Noam Chomsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/noam-chomsky/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Apr 2017 21:20:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Noam Chomsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/noam-chomsky/ 32 32 Il terzo spazio. Intervista a Yanis Varoufakis https://minimaetmoralia.it/interviste/terzo-spazio-intervista-yanis-varoufakis/ https://minimaetmoralia.it/interviste/terzo-spazio-intervista-yanis-varoufakis/#comments Thu, 13 Apr 2017 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34155 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. Il palazzo in cui oggi abita Yanis Varoufakis è il classico condominio anni Settanta di Atene. Citofoni sbrindellati su una strada poco lontana dal centro. Luci fioche per le scale. Dietro la porta d’ingresso, un bel salone zeppo di libri e un balconcino sulla via nel traffico. Niente a che vedere con quel che di lui hanno polemicamente raccontato. Del resto, ora l’uomo odiato dai tecnocrati d’Europa in Grecia passa solo poco del suo tempo. Insieme, fra gli altri, a Ken Loach e Noam Chomsky, ha appena lanciato il primo tentativo di costruire un movimento transnazionale che possa calamitare forze per arrivare alle prossime elezioni europee. Del programma di riforme da attuare già oggi, senza trasformare i trattati europei, si può leggere ogni dettaglio nel libro che l’ex Ministro delle Finanze greco ha appena scritto assieme a Lorenzo Marsili, cofondatore di DiEM25, Democracy in Europe Movement 2025.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

ATENE. Il palazzo in cui oggi abita Yanis Varoufakis è il classico condominio anni Settanta di Atene. Citofoni sbrindellati su una strada poco lontana dal centro. Luci fioche per le scale. Dietro la porta d’ingresso, un bel salone zeppo di libri e un balconcino sulla via nel traffico. Niente a che vedere con quel che di lui hanno polemicamente raccontato.

Del resto, ora l’uomo odiato dai tecnocrati d’Europa in Grecia passa solo poco del suo tempo. Insieme, fra gli altri, a Ken Loach e Noam Chomsky, ha appena lanciato il primo tentativo di costruire un movimento transnazionale che possa calamitare forze per arrivare alle prossime elezioni europee.

Del programma di riforme da attuare già oggi, senza trasformare i trattati europei, si può leggere ogni dettaglio nel libro che l’ex Ministro delle Finanze greco ha appena scritto assieme a Lorenzo Marsili, cofondatore di DiEM25, Democracy in Europe Movement 2025. Si chiama Il terzo spazio. Oltre l’establishment e populismo (Laterza) e quel che innanzitutto colpisce il lettore è l’assoluto primato assegnato alla politica sull’economia.

“Ma perché la colpisce?” domanda lui “Guardi, qualsiasi tentativo di separare economia e politica produce sempre pessima economia e politica di estrema destra. Il fatto è che in Europa la crisi è politica. Tecnicamente gli interventi economici sarebbero semplici. Io ho visto come funziona l’Eurogruppo. Crede che si trattino mai i problemi economici? Il problema lì è la mancanza di coordinamento delle decisioni politiche. È il fallimento della politica. Incapace di definire poi chiare risposte economiche.”

Avete lanciato un movimento in grado di candidarsi.

“DiEM25 esiste da oltre un anno. Sono migliaia i membri da tutta Europa. Quel che lanciamo è un’agenda economica per quello che abbiamo chiamato il New Deal europeo. Chiamiamo a raccolta ogni partito politico, ogni movimento, ogni sindacato, chiunque voglia collaborare con noi per portare questa politica alle elezioni del Parlamento europeo nel 2019”.

Leggendo il vostro libro si ha l’impressione che questo passo sia il risultato dell’enorme delusione della sua esperienza come ministro.

“Subito dopo le mie dimissioni, furono innumerevoli le pressioni perché contribuissi a un nuovo partito politico in Grecia. Ma come avrei potuto? Avevamo portato milioni di persone in strada e nella notte del referendum le tradimmo. Cambiammo il No in Sì. Per questo mi dimisi. Ma non potevo certo tornare indietro a dire: tranquilli, ha sbagliato Tsipras, fondiamo un partito e riproviamoci. Un mese dopo, però, parlavo a un meeting in un piccolo centro francese e vennero migliaia di persone. Mi sono detto: non sono qui per me, sono qui per se stessi, perché hanno capito che quel che è accaduto in Grecia potrà capitare anche a loro. Lo spirito della Primavera Greca non era affatto morto, insomma”.

Voi dite più Europa e più attenzione alle realtà locali. Non è una contraddizione?

“Per nulla. Siamo stati portati a pensare che o c’è più Europa e poco potere a livello regionale o il contrario. Ma non è affatto vero. Ci pensi: cosa importa ai singoli cittadini dell’Europa? Quasi nulla. Quel che vivono sono le loro realtà. Ossia il dramma della forzata sotto occupazione e della forzata migrazione. Ebbene, chi risolve questi problemi? Le piccole municipalità in cui si vive? No. C’è bisogno di investimenti di grande portata. Qualcosa che è l’Europa a dover stabilire. Il problema è che oggi c’è poca Europa e poco potere a livello nazionale. Con più Europa avremo anche più libertà e democrazia a livello locale”.

Un’idea che le vale molte critiche a sinistra.

“La tradizione delle divisioni interne a sinistra è lunghissima e vorrei restarne fuori. La mia del resto è una risposta pragmatica. Le critiche che ricevo sono queste: l’Unione Europea è un progetto neoliberista contro i lavoratori che deve essere distrutta per tornare allo Stato nazione in cui la sinistra possa riappropriarsi del potere politico. Sono d’accordo con le premesse. L’Unione Europea è antidemocratica e neoliberista ma qui mi fermo e prendo un’altra strada. Se la distruggessimo si finirebbe come negli anni Trenta. Una crisi che rinforzerebbe le peggiori forze politiche, la xenofobia e il fascismo. Quel che evitò Roosevelt con il suo New Deal nel 1933. Parliamo di un amico di capitalisti convinto che il capitalismo si stesse suicidando. Usò lo Stato per prendersi cura dei deboli, investendo sul lavoro. Risultato? Niente fascismo negli Stati Uniti. La politica del LEXIT (ossia il Left Wing Exit) beneficerebbe soltanto Beppe Grillo, Marine Le Pen, Die Alternative für Deutschland e così via. Ma pensi al Brexit. Mi dicevano: porterà alla divisione dei conservatori e della classe dominante. Cosa è successo invece? Il contrario. I conservatori sono più uniti che mai e la sinistra ha perso”.

Scrivete che l’elezione di Trump ha mostrato che è possibile cambiare. Non si finirà col populismo a sinistra?

“No. Una cosa è essere popolari. Un’altra essere populisti. I populisti fanno appello ai peggiori istinti di un popolo sofferente. Per rivolgerglieli contro. Pensi al nazismo negli anni Trenta. Parlavano a gente che aveva perso soldi e lavoro suscitando l’odio antisemita. In realtà li misero contro se stessi. Quel che dico di Trump è altro. Ha provato che è possibile andare contro l’intero sistema e vincere. Del resto lo avevamo già provato nel 2015 qui in Grecia. Nessun populismo nel nostro programma elettorale. Se lo ricorda?  Due erano i punti: assicuravamo aiuti a chi guadagnava meno di 700 euro al mese e dicevamo no alla Troika. Bene, non siamo riusciti e mi sono dimesso. Ma resta il fatto che vincemmo due volte sulla base di un programma umanitario e non populista e contro tutte, dico tutte, le tv. Si può fare, dunque. Facciamolo ancora”.

C’è una cosa che non le viene perdonata: certi suoi compensi per apparizioni televisive.

“Sono contento che me ne chieda conto. Ma lei perché lo ha saputo? Sa dirmelo? Crede che i miei compensi siano stati svelati da un’inchiesta giornalistica? Per nulla. Sono stato io a mettere sul mio sito web tutti i compensi di lezioni, conferenze, tv. Sia dove non ho preso un euro sia dove ne ho presi 23.000 come alla vostra RAI. Dov’è lo scandalo? Ero a Parigi in quei giorni a lavorare per DiEM25. Mi volevano in RAI a Milano a tutti i costi. Mi offrirono aereo e compenso. Ho accettato, i soldi sono entrati nelle casse di DiEM25 e l’ho subito reso pubblico. Ma cosa preferivate? Che non dicessi nulla? Oppure che rifiutassi? Per accettare invece la donazione al movimento da parte di qualche oscuro banchiere?”

Lei quando era Ministro affrontò gli anarchici per strada a Exarchia (il quartiere del Politecnico di Atene) e seppe parlarci ma non riuscì in nessun modo con i suoi colleghi ministri nell’Eurogruppo. Perché dovrebbe riuscire ora?

“All’Eurogruppo mi guardavano come se stessi cantando l’inno nazionale svedese. Ma allora rappresentavo la Grecia. Se in futuro uno di noi parlerà in quella sede lo farà non in nome di un Paese, ma di tutta Europa, delle migliaia di sostenitori tedeschi per esempio che già ora sono 30.000. Dovranno ascoltarci. Rappresenteremo anche i loro potenziali elettori”.

Dunque tornerà a parlare anche in Grecia. Lei ha smesso dal luglio 2015 di entrare nel dibattito politico greco. Non ha mai voluto parlare di Tsipras.

“Tornerò a parlare anche in Grecia, certo. Con civiltà. Spero che non ci si tratterà come mostri. A calcio i bravi calciatori colpiscono il pallone e non la gamba. Non si evita di entrare in campo perché esistono anche cattivi giocatori”.

