo e una parte della mente che in qualche modo sa dove mi trovo prega ancor più intensamente perché non mi svegli: ma non mi sveglio, sono anzi come ancorato a quel momento, a quello spaziotempo, alla densità inconcepibile che improvvisamente assume. È lì che il leone si contrae, ha uno spasmo, si gonfia, ha un altro spasmo, rigetta qualcosa che nascondeva nello stomaco. Un bolo mucillagginoso, grosso quanto un’anguria, che cade sul tavolo con un tonfo appena attutito.
«Grazie per averlo custodito, potente signora» dicono le tre ragazzine, parlando assieme come le gemelle all’ingresso, e piegano la testa in segno di rispetto.
Alla fine di quel gesto la dea è già scomparsa nel nulla, di netto, come da un frame all’altro, assieme al suo leone. 
Allora la ragazzina con le scarpette rosse pesca un gran tovagliolo a quadretti dal cestino: un tovagliolo da picnic; sale direttamente sul tavolo e si mette a pulir via la mucillaggine, rivelando un grosso uovo ialino, dall’aria solida, dentro al quale si intravvede…

 

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Mondadori compra Anobii (party like it’s 2009) https://minimaetmoralia.it/editoria/mondadori-compra-aobii/ https://minimaetmoralia.it/editoria/mondadori-compra-aobii/#comments Tue, 11 Mar 2014 12:04:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14526 Un comunicato stampa Mondadori diffuso questa mattina annuncia: "Il Gruppo Mondadori ha acquisito da Anobii Ltd. il marchio e gli asset di Anobii, la piattaforma mondiale di social reading che vanta più di un milione di utenti nel mondo e la sua base più forte, con 300mila lettori, proprio in Italia."

Circa un anno fa pubblicai qui La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (aNobi), al quale mi permetto di rimandare per un'analisi un poco dettagliata su quel sito e le sue traversie; Mario Alemi, già Head of Business Intelligence di aNobii, commentò per primo così: "Se Amazon ha ora comprato Goodreads –mi ripeto– Feltrinelli o Mondadori potevano comprare Anobii. [...] Nessun editore italiano ha pensato che avere una milionata di lettori che esprimono il loro spassionato giudizio su libri vecchi e nuovi è una miniera d’oro.

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Un comunicato stampa Mondadori diffuso questa mattina annuncia: “Il Gruppo Mondadori ha acquisito da Anobii Ltd. il marchio e gli asset di Anobii, la piattaforma mondiale di social reading che vanta più di un milione di utenti nel mondo e la sua base più forte, con 300mila lettori, proprio in Italia.”

Circa un anno fa pubblicai qui La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (Anobii), al quale mi permetto di rimandare per un’analisi un poco dettagliata su quel sito e le sue traversie; Mario Alemi, già Head of Business Intelligence di Anobii, commentò per primo così: “Se Amazon ha ora comprato Goodreads –mi ripeto– Feltrinelli o Mondadori potevano comprare Anobii. […] Nessun editore italiano ha pensato che avere una milionata di lettori che esprimono il loro spassionato giudizio su libri vecchi e nuovi è una miniera d’oro. *Non* perché si possa vendere a questi lettori il libro del momento, ma per capire su che libri investire, quali nicchie di mercato sono rimaste insoddisfatte (chi vorrebbe vedere non solo Fabio Volo in libreria, per esempio), o come fare a svuotare magazzini inutilmente pieni con offerte speciali, et cetera. Speriamo, come dici, che (con anni di ritardo) qualche possibile acquirente italiano si svegli…”

Con un anno di ritardo sugli anni di ritardo Mondadori si è svegliata. Possiamo però far finta di essere nel 2009, quando Anobii esplode in Italia, e sull’acquisto scrivere: “si comincia a sperimentare, partendo ovviamente dalle potenzialità ‘social’ offerte dalla rete”; e insistere sulla “novità comunicativa non da poco dell’annuncio via Twitter” (qualche minuto prima del comunicato stampa). Mentre il punto critico sarebbe la “spietata concorrenza di ‘giganti’ come Twitter, Facebook e Instagram”. Questa analisi è per me scorretta: su Instagram e Pinterest posto tra le mille altre foto qualche copertina e sui social network generalisti Twitter e Facebook parlo di diecimila cose e pure di libri, ma un social network verticale, specializzato sui libri, come Goodreads mira a un pubblico specifico di lettori forti (e di autori) che cerca un altro tipo di esperienza. Su Goodreads ho la mia biblioteca “virtuale”, posso scrivere recensioni, entrare in gruppi di discussione tematici (ad es. su Stephen King), seguire le letture e l’attività dei miei amici, anzi posso seguire gli stessi scrittori iscritti al sito (ad es. Stephen King) e partecipare a molte altre iniziative, e tutto questo in un ambiente dedicato solo ai libri. Con Facebook e Twitter vi è molta più integrazione che competizione, anche nel banale senso tecnico del postare automaticamente su quei due social onnivori i contenuti del social specializzato.

Nell’ultimo anno ho ricevuto in email molte notifiche di nuovi amici su Goodreads, quasi sempre utenti di Anobii che, nonostante le perdite del grafo sociale e di altri dati nel trasloco digitale, hanno preferito spostarsi e ricreare in un nuovo luogo la comunità di partenza; Anobii aveva infatti raggiunto vette di inefficienza tali da esasperare il più paziente e fedele degli iscritti. Inoltre, come accennava Alemi, nell’ultimo anno Goodreads, il più grande sito di social reading al mondo, è stato integrato nell'”ecosistema” della lettura di Amazon Kindle, ha oggi oltre 25 milioni di utenti e continua ad espandersi.

L’acquisto di Mondadori, per una cifra imprecisata, è in ovvio clamoroso ritardo: il leader mondiale è entrato con tutto il suo peso e la sua efficienza in un mercato lasciato scoperto, mentre Anobii continuava nella sua decadenza e soprattutto spingeva alla migrazione (o semplicemente alla disaffezione) buona parte della comunità. Sono certo che, fuor di annunci ufficiali, in Mondadori siano per primi ben consapevoli che non sarà facile rinnovare la piattaforma, dal punto di vista tecnico molto obsoleta e mancante di troppe funzioni, e riconquistare gli iscritti. Perché, naturalmente, quello che si è comprato sono gli utenti italiani, anzi il ricordo degli utenti italiani nel momento di maggiore spinta verso l’alto (fine 2009-primi mesi del 2010), lettori forti che amano il libro di carta e non sono però troppo contrari al digitale (usano un sito di social networking per i libri). Lettori che fanno un sacco di lavoro per gli autori amati e danno un mare di informazioni su di sé.

In teoria il sistema “discussioni e consigli su Goodreads – acquisti col Kindle su Amazon” potrebbe essere replicato per “Anobii – Kobo – Mondadori” e chiaramente tutto quello che scriveva Alemi rimane vero. Le opportunità di monetizzazione dell’attività gratuita degli utenti ci sono ancora, in potenza, sia nella vendita diretta che indiretta (ad es. mettere a frutto i loro dati) e questa è la precondizione economica perché Anobii possa ritornare a essere, per la soddisfazione dei vecchi e nuovi iscritti, un luogo vivo dove discutere, scoprire, socializzare libri ed esperienze di lettura.

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Cerco editore per non scrivere – Un’intervista a Aldo Busi https://minimaetmoralia.it/editoria/cerco-editore-per-non-scrivere-unintervista-a-aldo-busi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/cerco-editore-per-non-scrivere-unintervista-a-aldo-busi/#comments Tue, 28 Jan 2014 09:28:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17968 Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest'intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l'opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza.

