Nicoletta Vallorani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nicoletta-vallorani/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Jul 2026 12:55:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nicoletta Vallorani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nicoletta-vallorani/ 32 32 Cosa chiedere alla fantascienza? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-chiedere-alla-fantascienza/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-chiedere-alla-fantascienza/#respond Tue, 14 Jul 2026 12:45:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57911 Ho seguito con molto interesse e un po’ di sconforto il dibattito sulla fantascienza aperto su La Lettura da un intervento di Mauro Covacich e proseguito, nelle settimane successive, con le repliche prima di Vanni Santoni, poi di Nicoletta Vallorani. Per chi se lo fosse perso o, leggendo queste parole nel futuro, non ne avesse […]

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Ho seguito con molto interesse e un po’ di sconforto il dibattito sulla fantascienza aperto su La Lettura da un intervento di Mauro Covacich e proseguito, nelle settimane successive, con le repliche prima di Vanni Santoni, poi di Nicoletta Vallorani. Per chi se lo fosse perso o, leggendo queste parole nel futuro, non ne avesse più memoria: nel suo articolo, intitolato “Contro la fantascienza”, Covacich rimprovera a questo genere il fatto di non aver saputo prevedere le innovazioni del mondo in cui viviamo. Fa l’esempio di Philip Dick: «secondo il maestro della fantascienza per aprire una porta nel 1992 sarebbe servita una moneta. La società del futuro, piena di gente con poteri paranormali, avrebbe dovuto inserire monete praticamente in ogni elettrodomestico. Ebbene, per quanto sia facile ridere ex post, fa comunque specie osservare come il nostro presente sia caratterizzato soprattutto dalla rapida e per molti aspetti proficua sparizione delle monete».

Santoni gli risponde facendo notare quanti aspetti del nostro presente siano stati invece anticipati con sorprendente precisione dalla fantascienza, dalle videochiamate ai social media, fino alle criptovalute. «Certo, ci sono anche un sacco di cose che sono state immaginate dalla fantascienza e non si sono avverate, ma chi ha mai detto che il compito della fantascienza è quello di effettuare profezie?», conclude. Segue poi una riabilitazione del genere, condotta chiamando in soccorso una quantità di pesi massimi della letteratura, da László Krasznahorkai a Mircea Cărtărescu, da Don DeLillo a David Foster Wallace, ascrivibili alla causa se non altro per il fatto di essere stati influenzati da opere di fantascienza, quando non per averne scritta una. È tutto corretto, e anche in linea con il titolo del pezzo, secondo cui “E invece tutto è fantascienza”. Però, se «da sempre i confini tra i generi sono permeabili», come recitano le ultime righe dell’articolo, è anche vero che il livello di permeabilità implicato dalla tesi secondo la quale “tutto è fantascienza” sembra un po’ eccessivo. Pure la replica di Vallorani mira a una riabilitazione, questa volta sotto l’infallibile segno dell’impegno civile: «questo genere poco recensito e ancor meno premiato sta servendo a dar voce a molte comunità marginali», scrive. È corretto anche questo, ma dietro a ogni buon proposito di riabilitazione è difficile non scorgere la tacita ammissione di una mancanza, che la fantascienza davvero non merita. Forse se la può cavare benissimo anche coi suoi mezzi, anche senza gli altri grandi nomi della letteratura, anche in assenza di alcuna valenza politica. A me piaceva di più, tutto sommato, l’idea di fondo di Covacich: quella di affidarle un compito.

È un’idea che riporta a una dimensione pubblica della scrittura, in cui chi legge chiede e si aspetta qualcosa da chi scrive. Che cosa? Come suggerisce Santoni, magari non una previsione del futuro; va bene essere esigenti, a nessuno piace concludere un libro e avere l’impressione di aver perso del tempo, ma domandare a un autore di diventare un veggente solo perché sta scrivendo fantascienza appare un tantino esagerato. Io alla fantascienza chiederei solo questo: parlare di ciò che non sappiamo. Si tratta, in fondo, di rispettare l’etimologia della parola: usare la fantasia a partire dalla scienza. L’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica propongono continuamente novità e teorie che non siamo in grado di capire appieno. La fisica quantistica, le neuroscienze o l’intelligenza artificiale aprono scenari dei quali non conosciamo ancora l’impatto. Non abbiamo idea delle conseguenze che potranno avere sulla società o sulla nostra stessa visione della realtà. Da questo punto di vista, azzeccare una previsione può essere considerato persino un demerito: se bastava aspettare, essersi presi la briga di immaginare sarà stato inutile.

