Pubblichiamo, ringraziando l’autrice, un racconto inedito di Gloria De Paoli il cui romanzo d’esordio, Fondali, uscirà a maggio per zona42 e verrà presentato in anteprima al Salone del Libro
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Corso Cincinnato era una distesa di asfalto rovente e platani immobili. In giro non c’era nessuno e anche le case popolari erano silenziose, una volta tanto, le persiane tutte abbassate contro il caldo. Ai piani bassi molte finestre erano protette da inferriate e a Clara questa cosa pareva onesta, le galere dovevano assomigliare a delle galere anche se magari poi gli davano dei nomi graziosi per indorare la pillola, tipo questo che lo chiamavano il villaggio di Santa Caterina ma in realtà era un buco nero da cui non si usciva più. Camminava lungo il vialone deserto e non aveva troppe idee sul da farsi; poteva andare al chiosco davanti ai giardini, prendersi un ghiacciolo e mangiarselo in fretta per non farlo squagliare e ricontò le monetine che aveva in tasca, così, per sicurezza, che tanto a cinquecento lire non ci arrivava.
Dietro di lei, una macchina rallentò. La guardò di sottecchi, una Punto grigia. Continuò a camminare.
– Ehi, chi si vede. Cara Clara.
Lei si fermò e rimase lì, in mezzo al marciapiede; una cofana di capelli neri lucidi si allungava verso il finestrino del passeggero e sorrideva. Era un tipo che quell’estate si piazzava sempre ai giardini, lì con loro; un tipo grande abbastanza da avere la patente, e che invece di prendersi una Uno Turbo o una Golf GT di seconda mano si era comprato una Punto nuova, e grigia per di più. Ma oh, gli altri dicevano che era uno regolare, vai a capire.
– Ciao, Salvo. Com’è?
– Tutt’apposto. Sai se c’è qualcuno ai giardini?
– No, ci sono passata adesso. Me ne stavo tornando a casa. – Che non era proprio vero, ma prima o poi era lì che sarebbe finita, a forza di girare a vuoto.
– Madò, oggi si schiatta. – Salvatore prese un fazzoletto appallottolato sul cruscotto, si asciugò la fronte. – Ce ne andiamo alle pozze?
Lei non sapeva bene cosa dire, e infatti non disse niente.
– Fidati, in settimana è più bello, non ce n’è gente.
Al che lei alzò gli occhi verso i giardini di là dalla strada, ma non era arrivato nessuno. – Non ho il costume – disse poi.
– E che problema c’è, ti accompagno a casa e lo prendi.
Casa di Clara era alle sue spalle, da qualche parte in quel labirinto di palazzine malmesse e prati spelacchiati e macchine parcheggiate, un alloggetto all’ultimo piano senza ascensore. Suo padre sul divano, in cassa integrazione, pantaloncini corti e sguardo torvo; sua madre che faceva le faccende e cercava di rendersi invisibile.
Quel giorno si era messa una salopette di jeans lunga fino al ginocchio, una maglietta accollata; cercò di ricordarsi che biancheria avesse addosso. – Ma no, dai, tranquo, vengo così.
Salvatore fece scattare la maniglia della portiera. – E allora salta su.
Fecero inversione e svoltarono a sinistra sullo stradone che portava fuori Torino; passarono davanti alla scuola di Clara, sbiadita e abbandonata in mezzo alle erbacce. L’aria calda entrava dai finestrini spalancati e puzzava di tubo di scappamento.
– Ti piace Vasco? – le chiese.
Lei lo guardò stranita, come se fosse un bambino tonto. – E a chi è che non gli piace?
Salvatore si fermò al semaforo rosso e allungò il braccio verso lo sportello del cruscotto. Lei si mosse sul sedile, spostò le gambe come se fosse per caso, evitò il contatto. Lui prese un cd e lo infilò nel lettore. Vasco cominciò a cantare che era stata colpa sua, solo colpa sua; Clara si illuminò e tutt’e due si misero a canticchiare, accidenti all’ipocrisia. Alla malinconia.
Oltrepassarono lo stadio e il centro di Venaria e si ritrovarono in campagna. La strada correva tra il muro del parco della Mandria e i campi di mais; più in là, le macchie di bosco nascondevano una zona industriale.
– Ma tu che ci fai in giro a quest’ora, in settimana? Non stai lavorando? – gli chiese a un certo punto; non aveva idea di cosa facesse Salvo nella vita e a dire il vero non le era mai interessato, ma di qualcosa dovevano pur parlare.
Lui continuò a guardare la strada. – Ma no, è che lavoro con mio zio. Facciamo riparazioni in giro, a volte qualche consegna, sai come sono queste cose, alla fine si fanno orari un po’ strani, dipende da quando ti chiamano, cose così.
Clara avrebbe preferito non saperlo, com’erano queste cose così, e invece poteva immaginarlo benissimo perché lei in quel quartiere c’era nata e cresciuta, e non chiese altro.
E così era sceso il silenzio finché Salvatore non disse – E tu, invece? Non dovresti essere a casa a fare i compiti delle vacanze?
Clara sbuffò e fece una risatina, come se la cosa non fosse importante. – Ma che cazzo dici. Ma secondo te in quella scuola di disperate facciamo i compiti delle vacanze?
Lui socchiuse gli occhi e fece un sorrisetto furbo. – E invece secondo me tu li fai, con quella faccia da secchiona.
Clara non disse niente, guardò fuori dal finestrino.
Parcheggiarono a bordo strada; attraversarono un breve tratto di boscaglia e raggiunsero la pozza con la cascatella in cima. Salvo aveva detto giusto, c’erano solo loro; Clara non era sicura che fosse un bene. Trovarono un pietrone piatto e stabile e largo abbastanza da starci in due.