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Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest’intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l’opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza. Morirò prima io, lo sento, e sono felice per lui, ha talmente più voglia di vivere di me. E poi qui viene il fisioterapista, un signore perbene, discreto, onesto, una sfinge dal mutismo intelligente, mi rimette in sesto, mai letta una riga mia, s’è salvato. Ogni tanto prendo quattro faraone, gli butto in culo un ripieno con 25 elementi che mi porta via tutta la mattina per cucinarlo: amaretto, cacao, marmellata di mele cotogne, pinoli e la mandorla della pesca con quella punta di arsenico che dà un sapore unico, poi vado a distribuirle qui e là. Proprio come l’io narrante de El especialista de Barcelona. Stanotte ho fatto tre vaschette di lasagne, con il sugo di tre ore di cottura, la besciamella con la noce moscata, ne ho data una anche al fisioterapista, per fine settimana gli darò il baccalà alla vicentina. Io ci ho fatto colazione, con le lasagne. Buonissime». 

Sul bordo di alcune tele in cucina e sullo sportello del frigo ci sono foto di persone care, ma un patto cui è stato obbligato se non voleva perderle stabilisce che non ne parlerà mai più in alcun modo. «Infine, è l’unico compromesso della mia vita, ed è recente: fino a dieci anni fa avrei scelto di perderle».

Il 31 dicembre è scaduto il contratto decennale di Busi con la Mondadori, il che significa che da un mese un catalogo di circa 40 libri è sul mercato. Rizzoli ne ha acquisiti otto, tra cui Seminario sulla gioventù che ad aprile compie trent’anni, ma, dice Busi, «l’Adelphi l’ha rimosso, non ne ha mai più parlato, si vede che non ne sono mai stati veramente all’altezza, e all’estero gliel’ho venduto io, non loro. Fare questo contrattino con la Rizzoli è stata una fatica: nove mesi ci sono voluti. C’è un burocratismo, una lentezza esasperante. Io capisco che stare dietro a me non è facile perché ho una capacità di azione-reazione sincronica, non eguagliabile. Devi chiedere subito, con la massima chiarezza, le cose che normalmente si dicono dopo per falso pudore: costi, percentuali, condizione dei pagamenti, promozioni, spese. D’altronde io ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari dappertutto, c’è la posta elettronica. Ancora ancora m’avessero detto, guardi, è fuori di testa… Così la traduzione di Alice nel Paese delle meraviglie l’ho tolta a Feltrinelli e data a Rizzoli. Guardi, è così bella che mi spiace per gli inglesi costretti a leggerla in originale. Mi è stato offerto proprio in questi giorni di tradurre I promessi sposi, ho declinato, tanto non avevano i soldi per coprire due anni e mezzo del mio lavoro».

Il rapporto con Segrate è finito in una sorta di indifferenza reciproca: «Un giorno, poco prima della scadenza, quando mi lamentavo che i miei romanzi non si trovavano in libreria, Antonio Riccardi mi disse: insomma, te lo dico fuori dai denti, gli italiani non vogliono i tuoi libri. Mai mi è stato fatto un complimento più grande e meritato. Ancora adesso una definizione per quello che scrivo è, purtroppo per il Paese, “spiazzante”. Avrei ormai diritto al minimo sindacale in omologazione, invece niente».

Ricorda che quando firmò il contratto decennale per i titoli pregressi con Mondadori ricevette un’offerta economica da un altro editore: «Mi dava in 5 anni quello che loro mi davano in 10. Io per correttezza non ho accettato. E mi sono molto pentito, non hanno promosso i miei libri, non hanno fatto nulla. Sono stati puntualissimi nei pagamenti, ma non ho mai trovato un corrispondente intellettuale al mio livello. La verità è che io sono fuori dai loro schemi. Non c’è un progetto culturale, nessuno degli editor attuali partecipa alla dialettica politica e civile sul Paese, ovviamente anche dovuto al fatto che la proprietà è di Berlusconi. D’altronde quando la Mondadori non riesce a far proprio El especialista de Barcelona significa che è proprio morta stamperia».

Dal contratto con Rizzoli, Busi ha fatto togliere la clausola di manleva che solleva l’editore dalle conseguenze patrimoniali che potrebbero derivare dai contenuti del libro: «È una cosa che fanno tutti gli editori, ma lo scrittore che la accetta è perché scrittore non è o perché, comunque, non gli si presenterà mai questa possibilità. Non io, perché io devo rispondere all’umanità passata, presente e futura di ogni parola che scrivo e devo avere l’editore che ne risponde con me. Altrimenti vado dal tipografo di Montichiari: allora sì, poveretto, lo sollevo da ogni grana eventuale».

Libertà di dire, libertà di scrivere. Busi la rivendica come strumento fondante dell’essere scrittore e quale scopo della sua vita: «La libertà per uno scrittore è come la pialla per il falegname. Io la intendo anche come libertà da me, dalla mia ideologia, dai miei estri, dalla parte indicibile… ma non per me… di ognuno di noi. Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. Perché io racconto anche le fantasie censurate, la zavorra dei sogni, il logorio della psiche senza oggetto a sé esterno, snido quello che attraversa la mente prima di farsi parola ufficiale. E questo non lo fa nessuno: perché lì c’è l’inferno, e io volevo banalizzarlo superandone i limiti». Ma libertà per Busi è anche poter dire quello che vuole: «È libertà di denunciare e per farlo non devi essere ricattabile. Per non essere ricattabile devi fare di te stesso un esempio civile. Nonostante le calunnie di tanti fanatici, come quelli che scrivono sul web “Busi pedofilo infame”, io sono assolutamente mondo, sono un mondo pressoché immacolato, nessuno può dire niente di me. Non è che ne vada particolarmente fiero perché sull’altro piatto della bilancia c’è il peso, o la leggerezza, e quindi l’inconsistenza sociale, di aver fatto la mia vita da solo perché la strada che ho fatto io è difficilmente praticabile con qualcun altro al fianco o per qualcun altro tout court. Sono un modello insormontabile e questo mi ha creato “solitarietà”, non solitudine. Questa casa sarebbe piena di psicopatici marchettoni di entrambi i generi, cioè di comuni italiani, se io fossi quello che chiunque pensa debba essere uno scrittore: vanesio, narcisista, egotico, uno che vuole sempre avere un pubblico».

Il suo ultimo libro, E baci, l’ha dato alla Società editoriale il Fatto («nessun editore avrebbe avuto il coraggio di pubblicarlo») insieme a Sentire le donne che proprio in questi giorni sta rivedendo e che uscirà a maggio. Ma Busi non cerca un editore, almeno non per i nuovi romanzi, dal momento che conta di non scrivere più (l’aveva annunciato anche prima de El especialista de Barcelona, più di dieci anni fa). Ma non vuole essere paragonato ad altri grandi scrittori che recentemente hanno dato l’addio al libro. «Philip Roth doveva smettere vent’anni fa. Ha scritto certe ciofeche… Fa parlare le bidelle come se fossero uscite da Harvard». Smette di scrivere perché ha scritto abbastanza: «Ho vissuto tutta la vita con questa ossessione, dodici ore al giorno a scrivere e riscrivere, mai contento di me, sono contento di essermene liberato quanto di averla avuta. Tutto il resto è stato un riempitivo. Potevo essere casto, omosessuale, eterosessuale, marzianosessuale, non contava niente. Pur di scrivere mi sono ridotto a vivere: è una grande verità. Altrimenti che racconti? Anche se la scrittura non è la sublimazione di niente. Certo, la mia è stata una vita ratée, mancata. Sul piano esistenziale non ho avuto relazioni, non ho avuto amori, non ho avuto neanche sesso, se ci rifletto, perché è stata una cosa mia, fra me e me. Piacendomi gli uomini, per trovarne uno che appagasse la mia estetica in fatto di virilità, ho dovuto ripiegare su me stesso, e non ho mai smesso di piacermi. Quando mi prendeva capriccio di un’orgia cambiavo mano».