Ipotesi e congetture sono fonti inesauribili di materiale narrativo che, se non fosse per la fantascienza, resterebbe inutilizzato. È questo il suo grande compito. Basta identificare e seguire la possibilità più feconda. Prendiamo, a titolo di esempio, il famoso paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti? Nell’universo possiamo osservare un’infinità di pianeti e di stelle, ma non c’è traccia di astronavi, di satelliti, di colonie di civiltà extraterrestri. Magari è ragionevole che il cosmo non pulluli di vita come la Terra, neanche Fermi si aspettava un viavai di navicelle spaziali, ma lì fuori sembra non esserci proprio nessuno. È stata proposta una spiegazione molto semplice per questo paradosso: l’universo è un posto troppo grande. A ciò si può aggiungere anche il concetto di “grande filtro”, vale a dire una serie di impedimenti che rendono improbabile, per qualunque civiltà, raggiungere uno stadio tecnologicamente avanzato o conservarlo a lungo. Sommando le due cose, si capisce quanto possa essere raro trovarsi abbastanza vicini e nella stessa finestra temporale; insomma: è davvero complicato incontrarsi. L’idea che l’universo sia un posto troppo grande, però, a livello narrativo lascia molto a desiderare. Per fortuna, tra le tante spiegazioni formulate, c’è anche questa: l’universo è un posto troppo pericoloso. Suona già molto più promettente, non è vero?

La teoria equivale a un ammonimento: chi ha appena messo il naso fuori dal suo pianeta natale farebbe meglio a non farsi notare, perché una civiltà o una tecnologia molto più avanzata potrebbe non esitare a scatenare un’impensabile capacità distruttiva, e senza tanti preamboli. Ecco spiegato perché sembra non esserci nessuno: chi lo sa, bada bene a non rendere manifesta la propria esistenza; chi non lo sa, non sopravvive a lungo. A formulare per la prima volta questa fosca e inquietante ipotesi fu David Brin nel 1983; ma a renderla popolare e a darle il nome con cui è conosciuta oggi, teoria della foresta oscura, è stato Liu Cixin con la trilogia “Il problema dei tre corpi”. L’autore cinese non è stato nemmeno il primo a usare quest’idea in un romanzo di fantascienza: lo aveva già fatto Greg Bear, che in “L’ultimatum” aveva proposto un’immagine simile, parlando di «giungla insidiosa»; ma senza darle il ruolo centrale che la foresta oscura ha nell’opera di Liu Cixin. Oggi quest’espressione è popolare proprio grazie a “Il problema dei tre corpi”, e forse in molti la usano senza nemmeno conoscerne l’origine. Difficilmente un saggio di divulgazione scientifica riesce a diffondere un concetto con altrettanta efficacia.

Un altro esempio può essere il principio di Fermat, in apparenza privo di misteri e a pensarci bene, invece, capace di aprire le porte a una concezione non lineare del tempo. Afferma che la luce, per andare da un punto A a un punto B, usa sempre il percorso più veloce; ma per farlo non dovrebbe conoscere in anticipo la destinazione? Un fotone, quando parte dal sole, sa già che io sto per uscire in balcone e otto minuti dopo mi troverà affacciato con in mano un bicchiere d’acqua per attraversare il quale dovrà leggermente deviare la sua traiettoria? Evidentemente no. Non lo sa più di quanto una palla, rotolando giù da una collina, non sappia già qual è la zona più bassa della valle, che è quella in cui terminerà la sua corsa. Esistono fenomeni nei quali possiamo intravedere finalità, o persino conoscenza del futuro, ma che possono essere spiegati anche secondo il classico nesso tra causa ed effetto. Noi preferiamo quest’ultimo modo di vedere le cose, ma il problema è che, essendo le leggi della fisica simmetriche rispetto al tempo, le due interpretazioni sono entrambe perfettamente valide. Allora qual è vera, tra le due?