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Mai scuse per la noia. Intervista a Viggo Mortensen https://minimaetmoralia.it/libri/mai-scuse-la-noia-intervista-viggo-mortensen/ https://minimaetmoralia.it/libri/mai-scuse-la-noia-intervista-viggo-mortensen/#respond Tue, 10 Jan 2017 13:45:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33343 Pubblichiamo un'intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

Ultimamente ha spesso interpretato il ruolo del genitore, penso a A History of Violence, The Road, Jauja e ora Captain Fantastic.

Penso sia frutto del caso ma forse, come si dice, non esistono le casualità. Non sto cercando questi ruoli, semplicemente ho la mia età. Quando si va verso i sessanta, è normale interpretare il ruolo del padre.

E Viggo Mortensen che padre è?

Cerco di fare del mio meglio. Nel film ci sono momenti divertenti e momenti brutali legati al comportamento di Ben, che protegge la sua famiglia adottando un comportamento moralmente intransigente. Io mi sento distante da lui, eppure m’identifico nel suo desiderio di non mentire ai figli. Apprezzo la sua voglia di piena sincerità. Ma quello che unisce questo modello di famiglia è la comunicazione. Anche se a un certo punto il padre si rende conto di aver preso la strada sbagliata, perché ha isolato i suoi figli dagli altri ragazzi del mondo, c’è ancora rispetto reciproco tra loro e con un po’ di elasticità possono continuare a essere una famiglia. Il rischio di non capirsi nasce dalla mancanza di comunicazione, basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti.

So che lei è figlio di genitori divorziati.

I miei genitori sono stati più tradizionalisti rispetto a quelli del film: mia madre stava in casa la maggior parte della settimana, mentre mio padre a causa del lavoro era presente solo nei weekend. Quando i genitori divorziano, non necessariamente si è destinati a perderli ma è un’assenza che colpisce sempre. Non è quello di cui parla questa storia, però la perdita della madre motiva ciò che accade nella pellicola. La sua assenza intensifica gli sforzi educativi del padre e lo costringe a viaggiare, rendendo il tutto più intenso.

Nel film i personaggi celebrano il “Noam Chomsky Day”. Forse non esistono davvero le casualità, dato che uno dei suoi album è dedicato al noto linguista americano.

Beh, ho letto parecchi libri di Chomsky. Non sono d’accordo con tutto ciò che ha scritto, però condivido molte delle sue idee; parecchi dei libri che si vedono nel film, infatti, provengono dalla libreria di casa mia. Sono semplicemente una persona che pensa, ascolta, che magari disprezza anche, ma cerca sempre di spiegare la sua posizione.

A breve uscirà il suo nuovo album. Che rapporto ha con la musica?

Non ho mai preteso di essere un bravo musicista, ma ho sempre apprezzato la musica come mezzo di comunicazione non verbale. Ho un legame molto stretto col piano e con il suo suono. Ultimamente ho fatto persino qualche miglioramento (sorride, ndr). Continuo a progredire lentamente, tuttavia imparo sempre qualcosa. Anche quando suono solo per cinque minuti. Lo so che magari poi dimenticherò le melodie, ma quello per me rimane un momento unico. È il viaggio in una foresta in cui non sono mai stato e che non vedrò mai più. Amo la purezza di tutto ciò.

Le canzoni hanno spesso un ruolo catartico nelle nostre vite. È così anche nel film, penso alla scena in cui la famiglia canta “Sweet Child O’ Mine”.

Una delle scelte migliori che abbiamo fatto, per quel che riguarda la preparazione al film, è stata quella d’improvvisare musica tutti insieme, ogni giorno per un paio di settimane. Ciascuno di noi suonava uno strumento diverso, così eravamo costretti ad ascoltarci e questo è stato utile per cancellare la paura di fare errori sul set. È stato un bel modo per entrare in confidenza l’uno con l’altro. Creare una dinamica simile a quella di una band ci ha aiutato a diventare una vera famiglia.

Nei suoi dischi ha collaborato più volte con un personaggio misterioso come il chitarrista Buckethead, che per un periodo ha militato proprio nei Guns ‘N Roses. 

Buckethead è una persona molto schiva, che parla davvero pochissimo. Ultimamente è diventato ancora più solitario e riservato. Non dice quasi nulla quando ci vediamo, solo qualche commento su uno di quei film strani che ama guardare. Di solito gli chiedo “comincio io o cominci tu?” e poi semplicemente iniziamo a suonare, senza aver pianificato nulla. Negli album che abbiamo realizzato insieme, la musica è sempre nata sul momento. È un dialogo sempre sorprendente, in cui nessuno dei due dice all’altro che cosa deve fare. Credo sia per questa ragione che si sente a suo agio con me. È una conversazione senza parole.

È stato sposato con Exene Cervenka, la cantante degli X, famosa punk band californiana. Le piaceva quella scena musicale?

Allora non ne sapevo molto, ma vivendo accanto a lei ho imparato ad amare il punk. Mio figlio è cresciuto in quel mondo e ha imparato un sacco di cose che gli sono servite in seguito. Ora, per dire, sta lavorando a un documentario sulle Skating Polly. Exene ha prodotto il loro secondo album. Ma se si vuole conoscere meglio quella scena consiglio di leggere due ottimi libri che catturano bene l’essenza di quei giorni: Under the Big Black Sun. A personal History of LA Punk di John Doe e My Damage: The Story of a Punk Rock Survivor scritto da Keith Morris, il cantante dei Circle Jerks.

Sul set di Lupo Solitario ha conosciuto Dennis Hopper, di cui poi è diventato grande amico.

Non l’avevo mai incontrato prima di quella volta, ma sul set ho sentito immediatamente un forte legame con lui. Abbiamo girato anche un altro film insieme, Limite estremo, dove Dennis aveva un ruolo molto divertente. Era molto diverso da me, ma quello che ci legava era il senso dell’umorismo, l’amore per l’arte moderna e la sua filosofia di vita: “Si può fare qualunque cosa. Perché no? Basta provarci.” È stata una delle poche vere amicizie che ho avuto con qualcuno del mondo del cinema.

Dalla sua passione per l’arte è nato anche il desiderio di cimentarsi con l’editoria. Nel 2002 ha fondato una casa editrice, la Perceval Press.

È nata quasi per gioco. Una volta ho consigliato un libro d’arte che avevo molto apprezzato a un amico e ho pensato che sarebbe stato bello farlo su larga scala. È un modo per condividere ciò che mi piace con tante altre persone. Magari opere che altrimenti non sarebbero pubblicate. Come Hijos de la selva, un volume che sono orgoglioso di aver pubblicato. È un libro sull’etnografo tedesco Max Schmidt: un pioniere, prototipo di antieroe, che agli inizi del ‘900 ha documentato fotograficamente la vita degli abitanti della regione brasiliana del Mato Grosso e del Gran Chaco del Paraguay mantenendo sempre una posizione di uguaglianza nei confronti degli indigeni. Questo libro è una splendida fusione di arte e scienza, ma vorrei lo vedesse con i suoi occhi (mi porge una penna, ndr). Può darmi il suo indirizzo?

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La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe. Un dialogo tra Leonardo Caffo e Raffaele Alberto Ventura https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-dialogo-tra-leonardo-caffo-e-raffaele-alberto-ventura/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-dialogo-tra-leonardo-caffo-e-raffaele-alberto-ventura/#comments Mon, 01 Jun 2015 09:22:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27114 Raffaele Alberto Ventura

Caro Leonardo, io inizierei con una domanda: perché noi due ci troviamo qui a dialogare su Ivan Illich? Vogliamo riesumare un autore passato di moda, un ferrovecchio della controcultura degli anni Settanta, oppure al contrario ci accingiamo a salire sul carro di coloro che oggi ancora ne celebrano il culto? Personalmente se penso all'uso che del suo pensiero fanno i sostenitori della "decrescita serena", mi vengono i brividi. E capisco che, alla luce di questa tradizione interpretativa, per molti Illich sia semplicemente una specie di santone hippie chic che predicava l'austerità e il ritorno alle tradizioni. Si inizia con la convivialità e si finisce a tavola con Carlo Petrini! O nella migliore delle ipotesi, a fare le biciclettate collettive con i ragazzi di Critical Mass.

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Raffaele Alberto Ventura

Caro Leonardo, io inizierei con una domanda: perché noi due ci troviamo qui a dialogare su Ivan Illich? Vogliamo riesumare un autore passato di moda, un ferrovecchio della controcultura degli anni Settanta, oppure al contrario ci accingiamo a salire sul carro di coloro che oggi ancora ne celebrano il culto? Personalmente se penso all’uso che del suo pensiero fanno i sostenitori della “decrescita serena”, mi vengono i brividi. E capisco che, alla luce di questa tradizione interpretativa, per molti Illich sia semplicemente una specie di santone hippie chic che predicava l’austerità e il ritorno alle tradizioni. Si inizia con la convivialità e si finisce a tavola con Carlo Petrini! O nella migliore delle ipotesi, a fare le biciclettate collettive con i ragazzi di Critical Mass.

Ma davvero Illich non ha altro da offrirci? Io credo di sì: ci offre l’abbozzo di una teoria economica centrata sui temi della “controproduttività” e della “disutilità marginale”. Roba che dovrebbe stare nei curriculum di Economia e Commercio, accanto a Schumpeter. Illich analizza il passaggio della società industriale a uno stadio caratterizzato dalla produzione ipertrofica di effetti collaterali. Per corroborare la sua tesi, propone di calcolare il rapporto tra costi e benefici prendendo in considerazione degli elementi spesso trascurati: in questo modo, ci fornisce delle analisi lucidissime (e ancora sostanzialmente valide) dei sistemi scolastico e sanitario — in Descolarizzare la società (1971) e Nemesi medica (1976). Ma è l’intera società, con tutte le sue istituzioni, a presentare disfunzioni. In Convivialità (1973), per fare un esempio tra tanti, Illich fa l’esempio delle case popolari che a fronte di un risparmio iniziale sul costo della costruzione presentano poi ingentissime spese di manutenzione.

