Movimento 5 stelle Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/movimento-5-stelle/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Jul 2022 08:28:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Movimento 5 stelle Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/movimento-5-stelle/ 32 32 Il re è nudo, ma tutti guardano da un’altra parte https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/ https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/#comments Sat, 22 Dec 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39039 Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport. Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro […]

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Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport.

Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro le vicende politiche degli ultimi mesi rappresentate dai media, il disegno ben orchestrato di neutralizzare il progetto di cambiamento della forza politica che alle ultime elezioni ha pressoché doppiato la percentuale di consensi dei suoi diretti avversari (32.7 contro rispettivamente 18.7 e17.4).

Gli argini alla marea montante erano stati costruiti già prima della consultazione elettorale, quando la maggioranza parlamentare uscente approvò la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del partito che avrebbe poi ottenuto il 18.7-: la conta dei voti sarebbe avvenuta per coalizione, non per singola forza politica, ben sapendo che il movimento del futuro 32.7 sarebbe stato l’unico a correre da solo.

Di fatto l’argine cedette sotto la spinta delle preferenze, dato che il successo del movimento solitario finì per impedire che una delle due coalizioni raggiungesse la maggioranza parlamentare assoluta (50% + 1). L’operazione successiva è stata quindi quella di legare a corda doppio il corpo estraneo della politica italiana (annoto solo che in una democrazia compiuta non dovrebbe essere neppure concepibile l’idea di un corpo estraneo) con un compagno di cordata organico all’assetto politico tradizionale: la forza del 32.7 è stata posta sotto la tutela del partito del 17.4.

Non bisogna dimenticare che questa strana coppia dell’attuale esecutivo è pervenuta alla sua unione di fatto solo dopo che il partito del 18.7 ha pervicacemente negato il suo appoggio, nonostante gli innumerevoli addentellati programmatici che almeno la sua piattaforma ideologica avrebbe potuto consentire con le linee progettuali del movimento del 32.7.

Qualche esempio? La lotta contro i privilegi (taglio degli stipendi dei parlamentari, delle pensioni d’oro, tetto alle liquidazioni milionarie dei manager etc.), la redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli (quota 780 euro sia per il reddito di cittadinanza che per le pensioni minime), la salvaguardia dei diritti fondamentali (salute, lavoro, ambiente), il ripristino delle condizioni di legge in tutti gli ambiti (leggi lotta alla corruzione, all’evasione etc.). Ribadisco, a scanso di equivoci, che questi punti sono riconducibili alla piattaforma ideologica del partito del 18.7, non necessariamente al partito del 18.7.

Messa nell’angolo da queste manovre da burattinai consumati, la forza politica del 32.7 ha verosimilmente accettato l’abbraccio subdolo del partito del 17.4 per non disperdere un capitale elettorale che difficilmente avrebbe resistito agli attacchi, ai ricatti, alle lusinghe paternalistiche che sono il bagaglio storico di tutte le forze della restaurazione, del potere consolidato. Ha accettato questo abbraccio perfido sperando che la protezione di un contratto pubblico firmato da entrambi i contraenti fosse sufficiente a evitare la sua trasformazione in abbraccio mortale.

Di fatto è avvenuto nei mesi successivi e fino ad oggi un fenomeno distorsivo della rappresentazione dei fatti, come se i fatti fossero filtrati attraverso un prisma capace di deviare la loro effettiva paternità in modo da riconoscere al partito del 17.4 i meriti delle iniziative virtuose, a quello del 32.7 la responsabilità delle politiche più ciniche e riprovevoli. Gli esempi emblematici di questo processo – a mio giudizio non casuale – sono da una parte l’abbattimento del quartiere abusivo dei Casamonica realizzato dopo dieci mesi di istruttoria dalla sindaca romana della forza politica del 32.7, ma mediaticamente devoluto come un tributo al capo del partito del 17.4 in sella ad un bulldozer (fosse stato qualche decennio fa avrebbe forse esibito il petto nudo e un piccone…), dall’altra l’astio ideologico del decreto Sicurezza imputato a quella maggioritaria tra le due forze di governo, che ha dovuto tollerarlo a forza per non buttare – come si dice – il bambino insieme all’acqua sporca.

Oltre che caratterizzata da questo peculiare effetto prismatico, la rappresentazione dei fatti appare sottoposta anche a un particolare filtro di potenziamento selettivo, per cui l’uomo del bulldozer risulta ubiquo e pressoché onnipotente, la variante odierna del superuomo che i nostri anticorpi civili hanno tante volte in passato debellato ma che giace latente nel nostro organismo come una maledizione: la sua parola è l’ultima, la sua figura giganteggia in tutte le cronache, si tratti di vaccini, di infrastrutture, di appalti, di Europa, di giusto processo e naturalmente di autoscatti personali e di altrettanto personale ménage amoroso.

Qualcuno dice che viviamo in tempi di grossolanità trionfante, e alla fine deve essere vero se nessuno fa più caso a sproporzioni che sembrano parossistiche, come quella tra un partito sulla cui truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro la rappresentazione mediatica tace, e una forza politica messa alla sbarra perché il padre del suo responsabile incaricato avrebbe fatto interventi edilizi abusivi su una catapecchia (disabitata) di proprietà e avrebbe corrisposto al figlio dei soldi in nero per la sua collaborazione estiva nell’azienda di famiglia: se in quest’Italia dell’illegalità diffusa tutti possiamo specchiarci nel secondo, il primo è un caso unico nella sua abnormità.

La rappresentazione generalizzata proietta dunque un cono di luce potente sul capo del partito del 17.4 (mi ostino a ritenere i fatti, il risultato elettorale, più importanti delle proiezioni statistiche, cioè gli attuali sondaggi elettorali), mentre lascia nell’ombra o distorce il profilo del responsabile incaricato della forza politica del 32.7 (tralascio le considerazioni sul Primo ministro, finalmente uno che studia e lavora invece che fare il giro delle sette chiese televisive). Perché?

Perché, banalmente, il partito del 17.4 è il partito della conservazione, da qualunque parte lo si voglia guardare: il nazionalismo è retrò, lo sviluppo legato alle grandi opere e ai grandi operatori economici è retrò, la famiglia tradizionale, la paura dell’immigrato e la noncuranza per l’ambiente sono retrò, è retrò in primo luogo la data delle sua costituzione (1988), che affonda le sue radici ben addentro a una stagione politica sconfessata da anni di movimenti dal basso e ora dal civismo confluito nella forza politica del 32.7.

D’altra parte, non vedo come si possa misconoscere la visione futuribile di quest’ultima. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita almeno citare l’emancipazione dalle fonti energetiche fossili e inquinanti (è giusto spingere la transizione verso l’auto elettrica), il potenziamento della raccolta differenziata (nessuno vorrebbe un inceneritore vicino casa), il reddito di cittadinanza (sono i sociologi ad avvertire che l’efficientamento della automazione industriale richiederà misure stabili di sostegno del reddito), lo sviluppo di reti infrastrutturali ecosostenibili (banda larga, ferrovie) che rendano finalmente unita l’Italia invece che sacrificarne una parte perché l’altra possa sedere nel salotto buono e sempre più ristretto dei potenti d’Europa (a chi servono davvero TAV e TAP?); e potrei continuare a lungo.

Non si tratta qui di essere d’accordo con tutti i punti di questo programma politico, ma di coglierne la posizione dialettica rispetto all’italianissimo e gattopardesco “tutto cambi perché nulla cambi”. Dopo il crollo – colpevole – del ponte Morandi a Genova, la vecchia politica avrebbe continuato ad affidare al gestore inadempiente le autostrade italiane, con grande sconcerto di tutti noi.

Ebbene, ieri sono accaduti due fatti che mi hanno spinto a scrivere queste considerazioni. La sovraesposizione del leader del partito del 17.4 si è arricchita di due nuove tessere del mosaico strapaesano dell’uomo dei miracoli: l’abbiamo visto prima accondiscendere indebitamente alle richieste dell’associazione degli industriali, notoriamente favorevoli alla TAV e alle grandi opere, il giorno dopo il successo torinese della manifestazione no-TAV (subito scomparsa dalla scaletta dei TG), poi chiedere alla sua piazza l’investitura a trattare con l’Europa quando proprio il governo di cui fa parte come socio di minoranza ha in corso esattamente questo tipo di trattativa.

Mi si dirà che il leader del partito del 17.4 si rivolgeva al suo popolo in vista delle elezioni europee, ma la rappresentazione che dell’evento è stata data pareva sottintendere un giudizio di attuale inefficacia e una promessa di futura risoluzione di tutte le vertenze vantaggiosa per l’Italia.

E quindi ho sciolto le mie riserve, ho chiuso il mio periodo di osservazione e di valutazione: l’uomo del partito del 17.4, il piccolo uomo (politicamente) che la grancassa dei poteri consolidati ha trasformato sugli schermi in un gigante è l’antidoto programmato contro ogni evoluzione di questa nostra asfittica dimensione sociale, culturale, economica, politica. Niente di strano se tra qualche mese farà mancare il suo appoggio al governo per formarne uno nuovo con le forze di destra e di fanta-sinistra schierate per il ripristino dell’ordine, dell’inerzia e del privilegio originari.

In questo malaugurato caso il virus fascistoide e neoliberista, ora depotenziato dal contratto di governo e dalla forza politica del 32.7, sprigionerà tutti i suoi funesti effetti, di cui l’occhiolino a più riprese strizzato alle grandi lobby economiche (vedi la vicenda del Ponte Morandi e il sì alle grandi opere, inceneritori compresi) e ai grandi evasori (vedi il no alla tracciabilità di tutte le transazioni economiche con carta e il sì alla prescrizione), per non parlare della protezione offerta a Casa Pound, non è che il segno premonitore.

A fronte di questo quadro mi stupisce invece – forse questo è l’ultimo residuo di ingenuità che mi consento – che le battaglie contro l’illegalità, contro la disuguaglianza, contro il privilegio, per i valori costituzionali, per la partecipazione civica, per i diritti, che indubbiamente la forza politica del 32.7 ha ingaggiato con una intransigenza che ha a tratti il sapore di altri tempi, non vengano fatte proprie da chi è da sempre ideologicamente allineato sugli stessi valori di fondo: se il fine è lo stesso, sembra folle non collaborare alla definizione dei modi per raggiungerlo.

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Senza garantismo non esiste la politica, ovvero l’infinita fase adolescenziale dei Cinquestelle https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-garantismo-non-esiste-la-politica-ovvero-linfinita-fase-adolescenziale-dei-cinquestelle/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-garantismo-non-esiste-la-politica-ovvero-linfinita-fase-adolescenziale-dei-cinquestelle/#comments Thu, 08 Sep 2016 14:38:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31926 di Christian Raimo La giornata romana di ieri, al contrario di quanto forse appare, è stata l’ennesima ingiustificabile giornata della crisi adolescenziale di un movimento 5stelle che non sembra in grado di entrare in una fase adulta. Di fronte alle critiche e agli attacchi dell’opposizione e della stampa, ma anche soltanto di chi ha votato […]

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di Christian Raimo

La giornata romana di ieri, al contrario di quanto forse appare, è stata l’ennesima ingiustificabile giornata della crisi adolescenziale di un movimento 5stelle che non sembra in grado di entrare in una fase adulta.

Di fronte alle critiche e agli attacchi dell’opposizione e della stampa, ma anche soltanto di chi ha votato questa giunta semplicemente convinto di avere finalmente dei referenti politici credibili, i pentastellati hanno deciso di rispondere con un comizio a Nettuno, con una serie di dichiarazioni laconiche ai giornali e sui social, con un video di Virginia Raggi postato sul blog beppegrillo.it, intitolato “Facciamo chiarezza”.

Guardare questo video è impressionante, mette i brividi metterlo a confronto con gli standard che pensavamo fossero condivisi dal M5s su una comunicazione democratica e trasparente.

È uno spot autoreferenziale, livido, mortifero: girato con luci glaciali, un montaggio sincopato, inutilmente compulsivo. Virginia Raggi, una sindaca eletta con un consenso schiacciante che le dovrebbe dare un’autorevolezza indiscussa, si presenta come una vittima sacrificale: emaciata, tenebrosa, falsa come un’attrice impacciata all’ennesimo ciak di un trailer horror o di una parodia dei Visitors.

L’unico elemento di novità che sembra portare è che finalmente, invece di gettare i politici sulla graticola pubblica, si deciderà – è il caso delle indagini in corso sull’assessora Paola Muraro – di aspettare le carte dei giudici, di leggerle, e poi di decidere.

La cosa assurda è che per chi è garantista – come per esempio dovrebbe essere qualunque cittadino consapevole – non ci sarebbe assolutamente bisogno che un politico lasci il suo ruolo se c’è un’indagine a suo carico.
E questo vale nonostante il giustizialismo dei 5Stelle, i due pesi e due misure, eccetera… A chi è garantista non importa nulla che fin adesso i grillini hanno urlato in galera in galera! dimissioni dimissioni! onestà onestà! al primo accenno di interesse giudiziario, e quindi ora tocca agli altri prendersi la loro rivincita. A chi è garantista, come chi scrive per esempio, non viene nemmeno in mente di farlo. La presunzione di innocenza è una premessa irrinunciabile – al contrario di quanto nel 2015 dichiarava Luigi De Maio (“I politici hanno solo la presunzione d’indecenza”)

Le questioni sono altre e sono evidentemente politiche. La debolezza della progettualità politica di questa giunta (sono passati solo tre mesi si dice, ma per esporre delle idee non servono anni), la lampante difficoltà di scegliersi i collaboratori (che causa dimissioni a raffica e incarichi che durano nemmeno un mese), ma soprattutto la pervicacia detestabile nel dire che si è onesti, trasparenti, puri, quando si dicono bugie.

Virginia Raggi in un’agenzia del 10 agosto affermava che era “irreale” che Muraro fosse sotto indagine, e l’ha ripetuto fino all’altro giorno quando, sentita della commissione ecomafie ha dichiarato che l’aveva saputo a fine luglio.

Per chi è garantista non è un problema se un politico è indagato, e non è un problema nemmeno se un politico dice una bugia. La questione diventa seria quando non si riconosce di aver detto una bugia, che è quello che fanno i bambini.
Abbiamo già passato una lunga fase di infantilismo politico: il berlusconismo questo è stato, con i suoi video da imbonitore alla scrivania, l’ostilità al confronto con la stampa, e le dichiarazioni che venivano smentite e controsmentite ogni giorno come se niente fosse. Non abbiamo bisogno di una cupa replica apocalittica, che parta da premesse ancora peggiori – ossia la mancata educazione garantista, un’insofferenza alle premesse democratiche come la divisione dei poteri.

Virginia Raggi ha una grande responsabilità: rendere adulto il movimento 5stelle, dimostrare non di avere le spalle larghe – come dichiara melodrammatica nel video –, ma semplicemente di saper elaborare i momenti di crisi senza rifugiarsi nel vittimismo, passare l’età in cui se facevi un errore dicevi che non era colpa tua.

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“Il futuro non è mai stato così incerto”: intervista a Cory Doctorow https://minimaetmoralia.it/interviste/little-brother-cory-doctorow/ https://minimaetmoralia.it/interviste/little-brother-cory-doctorow/#comments Mon, 17 Aug 2015 05:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28051 Questo pezzo è apparso su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Cory Doctorow ti guarda fisso negli occhi, parla spedito e gesticola come un italiano, ma è un canadese che vive in Inghilterra. Giornalista, saggista, scrittore per adulti e ragazzi, da sempre si confronta con le nuove tecnologie ed è stato tra i primi a sostenere che il digitale non è in conflitto con il cartaceo. Per questo lascia scaricare gratuitamente dal suo sito i suoi romanzi, convinto che sia «una forma di promozione, perché chi ama il testo poi lo compra come volume per conservarlo con sé».

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Questo pezzo è apparso su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Cory Doctorow ti guarda fisso negli occhi, parla spedito e gesticola come un italiano, ma è un canadese che vive in Inghilterra. Giornalista, saggista, scrittore per adulti e ragazzi, da sempre si confronta con le nuove tecnologie ed è stato tra i primi a sostenere che il digitale non è in conflitto con il cartaceo. Per questo lascia scaricare gratuitamente dal suo sito i suoi romanzi, convinto che sia «una forma di promozione, perché chi ama il testo poi lo compra come volume per conservarlo con sé».

Scrive libri di fantascienza, o “fantathriller”, come Little Brother, suo libro uscito nel 2008 e pubblicato in Italia nel 2009 con il titolo X da Newton Compton, e ora di nuovo in libreria con il titolo originale, edito da Multiplayer.it nella traduzione di Francesco Graziosi e con un’introduzione di Bruce Sterling. Un romanzo per “young adult” ma che si fa leggere bene anche dagli adulti, e che dimostra come la letteratura di genere possa essere una lettura critica del nostro presente e possa suggerire vie d’uscita dalle situazioni peggiori.

È una storia di terrorismo e reazione alla repressione di Stato in nome della sicurezza, ambientata a San Francisco. Alla Chavez High School regna infatti un controllo informatico che s’illude di essere totale, ma Marcus, diciassettenne noto col nick “w1n5tOn”, è un giovane hacker e coi suoi amici Darryl, Vanessa e Jolu riesce a sottrarsi ai controlli, allontanarsi da scuola per partecipare a un gioco di realtà legato al videogame Harajuku Fun Madness e a trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico. Come in una commedia (drammatica) degli equivoci, i quattro vengono arrestati, sequestrati, interrogati e torturati dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, e una volta liberati hanno l’ordine di restare in silenzio. Ma non lo faranno, e daranno vita a una comunità di ribelli che usano la tecnologia e l’informatica come uniche armi vincenti per denunciare quanto subito e cambiare le cose.

Mr. Doctorow, Little Brother dialoga col “Big Brother” di 1984 di Orwell, ma è “little” perché è vulnerabile. Da cosa nasce questa rilettura ottimistica?

A dire il vero non tutto è positivo nella mia lettura. Le nuove tecnologie hanno cambiato il mondo in cui viviamo, hanno dato a chi detiene il potere più possibilità di controllarci, ma grazie alle stesse tecnologie anche noi come individui abbiamo acquisito un potere mai avuto prima nella storia. Il mondo è cambiato, e non si può più ragionare di conflitti in termini di spie contro spie, governi contro governi, di fronte ai quali i cittadini tacciono inermi.

Gli stessi strumenti che servono per controllare le popolazioni possono essere usati dalle persone per opporsi a situazioni considerate sbagliate o inaccettabili. Ed è grazie a questo che sono nate nuove realtà politiche anche in Europa, come i Partiti Pirata, o come il Movimento 5 Stelle in Italia. Realtà sia di destra che di sinistra, nuove forme di organizzazione per le quali vale la pena di tentare, sia nel bene che nel male, di gestire i flussi di informazione e di proporre nuove vie di interazione e di intervento nel presente. Il futuro dunque non è mai stato così incerto. Per questo, pur con molti problemi, il finale del mio romanzo non è scritto in maniera così rigida e negativa come in 1984.

Bruce Sterling nella prefazione a Little Brother la paragona a Jules Verne. Come vive questo confronto?

Ne sono onorato. Basti dire che il secondo nome di mia figlia è “Nautilus”, come il sottomarino di Ventimila leghe sotto i mari. Leggendo i libri di Verne mi sono prima emozionato, poi ci ho ritrovato le aspirazioni e le paure che i francesi come tutta la società del tempo nutrivano nei confronti di tecnologie che si sviluppavano velocemente e che caratterizzavano, cambiandolo, il mondo. Io cerco di fare lo stesso.

Mi spiego: proprio Sterling dice spesso che in fondo i “fantathriller” sono romanzi di fantascienza in cui c’è tra i personaggi il Presidente degli Stati Uniti, solo che non parlano di come funzionano i computer. Tutti, nei romanzi e soprattutto nei film, usano laptop, pc di vario tipo, ma non se ne conoscono i programmi, le possibilità, le capacità, le specifiche. E a me interessa proprio questo: raccontare all’interno di una storia anche cosa e come si usa. Come faceva anche Verne, adesso che ci penso. La fantascienza per me è proprio una riflessione su questo argomento.

In effetti Marcus, che deve ideare uno spazio di comunicazione libero per organizzare il dissenso, racconta proprio come procede nel costruirlo.