In un racconto straordinario di Ted Chiang, che porta il titolo di “Storia della tua vita” e da cui è tratto il film “Arrival”, il principio di Fermat svolge un ruolo fondamentale, proprio come la teoria della foresta oscura nella trilogia di Liu Cixin. Potrei fare altri esempi ancora, parlando magari di come il concetto di macchine auto-replicanti teorizzato da John von Neumann si trovi, pur in assenza di riferimenti espliciti, alla base di un romanzo come “L’invincibile” di Stanislaw Lem; ma l’idea di fantascienza che ho in mente sarà ormai chiara, immagino. Non esiste, ovviamente, una domanda giusta da porre a questo genere: chiedergli di parlare di ciò che non conosciamo, e di sfruttare il potenziale narrativo della speculazione scientifica, ha però conseguenze interessanti. Prendere per buona questa proposta significa, infatti, modificare un po’ il canone della fantascienza: alcuni autori, di sicuro tutti quelli citati fin qui, diventeranno immediatamente dei punti di riferimento; altri appariranno senz’altro da rivalutare; e certi giganti andranno forse lievemente ridimensionati. Ogni amante di questo genere potrà divertirsi a riconoscere quali.

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Riprendersi i sogni, sognare la rivoluzione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riprendersi-i-sogni-sognare-la-rivoluzione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riprendersi-i-sogni-sognare-la-rivoluzione/#comments Wed, 06 Jul 2022 05:54:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50735 di Lorenzo Vargas Nel 1971 Ursula K. Le Guin pubblica The Lathe of Heaven, un romanzo dove un uomo capace di modificare la realtà sognandone ogni volta una nuova, tenta disperatamente di limitare il suo potere demiurgico tramite l’utilizzo di droghe. Venuto a sapere di questo, l’apparato statale, nella persona di uno psichiatra, gli impone […]

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di Lorenzo Vargas

Nel 1971 Ursula K. Le Guin pubblica The Lathe of Heaven, un romanzo dove un uomo capace di modificare la realtà sognandone ogni volta una nuova, tenta disperatamente di limitare il suo potere demiurgico tramite l’utilizzo di droghe. Venuto a sapere di questo, l’apparato statale, nella persona di uno psichiatra, gli impone di interrompere l’assunzione di narcotici e mettere il suo terrificante potere a disposizione della comunità, ossia dello psichiatra stesso. 

Si navigavano a costa gli ultimi anni della prima rivoluzione psichedelica, cominciavano a venir fuori le prime notizie sul progetto MKULTRA e in generale il ’68 sembrava perdere la rincorsa. Con l’inguaribile ottimismo che contraddistingue lə scrittorə di fantascienza, in The Lathe of Heaven, Le Guin prospetta (o documenta) il riassorbimento della prospettiva di un futuro migliore da parte della macchina del Capitale, comprese quelle stesse sostanze psicotrope che avrebbero dovuto liberare l’umanità dai vincoli della percezione e che invece sarebbero state relegate nel consueto limbo di paranoia e bigottismo per almeno altri cinquant’anni. 

Nel ’71 di Le Guin, insomma, il sogno è finito e non ci resta che confrontarci con le macerie affastellate e disomogenee del reale, affrontare le nostre colpe e la connivenza col sistema. In uno sprazzo di pietà da parte dell’autrice lo psichiatra antagonista in Lathe impazzisce nel tentativo di appropriarsi del potere del protagonista (un po’ tipo Jafar col Genio della Lampada), donando così un ultimo tratto fantastico alla trama: il mondo di cui leggiamo è uno dove i responsabili prima o poi pagano.

Passano 50 anni, è il 2020.

In un esprit di simmetria che ha quasi dell’incredibile, gli allucinogeni fanno il loro trionfale ritorno nell’immaginario comune, tanto da far parlare di una seconda rivoluzione psichedelica; le tensioni sociali si inaspriscono ogni giorno di più, nel tentativo di determinate fette della popolazione di liberarsi della stretta sclerotica di un sistema economico morente e in Italia, nel giro di due anni, escono almeno due volumi che chiudono questo spettacolare esercizio in pareidolia, reintroducendo nella fantascienza lo strumento del sogno demiurgico.

Il primo è Urla sempre primavera, di Michele Vaccari (NNE, 2021) e l’altro Noi siamo campo di battaglia di Nicoletta Vallorani (Zona42, 2022).