Dal mio punto di vista questo autore, passato ai suoi tempi per puro idealista, si rivela oggi l’esatto contrario: un realista da opporre all’ottimismo irrazionale di chi, dopo quarant’anni di crisi economica, ancora aspetta una ripresa. Ma adesso mi devi dire tu perché ci troviamo qui secondo te e che cosa stai cercando in Illich…

Leonardo Caffo

Caro Raffaele intanto, probabilmente, ci troviamo qui perché, almeno in parte, ciò che diceva Illich cerchiamo di metterlo in pratica. Mi spiego: diamo alla convivialità, e non alla produttività industriale, la priorità nella gestione delle nostre giornate. Nessuno ci paga per fare questa discussione, Petrini non ci inviterà a cena e non saremo accanto a Schumpeter a Economia. Ivan Illich, mi pare, è tante cose diverse e certo, se io e te non avessimo uno stipendio da altrove, probabilmente adesso non avremmo il tempo di fare ciò che facciamo.

Il lavoro culturale, in effetti, sembra garantire una certa dose d’improduttività che considero sacrosanta: perché è proprio nell’improduttivo che si può bloccare ciò che per Illich era il male più urgente da contestare — ovvero la sostituzione della macchina all’umano (in questo Illich è stato avversario convinto del postumano). Possiamo inventare macchine per sostituire le nostre produzioni, ma solo “noi” abbiamo il lusso dell’improduttivo, e dunque dell’inoperosità. Comincio dunque dandoti ragione: Illich è un realista. Se però ci capiamo su cosa sia il realismo, almeno declinato in filosofia politica: non un’accettazione della realtà quanto, piuttosto, un accertarsi che sia preliminare a una sua modifica.

Vedi, Raffaele, a mio avviso con quella storia di Foucault secondo cui il sapere serve per contestare e non per capire siamo usciti del tutto fuori strada: perché prima capisci, e poi nel caso contesti. Illich era un uomo interessato a comprendere la struttura delle cose, difatti credeva che la società migliore sia quella in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni. E questo già basterebbe a capirne l’attualità, e perché siamo qui io e te: perché tutto possiamo fare, oggi, meno che realizzare le nostre intenzioni. E allora com’è che Illich provava a mettere in crisi gli ingranaggi di una società che non lo rappresentava? Attraverso l’incontro con l’altro, e soprattutto con l’amicizia: non c’è nessuna austerità in ciò — né l’ipocrisia dell’altissima povertà di alcuni autori che a Illich non potrebbero portare neanche le scarpe.

E allora si, cominciamo dal realismo: prima capiamo, poi critichiamo. Ma cosa capiamo, prima di tutto, con Illich?

RAV

Aggiungo subito qualche elemento di attrito per movimentare la discussione. Quando tu opponi “convivialità” e “produttività industriale” io non posso fare a meno di insistere sul fatto che oggi gli spazi e i tempi della nostra convivialità sono garantiti dal sistema industriale in forma di tempo libero. In questo senso, perdonami, io non vedo nulla di granché radicale nel nostro gesto. Volendo fare una caricatura, potremmo dire che l’uomo della società industriale è proprio colui che passa la giornata a svolgere micro-mansioni e poi torna a casa a parlare di Ivan Illich, oppure suona in una band indie, oppure parte a fare trekking in Mongolia.

Tu sei ricercatore universitario e quindi le cose sono vagamente diverse: hai probabilmente un lavoro più “conviviale” della maggior parte delle persone, anche se meno conviviale di quanto poteva esserlo cinquant’anni fa — quando d’altra parte c’erano molti meno ricercatori a spartirsi la torta. Ma non possiamo tralasciare il fatto che questa torta viene finanziata prelevando quote di profitto ottenuto grazie agli aumenti della produttività industriale. Quindi abbiamo a che fare con un patto faustiano, e il merito di autori come Illich o Marx è di attirare la nostra attenzione sulla sua tragicità.

È proprio questo baratto che c’impedisce di vedere distintamente all’opera il deterioramento della qualità del lavoro: perché fintanto che le economie di scala garantiscono un aumento della redditività tale che una parte del profitto possa essere ridistribuito ai lavoratori, gli effetti “alienanti” della divisione del lavoro vengono compensati in vario modo: diminuendo le ore di lavoro, aumentando i salari, migliorando l’igiene, la sicurezza, persino la convivialità eventualmente; o ancora creando la domanda perché possano esistere altri tipi di lavoro. Questo “progresso” lo si si vede nella storia dell’industrializzazione, e spiega perché i lavoratori godono di migliori condizioni oggi rispetto a ieri, e ciò in particolare nelle grandi aziende multinazionali: non perché sono più produttive, ma perché essendo più produttive sono più redditizie. Ma quando il tasso di profitto inizia a erodersi e questi vantaggi poco a poco scompaiono — basta vedere le parabole di Google o della Fiat — restano soltanto il lavoro diviso e i suoi inclementi imperativi di efficenza.

Come dici tu, non si tratta di contestare per riflesso condizionato, e nemmeno di piangersi addosso, ma innanzitutto di capire. A essere tragico dal mio punto di vista non è tanto che, come scriveva nostalgicamente Debord, “tutto quello che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”, quanto il fatto che il nuovo equilibrio industriale che abbiamo costruito è totalmente instabile. Insomma, nostalgie antimoderne a parte, diventa sempre più costoso e difficile sfuggire alle crescenti conseguenze perverse della divisione del lavoro, che pure nello stesso tempo fornisce vantaggi, gratificazioni e opportunità.

Rifugiarsi in un agriturismo a scrivere poesie bucoliche è la soluzione? Ovviamente no. Volendo essere un po’ ottimisti, senza sfociare però nell’idealismo della decrescita, assieme a Illich potremmo ipotizzare la possibilità di un approccio pragmatico che ci permetta perlomeno, in una prima fase, di correggere certe disfunzioni particolarmente vistose e altri sprechi faraonici. Sprechi di risorse naturali, sprechi di tempo e di forza umana, di attenzione, di energie e di energia. E qui torno al mondo economico, dove talvolta la ricerca della produttività (le grandi fusioni aziendali, la meccanizzazione, la standardizzazione, ecc.) al contrario può produrre fenomeni di controproduttività. È un tema al quale si è interessato recentemente l’esperto di matematica finanziaria Nassim Nicholas Taleb, parlando di “fallacy of large institutions”, aprendo quindi a una riflessione seria sul destino delle economie di scala.

LC

Colpisci dove più nuoce: è il capitalismo stesso a consentire il tempo improduttivo, non c’è dubbio. Talvolta in apparenza: io, per esempio, sono un ricercatore precario — e se pensiamo a cosa significhi, davvero, avere prospettive temporalmente limitate allora ridimensionerei il concetto di “improduttivo”. Ma forse, questa, è un’altra storia. O forse è la stessa, e parla di Illich: perché vorrei provare a dire qualcosa sul tempo che è improduttivo senza consapevolezza di esserlo — mentre tu, mi pare (giustamente), fai emergere la contraddizione del tempo che è improduttivo con cognizione di causa. In questo, effettivamente, il nostro gesto non ha nulla di speciale: ritagliamo del tempo per far vedere a noi stessi, e agli altri che leggeranno, quanto siamo bravi a discutere.

Ma c’è un però: la convivialità a cui pensava Illich, come sai, era quella che mirava a ridisegnare il concetto di “umano” verso una forma di vita che non schiacci le proprie azioni solo verso la produzione e il consumo di beni e servizi ma che sia in grado, al contrario, di usufruire della libertà di modellare gli oggetti che lo circondano. Io, il suo realismo, lo vedo tutto qui: nel’intercapedine tra il fare e lo scegliere di fare. E allora mi tocca ridarti ragione: certo che non possiamo pensare di essere i Thoreau contemporanei, magari rifugiandoci sulle rive di un lago scrivendo di poesia e filosofia. Ma possiamo però lavorare su degli spazi alternativi interni allo spazio capitalista che tu hai evidenziato. Non tanto, dunque, pensare di essere speciali perché si fa qualcosa di “improduttivo”, o di culturalmente antagonista quanto, piuttosto, colonizzare dei luoghi che mostrino che quelle forme di vita alternative teorizzate da Illich in realtà esistono già. Sto parlando del valore delle micro-comunità che vivono internamente a ciò che contestiamo, forse l’unico spazio di applicazione dell’anarchia nell’epoca della globalizzazione totale e che dimostrano, a mio avviso, quella “possibilità di un approccio pragmatico” che dicevi. Per me, forse ingenuamente, la cultura è questa cosa qua: soprattutto quanto si traduce in dei gesti di anticipazione o di avanguardia.

Illich, in questa sua inconsapevole contestazione del postumano, discutendo del concetto di “bisogno”, centra a mio avviso il punto essenziale: non possiamo definirci soltanto in base a ciò che ci “manca” (e di cui dunque abbiamo bisogno). Le micro-comunità nascono così, anche in contrasto ai movimenti di critica sociale che dichiarando ciò che non hanno perdono il loro tempo continuando a non averlo. Tali micro-mondi nascono, dunque, nella misura in cui smettono di dire che bisogna usare il tempo, facendo il gioco capitalista che denunciavi, e cominciano a usarlo davvero: mi piace dire, come forse sai, quando la vita umana si fa un po’ animale. Ovvero esce dalla temporalità classica — “vivo il presente ricordandomi il passato per pianificare il futuro” e comincia, invece, a vivere semplicemente il “qui e ora”. Lo dice bene Illich in Energia ed equità: «quando una società segna un prezzo sul tempo tra l’equità e la velocità veicolare si stabilisce una correlazione inversa». Io per correggere certe disfunzioni, come dicevi, vedo solo la possibilità della comunità — ma forse mi sbaglio.