Sì, a ben vedere è poi una questione di guerriglia asimmetrica, di trovare le debolezze dell’avversario per usarle a proprio vantaggio. E parte da una consapevolezza ovvia: un tempo se bombardavi la centralina di una compagnia telefonica nessuno più poteva comunicare. Ora è tutto diverso, non è più possibile ad esempio distruggere una struttura come internet. Ma a ben vedere ogni cosa si trasforma di continuo, ha mille strade possibili per continuare a esistere e a cambiare. Insomma, bisogna fare i conti con strutture che non sono più solide come un tempo, e prendere coscienza dell’impossibilità che qualcuno o qualcosa controlli tutto come ai tempi di Orwell si pensava potesse succedere. Qualcosa sfuggirà sempre, e genererà altro. Come dimostra appunto Marcus, che non è un vendicatore solitario, ma una persona capace di aggregare e creare un gruppo, una comunità che agisce, e ci riesce proprio modificando oggetti tecnologici di massa come una consolle di videogiochi per creare uno spazio di comunicazione libero.

I primi ad aggregarsi nel romanzo sono dei fan di un videogioco. Secondo lei i “fandom” e le “community” potrebbero assumere un ruolo politico decisivo nel futuro?

I movimenti politici nascono attorno a realtà e passioni condivise, come appunto avviene per le community e per i fandom. E i videogame, ad esempio, si aprono sempre più a temi, discorsi, situazioni di tipo politico, stimolando attraverso simulatori o percorsi narrativi la nascita di una coscienza o di consapevolezze attorno a precise questioni.

Little Brother parla ad esempio di diritti civili, di conflitto con la sicurezza nazionale.

Ci sono molti elementi che echeggiano nel mio romanzo: l’11 settembre, il Patriot Act, Guantanamo, la questione Wikileaks… I lettori “young adult”, espressione che peraltro considero un’etichetta per far trovare i libri nei negozi, per la maggior parte sono troppo giovani per ricordare quegli eventi o per averli compresi nella loro complessità, ma vorrei che Little Brother li facesse riflettere sull’ossigeno politico nel quale sono cresciuti e che stanno ancora respirando. Vorrei insomma che si chiedessero se le cose possono cambiare, e come.

È quello che si è augurato Neil Gaiman recensendo questo romanzo. Però Marcus non mi sembra un diciassettenne comune.

Certo, Marcus è un cittadino consapevole dei suoi diritti, conosce le leggi, sa come aggirare i controlli, ha obiettivi e contrasta le ingiustizie , è bravo col computer, sa come risolvere i propri problemi attraverso l’informatica, ma solo connettendosi con altre persone può risolvere problemi più grandi, comuni. Diciamo che mi auguro che sempre più ragazzi diventino come lui, e che riescano ad aggregare persone. In fondo, i personaggi letterari possono essere anche dei modelli da imitare.

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La vista da qui: sulla politica https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/#comments Fri, 05 Sep 2014 12:45:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23129 Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un'internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

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politica internet

Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

Nel copione c’è scritto che nulla, dopo internet, resterà come prima: i giornalisti scompariranno (Grillo dice tecnicamente «moriranno»), i politici corrotti verranno spazzati via, i cittadini governeranno in tempo reale decidendo ogni cinque minuti dallo schermo del proprio computer per il bene del paese. Che il guru che introduce Grillo a tutta questa supremazia della tecnologia che libera e affranca sia una specie di pubblicitario che va in giro a vendere la propria vision alle aziende, è un particolare assai utile a completare il quadro.

Gli effetti dell’inedito sodalizio sono, in ogni caso, impressionanti e nel giro di pochi anni, nel bene o nel male, fanno la storia della comunicazione digitale e politica di questo paese. Il panino rivoluzionario che Gianroberto Casaleggio confeziona e Beppe Grillo espone dalle pagine del suo blog è segno dei tempi e perfetta rappresentazione di un paese immobile dal punto di vista tecnologico, ma comunque disposto a sposare qualsiasi causa che abbia una vaga allure scientifica e sia fortemente punitiva nei confronti dello status quo. Mentre tutto questo fragorosamente accade e il blog di Grillo diventa il centro di una vasta discussione politica e di mille rimbalzi sui media convenzionali, quasi nessuno fa caso al fatto che Grillo, fin dagli inizi, sta a internet come Raffaella Carrà sta a Erik Satie: il comico genovese comunica in maniera efficace ma assolutamente convenzionale a una platea composta in larga misura di ascoltatori altrettanto convenzionali; non partecipa ad alcuna discussione fra pari, non risponde ai commenti sul suo blog. Utilizza, insomma, le piacevolezze del broadcasting e della comunicazione da-uno-a-molti tipica dei vecchi media. Con chiarezza strategica rinuncia a ogni forma di quella relazione bidirezionale che è invece la prerogativa fondante della rete internet, oppure forse, per qualche ragione, Casaleggio non gliela spiega. È una scelta che fa scuotere il capo agli sparuti puristi della rete (compreso il sottoscritto) ma che nel tempo si rivelerà utile per Grillo e perfino per noi. Una simile negazione ci aiuterà a comprendere come internet possa essere spesso molte cose assieme: il laboratorio di una nuova forma di intelligenza personale così come il megafono ben amplificato del più prevedibile populismo.

Non basta infatti la siderale distanza fra pratiche di rete e il più letto blogger della internet italiana ad affievolirne la carica comunicativa: in un paese digiuno di scelte digitali e quindi scarsamente abituato al controllo personale dei fatti, le grossolane sciocchezze che compaiono sul blog di Grillo, dalle Biowash[1] che lavano i panni in lavatrice senza detersivo, alle uova cotte fra due telefoni cellulari,[2] fino alle più recenti teorie di vulcanologi autodidatti che annunciano di saper prevedere i terremoti,[3] nulla di tutto questo mostra di avere un impatto sufficientemente negativo sulla reputazione del comico genovese. Succede anzi l’esatto contrario e il blog di Grillo contribuisce in maniera consistente a raccogliere un’audience di sostenitori molto rumorosi e fedeli, disposti a impegnarsi in qualsiasi battaglia lanciata dal capo.

Senza entrare nell’analisi dei temi politici sostenuti da Grillo e Casaleggio e senza dimenticare l’autenticità dei tentativi di organizzazione politica dal basso dei grillini, poi confluiti nel Movimento 5 Stelle (nella parabola che va dai primi liberatori Meet Up spontanei fino ai contratti per l’utilizzo del marchio che Grillo fa firmare ai candidati del suo movimento), è importante sottolineare che la superficialità e un certo grado di evidente ciarlataneria restano negli anni una caratteristica costante sia del blog di Grillo che delle sue uscite pubbliche. Come si dicono le cose è infinitamente più importante di cosa si dice. Nel recente libro scritto insieme a Casaleggio e Dario Fo per l’editore Chiarelettere dal titolo Il Grillo canta sempre al tramonto[4] Grillo spiega a Dario Fo come funziona il noto sito web a luci rosse YouPorn, e lo fa con la purezza e l’ingenuità del neofita, dipingendolo come una specie di utopia della libertà sessuale.

Dopo che hai visto questo filmato gratis, sul monitor appare automaticamente il genere di donna che hai visto. Abita vicino a te, nella tua città e se vuoi si collega con te immediatamente. Lei è in casa sua che ti guarda con una webcam e tu guardi lei. Se vuoi parlarle clicchi, fai conoscenza e ti metti d’accordo per una prestazione. In questo modo il rapporto è diretto, non c’è più il magnaccia, lo sfruttatore, e non vai più per strada. La rete toglie tutte le intermediazioni, toglie anche le donne o gli uomini dalla strada. Vuol dire che tu fai pornografia in proprio, tu direttamente, ti metti in rete e ti pagano. Se non vuoi pagare la prestazione ti fai filmare in una scena sessuale con un quadratino nero sul volto così non ti si riconosce. Ti filmano e mettono il filmato sul sito, e tu non paghi niente, è tutto gratis. Insomma sesso a chilometro zero. Poi può capitare che chi ti contatta è la tua collega che si è connessa online dall’adiacente angolo del tuo ufficio.

Dal testo risulta chiaro che Grillo non ha compreso (e nessuno evidentemente si è sentito in dovere di spiegarglielo) che i popup pubblicitari che invitano a chat sessuali, su YouPorn così come su altri siti analoghi, sono basati sull’ip del computer collegato e non sull’effettiva vicinanza geografica della possibile partner. Basandosi su questo fraintendimento tecnologico il comico spiega a Fo e ai lettori del suo libro come attraverso YouPorn la tua vicina di casa si possa offrire per incontri di sesso a pagamento, cosa che è evidentemente assai lontana dalla realtà.

Questo successo dell’uomo senza reputazione dentro la macchina digitale della reputazione è forse il maggiore contributo sociologico che l’ascesa di Beppe Grillo ha dato alla nostra comprensione delle dinamiche di rete applicate alla politica. Grillo ammira un paladino del software libero come Richard Stallman[5] ma vive di copyright, incensa l’open source[6] ma progetta – per i tentativi di democrazia diretta dei suoi parlamentari – software proprietari,[7] invoca la libertà di espressione ma censura i commenti sgraditi sul suo sito.[8] Mentre si esibisce in tutto questo, non solo internet sembra consentirglielo ma trasforma questa sconsiderata e goffa alterità in un valore attorno al quale radunare forze e consensi.

Grillo, al contrario di quanto si pensa comunemente, è il prodotto, forse l’ultimo, della notorietà televisiva, delle nuove forme di «attivismo da divano» unite all’enorme insoddisfazione che attraversa il paese.[9] Le grandi folle che accompagnano le sue uscite pubbliche di questi anni, dai Vaffanculo Day ai trionfali comizi elettorali in giro per l’Italia per le politiche 2013, sono composte in buona parte dal pubblico dei suoi spettacoli teatrali, dall’audience dei suoi show televisivi ai quali si somma la grande folla dei curiosi che hanno infine intercettato un personaggio pubblico che lancia le loro stesse imprecazioni nei confronti di una politica asfittica e impresentabile. Mentre la pars costruens della proposta del Movimento 5 Stelle è materia spesso tenuta in scarsa considerazione (per esempio l’uscita dall’Euro o il reddito di cittadinanza), gli italiani scendono in piazza e votano Grillo perché amano in lui l’attacco frontale al potere, l’insulto sguaiato ai privilegi, la battuta feroce che raggiunge finalmente i grandi notabili e i capi d’azienda. Grillo nel suo progetto distruttivo (che nel tempo, secondo le intenzioni originarie, dovrà riguardare direttamente anche i partiti politici) non si risparmia e mette tutto se stesso: per questo la gente vuole ascoltarlo in piazza, ridere con lui, alle volte anche solo per non piangere. In tutto questo, il ruolo del blog di Grillo e della rete internet nell’ascesa del consenso verso il Movimento 5 Stelle è un ruolo molto sopravvalutato, anche, in parte, per quella fiducia assoluta e cieca che siamo soliti attribuire alle cose che non conosciamo.

Politica, web e cimiteri

C’è stato un momento esatto nel quale mi è stato chiaro che, ancora per molti anni, non ce l’avremmo fatta. Che mentre noi quattro gatti entusiasti fantasticavamo delle grandi possibilità che lo sviluppo di internet avrebbe offerto a tutti, in Italia ci si occupava d’altro e nessuno ci prestava attenzione. Soprattutto, in quel momento, mi è stato chiaro che non c’erano grandi differenze ideologiche o di schieramento: destra e sinistra, quando si trattava di cambiare orizzonte e immaginare una nuova società delle reti, ragionavano alla stessa maniera. Questo momento di personale disincanto ha una data precisa, il 7 marzo 2001, giorno in cui il Parlamento italiano compatto (con la minuscola eccezione dei Radicali) votò la legge 62/2001 sull’editoria. Era un mercoledì, non esattamente da leoni.

Nelle settimane precedenti migliaia di utenti di una internet italiana a quei tempi giovanissima, attraverso una petizione online,[10] avevano chiesto ai firmatari del ddl e al Parlamento che quella legge, che conteneva una definizione pericolosa di «prodotto editoriale» applicata al web, venisse emendata, visto che in base a un’enunciazione così vaga si sarebbero potute estendere (come poi puntualmente accadde) a qualsiasi pagina web norme e responsabilità riservate ai giornali, compresa l’obbligatoria assunzione di un direttore responsabile.

L’articolo 1 della legge 62/2001 recita così:

Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Quindi ogni pagina web italiana, secondo il legislatore (o secondo una possibile interpretazione futura del testo della legge da parte di un giudice) era un prodotto editoriale. Gli estensori della legge negarono che un’idea del genere fosse nei loro intenti ma si rifiutarono comunque di modificare il testo.

Mentre l’art. 3 della medesima legge dice:

Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948.

Così oggi sapete come mai, navigando su normalissime pagine della rete internet italiana, vi capita di inciampare in una specie di piccolo disclaimer di questo tipo: «Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità definita. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/03/2001».

Un simile inutile annuncio è una delle nefaste conseguenze di quella norma. Nel momento in cui scrivo Google indicizza oltre 1.200.000 pagine web nelle quali un cittadino italiano è stato costretto a specificare che la sua pagina web non è un prodotto editoriale, non è una testata giornalistica e viene aggiornata quando capita. Inutile e ridicolo trionfo burocratico per colpa di una norma che non esiste da nessuna altra parte nel mondo e che fu invece votata da quasi tutti.

E per celebrare il trionfo dell’insensatezza negli anni è poi davvero accaduto che un giudice accusasse il gestore di un sito web di «stampa clandestina», appoggiandosi a una vecchia norma retaggio dell’epoca fascista e all’impianto di questa legge del 2001, contribuendo così a disegnare uno dei punti più bassi della nostra storia di paese digitale.[11]

Il Parlamento in ogni caso è sovrano e, nella sua sovranità, scelse compatto di non sentire ragioni, votando e poi sostenendo una norma di cui ci siamo ampiamente vergognati per molti anni. Ironia della sorte, i proponenti del provvedimento erano alcuni parlamentari di sinistra come Vannino Chiti e Giuseppe Giulietti (quest’ultimo oggi è il portavoce di Articolo 21, «un’associazione di esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo; giornalisti, giuristi, economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero»), e non esponenti di una ipotetica destra intollerante che desiderava censurare internet.

Da allora a oggi non molto è cambiato, il Parlamento ha continuato a produrre pessime leggi per internet e la comprensione della centralità della rete (che nel resto dei paesi europei è ormai assodata e ampiamente praticata) è affidata, a titolo di missione impossibile, a singoli parlamentari illuminati dell’uno e dell’altro schieramento. Costoro, anche oggi, a molti anni di distanza, riescono a orientare pochissimo le decisioni collettive, faticano a scalfire pregiudizi e superficialità. Dentro le camere del potere, esattamente così come fra la popolazione nelle piazze e nei bar, internet continua a essere raccontata nei suoi aspetti morbosi e pericolosi. I progetti di legge che la riguardano sono spesso figli di questi pregiudizi; coloro che fisicamente si intestano la redazione delle norme sono molto simili, per aderenza al tema e fantasia, all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che una volta, mentre nel 2007 era commissario europeo per la sicurezza, propose a Bruxelles una sua idea per sconfiggere il terrorismo su internet: si potrebbe, disse suscitando l’ilarità di molti, chiedere a Google di vietare le parole bomb, kill e altre keyword dalle ricerche.[12] Se si fosse applicato con maggior costanza nella medesima direzione, forse Frattini avrebbe potuto immaginare di eliminare il terrorismo semplicemente sradicando le tastiere dai computer, ma non arrivò a tanto. In ogni caso il livello medio delle idee dei nostri politici nei confronti di internet da allora, e mi costa dirlo, non è cambiato di molto.

Se questo è davvero il panorama generale dei rapporti fra politica e rete, la presenza attiva dei nostri politici su internet, molto aumentata in questi anni, aggiunge quel tono di crudele nonsense allo scenario generale e si spiega solo in una maniera: presidiare meglio possibile ogni ambito comunicativo, anche il più reietto e marginale. A differenza dei media convenzionali, che negli anni hanno saputo costruire un rapporto stabile, spesso di reciproca soddisfazione, con il potere politico, internet ha un grande apparente vantaggio: ha ancora oggi costi di visibilità piuttosto bassi (che possono al bisogno essere sapientemente amplificati da mani esperte) e può essere gestita ignorando completamente i fastidi della conversazione. Perché conversare costa tempo e credibilità, richiede un’energia e un’empatia che spesso i politici non hanno. Non è un caso che al momento gli unici che abbiano scelto di «conversare» in rete siano i parlamentari del Movimento 5 Stelle, e questa sembra essersi rivelata una scelta tanto ammirevole quanto autolesionista. Aprirsi alla rete, cosa che tutta la politica dovrebbe fare per propria naturale predisposizione, racchiude una controindicazione molto forte: occorre sapere che i temi e i toni delle discussioni saranno poco controllabili e difficilmente prevedibili. Che le bugie si accumuleranno e avranno maggior audience delle cose vere, sia che a pronunciarle sia il rappresentante politico sia che a sostenerle siano i suoi detrattori, i quali saranno comunque molti, rumorosi e inattesi. E su questo torniamo, visto che è il centro del problema; prima però voglio dirvi dei cimiteri.

Mi piacciono molto i cimiteri. A Londra ce ne sono alcuni formidabili: quando posso vado a passeggiare a Highgate dove, a poche decine di metri di distanza, ci sono la piccola bellissima tomba di Douglas Adams (l’autore di Guida galattica per gli autostoppisti, che Dio lo abbia in gloria) e quella mastodontica e imbarazzante di Karl Marx.

Se un giorno vi venisse voglia di fare un giro nei cimiteri web della politica italiana, trovereste centinaia di pagine abbandonate, sommerse dall’edera e dalle radici, trasformate in tombe digitali spesso poche ore dopo un trionfo o una sconfitta elettorale. Cumuli di parole e immagini lasciate lì, senza un saluto, senza un «grazie è stato bello» o un «peccato, ci abbiamo provato», perché la retorica della politica sul web prevede che internet sia il diario sentimentale del candidato, il suo filo diretto con l’elettore, ma solo fino al momento in cui il sipario del voto si chiude e iniziano le cose davvero serie. E non c’è da meravigliarsi se il politico tanto attivo su internet le settimane prima del voto poi firmerà pessime leggi per internet dopo aver lasciato ad ammuffire la sua casa digitale. Si tratta in fondo di due facce differenti del medesimo disprezzo.

L’aspetto cimiteriale della politica sul web, la brusca interruzione molte volte ripetuta di una relazione con l’elettore, forse ha scalfito qualcosa nella reputazione dei nostri politici, più probabilmente no. Di sicuro, però, è un tema che meriterebbe di essere approfondito: il segno di un rapporto interamente plastificato fra politica e rete come chiave di lettura di una arretratezza complessiva vasta e disarmante.

I primi cimiteri della internet politica italiana sono stati cimiteri di blog, aperti e chiusi da politici particolarmente sensibili alle mode del web nella prima metà degli anni Duemila. C’è stato un periodo in cui avere un blog era considerato un gadget irrinunciabile e un simbolo di travolgente eleganza. Ogni candidato sufficientemente equipaggiato dal punto di vista della modernità ha avuto un blog verso il 2005-2006 dentro il quale uno stagista appuntava le date dei comizi, i testi dei comunicati stampa, le comparsate televisive. Ciascuno di questi poveri siti web è oggi seppellito dentro la memoria glaciale della Wayback Machine,[13] forse uno dei progetti più commoventi e importanti di archiviazione della rete internet. Per quanto brutto e imbarazzante fosse il vostro sito web in un periodo lontano che voi avete dimenticato, la macchina automatica del ricordo ne terrà traccia, la Wayback Machine ne avrà salvato una copia. Fra cento anni uno studioso della preistoria web forse radunerà queste pagine e ci dirà con esattezza chi eravamo e cosa diavolo stavamo facendo da queste parti. Noi, nel frattempo, riposeremo in qualche posto meno affascinante di Highgate.

Eppure dentro certi bellissimi cimiteri è talvolta possibile rintracciare i segni di una grande vitalità. Per esempio al Père Lachaise a Parigi, in un cimitero storico formidabile e affollato, qualche anno fa sono riusciti a trovare uno spazio, vicino alla tomba di Chopin, per la salma di Michel Petrucciani, grande pianista molto amato. Londra ha accolto a Highgate, nella parte più antica e inarrivabile del cimitero, il corpo di Aleksandr Litvinenko, dissidente russo avvelenato con il polonio in un sushi bar del centro della città nel 2006; la sua tomba non è distante da quella di Elizabeth Siddal, moglie amatissima del poeta e pittore Dante Gabriel Rossetti, morta per una overdose di laudano nel 1862.

A volte, in luoghi inattesi come i cimiteri, capita che si ricompongano i fili sentimentali del mondo: lo stesso accadrebbe se noi domani decidessimo di seguire le tracce invisibili della politica sul web a partire dalle migliaia di pagine abbandonate, cancellate o sepolte di cui nessuno si occupa più.