In Urla sempre primavera (ne avevo già parlato qui) seguiamo tre generazioni dei Delfino, una linea di individui capaci di invadere, influenzare ed infine plasmare i sogni altrui. Sullo sfondo di una Genova gerontocratica, metonimia di un’Italia che si sta lentamente accompagnando al suicidio da sola, i Delfino utilizzeranno la propria capacità miracolosa per legarsi al prossimo e creare una rete rivoluzionaria che sgomini la Venerata Gerusia. 

Dall’altro lato, Noi siamo campo di battaglia ci trasporta in una Milano allo sbando, massacrata da ondate su ondate di disastri pandemici e ambientali e gestita da una fosca amministrazione che si sta lentamente accompagnando al suicidio da sola. In questa cornice alcuni studenti creano attorno a una loro ex professoressa una comune clandestina che evolve in una specie di superorganismo attraverso una pratica di trance collettiva, dove la comune accede a versioni parallele di come il mondo potrebbe essere. 

Sognare la rivoluzione, affondare le braccia nella materia proteide dell’immaginazione più incontrollata e riportare quest’immagine nella nostra realtà apparentemente immobile. 

Immaginare la fine del mondo è più facile che immaginare quella del Capitalismo, dice Fredric Jameson e allora perché non oltrepassare il tentativo fallace di immaginare scenari futuri attingendo direttamente a una forza ricombinatoria più profonda, quella onirica?

Entrambe le vicende seguite non sono mai quelle di un unico personaggio; il potere rimane miope, morente e disfunzionale, frutto di una nevrosi mai trattata; la vecchiaia cede in sacrificio la propria linfa alla gioventù in un succedersi da sottobosco vegetale; le forze dell’ordine sono un macchinario di repressione confusa e violenta; il genere stesso della narrazione varia a seconda delle necessità, nel poliziesco, mistery, poi formazione, individuale e collettiva. 

È nella natura umana razionalizzare elementi caotici per ricavarne uno schema comprensibile e ripetitivo. La connessione tra lə due autorə, d’altra parte, è tutt’altro che infondata. Vaccari e Vallorani si presentano a vicenda almeno dal 2019 e al momento Vaccari cura la collana di novelle di Zona 42, che ha pubblicato Noi siamo campo di battaglia. L’ipotesi di un dialogo tra lə due è quasi ovvia. 

Nonostante ciò, leggere le due opere da l’impressione di veder percorrere lo stesso sentiero con un passo diverso. 

Nella storia di Urla sempre sono sempre le ingangreniture dellə singolə a deviare il corso delle vicende: la rivoluzione fallita di Spartaco, il canto di speranza di Zelinda, l’astio mortifero del Venerato Presidente, la rinascita onirica guidata da Egle. La collettività viene privata della propria agency sotto il peso del passo dei Grandi. La lotta di classe espressa dal romanzo nasce e si risolve nella lotta. Il tempo per costruire e crescere verrà tra le macerie poi. Lo spazio di Urla sempre è la guerra. Si respira una solitudine infinita. La folla segue la rivoluzione, il susseguirsi delle politiche è una disciplina di tai-chi dove è vittorioso chi meglio canalizza l’energia inerte della massa.

Dall’altro lato il lavoro in ottica di comunitarismo i Vallorani è talmente forte da distorcere la forma della storia in una struttura che potrebbe sembrare errata. Le prime ottanta pagine del romanzo ci presentano individualità ben delineate che non vedremo più all’interno della narrazione, il tutto per renderci complici e partecipi della Comune Compost, una creatura che non può essere definita alveare nonostante si muova con passo solo. I singoli non si dissolvono in un nuovo agente terzo, ma rimangono coscienti di sé stessi, qualcosa di ancora diverso dalla sintesi hegeliana che permea il modo in cui ci rapportiamo alle cose in occidente. Tanto che una volta che ci sono stati dati gli strumenti per capire la Comune, essa scompare e diventa il punto di vista del romanzo, l’occhio frattale che osserva coloro che sono rimasti indietro. La rivoluzione di Vallorani è fatta di superorganismi comunitari che esistono nelle proprie differenze.

Dove Vaccari è saldo in un ideale più novecentesco, Vallorani si nutre di tutta una teoria transfemminista della molteplicità e questo dona una ricchezza differente alle opere. La lotta di Vaccari è sanguigna, fatta di tessuti divelti e sangue che schizza. Vallorani ci mostra una rivoluzione che si infiltra nelle fessure lasciate indietro dall’autoritarismo, che nella sua rigidità non può che infrangersi di fronte all’infinita mutevolezza del reale. 