Ma allora è uno sbaglio che farei in compagnia di Illich, non credi?

RAV

La comunità, insomma, come solo vero spazio di libertà? È molto probabile che Illich sarebbe d’accordo con te, ma da entrambi io esigerei una formulazione più chiara di quello che intendete con “comunità”.

Se penso al modo in cui oggi noi “facciamo comunità” prima in rete ma poi anche nella vita sociale o professionale, mi pare che tendiamo ad aggregarci per affinità culturali che sono anche affinità di classe. La rete ci ha permesso di costituire una sorta di “società segreta” disseminata sul territorio, e non è molto diverso da quella rete d’intellettuali giramondo che frequentava Ivan Illich, come raccontato anche nel bel libro di Franco La Cecla su di lui. Ma stiamo davvero parlando di questo tipo di comunità, che assomiglia piuttosto a una specie di élite o aspirante élite? Una comunità nella quale c’è soltanto gente che manipola simboli, e nessun contadino, nessun operaio, nessun panettiere, nessun idraulico, nessun muratore, nessun poliziotto, eccetera… Neanche il villaggio dei puffi è tanto segmentato. Tra l’altro questo è un esperimento sociale molto semplice e divertente, che invito te e i nostri lettori a fare: quanti operai, panettieri, idraulici, muratori e poliziotti avete tra i vostri amici su facebook? Io nessuno per esempio. Eppure esistono, sono mansioni fondamentali per il funzionamento della società. Non la trovi stranissima questa cosa?

Ecco, io non credo che quando mi parli di comunità fai riferimento al nostro network di bei parlatori: tu hai in mente un organismo sociale per quanto possibile autosufficiente e egualitario. E allora credo che il problema stia tutto qui: l’intellettuale che la promuove è anche il primo che rischia di essere di troppo in quella comunità. A me pare che Illich non sia mai riuscito a risolvere questa contraddizione, ma d’altra parte per me questo conta poco visto che in questa cosa della comunità non credo tanto. Non vedo come si possa fare coesistere il sistema tecnologico con questo ideale comunitario, e soprattutto non vedo come si possa rinunciare a questo sistema tecnologico che pure pone problemi sempre crescenti (come le versioni di un sistema operativo sempre più cariche di bug e di glitch) se nemmeno noi riusciamo a fare uno sforzo per provare a viverne fuori.

Tu davvero riesci a immaginare qualcosa? Non credi che nella sua pars construens Illich peccasse di eccessivo ottimismo? Io poi non capisco se Illich stia vincendo — perché in molti, localmente, realizzano le sue idee — oppure perdendo — perché, come dicevo prima, le realizzano negli spazi e nei tempi “di svago” appositamente lasciati a disposizione dal sistema produttivo.

LC

C’è stato uno storico dibattito in Olanda, lo conosci, tra Noam Chomsky e Michel Foucault che, beh, dopo essere diventato un cult su YouTube anche in Italia, grazie a Derive e Approdi, ne è stato fatto un libro. Il punto non era diverso da questo mettermi spalle al muro della tua ultima domanda: “definisci cosa sia la comunità”. Foucault diceva a Chomsky che non poteva dire esattamente la sua idea di società futura perché l’avrebbe pensata come interna alla nostra società di dominio che falsa, inconsciamente, anche le nostre strutture di pensiero.

Io, al contrario di ciò che probabilmente penserai leggendo questo incipt, sto con Chomsky: ti devi sempre sforzare di dire qualcosa sul futuro che proponi — la decostruzione senza ricostruzione, diceva Hilary Putnam contro Jacques Derrida, è un atto irresponsabile. Certo che Illich non pensava a comunità di soli intellettuali, tipo circolo dei lettori la domenica sera, e onestamente neanche io: ma scoccia dirti che, effettivamente, non ho molti idraulici tra gli amici di facebook (anche se invece ho, al contrario, parecchi amici poliziotti). Ma la comunità non verte su cosa sei ma su chi sei — per dirla in modo iper-intellettualistico: le comunità non sono fatte dal bios (dalla vita specializzata) ma dalla zoé (dalla vita animale). Non ho in mente comunità di intellettuali — le cose che menzioni tu sono contingenti: è più facile, oggi, qui e ora, riunirsi in blog o micro-coomunità seguendo le proprie affinità. Come c’è “minima&moralia” per intellettuali (o per chi si sente tali), il web è pieno di comunità di poliziotti, idraulici o appassionati di modellismo di treni in miniatura. Ma non userei questa banalità come argomento contro la comunità in generale: è più facile trovarsi tra simili che tra dissimili.

Ma questo se si intendono simile e dissimile come aggettivi che vertono sulla bios, e non sulla zoé. Le comunità a cui penso io, credo anche Illich, sono comunità basate sulla “vita in quanto vita” — ovvero sui corpi. E vedi, non è certo un caso che Illich — nonostante il tumore in faccia a deturparlo — fosse così contrario alla medicina contemporanea. Perché proprio il controllo del corpo, alcuni la chiamano biopolitica, è quel meccanismo con cui trasformi anche la vita biologica in vita politica: e allora siamo fottuti. Ma la comunità non è un modo snob per andare contro il capitalismo: ho controllato questo tuo ultimo messaggio attraverso il mio iPhone — credo che anche io avrei qualche difficoltà a rinunciare a tutto questo. Mi contraddico?

Probabile: ma di alternative che, dalla decrescita di Latouche, all’accelerazionismo dei realisti speculativi anglosassoni, tentano di dire qualcosa sulle sorti del capitale ne abbiamo a bizzeffe. L’anarchia, almeno la mia declinazione della stessa, è un salto nel buio: non posso prevedere cosa sarà la comunità che ho in mente, e credo avesse in mente anche Illich, sarà. Perché? Mah: credo avesse davvero ragione Nietzsche quando diceva che «prevedibile è solo ciò che non ha storia». E la comunità, per non parlare delle società o degli Stati, di storia ne ha parecchia: mi va bene essere di troppo in quella comunità, come dicevi tu, perché una volta stabilità una comunità basata sui corpi non è per il mio “sapere” che verrò giudicato ma per il mio corpo, per il mio fare, per il mio essere.

Peccare di ottimismo? Non saprei — ma a questo punto, prima che questo dialogo diventi una confessione di Illich per mio tramite, dimmi invece tu cosa hai in mente. Una specie di etica libertaria che conviva pacificamente con quella neoliberista?

RAV

La ragione per cui ho citato le comunità online è perché credo che Internet e i social network abbiano portato alla costruzione di veri e propri universi paralleli; una sorta di iper-frammentazione della società che ci rende sempre meno adatti a convivere con la gente che ci circonda, con il mondo dei “vivi in quanto vivi” di cui parli te. Pensaci: se noi discutiamo assieme a chilometri di distanza è perché nello spazio che ci separa non abbiamo trovato nessun altro essere umano per fare questa conversazione… Eppure tra Parigi e Torino ci sono milioni di persone! Inoltre questa conversazione, oggi, è possibile soltanto a un certo costo che coinvolge lavoratori fino in Cina, producendo indirettamente una grande quantità di esternalità negative. A me pare una contraddizione performativa e insisto su questo punto perché mi pare che Illich la prefigurasse.

La rete ci permette di selezionare i nostri interlocutori tra milioni di persone, avvicinandoci non in quanto zoé (corpi, nuda vita) ma in quanto bios, anzi in quanto individui socialmente, culturalmente, economicamente definiti. Illich parlava di vernacolare per esprimere questo radicamento nel quale convergono localmente la dimensione culturale e la dimensione economica. Qui ce l’ho direttamente con te, con la tua idea di animalità, con l’idea che sia possibile sostanzialmente scavalcare il sociale (o il vernacolare) e fondare una comunità sulla nuda vita! Io non riesco a immaginare la tua comunità perché credo che la coesione politica si fondi necessariamente sull’uniformità culturale: pensa ai programmi d’ingegneria sociale — innanzitutto la scuola, come descritta da Illich — che sono stati necessari per rendere possibile quella spaventosa aberrazione ottocentesca che è lo Stato-Nazione.

Cos’ho in mente io? Il mio obiettivo è molto limitato: tirare fuori dalla lettura di Illich degli spunti inesplorati per interpretare in maniera più lucida la realtà. Illich appartiene a una specie di seconda generazione dei “maestri del sospetto” dopo Marx, Nietzsche e Freud. Sì, dirai tu, ma cosa vuoi fare di tutti questi bei sospetti? E allora torno a quello che dicevo all’inizio: Illich non era idealista ma realista; ha sicuramente formulato molte proposte ambiziose per riformare la società in senso conviviale ma soprattutto ha attirato la nostra attenzione su fenomeni sociali vistosamente, platealmente, assurdi.

Ho scritto un lungo articolo sulla scuola nel tentativo di aggiornare l’analisi di Illich, ma trovo ricca di spunti anche la sua analisi del sistema sanitario, o della velocità. La nostra società che si presente come “razionalista” è per molti aspetti la più folle che la storia abbia mai prodotto, come qualsiasi specialista della teoria dei giochi potrebbe mostrarci (ma forse basta anche un bravo contabile). Al momento sto collaborando con un’agenzia di consulenza qui a Parigi per cercare di portare nelle aziende del terziario la consapevolezza che la divisione del lavoro e l’innovazione tecnologica — come oggi i Computer Business Systems — non portano necessariamente ad aumenti di produttività. Perché il “fattore umano” resta fondamentale e quando viene sottoposto a uno stress eccessivo semplicemente smette di operare correttamente. È un lavoro di critica dell’ideologia perché, come scriveva Illich in Convivialità, per il senso comune moderno è inconcepibile che si possano impiegare strumenti contemporaneamente meno faticosi, meno alienanti e più produttivi. E invece, in molti casi è così: semplicemente, facciamo le cose male. Ci sono tantissime cose che le aziende potrebbero fare meglio, migliorando sia la loro produttività che la qualità della vita dei lavoratori.