Ode alla gerarchia

Lasciando i cimiteri e il valore documentale inesplorato delle pagine morte sul web (un tema che non riguarda, evidentemente, solo la politica) rimane da capire a cosa serva «essere in rete» per un politico oggi, oltre a fornire materiale documentale per autopsie storico-filologiche nel prossimo secolo.

Per molti anni ho pensato che la presenza in rete fosse fondamentale per qualsiasi politico serio, che il web e i social network fossero il luogo naturale della trasparenza, della discussione politica oltre che della elaborazione del pensiero politico. Da un po’ di tempo a questa parte non ne sono più così convinto.

Internet è certamente utile alla trasparenza della politica. Si tratta di un valore imprescindibile che dovrebbe precedere qualsiasi tentativo di interazione. Quale luogo migliore per mostrare nei dettagli agli elettori, per esempio, chi paga il conto della propria attività politica? Da quando le amministrazioni hanno a disposizione lo spazio infinito delle proprie pagine web sembrerebbero non esserci più scuse per una glasnost assoluta dei dati di qualsiasi gestione politica. In realtà le dichiarazioni di principio non sempre sono sufficienti: gli open data, di cui si parla moltissimo da qualche anno, sono fasci di bit talvolta di difficile decodifica, i pdf delle scelte amministrative possono essere sepolti in angoli bui del proprio sito web rendendone arduo il reperimento. Così la trasparenza è diventata una bandierina: associarla al web è servito molto spesso a raccontare una storia, prima ancora che ad aprire il forziere delle informazioni ai cittadini curiosi.

Quando l’amministrazione comunale di Forlì decise di abbattere un centinaio di magnifici pini centenari in un viale dietro la casa dove abito quando sono in Italia, alle mie proteste via email sulla mancata informazione relativa a una scelta così grave, l’assessore all’Ambiente rispose affermando che all’iniziativa il Comune di Forlì aveva invece dato la necessaria pubblicità. Non tanto sul sito web del Comune, dove anche durante le proteste di quei giorni era quasi impossibile rintracciare notizie al riguardo, ma con un’assemblea pubblica indetta molti mesi prima, alla quale avevano partecipato una decina di persone, e con la pubblicazione di un breve articolo su un sito web di informazione locale che non avevo mai sentito nominare.

Questo per dire che la trasparenza è una categoria dello spirito, non un’evenienza imposta dalla tecnologia. Se desideriamo essere trasparenti la tecnologia ci aiuterà, se il nostro scopo è essere oscuri e mimetici la tecnologia sarà in grado di supportarci ugualmente.

Durante la campagna per le primarie del 2012 Matteo Renzi era solito ripetere a ogni comizio e a ogni intervista televisiva che la sua campagna era finanziata dai cittadini attraverso il fundraising sul suo sito web. Quando gli domandai chi fossero i finanziatori della sua campagna[14] mi rispose che entro 90 giorni tutti i denari spesi e quelli ricevuti sarebbero stati messi online.[15] Questo è poi in effetti avvenuto, anche se in maniera caotica e complicata; tuttavia, nel momento in cui scrivo, la pagina del sito web di Renzi sulle entrate del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi dà un errore 404 (pagina non trovata).[16] Il racconto della propria trasparenza vince sempre sull’attenzione alla trasparenza stessa.

Ancora più complicato il tema dell’interazione dei politici con i cittadini. Qui la variabile tempo assume un ruolo fondamentale. Senza arrivare ai record di Renato Brunetta, che durante il suo mandato di ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione nel periodo dal 2008 al 2011 ha dato alle stampe non solo i libri Rivoluzione in corso (Mondadori 2009), Sud. Un sogno possibile (Donzelli 2009) e La mia politica (Marsilio 2011) ma anche, insieme a Fabrizio Nonis, Oggi (vi) cucino io. Viaggio nella cucina regionale italiana: ricette, ricordi e varia umanità (Sperling & Kupfer 2010), il tema di dare una gerarchia intelligente al proprio tempo, per chi fa attività politica, è da sempre un’esigenza fondamentale.

Si potrà eventualmente scegliere di partecipare a un talk show televisivo ogni sera (come fanno moltissimi politici attuali dalle ampie vedute) oppure scrivere un libro di ricette durante il mandato ministeriale, così come passare molto tempo – come si dice in gergo – sul territorio ad ascoltare i problemi dei cittadini dalla loro viva voce. Oppure si potrebbe dedicare una quota della propria attenzione a internet.

Per un lungo periodo, specie per i politici di primo piano, incontrare i propri elettori (e i propri detrattori) in rete è stata un’attività meritoria ma soprattutto un’effettiva perdita di tempo. Il numero di potenziali elettori che era possibile intercettare sul web era tutto sommato basso e il tempo da impegnare per simili conversazioni non era esiguo. Era anche, semplicemente, tempo speso male, perlomeno nell’ottica dell’efficacia dei risultati. Negli ultimi anni la presenza degli italiani in rete è aumentata molto, specie in relazione alla massiccia apertura di profili su Facebook, e il bacino di riferimento per la comunicazione politica si è fatto più interessante ma, ancora una volta, con una variabile significativa legata al tempo. E siccome nessun politico di primo piano ha il tempo per leggere le centinaia di commenti che ogni giorno lo riguardano sui blog, sui siti web e sui social network, anche sull’onda di analoghe esperienze americane, dove evidentemente simili problemi si sono presentati prima, si è pensato che una soluzione possibile al «problema tempo» fosse quella di acquistarlo, affidandosi ad agenzie di comunicatori professionali che rappresentassero in tutto e per tutto il politico in rete. Talvolta in maniera silenziosa, altre volte rendendo esplicita la presenza di una figura terza con la sigla st (staff) a fine messaggio.

Ma se il desiderio dei cittadini di intavolare una discussione su Twitter con Pierluigi Bersani o Pier Ferdinando Casini, sapendo che stanno per confrontarsi con uno stagista ignoto, tenderà a zero (con l’eccezione dei polemisti e degli insultatori seriali che sono disposti ad attaccare chiunque, compresa una terza persona stipendiata dal leader politico), è anche vero che demandare ad altri la propria presenza online diventa una scelta quasi inevitabile se si considera il tempo che richiede e le difficoltà intrinseche del linguaggio di rete.

Comunicare su internet è solo apparentemente facile e immediato. In realtà si tratta di una lingua che si impara, che comprende molti possibili differenti dialetti, che non è quasi mai sovrapponibile alle esperienze di comunicazione cui siamo abituati nella vita reale. Potremo essere brillantissimi in un comizio o in uno studio televisivo e contemporaneamente disastrosi su Twitter: capita di continuo.

Farsi capire in rete è un percorso che si impara a proprie spese, sbagliando, abbandonandosi a reazioni precipitose e impulsive un istante prima di aver compreso il significato reale della frase alla quale si è appena risposto, educandosi al rispetto verso gli altri (soprattutto gli sciocchi), ma anche riuscendo a utilizzare con misura il sarcasmo, scoprendo da soli quando è il caso di tacere e quando di scusarsi, quando vale la pena approfondire e quando lasciar perdere. Da questo punto di vista affidarsi a un professionista che viva la rete al nostro posto è contemporaneamente un’ottima e una pessima idea. Ci saranno meno errori, appariremo più adeguati e amabili, ma la persona che starà conversando in rete non saremo noi. E chi starà all’altro lato della conversazione spesso se ne accorgerà. E quando se ne accorgerà resterà molto deluso. Di noi, non del nostro social-media-consulente.

È questa la ragione per cui i pochissimi politici di primo piano che hanno una credibilità e una reputazione in rete da tutti riconosciuta sono quelli che non hanno delegato più di tanto ad altri la propria presenza su internet. Per un’unica semplice ragione: perché loro in rete c’erano già.

In ogni caso, nella gerarchia delle molte cose da fare per un politico italiano, internet continua ad avere un ruolo marginale, di certo ancillare nei confronti della televisione, ma ridotto anche rispetto alle relazioni con la stampa e i vari gruppi di potere. Tutti sono comunque in qualche misura online, alcuni si sono innamorati di una piattaforma piuttosto che di un’altra (in genere Facebook e subito dopo Twitter), molti affidano la propria presenza in rete ad agenzie di comunicazione, alcuni assoldano analisti-ripulitori della reputazione web, altri si fanno proteggere da qualche avvocato che minaccia querele in giro, ma, al netto di tutto questo, pochissimi utilizzano il canale bidirezionale di internet per dialogare con i cittadini. I problemi di tempo e di linguaggio in genere predominano.

I più intelligenti hanno compreso che internet è soprattutto ascolto, un orecchio sempre attento al borbottio nazionale e un canale attraverso cui stimolare e attingere a idee e punti di vista diversi. E questo già è sufficiente a creare molto lavoro.

L’idea della rete come luogo paritario per eccellenza, nel quale l’eletto dialoga quotidianamente con l’elettore, rimane viva solo nelle utopie di fine Novecento riprese in Italia da Casaleggio. Dalla dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di J.P. Barlow[17] in qua, abbiamo vissuto un periodo nel quale il potere salvifico della rete internet che stava nascendo (talvolta con qualche piccola spinta lisergica annessa) avvolgeva qualsiasi aspetto della nostra vita, compresa quindi anche la democrazia declinata nel suo nuovo formato digitale. A dispetto dei sogni, ovunque nel mondo la politica in rete è ormai da anni comunicazione broadcast prodotta con un elevato grado di competenza e professionalità da esperti del settore, e soprattutto ascolto e aggregazione dell’enorme quantità di dati accessibili online.

Questo non fa della rete un luogo meno interessante. Internet è diventato anzi il crocevia della discussione politica, ma con un’inattesa variazione: in tale discussione i politici e le loro scelte sono l’oggetto del discutere, ma quasi mai sono presenti o attivi di persona.

In fondo è meglio così. Il grado di polarizzazione che internet consente alle conversazioni è assai difficile da gestire per chiunque. E questo vale in particolare per le discussioni ad alto impatto emotivo, come sono tipicamente quelle legate alla politica. Viene in mente un aforisma di George Bernard Shaw che dice: «Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace».

La versione contemporanea di questa frase è il «don’t feed the troll»[18] che ci portiamo dietro dalla nascita di internet. La maniera più laica per rispettare un dettame del genere è non partecipare ad alcuna lotta con i maiali, specie quando i maiali sono interessati a te. Senza rinunciare al confronto e all’esposizione dei propri punti di vista, la politica di vertice ha molto bisogno di creare relazioni su internet: contemporaneamente ha l’esigenza di sancire un grado di separazione abbastanza netto. Perché il problema non è tanto nell’esistenza dei maiali (o dei troll) in grado di sporcare qualsiasi discussione ma nel fatto che molto spesso le discussioni roventi e le acrobazie dei suini raccoglieranno maggiore attenzione di qualsiasi comunicazione di senso civilmente espressa. E questo è uno degli aspetti deprimenti delle conversazioni in rete. Un sacco di tempo perso a separare il grano dal loglio.

Alla fine la comunicazione politica in rete si è fatta gerarchica come sugli altri media, per ragioni di opportunità, anche se con qualche opzione supplementare da indagare. E se Mario Monti è riuscito nel difficile compito di peggiorare la sua già flebile umanità percepita scatenando una polemica sull’affidamento coatto del cane Empy,[19] forse l’esempio più efficace di racconto della propria intimità è stato in questi anni quello affidato al fotografo Pete Souza, che segue Barack Obama (spesso ritratto mentre porta a spasso il cane Bo) a margine e fuori dagli eventi ufficiali. Le foto rubate (in realtà sono l’esatto contrario)[20] da Souza durante la giornata del presidente degli Stati Uniti sono la maniera perfetta per avvicinare la politica ai cittadini utilizzando come chiave d’accesso piccoli lampi di quotidiana normalità. Si tratta di una sintonia in qualche misura fittizia, ma del resto tutta la nostra vita di relazioni in qualche misura lo è.

In definitiva, nel rapporto da ricostruire fra i cittadini e la politica, internet può avere un ruolo di collante identitario, a patto che i maiali siano lasciati a rotolarsi fra loro nel fango e che la plastica della comunicazione verticale non uccida tutto in maniera fragorosa e definitiva come è avvenuto in passato con gli altri media.

 


[1]. Beppe Grillo sulla palla di plastica che messa in lavatrice lava senza detersivo scrisse sul suo blog: «Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di italiani soddisfatti». (http://www.beppegrillo.it/2008/12/biowashball.html)

[2]. http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html.

[3]. Il giorno stesso della seconda disastrosa scossa di terremoto che colpì l’Emilia Romagna alle 9 del mattino del 29 maggio 2012, con epicentro fra Mirandola e San Felice sul Panaro, e che provocò 20 morti, 350 feriti e migliaia di sfollati (fonte: Wikipedia), Grillo pubblicò sul suo blog una tempestiva intervista con Giampaolo Giuliani nella quale si sosteneva che Giuliani era in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto: http://www.beppegrillo.it/2012/05/non_si_deve_mor.html.

[4]. Dario Fo, Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo, Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle, Chiarelettere, Milano 2013.

[9]. «Attivista da divano» è una delle possibili (e più benevole) traduzioni del termine inglese slacktivist, che a sua volta deriva dall’unione dei termini slacker («fannullone, scansafatiche») e activist («attivista»), a descrivere la tendenza, sempre più frequente, di chi si dedica a buone cause esclusivamente attraverso prese di posizione su internet o la firma di petizioni online.

[10]. La petizione online promossa da Punto Informatico nel 2001 contro la legge sull’editoria, firmata da oltre 54.000 persone e sottoscritta da 3300 siti web, fu consegnata al presidente della Camera dei Deputati Pier Ferdinando Casini e al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri il 15 ottobre 2001: nonostante le molte prese di posizione pubbliche del mondo politico, le firme raccolte finirono in un cassetto e non furono mai in alcun modo considerate. (http://punto-informatico.it/88193/PI/News/editoria-consegnata-petizione.aspx)

[11]. Il giornalista, storico e saggista siciliano Carlo Ruta è stato al centro di una lunga vicenda giudiziaria almeno in parte conseguenza della legge 62/2001. L’8 maggio 2008 fu condannato a una pena pecuniaria per aver pubblicato articoli e commenti sul suo sito web Accadde in Sicilia senza che fosse stata eseguita la registrazione presso il tribunale competente. Si è trattato del primo caso del genere in Italia e in Europa. La violazione contestata riguarda l’art. 16 della legge 47 del 1948, che attiene al reato di stampa clandestina, in questo caso applicato al web. La sentenza fu poi confermata dalla Corte di Appello di Catania nel maggio del 2011 per poi essere annullata da un ricorso in Cassazione il 10 maggio 2012. Nelle motivazioni della sentenza si spiega infine che il reato di stampa clandestina non può essere applicato a un blog su internet. (Fonte: Wikipedia)

[12]. In un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters nel 2007 in occasione dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre Frattini affermò: «Intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo»; la dichiarazione è riportata da Alessio Balbi, «Censura, Google contro Frattini. “No al blocco delle parole pericolose”», http://www.repubblica.it/2007/ 05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html.

[13]. La Wayback Machine (http://archive.org/web/) è un archivio digitale di pagine web creato da Internet Archive, un’associazione no profit di San Francisco. Il servizio consente agli utenti di accedere a versioni precedenti di pagine web salvate nel tempo; per questa ragione l’archivio è anche chiamato «indice a tre dimensioni». (Fonte: Wikipedia)

[17]. Si tratta di un documento storico della rete internet, scritto dall’ex autore dei testi dei Grateful Dead, John Perry Barlow, a Davos in Svizzera l’8 febbraio 1996. Barlow, attivista e poeta che si definiva a quei tempi «dissidente cognitivo», scrisse il celebre manifesto in risposta alla conversione in legge del Telecommunications Act del governo americano. Il manifesto iniziava così: «Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo». (Versione italiana: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm)

[18]. Troll è espressione ormai nota, mutuata dal gergo di internet, che definisce una persona che interagisce con altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la conversazione e fomentare gli animi. La parola troll indica originariamente una mitologica creatura umanoide diffusa nelle leggende dell’Europa del Nord. Don’t feed the troll è un suggerimento gergale molto usato su internet che significa «non dare corda ai provocatori». (Fonte: Wikipedia)

[19]. Il senatore Mario Monti, durante un’intervista televisiva alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, decise di adottare un cucciolo di cane che gli era stato a sorpresa messo in grembo dalla conduttrice. A distanza di tempo Monti in un’intervista dichiarò di essere stato spinto in maniera scorretta all’adozione del cane.

[20]. Le foto di Pete Souza sono consultabili sul profilo Flickr della Casa Bianca (https://www.flickr.com/photos/whitehouse/sets/72157623126418563/) o sul suo profilo su Instagram (http://instagram.com/petesouza).

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Come conservare un’idea di utopia nelle depressive elezioni di domani. https://minimaetmoralia.it/politica/come-conservare-unidea-di-utopia-nelle-depressive-elezioni-di-domani/ https://minimaetmoralia.it/politica/come-conservare-unidea-di-utopia-nelle-depressive-elezioni-di-domani/#comments Sat, 24 May 2014 13:19:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20927 Domani si vota, io voterò Tsipras. Ieri si sono concluse le campagne elettorali; e andarsi oggi, con calma, a riascoltare i comizi finali, a leggere le dichiarazioni d'intento, e spulciare i programmi, è quello che farà forse una parte piccola di quell'immensa folla di tuttora indecisi. Viste in differita, le ultime fasi, le ultime piazze lasciano una sensazione, un'impressione sottocorticale di delusione. Al di là degli appelli alla speranza, all'emozione, alla rabbia buona, l'aria che si respira è quella di dismissione, di risentimento, di passioni tristi, di depressione di massa: un senso anticlimatico per cui sembra di assistere a un processo ineluttabile di crisi irreversibile. Il linguaggio politico è fatto di piccolo cabotaggio, frecciatine, riferimenti pop. Le battute finali di Renzi e Grillo (il derby che nessuno auspicava) sono tutte in minore, un dai! dai! dai! contro una cupio dissolvi.

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Domani si vota, io voterò Tsipras. Ieri si sono concluse le campagne elettorali; e andarsi oggi, con calma, a riascoltare i comizi finali, a leggere le dichiarazioni d’intento, e spulciare i programmi, è quello che farà forse una parte piccola di quell’immensa folla di tuttora indecisi. Viste in differita, le ultime fasi, le ultime piazze lasciano una sensazione, un’impressione sottocorticale di delusione. Al di là degli appelli alla speranza, all’emozione, alla rabbia buona, l’aria che si respira è quella di dismissione, di risentimento, di passioni tristi, di depressione di massa: un senso anticlimatico per cui sembra di assistere a un processo ineluttabile di crisi irreversibile. Il linguaggio politico è fatto di piccolo cabotaggio, frecciatine, riferimenti pop. Le battute finali di Renzi e Grillo (il derby che nessuno auspicava) sono tutte in minore, un dai! dai! dai! contro una cupio dissolvi. Il primo, viene da dire, avrebbe volentieri fatto a meno di quest’appuntamento elettorale: non è riuscito a trasformare il suo carisma da primarie in un valore aggiunto. Il comizio a Firenze è un comizio buono da sindaco uscente e da segretario di partito, non da quel futuro leader nazionale che vorrebbe essere. Il secondo è invece veramente la sintesi di un decennio di disastro post-prima Repubblica. Simbolo e frutto non dell’antipolitica, ma dell’antilogica: un mischione di riferimenti totalmente decontestualizzati, di sentimenti perversi, confusi, autocontradditori, che però hanno trovato una forma di aggregazione, lo zapping fatto voto, il disagio psichico (e lo dico senza giudizio negativo, ma ammirato dall’efficacia di questa strategia di propaganda) messo a valore, trasformato in collante identitario.