Nonostante però pongano i propri elementi di poetica saldamente nella materia (Vaccari nei fluidi e nella tensione muscolare, Vallorani nella crescita lenta e inesorabile del suolo), in entrambe le narrazioni la realtà in senso stretto sembra aver esaurito la propria forza creatrice. Non sta necessariamente morendo il mondo, ma sta morendo il nostro. 

Vaccari pone l’orizzonte degli eventi in un’eutanasia programmata dalla Venerata Gerusia, mentre Vallorani ci pone di fronte a un ritorno della biologia ottocentesca, con i suoi miasmi mortiferi che risalgono da una madre terra che quindi va cementificata. La simbologia di entrambi rimanda a un fallimento della razionalità illuminista, il primo nella sua deriva realpolitik economica dove i giovani in quanto improduttivi vanno fatti sparire e l’altra in una disistima della scienza medica convenzionale, come espressione di interessi sommersi e miopi.  

Entrambi, quindi, fallita la razionalità, di fronte a un reale reso sterile da un’azione incapace di programmi di lungo periodo, si rivolgono al sogno. Sono passati 50 anni dal Lathe di Le Guin. Nel 2020 non ci sono grandi sogni da un po’. Una crisi dopo l’altra siamo stati guidati in pascoli perennemente emergenziali dove immaginare è una perdita di tempo. Il sistema scolastico ricodifica le humanities solo in termini di competenze lavorative, mentre le discipline tecniche prendono il sopravvento per la propria diretta spendibilità. Il tentativo di costruire qualcosa con un respiro che vada oltre il qui e ora è declassato a ozioso idealismo. Il cambiamento radicale non può essere un’opzione.

Al Capitale non interessano più i sogni che non può vendere adesso.

L’immaginario di fantascienza ricomincia quindi dai terreni non occupati, come una volta erano lo spazio, le stelle, il tempo o gli universi paralleli. In questo caso i sogni e la gioventù.

I giovani ricoprono un ruolo fondamentale in entrambi i romanzi: riformare le generazioni passate è una speranza vana. L’abitudine può più del pericolo di morte. I pochi “vecchi” disposti ad andare avanti potranno solo essere testimoni del nuovo che avanza, ma non parteciparvi. In Urla sempre Spartaco e Zelinda affidano il proprio lascito a Egle, mentre il commissario della terza parte del romanzo rimane a marcire chiedendosi come sarebbe stata la sua vita se non si fosse lasciato mangiare dal sistema. In Il nostro corpo i giovani della Comune attraversano la Breccia che li porterà al sicuro nel maelstrom dei mondi possibili, mentre gli adulti rimangono indietro a mostrare la via ai profughi del collasso. Persino la professoressa che aveva ritrovato la vita nella Comune Compost decide di fare da guardia di porta tra il mondo che muore e il nuovo che nasce. 

Allo stesso modo le opere ritraggono un potere inconsistente e vizzo, a cui non è possibile riconoscere nemmeno il valore di un avversario. Il Venerato Presidente (e la Gherusia tutta) esistono solo perché troppo grandi per morire, mentre lə unicə due dirigenti che vediamo nel romanzo di Vallorani sono uno schizofrenico, l’altra affetta da frequenti amnesie. Tutti rimangono completamente ininfluenti per le rispettive trame e questo a suo modo è comunque eloquente. 

Il vecchio mondo sta morendo da sé, la lotta del vecchio contro il nuovo è una contingenza figlia dell’incomprensione. 

Valutare entrambi i romanzi in termini convenzionali di conflitto e risoluzione (nel caso di Vaccari me ne accorgo tardi, scusa Michè) è un errore, sia interno all’immaginario veicolato dalle due narrative sia nel modo in cui ci ostiniamo a voler strutturare i romanzi. 

L’idea dietro a Urla sempre e Il nostro corpo è quella di una guerra monca, dove il punto della rivoluzione non è più tanto piantare una baionetta nel petto dell’avversario, quanto creare un nuovo spazio vivibile, mentre l’avversario, la baionetta, se la pianta più che egregiamente da solo. 