Insomma si tratta di tare correggibili? È possibile riformare la società industriale in senso illichiano? Ebbene, io non so se sia possibile, non so cioè se questo sistema produttivo potrebbe sopravvivere alla rimozione di certe fonti di spreco e di malessere (penso ad esempio alla competizione scolastica e posizionale) che ne alimentano il funzionamento: eppure direi che è necessario. Il “salto nel buio” dell’anarchia conviviale non fa per me, ma credo che Illich indichi sicuramente una direzione giusta: bisogna mettere in discussione la divisione del lavoro con i suoi effetti perversi, il capitalismo keynesiano con i suoi sprechi, il totalitarismo giuridico con le sue intrusioni nella vita civile e infine l’ideologia individualista, chiamiamola così, che ostacola la realizzazione di una società in grado di autoregolarsi.

Ma è inutile illudersi: il movimento della storia va verso l’economia di scala assoluta, interamente burocratizzata, forse socializzata se può consolare qualcuno; quindi ogni nostra azione oggi forse serve soltanto a rallentare e rendere meno doloroso questo processo.

LC

Ciò che penso è che emerge uno strano paradosso: hai ragione, ci siamo scelti tra milioni, eppure alla fine non concordiamo su tutto. Il che, paradossalmente, mostra come il pensiero di Illich possa dirsi in molti modi. Tanto di ciò che mi dici mi fa pensare ai limiti del mio ragionare al di là del bios, ora che digito su un Mac, e mentre sto per prendere un aereo. Lo so: forse la nostra natura è proprio tendere all’ipercultura della tecnologia più invasiva — ma io non sono un primitivista, e accetto con una certa gioia curiosa tutto ciò. La mia idea di animalità è metaforica, quando è rivolta agli umani: è la costruzione di luoghi di resistenza interni a quei resti che Gilles Clément chiama “terzi paesaggi” che mi interessa.

Io credo che  Illich sarebbe felice di vedere comunità che riempono i vuoti lasciati da un Sistema in cui anche la cultura non è più emancipazione ma accettazione. Piace anche a me pensare Illich come un maestro del sospetto realista: una specie di ossimoro, data la sua collocazione postmoderna, che forse ha quella matrice performativa a cui facevi cenno tu riguardo la contraddizione.

Eppure, eppure … io credo nell’individuo, nel dialogo, e forse anche negli idraulici che non stanno su facebook. E credo anche, forse ingenuamente, che solo l’individuo possa contrapporsi allo Stato-Nazione: l’unico strumento di lotta rimasto è la militanza personale, la disobbedienza civile, e la vita culturale come critica a quel fenomeno falsamente positivo che chiamiamo “globalizzazione”.

Un mondo tutto uguale e tutto virtuale, con gli stessi odori e profumi da Oriente e Occidente si presenta dinnanzi a noi: e vorrei non accadesse. Vorrei ancora potermi stupire, senza giudicarla o eliminarla, della diversità. E non posso non pensare che questo bisogno di diversità e comunità non sia, in qualche modo, una forma di attrito attivo e sacrosanto: mi piace chiamarlo, pensando che poi a Illich non sarebbe dispiaciuto, “resistenza animale”.

L'articolo La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe. Un dialogo tra Leonardo Caffo e Raffaele Alberto Ventura proviene da Minima et Moralia.

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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/#comments Thu, 28 May 2015 16:36:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27054 Questo pezzo è uscito su Reset

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

Scartabellare la lista delle sue letture per avere un quadro dell’uomo Osama bin Laden ci restituisce un quadro forse utile, ma tutto sommato prevedibile e rassicurante nella sua prevedibilità. Studiare le lettere che inviava ai suoi seguaci, le indicazioni su ciò che in linea di principio era loro permesso e ciò era vietato, ci dice molto sulla natura organizzativa di al Qaeda. E come vedremo anche sulle ragioni per cui, più che gli epigoni di al Qaeda, dovremmo temere i membri dell’organizzazione rivale, lo Stato islamico.

Prima di vedere dove ci portano le due letture, un paio di premesse. I documenti resi pubblici mercoledì sono soltanto una parte di quelli trovati nel rifugio di Abbottabad nel maggio 2011, una vera e propria piccola biblioteca universitaria secondo i funzionari americani. Non sappiamo con quali criteri siano stati selezionati e scelti per la pubblicazione, né quali siano gli altri documenti ancora segretati. Non sappiamo se la pubblicazione faccia parte – come qualcuno sospetta – di una “damage control propaganda” per esorcizzare le domande poste dal giornalista Seymour Hersh sulla veridicità del racconto dell’amministrazione Obama sull’uccisione di Osama bin Laden. Secondo uno dei portavoce della Cia, Jeffrey S. Anchukaitis, l’analisi dei documenti da pubblicare è iniziata nel maggio 2014, proseguirà per tutta l’estate e ha avuto un’improvvisa accelerazione perché la Casa Bianca ha deciso di assecondare “il crescente interesse del pubblico”. Bontà loro.

Molti documenti pubblicati mercoledì erano disponibili dal 2012, ha ricordato Jason Burke dalle pagine del Guardian. D’altronde già nel 2006 il Combating Terrorism Center dell’accademia militare di West Point ha cominciato a declassificare per la prima volta, nell’ambito del progetto Harmony, alcuni documenti del gruppo fondato da Osama bin Laden nel 1998.

La lettura a volo d’uccello

Ma veniamo alle due letture. La prima, a volo d’uccello, ci restituisce l’immagine complessiva un uomo che, a dispetto dei problemi di comunicazione e dell’isolamento coatto, cerca di restare aggrappato al mondo esterno, di comprenderne i cambiamenti, e di veder confermati i propri pregiudizi sul grande Satana.

Bin Laden vive nel compound di Abbottabad con una famiglia numerosa. Tre mogli, diversi figli, una dozzina di nipoti. Sente forte la mancanza degli altri figli e della moglie Khayriyah, che dal 2001 vive agli arresti domiciliari in Iran. Dà loro consigli (“attenzione alle brutte compagnie, soprattutto femminili”, manda a dire ai figli). Non riesce a comunicare quanto vorrebbe anche perché è ossessionato dalla sicurezza. Sa che le tecniche di spionaggio degli americani sono sofisticate. Che ogni piccolo dettaglio potrebbe condurre alla cattura. O alla morte. In una lettera del 7 agosto 2010 scrive a un suo uomo: “il nemico può facilmente monitorare tutto il traffico email […]. La computer science non è una nostra scienza e non l’abbiamo inventata noi. Credo che sia un grande rischio dipendere dalla criptazione per inviare messaggi segreti”.

A una delle mogli che torna da un viaggio all’estero consiglia di lasciare dietro di sé ogni cosa, inclusi i vestiti, perché le cimici potrebbero essere dovunque. La sua ossessione non è campata in aria. Secondo alcuni documenti forniti dal contractor della Nsa Edward Snowden e resi noti dal sito The Intercept, la National Security Agency avrebbe elaborato un piano – Medical Pattern of Life: Targeting High Value Individual #1 – per nascondere strumenti di spionaggio nelle apparecchiature mediche potenzialmente destinate a Bin Laden.

Mentre cerca di mantenere saldo il legame con il resto della famiglia, lo sceicco saudita coltiva i suoi interessi. Prova a interpretare il mondo e le sue trasformazioni. La sua biblioteca è ricca ed eclettica, ma tutto sommato scontata. Noam Chomsky (con Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance), pensatore della sinistra radical e contestatore delle politiche imperialiste americane, va bene. Un po’ meno Michel Chossudovsky, che nel suo America’s War on Terrorism finisce per trasformare Bin Laden in un fantoccio nelle mani degli americani. Bin Laden è ossessionato dall’occidente e dagli Stati Uniti, ha scritto la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani. Nella biblioteca ci sono testi recenti ma ormai classici come Obama’s Wars di Bob Woodward eThe Rise and Fall of the Great Power di Paul Kennedy.

Studia il nemico e vuole sapere quanto il nemico conosca la sua organizzazione. Legge e rilegge gli studi dei più accreditati think tank internazionali, inclusi quelli legati all’accademia militare di West Point, come Rand Corporation e Combating Terrorism Center. Legge Imperial Hubris di Michael Scheuer, l’ex funzionario della Cia che coordinava gli sforzi per catturarlo. Non si lascia ovviamente sfuggire il rapporto ufficiale della Commissione americana sugli attacchi dell’11 settembre, oltre che i rapporti del centro di ricerca del Congresso americano.

La politica, le relazioni internazionali, il cambiamento climatico, l’islamismo politico dei padri del jihadismo contemporaneo (Abdallah Azzam e Sayyd Qutb), l’economia francese degli anni Trenta, l’agricoltura delle palme, le analisi sul terrorismo. C’è un po’ di tutto nella lista dei libri di Bin Laden. Peccato che manchi un testo fondamentale come Le altissime torri, di Lawrence Wright. Perfino Osama avrebbero potuto imparare qualcosa su al Qaeda, la sua creatura.

