Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal saggio di Giulio Iacoli su Gianni Celati che fa parte del volume collettaneo Visione e scrittura Attraversamenti e prospettive di ricerca per Gianni Celati curato da Isabella Pellegrini e Luca Stefanelli (pubblicato da Mimesis), con fotografie inedite di Luigi Ghirri e, in appendice, il saggio di Gianni Celati Mitologie romanzesche. americane.
di Giulio Iacoli
Un inquadramento preliminare: lo scrittore nel territorio della satira
Per Celati, accanto a valori storico-critici propriamente stabili, utili al fine di inquadrare e comprendere la sua predilezione per le forme della comicità, come per esempio l’identificazione del – breve, accidentato – tratto di strada percorso dallo scrittore accanto ai protagonisti della neoavanguardia, o la sua più generale associazione all’area e ai procedimenti espressivi dello sperimentalismo, sussistono zone ancora non del tutto esplorate, categorie non pienamente tematizzate a livello critico. In questo contributo intendo suggerire l’opportunità di rivedere l’opera celatiana alla luce di una particolare predisposizione dello scrittore verso l’attacco satirico, la comicità volta a irridere, la convocazione in scena di bersagli posizionati ben visibilmente nella società circostante, ovvero nell’Italia contemporanea, o appartenente a un recente passato.
Tale penchant per la satira può essere letto in un arco molto ampio della sua produzione, che trascorre dai primi intenti progettuali, dalle ricerche degli anni Sessanta e dalla pubblicazione, nei primordi del decennio successivo, di Comiche, sottoposto nell’immediato a un tentativo di riscrittura che pare accentuare proprio gli spunti e i riferimenti satirici, sino a giungere all’ideazione, da parte del Celati maturo, di figure ricorrenti come l’attore Vecchiatto e il Badalucco, rispettivamente destinatore e oggetto di una vivace invettiva, tra la pubblicazione della Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto (1996) e i Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna (2010). Ma si può altresì, nello stesso periodo che coincide grosso modo con l’ultimo venticinquennio di vita e attività creativa dello scrittore, censire la presenza di cospicui motivi satirici all’interno del ciclo, quasi scaturito da un ripescaggio dai bauli del passato, dei Costumi degli italiani, per accennare poi solamente alle diverse puntate parodico-polemiche rinvenibili in progetti collettivi come la rivista “Il Semplice”, animata, come è noto, dallo scrittore con i fidi Ermanno Cavazzoni e Daniele Benati come redattori, insieme a tanti altri compagni di strada.
Tuttavia, nel momento stesso in cui chiamiamo in causa l’importanza delle risorse satiriche per l’interpretazione ad ampio raggio dell’autore, ci imbattiamo in una serie di interrogativi, e di precisazioni necessarie. Come ricongiungere l’idea di una poetica fondata sulla centralità, se non sul primato, dell’immaginazione comica e un procedimento come la satira, che precisa, nella sintesi delle interpretazioni classiche formulata in un bel saggio da Francesco Muzzioli, “la distanza dal comico vero e proprio”, inclinando “più verso il sarcastico che verso il comico”?
Ancora, se possiamo leggere l’opera di Celati come una instancabile parodia a tutto campo della tradizione letteraria, e richiamare la contiguità e l’interazione fra i procedimenti parodici e quelli satirici nella sua produzione narrativa come nella sua attività di studioso e traduttore, che data dal confronto con Swift risalente alla seconda metà degli anni Sessanta, occorre allo stesso tempo segnalare la resistenza del discorso celatiano a essere letto in chiave di struttura ironica, alle tendenze citazioniste e a una loro funzionalizzazione in chiave di blanda critica, allo spegnimento del “senso forte” della satira e della “dialettica della contraddizione” da essa racchiusa (la sussistenza di una verità che sorge dall’azione distruttiva dell’operazione satirica), in atto nelle poetiche postmoderniste, cui pure, per certi aspetti specifici, e con una certa scettica disapprovazione da parte sua, lo scrittore è stato talora accostato.
L’ipotesi sottesa al presente ragionamento è che, in Celati, l’asse parodico-satirico trovi una compiuta integrazione nella dominante comica della sua multiforme opera, sottraendosi alla tetraggine, al volto arcigno storicamente riconosciuti al riso satirico, per via di una mobilità dell’intelligenza e della compresenza di riso destruens e felicità delle continue invenzioni narrative, per effetto dei tanti e diversi stimoli, modelli, percorsi tematici che, nella riconoscibile tensione antipedantesca e antiaccademica di fondo, trasversale ai diversi periodi e forme descritti dalla sua scrittura, incarnano una sfida generalizzata a interpretazioni stabili e unificanti della realtà.
Nella carnevalizzazione costante alla quale Celati sottopone il mondo rappresentato emergono sì, non di rado, sentimenti immalinconiti – dalla cognizione della sofferenza psichica cui è costretto l’io di Comiche, all’incomprensione prestabilita di cui sono vittime le voci narranti delle Avventure di Guizzardi e della Banda dei sospiri, sino al raccordo fra il Giovanni del Lunario del paradiso e il successivo decennio, con le narrazioni “serie” del “secondo Celati” –, finanche un atteggiamento protestatario-moraleggiante, ben leggibile dietro opere anche molto diverse l’una dall’altra, come Verso la foce e Vecchiatto, o in alcuni snodi della sua cinematografia documentaria.
Ma, come controspinta a tali effetti di una certa severa propensione giudicante, insiste altresì una piena consapevolezza del potere sovversivo del riso, della satira come alimento primario di una scrittura intesa come proliferazione di effetti destabilizzanti e mosse stranianti, volti a far saltare l’ordine logico del discorso, la tenuta complessiva dell’io che argomenta, voce e/o personaggio.
Si è detto del cimento con Swift: ospitato nel “Caffè” di Giambattista Vicari, impresa culturale a sua volta lontana da una concezione accademica della letteratura, e capace dunque di accogliere il giovane Celati in uno spazio intellettuale vivace, autonomo e attento ai generi eccentrici e alle forme della comicità, Si comincia da Swift. Per ricuperare quel “più”, del ’68, primo degli interventi di carattere swiftiano pubblicati sulla rivista, traduce in atto una visione approfondita del riso satirico nel tempo, che tradisce le predilezioni dello stesso giovane saggista. Nella recente lettura di Stefano Tieri, lo scrittore irlandese appare a Celati “il primo tra i modelli avversi” a una civiltà letteraria come la nostra, “che dall’Ariosto ai moderni moralisti sembrava aver prediletto una satira di tipo oraziano”, ovvero “tendenzialmente più morbida e accondiscendente con il contesto sociale”. Per contro, Celati nel suo scritto evidenzia il suo interesse particolare per la “satira della norma alta” (ovvero, caratterizzata da una norma morale alta), “di tipo giovenalesco”, “tendente a dilatare i fatti a proiezioni di portata globale e catastrofica, ed a vedere nella singola immagine di corruzione non il sintomo di un mondano malcostume, ma il segno di una dimensione infernale”.
La satira “demoniaca”, lo sprigionamento e l’analisi di una realtà invivibile, espressa in forma iperbolica e allegorica, rappresentano i fondamenti di un metodo che avrebbe accompagnato Celati, lo si è detto, per un lungo arco di tempo, fedele a un proposito di rappresentazione indignata di una realtà dai tratti deformi e spassosi. Ne vedremo i riflessi in una sezione specifica della sua attività satirica, come prolungamento di una tradizione italiana, e al tempo stesso come personale, instancabile repertorio di strali indirizzati al proprio Paese.
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