[È uscito in questi giorni per Mondadori Il detective sonnambulo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla quarta parte, su gentile concessione dell’editore]
Forse sbagliai a chiedere direttamente al nero enorme all’ingresso se c’era Didier, perché non solo mi rispose che non conosceva nessun Didier, ma dopo quella domanda manco voleva farmi entrare, mentre tutto il resto della gente entrava e usciva senza problemi. Mi piazzai un po’ più in là, dall’altro lato della strada, e alla fine quello stronzo se ne andò a pisciare o a far qualcos’altro dentro, e appena lo vidi sparire m’infilai a mia volta nelle profondità del locale, che sembrava molto profondo, con tante salette poco illuminate e ragazze che fumavano nonostante il divieto e sembravano annoiate, come in attesa… Infilai una sala laterale e approcciai il barista, un altro nero ma lungo lungo e dall’aria affabile:
– Ciao, senti, devo beccare un mio amico, Didier, ma non lo vedo in giro…
– Didier? Sarà di là in ufficio.
Dentro c’era abbastanza movimento e riuscii a esplorare un po’, schivando il buttafuori che intanto tornava in posizione, fino a trovare una porta con l’etichetta STAFF. Girai la maniglia. Non era chiusa. C’era un ripostiglio dotato di cesso a sinistra; un’altra porta chiusa, di nuovo con scritto STAFF, a destra; e una, invece, mezza aperta davanti. Anche quella aveva la medesima etichetta ma da dentro si sentivano delle voci. Procedetti, fermandomi poco dopo averla varcata, in un angolo d’ombra, mentre una ragazza scura, coi capelli cotonati, mi passò davanti senza far troppo caso alla mia presenza lì.
La stanza dopo quel breve corridoio aveva l’aspetto di un ufficio, almeno per il fatto che c’era un computer su un tavolo. C’era anche una vecchia cucina a piastre e un armadietto pieno di raccoglitori. E un letto. L’unica sedia però non era al tavolo, ma in mezzo alla stanza, e piazzato sulla sedia c’era un ragazzotto magrebino tutto impaurito, con due bravacci ai lati: uno fumava ed entrambi gli tenevano ben ferma una mano sulla spalla.
– Non ci siamo proprio, – disse qualcuno, invisibile dalla mia posizione, forse seduto su un mobile o uno sgabello, perché scese con un piccolo salto. Era alto e magro ma balzavano all’occhio le spalle larghe e le braccia lunghe, con due manone tutte tendini. Aveva una camicia di ciniglia con un motivo di pesciolini, pantaloni della tuta e scarpe da runner. Si arrotolò le maniche fin sopra ai gomiti, andò verso il ragazzo con movenze ondeggianti, quasi effemminate, e ne intravidi, di profilo, il viso sfuggente, con gli occhi chiari, tra il celeste e il grigio, ficcati in un incarnato più che olivastro.
– Io mi ero fidato di te, e tu cerchi di incularmi?
– Io non… – cercò di dire il ragazzo, ma Didier gli mollò subito uno schiaffone. Poi fece un gesto col mento allo sgherro che fumava. Quello diede un tiro, andò alla zona cucina e accese una delle piastre.
– C-cosa vuoi fare… – borbottò il ragazzo sbiancando mentre Didier gli afferrava il polso e l’altro sgherro lo faceva alzare dalla sedia tirandolo dal cappuccio della felpa. Feci un mezzo passo avanti per guardare meglio, giusto al limite della zona d’ombra.
– Non cosa voglio fare, – disse Didier, – cosa faccio, – ma mentre cominciava a tirarlo verso il fornello, con aria quasi affaticata, quello ebbe un guizzo. Un bel guizzo, va detto: strappò via il polso dalla presa di Didier e gli mollò un cazzotto in bocca. Didier dovette fare un mezzo passo indietro per non cadere. Poi si asciugò incredulo il sangue dal labbro spaccato e fece partire un uno-due impressionante, un sinistro-destro sul naso e sul lato del mento, seguiti poi da un calcio al fianco che però prese quel poveraccio in piena faccia, dato che gli erano già venute meno le ginocchia.
– Pure troppo… – disse fra sé il secondo sgherro, mentre il ragazzo finiva lungo svenuto a terra.
– Hai detto qualcosa, demente?
– Niente, capo.
– Ah, mi pareva. Buttagli una tazza d’acqua in faccia, per carità.
Lo sgherro eseguì, mentre l’altro stava lì in attesa al fornello, che cominciava a fumigare di calore e vecchio unto che sfrigolava su sé stesso. Il ragazzo si svegliò. Didier lo afferrò per i capelli e lo tirò su di peso:
– Samir, tu fai trap, o sbaglio? Tu vuoi sfondare, e per sfondare ci vuole la faccia giusta… Se ti bruciavo una mano, cosa ti cambiava? Invece adesso…
Quello era troppo intontito dalle botte per dire qualcosa, ma l’occhio aperto inquadrò il fornello con orrore. Didier lo trascinò fin lì, migliorò la presa sui capelli agguantandoli anche con l’altra mano, l’intenzione pareva quella di schiacciargli la faccia sulla piastra. Quello stava perdendo di nuovo i sensi per la paura, ma Didier lo lasciò cadere, senza sfigurarlo. Non lo lasciò per pietà, ma perché captò la mia presenza di là dalla porta:
– E tu chi cazzo sei? – disse, venendo in tutta la sua minacciosa, ondeggiante presenza verso di me. Anche i due sgherri ignorarono quel disgraziato a terra per muovere nella mia direzione. Si poteva già intuire che Didier mi avrebbe acciuffato, già mi sentivo la sua manona addosso, e poi sarebbero stati cazzi anche per me, ma non so come, pur essendo più terrorizzato di quel Samir quando aveva inquadrato il fornello, una risposta mi venne:
– Sono un amico di Johanna!
* * *
Neanche un minuto dopo eravamo seduti al bar del privé e la barman, una trans creola, ci stava preparando due mojito al frutto della passione.
– Pensi che sia un cocktail da finocchi?
– Come?
– Questo. Ti sembra da finocchi?
– Uh, no, penso di no…
– Una volta un tizio mi disse che era un cocktail da finocchi e fui costretto a spaccargli il bicchiere in testa. Ti pare normale?
– Non so, io…
– Come ti chiami, poi?
– Martino.
– Vedi, Martino… Io la amo. La amo. La amo… E lei è scomparsa, scomparsa, scomparsa… – disse quell’omaccio, e si mise a piangere, grondava certi lacrimoni…
Il fatto di trovarmi specchiato in quel picchiatore frignone m’imbarazzò. Quando se l’era fatta, con questo, Johanna? Per quanto tempo? Dovevo essere cauto con le domande, ma volevo sapere tutto… Di certo, mi diceva Didier, era sicuro, sicuro, sicuro, che sarebbe tornata da lui.
Col cazzo, brutto scemo, pensai, sarebbe tornata, sì, ma da me.

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).