Il punto più estremo della serata di ieri a Piazza San Giovanni è stato sicuramente l’intervento di Roberto Casaleggio: vestito con un trench nero con le maniche troppo corte, il cappellino in testa sui capelli lunghi e ricci, la sua figura è indubitabilmente la sorpresa semantica della nuova politica. Un Quelo oscuro, un personaggio comicamente lynchiano, un profeta alla Steve Jobs virato HTML. Le sue parole, pronunciate con un tono adenoidale tra il dialettale e il robotico, vanno riportate per esteso:

Scusate l’emozione. Di solito parlo con al massimo dieci persone. E in questo momento non so quante ne ho davanti. Mi sono appuntato due tre cose, la memoria, spero di non dimenticarmele. Al massimo ho un foglietto in tasca, lo tirerò fuori, mi scuserete. Ricollegandomi a stasera mi ricordo che un giovane medico di Avellino, diciamo nei momenti più difficili che ci sono in questi casi, mi disse ‘Ci sono molti motivi per vivere’. Sicuramente uno dei motivi per vivere è essere qui stasera. Allora io non penso che un politico sia bravo o cattivo se sta a destra a sinistra, se sia stato del Partito Comunista o sia stato del Movimento Sociale. Io penso che in tutti i partiti ci siano delle brave persone e dei delinquenti. Sicuramente una persona che noi possiamo considerare, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, una persona onesta è Enrico Berlinguer. Che fu uno dei pochi italiani a riempire questa piazza. Evidentemente quando ieri il cosiddetto premier ha detto a Beppe Grillo di sciacquarsi la bocca non sapeva che cosa stava dicendo. Io vi chiederei – perché la mia voce è una sola voce e io non sono abituato ad alzare i toni, non sono capace di gridare – chiederei a tutti voi di gridare Berlinguer, in modo che lo sentano fino a Palazzo Chigi. E a questo punto chiederei a loro di sciacquarsi la bocca. Berlinguer in una famosa intervista molto preveggente all’inizio degli anni ’80 lanciò la questione morale. Ecco la questione morale si sta riproponendo oggi in modo enorme rispetto ad allora. Però il Partito Comunista di allora aveva nel suo dna la questione morale, il Pd ha oggi nel suo dna la questione immorale. È questa la differenza… Poi vorrei chiedervi ancora una cosa di carattere evangelico. È la stessa cosa che disse Papa Giovanni molti anni fa, una sera che c’era la luna piena. Stasera purtroppo non c’è la luna piena, però perlomeno non ha piovuto. Però stasera quando tornerete a casa ci sarà qualcuno che non è voluto venire, che non crede che il Movimento possa cambiare l’italia, che pensa che Grillo gridi e basta, che noi facciamo proteste e non proposte… Quando tornate a casa a queste persone fate una carezza e ditegli Questa è la carezza del Movimento… E ditegli che il vostro futuro dipende anche da loro. Cercate di convincerli, non ci dovrebbe essere molta difficoltà a farlo. Però è un discorso che riguarda la nazione italiana. Noi rischiamo se non ce la facciamo questa volta di non farcela per decenni. Quindi non possono tirarsi indietro, non possono votare scheda bianca e soprattutto non possono votare quelli che hanno distrutto l’Italia. Tornate a casa e fate una carezza a nome del Movimento a queste persone. In alto i cuori, e che la forza sia con noi.

Casaleggio, dopo aver creato quel prodotto difettoso che è stato Di Pietro, si è accorto che poteva proporsi con un brand di maggiore vendibilità. Il Movimento Cinque Stelle è un prodotto politico altamente competitivo; in questo Casaleggio è un pubblicitario più aggiornato rispetto a Berlusconi. Il suo discorso, come l’intervento di Grillo da Vespa, mostrano non soltanto l’assoluta inconsistenza del loro progetto politico, ma la risibile capacità retorica. Eppure. All’improvviso mentre vediamo dimenarsi Fabrizio Moro sul palco, proviamo un senso di straniamento reale. È come se Chance di Oltre il giardino si fosse all’improvviso incazzato. Ma cosa stanno vendendo, allora, e come è possibile che ci riescano a piazzare il loro prodotto così facilmente? Non occorre ripescare McLuhan per capire che Casaleggio e Grillo stanno continuando a vendere, come prodotto, il feticcio della partecipazione. Stanno spacciando una specie di metadone invece di quella droga chiamata politica. Piazza San Giovanni + Berlinguer + Papa Giovanni usati come frammenti identitari in modo così volgarmente decontestualizzato danno proprio questo risultato: provocano la sensazione di fare parte di qualcosa. Il blog più visitato d’Italia!, con i suoi inutili commenti (che senso hanno 10000 commenti ad un post a cui nessuno risponde?), consente in ogni istante di provare questa sensazione di appartenenza, fondamentale per chi è un animale sociale come noi, ancor più in una dimensione contemporanea come la nostra dove le comunità – famiglie, parrocchie, luoghi di lavoro… – non sono ormai tali. Inoltre Grillo & Casaleggio hanno oggi un paio di armi in più rispetto a Berlusconi. 1) Il sincretismo che mette insieme MSI e PCI, papi e anticlericali, può essere molto più utile, in termini di marketing, dell’anticomunismo. Berlusconi aveva capito che c’era un vuoto creato dall’evaporazione di un’identità democristiana; oggi Casaleggio ha capito che c’è un vuoto creato dalla fine di tutti i paradigmi novecenteschi, quello critico, quello storicista, quello della democrazia pluralista… Uno vale uno, certo, ma soprattutto: tutto vale tutto. Il Movimento 5 Stelle nasce senza radici, “non è un partito, è un modo di pensare il mondo”, e mette in discussione la modernità ancora di più del berlusconismo: non soltanto Casaleggio ieri ha mostrato un momento di puro post-modernismo detournando Berlinguer e Papa Roncalli, ma anche Grillo ha avuto buon gioco a citare un brano Chaplin come se avesse trovato una chiave politica in un brano talmente evanescente da potersi leggere con significati anche antitetici. Casaleggio e Grillo hanno deciso di spostare il processo ermeneutico tutto sul ricevente, riservandosi la proprietà dell’emissario e del messaggio. Non importa quello che capisci, l’importante è che stai con noi. 2) La televisione si può spegnere. Il famoso spot degli esordi delle Reti Fininvest (“Corri a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta”) segnava, per dirla alla Sennett, il nostro declino dell’uomo pubblico, ma lasciava almeno libero il tempo non domestico. Se la televisione diventava, come avevano profetizzato Jerry Koszinski e Hal Ashby, il luogo principale del dibattito pubblico e quindi della verità, oggi quel luogo è sostituito dalla rete. E la rete, al contrario della televisione, è sempre accesa. Si parla di Grillo anche se Grillo non c’è. La rete può essere il luogo dell’immediatezza della reazione, e questo per un pubblicitario è la manna, più della possibilità di fare delle televendite. Così il Movimento Cinque Stelle si è pensato la politica dell’immediatezza, della mancanza di riflessione, del rifiuto dell’analisi. Se Peter Finch in Quinto potere e Adriano Celentano a Fantastico di qualche anno dopo gridavano: “Ora spegnete tutti la televisione!”, è chiaro che la retorica di Grillo – se ci si va a vedere i suoi spettacoli degli anni ’80 e ’90 su youtube – è riuscita a capitalizzare il godimento di questa interazione-feticcio. Ho spento la tv, e poi? Ho gridato “Sono incazzato nero” e poi? Ho urlato Berlinguer! Berlinguer! in Piazza San Giovanni e poi?

In un episodio della nona stagione dei Simpson, Spazzatura fra i titani, Homer si dà alla politica. Springfield ha un problema con i rifiuti. E soprattutto Homer in realtà si scoccia di portare la spazzatura fuori casa. Da lì decide di candidarsi contro il capo dei netturbini in sciopero e vince con lo slogan perfetto: “Non può farlo qualcun altro?”. Tutti votano Homer; a chi va di portare la spazzatura fuori casa? A chi va di occuparsi di rifiuti? Ci ripensavo l’altro giorno, leggendo le tragicomiche vicende del sindaco Pizzarotti a Parma, eletto dopo una campagna feroce contro l’inceneritore, che invece è entrato in funzione due mesi fa. L’idea alternativa alla gestione dei rifiuti tramite inceneritore per Pizzarotti era esportare i rifiuti in Olanda, dove sarebbero stati inceneriti. I bambini di Parma non dovevano essere esposti ai fumi tossici, i bambini olandesi sì. Perché non può farlo qualcun altro?

Ogni punto del programma di Grillo lascia sempre aperti questi interrogativi: togliamo l’Euro e poi? Come facciamo a garantire un reddito di cittadinanza? Cosa vuol dire più investimenti nell’agricoltura? Qualcuno ha lodato la performance di Bruno Vespa nel suo faccia a faccia con Beppe Grillo, ma se invece della diretta quel qualcuno si fosse visto il filmato di Porta a porta con acribia, avrebbe riconosciuto che Vespa non ha esercitato praticamente mai il suo ruolo di giornalista: non vaglia nessuno dei dati che dà Grillo, non lo incalza sulle sue contraddizioni, gli lascia cambiare discorso quando vuole, si finge al massimo piccato. Quello che Grillo ha detto, esaminato con un minimo di fact checking, si rivela ridicolo. Dati riferiti a cazzo, un’assoluta mancanza di chiarezza sulla realizzabilità dei sette punti del programma, etc… (Qui Michele Di Salvo fa un elenco minimo delle fumosità del programma grillino) Perché Vespa non si era preparato in maniera adeguata? Perché non c’erano delle grafiche elementari a inchiodare Grillo alle sue contraddizioni? Perché di fronte alle sue vaghezze, non gli sono state poste delle domande secche? Una per tutte: quella sull’immigrazione. Di fronte alla domanda nel merito di Vespa, Grillo è stato ancora più elusivo. Non gli poteva chiedere: lo vuoi abolire o no Dublino II? È chiaro, per me è straevidente, che quello dell’immigrazione è un nodo irrisolto – non solo per incompetenza in materia – del Movimento Cinque Stelle. Anche nel comizio di ieri di Piazza San Giovanni, Grillo si è rivolto alla folla presentandosi con forti accenti nazionalisti, inneggiando all’italianità (“sarà un popolo che deciderà la sua sovranità economica monetaria culturale”), e se c’è un aspetto che salta agli occhi per me nella composizione del Movimento Cinque Stelle è da una parte la mancanza di immigrati di prima o seconda generazione tra i suoi militanti o sostenitori (figuriamoci fra i candidati) e dall’altra l’impreparazione rispetto a un contesto europeo: quale collocazione nel Parlamento, quali sono le battaglie comuni che intendono fare con altri movimenti? (en passant, questo video del Fatto dimostra anche l’impreparazione linguistica).
Ogni volta che ho a che fare con Grillo, considero: ma davvero la possibilità di trasformazione sociale è diventata questo? Che cos’è successo che ha ridotto a questo gliommero di confusione e frustrazione il radicalismo, l’utopia? Perché il conflitto sociale, la lotta di classe, la voglia di emancipazione si è tramutata in questo neologismo appiccicaticcio, “la rabbia buona”?

Ma anche guardando con attenzione il comizio di Renzi ieri, notavo come la sua verve fosse spompata. I richiami alla bellezza (Brunelleschi e Dante, etc…) e alla onestà (l’antimafia, etc…) sono, anche questi, tanto vaghi da non risultare coinvolgenti. Così come le critiche all’ira e alla furbizia di Grillo, che esalta o sbeffeggia l’inno d’Italia a seconda di dove si trovi a fare il comizio, non affondano. Perché? Perché dall’altra parte c’è uno che lo chiama “l’ebetino”, certo, e anche perché il Renzi rottamatore faceva più presa del Renzi statista. La rottamazione è rottamata. Io a Roma avrei da votare, nel listino Pd, una serie non indifferenti di nomi da vecchia nomenklatura: perché dovrei appassionarmi ai discorsi di Renzi sull’edilizia scolastica?

Ma c’è un altro elemento per cui la retorica di Renzi risulta per me essere poco coinvolgente. E che per quanto io possa ritrovarmi in un sistema di valori comune a quello evocato da Renzi (talmente scontato che sarebbe difficile non riuscirci), non mi riconosco per nulla nella sua analisi della società. E qui anche, mi viene da dire, come potrei? Il PD ha buttato via con Renzi non solo l’acqua sporca delle burocrazie gerontocratiche, ma ha fatto un repulisti definitivo di quello che rimaneva – seppure come un’ombra – dell’analisi marxiana del mondo (il bambino, già). L’unico momento in cui parla di “giustizia sociale” (il resto è tanto coraggio, determinazione, futuro…) è quando evoca gli ottanta euro. L’unico momento in cui parla di immigrazione è quando richiama la piazza al senso dell’umanità. Le domande vere che Renzi si tira sono per me ineludibili: cos’è che continua a produrre questa sperequazione sociale, quest’Europa a due velocità, questa fortezza-Europa? È qui che Renzi risulta più fumoso. E si rivela come le risposte di Grillo (l’onestà) e di Renzi (l’umanità) siano delle prospettive sovrastutturali, incapaci di analizzare i dispositivi che producono corruzione e disuguaglianza, privilegi e mancanza di diritti elementari. Le critiche che destina alla finanza sono dei buffetti, le sue posizioni sull’austerity alla fine coincidono con quelle di Grillo e anche di Forza Italia. Persino Toti ha dichiarato che bisogna rivedere il Fiscal Compact. Ma anche qui, secondo quale analisi e secondo quale prospettiva?

In più, è vero che dal punto di vista performativo, l’aggressività di Grillo funziona e funzionerà sempre di più man mano che la crisi economica si approfondirà. Non so in quale Paese voi viviate, ma nel mio accade che le persone perdono il lavoro, la gente a 40 anni torna a vivere dai genitori, l’università e la scuola non hanno fondi, gli psicofarmaci si diffondono sempre più, molti fanno fatica a curarsi e i Compro Oro sono dappertutto. La distopia è qui. Si può contenere questa rabbia? Grillo si ascrive il merito di non aver fatto degenerare la disperazione nel consenso per formazioni tipo Alba Dorata. Per me è accaduto effettivamente il contrario. Grillo e Renzi hanno impedito e stanno impedendo la formazione di una sinistra internazionalista vera. Non di contenimento dell’austerity, ma di contrasto all’austerity. Non di revisione dei patti con la Libia sull’immigrazione, ma di reale accoglienza e scambio (chiudere domani i Cie, per dirne una). Non di piccoli interventi sui lavori pubblici, ma di un New Deal strutturale. Non di 80 euro, ma di profonda redistribuzione delle ricchezze. Il tentativo che ha fatto la lista  Tsipras in questa campagna elettorale è stato faticoso e alle volte goffo. Ma è chiaro che i temi che ha sollevato sono quelli di cui si discuterà in Europa per i prossimi 20 anni. Io, come dicevo voterò i candidati della loro lista. Lo faccio con la frustrazione di chi sa che nel tempo troverà ragione. Ripensavo a questi giorni a Genova 2001. Una delle battaglie minoritarie, di movimento, che erano simboliche al G8 di tredici anni fa era quella per la Tobin Tax: oggi chiunque in Europa sa cosa quanto le transazioni finanziarie abbiano creato questa crisi e l’economia speculativa abbia affossato l’economia reale invece di stimorarla. Quella contro una finanza impazzita che allora era una battaglia sul campo, con i suoi morti e i suoi feriti, oggi alle volte viene sostenuta anche da chi armava quella repressione. Così mentre domani andrò a votare, solo con l’inerzia del pessimismo della ragione, proverò a pensare che, nonostante gli orizzonti neri quanto i trench di Casaleggio, è possibile coltivare delle forme di utopia. Un’Europa dei popoli, e non dei populisti.

 

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Decostruire la Casta. Costruire il popolo https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/ https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/#comments Thu, 06 Feb 2014 13:40:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18225 Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l'oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l'argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.
In molti hanno liquidato tutta la vicenda come "una clamorosa serie autogol di Grillo", “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

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schema2

Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l’oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l’argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.

In molti hanno liquidato tutta la vicenda come “una clamorosa serie autogol di Grillo”, “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

Il post di Grillo che aizzava i suoi contro la Boldrini, il tweet di Messora sullo stupro e il falso tweet del Presidente della Camera costruito ad arte ci dicono molte cose sulla strategia di Casaleggio e Co. [Altri hanno scritto a riguardo, molto è sintetizzato bene in due articoli di Dino Amenduni 1/2]

Il contesto politico è cambiato da due mesi ormai, le europee si avvicinano e Renzi punta la sua intera strategia elettorale sul fare, convinto che il suo attivismo sarà sufficiente a far sgonfiare il consenso attorno a Grillo e a sconfiggere il centrodestra berlusconiano che con Casini torna ad essere realmente competitivo. Il sindaco di Firenze punta a capitalizzare consenso con rapide accelerate e proposte a effetto che possano anche solo apparire concrete, ed effettivamente nel dibattito superficiale che caratterizza media e sfera pubblica riesce a risultare convincente ai più finché si discute di questioni concrete. Grillo davanti a questo contesto sceglie la gazzarra, decide di radicalizzare lo scontro parlamentare-televisivo, polarizzandolo sullo schema casta-anticasta puntando a capitalizzare al massimo l’insofferenza diffusa.

Grillo non cavalca la confusione istituzionale, la genera, approfittando di un contesto favorevole e utilizzando, come nel judo, l’energia che tutti i sostenitori delle larghe intese e della stabilità riversano contro di lui per rilanciare i propri attacchi, compattare il Movimento al proprio interno e continuare a crescere. All’aumentare del caos, infatti, davanti a uno spettacolo “che ricorda le migliori zuffe da trasmissione di Maria De Filippi” sale l’audience, la discussione entra nei bar e anche gli spettatori-cittadini più distratti, quelli che spesso non votano, si accorgono di quel che sta accadendo in parlamento. Agli occhi di chiunque osservi la scena lo spettacolo risulta indecoroso e il disgusto aumenta esponenzialmente. Tale disgusto travolge tutti, allo stesso modo, eccezion fatta per i grillini, che su larga scala e al netto di un numero risibile di elettori persi, vedono lievitare i propri consensi elettorali. Più caos, più disgusto, più consenso anticasta. È la legge ferrea del disgusto.

Con l’aumentare della crisi economica e sociale, e in assenza di una vera opposizione, forte ed efficace, radicalmente alternativa alle larghe intese, la strategia di Grillo e Casaleggio, apparentemente rozza, risulta essere estremamente efficace. Se cresce l’unanimismo della stampa e delle forze politiche raccolte nelle larghe intese, e se al contempo si indebolisce l’opposizione sociale e politica di sinistra, a crescere sarà la forza potenziale del grillismo.

Lo scontro e la sua spettacolarizzazione non servono quindi alla battaglia politica, ma a quella elettorale: il fine passa in secondo piano rispetto alla crescita elettorale del Movimento (che dovrebbe esserne solo lo strumento).

Il problema quindi non è la durezza dello scontro (al netto delle minacce e dei vergognosi insulti sessisti di queste ore), ma la finalità per cui lo si innalza. L’inutilità di uno scontro fine a se stesso è data anche dall’assenza di relazione tra palazzo e piazza, e dalla distanza dai conflitti reali che pure esistono nella nostra società. Come evidenzia questo articolo, anche nel 1953 contro la legge truffa ci furono durissime scazzottate nelle aule parlamentari, ma fuori da quelle mura uno sciopero generale rendeva vero e non simulato tale scontro.

Il conflitto politico e sociale è utile a contrastare chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui e a cambiare i rapporti di forza nella società. La caciara e gli insulti sono utili a chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui, per distrarre l’opinione pubblica, e a chi mira solo a guadagnare qualche punticino percentuale nei sondaggi.

Ideologici senza ideologia

Nel secolo passato le ideologie sono state, oltre che un grande motore della storia, con un imponente carico ideale e di contenuto, anche uno schema interpretativo della realtà. Indipendentemente dal livello di studi conseguiti e dal tasso di alfabetizzazione, attraverso le ideologie ciascuno riceveva degli strumenti di interpretazione della realtà e poteva così scegliere da che parte stare, di modo che alla mancanza di istruzione non corrispondesse la mancanza di coscienza.

Oggi la critica sistemica al capitalismo viene ridotta a teorie complottiste: c’è il mito esterofilo di un capitalismo buono; fuori dai confini nazionali c’è un mondo funzionante, governi onesti, si vive meglio e non esiste la casta, ma lobby transnazionali che tramano nell’ombra e un’Unione Europea di burocrati che ci affama.

Nella lotta casta-anticasta il reddito e la condizione sociale non hanno influenza alcuna, come si evince non solo dai messaggi interclassisti dei forconi, ma anche da come sono percepiti gli imprenditori “buoni” in stile Della Valle, che pontificano contro la casta seduti sulle loro grandi ricchezze.

Azzardando una semplificazione lo schema politico del grillismo si basa su un sistema ideologico senza ideologia. Il conflitto capitale-lavoro diventa uno scontro tra onesti e ladri, l’alienazione è ridotta a frustrazione e rabbia per una classe dirigente corrotta e i cittadini stanno alla casta come i proletari stavano al capitalismo. Grazie a questo schema che agisce come un potentememe i cittadini individuano facilmente chi è il nemico e qual è la parte da cui schierarsi. Aumentare il livello dello scontro e di disgusto per il sistema politico serve solo per portare un numero crescente di cittadini a schierarsi, maturando una coscienza anticasta.

La like democracy è anche questo. I messaggi si propagano indipendentemente dal contenuto, si basano sull’emotività che generano, di modo che diventa impossibile distinguere l’evento di portata storica dalla cazzata. Più i messaggi sono semplici più si diffondono rapidamente e in maniera efficace; e più un messaggio si diffonde velocemente più è difficile contrastarlo. I tempi dell’azione politica sono oggi molto più lenti della politica intesa come pensiero, discussione e azione collettiva, e approfittando dei meccanismi di diffusione emotiva tale schema ideologico trova terreno fertile.