Nessun rimpianto per non aver avuto figli: «È uno dei più certi risultati della mia vita. Ogni tanto ci sono delle matte che mi chiedono lo sperma. E lì vedi il pregiudizio genetico, lombrosiano, criminale. Siccome io rappresento un genio — e lo rappresento perché loro sono delle stupide — partono dal presupposto che da un genio debba nascere un genio, come se poi, tra gli altri accidenti, non si dovesse tener conto anche del loro disgraziato apporto». Però Busi dice di credere un po’ all’ereditarietà. «Mia madre era un genio, analfabeta, ma con una forza primordiale, e mio padre era psichicamente potente, oltre a essere stato un uomo bellissimo. Aveva un fascino maschio d’antan, ma non era un selvatico, anzi, era piuttosto sofisticato nella sua crudeltà mentale, e leggeva parecchi giornali. Avrebbe aspirato a essere un ribelle, però era un vile dentro, come tutti i fascisti diventati democristiani. Qualcosa di furioso, ma molto controllato, da lui è venuto anche a me, ma in me più una forza bruta da domare che da lasciare andare, con la ragione mi sono divertito più intensamente e a lungo».

Lo spiega mentre ci trasferiamo al ristorante Salamensa («assaggiamo questa focaccia con la mortadella, prima, sembra stupendamente antica e irrinunciabile») dove ogni tanto va a presentare i suoi libri («sono venuto anche per E baci e in cambio, a parte un compenso simbolico che è finito tutto al fisco, gli ho imposto di regalare 280 chili di pane alla Caritas, ne abbiamo seicento di stomaci non tanto sazi»). Sul piano dell’educazione Busi riconosce di dovere molto a sua madre. «Sì, perché lei ti diceva no per qualsiasi cosa. Se non avevi guadagnato da mangiare non ti accettava in casa. Da bambino, avrò avuto 7 o 8 anni, mi costringeva ad andare a rubare l’erba per i conigli. C’era una contadina con una frusta lunga, di salice piangente che ti faceva malissimo se ti trovava col sacco in mano. Dai quattro anni mia madre mi dava da ricamare, esattamente come poteva ricamare il Delfino di Francia, una cosa da maschi. Ma io ricamavo per vendere i centri. Pensare a cosa avrebbe fatto lei in certe situazioni mi ha salvato spesso, perché io ho corso tutti i pericoli, ma allora avevo le antenne, sapevo essere temerario e guardingo allo stesso tempo. Adesso le antennine contro la pugnalata alle spalle non le ho più, semmai vado incontro al pericolo perché da vecchio sono molto distratto e non so riconoscerlo, non più perché mi dilettano le situazioni estreme anche in Paesi sudamericani o australiani e gli incontri al buio anche a Lambrate come una volta. Io non ho mai rappresentato un pericolo per nessuno, sono sempre stato amorevole e pacifico erotomane, senza fantasmi cattivi da far sfogare su una vittima ignara o accondiscendente che fosse. Insomma, come amante non sono mai stato un granché, cercavo di ammazzare un po’ di tempo tra un foglio e l’altro».

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Gian Arturo Ferrari rapito dagli alieni https://minimaetmoralia.it/editoria/gian-arturo-ferrari-editoria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/gian-arturo-ferrari-editoria/#comments Tue, 22 Oct 2013 05:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15973 Riprendiamo un intervento di Paola Del Zoppo, direttrice editoriale di Del Vecchio Editore, apparso sul blog della casa editrice. (Fonte immagine.)

di Paola Del Zoppo

Sabato, a Francoforte, Gian Arturo Ferrari è stato restituito alla terra da una navicella aliena. Colpito dalla realtà in cui è capitato, ha denunciato sul Corriere della Sera ciò che i suoi occhi hanno visto alla Buchmesse. Quello che stupisce noi che sulla terra siamo rimasti anche negli ultimi venti anni, è la sua indignazione. La tiepida polemica che stenta a crescere anche sul web è espressione della situazione in cui siamo, che non riguarda solo il mercato del libro, ovviamente, situazione di cui Gian Arturo Ferrari non si è lamentato fino all’altroieri e che anzi ha contribuito a creare.

E mentre la Mondadori si occupava di decostruire programmaticamente l’idea di cultura (come dichiarato dallo stesso Ferrari in un’intervista al Giornale del 2005) in favore dell’idea di mercato, come se leggere – un’attività asociale, faticosa e anche noiosa” – fosse un passatempo  qualunque, non tutti hanno creduto questo “nuovo corso” essere corretto. Voci isolate si son levate e sono state soffocate, denigrate, sminuite, derise.

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Riprendiamo un intervento di Paola Del Zoppo, direttrice editoriale di Del Vecchio Editore, apparso sul blog della casa editrice. (Fonte immagine.)

di Paola Del Zoppo

Sabato, a Francoforte, Gian Arturo Ferrari è stato restituito alla terra da una navicella aliena. Colpito dalla realtà in cui è capitato, ha denunciato sul Corriere della Sera ciò che i suoi occhi hanno visto alla Buchmesse. Quello che stupisce noi che sulla terra siamo rimasti anche negli ultimi venti anni, è la sua indignazione. La tiepida polemica che stenta a crescere anche sul web è espressione della situazione in cui siamo, che non riguarda solo il mercato del libro, ovviamente, situazione di cui Gian Arturo Ferrari non si è lamentato fino all’altroieri e che anzi ha contribuito a creare.

E mentre la Mondadori si occupava di decostruire programmaticamente l’idea di cultura (come dichiarato dallo stesso Ferrari in un’intervista al Giornale del 2005) in favore dell’idea di mercato, come se leggere – un’attività asociale, faticosa e anche noiosa” – fosse un passatempo  qualunque, non tutti hanno creduto questo “nuovo corso” essere corretto. Voci isolate si son levate e sono state soffocate, denigrate, sminuite, derise.

Adesso, questo sistema in cui e a cui Ferrari ha lavorato così alacremente negli ultimi anni sembra stia crollando. Cosa è successo negli ultimi anni? L’articolo di Ferrari manca di analisi e anche di proposte. È, in sostanza, una lamentazione. Eppure nessuno potrebbe o dovrebbe saperlo meglio di lui, ciò che è accaduto, perché mentre navigavamo verso questo approdo, lui era al timone, o perlomeno ci ha detto di esserlo. Forse invece, era distratto a fare altro, o forse era stato già sostituito dai rapitori alieni.

Quello che ora ci resta è un’idea sfilacciata di cultura e di letteratura, poiché le case editrici “grandi” hanno avvolto in una nebbia di inconsapevolezza le idee stesse di arte letteraria, di progetto culturale, di vocazione editoriale, con lo scopo di raggiungere e controllare un monopolio a-culturale. Ci resta una più generale condizione italiana in cui l’etica, la morale, la purezza e anche semplicemente una distinzione di base su ciò che è scrittura e ciò che non lo è, ciò che è un “contenuto” e ciò che non lo è, o ancora, ciò che è un “pensiero” e ciò che non lo è, è sottoposta a logiche di potere e difesa della propria identità e posizione all’interno del panorama economico e non. Ancora, ci resta, la totale disonestà intellettuale con cui vengono proposti i libri – menzogne su dinamiche di ricezione all’estero, esaltazione di figure “alternative”, presentate come dirompenti, che non fanno altro che alimentare l’autorefenzialità del lettore e del mercato del libro, abbassando significativamente, in relazione a ciò, il livello dei libri pubblicati.

Uno dei risultati è il soffocamento di professioni fondamentali e ad alta risonanza sociale come quella dei bibliotecari e dei librai – non si può dimenticare che la politica mondadoriana si coniuga perfettamente con l’assoluta mancanza di regolamentazione del mercato librario. Il libro non può e non deve essere trattato come un prodotto qualunque (la legge Levi lungi dall’intervenire sui meccanismi che hanno contribuito al dissesto del sistema culturale e librario italiano, ha di fatto avallato il dissesto adducendo disoneste giustificazioni etiche).