La lettura operativa

Il grande errore di chi analizza i documenti di al Qaeda, sostiene Watts nell’articolo War on the Rocks già citato, è di concentrarsi eccessivamente sulle idee strategiche, piuttosto che sulle istruzioni operative. “Con i documenti di al Qaeda, preferisco concentrarmi su ciò che fanno, piuttosto che su ciò che dicono. I ragazzi di al Qaeda formulano sempre piani”. Quelle istruzioni operative non sono soltanto interessanti di per sé, dice Watts, ma risultano fondamentali, perché aprono una finestra su un mondo altrimenti inaccessibile: raccontano le motivazioni che si nascondono dietro al reclutamento di un jihadista, spiegano il funzionamento interno di un’organizzazione terroristica, anche nei particolari minori, apparentemente secondari.

Seguiamo allora i suoi consigli e puntiamo l’attenzione sui documenti operativi. Alcuni documenti rivelano aspetti quotidiani, di micro-gestione di una macchina economica e militare complessa. Altri illuminano la futura traiettoria di al Qaeda e spiegano, almeno in parte, il declino di al Qaeda come brand del jihadismo globale e il successo dello Stato islamico. Tra i primi ci sono per esempio alcuni fogli contabili relativi alle spese sostenute tra l’aprile e il dicembre 2009. Osama tiene i conti da vero burocrate. Ce lo immaginiamo nel suo camicione lungo, seduto alla scrivania, gli occhi stretti puntati sul quadernino degli appunti. Una delle mogli che dice “Osama, torna a letto. Si è fatto tardi”. Bin Laden si preoccupa delle spese. Nell’agosto del 2010 scrive a un suo sottoposto, dicendogli di non anticipare gli stipendi mensili agli agenti operativi di al Qaeda. “Potrebbero spenderli e tornare chiedendo un prestito”. Ogni azienda ha i suoi problemi.

Molti commentatori hanno trovato interessante la job application destinata agli aspiranti jihadisti: “Quanto Corano conosci a memoria?”, “Quali predicatori segui?”, “Qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici lavora per il governo?”, “Sei disposto al martirio?”. Domande semplici. Alle quali si prega di rispondere scrivendo “in modo chiaro e leggibile”, includendo soprannomi, hobby. E conoscenza delle lingue straniere. Che non fa mai male.

Queste sono alcune delle indicazioni operative, concrete, che emergono dalla lettura dei documenti resi pubblici mercoledì. Ma facciamo un passo ulteriore. Cerchiamo di capire cosa ci dicono tali documenti sull’organizzazione di Bin Laden, sulla sua parabola militare, sulle differenze rispetto allo Stato islamico. Grazie alle conoscenze ai piani alti del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, il giornalista Peter Bergen ha avuto accesso non solo ai documenti pubblicati mercoledì, ma a molti altri, ancora riservati. L’impressione che ne ha avuto è quella di un terrorista che continua a immaginare piani di attacco poco credibili agli Stati Uniti, mentre fatica a tenere le redini di un’organizzazione che si è espansa oltre i suoi propositi iniziali.

I luoghi dove tutto ha preso vita nel 1998, le montagne del Pakistan, non sono più sicuri come una volta. I droni americani colpiscono duro. I vari gruppi affiliati ad al Qaeda in giro per il mondo agiscono troppo di testa loro. Sono tre, in particolare, le questioni che non fanno dormire sonni tranquilli a Bin Laden. Le stesse che mostrano quanto al Qaeda sia diversa dallo Stato islamico.

Le vittime civili e l’unità della comunità islamica

Il 3 dicembre del 2010 Bin Laden scrive all’allora leader dei Talebani pakistani, Hakimullah Meshud. Gli intima di interrompere la campagna di attacchi contro le moschee e i mercati, che ha già causato centinaia di vittime civili. È una lettera dai contenuti molto simili a quella inviata nel 2007 in Somalia, affinché i “fratelli somali riducano il danno dei musulmani del mercato di Bakarah come risultato dell’attacco ai quartier generali delle forze africane”. “Siate compassionevoli con la popolazione”, suggerisce ai guerriglieri locali. Non uccidete i membri delle tribù locali, scrive invece a uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica, il gruppo con base nello Yemen. L’obiettivo è chiaro: non ripetere gli errori compiuti nell’Iraq occidentale.

Sul nome di al Qaeda pesa infatti un’ipoteca negativa. Quella guadagnata con la loro brutalità dai gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq. In qualche occasione bin Laden suggerisce di tenere nascosto il legame con la casa-madre: il 7 agosto del 2010 scrive a Mukhtar Abu al-Zubair, il leader della milizia al-Shabaab in Somalia. “Se ve lo chiedono, è meglio dire che c’è una relazione con al Qaeda, ma semplicemente una connessione islamica fraterna, niente di più”. Tenete la vostra affiliazione ad al Qaeda segreta. Attirerete meno attenzione. E riuscirete a guadagnarvi più facilmente i finanziamenti del mondo arabo. Dichiarare pubblicamente il legame con al Qaeda sarebbe controproducente per i ribelli somali. Così pensa e scrive Bin Laden.

Che arriva perfino a pensare di cambiare nome alla sua organizzazione, anche per ragioni di strategia comunicativa, ricorda Peter Bergen. In un memo interno scrive: “Obama dice ‘la nostra guerra non è contro l’Islam o contro i musulmani, ma contro l’organizzazione di al Qaeda’. Così, se la parola al Qaeda fosse derivata o avesse un legame più forte con la parola ‘Islam’ o ‘musulmani’, o se includesse il nome ‘Partito islamico’, sarebbe più difficile per Obama riuscire a dirlo”. Bin Laden suggerisce alcuni nomi alternativi rispetto all’ormai tradizionale al-Qaeda: “Gruppo del jihad e del monoteismo; Gruppo del monoteismo e della difesa dell’Islam; Gruppo per la Restaurazione del Califfato; Gruppo per l’unità islamica…”.

La questione dell’unità islamica è centrale, per comprendere le differenze tra al Qaeda e lo Stato islamico. Hassan Hassan, co-autore di un libro importante sull’ascesa dello Stato islamico (Isis. Inside the army of terror) recentemente ha ricordato che Bin Laden mirava a rendere popolare il jihad, voleva persuadere gli altri musulmani a unirsi alla lotta, creare un fronte comune. Il leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, che su questo eredita l’impostazione del suo predecessore Abu Musab al-Zarqawi, ritiene invece che sia essenziale combattere gli altri gruppi militanti sunniti che si oppongono al suo progetto, e ovviamente gli sciiti. La sua è innanzitutto una guerra interna al mondo musulmano. Portata avanti a colpi di “takfirismo”, la corrente dottrinaria che fa della scomunica degli altri musulmani, considerati eretici, apostati o complici dei miscredenti occidentali, il motore principale del jihad.

Entrambi i gruppi si ispirano al salafismo, la corrente teologica dell’Islam sunnita che punta alla purificazione della fede e che contrassegna ideologicamente gran parte del jihadismo contemporaneo. Ma c’è salafismo e salafismo (ce n’è perfino uno quietista). E come nota il ricercatore Cole Bunzel in un saggio per la Brookings Institution di Washington, al di là di un comune ricorso a un rigorismo testuale nell’interpretazione del Corano, ancorato a una tradizione teologica premoderna, le differenze tra i due gruppi sono più marcate di quanto non appaiano agli occhi dei profani. “Se dovessimo collocare il jihadismo lungo uno spettro politico – scrive Bunzel in From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State – al-Qaeda rappresenterebbe la sinistra, e lo Stato islamico la destra”.

Gli Stati Uniti, la destra e la sinistra jihadista

È vero dunque, come è stato scritto su Foreign Policy, che le lettere ritrovate nel rifugio di Bin Laden illustrano bene le differenze tra al Qaeda, la vecchia scuola del movimento jihadista, e le nuove leve, quelle dello Stato islamico. Sinistra e destra del jihadismo contemporaneo, al Qaeda e lo Stato islamico, differiscono profondamente su quali siano i nemici da combattere, su quali siano le strategie e le tattiche da adottare per sconfiggerli. Lo hanno spiegato in modo chiaro su The National Interest Daniel Byman e Jennifer Williams. Scopo ultimo di al-Qaeda è sì il rovesciamento dei regimi apostati e corrotti del Medio oriente e la loro sostituzione con governi ‘puramente’ islamici, ma l’obiettivo primario rimangono gli Stati Uniti, il “nemico lontano”. I documenti ritrovati nel covo di Abbottabad lo confermano.

“Dobbiamo estendere e sviluppare le nostre operazioni in America, senza limitarci a far saltare in aria gli aeroplani”, scrive Bin Laden al leader dei suoi affiliati in Yemen. Uccidere gli americani è prioritario, rispetto all’uccisione dei soldati o poliziotti yemeniti. In una lettera destinata ad Atiyah Abd al-Rahman, che sarebbe divenuto il capo delle operazioni di al Qaeda prima di essere ucciso con un raid nel 2012, Bin Laden suggerisce apertamente di informare i membri di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) di rinunciare alle operazioni contro le forze di sicurezza locali, “le fronde”, e di “concentrarsi sul tronco americano”.

Per Jason Burke, tra i documenti resi pubblici mercoledì, molti “sembrano tentativi di mantenere al Qaeda concentrata sulla ventennale strategia di colpire il ‘nemico lontano’, gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, piuttosto che lasciarsi invischiare in battaglie contro le autorità del mondo islamico”. L’ostacolo principale alla ribellione delle masse arabe, ne è convinto Bin Laden, è il sostegno economico, militare e politico degli Stati Uniti ai regimi arabi e mediorientali. Abu Bakr al-Baghdadi ritiene invece che il fronte principale del jihad sia quello “interno”, dei regimi arabi: il “nemico vicino”. E che per combattere la loro corruzione morale e materiale occorra innanzitutto purificare la comunità islamica, eliminare l’idolatria (shirk), affermare l’unicità di Dio (tawhid), attaccando gli sciiti e le altre minoranze religiose.