Lo schema è totalizzante, la divisione delle parti è netta e senza sfumature. Scrive Laclau che il populismo, più che una categoria politica, è un’enfasi sul discorso, ancor di più il grillismo è enfasi senza un contenuto a priori. L’alternativa a tale progetto di egemonia a-culturale non può essere un razionale e ponderato rifiuto di schemi semplificati. Serve, invece, una proposta politica chiara, netta, profonda ma semplice, che unisca contenuto e enfasi abbandonando l’inefficace ostentazione di sobrietà ereditate dalla cultura dell’Ulivo, come “la serietà al governo” o “l’opposizione responsabile”.

Quel mostro della casta

La casta, così centrale nel nostro dibattito pubblico, era stata creata in laboratorio come arma finale per eliminare gli avversari politici della peggior borghesia italiana; è poi ben presto sfuggita di mano ai suoi creatori, ritorcendosi contro loro stessi.

Ne ha parlato qualche mese fa Massimo Mucchetti, ex vice direttore del Corriere della Sera e attualmente senatore del Partito Democratico, che in un’intervista ha raccontato come il libro di Rizzo e Stella e le inchieste che lo hanno preceduto facessero parte di “una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti”.

L’effetto Frankenstein, la ribellione della casta ai propri creatori, era allora evitabile? In parte no: solo una classe politica più attenta, meno corrotta e più capace di rispondere alle esigenze dei cittadini avrebbe potuto disinnescare l’ordigno. Ma nel momento in cui una parte consistente dell’establishment ha iniziato a sostenere e alimentare il frame della casta, esso è divenuto indomabile. Le classi dirigenti non potevano maneggiare a lungo una retorica concepita per distruggere i propri simili.

Il terreno di ogni discorso ha delle direzioni predeterminate che non sempre è possibile dirottare. Le parole producono emozioni, sentimenti, suggeriscono risposte. Il terreno del discorso è un piano inclinato: il frame della casta circonda ogni ambito del discorso politico, anche a livello quasi inconscio. È difficilissimo sostenere un discorso politico con un qualunque cittadino, elettore di qualunque forza politica, senza che questo scivoli più o meno rapidamente sul tema dei costi della politica, facilmente il dibattito verrà travolto, semplificato al punto da essere svuotato del contenuto, e il “sono tutti uguali”si afferma senza possibilità di smentita.

Tale scontro tra casta e anticasta, è uno scontro in cui i due nemici si alimentano a vicenda, ciascuno consolida la propria posizione, da un lato chi evoca il cambiamento, dall’altro chi mima la rivolta. Per cacciare le classi dirigenti responsabili dello sfacelo del nostro paese serve decostruire il discorso della casta, disinnescare l’ordigno e mettere fine a questa finta guerra che ci costringe a stare rintanati nei nostri rifugi, osservando dalla finestra le macerie del massacro sociale e  in televisione la “guerra civile simulata” (come l’ha definita Giuliano Santoro).

La casta, infatti, banalizza la questione democratica al punto da annullarla come problema politico. Il tema viene ridotto non più a un’assenza di democrazia in quanto autodeterminazione, tutto si sposta sul mero giustizialismo e su un generalizzato desiderio di trasparenza, in cui la legalità soppianta la giustizia sociale. Democrazia non significa più “noi vogliamo decidere”, ma “non vogliamo che lui rubi”; Il tentativo messo in campo da Grillo è che non si giudichi più il proprio rappresentante nelle istituzioni sulla base di quel che pensa, ma di quanto ruba.

E siccome “tutti rubano, hanno rubato, o ruberanno”, se ne deduce che “sono tutti uguali”, indipendentemente dalla parte politica. Lo schieramento diventa una variabile ininfluente, si afferma il “né destra né sinistra”. La politica diventa funzione amministrativa, gestione dell’esistente, schiacciata tra trionfo della tecnica e banalizzazione del governo, rinunciando così a qualunque vocazione di trasformazione dell’esistente.

Sono molte le tendenze ambivalenti e le contraddizioni che convivono in questo tipo di discorso pubblico. Da un lato l’affidarsi ciecamente ai tecnici, agli esperti, alla retorica delle competenze: il fondamentalismo della meritocrazia su cui si fondano i conservatori, i tecnocrati e anche i falsi innovatori à la Renzi. Dall’altro l’idea del governo come semplice amministrazione, per cui chiunque può governare, non esistono statisti, politici, ma solo cittadini onesti, “dipendenti di altri cittadini”, meri esecutori. Non si tratta di due idee contrapposte, e neppure delle opposte facce di una stessa medaglia, ma due terreni contigui di un medesimo discorso, i cui labili confini sfumano l’uno nell’altro. Nello stesso sistema di parole-chiave dell’anticasta ritroviamo entrambi gli schemi, solo apparentemente opposti e incompatibili. Si rivendica gente competente e onesta, tecnici che ci salvino dal baratro, ma al contempo la storica ambizione della gente comune, del popolo, di irrompere nella politica e nella scena pubblica, in assenza dei partiti di massa viene ridotta a semplice aspirazione individuale a dare il proprio contributo, si afferma la like democracy; l’alternanza è tra il fideismo nei tecnocrati, socialmente stronzi ma rassicuranti, e la delega senza programma al magma indistinto dei cittadini, due schemi che non producono cambiamento, ma consentono al pilota automatico di governare, lasciando invariati i rapporti di forza.

Lo spazio di una sinistra nuova

In tanti, elettori disillusi di sinistra, orfani di un soggetto generale in cui organizzare la propria indignazione, guardano il fenomeno Grillo e dicono “il Movimento 5 Stelle ha enormi potenzialità, peccato non le utilizzi appieno per cambiare il paese”. Ma siamo sicuri che quelle potenzialità di cui tanti parlano siano da attribuire al Movimento di Grillo? Le potenzialità di cui si parla sarebbero da attribuire ad un soggetto radicalmente alternativo agli attuali partiti, che esprimesse una critica profonda all’attuale sistema economico e sociale e raccogliesse l’indignazione diffusa organizzando dal basso i cittadini per cambiare i rapporti di forza, ricostruire la democrazia e redistribuire le ricchezze. Ma il Movimento Cinque Stelle si limita a sfruttare solo in termini elettorali tale potenzialità, che invece un tuttora inesistente soggetto politico di sinistra potrebbe raccogliere per far davvero vacillare l’equilibrio precario delle gattopardesche larghe intese e del governo della crisi.

Tale potenzialità è inespressa non solo per colpa di errori storici della sinistra italiana, ma anche perché lo spazio politico odierno è schiacciato tra due differenti tipologie di forze, entrambe conservatrici nella sostanza: entrambe conducono, avallano o consentono politiche antisociali e che potremmo definire antipopolari. Sono i tecnocrati antipopolari e i populisti antipopolari dall’altro; è il nostro bipolarismo che consente la stabilità, più di qualunque legge elettorale truffa.

Per costruire un’alternativa al bipolarismo bisogna allora partire da un’analisi dell’attuale spazio politico. Proviamo a semplificare i due poli in uno schema:

Tecnocrati e conservatori antipopolari Populisti antipopolari
Il governo si affida ai tecnici e al pilota automatico.
“Non c’è alternativa di sistema possibile”
Banalizzazione delle funzioni di governo:
– tutti possono governare, indipendentemente dalle competenze;
– tutti possono essere delegati, purché siano onesti.
Conducono politiche inique e antisociali Consentono politiche inique e antisociali
Contro l’Europa dei popoli

Contro l’Unione Europea

Metodi non democratici Metodi non democratici
Si oppongono al cambiamento Incapaci di favorire il cambiamento
Reprimono il conflitto sociale  Separati dal conflitto sociale
Rappresentano le classi dominanti Interclassisti

Stando a questa semplificazione in questo quadro, uno spazio politico per una sinistra d’alternativa non solo esiste, ma è necessario. Se delineiamo l’alternativa a tale bipolarismo a partire dal ribaltare gli elementi costanti tra i due falsi poli emerge lo spazio per una sinistra di massa, che pratichi e rivendichi democrazia, competente, per un’AltraEuropa e che rifiuti ogni rigurgito xenofobo e nazionalista, che persegua con convinzione il cambiamento, non limitandosi alla testimonianza dalla parte delle classi subalterne, che stia nei conflitti sociali. Una sinistra nuova che soprattutto sappia essere un soggetto generale in cui organizzare chi mira a tali obiettivi, un soggetto non minoritario, non solo istituzionale, non di rappresentanza parziale, ma di parte.

La proposta politica della nuova sinistra deve essere chiara, comprensibile, replicabile, con la chiarezza schematica usata anche da altri, ma accompagnata dalla forza delle idee complesse e dalla pratica e dalla rivendicazione di una democrazia radicale che non si limiti al pur necessario scontro tra governati contro governanti, ma ponga il tema del cambiamento come esito non del governo a tutti i costi, ma dell’autogoverno, perché come scriveva Vittorio Foa “politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, che politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”.

È prioritario e necessario che la politica torni a svolgere la propria funzione di educazione delle masse. Al contrario, se la politica si lascia dettare la linea dai peggiori istinti cannibaleschi del tutti contro tutti, finirà per farsi educare (o diseducare) dalle masse, abdicando alla propria funzione di scontro egemonico attorno alle idee per ridursi a scontro elettorale che asseconda l’esistente.

La nuova sinistra deve produrre un lessico e una nuova grammatica e creare nuove identità, a partire dalla ricostruzione di legami solidali e collettivi; riannodare i fili di una umanità sfilacciata, di soggettività sparse, far incontrare solitudini, destituire e decostruire la casta, per costruire un popolo e una speranza di cambiamento.

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La responsabilità dei cittadini e il sacrificio dei partiti https://minimaetmoralia.it/politica/responsabilita-cittadini-sacrificio-partiti/ https://minimaetmoralia.it/politica/responsabilita-cittadini-sacrificio-partiti/#comments Wed, 21 Aug 2013 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15090 Ho sentito spesso confondere la responsabilità con il sacrificio. La responsabilità che ognuno ha nei confronti di se stesso consiste nella capacità di attuare il proprio desiderio, la più intima volontà personale. Significa riuscire a mettere in pratica parte di ciò che si è nel profondo, riportare alla luce pezzi di verità indistrutte. Riuscirci vorrebbe dire essere arrivati a conoscere se stessi, come voleva Socrate. Conoscere se stessi è un imperativo morale vertiginoso e a tratti catastrofico. Ma se non ci si riconosce, se non si riesce a dissodarsi, rimuovendo gli ammassi di pietre che ostacolano il passaggio, nel tentativo (perché può trattarsi solo di un tentativo, così come lo soffriva Nievo: Voglio che la mia vita sia un tentativo, ma un forte, ostinato tentativo) di attingere alle radici di noi stessi, allora non sarà nemmeno possibile sapere ciò che si vuole, cosa ci identifica. Potrebbe essere infine questa la responsabilità dell'esistenza, la responsabilità tout court: incarnare il nostro desiderio e dare a esso concretezza, realizzarlo.

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Ho sentito spesso confondere la responsabilità con il sacrificio. La responsabilità che ognuno ha nei confronti di se stesso consiste nella capacità di attuare il proprio desiderio, la più intima volontà personale. Significa riuscire a mettere in pratica parte di ciò che si è nel profondo, riportare alla luce pezzi di verità indistrutte. Riuscirci vorrebbe dire essere arrivati a conoscere se stessi, come voleva Socrate. Conoscere se stessi è un imperativo morale vertiginoso e a tratti catastrofico. Ma se non ci si riconosce, se non si riesce a dissodarsi, rimuovendo gli ammassi di pietre che ostacolano il passaggio, nel tentativo (perché può trattarsi solo di un tentativo, così come lo soffriva Nievo: Voglio che la mia vita sia un tentativo, ma un forte, ostinato tentativo) di attingere alle radici di noi stessi, allora non sarà nemmeno possibile sapere ciò che si vuole, cosa ci identifica. Potrebbe essere infine questa la responsabilità dell’esistenza, la responsabilità tout court: incarnare il nostro desiderio e dare a esso concretezza, realizzarlo.

Il sacrificio, invece, credo abbia soprattutto a che fare con una perdita. Una rinuncia. Come se una forza morale dettasse la via, imponesse le regole del comportamento: il trionfo del dovere essere su ciò che si è. Capita a volte di annichilirsi o immolarsi per altruismo o per devozione. Nel migliore dei casi si cede al compromesso per rispetto oppure si abdica a qualcosa in cui si crede per ottenere una mediazione in grado di permettere la convivenza. Nelle situazioni peggiori, invece, si dà fuoco alle proprie idee o, in extremis, alla propria persona perché la realtà contingente ha reso impossibile la pura sopravvivenza. Insomma, comunque vada, bisogna affrontare un lutto.

Metto in mostra questi flebili ed esigui cenni perché di recente, nella cronaca politica, la parola responsabilità ha allagato le bocche di ogni rappresentante del popolo. E non importa se il termine è stato usato da posizioni opposte e con strumentalizzazioni differenti e positive o negative. Quello che mi interessa, nella presente analisi, è che ho avuto l’impressione vi fosse un fraintendimento semantico e, secondo il mio modo di vedere, una grave distorsione politica.

Durante l’elezione del Presidente della Repubblica, ma anche mentre si svolgevano le consultazioni e ancora prima nei modi in cui le singole forze in campo si sono preparate alla formazione del governo, è stato messo in scena di continuo, in modo quasi ossessivo, uno psicodramma, nel quale l’epilogo era sempre lo stesso: l’invocazione della responsabilità. La responsabilità declinata però in forme improprie. Veniva imbracciata contro il mitologico salto nel buio, per esempio. Parlo, ça va sans dire, della posizione di alcuni (forse 101) del Partito Democratico e di tutto il Popolo della Libertà e di Scelta Civica che si sono schierati, con una paura manifesta, contro la possibilità di un’alleanza governativa tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, essendo considerato questo una forza ignota, incontrollabile, perfino caotica. Ma il Movimento 5 Stelle, di contro, brandiva la responsabilità in difesa ostinata del Paese, contro quelli che erano considerati morti viventi ovvero la vecchia classe politica che per vent’anni non aveva mai realizzato nessuna grande riforma; quindi diveniva responsabile chi non avrebbe mai più permesso la permanenza alla guida dei responsabili della paralisi. Il risultato di tanta responsabilità è stato, per quel che riguarda il Movimento 5 Stelle, l’asserragliarsi nella purezza aventiniana, per gli altri, invece, il ritorno alla stabilità contro il precipizio, l‘horror vacui.

Tutto questo sembra corrispondere perfettamente al disagio della Civiltà ipermoderna di cui parla con insistenza in molti suoi libri Massimo Recalcati. È come se nello scenario politico si fossero scontrate da un lato forze nevrotiche che pur di non perdere il controllo, terrorizzate dalla paura che potessero verificarsi i desideri della maggioranza delle persone che, tra astensione, schede bianche e nulle e voto al Movimento 5 Stelle, hanno chiesto un cambiamento radicale, se non un azzeramento estremo di quanto si era visto da vent’anni a questa parte; forze nevrotiche che Eco chiamerebbe, in altro contesto, Integrati e che Recalcati definisce come coloro che, per conformismo, si pietrificano in una Identificazione solida con la realtà. E dall’altro lato, in opposizione a tutto, il Movimento che sceglie strategicamente la verginità autistica, l’autosufficienza di Narciso, l’omicidio di coloro che rappresentano i Padri; Eco, in questo caso, parlerebbe di Apocalittici.

Oggi, essendo difficile negare il mantenimento della status quo ante, riconoscendo la riproposizione sorda di schemi antichi ai vertici della macchina statale, è necessario denunciare il tradimento della responsabilità. Secondo quanto ho scritto sopra, la responsabilità, avrebbe dovuto trascinare in alto le volontà di ogni singola molecola partitica, nel tentativo eroico di trasformare in leggi i desideri dei cittadini. Ogni individuo politico avrebbe dovuto condividere i progetti migliori, i disegni rivoluzionari, anziché sacrificare le proprie ambizioni in un gioco di posizionamento tattico distruttivo.

Essere responsabili non significa incenerire se stessi per accordarsi e disinnescare le rispettive energie. La responsabilità avrebbe dovuto intercettare i bisogni e farli fecondare, dando un senso al volere dei cittadini, dando forma al dolore di una Nazione, correndo i rischi dovuti, sporgendosi nell’abisso di chissà quali potenzialità. Essere responsabili, maledizione, non è un sacrificio. Il sacrificio è la combustione di parti di sé sull’altare di pragmatismi ormai insostenibili, il sacrificio è la mortificazione di quello che siamo, schiacciati da un realismo oggettivo, ma mai inesorabile. Il sacrificio è un ricatto, un’imposizione violenta, è morte. La responsabilità è una scelta che ci ancora alla verità di quello che abissalmente siamo: è una ricerca di vita.

Quindi vorrei che adesso i politici non parlassero più di responsabilità, ma di morte. È questo il luogo in cui hanno scelto di vivere, in cui viviamo.

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Patria senza padri https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/#comments Tue, 09 Jul 2013 13:34:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14944 Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

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Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. 

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Anche da un punto di vista sociale il ’77 non è paragonabile al ’68. I protagonisti della scena non sono più i figli della borghesia (era il tema critico sollevato da Pasolini: i contestatori fanno parte integrante del sistema sin dalle loro origini), ma quelli del sottoproletariato urbano. Eppure la dimensione edipica del conflitto ritorna trasversalmente anche nel ’77. Si può dire che Deleuze, Bifo e altri abbiano cercato di smarcarsi dalla posizione del leader-padre, del leader-edipico. Ma questo non ci ha liberati dall’ombra del padre. Quest’ombra entrava sulla scena del conflitto nella forma del vecchio Partito Comunista e dei suoi apparati. Mentre il ’68 invocava i padri titanici, Mao, Marx, Lenin, Stalin, il ’77 rigetta tutti i padri, ma vive la dialettica edipica tutta centrata sul conflitto col pci, che era il grande polo di riferimento critico per le nuove generazioni. Enrico Berlinguer, Luciano Lama, la contestazione dell’Autonomia Operaia nell’ateneo romano… Lì si gioca tutta la partita edipica all’interno della famiglia del comunismo. E non era un caso che Berlinguer in quegli anni predicasse proprio la centralità della questione morale, ovvero la necessità di mettere un limite, di introdurre un senso condiviso della Legge, di entrare in una relazione critica con il fantasma del discorso del capitalista… Tutta la questione dell’austerità non era solo un provvedimento economico di fronte alla crisi petrolifera, ma implicava anche una riforma etica della politica. C’era una straordinaria lungimiranza in questa prospettiva che a noi sfuggì assolutamente. Il movimento riteneva che Berlinguer fosse un cane da guardia del sistema capitalista. L’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba.

In questo senso come vengono letti il rapimento e l’uccisione di Moro? Di quali padri il ’77 si voleva liberare?

Forse mi sbaglio ma voglio dire che l’aggressione contro il pci che si è manifestata nel ’77 non c’è stata in quelle forme nel ’68, perché nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il pci, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità, cercando, nel suo corteggiamento dell’ipotesi del compromesso storico (le famose «convergenze parallele»), di riattivare un’alleanza possibile fra Legge e desiderio nella direzione di un necessario cambiamento del sistema.

Il fatto che questo padre, che si poneva il problema della trasmissione dell’eredità di De Gasperi, lo si sia stato lasciato ammazzare come un cane, mostra fino a che punto il rigetto della trasmissione simbolica aveva generato un ritorno diretto nel reale. Il terrorismo è precisamente questo: il ritorno nel reale di ciò che non si è potuto simbolizzare. L’odio mortale per il padre prende il posto del debito simbolico forcluso. Il terrorismo non è stato solo la rivolta dei figli contro i padri; quest’ultima, infatti, rimane nell’ambito dell’Edipo e della nevrosi. Il terrorismo introduce una rottura, un buco nel simbolico. Si pensa fuori dalla dialettica democratica. Si realizza come esercizio folle di una paternità senza padri (tribunali senza giudici, sentenze mortali senza processi…) che agisce nel reale ciò che ha rifiutato sul piano simbolico. La tirannia violenta delle azioni dei terroristi riflette esattamente quella rappresentazione atroce, spietata e tirannica della paternità che essi volevano rifiutare. I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere.

[…]

Cosa ne pensi del fenomeno Grillo? Che analisi psicopatologica ne faresti?