Una variabile contingente è l’asservimento della critica letteraria – in particolare sui giornali – al mercato ortofrutticolo dei volumi, alla mafia della “presentazione” giornalistica, uno sterile antiaccademismo che ancora una volta si coniuga spesso con un atteggiamento autodifensivo e non con una sincera preoccupazione per lo stato di stallo del pensiero intellettuale italiano. L’azzeramento del dialogo intellettuale sui media ha reso difficile ogni tipo di comunicazione culturale, e primo fra tutti ha reso impossibile la realizzazione della nobile arte della critica letteraria. Non è possibile stroncare un libro – non sta bene, non si fa, non è critica, ma solo pubblicità negativa.

Ci resta una letteratura completamente depotenziata,  tanti libri “facili” o facilitati, for dummies, perché “il lettore non vuole fare fatica”: si è svenduta la letteratura (classica, di genere, tout-court) in copertine disoneste, ammiccanti, riduttive, affinché il lettore (insultato perché trattato sempre, comunque e solo da incurabile ignorante) si facesse abbindolare da immagini che solleticavano i suoi istinti più banali, o banalizzavano le sue inclinazioni più umane, senza mai proporre alcun tipo di elevazione o riflessione, negando, quindi, l’essenza stessa dell’arte. Cultura, poesia, impegno, critica e militanza sono diventati termini da censurare, dimenticare, eradicare dal pensiero comune. La strategia migliore è sembrata lo svuotamento di senso dei termini stessi, manipolazione che certo non attiene solo al mercato librario. Proprio il signor Ferrari, otto anni fa, dichiarava al Giornale il suo chiaro progetto anti-culturale, l’elenco punto per punto di ciò che sarebbe accaduto.

Ci restano degli autori illusi e auto-illusi di essere tali, una confusione di fondo tra scrittori e – e? opinionisti, arrivisti, diaristi autoreferenziali? – semplicemente non-scrittori. Pubblicità negativa che inficia anche i meccanismi del mercato estero. Autori che qui si danno per letterari devono essere proposti come letterari anche all’estero. Scrittori che qui hanno pubblicato perché “amici di” e perché “amici di” hanno buone recensioni, premi e riconoscimenti, all’estero devono essere tradotti e godere dello stesso status. Succede però che a Francoforte venga chiesta la letteratura italiana e non si sappia dove trovarla. Succede che la letteratura sia disseminata in case editrici piccole, magari piccolissime, che a Francoforte non possono permettersi uno stand, mentre succede che il grande gruppo occupi parecchi slot di pavimento, e rimanga vuoto, lasciando così contrito il signor Ferrari.

I piccoli editori in questi anni hanno dovuto scegliere, comprare, tradurre, pubblicare o apparire. Nelle librerie di catena le vetrine si pagano, la posizione si paga e non tutti possono permettersi certe cifre. E questo è solo un esempio. Ma l’editoria culturale c’è, e fa grandi libri. Alcuni piccoli editori riescono persino a comprare diritti di autori grandi – ma di quelli grandi davvero – ad anticipi bassi, perché i grandi gruppi li rifiutano, perché sulle schede si legge “ottimo autore, ma troppo letterario, non vende”, perché la traduzione di un testo di un certo livello richiede un traduttore di un certo livello, una cura del libro che i grandi non hanno da tempo, un impegno di tempo e risorse che alcune migliaia di euro non riescono a sostituire. Richiedono, i grandi libri, dei grandi lettori, che ormai i grandi editori non sono, e una grande competenza letteraria. Richiedono, i grandi libri, degli ideali, uno scopo, un progetto e un’idea che non siano manipolabili, il coraggio di rischiare davvero, e non solo per finta, la forza di resistere e la capacità di riconoscere e riconoscersi nello slancio.

E poiché noi piccoli editori siamo idealisti, vorremmo che i grandi autori e i grandi editori si incontrassero di nuovo, che la letteratura fosse di nuovo alla portata di tutti, servita a chiunque, vorremmo che i grandi editori smettessero di trattare da sciocchi i lettori e proponessero loro buoni libri, che li trattassero da ospiti di riguardo invece di servire i resti del pasto della sera prima. Vorremmo che le pagine culturali dei giornali, invece di fare “informazione libraria”, come si augurava il signor Ferrari nel 2005, tornassero a dirci se un libro è da leggere o meno. Smettessero di raccontarci la vita privata degli autori, alimentando un voyerismo culturale che ci fa guardare la letteratura solo dal buco della serratura, e parlassero una buona volta e ancora di valore, gusto e significato dei libri.

E poiché siamo idealisti, ci sembra incredibile che tutto questo sia accaduto per sciatteria e non per calcolo. Quasi vorremmo che ci fosse un programma, un disegno, e questo talvolta ci lascia confusi. Perché noi agenti di cultura in Italia non siamo una masnada di violenti prevaricatori, come riteneva il signor Ferrari, non guardiamo “con grande disprezzo a tutto ciò che non può essere rinchiuso nella cittadella fortificata che loro accuratamente difendono”. Siamo solo gente che ancora, sinceramente, è capace di desiderare.

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Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown. https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-cantiere-dellinferno-nel-bunker-di-segrate-a-tradurre-dan-brown/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-cantiere-dellinferno-nel-bunker-di-segrate-a-tradurre-dan-brown/#comments Sat, 06 Jul 2013 06:54:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14912 di Roberta Scarabelli In principio era New York. Le tre traduttrici cominciarono a consultare entusiaste i cartelloni di Broadway. Poi diventò Londra. E le tre traduttrici si dissero che anche Covent Garden non era poi male. Infine fu Segrate. Scuotendo la testa, le tre traduttrici ammisero di avere sempre amato le filodrammatiche del dopolavoro ferroviario. […]

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di Roberta Scarabelli

In principio era New York. Le tre traduttrici cominciarono a consultare entusiaste i cartelloni di Broadway. Poi diventò Londra. E le tre traduttrici si dissero che anche Covent Garden non era poi male. Infine fu Segrate. Scuotendo la testa, le tre traduttrici ammisero di avere sempre amato le filodrammatiche del dopolavoro ferroviario.

Il bunker di Segrate (ovvero la “Translation Room”)

L’esperienza più interessante nella mia formazione di traduttrice è stata quando, due anni fa a luglio, sono rimasta rinchiusa per una settimana in una stanza infuocata di Settignano, sulle colline fiorentine, a parlare di traduzione con colleghi italiani e tedeschi durante un laboratorio promosso da Viceversa e NTL. Lo scambio di idee e di esperienze, il lavoro sui testi, lo spirito di colleganza che si è creato in quei giorni rimangono per me un ricordo bellissimo, malgrado avessimo sacrificato tutti una settimana di lavoro per seguire quel corso di formazione.

Uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare la proposta di Mondadori di far parte di un team di traduttori che avrebbe lavorato in-house all’ultimo romanzo di Dan Brown è stata proprio la prospettiva di collaborare con colleghi italiani e di altri paesi a un progetto comune. Certo, le condizioni di lavoro “estreme” all’inizio hanno lasciato tutti un po’ perplessi, ma nella realtà si sono rivelate una routine tutto sommato piacevole, con risvolti anche molto positivi rispetto al lavoro solitario del traduttore.

Per sfatare subito alcuni aspetti che hanno suscitato scalpore, durante la mia permanenza nel bunker (in realtà l’aula formazione di Mondadori, sottoterra sì, ma con una parete a vetri che dà su un bel rock garden…) non ho subito perquisizioni, né soprusi né limitazioni della libertà. Né tanto meno ho dovuto mentire a marito e figlie per giustificare le mie lunghe assenze. L’unica cosa vagamente simile a una tortura era la relativa lontananza del bagno: conoscendo la ben nota abitudine dei traduttori di voler finire un paragrafo prima di prendersi una pausa, non era raro vedere colleghi che, con una certa fretta, si dirigevano verso la piazzetta metafisica e dechirichiana della Mondadori.