Per lo Stato islamico la violenza sanguinaria va dunque indirizzata, prima ancora che contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, contro il “nemico vicino”, gli sciiti e tutti quei musulmani sunniti compromessi con i regimi oppressivi del Medio Oriente e non solo. Bin Laden e i suoi seguaci hanno sempre avuto un atteggiamento più pragmatico: gli sciiti sono degli apostati, certo, ma attaccarli in modo esplicito sarebbe controproducente, sul breve e sul lungo termine. La rivoluzione di al-Qaeda vuole essere globale. Ha bisogno delle masse, e le masse musulmane faticano a comprendere la violenza contro gli sciiti, oltre a considerare secondarie le differenze dottrinali tra sciiti e sunniti. Al-Qaeda, da questo punto di vista, è un gruppo più orientato al pragmatismo politico: laddove conviene in termini strategici o tattici, segue le vie di mezzo, rinuncia alla purezza dottrinaria. Lo Stato islamico al contrario non accetta compromessi sulle questioni dottrinali, ricorda Cole Bunzel.

Il Califfato

Pragmatismo politico-militare versus purismo dottrinale. Semplificando, potremmo sintetizzare così la differenza tra al Qaeda e lo Stato islamico. Che si riflette anche sulla questione del Califfato. Nei documenti di Abbottabad emerge un Osama bin Laden molto preciso su questo punto: frena, dice di aspettare, nota che i tempi non sono maturi. Se non si sconfigge prima il grande nemico – gli Stati Uniti – ogni tentativo di istituire uno Stato islamico sarà destinato alla sconfitta, pensa. Lo ha dimostrato il rovesciamento nel 2001 dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il regime dei Talebani fatto fuori a colpi di B-52.

Osama invita i membri di al Qaeda nella penisola arabica a rinunciare a ogni possibile ambizione a dichiarare un Califfato islamico. I combattenti “per ora” devono “evitare di insistere sulla formazione di uno Stato islamico, e lavorare alla distruzione del potere del nostro grande nemico, attaccando le ambasciate americane nei paesi africani, come Sierra Leone, Togo, e soprattutto attaccando le compagnie petrolifere americane”. Non siate troppo ambiziosi, scrive agli affiliati yemeniti: “Il popolo yemenita non è ancora veramente pronto per un governo formato da al Qaeda”.

Con Atiyah Abd al-Rahman è ancora più preciso. “Dobbiamo enfatizzare l’importanza del tempo nell’instaurazione dello Stato islamico”, scrive in una lettera. “Dobbiamo essere consapevoli che la pianificazione per l’instaurazione dello Stato comincia con la sconfitta della grande potenza che ha rafforzato l’assedio sul governo di Hamas, e che ha spodestato l’Emirato islamico in Afghanistan e Iraq […] Dobbiamo tenere in mente che questa potenza ha ancora la capacità di mettere sotto assedio lo Stato islamico e che tale assedio potrebbe forzare la popolazione a spodestare il loro governi debitamente eletti”.

Osama bin Laden, nel 2011, prima di venire ucciso, è un veterano del jihad. Un politico navigato. Conosce l’importanza dei rapporti di forza, in guerra come in diplomazia. Ha rinunciato a sognare il grande Califfato. Il suo sogno sarebbe poi stato realizzato da Abu Bakr al-Baghdadi, il cui gruppo sin dall’inizio ha puntato, contrariamente ad al Qaeda, alla conquista territoriale, all’occupazione e al governo dei luoghi finiti sotto la propria influenza.

Eppure anche gli esponenti di al Qaeda hanno discusso a lungo l’opzione-Califfato. Lo nota Cole Bunzel nel saggio già citato. Tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, subito dopo la caduta dei Talebani, in Iran si incontrano Sayf-al’Adl e Abu Musab al-Zarqawi. Il primo è lo stratega militare di al Qaeda, il secondo è il militante giordano che avrebbe poi fondato al Qaeda in Iraq, dando la linea allo Stato islamico. Un’opportunità storica, la reputa Sayf-al’Adl.

Abu Musab al-Zarqawi comincia allora a coltivare l’idea. Nel 2005, l’anno successivo al suo giuramento di fedeltà ad al Qaeda, riceve tre lettere da esponenti della casa madre. Perfino Ayman al-Zawahiri, allora vice di Osama e attuale numero uno dell’organizzazione, scrive di sperare che la creazione di uno Stato islamico in Iraq possa “portare allo status di Califfato”. Poi le cose cambiano. I rapporti tra Zarqawi e la casa madre si fanno più tesi. Al Qaeda, pragmaticamente, rinuncia all’idea. Fino a quando Abu Bakr al-Baghdadi non dà vita al sogno mai realizzato di Osama bin Laden.

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Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/#comments Sat, 25 Jan 2014 10:12:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17881 Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”. Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino […]

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Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”.

Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino a Syriza. Ringraziamo il sito Z Net Italy per averla tradotta e messa on line.

C.J.Polychroniou e Anastasia Giamali: L’ideologia neoliberista afferma che lo Stato è un problema, che la società non esiste e che ciascuno è responsabile del proprio destino. Tuttavia le grandi imprese e i veri ricchi si affidano, come sempre, all’intervento dello Stato per conservare la loro presa sull’economia e per godersi una fetta maggiore della torta economica. Il neoliberismo è un mito, una costruzione ideologica?

Noam Chomsky: Il termine neoliberismo è un po’ fuorviante. Le dottrine non sono né nuove né  liberali. Come dite voi, le grandi società e i ricchi si affidano estesamente a quello che l’economista Dean Baker chiama “lo Stato balia conservatore” che essi a propria volta nutrono. Ciò è vero in modo spettacolare nel caso delle istituzioni finanziarie. Un recente studio del FMI attribuisce i profitti delle grandi banche quasi interamente all’implicita polizza di assicurazione del governo (“troppo grandi per fallire”). Non parliamo soltanto dei salvataggi ampiamente pubblicizzati, ma dell’accesso al denaro a basso costo, e altre condizioni favorevoli determinate dalla garanzia dello Stato. Lo stesso vale per l’economia produttiva. La rivoluzione informatica si è storicamente affidata, per ricerca e sviluppo, a meccanismi statali di approvigionamento. E’ la proscecuzione di uno schema che risale alla prima industrializzazione inglese.

Tuttavia né il “neoliberismo” né la sua versione precedente nota come “liberismo” sono dei miti. Certamente non per le loro vittime. Queste dottrine sono, in misura sostanziale, un “mito” per i ricchi e i potenti, che ideano molti sistemi per proteggersi dalle forze del mercato, ma non per i poveri e i deboli che sono sottoposti alle loro devastazioni.

Che cosa spiega la supremazia del dominio incentrato sul mercato e della finanza in un’era che sta sperimentando la crisi del capitalismo più distruttiva dopo la Grande Depressione?

La spiegazione di fondo è la solita: tutto sta funzionando benissimo per i ricchi e i potenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, decine di milioni sono disoccupati, altri milioni sono usciti distrutti dalla crisi, e i redditi e le condizioni di vita sono in larga misura stagnanti o declinanti. Ma le grandi banche, che sono state responsabili della crisi più recente, sono più grandi e più ricche che mai, i profitti di certe imprese stanno battendo tutti i record, una ricchezza superiore ai sogni di ogni cupidigia si sta accumulando presso quelli che contano. Il sindacato è indebolito da politiche che lo aggrediscono e dalla “crescente insicurezza dei lavoratori”, per prendere a prestito l’espressione usata da Alan Greenspan per spiegare il grandioso successo dell’economia che lui ha gestito quando era ancora “Santo Alan”, forse il più grande economista dopo Adam Smith, prima del collasso della struttura che aveva amministrato, insieme alle sue fondamenta intellettuali. Dunque di che cosa c’è da lamentarsi?

La crescita del capitale finanziario è collegata al declino del tasso di profitto nell’industria e alle nuove opportunità di distribuire in modo diffuso la produzione in luoghi dove la manodopera è più facilmente sfruttata e i limiti al capitale sono ancora più ridotti, mentre i profitti sono distribuiti in luoghi con le aliquote fiscali più basse. Il processo è stato agevolato dagli sviluppi tecnologici, i quali hanno spinto la crescita di un “settore finanziario fuori controllo” che “sta divorando la moderna economia di mercato (cioè l’economia produttiva) dall’interno, proprio come la larva della vespa divora l’ospite in cui è stata deposta”, per mutuare l’espressione suggestiva di Martin Wolf sul Financial Times, forse il corrispondente finanziario più rispettato del mondo di lingua inglese.

A parte ciò, come segnalato, il “dominio mercatocentrico” impone una dura disciplina ai molti, ma i pochi che contano se ne proteggono in modo molto efficace.

Cosa pensi della tesi sul dominio di una élite transnazionale collegata alla fine dello stato nazione, specialmente tenendo conto che chi la propone afferma che questo Nuovo Ordine Mondiale ci dominerebbe già?

C’è qualche verità in questo enunciato, ma non andrebbe esagerata. Le multinazionali continuano a contare sullo Stato per la protezione economica e militare, e anche concretamente per l’innovazione. Le istituzioni internazionali restano largamente sotto il controllo degli stati più potenti e in generale l’ordine globale stato-centrico resta ragionevolmente stabile.

L’Europa si sta approssimando sempre più alla fine del “contratto sociale”. Questo sviluppo ti sorprende?