In un vecchio film di Woody Allen intitolato Il dittatore dello stato libero di Bananas si raccontano con sferzante ironia le vicende rocambolesche di un rivoluzionario che combatte l’ingiustizia della dittatura in nome della libertà e che finisce per indossare i panni di un dittatore spietato identico a quello che aveva combattuto. Ogni rivoluzione, ripeteva Lacan agli studenti del ’68, tende a ritornare al punto di partenza e la storia ce ne ha dato continue e drammatiche conferme. Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere, dichiara che la sua persona e il suo movimento non hanno nulla da spartire con gli altri rappresentanti del popolo italiano che siedono in Parlamento, invoca una democrazia diretta resa possibile dalla potenza orizzontale della rete che renderebbe superflua ogni altra mediazione, ritiene che l’Italia debba uscire dall’Europa e dall’euro, giudica l’esistenza dei partiti un obbrobrio, proclama la trasparenza e la collegialità assoluta di ogni scelta politica del suo movimento, adotta l’insulto al posto del dialogo, pensa che dedicare la propria vita alla politica sia di per sé un fatto anomalo e sospetto che bisogna impedire, teorizza una permutazione rigida di tutti gli incarichi di rappresentanza; il suo giudizio sulle classi dirigenti del nostro paese fa di tutta l’erba un fascio ritenendo che sia da mandare in toto al macero, alimenta sdegnosamente l’odio verso la politica accusata di affarismo mercenario.

Tutti questi giudizi – senza entrare nel merito del loro contenuto, che si può anche in parte condividere – sono ispirati da un fantasma di purezza che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la diretta della consultazione di Bersani con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle al tempo del suo tentativo di costituzione del governo. Cosa vediamo? È il dialogo tra un padre in difficoltà e i suoi due figli adolescenti in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente Pastorale americana di Philip Roth, dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico «svedese» – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente a una banda di terroristi e poi a una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Il dialogo tra loro è impossibile.

Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde a colpi di machete: sei tu che mi hai messa al mondo, non io; sei tu che hai creato questa situazione, non io; sei tu che vi devi porre rimedio, non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere insultato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica risulta impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata… Ma di qui a dare vita a un autentico cambiamento ce ne passa, perché non c’è cambiamento autentico se non attraverso il rispetto delle generazioni che ci hanno preceduto, se non attraverso una soggettivazione, una riconquista dell’eredità che viene dall’Altro.

Questo fantasma di purezza che ha origine in una fissazione adolescenziale della vita si trova anche a fondamento di tutte le leadership totalitarie (non di quella berlusconiana, che gioca invece sul potere di attrazione della trasgressione perversa della Legge). E sappiamo bene dove esso conduce. Ne abbiamo avuti esempi atroci nel Novecento. Lo psicoanalista, per vizio professionale, guarda sempre con sospetto chi si ritiene portatore di istanze di purificazione della società, chi agisce in nome del bene. Lo psicoanalista sa che chi si ritiene puro non ha tolleranza verso la diversità. La purga staliniana era la metafora fisiologica radicale di questa intolleranza. Lo stato mentale di un movimento o di un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, di obiezione, di opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con la forza dal suo corpo?

Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista. Egli applica il regolamento escludendo l’eccezione, secondo il più puro spirito collettivistico. Salvo ribadire la propria posizione di eccezione. Le sue enunciazioni sono singolari, non vengono discusse prima, mentre quelle dei suoi adepti devono essere vagliate scrupolosamente dalla democrazia assoluta della rete. Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni condivise. Ma l’aggressione al manifesto con il quale alcuni intellettuali si rivolgevano con speranza al Movimento 5 Stelle chiedendo che dialogasse con il centrosinistra o la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader la posizione di incarnare una eccezione assoluta? In questo senso profondo il Movimento 5 Stelle è antipolitico. Il culto demagogico della trasparenza assoluta nasconde questa presenza antidemocratica di una leadership incondizionata. Se l’azione politica è la pazienza della traduzione, se non ammette tempi brevi, non contempla l’agire di Uno solo, il nuovo leader inneggia all’antipolitica come possibilità di avere una sola lingua – la sua – che non è necessario tradurre, ma solo applicare. Come non vedere che c’è un paradosso evidente tra l’esigenza che nessuno parli a partire dalla sua testa e le consultazioni collettive che dovrebbero rendere trasparente ogni atto e condivisa ogni presa di posizione?

Il leader anarchico e sovrano resta esterno al movimento che ha fondato. È la sua eccezione assoluta; egli è nella posizione del padre dell’orda di cui parla Freud in Totem e tabù. Il culto del collettivo è un culto stalinista. Il soggetto è sacrificato, abolito, negato nella sua singolarità. Una volta avveniva nel nome della Causa della storia, oggi avviene per narcisismo egoico. L’amplificazione megalomaniaca dell’Io è propria di ogni dittatore. Ma anche la trasformazione dei soggetti in un «organo» anonimo non è una caratteristica propria di ogni regime autoritario? L’impossibilità di poter parlare a titolo personale? La cancellazione dei nomi propri? La psicoanalisi insegna che il diritto alla libertà della propria parola è insostituibile. È la ragione per la quale non ha mai avuto grande diffusione nei paesi senza lunghe tradizioni democratiche. Un leader degno di questo nome lavora alla sua successione dal momento dell’insediamento, mantenendo il movimento che rappresenta il più autonomo possibile dalla sua figura. Prepara cioè le condizioni di una trasmissione simbolica. Tutto ciò diventa di difficile soluzione quando un movimento non ha storia, non ha padri, ma un genitore vivo e vegeto che rivendica il diritto di proprietà sulla sua creatura. «Io ti ho fatta e io ti disfo», ammoniva una madre psicotica una mia paziente terrorizzata. Una leadership democratica deve sempre rispondere al criterio paterno di una responsabilità senza diritto di proprietà. Si pensi invece alla reazione di Casaleggio all’indomani delle elezioni, quando disse che se il movimento non avesse adottato certe sue indicazioni di comportamento dei neoeletti non avrebbe preteso nulla e se ne sarebbe andato. Ecco la minaccia più narcisistica possibile che un fondatore può fare: io starò con te finché tu mi assomiglierai, finché mi riprodurrai; se tu assumerai un tuo volto, una tua originalità, io non ne vorrò più sapere di te e me ne andrò.

Il pluralismo è temuto da Grillo come da tutti i leader autoritari. Il sogno di un consenso al cento per cento è un sintomo eloquente. Come abbiamo visto era il sogno degli uomini di Babele mentre sferravano il loro attacco delirante al cielo, la loro sfida a Dio: un solo popolo, una sola lingua. No, le cose umane non vanno così. Il Signore sparpaglia sulla faccia della terra quella moltitudine esaltata obbligandola alla differenza, al pluralismo delle lingue, esigendo la pazienza della traduzione. Esistono in democrazia più lingue e ciascuna ha diritto di manifestarsi e di essere ascoltata. Guai se il fantasma di purezza si realizzasse al cento per cento. Lo ricorda giustamente Roberto Esposito: una democrazia che si realizzasse compiutamente sarebbe morta, annullerebbe tutte le differenze delle lingue nel corpo compatto della «volontà generale», darebbe luogo a una tirannide.

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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Mister Bombastium. Sulla vaghezza nel grillismo https://minimaetmoralia.it/interventi/mister-bombastium/ https://minimaetmoralia.it/interventi/mister-bombastium/#comments Fri, 08 Mar 2013 10:26:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13436 Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

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Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Così va per il Movimento 5 Stelle. Sostenitori e avversari lo assaggiano e traggono le più disparate, e talvolta disperate, conclusioni: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è nazista! Beppe Grillo è per la decrescita e dunque per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano, infatti il programma gliel’ha scritto Stiglitz dopo essersi scolato una bottiglia di grappa Nardini! Chi ha ragione? Chi ha torto? Tutti quanti. L’ideologia grillina è come il Bombastium: il suo sapore dipende dal punto di vista. E ce n’è per tutti i gusti.

Questo spiega anche il successo elettorale, che non può essere attribuito ai soli grillini “lecca-matite” delle barzellette. Basta un minimo sforzo di sospensione dell’incredulità, e si troverà nel discorso grillino ciò che si vuole. Il liberista, che avrebbe magari votato Oscar Giannino, trova la denuncia degli sprechi pubblici e dell’iniquo sistema fiscale. Fragola! Il fascista trova una critica del parlamentarismo e un leader carismatico che strabuzza gli occhi. Vaniglia! Il keynesiano trova il reddito di cittadinanza. Pistacchio! L’hacker di Anonymous trova la democrazia digitale. Stracciatella! Il cospirazionista trova le scie chimiche, il signoraggio e tutte le puttanate che ha letto su Internet. Aloe! E l’uomo qualsiasi spera solo in una forte scossa che basterà, forse per magia, a risolvere i problemi dell’Italia. Tiramisù!

Straordinario questo Bombastium. Il famoso venticinque percento di Grillo è prodotto dall’aggregazione di domande politiche molto differenti. Dal grillino duro e puro stile “siamo la gente, il potere ci temono” al giovane startupper milanese, passando per il militante di sinistra che ha perso ogni punto di riferimento: domande apparentemente inconciliabili, forse contraddittorie. Ma è qui che le cose diventano interessanti. Inconciliabili, non c’è dubbio che lo siano nella pratica: d’altronde Grillo stesso non pensava sicuramente a un programma di governo. Ma che siano state conciliate in un discorso politico, questo è già stupefacente. Ed è nell’ordine del discorso che l’operazione grillina è interessante da analizzare.

Grillo gioca in maniera straordinaria sulla vaghezza del proprio messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, abbandonando via via certi temi senza mai ammettere gli errori passati (AIDSmetodo di Bellabiowashballsignoraggio…) così da non tagliare fuori nessuno dei suoi potenziali elettori. Questa cosa si chiama retorica politica, e non l’ha certo inventata il comico genovese. La campagna elettorale di Berlusconi era ugualmente vaga, tra brandelli di liberismo ed echi sovranisti: ricordiamo quando da Santoro rispose evasivamente a una sedicente imprenditrice veneta, lasciando intendere a lei di condividere la sua teoria del complotto e agli altri di essere un convinto europeista.

Il Partito Democratico, da parte sua, ha scelto di essere vago su temi “eticamente sensibili” che rischiano di costituire una linea di separazione al suo interno. Il mediocre risultato elettorale, da questo punto di vista, non dipende dalle qualità del leader: ma dal limite intrinseco di quello che era possibile dire senza rompere il fragile equilibrio su cui era costituita l’unità politica di una compagine destinata a governare con Mario Monti: un “dettaglio” impossibile da nascondere ma piuttosto difficile da integrare in maniera indolore nel discorso politico di un partito di centro-sinistra.

La vaghezza non è un difetto del linguaggio politico, bensì la sua sostanza. Sta poi agli elettori mettere alla prova il discorso vago per orientarne l’interpretazione e gli sbocchi concreti. Oggi l’ideologia pentastellata ha una sola alternativa: lasciarsi mettere alla prova, chiarirsi, precisarsi, e così perdere molti elettori che ha conquistato sulla base di un malinteso; oppure (se ci riesce) restare vaga, ambigua, inoffensiva protesta, e vaffanculo. Il sociologo Ernesto Laclau, nel suo La ragione populista, illustrava bene i meccanismi di aggregazione della domanda politica: e definisce il discorso pubblico come un “significante vuoto” capace di esprimere significati di vario genere e perciò conciliare gli interessi di classi differenti. La politica si gioca nella costruzione di questi significanti vuoti, nell’occupazione degli spazi, in una continua dialettica con altre forze che naturalmente mettono in discussione la vaghezza del discorso concorrente per eroderne il consenso. Se volessimo spartire la nostra gustosa palla di Bombastium tra gli amanti della fragola, quelli della vaniglia e quelli del pistacchio, non avremmo presto più nessuna palla. Ma se ci rivolgiamo indistintamente agli amanti del gelato buono, senza distinzioni tra frutta e crema, dovremmo riuscire a soddisfare tutti. Chi non ama il gelato buono? A parte la casta, voglio dire.

In questo senso il il piano del linguaggio è interamente sovrapponibile all’estensione del consenso, e ogni variazione sul primo si ripercuote sul secondo. Come ha detto Carlo Freccero qualche giorno fa in un dibattito televisivo, “Grillo ha proletarizzato il piccolo imprenditore”. Ha inventato — sul piano simbolico, linguistico, ovvero strategico e sostanzialmente politico — una nuova classe sociale, composta nientemeno che da tutti coloro che si sentono vittime un’ingiustizia. Lo ha chiamato Popolo, proprio come i borghesi francesi nel 1789 parlavano di Nazione per mettere i proletari dalla loro parte contro l’aristocrazia (la casta dell’epoca). Con meno successo, alcuni sedicenti neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con iprecari cognitivi. Lo straordinario successo del nostro Mister Bombastium è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, per un attimo e con la forza fragile d’un vaffanculo, cose che sembrava impossibile tenere assieme. Ma questo attimo non durerà in eterno: via via che la vaghezza si dissiperà, l’elettorato grillino è destinato a sciogliersi — proprio come il Bombastium tra le mani di Zio Paperone.

Resta una domanda: quanto è possibile risparmiare usando una palla di Bombastium invece del normale detersivo? Meditate, gente, meditate.

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Su Grillo e Simone Weil https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/ https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/#comments Wed, 06 Mar 2013 10:26:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13410 Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All'indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c'entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall'alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra...”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

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Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All’indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c’entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall’alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra…”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

Simone Weil criticava aspramente il partito giacobino-staliniano (e il modellarsi su quella forma anche dei partiti nati in un solco culturale e politico diverso). Criticava l’asservimento dei singoli militanti al volere del Capo, il sacrificare la capacità di discernimento di ogni singolo eletto sull’altare di quella che è invece la volontà che discende dall’alto dei gruppi parlamentari o del comitato centrale o del sommo leader. Il pensare “partitico”, nel momento in cui sostituisce a ogni criterio di Giustizia e Verità, cioè di pensiero autonomo e disinteressato, quello del successo del partito medesimo (contro tutti gli altri partiti) conduce in un vicolo cieco. E produce disastri. Simone Weil ci va giù pesante: “Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il Paese, alla quasi totalità del pensiero”.

Andando al cuore di questo Manifesto apparentemente antipolitico, si coglie in maniera lampante un dettaglio: la cosa che Simone Weil più temeva (ancora più dell’organizzazione “militare” della lotta politica) è il fuoco della demagogia, cioè la capacità di alcune forze politiche (soprattutto di quelle che vogliano abbattere tutto, per poi edificare una nuova era) di essere straordinari moltiplicatori di torbide passioni collettive. Come? Con un uso sapiente della propaganda e della persuasione, che sono diametralmente opposte alla comunicazione reale tra persone, al discernimento dei problemi concreti.

Qual è l’obiettivo reale di Beppe Grillo quando scrive, come ha scritto qualche mese fa: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita”? Controllare la vita di chi?

La “soppressione” di cui parlava Simone Weil era una idea regolativa posta in maniera radicale. È un ragionamento, il suo, che avrebbe voluto contribuire a un superamento della crisi della rappresentanza. Ovvio che questo discorso risorga dalla ceneri del Novecento nel momento in cui – come avviene oggi in Italia – non solo una intera classe politica è profondamente screditata, ma la stessa forma-partito sembra cadere sotto le mannaie del furore grillino.

Eppure quel furore, anche se a volte si propaga nel vuoto lasciato dalla politica, appare più figlio delle “passioni collettive” (a loro volta alimentate dalla demagogia e dalla propaganda, smisuratamente lontane dall’“interesse generale”) che non da una minoritaria, ereticale ricerca di una via di uscita. Soprattutto, lasciava intendere Simone Weil, bisogna massimamente diffidare da chi sostiene la necessità di sopprimere tutti i partiti politici meno uno, il proprio, con la scusa magari che il proprio non è un partito, bensì un movimento. È proprio qui che si annida la logica giacobina che Simone Weil vedeva ben formulata nelle parole di un vecchio sindacalista russo, Michail Tomskij: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”.

Arrivati a questo punto, è evidente che occorre separare come il grano dal loglio una ricca, per quanto misconosciuta, tradizione impolitica del pensiero novecentesco e la cosiddetta antipolitica, che oggi ha nel maschio alfa Grillo il suo principale campione. Quella che definiamo spesso impropriamente antipolitica mutua dalla politica le sue forme demagogiche peggiori. Al di là delle ciarle sulla rete orizzontale, non vuole costruire un luogo altro dell’amministrazione o delle relazioni umane, ma occupare lo stesso Palazzo “a modo proprio”. Ripete come un mantra l’idea vetusta secondo cui la classe politica è marcia mentre il paese reale, i suoi imprenditori, i suoi dirigenti, i suoi giudici sarebbero lungimiranti e laboriosi, come se il degrado non riguardi tutti e non sia stato – soprattutto – causato da tutti. Non vuole riformare niente, ma distruggere tutto: creare una steppa in cui poter scorrazzare in lungo e in largo. Con quali forme? Esattamente quelle indicate da Simone Weil.

Oggi non solo abbiamo bisogno di separare la critica radicale della politica da chi si erge in maniera diametralmente opposta, ma speculare, al sistema dei partiti. Questo nucleo originario (analizzato ad esempio da Vittorio Giacopini nel suo saggio Scrittori contro la politica, Bollati Boringhieri 1999; o da Roberto Esposito in un’antologia curata per Bruno Mondadori nel 1996: Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”) va apertamente difeso, preservato dalle appropriazioni di Grillo & co. Simone Weil, Hannah Arendt, Karl Barth, Elias Canetti, T.W. Adorno, Jan Patocka, George Orwell, Albert Camus, Dwight Macdonald, Paul Goodman… sono un’altra cosa. Tra il mantenimento dello status quo da una parte (l’agenda Monti, per intenderci), e la demagogia dissolutrice dall’altra, si sta stringendo una tenaglia. Nel mezzo, rischia di scomparire la possibilità di una critica radicale dell’esistente che miri a costruire – qui, ora – qualcosa di nuovo.

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L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/ https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/#comments Tue, 05 Mar 2013 07:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13391 Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

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Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade

di Girolamo De Michele

Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo.

Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.

Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere. A partire dalla constatazione che i no alle politiche europee, alle agende dettate dalle banche, alla carota dell’austerity dietro la minaccia del bastone ellenico sono espressione di un rifiuto reattivo, non critico, da parte dell’elettorato. E la scelta del mezzo – il successo del M5S – ha tratti di forte inquietudine: non saprei dire se mi inquieta più Grillo, o il consenso che gli deriva da tanti nostri, non solo ex, compagni di strada, ma certo non sorrido. Cerco di comprendere, ma proprio per questo non posso essere estraneo alla tristezza delle passioni che vedo diffondersi sotto forma di indignazione e odio. Detesto ripetermi, ma l’avevo già detto dopo il 15 ottobre 2011: Winter is coming. Perché oltre ad Atene e Sparta, c’è Tebe: e a Tebe c’è la peste.

Dell’ingovernabilità

L’ingovernabilità, dicono molti compagni, è il dato più positivo di queste elezioni. Sarà: curioso che proprio mentre vado a scrivere queste note, giunga notizia che «l’alta finanza promuove il Movimento Cinque Stelle: Jim O’Neil, il ‘guru’ di Goldman Sachs che ha inventato l’acronimo ‘Bric’, dice di trovare “entusiasmante” l’esito elettorale italiano. Il Paese, spiega, ha “bisogno di cambiare qualcosa di importante” e forse il risultato del movimento di Grillo è il “segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo”». In attesa dell’endorsment di Tony Soprano, questa dichiarazione è un segnale rilevante – ma facciamo un passo indietro.

Chi dice che “crisi” e “ingovernabilità” siano dei valori in sé? Non certo il pensiero della critica dell’economia politica, che sa riconoscere nella crisi non un evento che accade al capitale, ma la natura strutturale del capitale stesso: il capitale non va in crisi, il capitale – anche e soprattutto quello finanziario, ci diciamo da Crisi dell’economia globale, “il nostro Operai e Stato” disse qualcuno – è crisi. E nella crisi si trova bene, se la crisi non è l’esito di cicli di lotte destrutturanti e disarticolarizzanti: dell’autovalorizzazione di soggettività antagoniste.

Non sarò certo io a negare che le lotte siano assenti: ma proprio per la professione di realismo (di empirismo critico) non riesco a vedere questi tratti presenti nell’attuale ingovernabilità.