Gli orari di lavoro nella Translation Room erano molto ampi e flessibili. Naturalmente i traduttori in trasferta volevano ottimizzare al massimo la permanenza in Italia lavorando il più possibile, anche nei giorni di festa, per tornare in patria appena finita la traduzione. Io, milanese doc che abita a un quarto d’ora da Segrate, me la prendevo più comoda la mattina e, da brava traduttrice notturna, venivo buttata fuori alle nove, quando gli addetti alla sicurezza volevano giustamente chiudere e tornare a casa.

Già, la sicurezza…

Queste bodyguard ritratte come energumeni dalla pistola facile in realtà erano tre ragazzi gentili e socievoli, con i quali si è creato un rapporto molto affettuoso durante i due mesi trascorsi insieme. Sindrome di Stoccolma? Mah, forse solo simpatia umana. Fatto sta che l’unica cosa che sono riuscita a portare fuori di contrabbando dal bunker è il tulipano di origami che Max la guardia ci ha regalato l’8 marzo e che ora è qui in un portamatite sulla mia scrivania.

Il ritiro dei cellulari e la registrazione delle entrate e delle uscite, poi, erano operazioni che venivano effettuate con estremo rispetto e grande delicatezza, e mai una volta mi sono sentita trattare con diffidenza o come una traduttrice inaffidabile e irresponsabile, non più di quanto mi senta una terrorista passando attraverso i controlli della sicurezza all’aeroporto. D’altronde è più che comprensibile, dopo tutti i casi di pirateria di cui si è avuta notizia, che un autore così esposto all’attenzione pubblica si tuteli perché la sua opera non venga divulgata prima della pubblicazione.

Una Babele di lingue… e di compensi

Per il resto, chi mai può lamentarsi di lavorare in un ambiente privo di distrazioni, dove non squillano i telefoni, se hai un dubbio basta alzare la testa e chiedere ai colleghi che stanno lavorando al tuo stesso romanzo e sanno benissimo di cosa stai parlando, trovi il pranzo (vegetariano) pronto quando hai fame senza doverti interrompere mezz’ora prima per cucinare, e se hai un problema al computer non fai in tempo ad alzare un dito che una squadra di tecnici si precipita a risolverlo?

Ed era affascinante sentirti attorno  quella Babele di lingue che snocciolavano le frasi e i nomi a cui anche tu stavi lavorando, quei processi di neuroni e sinapsi in azione che, in una stanza, trasformavano simultaneamente un testo inglese in italiano, francese, spagnolo, catalano, tedesco, brasiliano, avvolgendone il contenuto in altre lingue e altre culture.

Non altrettanto affascinante era la consapevolezza che, se il lavoro che facevamo in quella stanza era simile, non lo era però il trattamento economico. Noi traduttori italiani sappiamo bene di essere le Cenerentole d’Europa, ma un conto è saperlo, un altro è respirare questa consapevolezza per due mesi, lavorando fianco a fianco con i colleghi più fortunati solo perché nati in un altro paese.

Non avrei mai immaginato, quando ho firmato il contratto, che la traduzione per cui ho spuntato la tariffa a cartella più alta della mia carriera sarebbe stata anche quella che mi avrebbe lasciato più amaro in bocca. Non è bello fare lo stesso lavoro dei colleghi stranieri sapendo che tu al massimo ci vivrai tranquillamente qualche mese, loro compreranno una casa ai figli con le royalties. Questa sperequazione si risolverà solo modificando a livello legislativo le norme che regolano il diritto d’autore: non possiamo neanche pensare che, in tempi di crisi e tariffe al ribasso come questi, gli editori accettino spontaneamente di allineare il trattamento economico dei traduttori italiani a quello dei colleghi europei.

Cosa ho amato dell’Inferno

In un divertente articolo sul sito della Melville House (www.mhpbooks.com/whats-worse-being-stuck-in-a-bunker-for-two-months-or-translating-dan-brown), i due ex librai Dustin Kurtz e Alex Shephard discutono se la tortura più grande per i traduttori rinchiusi nel bunker siano state le privazioni a cui erano sottoposti o il fatto in sé di dover lavorare a un romanzo di Dan Brown (e concludono con un eloquente: “And yes, I’ll let you borrow my copy when it comes out.”). Bene. Tradurre narrativa di genere non è facile. Tradurre narrativa di genere americana (per di più un autore che tutti leggono e amano criticare) e renderla appetibile ai nostri esigenti lettori italiani lo è ancora meno. Se aggiungiamo che potevamo accedere a internet solo da quattro computer (e non da quello su cui lavoravamo) e che sapevamo di avere a disposizione l’originale solo per otto settimane, risulta chiaro che l’impresa non è stata facile. Ma facendo un bilancio tra gli handicap e la grande risorsa di poter far lavorare insieme tre teste invece di una, credo che il saldo alla fine sia positivo.

E nel romanzo ho incontrato radure illuminate dal sole che hanno risollevato il mio spirito di traduttrice. Quali?

– Le tre terzine apocrife di Dante: non avrei mai pensato di dover tradurre una traduzione, tanto meno dall’inglese al volgare fiorentino del Trecento. È stata una sfida divertente cercare di ricreare, con le mie colleghe, almeno l’eco del ritmo degli endecasillabi danteschi, sotto lo sguardo incuriosito degli altri traduttori che sbirciavano mentre battevamo il tempo sulla scrivania. Loro, almeno, questo problema non ce l’avevano…

– Le disquisizioni del protagonista sulle differenze qualitative fra la traduzione in inglese della Divina Commedia fatta da Longfellow (quello del Circolo Dante, per intenderci) e da Mandelbaum: invitare milioni di lettori a riflettere sull’unicità di ogni traduzione è un omaggio ai traduttori di cui sarò per sempre grata all’autore.

– Scoprire che se dalla Peste Nera, che nel Trecento ha sfoltito di un terzo la popolazione europea, ha avuto origine il Rinascimento, allora anche il sacrificio dei lavoratori dell’editoria che oggi vengono falciati via dalle redazioni forse non sarà vano e in futuro il settore vivrà una nuova età dell’oro.

Le ricadute mediatiche

I traduttori sanno bene che i recensori letterari si dividono in tre categorie:

1)   i giornalisti che non citano mai il traduttore, sfidando impunemente la legge italiana;

2)   i giornalisti che citano i traduttori solo per criticarli tout court, il più delle volte senza nemmeno sapere di cosa stiano parlando;

3)   i giornalisti seri che giudicano a ragion veduta e circostanziata, positivamente o negativamente, il lavoro del traduttore (specie rarissima).

Dopo l’esperienza del bunker ho scoperto che ne esiste una quarta specie, “il paparazzo dei traduttori”, il cacciatore di scoop che si è reso conto che anche il traduttore può fare notizia, basta presentarlo come un fenomeno da baraccone un po’ masochista. Leggete l’articolo apparso su “TV Sorrisi e Canzoni” per capire di cosa sto parlando.

A questo punto, però, bisogna ridiscutere la questione della visibilità del traduttore. Io non ci ho mai tenuto in modo particolare, ma se la visibilità deve essere questa io ci rinuncio subito e a cuor leggero.

Continua a leggere sul sito della rivista del Sindacato Traduttori, Strade.

 

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Incubo manoscritti https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/#comments Mon, 18 Feb 2013 16:36:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13136 Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

Innumerevoli sono le armi che costui utilizza per convincere gli editor a pubblicare il suo libro. Tra le tante, l’originalità. Il suo stile è differente dagli altri manoscrittari; è importante distinguersi.