In un’intervista Mario Draghi ha informato il Wall Street Journal che “il tradizionale contratto sociale del continente” – forse il suo maggiore contributo alla civiltà contemporanea – “è obsoleto” e va smantellato. E lui è uno dei burocrati internazionali che sta facendo il massimo per proteggere quel che ne resta. Il mondo degli affari ha sempre disdegnato il contratto sociale. Ricordate l’euforia della stampa finanziaria quando la caduta del “comunismo” offrì una nuova forza lavoro – istruita, addestrata, sana e persino bionda e con gli occhi azzurri – che poteva essere utilizzata per minare il “lussuoso stile di vita” dei lavoratori occidentali? Non è la conseguenza di forze inesorabili, economiche o d’altro genere, bensì un disegno politico basato sugli interessi di quelli che l’hanno progettato, che è molto più probabile siano banchieri e direttori generali piuttosto che gli addetti alle pulizie dei loro uffici.

Uno dei problemi più grossi che hanno oggi di fronte molti stati del capitalismo avanzato è il fardello del debito, pubblico e privato. Nelle nazioni della periferia dell’eurozona, in particolare, il debito sta avendo effetti sociali catastrofici poiché “è sempre il popolo a pagare”, come hai esplicitamente sostenuto in passato. A beneficio degli attivisti di oggi, spiegheresti in che senso il debito è “un costrutto sociale e ideologico”?

Ci sono molti motivi. Uno è stato colto bene da un’espressione del direttore esecutivo statunitense del FMI, Karen Lissakers, che ha descritto l’istituzione come “il gendarme della comunità del credito”. In un’economia capitalista se tu mi presti dei soldi e io non ti rimborso, il problema è tuo. Non puoi chiedere che siano i miei vicini a pagare il debito. Ma poiché i ricchi e potenti si proteggono dalla disciplina del mercato, le cose vanno diversamente quando una grande banca presta soldi a debitori a rischio, dunque a tassi di interesse e con profitti elevati, e poi questi ultimi non sono in grado di rimborsarli. Allora il “gendarme della comunità del credito” accorre in soccorso, assicurando che il debito sia rimborsato, con la responsabilità trasferita all’intera cittadinanza mediante programmi di aggiustamento strutturale, austerità e politiche simili. Quando ai ricchi non va di pagare quei debiti, possono dichiararli “odiosi”. Una enorme quantità del debito è “odiosa” in questo senso, ma pochi possono appellarsi a istituzioni potenti perché li salvino dai rigori del capitalismo.

C’è una quantità di altri meccanismi. La JPMorgan Chase è stata multata per 13 miliardi di dollari (per la metà fiscalmente deducibili) per quello che può essere considerato un comportamento penalmente rilevante: piani di mutuo fraudolenti.

L’ispettore generale del programma di salvataggio del governo statunitense, Neil Barofksy, ha fatto notare che a quel punto è intervenuto ufficialmente un accordo legislativo: le banche, che erano colpevoli, dovevano essere salvate, e le loro vittime, persone che perdevano la casa, dovevano ricevere una qualche protezione e un sostegno limitato. Come egli stesso spiega, è stata onorata seriamente solo la prima parte dell’accordo, e il piano è diventato un “regalo ai dirigenti di Wall Street”, senza sorpresa per nessuno di quelli che capiscono come funziona il “capitalismo concretamente esistente”.

Nel corso della crisi, i greci sono stati presentati in tutto il mondo come pigri e corrotti evasori fiscali cui piace soltanto manifestare. Questa idea è diventata dominante. Quali sono i meccanismi usati per convincere l’opinione pubblica? Si possono contrastare?

Ritratti come questo sono presentati da quelli che dispongono della ricchezza e del potere per plasmare il dibattito pubblico. La distorsione e l’inganno si possono contrastare soltanto minando il loro potere e creando organi di potere popolare, come per tutti i casi di oppressione.

Quali sono le tue idee su quello che sta succedendo in Grecia, in particolare a proposito delle costanti richieste della “troika” e dell’intransigente desiderio tedesco di promuovere la causa dell’austerità?

Pare che lo scopo ultimo delle richieste tedesche ad Atene, nell’ambito della gestione della crisi del debito, sia la “cattura” di tutto ciò che in Grecia abbia un valore. Alcuni, in Germania, appaiono intenzionati a imporre ai greci condizioni di virtuale schiavitù economica.

E’ piuttosto probabile che il prossimo governo in Grecia sarà un governo della Coalizione della Sinistra Radiale. Quale dovrebbe essere il suo approccio nei confronti dell’Unione Europea e dei creditori della Grecia? Inoltre, un governo di sinistra dovrebbe mostrarsi rassicurante nei confronti dei settori più produttivi della classe capitalista, o dovrebbe adottare un’ideologia operaia tradizionale?

Si tratta di questioni pratiche difficili. Sarebbe facile per me abbozzare ciò che mi piacerebbe accadesse, ma considerata la realtà qualsiasi percorso ha rischi e costi. Anche se io fossi in condizioni di valutarli correttamente – e non lo sono – sarebbe irresponsabile sollecitare una politica senza serie analisi e prove.

Nei tuoi scritti recenti presti una crescente attenzione alla distruzione dell’ambiente. Pensi che sia davvero in gioco la civiltà umana?

Penso sia in gioco una sopravvivenza umana decente. Le prime vittime sono, al solito, i più deboli e i più vulnerabili. Ciò è risultato evidente anche al vertice globale sul cambiamento climatico che si è concluso a Varsavia, con scarsi risultati. Gli storici del futuro – se ce ne sarà uno – osserveranno con stupore lo spettacolo attuale. Alla guida del tentativo di evitare una catastrofe probabile ci sono le cosiddette “società primitive”. O comunque quelle meno ricche. I popoli indigeni nell’America Meridionale e così via in tutto il mondo. Si pensi alla lotta per il salvataggio e la protezione dell’ambiente che ha luogo oggi in Grecia, dove i residenti di Skouries a Chalkidiki stanno opponendo una resistenza eroica sia agli scopi predatori della Eldorado Gold sia alle forze di polizia che sono state mobilitate dallo stato greco a sostegno della multinazionale.

Quelle che guidano entusiasticamente la corsa alla caduta nel precipizio sono le società più ricche e più potenti, come gli Stati Uniti e il Canada. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la razionalità, esclusa la razionalità folle della “democrazia capitalista concretamente esistente”.

Gli Stati Uniti rimangono un impero mondiale e, secondo la tua spiegazione, operano in base al “principio mafioso”, cioè che il padrino non tollera una “disobbedienza impunita”. L’impero statunitense è in declino? In tal caso, questo pone una minaccia maggiore alla pace e alla sicurezza globali?

L’egemonia globale statunitense ha toccato un picco storico senza eguali nel 1945 e da allora è declinata costantemente. Anche se resta ancora molto grande, e anche se il potere sta divenendo più diversificato, non c’è all’orizzonte un vero concorrente. Il tradizionale principio della mafia è sensatamente invocato ma la capacità di metterlo in atto è più limitata. La minaccia alla pace e alla sicurezza è reale. Per fare un esempio, la campagna dei droni del presidente Obama è di gran lunga l’operazione terroristica più vasta e distruttiva attualmente in corso. Gli Stati Uniti e il loro vassallo Israele violano la legge internazionale con assoluta impunità, ad esempio, minacciando di attaccare l’Iran (“tutte le opzioni sono aperte”) in violazione dei principi chiave della Carta dell’ONU. La più recente Revisione della Posizione Statunitense sul Nucleare ha un tono più aggressivo di quelle che l’hanno preceduta, un avvertimento da non ignorare.

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese tu hai sempre detto che il dibattito su uno o due stati è irrilevante.

Il dibattito su uno o due stati è irrilevante perché quella di uno stato non è un’opzione. E’ peggio che irrilevante: è una distrazione dalla realtà.

Le opzioni reali sono o (1) due stati o (2) una prosecuzione di ciò che Israele sta facendo con il sostegno degli Stati Uniti: mantenere Gaza sotto un assedio devastante, separata dalla West Bank, e impossessarsi sistematicamente di ciò che trova di valore nella West Bank integrandolo nel contempo più strettamente a Israele, impossessarsi di aree con non molti palestinesi ed espellere silenziosamente quelli che ci vivono. I contorni sono chiarissimi nei programmi di sviluppo e di  espulsione.

Considerata l’opzione (2) non c’è motivo per cui Israele o gli Stati Uniti debbano acconsentire alla proposta di uno stato unico che non ha neppure sostegno internazionale. Fino a quando non sarà riconosciuta la realtà della situazione in evoluzione, parlare di uno stato unico (lotta per i diritti civili, contro l’apartheid, il “problema demografico”, ecc.) è soltanto un diversivo, che presta implicitamente sostegno all’opzione (2). Questa è la logica essenziale della situazione, piaccia o no.

Hai detto che gli intellettuali d’élite sono quelli che ti mandano più in bestia. 

Gli intellettuali d’élite, per definizione, godono di molti privilegi. I privilegi offrono opzioni e conferiscono responsabilità. I più privilegiati sono in una posizione migliore per ottenere informazioni e per agire in modi che influenzino le decisioni politiche. Ne consegue l’immediata valutazione del loro ruolo.

Penso che le persone dovrebbero essere all’altezza delle loro responsabilità morali elementari. E le responsabilità di chi vive in una società più libera e aperta sono maggiori di quelle di chi può trovarsi a pagare dei costi più alti per la propria onestà e integrità. Se gli intellettuali dell’Unione Sovietica che accettavano di sottomettersi al potere statale potevano almeno invocare come attenuante la paura, i loro omologhi in società più libere e aperte possono appellarsi solo alla codardia.

Ti è piaciuto il documentario a cartoni animati di Michel Gondry ‘Is the Man Who Is Tall Happy?’  (Sottotitolo: “una conversazione a cartoni animati con Noam Chomsky”)?

L’ho visto. Gondry è davvero un grande artista. Il film è realizzato con delicatezza e intelligenza e riesce a cogliere alcune idee importanti in un modo molto semplice e chiaro, anche con tocchi personali che mi sono sembrati molto ben fatti e ponderati.

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