Posto che di ingovernabilità si debba parlare. È poi vero che l’ingovernabilità parlamentare sia un cuneo nei processi di governance sovranazionale? Io credo si debba paventare, piuttosto, il rischio che l’attuale stallo parlamentare, che prelude a governi con maggioranze variabili e risicate, sia assai gradito al governo delle banche e della finanza. In prima battuta, non ci sono i numeri e la forza parlamentare (posto che ci sia la volontà politica) per modificare quanto tra Berlusconi e Monti (tagli alla scuola, riforma-Brunetta dell’amministrazione, collegato lavoro di Sacconi, blocco dei contratti pubblici, inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, legge di revisione di spesa). Giusto per dare un’idea di cosa succede, il governo dimissionario in un paio di giorni ha bloccato la progressione stipendiale nel pubblico impiego per un altro anno, e decretato la fine dell’emergenza umanitaria per i profughi del nord-Africa (che hanno ricevuto 500€ e sono stati gettati fuori dagli alloggi, in pieno inverno): un comportamento che non sorprende, e che allude al modo in cui i processi di governance  sono sempre più spesso concretizzati con atti amministrativi con valore di legge, e conseguente svuotamento delle costituzioni formali.

La governance finanziaria, quella che viene evocata come “la minaccia dei mercati” sotto cui cadrebbe l’Italia in caso di elezioni anticipate, non ha alcuna ragione per mancare di continuare ad esercitare non la minaccia, ma i fatti concreti già adesso, proseguendo la linea di appropriazione della ricchezza sociale sotto forma di aumento dei tassi, allargamento dello spread, inflazione reale, ecc., mentre l’effetto performativo dei dati quantitativi sull’economia – taci, lo spread ti ascolta! – si estende alla stessa possibilità di esercitare il diritto di voto, subordinato al consenso dei “mercati”: mentre il ruolo di fatto di “guardiano della Costituzione” (nel senso schmittiano dell’espressione) del presidente della repubblica cresce bypartisan. Insomma, per dirla col tenente Nicholas Holden (Tony Curtis) di Operation Petticoat, nel torbido si pesca meglio, almeno per la finanza mondiale che mal sopporta le stolide strategie di Draghi e Monti, bacchettati sulle dita come alunni poco capaci dal severo maestro O’Neil.

Ovvio (ma non banale) che questo scenario alluda a una strategia di lotte che mettano al centro il lavoro vivo (come ci ricorda Benedetto Vecchi) e la precarizzazione dell’esistente (come sottolineano Morini e Fumagalli) e pongano bilancio e fiscal compact al centro dei propri interessi. Ma questo, al momento, ancora non si dà. Il vecchio muore, ma il nuovo, pour cause, ancora non si vede.

Chi rappresenta chi?

Come dicono nell’intervista al “manifesto” del 1 marzo i Wu Ming (che hanno dato vita sul proprio blog a un imprescindibile dibattito), «i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune». Di conseguenza, il voto a Grillo «personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci».

La crisi della rappresentanza politica si è concretizzata nel voto al M5S, che ha fatto proprio nelle piazze lo slogan dei movimenti “Non ci rappresenta nessuno”. Cosa significa questo slogan urlato davanti a un miliardario guidato dal proprietario milionario di un’agenzia pubblicitaria (anche queste sono soggettività)? Quell’enunciato dei movimenti allude a un’azione costituente che salti la mediazione della rappresentanza; lo stesso enunciato viene ora decontestualizzato, ricontestualizzato e risemioticizzato: “non ci rappresenta nessuno di voi perché adesso ci rappresenta LUI”. E il “lui” in questione enuncia una prassi politica nella quale la dimensione costituente è titillata, solleticata, masturbata, mai concretamente praticata: la democrazia digitale è possibile solo se e quando il Grillo ex machina clicca sull’interruttore o inserisce la password.

In altri termini, la crisi della rappresentanza ha luogo all’interno delle forme stesse della rappresentanza, e ne assume le aberrazioni peggiori, ancorché classiche: leaderismo, delega, prevalenza dell’individuo sui contenuti. Grillo porta al massimo grado di efficienza e performatività questi aspetti, ma non è certo il primo, né l’unico, a cercare di giovarsene. Qui non mi interessa ritornare sulle peculiarità di questa crisi nelle forme peculiari del campo della destra: mi interessa interrogarmi sul perché i movimenti abbiano la tendenza a farsi invischiare in questi terreni.

Se facciamo mente locale al clima che si respirava all’inizio dell’estate 2011 – referendum su nucleare e beni comuni, piazze tematiche, rivoluzioni arancioni in diversi grandi comuni – possiamo accorgerci di quante occasioni siano state sprecate. Uno dopo l’altro, dall’ipotesi di una Syriza dall’alto scaturita da accordi di vertice tra un piatto di strascinate con le cime di rape,  un’amatriciana e una sarda in saor; ai movimenti arancioni; alla parabola di ALBA fino al décalage di “cambiare si può”; per finire nella farsa di Rivoluzione Civile: non c’è apparato di cattura dei movimenti che non abbia palesato, nella breve durata consentita a queste operazioni di politica politicante, la momentanea capacità di arrestare il movimento e fermare l’azione costituente riportandola sul terreno della rappresentanza.

Guardiamo quella che poteva essere una campagna elettorale messa fuori quadra dal proseguire delle lotte: imbavagliati, in stand by o in attesa di vedere quel che succede, o mobilitati nelle piazze dello Tsunami Tour, nessuno dei movimenti (scuola, precari della logistica, Ilva, beni comuni) ha rotto la tregua elettorale – salvo, come sempre, i mai troppo lodati valsusini, che hanno con esemplare correttezza politica deciso di far sentire la propria voce a prescindere dal riorientamento tattico del proprio voto, imponendo la propria il/legalità su quella delle truppe d’occupazione: dimostrando di aver assimilato nel proprio bios cos’è la “società dei governati”.

E allora diventa lecita la domanda: perché i movimenti, salvo rare eccezioni, hanno questa dannata predisposizione a farsi captare? La risposta non ce l’ho: ma la domanda l’ho ben chiara. Perché fino a quando non si rompe nella prassi il circolo della rappresentanza, ogni rottura al suo interno equivarrà a un nuovo soggetto decisore, in nome di una politica improntata sulla diade amico/nemico piuttosto che sulla potenza costituente del comune.

The Grasshopper Lies Heavy

Com’è noto ai cultori di Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa del grande Philiph K. La svastica sul sole, o L’uomo nell’alto castello. La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole (colto dal blogger Franco Senia). La sua traduzione più corretta potrebbe essere Il grillo si trascina pesantemente: si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5 («Also from the high places they will fear, and terrors on the road, and the almond tree will blossom, and the grasshopper will drag itself along», recita una traduzione inglese). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.

In che senso questo Grillo mente?

Un primo esempio lo abbiamo già visto: l’appropriazione della parola d’ordine “non ci rappresenta nessuno”.

Un secondo esempio è l’appropriazione di un’altra parola d’ordine: quella del “reddito di cittadinanza”. Quale che sia la prospettiva (in una chiave diversa dalla nostra, ma con la quale si può interloquire, penso a quella giuridica di Rodotà) , il reddito minimo di cittadinanza è sempre stato pensato all’interno di un cambiamento strutturale e radicale dell’esistente, non di una riforma dello Stato sociale: non è mai pensabile come un sussidio, men che meno legato alla dimensione dello scambio tra lavoro e salario (questo ci ricordano i compagni di San Precario).
Qui interviene Grillo, in tre step: dapprima propone un Sussidio di disoccupazione garantito (programma M5S, pag. 1); in un secondo momento, verificato il consenso che ha conquistato nel campo della sinistra, si appropria di una dell’enunciazione “reddito di esistenza” sganciandola dal suo riferimento materiale e risemiotizzandola, con un effetto retorico attestato da quanti oggi dicono: “ma è quello che chiedevamo noi!”; infine, aggancia questa enunciazione a un nuovo riferimento materiale: abolizione degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il che significa taglio degli stipendi pubblici del 30-60% (con buona pace di chi impreca al paragone Mussolini-Grillo, è quello che fece Mussolini: taglio del 22% dei salari per conseguire la “quota 90″, e ulteriore taglio del 20% con la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore):

«Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza» (Gli italiani non votano mai a caso, “Il blog di Beppe grillo”, 26 febbraio).

Qui non contano i dati sparati a casaccio (gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese): conta l’effetto performativo, che mira a riprendere il frame delle due società (hai!, professor Asor Rosa: giungeremo mai al fondo dei danni provocati da quelle tue poche pagine del ’77?): garantiti contro non garantiti, vecchi contro giovani, conservatori dello status quo contro costruttori di una nuova Italia sulle macerie.

E rieccole, le macerie: metafora preferita dai leghisti nei primi anni Novanta, sono l’incarnazione stessa della decontestualizzazione e risemiotizzazione come metodo. Anche quando le cita un miliardario che ha fretta di rimuoverle per ricostruire, perché ha bisogno di un parcheggio per il Suv o di un molo per lo yatch. Possiamo dire che questa dinamica sia la natura stessa del M5S; lo sottolinea bene il nostro attuale editoriale:

«Una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). […] Il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. […] Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. […] Dentro il M5S e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5S si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta».

In altri termini, il M5S si appropria delle potenzialità del  precariato cognitivo, e le reindirizza in chiave messianica, o rancorosa e reattiva: vedi l’uso del tema dell’insolvenza declinato in chiave individualistica (rapporto unilaterale Italia-creditori), anti-europea (referendum per l’uscita dall’euro), nostalgica (ritorno alla lira) e vagamente bucolica (decrescita). Ne esalta il potenziale costituente, ma solo per catturarlo e depotenziarlo. Non da oggi, in tutta evidenza: una delle ragioni (una ragione, non la ragione) per cui non c’è in Italia non dico un movimento Occupy, ma neanche una Syriza “dal basso”, è la connessione tra l’incapacità dei movimenti di uscire davvero dal circuito della rappresentazione, e la potenza comunicativa di questo nuovo soggetto politico in grado di catturarne le aspettative e riterritorializzarle su terreni che non fuoriescono dallo stato di cose esistente: in fondo, ciò che Grillo vuole è far funzionare “bene” questo Stato e questo stato di cose, non sovvertirlo.

Lo stesso mito del popolo della rete, costitutivo dell’identità che i grillini si danno, rimanda a quella dimensione dell’anima bella e della differenza pura: «numerosi sono i pericoli di richiamarsi a differenze pure, liberate dall’identico, divenute indipendenti dal negativo. Il pericolo più grande è di cadere nelle rappresentazioni dell’anima bella ove, lungi da lotte sanguinose, non convivono che differenze conciliabili e armonizzabili», scrive Deleuze in apertura di Differenza e ripetizione.

Nondimeno, quella del M5S è una dimensione reattiva, rancorosa, triste: l’indignazione, e talvolta l’odio, che sobilla, private dalla dimensione costituente e riterritorializzate sul terreno del grande Altro (o forse del Modello dell’Io) che, nascosto dietro lo schermo opaco, illumina questo o quel piccolo oggetto designandoli come degni di essere liberamente e autonomamente odiati o desiderati da parte di soggettività, sono passioni passive, che esprimono non la libertà, e nemmeno un processo di liberazione, ma uno stato di servitù della mente. Quella servitù inconsapevole, molto vicina al microfascismo di cui parlava Foucault, che alberga in chi crede che fare politica e rimboccarsi le maniche significhi aprire una pagina facebook, o scaricarsi sull’i-phone gli skeetch di Crozza: esisteva prima di Grillo, e rimarrà dopo. Ma il grillismo la rilancia e la potenzia.

Stupisce (o forse no) che taluni poco fini analisti politici (absit invidia verbo) dicano oggi che «Grillo è riuscito a fare quello che non siamo riusciti a fare noi»: quello che Grillo ha fatto noi non siamo riusciti a farlo perché quello che volevamo, e non siamo riusciti a fare finora, era cosa ben diversa da quella che Grillo ha fatto e fa. Realizzare nel concreto delle lotte, sul terreno del lavoro vivo, della precarizzazione, dell’ambiente e del diritto alla vita e alla salute, su quello dei commons e del comune significa – non può significare altro che – confliggere non solo, ma anche con i disegni di Grillo, creando nel concreto le condizioni perché le contraddizioni, i non detti, le ambiguità e le esplicite inclinazioni reazionarie esplodano. Impedire la saldatura della imprenditorialità ex-leghista, del ceto medio in cerca di ricollocazione politica, con il precariato, cognitivo e non, che costituisce il corpo di questo movimento, di dimensioni spropositatamente ridotte rispetto al suo elettorato – dunque desideroso di nuove inclusioni e ibridazioni.

E che il pope Gapon, una volta di più, s’impicchi!

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“L’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia” https://minimaetmoralia.it/politica/prendiamo-il-meglio-di-tutti-non-facciamo-dei-preconcetti-hitler-sara-stato-pure-un-ditattore-ma-era-vegetariano-ovvero-matteotti-non-stare-a-farla-lunga-era-solo-folklore/ https://minimaetmoralia.it/politica/prendiamo-il-meglio-di-tutti-non-facciamo-dei-preconcetti-hitler-sara-stato-pure-un-ditattore-ma-era-vegetariano-ovvero-matteotti-non-stare-a-farla-lunga-era-solo-folklore/#comments Mon, 04 Mar 2013 18:04:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13382 Oggi il Movimento 5 Stelle ha eletto i suoi capigruppo: per alzata di mano, ha vinto Roberta Lombardi con 39 voti su 107 come capogruppo alla Camera. Dal suo blog abbiamo preso questo discutibile e recente post. L’Italia sotto formaldeide Ultimamente sento e leggo molti ardimentosi paladini dello status quo difendere a spada tratta sindacati, […]

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Oggi il Movimento 5 Stelle ha eletto i suoi capigruppo: per alzata di mano, ha vinto Roberta Lombardi con 39 voti su 107 come capogruppo alla Camera. Dal suo blog abbiamo preso questo discutibile e recente post.

L’Italia sotto formaldeide

Ultimamente sento e leggo molti ardimentosi paladini dello status quo difendere a spada tratta sindacati, associazione di categoria, partiti e vecchie ideologie e mi chiedo perché.

Perché così tante persone, scontente dello situazione attuale, comprensibilmente preoccupate per il futuro loro e dei loro figli, giustamente indignate di fronte alla pochezza morale ed intellettuale di una classe dirigente inadeguata sotto TUTTI I PUNTI DI VISTA difendono ancora strenuamente i simboli di un modo di pensare e creare la società VECCHI e che hanno ESAURITO la loro missione storica?

Se parliamo delle ideologie, penso all’episodio recente di “Grillo che apre a Casapound”. Prima questione: qualcuno mi dice, finchè esistono loro il fascismo non sarà morto, quindi non mi dire che questa ideologia non rappresenta una minaccia presente. Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia. Quindi come si vede Casapound non è il fascismo ma una parte del fascismo. E quindi solo in parte riconducibile ad esso. Seconda questione, e questo per me è il punto fondamentale, sono 30 anni che fascismo e comunismo in Italia non esistono più. Invocarne lo spettro a targhe alterne è l’ennesimo tentativo di distrazione di massa: ti agito davanti il noto spauracchio perché voglio far leva sulle tue paure per portarti dalla mia parte. Non sono i fascisti o i comunisti che ci hanno impoverito, tolto i diritti, precarizzato l’esistenza, reso un incubo il pensiero del futuro.

Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale. Anche qui, i sindacati hanno esaurito una missione nel momento in cui si sono trasformati in grumi di potere che mercanteggiano soldi, cariche, proprietà con quelli che dovrebbero essere i loro interlocutori dall’altra parte della barricata ma che sono diventati i loro complici di inciuci alle spalle dei lavoratori. Non si tratta di negare la fondamentale funzione che storicamente hanno avuto, ma oggi non è più così e quindi meglio pensare a qualcosa di nuovo che tuteli i diritti dei lavoratori.

Discorso simile per le associazione di categoria: potevano avere un senso nel medioevo ma delle corporazioni hanno perso lo spirito mutualistico per trasformarsi in caste e castine o lobby che cercano sponde politiche ad ogni tornata elettorale. Organizzano tavole rotonde con i vari candidati e cercano di tirarli dalla loro parte lusingandone la voglia di consenso. Presidenti o segretari ti chiamano chiedendoti una candidatura che porterebbe al tuo movimento tanti tanti voti di cui non sai che fartene, se quello che cerchi sono cittadini attivi e non automi della croce sulla scheda elettorale.

Purtroppo la storia , soprattutto la nostra, ci ha dimostrato che ogni filtro o intermediario posto tra cittadino e cittadino nel tempo si è trasformato in una barriera allo sviluppo di rapporti sociali, economici, lavorativi.

Una società fluida ed interconnessa permette uno scambio paritario e la creazione dinamica di reti che si compongono intorno ad idee. Questo è il salto nel vuoto di cambiare il proprio modo di pensare in modo radicale e nuovo.

Passiamo dalla società delle divisioni alla società delle connessioni.

Il cambiamento è una sfida complessa, ma se non siamo pronti ora che non abbiamo più nulla da perdere a mettere in gioco tutto noi stessi inventandoci un nuovo modo di intendere la società intorno a noi, se non rompiamo il barattolo pieno di formalina in cui la nostra società si conserva da troppi decenni, dobbiamo essere consapevoli che domani non avremo un’altra possibilità.

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Il web e l’arte della manutenzione della notizia https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/#comments Mon, 04 Mar 2013 10:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13310 Esce oggi l'ebook Il web e l'arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

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Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

Si consideri inoltre il peso sempre più grande che hanno nei giornali online i blog d’opinione, spesso tenuti da «dilettanti» capaci di attirare un largo pubblico o almeno nicchie consistenti di pubblico specializzato. Penso a figure come l’artista Franco Battiato sul Fatto Quotidiano, l’attivista Ilaria Cucchi sull’Huffington Post Italia o il politico Pippo  Civati sul Post; nessuno di essi è iscritto all’OdG, e soprattutto il fedele lettore li segue senza preoccuparsi della loro appartenenza a un ordine professionale, perché, in ambiti distinti e in relazione alle diverse storie personali e capacità, hanno qualcosa di interessante da dire.

Oggi persino le nobili figure dell’editorialista alla De Gregorio, del corsivista alla Gramellini e del cronista alla Bonini possono essere all’occasione impersonate da «quello che un tempo si chiamava lettore», per usare il conio del professore di giornalismo Jay Rosen, che nel 2006 così felicemente sintetizzava un «passaggio epocale». The people formerly known as the audience è ora a un solo clic di distanza dalla pubblicazione, rappresentata appunto dal tasto Pubblica di Blogger, Facebook e innumerevoli altri siti. Il post visto da cento persone e il commento numero cinquecentoventuno in calce a un articolo del Fatto Quotidiano sono altra cosa rispetto a un editoriale di Pierluigi Battista in prima pagina sul Corriere; ciò non toglie che un post visto da cento persone scritto da un cittadino di un piccolo centro possa contribuire utilmente al discorso pubblico di quella comunità e che un post inizialmente visto da cento persone possa, nel giro di una mattinata di condivisioni sui social network, ottenere visite non incomparabili con un articolo su Repubblica.it. «Quello che un tempo si chiamava lettore» ha a disposizione molteplici piattaforme di pubblicazione e condivisione dei propri contenuti/opinioni: i tempi della lettera al giornale, eventualmente pubblicabile dalla testata, come unico modo di far sentire la propria voce sono finiti per sempre.

La disintermediazione è al lavoro tanto per la «gente comune» quanto per i protagonisti della politica, come ben sa il nostro giornalismo parlamentare che con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi sta vivendo, in questa campagna elettorale di inizio 2013, il trauma dei politici direttamente attivi sui social network. In un passato non lontano il quotidiano riceveva un’agenzia sulle dichiarazioni del segretario di partito, assegnava eventualmente a un giornalista la riscrittura con adeguati contorni, sceglieva una foto d’archivio, stampava nella notte e dava la notizia al lettore il giorno dopo. In quel contesto il cittadino che avesse voluto commentare pubblicamente l’attualità politica non aveva altra opportunità se non la lettera al giornale o il discorso al bar. Senza un abbonamento all’Ansa, un archivio fotografico e una stamperia non si poteva fare tecnicamente nulla di meglio che ritagliare gli articoli e incollarli su di un cartellone. E se per caso il cittadino, ricevuta in eredità una stamperia, avesse deciso di fare comunque il suo giornale artigianale, sarebbe incorso nel reato di stampa clandestina, per violazione dell’obbligo di registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale di propria competenza (nella registrazione va pure indicato il direttore responsabile, che deve essere iscritto all’OdG).