Fenomenologicamente, c’è il «manoscrittaro Nobel»: è quello che è arrivato terzo al premio Cazzabubbola di Sant’Agapito, motivo per cui la sua strada letteraria è irrefutabilmente in discesa. C’è il «manoscrittaro visionario»: «Ciao, sono il tuo amico Carlo, ci siamo conosciuti ieri sera alla presentazione di un libro della tua casa editrice. A essere sincero – gli scrittori come me sono sinceri non solo sulla carta, anche nella vita! – non ci siamo conosciuti, ma io ti ho guardato intensamente, e mi sembra di conoscerti benissimo; per questo sono convinto che apprezzerai il mio romanzo postmoderno Le onde degli angeli verdi!». Immancabile il «manoscrittaro analfabeta». Egli propone sinossi di questo tipo: «Racchiusa in una cornice strabiliante dove la morte e romanzo, si coniugano per spiegare una vita percorsa da note romantiche». Non manca, naturalmente, il «manoscrittaro stalker», figura che può comunque confluire nelle precedenti: è colui che assedia l’editor su tutti i social network e poi persino sotto casa. Citofona alle due del mattino e dice all’editor: «Sono Tonino, leggimi ora!».

Ma siamo in epoca di self-publishing. La pratica è comoda, rapida, soddisfacente. E salvifica: si elude, con una piroetta impacciata, il giudizio drastico dell’editore.

Lulu e il Miolibro.it hanno segnato la strada. E ora anche i grandi gruppi editoriali si tuffano nel mondo dell’autopubblicazione (per esempio la Mondadori, con un progetto affidato all’editor Edoardo Brugnatelli). Nasce dunque il «manoscrittaro selfpublishing».  Figura contraddittoria; la sua essenza – essere appunto un manoscrittaro – si dissolve in un lampo. Il tempo di pagare, e dunque tramutare il suo manoscritto in libro o ebook. Il suo ego crescerà fino ad annientare tutti i precedenti manoscrittari? O resisteranno comunque i manoscrittari Nobel, i visionari, gli analfabeti, gli stalker? Noi speriamo di sì. D’altronde, sono quelli più sani: in fondo, sono solo alla ricerca di un sano «NO».

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Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/ https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/#comments Thu, 26 Jul 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8819 Pubblichiamo un'intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

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Pubblichiamo un’intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

Pochi, sempre meno, i lettori forti (ossia chi legge almeno un libro al mese), e in diminuzione i lettori occasionali, nonostante una corsa continua al best seller di genere da parte dei grandi marchi, capace “magicamente” di generare nuovi lettori. Un settore in crisi, quello dell’editoria, con dati sconfortanti sulle vendite nel primo trimestre del 2012. Non c’è mercato, i clienti si stanno autodistruggendo (delusi da prodotti così generalisti e trasversali da diventare invisibili), con il governo e la politica girati a fissare ben altri e altrettanto sconfortanti panorami. E allora perché tutti questi scrittori? Perché tanto desiderio di esprimersi con la parola scritta, se non si è disposti ad ascoltare l’espressione altrui neanche in forme più immediate e corali, come la parola? E perché l’esigenza di creare nuove vetrine di questo bisogno?

Giriamo subito queste prime domande a Giulio Milani, direttore responsabile di Transeuropa edizioni, nonché direttore e creatore del progetto ISBF.

Tutta questa offerta non rischia di confondere a tal punto il lettore da distruggere la bibliodiversità di cui gli editori si ergono a difensori?

Dice bene quanto pone in premessa: l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria deve fare i conti. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione su cui si plasmano anche i modi della produzione: la grande distribuzione organizzata (GDO) prevede di raggiungere il maggior numero di punti vendita per vendere il maggior numero di esemplari dello stesso prodotto al minor prezzo. Questo impianto “ecumenico”, ovviamente, si paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO da questo punto di vista chiede all’editore di produrre il libro che vende, che ha funzionato, determinando un’omologazione epigonale della produzione.

Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali e orizzontali che rappresenta il 91% dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana.

Se la situazione non dovesse modificarsi, è facile prevedere la pressoché totale scomparsa della piccola e media editoria di qualità, così come delle librerie indipendenti, dentro un processo (conflittuale) di unificazione dei grossi gruppi editoriali e distributivi allo scopo di difendersi dai giganti dell’editoria – cartacea e oggi anche digitale – emergenti a livello internazionale (Amazon e Google in testa).

Lei ha più volte insistito sul tema della qualità, percorrendo strade inconsuete nell’attuale panorama editoriale, come quella della decrescita. “Meno titoli ma di maggiore qualità”. Può essere una soluzione economicamente sostenibile? In molti ritengono che il rischio sarebbe elevatissimo per l’editore, soprattutto per quelli di dimensioni ridotte, strozzati dalle logiche della distribuzione. È davvero così? Perché allora anche i grandi editori sembrano puntare sulla quantità?

Gli editori di dimensioni ridotte dovrebbero proprio ragionare, magari insieme alle librerie indipendenti e in modo coordinato, sulla possibilità di uscire dal circuito della GDO libraria. Ne guadagnerebbero tutti in termini di qualità della produzione, di diminuzione dell’esposizione debitoria e del rischio d’impresa, in termini di libertà di ricerca e forse perfino in termini di visibilità. Che senso ha, infatti, insistere nel voler occupare spazi sempre più ridotti, spazi sempre più presidiati dagli oligopoli, spazi che portano il piccolo editore al di là dei propri limiti e dunque della propria autenticità?

Sopra ho spiegato quali sono i motivi che portano i grandi gruppi editoriali e distributivi del nostro paese (che poi sono quattro: Mondadori, RCS, Gruppo Gems e Feltrinelli) a puntare sulla quantità: è una questione di struttura, difficile da riformare. Si possono pensare a dei correttivi, come ha provato a fare la legge Levi sulla limitazione degli sconti, ma se la struttura è quella che ho indicato ritengo difficile che possa prodursi un cambiamento effettivo. Penso che le maggiori novità si produrranno in conseguenza del cambiamento della struttura distributiva determinata dall’avvento degli ebook, una rivoluzione capace “sulla carta” di mettere in crisi l’intero settore editoriale per come lo conosciamo. Da questo punto di vista perfino i giganti dell’editoria italiana mi appaiono come dei nani da giardino un po’ obsoleti. Mentre si aprono qui nuove possibilità anche per i piccoli editori pionieri del digitale.

 ISBF ha fatto da tramite a un accordo fra alcuni marchi editoriali indipendenti (minimum fax, Keller, Laurana, solo per citarne alcuni) e le librerie Coop, per proporre ai lettori titoli con un “bollino qualità” assegnato da ISBF, basandosi sulle classifiche Dedalus/Pordenonelegge. Ci spiega come funzionerà questa assegnazione e quali i reali vantaggi per il lettore?

Tutto ha avuto inizio con le Classifiche di qualità ideate dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni. Prima 200, poi 400 “grandi lettori” – scelti tra poeti, scrittori, editor, giornaalisti, critici – stabiliscono ogni due tre mesi la classifica delle migliori novità tra poesia, romanzo, saggistica e altre scritture, secondo un criterio di qualità “pattizia”, ovvero determinato sulla base di quanto emerge dalle votazioni del “gruppo di pari”, allo stesso modo in cui in America si attribuiscono gli Oscar del cinema. È una pratica perfettibile, ma mi appare senz’altro migliore di quella dettata dalla vendita del maggior numero di pezzi.

Grazie alle segnalazioni delle Classifiche e in seguito a quelle della rubrica Scaffali nascosti di Andrea Gentile su Nazione indiana, dal 2010 abbiamo raccolto nella vetrina virtuale del farm market di ISBF una selezione di editori via via crescente, aggiungendo come criterio quello di non praticare l’editoria a pagamento (specie nell’ambito della narrativa).

Nel 2011 ho contattato il responsabile delle Librerie Coop Fabrizio Lombardo, l’unico che abbia proposto i libri delle Classifiche nelle librerie di catena del gruppo Coop, ed è nato il progetto dello scaffale della bibliodiversità. Abbiamo selezionato una quindicina di editori, con cui ci siamo coordinati per individuare i primi titoli della proposta.