Clara si sedette; Salvo non perse tempo e si tolse le scarpe e i jeans e la polo azzurra e rimase in mutande, lì in piedi di fianco a lei, tutto pelle scura da uomo del sud e pancia da parmigiana di mamma. Scivolò nell’acqua, si buttò all’indietro; riemerse scuotendo la testa, sorrideva della grossa. – Che ci fai ancora lì? È troppo bello.
Clara si decise e sganciò le bretelle; prima di togliersi la maglietta ci guardò dentro, il reggiseno di cotone nero la copriva bene. Esitò e si alzò in piedi e si lasciò scivolare la salopette lungo le gambe.
Entrò in acqua per metà; l’acqua fredda le pizzicava la pancia bollente.
Salvatore rise e fece il gesto di schizzarla. – Che c’è, hai paura?
Clara lo fulminò con gli occhi, poi rise anche lei e si immerse fino alle spalle, il fondale viscido sotto le dita dei piedi; si spinse in avanti con le gambe e fece un paio di bracciate a rana e si tenne alla larga da Salvatore. Si decise a immergere la testa, a bagnarsi i capelli; sentì il cervello sbollire e tirò fuori la testa per respirare e si buttò di nuovo sott’acqua e poi ancora.
Salvatore le sguazzava intorno tutto contento e anche lei sguazzava e faceva in modo di mantenere le distanze. Risero e si schizzarono e rimasero a mollo fino a farsi avvizzire le dita; si stesero a fare il morto e guardarono il cielo slavato.
Si sedettero sul pietrone ad asciugarsi, abbassarono le palpebre contro il sole di metà pomeriggio.
Salvatore raccolse i jeans e andò a nascondersi nella boscaglia. Clara si girò dall’altra parte; si sfilò le spalline del reggiseno bagnato, si coprì con la maglietta e solo allora se lo tolse. Si rimise la salopette, sperò che la pettorina le coprisse i capezzoli dritti; si sedette ad allacciarsi le scarpe e le mutandine umide le lasciarono una chiazza sul fondoschiena. Salvatore ritornò con i jeans addosso, i boxer che gli spuntavano dalla tasca.
Tornarono al parcheggio e ripresero la strada dell’andata; all’altezza della Mandria partirono i fiati di Liberi liberi e la macchina si riempì di una nostalgia leggera come schiuma d’onda.
La canzone finì che erano quasi allo stadio e fu allora che Clara disse, così dal nulla – Adesso ti dico una cosa, ma se ridi ti ammazzo. Sai cosa mi sarebbe piaciuto fare, a me? Il liceo scientifico.
Salvatore rise lo stesso. – Te l’avevo detto, io, che sei una secchiona.
– Ma che secchiona e secchiona. Mi piaceva, la matematica più di tutto. E andavo pure bene. Cioè, alle medie. Adesso mi fa schifo e basta.
– E perché non ci sei andata, al liceo?
Clara strinse le labbra e fece spallucce. – Mio padre. Diceva sei brava in matematica, fai il professionale che impari la contabilità e vedi che un lavoro lo trovi subito, che lui i soldi per mandarmi all’università non ce li aveva.
Salvo tolse una mano dal volante e le diede una pacca sulla spalla. – Cara Clara, non ci pensare. Alla fine a che cazzo ti serve, la scuola? Guarda me, tra un po’ manco le medie mi facevano finire. E invece adesso sono tranquillo, e a mia madre e a mio padre non ci faccio mancare niente. Ma quello che serviva l’ho imparato per strada, sai? Mica a scuola.
E qui Clara avrebbe potuto dire tante cose. Tipo che la contabilità la annoiava a morte, per esempio, e che lei non voleva rimanere impantanata in quel quartiere per sempre; che avrebbe voluto sapere cosa c’era, fuori da lì, e conoscere persone nuove che parlavano di cose diverse dalle solite storie di motorini rubati e trip alle otto del mattino e paste all’Ultimo Impero, che poi lei manco poteva andarci. Avrebbe potuto ripetere tutte queste cose e anche tutte le altre che aveva provato a dire a suo padre, finché a lui non erano presi i cinque minuti e l’aveva bloccata per un braccio e sbattuta sul letto e presa a cinghiate. Così alla fine non disse niente.
– E poi sei una bella ragazza – stava dicendo Salvatore, – una come te c’avrà la fila davanti alla porta, che te ne frega della scuola?
Scattò il verde. Attraversarono lo stradone a sei corsie ed entrarono nel loro quartiere e la scuola di Clara era sempre lì, con quelle cazzo di pareti di cemento e i finestroni che pareva un capannone. Salvatore seguì le indicazioni di Clara, svoltò a destra e si infilò nel labirinto delle palazzine di mattoni.
Clara si fece lasciare a due isolati da casa; suo padre ogni tanto si affacciava alla finestra, scrutava la strada. Salvatore accostò e le appoggiò una mano sulla spalla e gliela strinse un poco. – Grazie, cara Clara. È stato proprio un bel pomeriggio.
Clara annuì, cercò di sorridere. – Anche per me – disse, e sgattaiolò fuori dalla macchina.
Camminò per i due isolati che mancavano, attraversò un pratino rinsecchito e un parcheggio e si infilò nel portoncino e su per le scale. Al secondo piano si bloccò, ma poi sentì di nuovo la schiena fresca e la pancia calda di quando facevano il morto, il corpo tagliato in due dal pelo dell’acqua come un biscotto della Ringo e il cervello che sbolliva e suo padre poteva prenderla a cinghiate quanto voleva, ma questo non glielo poteva togliere.
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