La sfida di questo tipo di fantascienza, che è quella del futuro e quindi del nostro presente, è di ricodifica. Sul campo di battaglia non vengono lasciati cadaveri, ma vecchi topoi ingombranti, il peso di una razionalità rigida e disfunzionale che non ci aiuta più. E questo vale per tutto: per come leggiamo le storie, la realtà, per come costruiamo il possibile. 

Movimenti femministi di ogni sorta sono almeno trent’anni che fanno un lavoro infame di riappropriazione. Prendono insulti, immagini e narrative e le rendono di nuovo fertili, inutilizzabili da quello stesso sistema che le impiegava per limitare la vita altrui. Vaccari e Vallorani (e sono sicuro molti altri) hanno lavorato per riappropriarsi dalla disillusione del Lathe di Le Guin della forza mitopoietica del sogno, quel territorio fertile da cui storicamente l’umanità ha generato le strutture immaginifiche più forti.

Sarebbe interessante, vista l’evidente sintonia (e dissonanza), vederli lavorare a quattro mani sul tema, creare un grande romanzo sulla rivoluzione del sogno e sogno della rivoluzione, capace di incorporare la fisicità solitaria e muscolare di Vaccari e quella germinante e collettivista di Vallorani, ma convincere gli scrittori a fare le cose è complicato e sicuramente non sarà un articolo a fargli cambiare programmi per i prossimi due anni. 

Fortunatamente, nel frattempo, un uomo può sognare.

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Un film su Philip Roth https://minimaetmoralia.it/interviste/philip-roth-una-storia-americana/ https://minimaetmoralia.it/interviste/philip-roth-una-storia-americana/#comments Thu, 07 Nov 2013 06:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16290 È uscito recentemente per Feltrinelli-Real Cinema Philip Roth, una storia americana. Il pezzo forte è il film, una lunga intervista a Philip Roth a cura di William Karel e Livia Manera in cui Roth parla della sua vita, della scrittura, dei matrimoni, della psicanalisi, degli Stati Uniti. Intervengono anche amiche e amici dello scrittore nel tentativo di delineare per quanto possibile la storia di un uomo, del suo mestiere, dell'ambiente e dell'epoca in cui ha vissuto.

Insieme al dvd è allegato un libro a cura di Francesca Baiardi dove ci sono recensioni d'epoca, il discorso d'accettazione di Roth del premio letterario NBCC ricevuto nel 1988, e poi scritti e interventi di Giorgio Vasta, Alessandro Piperno, Francesco Piccolo, Elisabetta Rasy, Nicoletta Vallorani, Irene Bignardi, Barbara Garlaschelli, Gaia Servadio.

C'è anche un'intervista al sottoscritto che riproduco per i lettori di minima&moralia.

Quando ha letto il primo libro di Roth?

Era il 1992 e avevo iniziato da pochi mesi l'università. A distanza di ventitré anni non doveva evidentemente essersi ancora spento lo scandalo – e il successo – di "Lamento di Portnoy", a quell'epoca in Italia ancora il romanzo più noto di Roth, forse non del tutto a torto considerando che il suo periodo magico sarebbe iniziato solo a partire dall'anno successivo con "Operazione Shylock", e questo nonostante il papà di Zuckerman avesse già alle spalle prove notevoli come "Patrimonio" o "Lo scrittore fantasma". Acquistai e lessi dunque "Lamento di Portnoy". Mi sembrò il libro divertente di un autore molto talentuoso, ma nulla che lasciasse presagire i grandiosi romanzi degli anni Novanta. Se Roth avesse smesso di scrivere nel 1993 oggi lo ricorderemmo come un ben riuscito epigono (con sprazzi di autentica originalità) dei vari Bellow e Malamud e non il gigante della letteratura nord-americana del secondo Novecento che è. Ma nell'arco di cinque anni (dal 1995 al 2000) Philip Roth pubblica, uno dietro l'altro, "Il teatro di Sabbath", "Pastorale americana", "Ho sposato un comunista" e "La macchia umana", la serie impressionante – oserei dire devastante, per chi voglia sottoporre il suo talento a ordinari strumenti di misurazione – di grandi libri che consegna il suo nome alla memoria del futuro.