Nel 2013 chiunque può offrire al pubblico la propria pregiata opinione su Monti, Bersani e Grillo aprendo con due clic un blog su WordPress o un canale video su YouTube (secondo l’orientamento al momento prevalente, un blog d’informazione non è stampa clandestina [1]). E ora le notizie le forniscono direttamente i protagonisti, in tempo reale, pubbliche e gratis sui social media. Il 25 dicembre 2012 Mario Monti ha scelto Twitter e non l’Ansa o il Corriere per dire agli italiani che è finito il tempo dei lamenti e rendere più chiaro il suo impegno diretto per le prossime elezioni politiche. Il tweet è pubblico e chiunque può leggerlo, citarlo e commentarlo, inoltre è stato lanciato il 25 dicembre alle 23.31, orario troppo tardivo per comparire sui quotidiani del giorno dopo, che però non hanno bucato la notizia, non essendo in edicola il 26 dicembre.

Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini
Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini

Similmente nel marzo scorso Pier Ferdinando Casini, per dimostrare l’unità della maggioranza politica di cui faceva parte, postò su Twitter una foto che lo ritraeva in una riunione con Monti, Alfano, Bersani e il testo «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!» Dal punto di vista del cittadino appassionato di politica parrebbe quindi cominciare l’era dell’abbondanza e della trasparenza: i materiali grezzi sono disponibili liberamente e le barriere tecniche sono abbattute. E anche quelle di comunicazione sono in parte cadute o almeno mutate, perché su Twitter e Facebook possiamo in principio dialogare con i politici, fare domande, chiedere chiarimenti, insomma intervistarli proprio come fanno i giornalisti.

Per alcuni professionisti tutto ciò è un pericolo e un oltraggio, come racconta, nel contesto di una più ampia e opportuna riflessione, questo passo di Michele Smargiassi (da Fotocrazia, «blog d’autore» di Repubblica): “Dirsi come fa Alessandro Di Meo dell’Ansa, forse uno tra i fotografi professionali che assediavano Palazzo Chigi l’altra sera, che è «uno scatto che funziona, ma perché non chiamare noi, che seguiamo notte e giorno i politici?», è già avere la risposta: perché quello scatto funziona, e funziona proprio perché è un autoritratto del potere che si presenta in modo inconsueto, diverso dalle ingessature dei ritratti ufficiali. Questa fotografia «ufficiosa» che simula una familiarità da tag< di Facebook (tipo «Ragazzi guardate, siamo qui, a Palazzo Chigiiii! Con Monti! Wow!») è sicuramente un fatto nuovo nella comunicazione politica italiana. Ma questa fotografia è tutt’altro che innocente e spontanea, e lo capisce chiunque. Il potere rappresenta se stesso”.

Monti e Casini decidono di comunicare anche con Twitter e non solo con le agenzie, i giornali, le radio e le tv non per incoercibile entusiasmo verso le nuove tecnologie e i social media, ma perché è ormai un’esigenza politica l’«orientamento della conversazione» che si sviluppa su queste reti frequentatissime. Sempre più spesso professionisti e dilettanti dell’informazione politica si ritrovano quindi nella stessa situazione di partenza, insieme ai protagonisti: sui social media.

Ingenui, ma non per questo innocui, eccessi politici sono collegati a questa nuova condizione: molti attivisti del MoVimento 5 Stelle identificano tutti i mezzi d’informazione tradizionali (in testa tv, giornali e quotidiani online dei grandi gruppi editoriali) come «zombie asserviti al potere», strutturalmente incapaci di operare con correttezza, e ne proclamano la sostituzione da parte del libero, saggio e democratico «popolo del web», che Grillo rappresenterebbe pienamente. Il MoVimento 5 Stelle si è costruito intorno a un blog e ha puntato senza soste sulla contrapposizione netta, radicale e persino violenta tra internet sano e resto dell’informazione malata, tra democrazia della rete e regime (il dato sempre ripetuto è quello – realmente drammatico, sia chiaro – del 61° posto nella classifica sulla libertà di stampa 2012 di Reporters sans frontières, ora da aggiornare con la piccola risalita alla posizione 57 nel rapporto 2013, riferito agli avvenimenti dell’anno precedente). Già dal solo punto di vista tecnico ed economico, la convergenza dei media rende impossibile una tale rigidissima divisione; soprattutto, venendo al concreto della cosiddetta «controinformazione di internet», chi valuti con serenità vedrà come in troppi casi domini la tendenza al complottismo sfrenato e alla denuncia non adeguatamente sostenuta dai dati. E i social network, in testa Facebook, fanno da cassa di risonanza proprio alle sparate più grosse, poiché queste confermano i peggiori giudizi e pregiudizi, rispondendo a un sentimento diffuso nel paese di grande sfiducia, in primo luogo nei confronti della classe politica, e quindi di un’informazione considerata troppo contigua a interessi di parte. Questa «controinformazione del web» risulta così non di rado compromessa da letture parziali o scorrette dei materiali e vive del continuo rilancio sull’indignazione, trovandosi costretta a fornire notizie ogni volta più clamorosamente sdegnate e clamorosamente inaccurate; e si ritrova a imitare in peggio proprio la stampa tradizionale, tanto odiata per le sue campagne non disinteressate [2]. Perché, ancora una volta, la retorica urlata del nuovo, libero e rivoluzionario, della rete che si sviluppa dal basso non garantisce di per sé nulla.

È inoltre opportuno avere sempre una chiara idea dei numeri in gioco: la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 con Silvio Berlusconi ospite di Michele Santoro e Marco Travaglio non è stata solo un enorme successo televisivo ma anche l’evento politico italiano più discusso di Twitter, che pure nel nostro paese inizia a essere usato come «secondo schermo». L’espressione identifica l’attività di chi guarda un programma televisivo e al tempo stesso lo commenta sul social network; come informa l’esperto Vincenzo Cosenza, di Blogmeter, 204.636 sono stati «i cinguettii lanciati, con un picco di 1.885 tweet al minuto» e 48.469 utenti unici. Mentre cinquantamila utenti twittavano su di una trasmissione vista da oltre otto milioni e mezzo di spettatori, la «secondarietà» di Twitter (e, in misura minore, di Facebook) e la continua «eccezionalità» della televisione nel nostro paese si dimostravano clamorosamente.

La partecipazione civica e politica sui social media può anche essere più direttamente attiva nel produrre informazione: lo studente che si ritrovi a seguire le fasi concitate di una manifestazione e le documenti su Twitter scrivendo brevi messaggi e caricando foto scattate col proprio smartphone copre la notizia e compie «atti casuali di giornalismo». L’espressione random acts of journalism è stata resa popolare da Andy Carvin in relazione all’esecuzione di Bin Laden: Sohaib Athar, @reallyvirtual, consulente IT residente ad Abbottabad, divenne infatti per caso il primo «reporter» a documentare e commentare l’intervento dei Navy Seals, poiché, trovandosi in loco, diede notizia su Twitter dell’azione militare, all’inizio non riconosciuta come tale, e si mise quindi a incrociare fonti e a cercare verifiche in pubblico sul social network. Il testimone dei fatti che aspetta diligentemente il giornalista professionista per riferire su quanto ha visto esiste ancora, ma sempre più cittadini, grazie a nuove piattaforme, testimoniano in prima persona; e talvolta svolgono pure quelle operazioni di ricerca e controllo che identifichiamo come tipiche del mestiere giornalistico. Anzi oggi la nuova condizione normale per eventi di grande impatto pubblico come catastrofi naturali e attentati è rappresentata dal giornalista professionista che diffonde le foto postate dai «presenti alla scena» su Twitter e dal telegiornale che include i video di YouReporter.it (piattaforma di condivisione video) nei propri servizi sull’alluvione [3].

Fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area. Naturalmente questa informazione può essere di bassa qualità quando, proprio come accade ai professionisti, le operazioni di ricerca, analisi e controllo non sono svolte con impegno da persone preparate, e può essere anche eticamente scorretta, quando, proprio come accade ai professionisti, ignora scientemente dati, evita di porre domande scomode, rifiuta di riconoscere gli errori commessi, ecc.

 

Continua sul web: ecco uno storify con numerosi materiali commentati nell’ebook, una board su Pinterest con immagini (serie e scanzonate) del giornalismo digitale, un set su SoundCloud con audio di presentazioni/discussioni. E ovviamente anche sulla pagina Facebook

 

[1] A maggio 2012 una sentenza della Corte di Cassazione assolve lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta dal reato di stampa clandestina per l’attività condotta su di un blog. Come spiega l’avvocato Fulvio Sarzana: «Il Supremo Collegio emette una sentenza molto attesa e pone così fine a cinque anni di dispute dottrinarie e “infuocati” dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale [] i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina». Mario Tedeschini Lalli, un giornalista che sarà spesso citato in questo testo, aggiunge: «Per la Suprema corte nessun sito web è di per sé obbligato a registrarsi presso il Tribunale o presso il ROC [Registro degli Operatori di Comunicazione], a meno che non intenda usufruire degli aiuti pubblici all’editoria. Questo vuol dire che anche il Corriere della Sera o Repubblica potrebbero – volendo – non registrare le loro testate online. E se smettessero di pubblicare un’edizione stampata potrebbero sottrarsi completamente alla Legge del 1948».
Si deve però ricordare che, nonostante l’alto prestigio e il forte valore di indirizzo, la sentenza della Cassazione non impedisce in principio future valutazioni giurisprudenziali di segno opposto. Anche per questo continua a vedersi su moltissimi blog l’apotropaico messaggio: «Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001». La Legge Urbani del 2001 identifica il «prodotto editoriale» con «il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico». I blog sono quindi «prodotto editoriale»? In caso di risposta affermativa, ignorando la sentenza della Cassazione, potrebbero ricadere sotto la Legge sulla Stampa del 1948. Il blog aggiornato più volte al giorno mostra il disclaimer e non si riconosce come «prodotto editoriale», considerando essenziale nella definizione di «prodotto editoriale» una definita e regolare periodicità.
Se tutto ciò vi pare lambiccato e goffo, benvenuti per la prima volta nell’online italiano.

[2] Quanto detto nel testo non vuole ovviamente negare l’enorme contributo che tanti siti gestiti da volontari appassionati portano al discorso pubblico in Italia e nemmeno l’indecorosa crociata contro il MoVimento 5 Stelle condotta da non piccola parte dell’informazione italiana. Il limite estremo, anche in involontaria parodia, di questa scorretta campagna giornalistica lo si è probabilmente toccato il 21 novembre 2012, sull’onda dei casi Favia e Salsi che tanto hanno scosso i cinquestelle, quando in home page sul Giornale si accusava Beppe Grillo di non democraticità perché su Twitter aveva bloccato Flavia Vento, persona che da mesi guadagna su colonne di destra e blog titoli come «Flavia Vento stalker di Tom Cruise (e l’inglese maccheronico)» per i suoi messaggi, che con eufemismo potremmo definire molto sgrammaticati e invadenti, diretti a personaggi famosi. Raffaello Binelli sul Giornale crede o finge di credere che bloccare un utente su Twitter equivalga a una «fatwa» (le virgolette sono dell’autore e mostrano al peggior meglio un sempiterno malcostume giornalistico italiano: lanciare il sasso delle accuse enormi e ritirare subito la mano, o meglio fare con essa il segno delle virgolette) e si spinge persino a dire «con questo blocco Grillo dimostra di avere poco a cuore quella libertà della (e nella) Rete che da anni lo vede paladino indisturbato». Perché, evidentemente, libertà della (e nella) Rete equivale a dare corda a ogni personaggio minore della commediaccia italiana in cerca di visibilità.

[3] Clay Shirky nel suo libro del 2010, Cognitive Surplus, notava come fossero già quasi identiche le probabilità che un evento di portata mondiale avesse testimoni di un qualsiasi tipo e testimoni dotati di una video o fotocamera. Ricordo inoltre che almeno dal 2006 vi sono in Italia più cellulari che abitanti (e la quasi totalità dei telefonini in circolazione nel 2013 può scattare foto, se non anche girare brevi video).

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Il futuro di Grillo e del Movimento 5 stelle https://minimaetmoralia.it/politica/il-futuro-di-grillo-e-del-movimento-5-stelle/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-futuro-di-grillo-e-del-movimento-5-stelle/#comments Thu, 28 Feb 2013 09:20:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13275 Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sullo Straniero n. 145 e postato su minima&moralia nel luglio scorso... Molti aspetti del Movimento 5 stelle (compresi i suoi nodi irrisolti) erano prevedibili molti mesi prima dell'exploit elettorale, benché in tanti - a iniziare dai vertici del Pd - ne abbiano sottovalutato la portata.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

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Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sullo Straniero n. 145 e postato su minima&moralia nel luglio scorso… Molti aspetti del Movimento 5 stelle (compresi i suoi nodi irrisolti) erano prevedibili molti mesi prima dell’exploit elettorale, benché in tanti – a iniziare dai vertici del Pd – ne abbiano sottovalutato la portata.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

La cosa più impressionante delle intenzioni di voto, in questo frangente storico-politico, è la loro totale liquidità. Il Movimento 5 stelle è passato dal 7% al 21% in meno di un mese, in concomitanza con il successo delle amministrative a Parma e in altri importanti comuni. Stando così le cose, è allo stesso modo del tutto “normale” che scenda al 10% o che salga addirittura al 35%… Le due ipotesi, nell’Italia sconquassata di questi mesi, sono entrambe plausibili, per nulla avventate. Per anni abbiamo detto che, in questo paese, il consenso politico non si coagula più, che i partiti annaspano, che quelli personalistici sono soluzioni lacunose (oltre che antidemocratiche), che lo stesso berlusconismo interprete del carattere degli italiani si è rivelato politicamente un guscio vuoto, esploso in mille rivoli con l’uscita di scena di Berlusconi. Certo, non è escluso che Berlusconi possa tornare sulla scena per l’ennesima volta, con la solita discesa in campo. Tuttavia il disco appare rotto, e lo scenario mutato: il Movimento 5 stelle avanza in un deserto di sabbia, in una società fatta di granelli isolati gli uni dagli altri. Una società profondamente debole, rancorosa, facilmente conquistabile. Grillo e il suo entourage l’hanno fiutato. Hanno fiutato il vuoto e il modo di crescere al suo interno.

Per questo è importante riflettere sulla natura del Movimento 5 stelle. Prendere di petto ora ciò che di equivoco c’è al suo interno, non giocare semplicemente di rimessa come fa il Pd. A farlo, i suoi massimi dirigenti rimarranno presto con il cerino in mano.

Da una parte il Movimento 5 stelle occupa un vuoto lasciato libero dal tracollo del Pdl e della Lega. Molta delle sua strategia antipolitica pesca nel tradizionale bacino della destra italiana. Parlare oggi di Casta (nonostante l’evidente trasversalità dei casi di corruzione) è un modo rassicurante per non fare i conti con il berlusconismo, è il rifiuto assolutorio di un giudizio storico sugli ultimi quindici anni di storia italiana. Nella notte in cui tutte le vacche sono nere, non ci sono responsabilità individuali. Non ci sono distinzioni di sorta, solo un convulso latrare. Che è poi quello che fa Beppe Grillo dal suo blog ogni giorno.

Tuttavia, benché lo slogan “né destra né sinistra” dei grillini, oltre che insulso, sia decisamente populista, non si può negare che il Movimento 5 stelle nasca anche dall’involuzione dei movimenti italiani degli ultimi dieci anni. Per anni, da Genova in poi, abbiamo sostenuto che i movimenti nati fuori dal recinto partitico, nel cuore della società, si sarebbero dovuto riappropriare della (vera) politica elaborando un linguaggio nuovo, introducendo nuove pratiche, e ora il primo movimento che rischia di vincere le elezioni è quello di Grillo. Che cosa è andato storto? Perché la democrazia-on-line, di cui i grillini fanno ampio uso, ha prodotto tutto questo?

È chiaro che c’è una differenza tra quei movimenti e questo movimento. Il grillismo non solo risponde al vuoto dei partiti, ma traghetta la politica extra-istituzionale verso il cono di bottiglia dell’antipolitica. Poi ci sarà pure il Travaglio di turno che dice che oggi l’antipolitica è la vera politica (non sorprende che sia proprio lui a dirlo), ma il discorso è un altro. Il Movimento 5 stelle è la negazione dell’universalismo dei movimenti di emancipazione, di giustizia globale e di democrazia diretta degli ultimi anni. È piuttosto la somma di molteplici sindromi “nimby” sparse sul territorio nazionale: un arcipelago di particolari no a qualcosa raccolti intorno al guru Grillo. A questo punto, qualsiasi grillino urlerebbe che Grillo non è il leader del movimento, non ricopre nessuna carica, è solo un suscitatore di idee… Eppure, se uno scarica il “non-statuto” del Movimento dal loro sito, può leggere testualmente: “Il Movimento 5 Stelle intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, (…) e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali”.

Basta questo a definire un movimento che si stringe intorno a un suo padre-padrone, che non a caso decide dall’alto che si candida e chi no, chi parla e chi no, chi espellere e chi no. I grillini, a questo punto, continuerebbero a dirci: non volete proprio capire, Grillo non ha nessuna carica e non si candiderà mai… Senza comprendere che stanno alimentando una dubbia strategia politica: in quali altri sistemi, del presente o del passato, a decidere ogni cosa e a tirare le file di un movimento è un leader che ufficialmente non ricopre alcun ruolo?

In uno degli ultimi comunicati postati sul suo blog, Grillo ha scritto: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita.” Non è solo il tono messianico a infastidire: è quella pretesa “di decidere, di controllare” le sorti di un Paese e “della sua vita” che getta un’ombra sinistra su tutto il grillismo, delinea una grammatica oscuramente totalitaria. Tanto da far pensare: ma davvero Grillo non si rende conto delle parole che usa? dei concetti con cui gioca a fare il capopopolo?

Insomma alcuni esponenti del Movimento 5 stelle potranno anche “ben” amministrare comuni grandi e piccoli. In fondo lo ha fatto anche la Lega da qualche parte, benché la frontiera degli enti locali sia una brutta gatta da pelare, e quasi sempre è il terreno su cui i movimenti “contro” denotano i vizi peggiori. Ma nel momento in cui ci si confronta col piano generale delle idee, i buchi neri si allargano. Molte delle ambiguità del grillismo (a parte le urla tipiche di ogni populismo) nascono dall’utilizzo della categoria dei “beni comuni”. È su questo versante che il movimento ha avuto un successo carsico. Eppure qual è il “comune” di cui i grillini parlano? E soprattutto: chi può far parte di questo “comune”? È proprio su questo fronte che emerge la tara particolarista del movimento, la sua regressione antiuniversalista.

Facciamo un esempio lampante. Da una parte nel loro programma si legge: “Cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano.” Sì, ma chi può essere cittadino italiano? Pochi mesi fa Grillo si è scagliato contro la campagna “L’Italia sono anch’io”, che chiede la cittadinanza italiana per i bambini figli di genitori stranieri nati in Italia e il diritto di voto amministrativo per i lavoratori regolarmente presenti in Italia da cinque anni, con queste assurde parole: “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della ‘liberalizzazione’ delle nascite.”

“Liberalizzazione delle nascite” è davvero un’espressione atroce, degna dei fanatici di Casa Pound. Tuttavia quello che qui preme sottolineare (accanto alla completa disattenzione del Movimento 5 stelle verso il tema cruciale dell’immigrazione) è il nodo della cittadinanza in salsa grillina, e la relazione tra essa e il concetto di “beni comuni”. Chi ha accesso a questi benedetti “beni comuni”, per i grillini? Tutti gli italiani, in una idea profondamente regressiva della nazionalità, che diventa campanile esasperato nel momento in cui si scende sul piano del benecomunismo municipale.

La prima scivolata del neosindaco di Parma Pizzarotti è rivelatrice. Appena ha annunciato in pompa magna che l’inceneritore non si farà più (perché altrimenti i bambini morirebbero di tumore) in molti gli hanno domandato: e i rifiuti come li smaltiamo? In Olanda, ha risposto Pizzarotti, li mandiamo in Olanda. Quando qualcuno gli ha fatto notare (come raccontato da Paolo Nori) che, seguendo la stessa logica del suo ragionamento, ciò provocherebbe un aumento della mortalità dei bambini olandesi, Pizzarotti ha candidamente risposto: “In Olanda non governo io”.

C’è un discorso a margine, che va affrontato su una rivista come “Lo straniero”: la fine dell’ecologismo politico universalista, che proviene da Ivan Illich e Alex Langer, e la sua sostituzione con un ambientalismo grillino regressivo e particolare. Il punto, per quest’ultimo, non è pensare a un nuovo modello di convivenza, ma affermare un no particolare costi quel che costi, che non tenga conto degli “altri”, gli esclusi dal “proprio” benecomunismo, su cui si scaricano le conseguenze. Questa torsione del pensiero, che mette in discussione il rapporto tra ecologia, cittadinanza globale ed emancipazione degli oppressi, va ben al di là delle convulsioni del Movimento 5 stelle. Ci riguarda da vicino. Ed è una di quelle cose cui dare una risposta, per evitare che, anche qui come altrove, il grillismo avanzi nel vuoto.

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