Si tratta di un circuito promozionale che vedrà la collocazizone di questi titoli alle casse e in vetrina, oltre a un “bollino” di segnalazione all’interno degli scaffali della libreria. Per me è un primo passo verso la creazione di circuito capace di aumentare la visibilità, la longevità e la redditività di libri di cui normalmente ignoriamo perfino l’esistenza.

In una sua recente intervista ha introdotto il concetto di “bioeditoria”, partendo dalla costituzione di un sistema di garanzia partecipativa, costituito da editori, lettori e esperti del settore per la promozione delle buone pratiche editoriali. Si comincia forse ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento in editoria come sta avvenendo in politica? Avremo degli esiti migliori?

Siamo in anni difficili, anni di crisi, ma proprio in questi periodi si possono sperimentare e alle volte consolidare strumenti, strutture, pratiche alternative. La tecnologia ci mette alla prova, da una parte ci aiuta e dall’altra ci sottopone nuovi problemi. In questo senso non sono né ottimista né pessimista: penso che il bene e il male cresceranno in modo proporzionato, come sempre.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Può anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto molto ambizioso: aprire una scuola libertaria dove iscrivere le mie bambine.

E ora una domanda da lettore. Si sbilancia e ci dice qual è stato il libro che ha amato di più nel 2011 (non fra quelli pubblicati da Transeuropa) e di quale genere letterario pensa si senta maggiormente la necessita oggi?

Il libro che ho amato di più è Chronic city di Jonathan Lethem, edito dal Saggiatore e tradotto in modo superbo da Gianni Pannofino. Un vero capolavoro nascosto. Appartiene a un genere letterario ibrido, che chiamerei “apocalittico”. A metà tra Philip Dick e Heidegger, tra letteratura americana pop e letteratura europea di stampo esistenzialista. Questo è un genere che mi piacerebbe venisse più frequentato anche dai nostri romanzieri. Che io sappia, in Italia ci ritrovo Laura Pugno e Giorgio Vasta.

Transeuropa è fra le poche case editrici che ha investito sulla poesia. Mi fa piacere ricordare l’ultima raccolta di Franco Arminio o gli inediti di Faulkner che attendo con curiosità. Come si riesce a acquisire lettori in questo settore?

Acquistare lettori in questo settore è molto difficile, forse impossibile. Pare proprio che la poesia da noi abbia un mercato ridottissimo, diciamo pressoché inesistente. Noi cerchiamo di puntare sulla selezione degli autori, svolta egregiamente dal comitato allargato della nostra collana Nuova Poetica, un comitato attraversato da due tendenze opposte, una più classicista e una più sperimentale. E per gli stranieri fa la differenza anche il valore di chi traduce. Comunque è vero che andiamo avanti con le pubblicazioni in spirito di mecenatismo: c’è dietro tanto lavoro benevolo da parte di tutti.

La ringrazio per il tempo dedicato ai nostri lettori e le faccio i nostri in bocca al lupo, di qualità, s’intende.

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A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/ https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/#comments Mon, 06 Feb 2012 01:17:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6438 Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest'appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c'era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c'erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media... Ora, dopo un po' di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l'interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l'hotel di lusso: "È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi". Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull'editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale... e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

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Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest’appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c’era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c’erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media… Ora, dopo un po’ di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l’interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l’hotel di lusso: “È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi”. Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull’editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale… e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

Gallizio ci ha rassicurato subito dicendo che l’avremo capito nel corso dell’incontro. Subito dopo Antonio Franchini ha fatto una interessante e malinconica storia in pillole di Mondadori editore vista da uno che ci lavora da trent’anni e che si è appassionato anche a quello che c’era prima di lui, spulciando l’archivio: Mondadori che negli anni ’60, ’70 pubblicava Nabokov, Simenon e Kundera. Mondadori che faceva fare delle schede sui manoscritti che arrivavano che oggi a rileggerle danno un’idea della qualità media molto più bassa del panorama presente articolatissimo e insintetizzabile. Di Mondadori che allora per tenere d’occhio gli scrittori napoletani, bastava dare un’occhiata a quello che facevano Rea, La Capria, la Ortese, e oggi bisogna conoscere almeno una ventina di persone. Il mestiere dell’editor Mondadori come è cambiato: è più difficile selezionare e direzionare il lavoro se il livello in generale si è alzato, se gli autori si sono moltiplicati, se l’alfabetizzazione di massa produce di più e di meglio. Mondadori che ha deciso di fare un restyling della collana Sis, perché ogni tanto è giusto che la grafica editoriale cambi: libri in brossura, e con un formato più grande.

Un sacco di notizie, ha commentato Gallizio. Gallizio che poi ci ha tenuto a dire come questo breve incontro voleva partire da una prospettiva inedita che ci accomunava tutti. Nella piccola Sala Cassiopea eravamo tutti appassionati di storie, non era così? Come negarlo? Ecco che a Franchini sono seguiti altri interventi, anche interessanti ma ovviamente molto vaghi, non essendo chiara nemmeno l’area che circoscriveva il discorso. Qualcuno portava la sua esperienza personale, qualcuno citava le classifiche effettivamente sorprendenti dei best-seller su Amazon, qualcuno tipo Giulia Blasi ragionava sugli esperimenti di libri tratti dai blog (pochi esempi commercialmente validi, tipo quelli di Pulsatilla o quello di Carolina Cutolo), qualcuno come Nicola rifletteva su come sia cambiato secondo lui il rapporto tra editor e autore, etc…

A un certo punto io ho detto la mia. Ho detto che avevo l’impressione che il tema-convitato-di-pietra non fosse il dibattito sull’editoria, la letteratura, le storie, insomma non mi sembrava che si avesse bisogno del mio umile pensiero di intellettuale letterator, ma mi sembrava che Mondadori stesse manifestando implicitamente un problema di business. Mi sembrava, restando sul generico ovviamente, che Mondadori avesse attraversato gli ultimi cinquant’anni di editoria mantenendo una posizione dominante ogni volta con una strategia diversa, e che la domanda che non veniva posta esplicitamente a questo gruppetto di cui io facevo parte era: e adesso? Fino agli anni ’70 Mondadori era una delle più importanti case editrici perché faceva ricerca: e lo faceva in fondo con un’idea di editoria forse non molto diversa da quella che descrive Calasso in un articolo per il Corriere del dicembre scorso e che – sempre secondo Calasso – ha dato la direzione dagli inizi del ‘900 in poi: “l’idea della casa editrice come forma, come luogo altamente idiosincratico che avrebbe accolto opere reciprocamente congeniali, anche se a prima vista divergenti o addirittura opposte, e le avrebbe rese pubbliche perseguendo un certo stile precisamente delineato e ben distinto da ogni altro”. Un’idea che filogeneticamente Calasso fa risalire a Kippenberg in Germania e Gallimard in Francia. Adelphi si è ispirata e si ispira ancora a quest’idea, e forse allora non è un caso che oggi gli autori citati da Franchini – Simenon, Nabokov, Kundera – siano nel catalogo Adelphi. Come forse non è un caso che la grafica delle copertine Adelphi è la più immutabile che io conosco nel panorama italiano. Ispirata all’arte di Beardsley, creata con la complicità di Enzo Mari…, confrontatela con la nuova-di-zecca della Sis Mondadori a firma di Giacomo Callo, con le solite facce di adolescenti che guardano in tralice, o pre- o post- orgasmiche, e fatevi un’idea vostra di quali siano più belle, o quali funzionino di più in termini commerciali.