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philiproth

È uscito recentemente per Feltrinelli-Real Cinema Philip Roth, una storia americana. Il pezzo forte è il film, una lunga intervista a Philip Roth a cura di William Karel e Livia Manera in cui Roth parla della sua vita, della scrittura, dei matrimoni, della psicanalisi, degli Stati Uniti. Intervengono anche amiche e amici dello scrittore nel tentativo di delineare per quanto possibile la storia di un uomo, del suo mestiere, dell’ambiente e dell’epoca in cui ha vissuto.

Insieme al dvd è allegato un libro a cura di Francesca Baiardi dove ci sono recensioni d’epoca, il discorso d’accettazione di Roth del premio letterario NBCC ricevuto nel 1988, e poi scritti e interventi di Giorgio Vasta, Alessandro Piperno, Francesco Piccolo, Elisabetta Rasy, Nicoletta Vallorani, Irene Bignardi, Barbara Garlaschelli, Gaia Servadio.

C’è anche un’intervista al sottoscritto che riproduco per i lettori di minima&moralia.

Quando ha letto il primo libro di Roth?

Era il 1992 e avevo iniziato da pochi mesi l’università. A distanza di ventitré anni non doveva evidentemente essersi ancora spento lo scandalo – e il successo – di “Lamento di Portnoy”, a quell’epoca in Italia ancora il romanzo più noto di Roth, forse non del tutto a torto considerando che il suo periodo magico sarebbe iniziato solo a partire dall’anno successivo con “Operazione Shylock”, e questo nonostante il papà di Zuckerman avesse già alle spalle prove notevoli come “Patrimonio” o “Lo scrittore fantasma”. Acquistai e lessi dunque “Lamento di Portnoy”. Mi sembrò il libro divertente di un autore molto talentuoso, ma nulla che lasciasse presagire i grandiosi romanzi degli anni Novanta. Se Roth avesse smesso di scrivere nel 1993 oggi lo ricorderemmo come un ben riuscito epigono (con sprazzi di autentica originalità) dei vari Bellow e Malamud e non il gigante della letteratura nord-americana del secondo Novecento che è. Ma nell’arco di cinque anni (dal 1995 al 2000) Philip Roth pubblica, uno dietro l’altro, “Il teatro di Sabbath”, “Pastorale americana”, “Ho sposato un comunista” e “La macchia umana”, la serie impressionante – oserei dire devastante, per chi voglia sottoporre il suo talento a ordinari strumenti di misurazione – di grandi libri che consegna il suo nome alla memoria del futuro.

Portnoy è un personaggio spassosissimo, ma partecipa sin troppo della cronaca e dei costumi dei tardi anni Sessanta, ha mezzo piede nella letteratura e l’altro mezzo nella sociologia del tempo. Il negro-bianco Silk Coleman, l’erotomane Mickey Sabbath, lo “svedese”Seymour Levov, l’analfabeta Faunia Farley e il suo terribile ex marito Lester, l’allegra ninfomane Drenka Balich, l’ex miss New Jersey Dawn Dwyer sono al contrario personaggi shakespeariani, tolstojani e stendhaliani insieme, viaggiano su quell’alternativa linea cronologica capace di darci l’impressione che alcune storie – scritte anche due o tre secoli fa – provengano sempre in qualche modo dal futuro, uno strano futuro prossimo che è poi il tempo della vera letteratura, una dimensione alla quale avremo accesso fino a quando qualcosa del nostro essere umani non cambierà radicalmente.

Esiste un personaggio di Roth cui è particolarmente legato?

Drenka Balich, la strepitosa amante dell’ormai anziano Mickey Sabbath: un incredibile concentrato di vitalità e una credibile storta reincarnazione di Molly Bloom a Madamaska Falls, New England. E poi, in un senso molto diverso, anche Lester Farley, il tormentato pazzoide reduce del Vietnam de La macchia umana.

C’è un libro di Roth che sente più vicino a lei come scrittore? E come lettore?

Le mie preferenze non divergono moltissimo da quelle dello stesso Roth. Io metto al primo posto “Il teatro di Sabbath”, poi “La macchia umana” e subito dopo “Pastorale americana” (lì dove la classifica personale di Roth vede “Sabbath” al primo posto e “Pastorale” al secondo). Tra l’altro “Il teatro di Sabbath”, come più volte ha ricordato Roth, fu il classico libro scritto tutto d’un fiato, con qualche riscrittura in meno cioè rispetto al comunque faticosissimo incessante lavoro di revisione a cui lui sottopone ogni suo testo. “Il teatro di Sabbath” fu scritto con tutto il talento e l’abilità che risplendono in “Pastorale americana” ma anche con una sorta di furia nera che manca agli altri suoi grandi libri, e che a mio parere rivive (ma in una forma quasi postuma) nei momenti più intensi del rapporto tra Silk Coleman e Faunia Farley de “La macchia umana”. Cos’ha tuttavia Mickey Sabbath che manca allora a Levov e Coleman?