           

Dagli inizi degli anni ’90, la situazione dell’editoria è profondamente cambiata. Lo raccontava Richard Nash in un articolo sulla Lettura un paio di settimane fa, in cui citava anche il caso di minimum fax tra le varie case editrici indipendenti che sfruttano le trasformazioni tecnologiche per nascere. Se per impaginare un libro basta un personal computer, mettere su una casa editrice sarà molto più semplice, alle volte addirittura un gioco da ragazzi (quali erano appunto Marco Cassini e Daniele Di Gennaro nel 1994). Ma Mondadori negli anni ’90 non entra in crisi, anzi. E come fa? La mia idea è che sposti scientemente la sua posizione dominante sul resto della filiera: se nel 1994 la possibilità di riconoscere e decidere di pubblicare un autore interessante è identica per una minimum fax e una Mondadori (e allora non sarà un caso che Cassini e Di Gennaro decidano di comprare i diritti di un Raymond Carver, soffiandolo proprio alla Mondadori che ce l’aveva in catalogo nei Classici Moderni, in traduzioni parziali e addirittura monche di interi pezzi che ne stravolgevano il senso), vorrà dire che la forza industriale di Mondadori si dimostrerà nella sua potenza di fuoco negli altri segmenti: distribuzione Mondadori, promozione Mondadori, librerie Mondadori, e anche per un bel po’ cartiere di proprietà Mondadori (e anche per un bel po’ un presidente del consiglio proprietario o giù di lì). Non serve aver letto Il capitale per intuire che il potere economico ce l’ha chi possiede i mezzi di produzione. E quindi minimum fax resta per vent’anni una casa editrice indipendente che deve puntare sulla qualità per emergere (fidelizzare i lettori, sperare di battere la concorrenza editoriale di qualità sempre più diffusa), Mondadori diventa sempre di più una casa editrice generalista che deve contare sulla quantità e per cui la qualità non è più un parametro essenziale. Come del resto ha ricordato Gian Arturo Ferrari, ex-amministratore delegato di Mondadori (1997-2009) e ora semipensionato a capo del cadaverico Centro per il Libro e la Lettura, in un articolo su Repubblica di luglio scorso, in cui confessava che gli editori non possono non pubblicare tantissimo e anche quindi indiscriminatamente.

Siamo agli anni ’10, e pare, si dice, che la carta non sarà più il mezzo di produzione del libro. Pare dunque che tipografia, distribuzione e librerie non siano più come si dice asset fondamentali per l’industria culturale. Resta la promozione, uno dice. E infatti c’era proprio uno in saletta che aveva detto poco prima che prendessi la parola: “Ma allora secondo voi dovremmo investire sulla promozione, sull’ufficio stampa, sulla pubblicità?”. A qualcuno in Mondadori non sarà sfuggito questo cambiamento, e a fine luglio 2011 questo qualcuno deve aver deciso di fare un accordo con Amazon, cominciando con 2000 titoli…

La questione di mantenere per il futuro l’egemonia di Mondadori allora è risolta? Pare di sì. Perché allora si respira un’atmosfera di ansia? che fa commentare me e Nicola all’uscita: sembrava una riunione di Lehman Brothers che chiedono a un centro sociale di pensionati come fanno loro a gestire i loro risparmi. Beh forse perché è chiaro rispetto ai rapporti di forza che oggi fanno apparire Mondadori in una posizione migliore rispetto ad Amazon, uno si può onestamente chiedere se fra tre anni queste posizioni non saranno esattamente rovesciate. Dato che Amazon avrà la posizione dominante nei mezzi di produzione dell’industria editoriale, i Kindle e i magazzini, cosa può offrire Mondadori? Un buon ufficio stampa? Una buona campagna di marketing? Ossia, per dirla in un modo un po’ duro, se io fossi Fabio Volo fra tre anni (mi rendo conto, è un’ipotesi per assurdo molto molto dura anche per me), e avessi appena finito il mio nuovo romanzo e le condizioni economiche di Mondadori sono se va benissimo il 15% di royalties e quelle di Amazon se va malissimo il 35%, perché io dovrei decidere di continuare a pubblicare per Mondadori? Per il marchio? Per la tradizione? Per la pubblicità sulle riviste del gruppo?

Facevo tutto questo discorso non parlando da esterno, già. Perché io sono, confessavo, un autore del gruppo Mondadori. Fra pochi mesi dovrebbe uscire, se Dio vuole, il mio romanzo per Einaudi. E allora qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore. E questa ragione, nel momento in cui l’autore diventa un soggetto economicamente rilevante, può essere una delle cose che una casa editrice può offrire. La stessa probabilmente che offriva Kippenberg nel 1910 e Gallimard nel 1920

E quindi?, mi è stato chiesto a questo punto. Come sarà il futuro? Che strategie possiamo avere? A queste domande da centomila dollari sono rimasto un po’ ammutolito. Ma dentro di me ho pensato: Cari, se parliamo di letteratura, posso sproloquiare qui tutto il tempo, ma se parliamo di business editoriali, mi viene da dire che le strategie si pagano… E quindi, ho detto, spero che nei prossimi anni Mondadori ritornerà a essere una piccola casa editrice indipendente e di ricerca come negli anni ’60.

Risatine. Qualche altro intervento. Grazie a tutti. Distribuzione gratuita di campioni della nuova collana. Aperitivo: dove ho mangiato a scrocco cose buonissime e tantissime. Non si sa mai, approffittiamone finché dura.

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Il fascino discreto dell’underground https://minimaetmoralia.it/editoria/il-fascino-discreto-dellunderground/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-fascino-discreto-dellunderground/#comments Wed, 07 Oct 2009 08:31:41 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=858 di Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima […]

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di Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

2680314984_9744fac202Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Nonostante il mercato editoriale gestisca un media marginale, per un giovane scrittore che fa underground, il mercato editoriale significa avere un primo chiaro banco di prova di quello che si va a scrivere. Significa spesso avere per la prima volta una persona che prende il tuo manoscritto e ti dice di no e te lo riempie di segni blu e rossi come alle elementari e ti dice, qua hai sbagliato. Questa roba è illeggibile. Devi riscrivere questo capitolo. Ragazzino, se vuoi che io spenda dei soldi per promuoverti, stamparti, distribuirti, devi darmi un prodotto che sia meno raffazzonato.
Se questa cosa è brutta, e Moresco sembra far capire che è brutta, perché spedire i manoscritti a Mondadori? Perché spedirli a Feltrinelli e agli altri cattivi editori? Perché poi cercare di difendersi quando si è pubblicati da un grande editore? Perché non limitarsi a fare del sano underground per tutta la vita, tanto se non si è visibili si è vivi lo stesso, no?
La verità è che questa cosa non è brutta, significa fare scrittura, e che invece fare underground, detto fra i denti, significa forgiarsi il carattere e poco più. È una buona cosa, ma uno si forgia il carattere perché prima o poi pensa di usarlo. A me non interessa essere pubblicato da un grande editore solo se non credo di essere in grado di avere un prodotto per un grande editore che sia degno di lui e di me, nello stesso tempo. Se invece io ho tra le mani qualcosa che mi fa godere, qualcosa che ho scritto io e che mi fa godere, e che vedo che farebbe godere anche la gente che lo va a leggere, allora l’editore lo vado a cercare; cerco di fargli capire che quello che ho tra le mani fa godere e farebbe godere e vendere. Perché è un prodotto. Altrimenti continuo a fare underground.
E mi lascia anche perplesso questa cosa che le grandi case editrici dovrebbero investire pubblicando testi di avanguardia o sperimentali. Una sorta di obbligo alla pubblicazione dell’avanguardia dovuto dall’editoria di massa. Come se il lettore di massa leggesse avanguardia, come se leggere avanguardia fosse una cosa più nobile che leggere la letteratura da intrattenimento.
Poi, parliamoci chiaro: io credo che Moresco faccia anche lui un prodotto da intrattenimento. I suoi Canti del caos altro non sono che un intrattenimento destinato ad un gruppo di addetti ai lavori.
O se no dovrebbe spiegarci in cosa consiste il non-intrattenimento. Qualcosa che modifica i suoi lettori? Che li rende migliori? Cittadini più degni?

(da una conversazione su Skype)

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