Questi ultimi due personaggi sono borghesi per quanto di indole diversa tra loro, uomini a cui il mondo sta crollando addosso a causa di un elemento antisociale e antiborghese presente a un certo punto delle loro biografie (le rimosse origini afroamericane di Silk Coleman e il suo rapporto con l’analfabeta Faunia, la figlia pazzoide e il passaggio dagli Stati Uniti dei Roosvelt a quelli delle Linda Lovelace e di “Gola profonda” nel caso di Levov “lo Svedese”). Mickey Sabbath crolla invece continuamente su se stesso, è lui a essere un antisociale e un antiborghese conficcato nella borghese civilissima società americana degli artisti progressisti e dei professori universitari così cara a Roth e senza la quale non solo Roth ma lo stesso Sabbath non potrebbe esistere. Sabbath è non solo una contraddizione, ma un cortocircuito vivente. Nei momenti più scatenati della sua vicenda è Calibano, ma in quelli più tragici è una sorta di King Lear senza corona e senza figlie che avanza solo nella tempesta. I suoi compagni di viaggio sono i becchini-clown dell’Amleto tanto da farmi arrivare a dire che, attraverso Sabbath (massimo del vitalismo e massimo del mortifero in un solo burattinaio), il re degli scrittori materialisti e atei nordamericani non tanto si apra al metafisico, ma sfiori (freudianamente, darwinianamente, forse addirittura etologicamente) un nostro qualche segreto di specie, misterioso in certi aspetti per lo stesso Philip Roth. “Il teatro di Sabbath” mi sembra insomma il più bel romanzo di Roth perché Mickey Sabbath è un personaggio anche più grande dello scrittore che l’ha generato.

Di che cosa avrebbe scritto Roth se fosse stato italiano?

Le terribili premurosissime mamme ebree delle storie di Philip Roth non sono così diverse da quelle del meridione d’Italia. Il meccanismo del senso di colpa (e autoindulgenza sotterranea) da innescare nei figli maschi è molto simile. La retorica del self-made man (ciò che dal nulla fa grande uno come Coleman) in Italia sarebbe sostituita dalla necessità del peggior nepotismo per emergere – una faccenda molto sendhaliana (penso al Julien Sorel de “Il rosso e il nero”) che a Roth non dispiacerebbe poi del tutto, appartenendo egli a quella non piccola schiera di scrittori americani che soffrono un inconfessato ma non sempre giustificato complesso d’inferiorità – e dunque spasmodici interesse e influenza – per certa letteratura francese ottocentesca (sensata, la sensazione di inadeguatezza, per gli Hugo e i Balzac, meno per i de Maupassant), il che sulla pagina è comunque un buon carburante per scene memorabili (penso alla vendetta sulla povera, ridicola e caricaturale professoressa francese consumata ne La macchia umana). Se il caso Clinton-Lewinsky ha infine ispirato La macchia umana, cosa sarebbe accaduto con un caso Arcore? Forse non moltissimo, temo. Il problema infatti è che in Italia è caduta completamente (in modo direi anche disastroso) quella particolare ipocrisia sul malcostume capace di trasformarsi in biasimo e sanzione quando il vizio supera il livello di guardia.

I primi tre aggettivi che le vengono in mente quando pensa a Philip Roth

Robusto. Talentuoso. Audace con qualche eccessiva preoccupazione di eccedere e sbagliare. Se devo trovare un limite per un così grande autore, è questo, esente in certi veri e propri semidei in terra quali furono Melville e Faulkner.

Il suo messaggio di auguri per gli 80 anni di Roth

Che dopo tanti decenni di fatica (e di bellissimi regali per noi lettori) si goda ora pienamente tutti i buoni amici, e le occasioni di festa e di relax, che si è negato o ha solo trascurato attraverso la scrittura. Grazie Philip Roth.

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